di Raffaele Avico
Si è tenuta da pochi giorni la Scuola di Neuroetica di Trieste, organizzata presso la SISSA, questa volta focalizzata sulle pratiche contemplative in relazione all’addiction, con la partecipazione di diversi esperti di settore.
Le discussioni hanno avuto come elemento ricorrente la mindfulness, usata come “strumento in più”, da applicare a diversi contesti.
La mindfulness vuole creare in chi la pratica un distanziamento dal funzionamento della propria mente. Si tratta di apprendere l’arte della contemplazione del proprio pensiero, come se internamente potessimo fare un “passo indietro” e osservare l’andamento del pensiero stesso, le sue accelerazioni, i suoi salti. L’obiettivo finale è creare spazio mentale, aumentando lo spettro delle “reazioni” che quel pensiero potrà suscitare, o la versatilità del comportamento in relazione ad esso. A volte non è possibile togliere il “sintomo” -nei casi di psicopatologia-, ma è possibile cambiare la sua relazione con esso, la distanza che internamente possiamo mettere tra noi e il sintomo stesso.
Le pratiche contemplative idealmente promettono questo tipo di “distanziamento“ e di disidentificazione da ciò che ci succede dentro (defusione – di cui è scritto qui).
Il tema dell’attenzione a ciò che internamente succede, è controverso: in alcuni casi, per esempio nelle persone che soffrono di panico, diviene ossessivo compulsivo, problematico – la persona ha sperimentato il panico e si blocca in una paura della paura, in un terrore riguardante l’idea che il panico possa ripresentarsi; questo cambia il rapporto con la sua interiorità, e la contemplazione interna diviene ossessione, controllo (controllo che però fa perdere il controllo). All’estremo opposto, vivere di contenuti psichici continuamente evitati o superficialmente ignorati, ci espone al rischio di esserne vittime passive, di sentire che qualcosa accade, senza sapere però cos’è e perché.
Interessante in questo senso il concetto di meta-attenzione, un’attenzione che si rivolge all’attenzione stessa, al fine di liberalizzare – o di cogliere segnali importanti su chi siamo e cosa ci muove al mondo. Un esercizio che durante questa edizione della scuola di neuroetica è stata insegnata, riguardava l’osservazione dell’oscillare tra i due poli della mente contemplativa/aware, e della cosiddetta mente-scimmia, oscillazione importante per le implicazioni a riguardo dell’educazione della mente alla presenza. La mente produce naturalmente salti e cambi di direzione: il nostro obiettivo -o almeno l’obiettivo di chi medita- è quello di gentilmente portare l’attenzione al presente, o a quello che si vuole fare in quel momento (esistono pratiche contemplative che si svolgono facendo delle cose -come mangiare o camminare).
Una pratica contemplativa permette di raggiungere un giusto mezzo, un posizionamento che diviene abituale, una “postura” a riguardo della nostra interiorità nè troppo rigida, né troppo lasca -un’osservazione partecipata alle attività del nostro mondo interno, caratterizzata da un atteggiamento non giudicante, compassionevole e benevolo.
Il livello di distanza dal proprio funzionamento psichico può raggiungere inoltre livelli così estremi, da creare distorsioni percettive e cenestesiche, con vere e proprie esperienze psichedeliche (e i meditatori “forti” lo sanno bene).
In generale, la Scuola di Neuroetica di Trieste approfondisce, da un po’ di anni, il problema dell’addiction e del controllo degli impulsi, e il fallimento della volontà nei confronti di un oggetto di dipendenza. Ne abbiamo parlato in passato qui.
Alcuni spunti emersi nel confronto su queste tematiche, in questa edizione: il concetto di ecocebo sviluppato da Chiamulera -sul potere dell’ambiente per aumentare l’effetto delle cure per l’addiction-, l’uso delle pratiche contemplative entro una visione olistica della salute psicofisica (il concetto di esposoma portato da Bruna Scaggiante), l’approccio integrato usato al Centro Soranzo con un focus sul corpo portato alla Sissa da Mauro Semenzato (che avevamo qui intervistato), la tecnica del episodic future thinking portata da Stefano Canali (ideatore della Scuola), per lavorare sul controllo dell’impulso e sulla miopia sul futuro -problema molto ricorrentenell’addiction. Inoltre, questo centro.
Riportiamo, su concessione di Stefano Canali, un approfondimento sull'”episodic future thinking“, tratto da Psicoattivo.

Ricordare il futuro. Il pensiero episodico futuro per migliorare l’autocontrollo
di Stefano Canali (psicoattivo.com)
Immaginate due versioni di voi stessi che si contendono una decisione. La prima è qui, adesso: sente l’odore della sigaretta, il calore del bicchiere, la pressione dell’impulso. La seconda vive fra tre mesi, o fra un anno, e vorrebbe qualcosa di diverso — ma è una figura sbiadita, un’astrazione, poco più di un buon proposito. Nella maggior parte delle scelte impulsive vince la prima, e non perché sia più saggia: vince perché è più presente. Il presente possiede densità sensoriale ed emotiva; il futuro, per come di solito lo pensiamo, ne è quasi privo. È a questa asimmetria che l’episodic future thinking, il pensiero episodico futuro, prova a rimediare, non spegnendo l’impulso con un atto di volontà, ma dando corpo, voce e colore all’alternativa che verrà.
Cos’è l’episodic future thinking
L’episodic future thinking (EFT) è la capacità di immaginare in modo vivido e dettagliato un evento futuro personale, “pre-esperendolo” invece di prevederlo genericamente. Rendendo il futuro sensorialmente presente, riduce la tendenza a svalutare le ricompense differite (delay discounting) e attenua l’impulsività, con applicazioni promettenti nelle dipendenze da nicotina, alcol e altre sostanze.
Non basta pensare al domani
Si tende a credere che pensare al futuro sia un’operazione unica. Non lo è. Sapere che l’anno prossimo cambieremo lavoro, prevedere che una situazione migliorerà, ripetersi «da domani mi alleno» sono forme di pensiero prospettico, ma restano rappresentazioni semantiche: concetti, non esperienze. L’episodic future thinking (EFT) è un’altra cosa. Il termine risale a Atance e O’Neill (2001), che lo definirono come la proiezione del sé in un evento futuro specifico, tanto dettagliato da poter essere «pre-esperito» anziché soltanto previsto (Schacter et al., 2017).
La differenza si tocca con mano confrontando due frasi. «Fra sei mesi sarò più in forma» è semantica: un’etichetta appesa a un tempo lontano. «È una mattina di marzo, cammino lungo il fiume con mia figlia, sento le gambe leggere e le racconto che da qualche mese riesco ad allenarmi con regolarità» è episodica: ha un luogo, un’ora, delle persone, delle sensazioni, un punto di vista in prima persona. Non è un pensiero sul futuro; è un frammento di futuro reso abitabile. Gli episodi usati nella ricerca hanno di norma un inizio e una fine riconoscibili e durano meno di una giornata (Brown & Stein, 2022): non una condizione di vita, ma una scena.
Perché una scena immaginata può cambiare una decisione
L’interesse scientifico per l’EFT nasce dal suo rapporto con un fenomeno ben noto agli studiosi delle dipendenze: il delay discounting, la svalutazione del futuro. È la tendenza a preferire una ricompensa piccola e immediata a una maggiore ma differita — e più marcata è questa tendenza, più il presente domina le nostre scelte. Peters e Büchel (2010) mostrarono che accostare alle scelte intertemporali dei richiami a eventi autobiografici futuri riduceva la svalutazione, e che l’effetto si accompagnava a un dialogo più intenso fra i circuiti cerebrali della decisione e quelli, medio-temporali, che costruiscono gli episodi. Benoit, Gilbert e Burgess (2011) confermarono che simulare un evento futuro concreto può accrescere il valore che attribuiamo a ciò che è lontano nel tempo.
Il modo più economico di descrivere il meccanismo è questo: l’EFT non abolisce l’impulsività per via di divieto, la scavalca per via di rappresentazione. Introduce qualcosa del futuro nello spazio fenomenologico del presente, e così rende l’alternativa differita finalmente pensabile accanto alla tentazione immediata.
Le prove non sono aneddotiche. Due meta-analisi indipendenti convergono: Ye et al. (2022), su 47 studi, stimano un effetto medio dell’EFT sulla svalutazione del futuro pari a g = 0,52; Rösch e colleghi, su 174 misure, trovano g = 0,44, e identificano gli ingredienti che rendono l’effetto più robusto — la vividezza, la valenza positiva, il legame dell’episodio con l’esito differito. Un effetto medio, solido, replicato: né miracolo né illusione.
E qui va tenuta ferma la mano, perché è proprio dove la divulgazione tende a scivolare. Ridurre una misura sperimentale non equivale a cambiare una vita. Brown e Stein (2022) segnalano studi in cui l’EFT abbassa il discounting senza modificare in parallelo il consumo di cibo o di sostanze. Lo strumento sposta un indicatore della decisione; tradurlo in comportamento quotidiano durevole è un’altra impresa, che richiede ripetizione e contesto. È la differenza tra affilare una lama e vincere il duello.
Come si costruisce un futuro abitabile
La forza dell’EFT sta tutta in un passaggio: trasformare un’intenzione in una scena. Ecco perché, nei protocolli, si evitano accuratamente formule come «starò meglio», «sarò sobrio», «sarò felice» — sono etichette semantiche, appunto — e si chiede invece di costruire un episodio. La procedura, distillata dagli studi su fumatori e bevitori (Stein et al., 2016; Mellis et al., 2019; Brown & Stein, 2022), si lascia condensare in pochi movimenti essenziali:
Si sceglie un evento futuro possibile, personale e desiderabile ma realistico — non fantasticato — collocato a una certa distanza: nella ricerca si usano di solito cinque orizzonti, da un giorno a un anno. Lo si porta poi a fuoco con una sequenza fissa di domande: dove sei, a che ora, con chi, cosa fai esattamente, cosa vedi, cosa senti, quali sensazioni nel corpo, quali emozioni, quale pensiero, e cosa rende questa scena importante per te. Le parole devono restare quelle della persona: chi guida l’esercizio sollecita i dettagli, ma non riempie la scena al posto dell’altro, perché un episodio costruito da fuori diventa vivido ma non più autobiografico — e l’autobiografia è metà del suo potere. La scena si riformula infine al tempo presente e in prima persona («Sono al mare con mia figlia, è mattina, sento il vento sul viso…»): non per confondere immaginazione e realtà, ma per aumentare l’immersione. Da tutto questo si estrae un tag brevissimo — «Fra tre mesi, passeggiata al mare con mia figlia» — che non sostituisce l’episodio, ma serve a riaccenderlo in un istante.
Un ultimo dettaglio è ciò che distingue davvero l’EFT da una generica visualizzazione positiva, e conviene non perderlo. Il richiamo al futuro va fatto nel momento della scelta, non in un ritaglio qualunque della giornata: si tiene la scena davanti alla mente e solo allora si guarda la decisione presente. Chi pratica per sé può richiamare il proprio tag poco prima delle circostanze in cui l’impulso è più probabile. Non si tratta di ragionare sulle conseguenze — quello è problem solving, ed è un’altra facoltà — ma di rendere il futuro sensorialmente presente mentre la decisione accade.
Uno strumento, non una promessa
Nel campo delle dipendenze i risultati più incoraggianti vengono da qui. Mellis et al. (2019) hanno osservato che, ripetendo la pratica, l’effetto si accumula: la prospezione, come un muscolo, si allena. Athamneh et al. (2022) hanno somministrato l’EFT a distanza per quattordici giorni a persone con disturbo da uso di alcol, ottenendo una riduzione del consumo superiore al controllo — pur trattandosi, va detto con onestà, di uno studio-pilota, non della prova definitiva. Una rassegna recente estende ormai le applicazioni a nicotina, alcol, cannabis e cocaina, ma ribadisce l’eterogeneità dei metodi e il bisogno di studi più ampi.
Vale allora la pena di dire cosa l’EFT non è. Non è pensiero positivo, non è la promessa che immaginare un buon futuro lo faccia accadere. È qualcosa di più modesto e più preciso: una tecnica per correggere l’asimmetria tra un presente ingombrante e un futuro evanescente, restituendo a ciò che non è ancora accaduto abbastanza densità da pesare, oggi, sulla bilancia di una scelta. La formula, ridotta all’osso, è questa: futuro personale → episodio specifico → dettagli sensoriali e affettivi → simulazione in prima persona → richiamo nel momento della decisione.
Il resto — la costanza, il contesto, l’onestà con se stessi — non lo fornisce la tecnica. Lo mette chi la usa.
NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)





























