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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

Search Results for: "bernardo paoli"

1 December 2025

LAVORARE PER OBIETTIVI IN PSICOTERAPIA, CON BERNARDO PAOLI

di POPMed

Abbiamo intervistato Bernardo Paoli sul suo ultimo lavoro scritto con Maria Sperotto, “Qual è il tuo obiettivo?”. Le domande che gli abbiamo posto sono due:

  1. una definizione e un chiarimento a proposito del tema “conflitto”, in generale
  2. un affondo sul “cerchio risorse/obiettivi” (qui sotto raffigurato) uno strumento molto utile per lavorare con le persone in psicoterapia sugli obiettivi, mutuato e sviluppato da Arnaud Huibers

Bernardo ha uno stile di scrittura chiaro e rigoroso, con una vocazione pragmatica: alcuni testi di altri autori sembrano sempre “preparazioni” al lavoro, in questo caso il testo è pensato per essere usato nel vivo del lavoro con le persone, in modo estremamente concreto.

Ne avevamo già scritto in passato a proposito del suo Manuale delle tecniche psicologiche, così come del suo libercolo sulla paranoia.

Interessante la digressione di Bernardo sulle tecniche espressive di “ricerca” degli obiettivi, dall’uso di carte Dixit, alla passeggiata artistica, all’uso di libri d’arte, o al cut up burroughsiano: strumenti proiettivi, funzionali a “forzare la mano” sull’implicito.

Qui, per chi volesse, una recensione approfondita del volume “Qual è il tuo obiettivo?”.
Qui invece il sito di Barnardo Paoli,  e una intervista fatta in passato per Psychiatry on Line.

Buona visione!

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Article by admin / Generale / interviste

28 October 2025

CONFLITTI TRA OBIETTIVI: DAL NUOVO LIBRO DI BERNARDO PAOLI E MARIA SPEROTTO “QUAL É IL TUO OBIETTIVO?”

di Raffaele Avico

Introduciamo un saggio di Bernardo Paoli e Maria Sperotto, “Qual è il tuo obiettivo?”, incentrato sul macrotema del “goal setting”: come in seguito verrà esplicitato, si tratta di una tematica “trasversale”, adatta al lavoro con individui ma anche a contesti altri (aziende, istituzioni).

La parte introduttiva raccoglie riflessioni riguardanti quelli che Bernardo Paoli chiama “inclinazioni”, strutture di personalità “tipiche”, mosse da obiettivi impliciti primari (si veda qui per approfondire); riflette poi sul tema della complementarietà, che dal suo punto di vista rappresenta una risoluzione al problema degli opposti (qui, di nuovo, per approfondire).

Il punto centrale, il cuore del libro lo si scopre però procedendo nella lettura, arrivando al capitolo sul conflitto tra obiettivi, a una rassegna della letteratura inerente il tema obiettivi e al modello INSPIRE-MAP, che sintetizza le caratteristiche di un obiettivo “buono”.

Ci concentreremo qui sul tema “conflitto” tra obiettivi lasciando ai lettori il compito di approfondire il resto del libro.

Gli autori in questa parte del volume osservano con particolare raffinatezza clinica il tema del conflitto tra obiettivi, che può creare forti malesseri, blocchi nello sviluppo, paralisi/analisi nel cambiamento di un individuo.
Ne estraiamo qui alcune osservazioni:

  • un primo livello di conflitto riguarda il conflitto tra obiettivi che gli autori chiamano orizzontale. Esistono diversi livelli di obiettivi, dal più “basso” al più “macro/meta”: entro ognuno di questi livelli possono essere presenti conflitti tra obiettivi, potenzialmente in grado di “crashare il sistema” di un individuo, dai dubbi più basici (dove vado in vacanza? mare o montagna?) a quelli più profondi e metacognitivi (famiglia o carriera?); lavorare con il paziente per produrre una chiarificazione dei conflitti, può portare quest’ultimo a sviluppare una gerarchia tra gli stessi
  • il secondo riguarda conflitti verticali, che si sviluppano tra livelli diversi. “Volersi godere la vita nel presente”, può entrare in conflitto con “proteggersi da malattie metaboliche”, livelli diversi che riguardano archi temporali differenti -la quotidianità (oggi) e la vita nel suo insieme, per esempio
  • gli obiettivi dovranno svilupparsi in modo coerente e gerarchico, permettendo all’individuo di muoversi nel suo vivere in modo più libero, consapevole di quali di questi di volta in volta persegue
  • notevole il riferimento agli obiettivi “impliciti”, non consapevoli, maturati in epoche precoci dello sviluppo e in gradi di “remare contro” ad altre linee di sviluppo dell’individuo; anche qui, il fine del lavoro risulta essere la chiarificazione e lo svelamento del conflitto stesso, al fine di prioritizzare. Interessante l’espediente strategico che gli autori citano a inizio lettura, la domanda degli “estremi che svelano”, per cui si porta il conflitto di un individuo ai suoi estremi per capire cosa sceglierebbe in realtà, cosa metterebbe al primo posto tra due scelte possibili (preferiresti vivere tutta la vita, senza poter cambiare, in città o campagna? – domande di questo tipo forzano la scelta del soggetto, arrivando al cuore di quello che potenzialmente potrebbe essere la proprietà per lui/lei).
  • Stando entro la cornice degli obiettivi in conflitto, è possibile che il non raggiungimento di un certo obiettivo stia in realtà soddisfacendo un altro obiettivo implicito, magari non riconosciuto (non raggiungo una stabilità relazionale -fallisco nell’obiettivo- perchè l’obiettivo implicito -retrostante- è quello di pensarmi libero -obiettivo raggiunto-)
  • è fondamentale che il paziente riesca a vedere questi conflitti e si muova col terapeuta per scioglierli, isolando anche possibili “obiettivi canaglia”, rischiosi per altre aree delle vita o troppo “richiedenti” (il concetto di obiettivo canaglia è stato introdotto da Mark Cooper ed è sintetizzato qui, sul suo sito: a fine libro è presente anche un’intervista allo stesso Cooper).

Lo strumento più “forte” per lavorare sul conflitto tra obiettivi è stato chiamato in questo volume “cerchio risorse-obiettivi”, che merita un approfondimento dedicato.

CERCHIO RISORSE-OBIETTIVI: lo strumento definitivo per lavorare sui conflitti tra obiettivi e le risorse

Gli autori del volume, dopo aver parlato a lungo di conflitti e aver presentato il modello INSPIRE-MAP, propongono uno strumento per lavorare sugli obiettivi partendo dalle risorse.

Propongono di disegnare due cerchi concentrici: in quello più interno andranno elencate le risorse possedute dal soggetto (materiali, cognitive, relazionali, spirituali), in quello più esterno gli obiettivi. In un gioco poi di creazione di connessioni tra elementi, come fosse una sorta di sociogramma, al paziente viene chiesto di tracciare delle linee a unire risorse e obiettivi (con questa risorsa, quale obiettivo posso raggiungere?): facendo questo lavoro potrà produrre un’immagine di questo tipo (estratta dal volume):

Qui la consegna esatta:

LE ISTRUZIONI PER CREARE UN CERCHIO RISORSE-OBIETTIVI

Prendi carta e penna e disegna due cerchi concentrici. Il cerchio interno è dedicato alle tue risorse, quello esterno ai tuoi obiettivi. Nel cerchio interno inserisci, in modo sintetico, le risposte alle seguenti domande:

  • «Che cosa sta andando bene nella mia vita?»,
  • «Quali sono i risultati che ho raggiunto?»,
  • «Cosa sta accadendo nella mia vita che voglio continui ad accadere?»,
  • «Che cosa mi piacerebbe continuare a fare?»,
  • «In cosa mi sento bravo?»,
  • «Di che cosa sono soddisfatto?».

Si tratta delle risorse su cui poter far leva per raggiungere i tuoi obiettivi. Nel cerchio esterno inserisci, sempre in modo sintetico, le risposte alle seguenti domande:

  • «In che cosa vorrei essere diverso?»,
  • «Che cosa desidero ottenere?»,
  • «Che cosa voglio migliorare?»,
  • «Quali nuove competenze vorrei acquisire?»,
  • «In quale nuova direzione vorrei andare?»,
  • «Quali sono i miei obiettivi?».

Fra tutto ciò che hai scritto nel cerchio esterno degli obiettivi, identifica qual è il più urgente al momento. Poi chiediti:

  • «Fra le risorse del cerchio interno, quali sono quelle su cui posso far leva per raggiungere quell’obiettivo?».

Ogni volta che ripenserai al tuo obiettivo, anziché cercare nuove soluzioni, focalizzati sulle risorse già disponibili, e su come utilizzarle in modo finalizzato.Ti consigliamo due ulteriori focus. Il primo consiste nel chiederti, per ciascun obiettivo che hai indicato, quali sono le risorse connesse. Poniti poi le seguenti domande:

  • «Ho tutte le risorse necessarie per raggiungere tutti i miei obiettivi?», se no, valuta dove reperire le risorse che ti mancano.
  • e «Fra tutte le risorse che ho indicato, ve n’è qualcuna che è multi finale, ovvero che serve la realizzazione di più obiettivi in contemporanea?»; se sì, si tratta di una risorsa-chiave.

Il secondo focus consiste nel valutare se alcune tue risorse sono contro finali, ovvero se sono di ostacolo anziché rappresentare una facilitazione.

…

Osservando le diverse connessioni tra gli elementi, notiamo che alcune risorse sono collegate a più obiettivi: queste risorse vengono chiamate dagli autori risorse chiave, “multifinali”, particolarmente “potenti” nel favorire il raggiungimento di determinati obiettivi per il soggetto; altre linee, barrate, rappresentano elementi tra di loro in conflitto, chiamati “controfinali”.

Come si osserva questo cerchio mette in evidenzia chiaramente, da subito, i conflitti tra obiettivi: ha il pregio inoltre di poter essere usato in differenti contesti (pensiamo per esempio a come uno strumento del genere possa essere usato anche in ambito di analisi/organizzazione aziendale, lavorando per esempio sulla cultura di un’azienda, tra gli obiettivi in conflitto in ambito di “business”). Rappresenta dunque uno strumento duttile, applicabile in ambiti diversi.

​​Ulteriori aspetti di nota (invitiamo il lettore a leggere il libro per intero):

  • Il capitolo sulla “significatività” degli obiettivi, il che rimanda al tema sul senso della vita, invitando i professionisti a lavorare sugli elementi che per il paziente “rendono la sua vita degna di essere vissuta”
  • Il capitolo sul nuovo realismo ispirato al lavoro filosofico di Maurizio Ferraris, che si costituisce come “presupposto” epistemologico dell’intero libro, in qualche modo giustificando l’intero affondo degli autori sul tema “obiettivi”. Per “nuovo realismo” si intende qui un approccio alla realtà a metà tra realismo (la realtà esiste e noi non ci possiamo fare nulla) e antirealismo/costruttivismo radicale (la realtà è completamente creata da come la leggiamo/vediamo o da come la narriamo), un “giusto mezzo” che considera la realtà esistente, ma modellabile (“inclinati, ma liberi”). Per un approfondimento su questo modo di intendere il rapporto realtà/individuo, si veda questo
  • Un’intervista a Mark Cooper sulla scienza del goal-setting. Cooper osserva come sempre più si osservi, entro differenti matrici teoriche della psicoterapia (psicoanalisi, psicoterapia CBT, etc.), un’attenzione al tema “obiettivi” (magari chiamati con nomi diversi -“direzionalità”, “scopi”). Interessante l’osservazione per cui il terapeuta a volte aiuta il paziente a osservare “obiettivi nascosti”, impliciti; abbiamo prima osservato come a volte fallire alcuni obiettivi possa essere pensato come una vittoria in realtà di altri obiettivi, posti su “livelli diversi” o più impliciti: fondamentale portare alla luce obiettivi e lavorare -ancora una volta- sui conflitti tra di essi
  • Un capitolo sulle domande “strategicamente orientate” per portare alla luce gli obiettivi (a proposito delle “domande” in psicoterapia breve o strategica rimandiamo a questo precedente post, in qualche modo affine) e un interessante affondo su modalità visive/percettive di portare alla luce obiettivi (gli autori osservano come la nostra mente sia “immaginativa” e “narrativa”), che nel testo viene esemplificata tramite la descrizione della cosiddetta “passeggiata artistica”, un esercizio “sensoriale” volto a bypassare gli strumenti più “cognitivi” della propria psicologia, per fare emergere, appunto, scopi e obiettivi; riportiamo qui di seguito la consegna nella sua interezza, sempre tratta dal libro:


    Passeggiata artistica

    Scegli un museo d’arte che ti ispira (per esempio di arte contemporanea) e passeggia tra le varie opere, lasciandoti “chiamare” da un’opera esposta come se quell’immagine esercitasse su di te un’attrazione magnetica. Fai sì che la scelta avvenga in modo spontaneo, che risulti inizialmente inspiegabile («Non so perché, ma quest’opera mi dice qualcosa, ma non so cosa»). È come se fosse l’opera a scegliere te e non il contrario: gli occhi ti restano attaccati a quell’immagine; semmai neanche ti piace, o forse ti turba, ma sicuramente ti “parla”.

    Una volta scelta l’opera, soffermati a contemplarla. Lascia che i tuoi occhi si riempiano e si nutrano di quell’immagine e, dopo qualche minuto di contemplazione, chiediti: «Che cosa mi attira così tanto di quest’opera d’arte?», «Che cosa mi sta dicendo? Qual è il messaggio per me? Che emozione mi suscita?», «Che cosa di me e della mia storia vedo riflessi in lei?», «Se quest’opera rappresentasse un mio problema di oggi, che problema sarebbe?», e «Se volessi cercare una soluzione a questo problema, in quale altra opera presente nel museo posso trovare un indizio risolutivo?». Metti tutto per scritto, in un taccuino che avrai acquistato prima di entrare nel museo.

    Guarda poi chi è l’autore dell’opera, qual è il titolo e la sua storia. Leggi anche la recensione fatta dal curatore della mostra. E chiediti se queste informazioni acquisite arricchiscono di altri significati ciò che l’opera d’arte ti ha suscitato.

    Acquista infine nel bookshop del museo la cartolina che la ritrae, in modo tale da poterla contemplare anche una volta tornato a casa. E acquista due ulteriori cartoline di altre due opere d’arte, usando il medesimo criterio della scelta “a pelle”. Disponi poi le tre cartoline acquistate nell’ordine che a te pare corretto, e scrivi un racconto che metta insieme tutte e tre le immagini. Per aiutarti a restare sul piano metaforico, puoi iniziare con «C’era una volta…». Non si tratta di un esercizio di scrittura creativa, ma di un’esperienza espressiva: non cercare l’estetica (non importa che la storia sia bella e ben scritta), ma l’espressività (importa che emerga spontaneamente). Dopo averla scritta, chiediti: «Quali parti di me e della mia vita sono riflesse nel racconto che ho scritto?», «Oggi, in quale delle tre immagini mi trovo?», «Ci sono dei nodi che restano in sospeso nella storia? Se sì, come potrebbero essere sciolti?».

    Metti tutto per scritto, e lascia decantare il materiale per qualche giorno, per poi rivalutarlo domandandoti se ci sono degli obiettivi di coltivazione personale che emergono da questa esperienza.

Per approfondire, questo videocorso. Qui invece altro su Bernardo Paoli, su questo blog.


Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA.

Article by admin / Generale / recensioni

6 October 2022

IL “MANUALE DELLE TECNICHE PSICOLOGICHE” DI BERNARDO PAOLI ED ENRICO PARPAGLIONE


di Raffaele Avico

Il Manuale delle tecniche psicologiche curato da Bernardo Paoli ed Enrico Parpaglione, psicoterapeuti torinesi, raccoglie un vasto numero di tecniche psicoterapiche, disposte in ordine alfabetico e raggruppate a partire da diversi parametri (dalla scuola di appartenenza, al disturbo verso cui la tecnica sembra maggiormente efficace), descritte anche nel razionale terapeutico (che senso ha usare questa tecnica? cosa dovrebbe ottenere e per quale ragione?).

Nell’editarlo (in 6 anni di lavoro), gli autori hanno chiesto a molti professionisti di esprimersi sulle tecniche che ritenessero maggiormente efficaci nel loro lavoro quotidiano con i pazienti, al di là della loro scuola di appartenenza.

In una delle prefazioni, giustamente chiamata “verso una psicologia”, viene chiarito l’intento “integrativo” degli autori nel presentare tecniche mutuate da più approcci psicoterapici, appunto cercando di focalizzare l’attenzione non tanto sulle scuole di orientamento, ma su cosa funziona e perché nella pratica del lavoro clinico.

Si tratta di un lavoro scritto a uso e consumo di chi, quotidianamente, lavora con pazienti in psicoterapia; è dunque indirizzato a psicoterapeuti, psicologi, counsellor e psichiatri che possiedano una qualche formazione in psicoterapia (la scuola di specialità in psichiatria non è spesso sufficiente a formare uno psichiatra -di formazione medica- a un lavoro psicoterapeutico, ma qui si aprirebbe tutto un altro discorso).

Le tecniche provengono da più orientamenti, e sono ben riassunte nei capitoli dedicati; l’aspetto realmente interessante è la “disclosure” che i terapeuti/autori fanno sul “perché” venga proposta tale tecnica piuttosto che un’altra. Possiamo cioè avere un affaccio diretto sul razionale clinico: per esempio, nella scheda iniziale sull’ABC, leggiamo che la ricerca degli “antecedenti” (per esempio in un attacco di panico) e l’analisi dei pensieri collegati ad essi, dovrebbero fornire al paziente una diversa consapevolezza sul suo stesso modo di interpretare l’accaduto, essendo la tecnica pensata per aumentare la metacognizione del paziente.

Le tecniche descritte sono 110, gli psicoterapeuti e psicologi coinvolti, più di 60.

Il lettore che non debba usarlo per ragioni professionali, vi troverà spunti per “lavorare” in senso psicologico con il suo stesso pensiero, e molteplici esercizi da usare per capirsi meglio, o semplicemente per stimolarsi a un’evoluzione interiore.

Per il lettore psicoterapeuta, il manuale potrà affiancarsi ad altri volumi di “pronto” utilizzo nel lavoro clinico, come per esempio il Dizionario di Psicologia di Galimberti, o il bellissimo Il dono della terapia di Yalom.

Alcune delle tecniche, estratte dall’indice:

  • Grounding (Gilda L. Schiavoni) 
  • Immaginazione attiva (Federica Marzeo)
  • Improprietà situnzionali (Fabio Leonardi) 
  • Intenzione paradossa (Domenico Bellanton) 
  • Interpretazione del transfert (Luca Settembre)
  • Ironia (Bernardo Paola) .
  • Lasciare la testa tra le mani (Alessandro Bianchi)
  • Lavoro con il sogno (Mara Lastretli) 
  • Lettera al genitore (Enrico Parpaglione)
  • Lettere apologetiche (Fabio Leonardi)
  • Lettere di rabbia (Luca Proietti) 
  • Levitazione del braccio (Gladys Bounous)
  • Libere associazioni (Francesco Impagliazzo)
  • Life-line (Simona Filippini)
  • Mandala (Sonia Bertinat e Valentina Mossa) 
  • Metodologia dell’incontro (Simona Adelaide Martini)
  • Mindful eating (Raffaella Gian.)
  • Mindfulness informale (Marco R. Elena e Enrico Parpaglione) 
  • Modellamento (Davide Gallo) 
  • Moviola (Alice Caloiaro)
  • Observation project (Daniela Bulgarelli)
  • Peggiori immagini e sensazioni (Morena Petrongolo)
  • Photolangage (Morena Petrongolo)
  • Ponte emotivo (Enrico Parpaglione)
  • Povero me (Fabio Leonardi)
  • Pozzo dell’oblio (Simona Filippini)
  • Prescrizione del sintomo (Morena Petrongolo)
  • Psicoritratto (Michele Cannavò)
  • Pulpito delle lamentele (Davide Algeri)
  • Quattro cavalieri (Sara De Maria) 
  • Quattro riconoscimenti (Simone Curto)
  • Rappresentazione delle polarità (Valeria Natali)
  • Rescripting immaginativo (Enrico Parpaglione)
  • Respirazione diaframmatica aiutata (Marcello Schmid)
  • Rilassamento muscolare progressivo (Chiara Piscopia)
  • Sabotaggio benevolo (Davide Algeri) 
  • Scaling (Valeria Saladino e Bernardo Paoli)
  • Sculture familiari (Martina Zilio)
  • Sedia vuota (Paola Biondi)

Su questo blog avevamo intervistato Bernardo Paoli qui, e avevamo recensito “Il Piccolo Paranoico“, qui.

Qui per acquistare il volume.


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Article by admin / Generale

14 July 2021

“IL PICCOLO PARANOICO” DI BERNARDO PAOLI. PARANOIA, AMBIVALENZA E MODELLO STRATEGICO

di Raffaele Avico

Il libriccino Il piccolo paranoico di Bernardo Paoli ci fa entrare nel vivo del lavoro di uno psicoterapeuta breve strategico, con un paziente in età tardo-adolescenziale alla prese con una visione persecutoria dell’esistenza.

Il libro è molto scorrevole e agile alla lettura, in quanto corto e strutturato come un dialogo continuo, da cui il lettore può cogliere alcune strategie di psicoterapia breve mutuate dall’approccio dell’autore. Troviamo per esempio:

  • la prescrizione del sintomo come tecnica paradossale, attraverso il quale il “piccolo paranoico” cercherà conferme ai suoi pensieri peggiori, non trovandoli e perciò smontandoli usando un metodo empirico
  • l’uso delle “lettere di rabbia” come strumento di evacuazione della rabbia indotta da eventi relazionali avversi, a cui dovrà alternare “lettere d’amore” (verso la stessa ragazza) quando la rabbia, decaduta, avrà lasciato posto a sentimenti di abbandono e amore inutilizzato
  • la “congiura del silenzio” come strumento atto ad arginare il “contagio” della paranoia, e ad evitare che la rete sociale intorno al paziente formi una rappresentazione di lui troppo problematica, il che produrrebbe solamente un acuirsi del sintomo
  • la “fiducia strategica” come prescrizione paradossale data al paziente, chiedendogli di fare “come se” gli altri fossero ben disposti verso di lui, interrompendo in questo modo i “cicli interpersonali” problematici della paranoia

Al di là degli strumenti strategici messi in atto dal terapeuta nel corso della lettura (il libro è strutturato come un unico lungo dialogo terapeutico), troviamo alcuni spunti interessanti sul lavoro con la paranoia, che è un tema ostico su cui pochi si avventurano (data la complessità della sua trattazione):

  • la presenza di “premesse sbagliate”, schemi mentali troppo rigidi alla base di alcune risposte psicopatologiche (per esempio nel punto in cui il paziente si lamenta di un comportamento scorretto di un vicino di casa assumendo che “visto che la legge deve essere rispettata, allora tutti lo faranno”)
  • il lavoro atto a smontare l’egocentrismo del paziente, che di fatto si pone in una posizione relazionale regressiva, come se le persone dovessero “volergli bene per partito preso” e come se il bene degli altri non dovesse essere qualcosa di guadagnato. Per lavorare su questo punto il terapeuta usa la storia della “volpe e l’uva”, invitando il paziente a “imparare a saltare” senza rimanere affossato nella posizione mentale dell’”uva è acerba” visto che non può raggiungerla
  • la paranoia sembra spesso connessa -in superficie- a un aspetto di competizione sociale/questioni di “rango”, per cui a volte sembra risolversi quando il paziente senta di aver trovato “rivalsa” sull’altro o di averlo/a -meglio ancora- dominato/a.
  • Il lavoro fatto insieme al paziente sul tentare di meglio esplicitare i vissuti durante momenti di particolare gelosia: il terapeuta intende spingere il paziente a scoprirsi di più con la partner, in modo che risulti più semplice essere “letto” dalla compagna, in questo modo migliorando lo stile comunicativo

La paranoia, in generale, è un oggetto complessissimo: capirne i meccanismi di funzionamento vorrebbe dire aver disvelato uno dei misteri della psicopatologia umana. Se consideriamo alcune letture che sono state date, da scuole diverse, alla paranoia, troviamo:

  • la paranoia secondo una prospettiva psicodinamica classica, è aggressività proiettata all’esterno; uno dei concetti forse più utili per comprendere come possa funzionare l’ha tentato Melanie Klein parlando delle due posizioni schizoparanoide e depressiva, ragionando appunto su come in una certa fase della vita del bambino l’aggressività venga proiettata all’esterno, e i “mostri” siano sempre collocati all’esterno da sé: solo crescendo il bambino capirà che il mostro è “anche” interiore, e in una certo senso abita in lui/lei. In questo stato mentale (schizo-paranoide appunto), il mondo si struttura a partire da una polarizzazione radicale, con l’individuo innocente immerso in un mondo (potenzialmente) malvagio
  • la psicoterapia cognitiva (CBT) accampa teorie esplicative per lo più deboli, tentando di lavorare con il soggetto su pensiero e meta-pensiero, e quando va bene prendendo a prestito concetti di derivazione psicoanalitica relativamente all’introiezione della responsabilità e dell’ambivalenza. Spesso i protocolli CBT tentano di far sì che il soggetto prenda su di sé la responsabilità di alcuni accadimenti, senza esternalizzare costantemente la colpa – di fatto spingendolo verso la posizione depressiva teorizzata dalla prima citata Melanie Klein.
    Chi lavori con pazienti persecutori usando la CBT, si rende presto conto di come anche capendo i meccanismi e tentando di lavorare sul pensiero o sulla metacognizione del paziente, e anche quando il paziente stesso diventi consapevole razionalmente di tutto ciò, questo non sarà sufficiente a far decadere il sintomo, il che ci dice di come la CBT -per come è strutturata al momento- sia sostanzialmente inefficace con questo tipo di problematica (o almeno non sufficiente). Si ha sempre l’impressione che non vi sia una reale teoria esplicativa dietro, un reale modello del problema e che non sia sufficiente, all’americana, correggere il pensiero o applicare il “fake it ‘til you become it”, comportarsi cioè “come se” il problema fosse già risolto, al fine di elicitare nell’ambiente esterno una reazione che poi abbia un impatto sul singolo -che si rivela una modalità per lo più inutile, inconsistente soprattutto con pazienti medio-gravi. Per un approfondimento sulle teorie riguardanti la paranoia secondo il modello cognitivista, rimandiamo a questa pagina dell’ottima Tages Onlus. Interessante qui notare la distinzione tra due sottotipi di paranoia: la personalità “povero me” e la personalità “cattivo me”, per cui nel primo caso il paziente vive immerso da “buono” in un mondo che sente “cattivo” (c’è una totale deresponsabilizzazione), nel secondo caso invece il paziente sente la propria cattiveria degna di continue punizioni da parte dell’esterno (e qui invece c’è un senso di colpa intrinseco).
  • Massimo Recalcati contrappone la paranoia all’ambivalenza:
    “La clinica psicoanalitica delle psicosi di Jacques Lacan ha eletto la paranoia come sua figura fondamentale [..] Lacan vede nella paranoia – sempre sulla scia di Freud – un rigetto radicale del soggetto dell’inconscio, una sua negazione sistematica, un atteggiamento di non-credenza, di Un-glauben: nella paranoia non c’è divisione soggettiva, non c’è inconscio, ma solo Io […] La non-credenza paranoica indica che il soggetto non vuole credere alla propria colpa e alla propria responsabilità; egli si presenta solo come la vittima di un Altro malvagio; la sua innocenza è proporzionale alla colpevolezza irredimibile dell’Altro […] Per questa ragione la difesa paranoica si oppone a ogni esperienza possibile dell’ambivalenza; il suo punto fermo – la sua credenza fondamentale – è nell’Io, nell’identità monolitica dell’Io, nell’Io identico a se stesso […] In questo la paranoia appare a Lacan come la vera follia dell’uomo: l’errore patologico del paranoico è quello di credersi “quel che è”, di credersi un “Io”, di erigere il monumento ideale alla propria personalità rifiutando di riconoscere il kakon che lo abita.”
    La lettura del capitolo “Paranoia e ambivalenza” del libro L’uomo senza inconscio ci può dare in questo senso alcune occasioni di riflessione sulla scia di queste parole di Recalcati: vi si spiega in modo molto efficace, nella stile di Recalcati, quello che la psicoanalisi storicamente già disse con Freud sulla paranoia: si tratterebbe cioè della necessità, per il soggetto, di proiettare all’esterno una quota di aggressività -con il fine di salvarsi da una frammentazione identitaria, e di “compattarsi” contro l’altro. In fondo, la paranoia avrebbe in questo senso una funzione di rinforzo dell’Io, compatto contro il nemico “esterno”. Inoltre, permetterebbe all’individuo di schermarsi contro aree di insensatezza esterne a sè, conferendo a “tutto” un significato (“tutto è segno“). Recalcati osserva come il soggetto, in questo modo, neghi l’ambivalenza costituente di ogni affetto umano; in questo senso, il lavoro della psicoterapia è un lavoro apposto al “lavoro della paranoia”, essendo che la psicoanalisi tenta di portare il “terreno di gioco” dei problemi del paziente a un livello interiore, intra-psichico. In questa visione, la paranoia è prima di tutto interna, la scissione e la polarizzazione si compie prima di tutto interiormente: solo in un secondo momento verrà proiettata all’esterno. Questo capitolo (abbiamo intervistato qui Nicolò Terminio su questo libro) rappresenta una lettura più tecnica ma profonda del problema della paranoia, attraverso il modello esplicativo psicoanalitico.
  • assumere alcune sostanze rende gli individui persecutori, questo è un elemento molto osservato in clinica. Assumere per esempio cannabis e soprattutto cocaina/crack, aumenta il senso di persecutorietà. La cocaina aumenta in modo spropositato la quantità di dopamina negli spazi intersinaptici del cervello, procurando diversi sintomi in acuto, tra cui -spesso- paranoia fortissima e non-criticabile. La dopamina porta l’individuo a cambiare assetto mentale, aumentando in modo estremo l’“affordance” della realtà esterna, rendendolo cioè più volitivo, più “ingaggiato” dalla realtà circostante: in una parola, lo porta al massimo del suo livello di agonismo, trasformando la sua visione della realtà in quella di un “guerriero” immerso in uno scenario di “conflitto”. Abbiamo qui scritto relativamente alla teoria della salienza aberrante per la psicosi, un modello di lettura di alcune forme di psicosi correlato a un livello sproporzionato di dopamina. In un certo senso capire l’effetto della cocaina sul cervello potrebbe illuminarci su ciò che determina l’insorgenza di un vissuto persecutorio, aiutandoci a meglio chiarire la questione su quanto la paranoia sia o meno una questione “solamente” biologica.

In generale, Il Piccolo Paranoico tenta di fornire delle indicazioni pratiche per un terapeuta o un paziente che si scontri con il problema della paranoia, usando modalità comportamentali/prescrittive mutuate dal modello strategico per la paranoia, a sua volta influenzato dal modello psicoanalitico relativo a questo problema; l’obiettivo sembra quello di forzare il paziente a raggiungere l’ambivalenza, quell’”impasto” tra amore e odio che, riprendendo Recalcati, “emerge come irriducibile costringendo a un collasso critico ogni concezione meramente separativa degli opposti”.

Lo stile terapeutico è prescrittivo, quando non “espositivo” (il terapeuta indica al paziente alcune modalità di ragionamento e di comportamento che, esponendolo a una situazione per lui nuova, creeranno le condizioni affinché il suo sistema di interazione con la realtà cambi). Da leggere in quanto ricco di spunti, e particolarmente adatto quando si abbia a che fare con una vissuto paranoico “ad alto funzionamento”, con grandi capacità di lavorare su di sé da parte di un paziente “leggero”.

Qui il link Amazon.


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Article by admin / Generale / recensioni

22 May 2021

CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO ONLINE CON VALERIO ROSSO, MARCO CREPALDI, LUCA PROIETTI, BERNARDO PAOLI, GENNARO ROMAGNOLI

di Raffaele Avico

Si è svolto il 21 maggio 2021 un convegno online moderato da Il Foglio Psichiatrico, patrocinato dall’associazione Pre.zio.sa di Torino (con la presenza di Maria Peano), che ha visto la partecipazione di alcuni esperti di salute mentale presenti in forme diverse in Rete, intorno al tema “CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA”, sul divario cioè creatosi in questo anno di pandemia tra l’approccio alla salute come corpo e l’approccio alla salute mentale degli individui -grande “elefante nella stanza”.

Riassumendo in breve i singoli interventi:

  1. VALERIO ROSSO ha parlato di stile di vita, cambiamenti di abitudine e visione integrata mente/corpo per l’approccio alla salute mentale. Ritiene inoltre debba essere svolto un lavoro di misurazione e valutazione “lenta” dei dati clinici che quest’anno di pandemia ci fornirà, senza inutili sensazionalismi. Emerge come pilastro clinico il concetto di disturbo dell’adattamento (qui per approfondire)
  2. GENNARO ROMAGNOLI ha parlato di Mindfulness e regolazione emotiva mediata da questa pratica. Ha portato molti degli argomenti che tratta nel suo blog e podcast “storico” PSINEL
  3. LUCA PROIETTI ha tentato di chiarire l’importanza di una buona diagnosi differenziale tra disturbi d’ansia e dell’umore e, di nuovo, il disturbo dell’adattamento (qui per approfondire)
  4. MARCO CREPALDI ha ragionato a proposito del tema “hikikomori”, osservando da una prospettiva “sociale” alcuni cambiamenti in atto già presenti prima della pandemia, problematizzando -tra le altre cose- il tema dell’impatto sulla mente degli individui dell’esposizione massiva in senso mediatico a cui siamo sottoposti quotidianamente (qui per approfondire)
  5. BERNARDO PAOLI ha infine portato uno studio di ricerca quantitativa sulla sua esperienza di terapia a distanza nel corso della pandemia (e prima), osservando quanto il lavoro online sia una strada percorribile, sicura ed efficace (ne abbiamo scritto e parlato a fondo qui). Per approfondire il lavoro di Bernardo Paoli

Al di là dei singoli apporti personali, declinati attraverso tematiche “core” per i singoli individui, alcuni punti emersi sono stati:

  1.  il grande elefante della stanza in senso clinico, come prima accennato, è il disturbo dell’adattamento; si è parlato in questo anno di epidemia di depressione, ansia, panico, insonnia, per lo più a sproposito: in realtà la cittadinanza si è confrontata con la necessità di adattarsi a una realtà cangiante, poco prevedibile e percepita come allarmante; l’area clinica è dunque l’area della gestione della stress, del management energetico e dei disturbi post traumatici (tra cui, appunto, il disturbo dell’adattamento)
  2. esiste la necessità -per il prossimo futuro- di migliorare tutto ciò che concerne l’”educazione scientifica”, intesa come comunicazione e divulgazione della scienza ed educazione all’utilizzo delle fonti da parte della cittadinanza, presa nel frullatore di una comunicazione sensazionalistica e impulsiva soprattutto a riguardo del Covid19
  3. la pandemia sembra aver impresso un’accelerata a un processo che socialmente osservavamo già prima del 2020; la pressione costante a uno stile di vita omologato, standard, votato al consumo per lo più solitario, sembra essere stato sospinto agli estremi dalle limitazioni sanitarie accorse negli ultimi mesi; il fenomeno Hikikomori inteso come “assetto mentale” sembra paradigmatico: la percezione di un “dentro sicuro” contrapposto a un “esterno pericoloso” ha trovato terreno fertile negli ultimi mesi, essendosi spostata la comunicazione per lo più su piattaforme digitali, in grado come sappiamo di polarizzare gli individui, radicalizzandoli su posizioni spesso estreme. Questi aspetti di “psicologia sociale” rappresentano elementi sfumati e poco indagabili in senso quantitativo, pur essendo probabilmente il vero elemento centrale che meriterebbe una seria analisi: il rischio sembra essere in fin dei conti la degradazione delle forme più virtuose di relazione sociale. Ci si dovrebbe inoltre interrogare sul potere intossicante dei Social Media, presi nella loro totalità.

L’incontro è visibile qui:


Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA. Qui invece l’area membri/Patreon per sostenere il blog, in cambio di contenuti dedicati (4€/mese)

Article by admin / Generale

2 September 2020

FARE PSICOTERAPIA VIAGGIANDO: VIDEOINTERVISTA A BERNARDO PAOLI

di Raffaele Avico, Luca Proietti

Abbiamo intervistato Bernardo Paoli a proposito di terapia breve e terapia a distanza.

Emergono alcuni punti che meritano di essere tenuti in considerazione:

  • la terapia breve, non equivale a dire terapia strategica. La terapia strategica è un portato teorico tutto italiano, ruotante intorno alla figura di Giorgio Nardone presso la Scuola di Psicoterapia breve strategica di Arezzo; il costrutto strategico affonda le sue radici nei teorici di Palo Alto, e discende da alcune figure particolarmente carismatiche: Paul Watzlawick e Milton Erickson sopra gli altri. Abbiamo recensito Change di Watzlawick qui per chi volesse approfondire
  • Occuparsi di terapia breve, al di là della questione strategica, significa spostare l’attenzione sul presente, chiedendo a noi stessi come clinici cosa mantenga in piedi l’insieme dei sintomi sviluppati da un paziente. Passando quindi dal “perchè” al “come”
  • Con buona pace dei detrattori (per lo più psicoanalisti), queste terapie ottengono risultati eccellenti, soprattutto con certi tipi di problemi, in tempi rapidi. Questo vuol dire che impegnarsi in psicoterapie lunghe equivale a spendere, in alcuni casi, moltissimi soldi in modo inutile. 10 sedute con uno psicoanalista astensionista, silenzioso, potrebbero equivalere a una seduta di un terapeuta interventista preparato che lavori in modo interattivo con il suo paziente. Non esistono al momento tuttavia, almeno in ambito strategico, outcome di ricerca possano supportare questi risultati, il che rappresenta il vero tallone d’Achille dell’approccio (e questo Paoli lo chiarifica molto bene nell’intervista)
  • lavorare a distanza si può, e questo lo testimonia lo stesso stile di lavoro di Paoli. La decisione di intervistarlo ha avuto come obiettivo, tra gli altri, approfondire se e in che modo la psicoterapia possa prendere forme e modi diversi. Qui, come noterete, assistiamo a un’esplosione del setting. Addirittura osserviamo un terapeuta che viaggia, lavorando via telefono, adottando un setting per lo più costruito erigendo dei limiti solamente “temporali” (anche qui, Paoli sottolinea, con eccezioni: le sedute possono avere durata variabile); la questione “luogo” è irrilevante. Il tutto è molto in linea con l’attuale progressivo smaterializzarsi del corpo in favore della sopravvivenza del solo “dato”, del solo contenuto.

Come si noterà dalla visione del video, emergono alcuni punti di domanda che interrogano la psicoterapia breve s e strategica  (ma farebbero lo stesso anche con la CBT) sulla sua stessa metodologia terapeutica:

  • che fare con i soggetti che manifestino un disturbo depressivo di tipo melanconico?
  • Che fare con un paziente che soffra di narcisismo? Lo stesso Paoli ragiona su questo, sottolineando come nella scuole di psicoterapia strategica alcuni quadri sintomatologici sembrino non esistere, o essere ignorati
  • che fare con un paziente psicotico, o con un bambino?

Le domande fatte:

  1. Bernardo, ci dici chi sei e di cosa ti occupi?
  2. Terapia online e pazienti difficili: la terapia cosa perde e cosa guadagna?
  3. Quali sono le situazioni più complicate che ti sei trovato ad affrontare online?
  4. Il tuo approccio e il tuo percorso formativo? dal tuo punto di vista, cosa mancava e manca alla strategia e cosa hai aggiunto?
  5. Limiti e futuro della terapia strategica
  6. Cosa pensi della comunicazione online e sugli effetti delle”bolle” informative Club psicologici: cosa sono?
  7. Le tue routines
  8. ASPETTI CLINICI: qual è il tuo punto di vista sul fenomeno del disturbo di panico?
  9. ASPETTI CLINICI: esistono elementi di “distorsione” o “errore” che rintracci in modo ricorrente, trasversalmente, come cause di malessere nei tuoi pazienti?
  10. ASPETTI CLINICI: l’uomo in lotta con se stesso, o con parti di sè: quali sono le conseguenze?
  11. ASPETTI CLINICI: cosa significa “stare bene” in senso psichico?
  12. Felicità in psicoterapia? Obiettivo corretto o no?
  13. Quali percorsi/libri senti di consigliare?

Buona visione:


Article by admin / Generale / interviste

10 March 2026

21 delle 66 interviste presenti su questo blog

di Raffaele Avico

Su questo blog sono state pubblicate circa 65 interviste, in circa 5 anni. Alcune di queste sono state condotte per POPMed, altre risalgono a un periodo precedente.

Come si nota dal taglio editoriale e dai contenuti, le interviste non raccontano di un’adesione a una scuola di pensiero unica, ma promuovono una pluralità di punti di vista (non frammentazione, ma molteplicità), tentando di evitare di semplificare problemi complessi e di fornire, al contempo, informazioni utili al lettore. 

Il modello comunicativo fondamentale che muove questo blog è il giornalismo utile, con un’attenzione particolare alla bontà delle fonti e alle ricadute pragmatiche delle informazioni portate.

Le interviste, tutte, si possono raggruppare qui.
Qui di seguito alcune delle più recenti, presentate dall’AI:

  1. Giorgio Nespoli – La ricerca in psicoanalisi oggi (2 febbraio 2026) – Intervista al docente torinese Giorgio Nespoli, che discute le “frontiere” della psicoanalisi contemporanea. Nespoli parla dell’importanza del campo interpersonale, del modello post‑bioniano e delle narrative derivate; spiega che l’interpretazione diventa più “debole” per favorire l’autointerpretazione del paziente e che la terapia è co‑costruita dal paziente e dal terapeuta. Offre inoltre una bibliografia sui lavori di Civitarese, Ferro e altri. Leggi l’intervista.
  2. Bernardo Paoli – Lavorare per obiettivi in psicoterapia (1 dicembre 2025) – Lo psicoterapeuta Bernardo Paoli presenta il libro Qual è il tuo obiettivo?, scritto con Maria Sperotto, spiegando come il “cerchio risorse/obiettivi” possa aiutare i pazienti a chiarire i propri conflitti interni. Descrive tecniche espressive come l’uso delle carte Dixit, camminte artistiche e cut‑up per far emergere contenuti implicitii. Leggi l’intervista.
  3. Mauro Semenzato – Introduzione al Somatic Experiencing (2 ottobre 2025) – Il terapeuta Mauro Semenzato introduce il metodo Somatic Experiencing di Peter Levine. Spiega che il metodo mira a completare le risposte motorie congelate durante il trauma e collega questa pratica alla teoria polivagale e agli studi etologici di Tinbergen. Leggi l’intervista.
  4. Gianandrea Giacoma – Being Sapiens (1 settembre 2025) – Intervista al divulgatore Gianandrea Giacoma, creatore del canale YouTube “Being Sapiens” e della rubrica “Psicoterapeuti italiani”. Giacoma utilizza una serie fissa di domande per confrontare le risposte di psicoterapeuti provenienti da diverse scuole e si ispira alla teoria della complessità. Leggi l’intervista.
  5. Claudia Ricco e Alessandro Sommacale – Psicologia dell’aviazione (1 luglio 2025) – La psicologa Claudia Ricco e il pilota Alessandro Sommacale illustrano il ruolo emergente dello psicologo dell’aviazione: screening psicologico del personale, gestione delle emergenze e del comportamento dei passeggeri, con un’attenzione alla formazione tramite simulazioni. Leggi l’intervista.
  6. Simone Cheli – Modello diagnostico HiTop (3 giugno 2025) – Lo psicoterapeuta Simone Cheli spiega il modello HiTop, un sistema diagnostico gerarchico che considera spettro interno (internalizing), esterno (externalizing) e somatizzazione. Discute il “fattore P” come vulnerabilità generale e le ricadute cliniche del modello. Leggi l’intervista.
  7. Francesca Belgiojoso – Le fotografie in psicoterapia (1 luglio 2024) – La psicoanalista Francesca Belgiojoso spiega come usa la fotografia in clinica. Chiede ai pazienti di scegliere foto con forte salienza emotiva (“punctum”) e, in terapia, le aiuta a costruire un contesto e una cornice di significato; la fotografia diventa un dispositivo evocativo. Leggi l’intervista.
  8. Costanza Jesurum – L’autrice di “bei zauberei” (3 giugno 2024) – Intervista alla psicoanalista junghiana Costanza Jesurum. Racconta come il blog “bei zauberei” sia uno strumento per l’autoformazione e spiega che scrivere la aiuta a studiare. Cita le teorie psicodinamiche che ritiene più utili nella pratica quotidiana. Leggi l’intervista.
  9. Federico Seragnoli – Psicoterapia assistita da psichedelici (18 aprile 2024) – Il dottorando Federico Seragnoli racconta il programma di psicoterapia assistita da psichedelici a Ginevra. Descrive come accedere a questo servizio (riservato ai cittadini svizzeri), spiega il razionale per i pazienti e offre spunti di riflessione sull’uso terapeutico dei psichedelici. Leggi l’intervista.
  10. Matteo Buonarroti – Psicoterapia assistita da psichedelici (14 marzo 2024) – Primo medico italiano ad aver completato il training della Mind Foundation. Racconta il suo percorso di due anni a Berlino, sottolineando che i corsi europei sono rari; spiega che la formazione è centrata su aspetti teorici e preparatori e cita i centri di ricerca più avanzati. Ricorda che, in Europa, l’unico luogo dove la terapia psichedelica si pratica su pazienti è Ginevra. Leggi l’intervista.
  11. Massimo Agnoletti ed Emiliano Toso – Trattamento integrato dell’ansia (9 novembre 2023) – Intervista sul superamento della tradizionale terapia espositiva. Gli autori spiegano che l’abituazione semplice non funziona: bisogna “spiazzare” il cervello del paziente creando aspettative disattese e memorie inibitorie. Sottolineano l’importanza di sonno, attività aerobica, alimentazione e microbiota per consolidare l’apprendimento. Leggi l’intervista.
  12. Emiliano Toso – Le frontiere della terapia espositiva (12 agosto 2023) – Toso, psicoterapeuta di Rovigo, descrive come il modello di “apprendimento inibitorio” di Michelle Craske stia sostituendo l’abituazione nella terapia espositiva. Il nuovo approccio mira a creare memorie antagoniste alla paura e considera fattori come qualità del sonno e microbiota. Leggi l’intervista.
  13. Sara Carletto – Embodied Minds (21 giugno 2023) – La ricercatrice Sara Carletto descrive il gruppo Embodied Minds dell’Università di Torino. Il team integra nella psicoterapia tecniche a mediazione corporea come EMDR e mindfulness e studia la comunicazione terapeutica; hanno sviluppato il progetto “Nevermind”, una maglietta con sensori collegata a un’app per monitorare parametri di stile di vita. Leggi l’intervista.
  14. Davide Sisto – Tanatologia digitale (27 aprile 2023) – Il filosofo Davide Sisto parla di tanatologia digitale: studia come le tecnologie cambiano il rapporto con la morte e il lutto. Spiega che la tanatologia è nata nella medicina legale e si è poi estesa alle scienze umane; denuncia la rimozione culturale della morte in Occidente e consiglia letture e film sul tema. Leggi l’intervista.
  15. Un ricordo di Luigi Chiriatti – studioso di tarantismo (30 maggio 2023) – L’autore racconta una visita a Luigi Chiriatti e rimanda a un’intervista video. Ricorda il suo contributo alla preservazione della cultura salentina, il ruolo nel Canzoniere Grecanico Salentino e il ricco archivio acquisito dal comune di Melpignano. Leggi l’articolo.
  16. Martina Migliore – Superhero Therapy (5 dicembre 2022) – La psicoterapeuta CBT Martina Migliore presenta la “Superhero Therapy”, approccio derivato dall’Acceptance and Commitment Therapy che utilizza i supereroi per lavorare con adolescenti e giovani adulti. Leggi l’intervista.
  17. Serie “Fuga di cervelli” (15 novembre 2022) – Articolo che introduce la serie di podcast “Fuga di Cervelli”, in cui professionisti emigrati (psichiatri, psicologi) confrontano i modelli di presa in carico della salute mentale in Belgio, Svizzera e Stati Uniti . Comprende link agli episodi. Leggi l’articolo.
  18. Costanzo Frau – Trauma e dissociazione (1 febbraio 2021) – Intervista al terapeuta Costanzo Frau. L’autore gli chiede definizione di trauma e dissociazione, le migliori prassi cliniche e la teoria di riferimento; Frau cita il lavoro di Colin Ross e Remy Acquarone e parla della diagnosi differenziale tra disturbi dissociativi e psicosi. Leggi l’intervista.
  19. Mauro Bologna – Presidente SIPNEI (10 ottobre 2022) – Intervista in video a Mauro Bologna, presidente della Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia (SIPNEI). Bologna illustra le attività della società, i temi del congresso nazionale e il panorama europeo della PNEI, introdotto in Italia da Francesco Bottaccioli. Leggi l’intervista.
  20. Jonas di Gregorio – Il rinascimento psichedelico (18 ottobre 2020) – Intervista al ricercatore Jonas di Gregorio in cui illustra l’uso clinico dei psichedelici, in particolare per il PTSD. Sottolinea che nessun farmaco attuale risolve il PTSD e consiglia i documentari A New Understanding e Trip of Compassion. Leggi l’intervista.
  21. Rossella Valdrè – Il ritorno (masochistico?) al trauma (13 ottobre 2020) – Articolo‑intervista alla psicoanalista Rossella Valdrè che analizza il ritorno attivo al trauma come fenomeno borderline tra dipendenza e masochismo. Valdrè spiega che alcuni sopravvissuti cercano volontariamente luoghi o pensieri legati al trauma; questo comportamento contrasta con il principio di piacere freudiano e richiede una rilettura economica e clinica del masochismo. Leggi l’intervista.

NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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30 August 2023

POPMED: 10 articoli/novità dal mondo della letteratura scientifica in ambito “psi” (ogni 15 giorni)

di Raffaele Avico, Francesco Della Gatta, Andrea Pisano

PREMESSA: pubblichiamo qui in chiaro la newsletter POPMed di metà agosto 2023. POPMED è UNA NEWSLETTER DI AGGIORNAMENTO A TEMA “PSI” -A PAGAMENTO. L’obiettivo di questa newsletter è semplice: ogni due settimane vengono inviati una decina di articoli importanti in ambito di ricerca sul tema “psi” (psichiatria, psicologia clinica, avanguardie di ricerca in tema psicologia, salute mentale), presentati con una sinossi minima. Costa 9,90€ al mese. Qui per iscriverti.

Ecco la newsletter di Agosto 2023 (AGOSTO, 2023: POPMed #19). Iscriversi in modo free alla newsletter equivale a poter vedere i primi due articoli; sottoscrivere un abbonamento a pagamento, rivela gli altri articoli proposti.

1. La compulsione a dominare

É stata da poco pubblicato un articolo firmato da Bernardo Paoli (che avevamo qui intervistato) e Roberta Caterina Tanzi a proposito del narcisismo patologico, riletto come un disturbo incentrato sulla “compulsione alla dominanza”, articolo molto “pratico” nei suoi risvolti psicoterapeutici.
Gli autori raccontano in breve il disturbo narcisistico per punti, e fanno una mini-review della letteratura psicoterapeutica inerente il trattamento dello stesso, di fatto proponendo le caratteristiche “universalmente note” a proposito del trattamento di questo paziente.
In seguito (e questa si configura come la parte più interessante dell’articolo) elencano alcune trappole facilmente incontrabili dal terapeuta nel suo lavoro con questo tipo di paziente, con spiegate le “soluzione alternative”. Tra queste, troviamo la “trappola n.7”: gli autori sottolineano come lavorare sulla regolazione e sul processamento emotivo possa essere difficoltoso e spesso prematuro con pazienti narcisistici: diversi studi hanno evidenziato deficit metacognitivi relativi alla propria emotività, cosa che porta gli autori a consigliare un cauto lavoro sempre in termini metacognitivi, a proposito delle ripercussioni delle proprie azioni sugli altri (lavorare non sul senso di colpa, ma sulla metacognizione e sulla lettura -all’interno della mente dell’altro- delle conseguenze dei propri comportamenti).
Di fatto, un articolo/compendio utile e maneggevole per il trattamento del disturbo narcisistico.

Eccovi l’articolo:

Narcissism is Treatable. The Priority for Dominance in Narcissistic Personality Disorder and Traps to Avoid in Psychotherapeutic Treatment


2. Leccare rospi

Torniamo a parlare brevemente di psichedelici.
Nell’immaginario collettivo relativo alla psichedelia, leccare i rospi ha sempre avuto un certo potere narrativo/evocativo. L’anno scorso è uscito un lungo articolo sulla farmacologia e sulle possibili applicazioni cliniche del composto 5-MeO-DMT, presente nel veleno del Bufo Alvarius, un rospo del Sud-America, e spesso inserito nel composto Ayahuasca. L’effetto viene descritto come molto potente, ma anche molto corto (massimo mezz’ora), caratterizzato da sensazioni di “dissoluzione dell’Io” (un effetto spesso ricercato dal popolo degli psiconauti) e sensazioni mistiche.
Per chi fosse interessato, questo articolo riporta la letteratura esistente a proposito degli effetti dell’uso di questo composto su diversi aspetti dell’umore, approfondendo poi gli effetti del suo utilizzo sulla neurobiologia del corpo. In seguito, gli autori si spingono a ipotizzare possibili usi clinici del composto 5-MeO-DMT, osservando come un suo utilizzo potrebbe essere meglio controllabile in senso clinico data la minore durata dei suoi effetti (circa mezz’ora, appunto).
Seppur il composto abbia acceso un interesse da parte di diverse aziende (per esempio questa: https://alvarius.com/), gli autori osservano come robusti studi quantitativi sembrino mancare, essendo la letteratura composta per ora da osservazioni qualitative a proposito di esperienze individuali (per esempio quelle contenute in questo volume).

Eccovi l’articolo:

The clinical pharmacology and potential therapeutic applications of 5-methoxy-N,N-dimethyltryptamine (5-MeO-DMT)

 

3. Risorse

Il Comprehensive Resource Model è uno strumento ideato da Lisa Schwarz, che mette insieme alcune delle conoscenze più solide a proposito della terapia del trauma psichico.
Sappiamo che il trauma “ricade sul corpo”, e che una delle difficoltà nella sua elaborazione riguarda la possibilità di ricordarlo anziché riviverlo (il PTSD viene spesso descritto come una patologia della memoria). Questo modello include diversi protocolli che tentano un approccio duplice, seguendo queste due linee: 1) elaborare il trauma in senso mnestico 2) dissipare/scaricarlo in senso corporeo. Il modello vuole essere molto applicativo/pratico, e si struttura a partire dal concetto di “risorsa”. Non è simplicissimo da capire, ma è abbastanza utile: sul sito principale che lo illustra, troviamo diversi articoli, tra cui quello che qui proponiamo.
Prima di tutto, va considerato che le basi neurobiologiche dell’approccio sono state approfondite da Frank Corrigan, scozzese, che in abito di psicotraumatologia è ricordato per aver sviluppato il Deep Brain Reorienting. Le basi teoriche di quest’ultimo modello (qui riassunto/spiegato) fanno da fondamento al Comprehensive Resource Model, che viene esaurimentemente spiegato nel lavoro che qui riportiamo, di fatto una tesi di dottorato (si vedano anche questi video).

Eccovi l’articolo:

New Whiskey in Old Barrels
Comprehensive Resource Model: A Case Study of a New Trauma Treatment Model


4. Non cosa pensi, ma come pensi

Un recentissimo articolo a proposito dell’importanza del pensiero critico, studiata attraverso un esperimento condotto su un campione di studenti in età da scuola secondaria. L’esperimento in questione era consistito in un intervento di “promozione e spiegazione” del pensiero critico (non cosa pensi, ma come pensi) sul suddetto campione – e nell’indagine conseguente a proposito di eventuali miglioramenti degli studenti in termini di performance.
Gli autori, facendo un passo indietro, si chiedono giustamente cosa sia, di fatto, il pensiero critico. Lo presentano in modo criptico, traendo la definizione della American Philosophical Association expert consensus: “purposeful, self-regulatory judgment which results in interpretation, analysis, evaluation, and inference, as well as explanation of the evidential, conceptual, methodological, criteriological, or contextual considerations upon which that judgment is based”. Proseguendo nell’articolo, gli autori arrivano a parlarne come di una competente metacognitiva, un’attitudine cioè alla riflessione a proposito del proprio stesso pensiero.
Spiegano quindi la tipologia di intervento proposta ai ragazzi del campione, mettendone in evidenza i diversi sotto-testi teorici: si trattava di aiutare i ragazzi a cogliere fallacie logiche e bias cognitivi, e di aiutarli a rallentare i processi di pensiero più automatici e veloci, spesso forieri di distorsioni cognitive e letture “troppo emotive”. Un articolo da leggere lentamente, denso di significato visto il posto centrale che avrà il pensiero critico in futuro, nel contesto di un mondo sempre più complesso.

Eccovi l’articolo:

It is not what you think it is how you think: A critical thinking intervention enhances argumentation, analytic thinking and metacognitive sensitivity


5. Ritardare la gratificazione

Il video che sotto riportiamo, mette in discussione una tendenza molto attuale alla glorificazione della dieta da dopamina messa in atto per “disintossicarsi dalla dipendenza da dati/schermi”, consigliando altre, più corrette modificazioni dello stile di vita: in particolare viene consigliata la cosiddetta “gratificazione ritardata”.
La dopamina è un neurotrasmettitore che regola molteplici aspetti della nostra vita psichica, e pensare che sforzarsi a un‘astinenza dagli stimoli che ne inducono il rilascio possa portare qualche beneficio, è sostanzialmente sbagliato. Si tratta di un trend “montato” a fini commerciali, divenuto una sorta di slogan.
La dopamina è implicata nel concetto di intenzionalità: come osserviamo nel video, quando l’esperienza supera le aspettative che ci eravamo a proposito dell’esperienza stessa, la dopamina viene rilasciata, producendo un rinforzo positivo che ci porterà a ricercare quello stesso rinforzo anche in futuro. Questo è quello che viene chiamato circuito di reward. Sensazioni largamente appaganti, producono un rilascio di dopamina che altera in modo continuativo il circuito di reward: tuttavia, sospendere per qualche ora l’assunzione di cibi gratificanti o le esperienze piacevoli, non lo riporterà al suo stato originario. Il punto è proprio questo: il problema non è la quantità di dopamina, ma l’alterazione del circuito di reward. Come spiega l’autore del video, l’errore in questo ragionamento è proprio immaginare che la quantità di un singolo neurotrasmettitore possa modellare così a fondo il comportamento umano. Per tentare una normalizzazione del circuito di reward, viene consigliato un comportamento puntuale: la gratificazione ritardata, in grado idealmente di ri-settare il circuito di reward, al centro dell’articolo che qui proponiamo.

Eccovi l’articolo:

The neural basis of delayed gratification


6. Elefanti traumatizzati

Comprendere la letteratura del trauma negli animali ci può dare una grande mano nella compressione del trauma nell’uomo. Come leggiamo nell’articolo che qui proponiamo, le strutture antiche del nostro cervello si sovrappongono alle stesse strutture antiche della maggior parte degli animali vertebrati. Le reazioni sono le medesime, nelle stesse situazioni: di fronte a una minaccia percepita come soverchiante, il nostro corpo e il nostro cervello reagiscono seguendo delle traiettorie che per nulla differiscono da quelle adottate, per esempio, da una zebra o un orso: di fronte a una minaccia, il nostro cervello produce una reazione di estremo allarme, a cui seguono due possibili risposte, di fuga o -laddove quest’ultima non sia possibile-di attacco, oppure di collasso nel caso in cui le risposte precedenti non siano state possibili (l’immobilità tonica descritta in questo brillante video o in questo articolo ). Sul PTSD, come viene descritto in questo articolo, esiste una controversia scientifica per comprendere se e in che modo il disturbo esista anche negli animali: non tanto quindi la reazione al trauma, quanto tutto ciò che al trauma consegue, che nell’uomo appare così difficile da lasciare andare. Gli autori fanno riferimento  a questo lavoro (piuttosto recente), che cita diversi altri lavori fondamentali (come questo e ancora di più questo), e all’interno del quale gli autori osservano come un animale spaventato produca meno prole e questo aumenti la quantità di vegetazione su un determinato territorio (in questo senso viene usata la formula “ecologia della paura”). Al di là di questo, l’articolo sintetizza lo stato attuale degli studi sul trauma negli animali. Interessante.

Eccovi l’articolo:

Do Wild Animals Get PTSD?


7. Tutto sul self-talk!

Il linguaggio interno è da sempre oggetto della ricerca in ambito di psicologia clinica, in primis della psicologia evolutiva. Il celebre Vygotskij considera il linguaggio interno -nei bambini- come uno strumento auto-normativo, un modo di autoregolarsi in una fase di crescita rapida.
Dalla pagina Wikipedia dedicata alla voce “discorso interno”, apprendiamo che lo stesso Vygotskij descrisse il linguaggio interno in modo fenomenologicamente puntuale:
“Essendo un linguaggio soggettivo “per sé stessi”, ipotizzando una sua registrazione risulterebbe incomprensibile a chiunque, in quanto formato da estreme abbreviazioni, sintatticamente formato da soli predicati in quanto il soggetto è dato per scontato, ricco di cambi di paradigma “ipertestuali” con immagini o fantasie esclusive”
Il self-talk, il parlare a sé, è però clinicamente rilevante anche in molteplici altre aree del lavoro dello psicoterapeuta: pensiamo al self-blame del paziente depresso, o al rimuginio incessante del paziente ossessivo.
L’articolo che qui proponiamo è un approfondimento su questo “fenomeno“ della psicologia umana, preso in modo trasversale. Si tratta di una review di 100 articoli selezionati, incentrati sul tema, “scansionati” e analizzati per capire quali fossero i punti più importanti in comune. Da questo lavoro gli autori estrapolano prima di tutto una categorizzazione del self talk (buono/cattivo, libero/orientato al compito, strategico, etc.), quindi passano in rassegna gli articoli partendo da questa iniziale, grande divisione in categorie, fornendo alcuni spunti estremamente interessanti (per esempio propongono di parlare non tanto di self-talk buono o cattivo, ma di self-talk “facilitante” o “disabilitante”).
Ne risulta una concettualizzazione del self-talk legata a doppio filo al tema della -di nuovo- metacognizione: la funzione del self-talk, sarebbe una funzione regolativa (il che ci riporta alla teoria iniziale di Vygotskij, per la quale il linguaggio interno avrebbe una funzione normativa -autoregolativa appunto). L’articolo contiene molto, molto altro, e costruisce infine un modello “totale” (qui riassunto).

Eccovi l’articolo:

Self-Talk: An Interdisciplinary Review and Transdisciplinary Model


8. 10 anni in più

È di recentissima pubblicazione su The Lancet un articolo che indaga le conseguenze in termini cognitivi del Long Covid: a quanto pare, nei soggetti colpiti da Covid e portatori di sintomi “di lunga durata” (Long Covid, appunto), vi sarebbe un abbassamento del livello di performance congnitiva paragonabile ad aver subìto un invecchiamento di 10 anni di età. Il problema del Long Covid è ancora poco esplorato, e necessità nei prossimi anni di essere compreso a fondo (si veda per esempio questo lavoro su Nature: https://doi.org/10.1038/s41467-023-39193-y)

Eccovi l’articolo:

The effects of COVID-19 on cognitive performance in a community-based cohort: a COVID symptom study biobank prospective cohort study


9. Dal digiuno intermittente alla dieta mima-digiuno: conoscere il lavoro di Valter Longo

Uno dei nostri riferimenti in termini di fonti, è sicuramente il portale Found My Fitness curato da Rhonda Patrick, che approfondisce diversi aspetti inerenti il benessere psico-fisico. I contenuti sono sempre di estrema qualità. Sulla pagina inerente il tema del digiuno, troviamo diversi riferimenti autorevoli: sappiamo che lavorare sull’alimentazione ha ricadute a cascata sul benessere psichico (gli studi sulla psichiatria dello stile di vita ce lo ricordano). Tra questi lavori, è citato un lavoro a proposito del cosiddetto programma mima-digiuno, una tipologia peculiare di dieta, che possiamo approfondire sulla pagina personale di Valter Longo, un ricercatore e professore italiano naturalizzato statunitense riferimento internazionale sul tema della longevità e ideatore della dieta, appunto, “mima digiuno”. Questa tipologia di dieta prevede un peculiare regime alimentare fatto a cicli (qualche giorno al mese), con caratteristiche peculiari (qui un esempio: https://www.abiby.it/magazine/beauty-news/dieta-mima-digiuno/). Nell’articolo che riportiamo, un approfondimento sui suoi benefici, e un’introduzione alla tematica.

Eccovi l’articolo:

Fasting-mimicking diet and markers/risk factors for aging, diabetes, cancer, and cardiovascular disease


10. Articolo Storico!! Un parco per i topi

Se parliamo di addiction e dipendenza, non possiamo prescindere dal lavoro sugli ambienti arricchiti e dagli esperimenti di Bruce Alexander negli anni ‘70. Questo sperimentatore indagò la compulsione a consumare una determinata sostanza nei topi, quando questi fossero inseriti in un contesto più o meno “ricco” in termini di stimoli ambientali.
Alexander propose un’ipotesi innovativa: la dipendenza da sostanze non sarebbe consistita principalmente nel “legame chimico”, ma piuttosto sarebbe stata causata dalle condizioni di vita stressanti e deprivanti in cui l’individuo si fosse trovat*. Per verificare la sua teoria, Alexander creò -per le cavie- un ambiente chiamato Rat Park, uno spazio più ampio e stimolante, con cibo abbondante e la presenza di altri topi di entrambi i sessi nella stessa gabbia. Le cavie avevano accesso a giochi, svago e possibilità di riproduzione e cura dei cuccioli, creando un ambiente simile a quello naturale dei topi.
Nel Rat Park le cavie, che precedentemente avevano sviluppato dipendenza da morfina (in esperimenti tradizionali), mostravano una minoranza di preferenza per l’acqua con morfina. Come a dire: un deterrente naturale per lo sviluppo di addiction, sembrava essere il “senso di connessione” e la quantità di stimoli presenti nell’ambiente stesso.

Eccovi l’articolo:

The effect of housing and gender on morphine self-administration in rats.

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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
  • Nella sezione FORMAZIONE sono contenuti post a contenuto vario, che hanno l’obiettivo di (in)formare il lettore a proposito di un determinato argomento.
  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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