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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

Search Results for: liotti

21 May 2026

UNA LEZIONE DI GIOVANNI LIOTTI (VARESE 2010)

di Raffaele Avico

Pubblichiamo un audio estratto da una registrazione di una lezione di Giovanni Liotti del 2010 a Varese.

Su questo blog abbiamo citato diverse volte Liotti, forse uno dei più grandi psicoterapeuti degli ultimi 50 anni in Italia, almeno in ambito trauma/dissociazione/sviluppi traumatici.

Qui per raccogliere altri contenuti dove Liotti viene citato sul blog. Qui per introdursi al suo modello teorico.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Generale / ptsd

2 December 2024

SISTEMI MOTIVAZIONALI, EMOZIONI IN CLINICA, LIOTTI: UN APPROFONDIMENTO (E UN’INTERVISTA A LUCIA TOMBOLINI)

di Raffaele Avico

Abbiamo intervistato Lucia Tombolini, psichiatra e docente, storica collaboratrice di Giovanni Liotti, a proposito dei Sistemi Motivazionali Interpersonali (SMI).

Quello che ne è emerso è un ottimo dialogo per chi voglia meglio comprendere questa “lente” interpretativa su diversi fenomeni clinici.

L’intervista è raggiungibile a questo link.

La Teoria dei Sistemi Motivazionali è potenzialmente in grado di “superare” (o almeno di affiancare) la prospettiva pulsionale che Freud aveva pensato come “basale” nel funzionamento psichico.
Per Freud le pulsioni erano “rappresentanti” del corpo entro il “reame” della mente, fenomeni psicologici direttamente derivanti dal corpo, elementi di “confine” tra il somatico e la psiche: la psicologia di un individuo sarebbe stata, per Freud, “determinata” dalla forma della loro “organizzazione”.
Parliamo invece, con i Sistemi Motivazionali, di un insieme di comportamenti a base innata che si sviluppano fin dalla vita intrauterina, “regali” dell’evoluzione in grado di muovere il soggetto a comportamenti e relazioni, fin dalla sua nascita. Per una introduzione generale alla Teoria dei Sistemi Motivazionali interpersonali, si veda qui.

Integriamo l’intervista a Lucia Tobolini con un riferimento al tema delle emozioni, viste alla luce della teoria degli SMI.

Le emozioni potrebbero essere lette, usando questa lente, come “segnali” di attivazione di particolari SMI. Quando c’è un’emozione che si “staglia” dal fondo, è utile per uno psicoterapeuta chiedersi: “qual è il Sistema Motivazionale Interpersonale attivato in relazione ad essa”? Quando infatti questo stesso SMI avesse trovato un suo “compimento”, spesso osserveremmo un risolversi dell’emozione stessa, come se le emozioni avessero una “funzione di segnale” per qualcosa riguardante i Sistemi Motivazionali. Pensiamo per esempio all’ansia da separazione/paura nei bambini piccoli, che si attiva in concomitanza con la minaccia di un attaccamento interrotto, e si risolve quando l’attaccamento è (anche solo “virtualmente”) rispristinato: in questo caso l’emozione è un segnale, un segno dell’attivazione di un particolare SMI. E la stessa cosa vale anche per le altre emozioni.

Un approfodimento su questi temi lo troviamo proprio sul prima citato “L’evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali” a cura di Liotti, Fassone e Monticelli: ne riportiamo qui di seguito un estratto, incentrato proprio sul tema emozioni e SMI (da pag. 162 a pag. 170), scritto da Giovanni Liotti -come sempre geniale.


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Sistemi motivazionali e psicopatologia dei disturbi emozionali

Per illustrare il contributo della TEM alla comprensione delle emozioni che caratterizzano la psicopatologia, ci soffermeremo sui casi in cui l’emozione appare sregolata per intensità e frequenza, esaminando i casi dell’ansia, della tristezza, della colpa, della vergogna e della collera.

[…]

Ansia

Se si esamina la più comune emozione che compare all’interno dei disturbi psicopatologici, l’ansia, alla luce della Teoria Evoluzionistica della Motivazione, si nota che la sua definizione elementare e classica – paura senza oggetto – appare discutibile. La TEM, infatti, induce a riconoscere sempre l’oggetto della paura in un ostacolo o una minaccia al conseguimento della meta di uno dei sistemi motivazionali. Per esempio l’ansia da separazione, sintomo caratteristico di disturbi agorafobici e claustrofobici, è spesso riconducibile alla percezione cosciente o inconscia di un ostacolo al raggiungimento della meta del sistema di attaccamento (la vicinanza protettiva a una fonte di aiuto e conforto quando, per qualsiasi motivo, ci si senta vulnerabili e soli: Bowlby, 1972). L’ansia da separazione andrebbe allora considerata, con maggiore precisione, come paura dell’inaccessibilità o della perdita delle figure di attaccamento, e come paura della solitudine. Pure riconducibili al sistema di attaccamento sono l’ansia generalizzata e l’ansia ipocondriaca, quando i problema cruciale sembra essere non soltanto la rappresentazione di un rischio (di un qualsiasi danno oppure di una malattia) ma anche o soprattutto la resistenza ad accettare il conforto che figure d’attaccamento (familiari, amici, medici) tentano di offrire nella forma di rassicurazione circa l’inesistenza o l’improbabilità del rischio temuto. Ben diverso è il caso dell’ansia sociale, dove l’ostacolo (l’oggetto della paura riguarda il conseguimento della meta di rango caratterizzante l’attivazione del sistema competitivo (agonistico). L’ansia sociale dovrebbe dunque essere meglio definita come paura di subire un giudizio negativo che compromette l’aspirazione a mantenere o incrementare il rango sociale percepito. Altri tipi di paura abnorme, come quelli che caratterizzano i disturbi correlati allo stress post-traumatico (fra i quali molti esperti considerano anche i disturbi borderline e dissociativi: Liotti, Farina, 2011) e quelli che possono apparire nel corso dei deliri di persecuzione, sono riconducibili soprattutto alle operazioni del sistema di difesa per la sopravvivenza (vedi capitolo 3), non principalmente ai sistemi di attaccamento e di rango.

Non è infrequente che alcuni tipi di ansia abbiano come oggetto ostacoli al conseguimento delle mete di due o più sistemi motivazionali. Per esempio, il panico è non di rado riconducibile all’esperienza di paura senza soluzione tipica dell’attaccamento disorganizzato (Cassidy, Mohr, 2001). Nell’attaccamento disorganizzato esiste una tensione abnorme fra i sistemi di attaccamento e di difesa per la sopravvivenza (vedi capitolo 3), tale che coesistono paura di danneggiamento da parte della figura di attaccamento e paura di perderne la vicinanza protettiva così che non è possibile né cercare prossimità né fuggire (Liotti, Farina, 2011). Nel conflitto fra questi due sistemi motivazionali si apre la possibilità di gravi processi dissociativi, nei quali il sistema di difesa per la sopravvivenza contribuisce in particolare alla depersonalizzazione (Liotti, Farina, 2011).

Tristezza

I tre sistemi motivazionali chiamati in causa per comprendere i tipi più comuni di paura abnorme sono anche quelli più spesso coinvolti nelle diverse forme di dolorosa angoscia, tristezza e malinconia che compaiono in numerosi disturbi psicopatologici. Quando è coinvolto principalmente il sistema di attaccamento, la forma assunta dall’esperienza emozionale è quella della tristezza per la perdita, ben diversa anche fenomenologicamente dalla tristezza per la sconfitta o il fallimento, caratteristica dell’implicazione prevalente del sistema agonistico. Un’analisi attenta delle posture e dei resoconti dell’esperienza soggettiva permette poi di differenziare da queste due la forma di accasciamento emozionale legata al sistema di difesa per la sopravvivenza. Quest’ultima si palesa come sentimento diffuso ed estremo d’impotenza, riconducibile all’attivazione progressiva del nucleo dorsale del vago nel processo che conduce alla finta morte (feign death: vedi capitolo 1; vedi anche Porges, 2007 e Seligman, 1975).

É degno di nota che paura e tristezza (ansia e depressione se si preferisce la terminologia corrente in psicologia clinica e psichiatria) sono spesso associate fra loro con emozioni esperite in maniera abnorme (soprattutto collera etero- o autodiretta, vergogna e colpa) in diversi disturbi psicopatologici. La TEM permette di studiare queste associazioni di emozioni in ogni sindrome clinica a partire dall’ipotesi che esse siano coordinate dallo stesso sistema motivazionale e ne riflettano la tipica sequenza operativa. Per esempio, si può prevedere che la tristezza per la perdita si coniughi più facilmente al timoroso sentimento di vulnerabilità conseguente alla solitudine percepita (sistema di attaccamento) in un dato paziente, mentre la tristezza per sconfitta o fallimento sia più probabilmente legata, in un altro, alla paura del giudizio sociale negativo e alla vergogna (sistema agonistico).

Vergogna e colpa

Vergogna e colpa, che sono entrambe presenti in molti disturbi psicopatologici, sono state e sono ancora oggetto di importanti indagini e di controversie negli studi teorici ed empirici riguardanti la psicopatologia. È ben nota la divergenza fra le teorie psicoanalitiche classiche che attribuiscono un ruolo cruciale alla colpa seguendo la concezione freudiana del Super-lo, e la Psicologia del Sé (Kohut, 1971) che tende a considerare più importante la vergogna almeno nella genesi dei disturbi psicopatologici più gravi (per una sintesi recente degli argomenti di questa controversia, si può consultare il terzo capitolo del libro di Aron e Starr, 2013). Kohut (1971) considera la vergogna come un sentimento diffusivo che può espandersi a tutto il Sé annichilendolo, mentre la colpa è un sentimento più maturo che si manifesta in fasi più avanzate dello sviluppo della personalità, ed è conseguenza di singole contravvenzioni a specifiche proibizioni morali. Secondo Kohut (1971) le personalità narcisistiche non hanno sviluppato una struttura superegoica adeguata, e quindi non sperimentano sentimenti di colpa anche se possono descrivere le loro esperienze di vergogna in termini di elevati ideali morali. La fondamentale idea che la vergogna tende a essere sperimentata come pervasiva dell’esperienza di sé mentre la colpa è contestualizzabile nell’ambito di specifiche trasgressioni trova un corrispettivo nella discriminazione fra le due emozioni suggerita cal cognitivismo clinico: la vergogna si basa sulla convinzione (belief) di essere globalmente “sbagliati” o “fatti male”, mentre la colpa è basata sulla credenza di aver fatto qualcosa di male o di sbagliato.
La ricerca empirica sulle differenze fra vergogna e colpa sembra offrire sostegno alla tesi di Kohut: una meta-analisi di numerosi studi (Kim, Thibodeau, Jorgensen, 2011) dimostra che l’associazione dei sintomi depressivi con la vergogna è significativamente superiore rispetto a quella con la colpa. Tuttavia, nello stesso studio meta-analitico sono presenti considerazioni riguardanti il rischio che un’inadeguata discriminazione concettuale fra vergogna e colpa renda vano il tentativo di indagare sia sul diverso ruolo patogeno delle due emozioni, sia sui processi mentali che le rendono abnormi per intensità, durata e contesto

di comparsa. Nell’articolo di Kim, Thibodeau e Jorgensen (2011) si legge che l’associazione dei sintomi depressivi con la vergogna cessa di essere significativamente diversa dall’associazione con la colpa quando si considerano due varianti di colpa disadattativa: la colpa causata da un esagerato senso di responsabilità per eventi incontrollabili, e la colpa generalizzata liberamente fluttuante (cioè non riferibile ad alcun contesto specifico). L’identificazione di diversi tipi di colpa crea problemi per la differenziazione fra vergogna e colpa negli studi empirici di psicopatologia, tanto più che sono state descritte, per lo più su basi cliniche, numerose varianti del sentimento di colpa: colpa edípica, colpa da separazione e slealtà, colpa del sopravvissuto, colpa da senso di responsabilità onnipotente e colpa maligna (self-hate guilt), colpa deontologica e colpa altruistica (definite in O’Connor, Berry, Weiss et al., 1997; Mancini, 2008). Il problema posto al ricercatore dalla difficoltà di discriminare fra la vergogna e alcune varianti della colpa può essere illustrato con un esempio. La colpa maligna e la colpa liberamente fluttuante potrebbero apparire difficilmente distinguibili dalla vergogna perché come quest’ultima sono emozioni diffusive che invadono ampiamente l’esperienza di sé e dunque, diversamente dalla colpa per trasgressioni a specifiche interdizioni morali, non sono facilmente contestualizzabili.

A nostro avviso, la TEM permette di discriminare sempre fra vergogna e colpa in modo particolarmente efficace, risolvendo il suddetto problema. Secondo la TEM, la vergogna è un’emozione tipica del sistema agonistico, anche se potrebbe manifestarsi nel sistema sessuale nella forma mitigata del pudore e, in forma estrema, nel sistema affiliativo come conseguenza dell’espulsione dal gruppo. La colpa, invece, non è tipica di alcun sistema motivazionale, e può manifestarsi in un buon numero di essi: nel sistema di accudimento (dove accompagna o segue il disattendere alle richieste di cura e stimola il rispondere), nel sistema cooperativo (dove frena la slealtà verso i partner con cui ci si è impegnati in un’impresa congiunta), nel meccanismo che inibisce la violenza intraspecifica (vedi la descrizione del MIV nel capitolo 3), e nel sistema affiliativo (dove scoraggia il persistere nella trasgressione alle norme del gruppo).
Nel normale funzionamento del sistema di attaccamento, la comparsa di colpa e vergogna non offrirebbe invece, almeno nei primi due anni di vita in cui il sistema è particolarmente attivo, alcun vantaggio evoluzionistico in termini di raggiungimento della meta adattativa. Per questa ragione, colpa e vergogna devono attendere la maturazione di sistemi diversi da quello di attaccamento per diventare facilmente osservabili nel bambino. Soltanto quando, durante il terzo anno di vita, si possono attivare, insieme a quello di attaccamento, altri sistemi motivazionali (nei quali colpa e vergogna rivelano le proprie finalità evoluzionisticamente adattative) le due emozioni si possono talora osservare, frammiste a quelle di attaccamento, durante le interazioni fra bambino e caregiver.

Il vantaggio adattativo della colpa è evidente: essa muove alla riconciliazione e dunque contribuisce a salvaguardare relazioni sociali dotate di alto valore evoluzionistico. Il valore evoluzionistico della vergogna può sembrare a prima vista meno evidente, ma diviene chiaro se si considera la dinamica dei segnali di sottomissione e di dominanza durante le contese per il rango sociale. Quando la sfida e l’aggressività reciproca fra due contendenti, che caratterizzano le prime fasi operative del sistema agonistico, cominciano a dimostrare la forza superiore di uno dei due, nell’altro si attiva un automatismo psicobiologico che inibisce il comportamento aggressivo. Questo automatismo è noto come subroutine di resa, o di sottomissione, del sistema agonistico. Nella subroutine di resa il tono muscolare, fino a quel momento molto alto per permettere le condotte aggressive, si riduce bruscamente. Il sangue, che era stato richiamato nei muscoli per nutrirli durante lo sforzo competitivo, defluisce rapidamente verso i visceri e soprattutto verso la cute, donde il rossore tipico della vergogna. L’andare verso l’antagonista a testa alta e schiena dritta, per colpirlo, si arresta in una sorta di accenno di fuga (fuga invertita, nella terminologia degli etologi) e si trasforma in uno dei possibili segnali di resa. Lo sconfitto evita lo sguardo del vincitore a segnalare che cessa di attaccarlo, china il capo e persino si prostra, oppure si getta sul dorso e alza nel vuoto gli arti, a mitare la posizione di una preda sul punto di essere uccisa. Allo stesso tempo anche il vincitore cessa l’attacco, e pur mantenendo la postura dell’agressione vincente (spalle alzate, mento in alto) rivolge nel vuoto la tensione aggressiva residua: può emettere, per farlo, una sorta di urlo di trionfo rivolto verso il cielo, può correre brevemente sul terreno dell’agone, o colpire con i pugni il proprio torace invece dell’avversario sconfitto, come fanno i gorilla. E questa la subroutine di trionfo, detta anche di dominanza, del sistema agonistico che viene spontaneo collegare, quando la osserviamo in un animale, a un’emozione simile all’orgoglio umano. La vergogna, invece, è l’emozione che altrettanto spontaneamente colleghiamo all’incipiente subroutine di resa che apre la strada ai segnali di sottomissione.

L’essenziale valore evoluzionistico legato alla capacità di formare gruppi sociali coesi dipende dunque anche dalla capacità di manifestare vergogna, avviando con i corrispondenti comportamenti la costruzione di gerarchie sociali primordiali basate su rapporti di dominan-za-subordinazione (Trower, Gilbert, 1989). Tali tipi di gruppo sociale sommano in sé i vantaggi dell’orientamento univoco (indicato dal do-minante) e dell’unione delle forze di molti. L’esistenza di gerarchie di rango riduce la conflittualità interna fra i membri del gruppo, e apre la strada all’evoluzione di forme diverse di gruppo sociale, meno rigidamente gerarchiche e più orientate alla collaborazione (vedi il tema del sistema di affiliazione umano nel capitolo 4).

La TEM permette dunque una chiara distinzione fra le emozioni di colpa e vergogna attraverso l’analisi degli scopi finali che l’individuo persegue nel momento del loro manitestarsi (rispettivamente, riparazione di una relazione per la colpa, e riconoscimento della maggiore forza o competenza di un altro membro del gruppo per la vergogna).

Quest’analisi è facilitata dall’osservazione dei comportamenti e dei fenomeni corporei che accompagnano le due emozioni: posture chine, evitamento dello sguardo diretto, lieve allontanamento dall’altro e rossore nel caso della vergogna; avvicinamento benevolo con postura eretta e sguardo rivolto all’altro nel caso della colpa.

Si potrebbe opinare che una tale scrupolosa discriminazione tra colpa e vergogna non è clinicamente indispensabile, argomentando che le due emozioni si manifestano spesso insieme in diversi disturbi psico-patologici, e sono riconducibili a percezioni negative di sé che hanno molti aspetti in comune. A queste argomentazioni, la TEM oppone solidi controargomenti. È vero che le percezioni di sé durante le manifestazioni congiunte di colpa e vergogna si sovrappongono e rendono difficile la discriminazione tre vedue emozioni, ma no os per ke rappresentazioni dell’altro, e quindi di sé-con-l’altro Nella colpa il Sè è rappresentato come responsabile di un danno che ha causato all’altro o alla relazione con l’altro, quindi come dotato di forze, competenze o risorse pari o superiori a quelle dell’altro, altrimenti non avrebbe potuto recargli danno. Nella vergogna, invece, la rappresentazione dell’altro è caratterizzata dalla riconosciuta superiorità, quanto meno sul piano etico, e la rappresentazione di sé da un’ inferiorità meritevole di giudizio morale negativo e persino di disprezzo. In altre parole, chi prova vergogna si sente inferiore e tendenzialmente impotente, mentre chi prova colpa si sente responsabile e abbastanza “forte” da poter-causare danno. Quanto poi al motivo per cui le due emozioni di colpa e vergogna e le due corrispondenti rappresentazioni tendono apparentemente a sovrapporsi, la TEM lo rintraccia nel confondersi quasi simultaneo di due contesti relazionali e motivazionali che però restano diversi fra loro. Per esempio, un paziente in psicoterapia che racconti di aver tradito qualcuno che ama, mentendogli, prova durante il racconto colpa verso la persona amata, e vergogna di fronte al giudizio negativo che si aspetta formarsi nella mente del terapeuta. E probabile che un terapeuta attento soprattutto alle dinamiche relazionali e motivazionali in cui è personalmente coinvolto durante lo scambio clinico noti soprattutto o soltanto la vergogna del paziente, e intervenga su quella. Un terapeuta portato a esplorare le narrazioni e le dinamiche intrapsichiche del paziente piuttosto che la relazione terapeutica in corso forse noterebbe, di fronte allo stesso racconto, soltanto la colpa. Un clinico che cerchi guida nella TEM noterebbe entrambe le emozioni, contestualizzate in due simultanee rappresentazioni di sé-con-l’altro: quella in corso e che coinvolge il terapeuta (dove affiora la vergogna), e quella con la persona amata e ingannata che il paziente sta rievocando (dove affiora la colpa). Il vantaggio clinico sta nella possibilità di esplorare, nella sequenza che appare più opportuna (di regola, prima la colpa e poi la più paralizzante vergogna), entrambi gli ambiti di esperienza e significato.

Collera

La collera compare normalmente nelle sequenze emozionali tipiche di diversi sistemi motivazionali. Nel sistema di attaccamento essa appare nella forma di protesta contro l’incipiente allontanamento della figura di attaccamento, ed è finalizzata a impedirlo. Nel sistema di accudimento il fine della collera è scoraggiare in modo rapido ed energico la persona che si vuole proteggere dal compiere azioni dannose o pericolose, come segnalato nello scritto di Bowiby (1984) di cui il capitolo 3 ha offerto una sintesi. La collera appare nel sistema agonistico durante le prime fasi della contesa per il rango, e si manifesta come aggressività ritualizzata il cui scopo è ottenere la resa dell’an-

tagonista senza danneggiarlo seriamente (vedi i capitoli 1e 3). Una

forma primordiale e violenta di collera accompagna la fase di attacco del sistema di difesa per la sopravvivenza, dove l’aggressività non è ri-tualizzata ma volta a danneggiare o uccidere. E importante ricordare che l’aggressività, altrettanto distruttiva, del sistema predatorio non è accompagnata da collera (vedi capitolo 3). Infine, stati mentali e condotte alla cui genesi contribuiscono i sistemi motivazionali di ordine superiore, inducendo modificazioni nella collera e nell’aggressività che caratterizzano le operazioni di sistemi più arcaici, sono la gelosia, l’invidia e il sarcasmo.

La causa più frequente di manifestazioni abnormi per intensità e durata della collera eterodiretta è certamente il deficit, transitorio e contesto-dipendente ovvero più stabile, della funzione regolatrice esercitata dai sistemi motivazionali di ordine superiore su quelli evoluzionisticamente più antichi. Tale deficit può conseguire a variabili genetiche e temperamentali, ma probabilmente è più spesso conseguente a tensioni dinamiche abnormi fra sistemi motivazionali come quelle fra attaccamento e ditesa per la sopravvivenza che caratterizzano l’attaccamento disorganizzato (capitolo 3; Liotti, 2014a).

Più complessa è la genesi della collera rivolta verso se stessi. Per rivolgere verso di sé collera e aggressività, è anzitutto necessario che esista la capacità di un dialogo interiore a sostegno della coscienza di sé estesa nel tempo (Damasio, 2010), ovvero a sostegno della descrizione narrativa dell’identità personale. Secondo la TEM, in assenza di tale capacità (che ovviamente manca negli animali e non è sviluppata nei piccoli umani fino al terzo anno di vita) collera e aggressività so-no, per regola di adattamento darwiniano, sempre eterodirette. Data l’esistenza della capacità di dialogo interiore, particolari contesi interpersonali e specifici processi mentali devono intervenire nel corso dello sviluppo della personalità perché collera e aggressività possano essere rivolte verso di sé, rompendo la regola evoluzionistica che le vuole eterodirette. Alcune ipotesi sui contesti interpersonali e sui processi mentali capaci di dirigere su di sé collera e aggressività sono stare discusse nella parte finale del capitolo 3 (pp. 85-86).

COMMENTO

Liotti era un bowlbiano convinto e aveva in mente, pensando alla clinica, la Teoria dell’Attaccamento, sapeva di come i bambini esprimono emozioni a partire da “mandati” evoluzionistici, pre-cognitivi, assolutamente innati. Una parte del suo lavoro è stata incentrata sul comprendere come questi mandati si attivano e funzionano nel rapporto di un paziente con il suo terapeuta, o all’interno della vita di un bambino che poi diventa uomo. Pressoché tutti i comportamenti di un bambino possono essere letti a partire dalla lente “sistemi motivazionali”: i problemi insorgono quando questi mandati non trovano “soddisfazione“, o non sono “attivabili”.

Un noto test proiettivo riguardante i bambini in età prescolare, l’MCAST, permette di simulare delle situazioni critiche per osservare quanto e in che modo il bambino attivi i suoi sistemi motivazionali (in particolare il sistema di attaccamento), e come questi trovino il loro compimento.

Nella vita di un adulto, di fronte a situazioni di minaccia, o in altri numerosi frangenti, i Sistemi Motivazionali si attivano e cercano una loro meta: le emozioni ci raccontano di come questa “traiettoria”, questa teleologia, si sviluppi e trovi una sua chiusura.

La cosa importante da tenere in considerazione è che molte delle emozioni portate da un paziente durante una psicoterapia, possono essere rilette a partire da questa prospettiva.
Come sottolinea Liotti, per esempio, un attacco di panico o una forte ansia a riguardo del corpo potrebbero essere riletti come un sistema di attaccamento attivato che non trova un suo compimento (avevamo qui scritto a proposito di una lettura del panico come ansia da separazione estrema, di fronte a una minaccia di “rottura di un attaccamento”): non sarebbe tanto il problema in sé l’oggetto della minaccia, quanto il terrore relativo al percepirsi -in questo- isolati (cito testualmente Liotti: “Per esempio l’ansia da separazione, sintomo caratteristico di disturbi agorafobici e claustrofobici, è spesso riconducibile alla percezione cosciente o inconscia di un ostacolo al raggiungimento della meta del sistema di attaccamento (la vicinanza protettiva a una fonte di aiuto e conforto quando, per qualsiasi motivo, ci si senta vulnerabili e soli: Bowlby, 1972). L’ansia da separazione andrebbe allora considerata, con maggiore precisione, come paura dell’inaccessibilità o della perdita delle figure di attaccamento, e come paura della solitudine”). Il passaggio è abbastanza importante, perché sposta l’attenzione dal sintomo a qualcosa di più relazionale e primevo, elemento causale che spesso viene facilmente accettato e riconosciuto dal paziente come plausibile e “naturale”. Inoltre ci fa riflettere su quanto gli aspetti relazionali, in clinica e fuori da essa, rappresentino un elemento centrale: non sarebbe tanto cosa dice una terapeuta a una suo paziente a fare la differenza, ma come risponda alle richieste implicite messe in atto dal paziente a livello dei sistemi motivazionali, quanto il terapeuta sappia rispondere a un sistema di attaccamento attivato in un paziente spaventato, quanto sappia porsi in modo cooperativo in altri frangenti, etc.

Su quest’ultimo punto convergono d’altronde molti filoni di studi in ambito psicoanalitico, il che ci racconta -ancora una volta-  di come Liotti abbia saputo integrare in sé visioni diverse, approcci teorici differenti, sempre più convergenti, alla ricerca di un “denominatore comune” in psicoterapia.

Su Liotti abbiamo qui tentato una sintesi del suo “modello di lavoro”.

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Article by admin / Generale / interviste

31 March 2023

L’eredità teorica di Giovanni Liotti

di Raffaele Avico

Gianni Liotti è considerato uno dei padri della psicoterapia cognitiva in Italia, insieme a Vittorio Guidano.

Nel suo  “Sviluppi Traumatici” tentò di approfondire la questione relativa alle problematiche post-traumatiche fornendo moltissimi spunti di riflessione e una lettura estremamente plausibile di alcune comuni forme di psicopatologia nel paziente post-traumatico.

Liotti parte dal presentare la diagnosi di PTSDc, ovvero Stress Post Traumatico Complesso, costrutto diagnostico utilizzato per indicare situazioni di stress post traumatico in caso di abusi cumulativi e ripetuti, con le relative ripercussioni in termini psichici.

Lo stress Post Traumatico complesso differisce dal semplice Stress Post Traumatico per la qualità dei traumi subìti dal paziente: non singoli e devastanti traumi, ma traumi relazionali multipli e protratti nel tempo. Liotti porta come esempio lo stile di attaccamento di tipo D (disorganizzato) come ambiente naturale di sviluppo di un PTSDc. Cosa vuol dire, secondo l’autore, sviluppare un PTSDc in ambito di uno stile di attaccamento disorganizzato?
Gli attaccamentologi descrivono lo stile di attaccamento D come disorganizzato/disorganizzante. Questo vuol dire avere a che fare costantemente con uno o più figure di attaccamento imprevedibili o spaventanti verso le quali il bambino impara a rapportarsi in modo confuso e ambivalente, senza mantenere una reale linearità nel comportamento di attaccamento.

Nei famosi esperimenti di Mary Ainsworth relativi alla strange situation, osserviamo come i bambini con un attaccamento insicuro D manifestino verso la figura di attaccamento comportamenti ambivalenti e contraddittori, come spinti da pulsioni opposte (ricerca di attaccamento vs paura).

Crescere in un ambiente traumatico in modo continuativo conduce secondo Liotti a sviluppare un certo tipo di personalità post-traumatica, con tratti peculiari. Quello che riteniamo importante in questa sede approfondire è la questione relativa a quelle che Liotti chiamava strategie di controllo. La questione potrebbe essere sintetizzata, per punti, come segue:

  1. Crescere in ambienti traumatici vuol dire sperimentare profonde delusioni in senso relazionale. Spesso chi cresce in ambienti problematici si trova a vedersi rifiutato/a nei propri slanci di attaccamento: immaginiamo per esempio un bambino che tenti di aggrapparsi al collo della madre vedendosi rifiutato o umiliato in questo bisogno: imparerà a inibire, in sé, questa pulsione, o a manifestarla in particolari circostanze.
  2. I vissuti di umiliazione e i bisogni frustrati porteranno il bambino a evitare tutto ciò che potrebbe ri-attualizzare queste fratture relazionali; l’evitamento diventerà un tratto del carattere, che contrasta con i potenti bisogni di protezione e accudimento
  3. Crescendo, il bambino imparerà a disattivare i comportamenti di attaccamento pur sentendone il bisogno (sono stati a questo proposito effettuati interessanti esperimenti su bambini con atteggiamenti di evitamento, osservando come il bisogno di un contatto relazionale permanga, ma sia osservabile solo attraverso la modificazione di indici corporei come tachicardia, variazione del ritmo del respiro, etc. Questo dimostrerebbe come anche in bambini con uno stile di attaccamento evitante permanga a livello preconscio il bisogno di lanciarsi in movimenti di attaccamento).
  4. Nel corso dello sviluppo, e così come accade nei casi di stress post-traumatico, la gestione della rievocazione delle memorie traumatiche, così come la gestione del rapporto con le figure atte al caregiving, avverrà attraverso la messa in atto di quelle che l’autore chiama strategie di controllo, strategie cioè funzionali a mantenere il controllo (mastery) nel corso dell’attivazione del sistema di attaccamento, che muove emozioni veementi e collegate a vissuti traumatici e di rifiuto.
  5. Le strategie di controllo avvengono per mezzo di una distorsione del normale comportamento di attaccamento da parte del bambino: il bambino diviene eccessivamente accudente verso il genitore (genitorializzazione), o al contrario punitivo/autoritario/tirannico o ancora seduttivo (in senso non sessualizzato) verso la figura di attaccamento. Questo fa sì che non si trovi mai in balia e nella posizione di dipendere dal caregiver.
  6. Crescendo, le strategie controllanti precocemente sviluppate diverranno nei casi migliori tratti di personalità stabili e in qualche modo adattativi. Altre volte invece, quando non ben compensate o mal regolate, troveranno spazio nelle più comuni griglie diagnostiche in senso psicopatologico. A proposito di questo Liotti sottolinea come andrebbero ripensate alcune sindromi in relazione alla messa in atto di queste strategie (per es. un disturbo oppositivo/provocatorio, o quella che potrebbe essere definito un disturbo “isterico” in senso classico, potrebbe essere ripensato attraverso questa lente, cioè la messa in atto di strategie di controllo in un quadro post-traumatico).

Quest’ultimo punto è particolarmente degno di nota e rappresenta un punto di novità rispetto alla comune considerazione della psicopatologia.

Secondo Liotti cioè la presenza di un disturbo post-traumatico è grandemente sottovalutata e andrebbe ricercata nella storia di qualunque paziente arrivi all’ascolto di uno psicoterapeuta/psichiatra. Se si sospetta la presenza di un PTSDc, andrà indagata la presenza di strategie controllanti nello stile di attaccamento del paziente e nella gestione della sua emotività.

Per esempio, quando arrivi in seduta un paziente con un disturbo simil-depressivo, è utile cercare di capire se dietro questo disturbo primario non si nasconda un disturbo post-traumatico originario a cui il paziente, nel tempo, abbia imparato ad adattarsi attraverso al messa in atto di strategie di controllo. Quella che Janet aveva definito “stanchezza mentale” o “declino post-traumatico”, è spesso riscontrabile nei casi di stress post-traumatico cronico precipitato in una forma simil-depressiva, quello che in tempi non lontani dal nostro veniva chiamata –non a caso- “esaurimento nervoso”.

L’importanza del lavoro di Liotti è quindi quello di aver spinto sulla messa in discussione delle procedure consuete di diagnosi. Occorre quindi indagare se al di là dei sintomi eclatanti portati dal paziente non esista un disturbo primevo con caratteristiche di stress post-traumatico. Vivere uno stress post-traumatico significa d’altronde incorrere in una serie di sintomi fisici non indifferenti (come vampate di iper-arousal, sudorazione sregolata, etc.) e spesso in disturbi inerenti la qualità del sonno, che minano quella che è stata genericamente definita “forza dell’Io” e conducono a un generale senso di impotenza e debolezza psicologica.

Abbiamo su questo blog pubblicato in precedenza alcuni approfondimenti sul lavoro di Liotti:

  1. LE TEORIE BOTTOM-UP NELLA PSICOTERAPIA DEL POST-TRAUMA (di Antonio Onofri e Giovanni Liotti)
  2. PSICOPATIA E AGGRESSIVITÀ PREDATORIA, LA VERSIONE DI GIOVANNI LIOTTI (da “L’evoluzione delle emozioni e dei Sistemi Motivazionali”, 2017)
  3. IN MORTE DI GIOVANNI LIOTTI
  4. Qui un audio (puntata podcast) sul modello Liottiano

Qui di seguito invece riportiamo un estratto da un articolo di Camilla Marzocchi (AISTED) su un libro recentissimo pubblicato sul lavoro di Liotti.

Recensione: “Conversazioni con Giovanni Liotti su Trauma e Dissociazione“, a cura di Cristiano Ardovini, Cecilia La Rosa, Antonio Onofri (Edizioni ApertaMenteWeb 2023)

di Camilla Marzocchi, Consigliera AISTED

Ultimo arrivato nella nostra Bibliografia Essenziale di Psicotraumatologia, “Conversazioni con Giovanni Liotti su trauma e dissociazione” risulta un dono speciale per tutti i terapeuti esperti o che vogliano avvicinarsi alla psicotraumatologia, un dono perché gli autori si sono dedicati con perizia e cura ad un corposo lavoro di raccolta di materiali personali, appunti, interviste, trascritti di lezioni e supervisioni, per offrire al lettore un dialogo diretto con Giovanni Liotti, a ormai cinque anni dalla sua morte, rendendo fruibile il suo pensiero e soprattutto la sua dialettica e apertura inconfondibili.

Per chi ha avuto l’onore di assistere alle lezioni di Liotti, la lettura scorre veloce e appassionata proprio come le sue lezioni, con qualche sorriso e molta nostalgia, ma lasciando l’attenzione incollata alle parole che affiorano dalla sua viva voce, insieme alla consueta e inarrestabile velocità del pensiero e delle riflessioni di ampio respiro che permettono di spaziare dalle neuroscienze alla letteratura, dalla fisiologia alla pittura, mantenendoci però ben saldi allo sguardo clinico sempre centrato alla chiave di lettura a lui cara: identificare la psicopatologia della dissociazione attraverso le più svariate e complesse esperienze di umana sofferenza. Per chi non avesse mai avuto la possibilità di un incontro diretto con Giovanni Liotti, questo libro è certamente un’occasione preziosa da cogliere, ricca di spunti storici e riflessioni sulla nascita del suo pensiero, digressioni sulle diverse fasi storiche che la ricerca sulla psicopatologia del trauma e della dissociazione ha attraversato, il tutto arricchito da molti inserti e note degli autori che permettono anche ai lettori meno esperti di orientarsi nel testo e di integrare le informazioni e le citazioni essenziali che scorrono densissime nel dialogo-intervista.

Il testo è organizzato in tre parti tra loro complementari e interconnesse.

La Prima parte si focalizza su Psicopatologia e Dissociazione, offrendo un’ampia riflessione sulle basi del pensiero liottiano: la definizione di trauma dello sviluppo, la disorganizzazione del sistema di attaccamento legato all’esposizione ad eventi sfavorevoli e traumatici nella prima infanzia, il sistema di difesa come organizzatore centrale dell’esperienza del bambino, in assenza di aiuto e protezione, e la dissociazione come effetto di questi fallimenti nel ripristino di condizioni sufficienti di sicurezza. La disgregazione della coscienza che ne consegue configura la dissociazione come un effetto diretto (e non difesa!) del collasso di tutte le altre risposte di sopravvivenza. Questa inaccessibilità al sistema di attaccamento/accudimento è per Liotti sempre la causa primaria alla base di tutta la psicopatologia post-traumatica e in particolare della psicopatologia legata ai traumi cumulativi (trauma complesso), poiché per un bambino non c’è trauma se intervengono protezione e salvezza da parte delle figure di riferimento e non c’è disorganizzazione della coscienza se quel bambino, pur esposto a condizioni di pericolo di vita, può accedere tempestivamente alle cure e al sistema di accudimento di almeno un adulto centrato e capace di sintonizzarsi con i suoi bisogni primari. Per ogni bambino un evento di minaccia seguito immediatamente da un’esperienza efficace di sintonizzazione e sicurezza resta un brutto ricordo di un pericolo scampato, ma non necessariamente un trauma. In estrema sintesi questi assunti guidano tutto il pensiero di Liotti, orientato a valorizzare – nella ricerca come nella clinica – la necessità di riparare alla frattura originaria della coscienza, che non è mai determinata (solo) dal trauma, inteso come evento di minaccia alla vita, ma dalla concomitante assenza di una connessione sicura e protettiva capace di offrire aiuto e supporto. Questa assenza può manifestarsi a causa di un caregiver spaventoso/spaventante o trascurante (neglect), ma anche di un caregiver presente ma abdicante, condizione quest’ultima particolarmente dolorosa e difficile da riconoscere poiché il caregiver c’è ma è assorbito da altro, dalle sue stesse emozioni o sopraffatto da altri problemi all’interno e non è emotivamente disponibile.  Liotti definisce “la solitudine in presenza” come una condizione irredimibile, peggiore dell’assenza in cui è ancora possibile e accessibile il tentativo di raggiungere l’altro.

Ognuna di queste condizioni relazionali è foriera, in ogni bambino che si trovi a sperimentarla, di un blocco del naturale sistema di attaccamento di fronte a quella che si configura come una situazione emotiva “senza via di uscita” (paura senza sbocco): il bisogno di protezione attiva naturalmente il sistema di attaccamento verso il caregiver, che si rivela del tutto inadeguato – se non addirittura minaccioso – nell’offrire cura e conforto. Dunque nell’impossibilità fisiologica di lottare o fuggire quel bambino dovrà sopperire alla mancanza di protezione con strategie controllanti verso il caregiver – accudenti o punitive – che gli consentiranno (forse) di avere quel minimo di contatto sufficiente a garantirsi la sopravvivenza in un ambiente ostile e per recuperare un senso di padronanza di sé (appena) sufficiente a non scivolare nel collasso generale delle strategie di difesa (crollo dorso vagale), che significherebbero altrimenti svenimento (morte apparente) e quindi dissociazione. Queste ultime manifestazioni potranno restare silenti nel sistema nervoso, inibite dall’attivazione delle strategie di controllo, ma prima o poi tenderanno a manifestarsi, spesso anche a distanza di anni, di fronte al fallimento delle stesse strategie controllanti (as esempio: in caso di lutto, malattia, separazioni).

Da qui la nascita dei presupposti clinici che aprono alla Seconda parte del testo: Clinica della Dissociazione, in cui l’alleanza terapeutica e la stabilizzazione costituiscono i meccanismi centrali del lavoro terapeutico proposto, preliminari ad un lavoro solo successivo sull’Elaborazione delle memorie traumatiche e possibilmente poi di Integrazione.

–>CONTINUA SUL SITO DI AISTED.


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Article by admin / Generale

17 January 2022

LE TEORIE BOTTOM-UP NELLA PSICOTERAPIA DEL POST-TRAUMA (di Antonio Onofri e Giovanni Liotti)

di Antonio Onofri, Giovanni Liotti

PREMESSA #1: questo articolo è tratto dai volumi Cecilia La Rosa e Antonio Onofri (a cura di): Dal basso in alto (e ritorno). Nuovi approcci bottom-up: terapia cognitiva, corpo, EMDR, ApertaMenteWeb, Roma 2017 e da Antonio Onofri e Cecilia La Rosa (a cura di): Il corpo nell’EMDR. Dal basso in alto (e ritorno): casi clinici. ApertaMenteWeb, Roma 2021. Per gentile concessione di www.ApertaMenteWeb.com

PREMESSA #2: su questo blog abbiamo diffusamente parlato di sindromi post traumatiche e teorie bottom-up: il materiale riguardante le sindromi post-traumatiche è consultabile qui

Le emozioni e i processi primari e secondari secondo Panksepp

Negli ultimi anni stiamo assistendo a una trasformazione del modello generale con il quale le moderne neuroscienze che studiano i processi emozionali negli animali e negli esseri umani considerano l’evoluzione della mente. Sempre maggiore attenzione viene prestata all’idea che lo sviluppo evoluzionistico proceda “dal basso verso l’alto” (bottom- up) secondo una concezione gerarchica dell’organizzazione cerebrale in maniera almeno complementare all’evoluzione del controllo “dall’alto verso il basso” esercitato dalle strutture cerebrali superiori su quelle inferiori (Panksepp e Biven 2012).

Una tale visione – e i dati offerti dalla ricerca scientifica – sembrerebbe confermare alcune antiche intuizioni sulle interazioni mente-corpo e suggerire l’abbandono di ogni rigida dicotomia tra lo studio delle malattie fisiche e quello dei disturbi emotivi. Le nuove prospettive bottom-up, che questo volume si ripropone di illustrare e descrivere, sembrano infatti ribaltare la concezione interpretativa, valutativa e quindi prettamente cognitiva delle emozioni, almeno per quanto riguarda quei processi emotivi che Panksepp e Biven (2012) considerano primari, ancestrali, quasi – istintuali e localizzati nel cervello più antico, strettamente connessi a funzioni di sopravvivenza (e riproduzione). Proprio questi processi emozionali primari, del resto, sembrano prendere il sopravvento in non poche condizioni psicopatologiche. “Quando gli affetti hanno la meglio, la cura della parola è destinata a fallire in quanto il metodo interpretativo, lo strumento psicoterapeutico cardine, può essere spesso inefficace nei confronti delle nostre passioni primitive.” (Panksepp 2012). Se è vero infatti che come esseri umani possediamo espansioni cerebrali di livello superiore che ci permettono di pensare in maniera approfondita e di riflettere sulla nostra natura, per molte persone in molte condizioni, e per molti pazienti che presentano disturbi psichiatrici, le emozioni non appaiono certo sotto il controllo completo della mente superiore. Tanto che proprio tale osservazione rende spesso necessario il ricorso alle terapie farmacologiche, più in grado – anche se certamente in maniera ancora molto grossolana – di arrivare a questi processi emotivi “più bassi”.

Sembra riemergere, nelle sopra menzionate considerazioni, una concezione decisamente gerarchica non solo del cervello, ma anche delle stesse emozioni. Per esempio, Panksepp e Biven (2012) leggono le risposte emozionali quasi – istintive in termini di esperienze psicologiche di processo primario, che in un secondo momento si unirebbero a una varietà di meccanismi di memoria e apprendimento chiamati processi secondari del cervello. I processi mentali di ordine ancora superiore, al vertice dell’attività cerebrale, son quelli che permettono di riflettere sui dati dell’esperienza e dell’apprendimento e vengono chiamati processi terziari. Secondo una tale visione, né le abilità cognitive, né la capacità di pensare in termini verbali sono considerate condizioni necessarie per una coscienza di tipo affettivo. “Nel sentire i nostri stati affettivi – sono ancora Panksepp e Biven che scrivono – non abbiamo bisogno di sapere che cosa stiamo sentendo. In altre parole, i sentimenti emotivi di processo primario sono affetti grezzi che prendono automaticamente decisioni importanti per noi”. Le reazioni corporee, sia di tipo viscerale sia motorie, sembrano in grado di influenzare – e spesso rafforzare – le stesse esperienze emotive primarie. Nel costituirsi e nell’esprimersi delle emozioni sembra dunque imprescindibile la considerazione di aspetti gerarchici della struttura e delle funzioni del cervello/mente.

La concezione gerarchica del cervello secondo J.H.Jackson

Una prima compiuta concezione gerarchica delle strutture e funzioni del cervello/mente, formulata in accordo con l’allora nascente pensiero evoluzionistico, è legata al nome di John Hughlings Jackson (per un’antologia degli scritti di Jackson, vedi Taylor 1958). Una breve sintesi della teoria di Jackson può essere utile per cogliere alcuni aspetti cruciali della sua concezione gerarchica, che mai ha cessato di influenzare neurologia e psichiatria (Franz e Gillett 2011).

Le applicazioni del pensiero di Darwin allo studio del cervello/mente, precedenti all’opera di Jackson, sostenevano che le strutture cerebrali di specie evoluzionisticamente più antiche venissero sostituite da nuove strutture nel corso dell’evoluzione di specie più recenti. Jackson sostenne, al contrario, che le strutture più evoluzionisticamente recenti del cervello si stratificano su una base costituita dalle strutture più antiche, le quali dunque permangono, con mutamenti soltanto secondari e limitati, nel nevrasse di specie più recenti. Secondo Jackson, le funzioni delle strutture cerebrali più antiche vengono rappresentate di nuovo nelle reti neurali più recenti (neostrutture), le quali così permettono forme di elaborazione dell’informazione più articolate e flessibili. Non solo le strutture neurali più evoluzionisticamente antiche non scompaiono dai cervelli delle specie più recenti, ma esse continuano a elaborare input informativi dai quali dipendono le funzioni delle neostrutture. Di grande importanza è anche l’idea Jacksoniana che le strutture evoluzionisticamente recenti esercitino funzioni di controllo e inibizione su quelle più arcaiche. Infine, le strutture più recenti sarebbero anche le più sensibili a “dissolversi” (dissolution o de-evolution, nella terminologia di Jackson), in modo contingente, di fronte a influenze ambientali patogene. Le manifestazioni conseguenti alla dissoluzione delle funzioni cerebrali superiori (evoluzionisticamente recenti) sarebbero espressione dell’attività delle funzioni inferiori (evoluzionisticamente più antiche) che, non più controllate e rese flessibili dalle superiori, appaiono come automatismi sregolati (Jackson 1884/1958).

Le concezioni evoluzionistiche di Jackson si sono rivelate influenti in psicopatologia per oltre un secolo, e lo sono ancora. Per esempio, il concetto di dissoluzione è stato usato recentemente per comprendere le risposte dissociative ai traumi psicologici (Farina et al. 2015; Meares 1999, 2012) e – classicamente – per distinguere, nella schizofrenia, i sintomi positivi da quelli negativi (Berrios 1985). Tutte queste influenze sulla psicopatologia del pensiero di Jackson sono riconducibili all’attenta considerazione, da parte del neurologo inglese, dell’intreccio continuo di processi che vanno dal basso verso l’alto (bottom-up) e – ricorsivamente – dall’alto verso il basso (top-down) nel complesso sistema gerarchico che l’evoluzione avrebbe progressivamente selezionato nel “costruire” il cervello/mente umano.

L’attività mentale secondo Pierre Janet e Sigmund Freud

Continuando a rivolgere la nostra attenzione alle radici storiche della moderna psicotraumatologia, appare interessante ricordare come una delle principali critiche rivolte da Pierre Janet alla teoria di Freud, riguardante la concezione dei rapporti fra attività mentali coscienti e sub-coscienti (o inconsce, nella teoria psicoanalitica) potrebbe essere meglio apprezzata, nel linguaggio delle neuroscienze contemporanee, proprio considerando la diversa attenzione prestata da parte dei due Autori ai processi top-down e bottom-up. Janet riteneva, nell’ipotizzare la genesi della dissociazione post-traumatica, che si trattasse soprattutto di un processo bottom-up procedente dai livelli inferiori della mente e del cervello verso i livelli superiori (autocoscienza e neocorteccia). Freud, invece, si mostrava più interessato, nella sua teoria psicopatologica, a descrivere i meccanismi che avanzerebbero in senso inverso, top-down (Liotti e Farina 2013). Per Freud erano infatti i livelli superiori della mente, connessi alle funzioni dell’Io, a mettere in atto l’esclusione difensiva dall’auto-coscienza delle emozioni e degli altri contenuti mentali disturbanti, che venivano così a collocarsi in un livello inferiore, inconscio, di attività mentale (Liotti 2014).

Janet affermava che i processi più alti della coscienza umana, cioè quelli più caratterizzati dall’esercizio attivo della volontà e della libertà, si pongono al vertice di una gerarchia di sistemi mentali e cerebrali i cui livelli inferiori risulterebbero di fatto automatici (parlava infatti di automatismi psicologici, Janet 1898). I livelli superiori, che richiedono un’elevata quantità di tensione psicologica (come Janet chiamava l’energia mentale) subirebbero, in altre parole, l’influenza disaggregante dei livelli inferiori, automatici, sottoposti al trauma. Gli effetti di questo fenomeno sarebbero l’esaurimento di quella tensione psicologica necessaria per un efficace funzionamento dell’autocoscienza, e di conseguenza un funzionamento mentale privo di coscienza riflessiva (sub-cosciente), con la comparsa dei diversi automatismi psicologici tipici dei sintomi dissociativi post-traumatici. In altre parole, secondo Janet, i processi mentali legati a memorie traumatiche farebbero emergere gli automatismi mentali normalmente celati dalle funzioni caratterizzanti la coscienza integra cui Janet (1907) attribuiva quelle attività che denominava come sintesi personale (coscienza piena dell’Io), funzione di realtà e presentificazione (in sostanza, la capacità di distinguere il passato dal presente e l’immaginazione dalla realtà).

Riassumendo al massimo, potremmo dire che secondo il sistema gerarchico delle funzioni di coscienza proposto da Janet, la funzione di realtà e la presentificazione costituiscano i livelli superiori, la sintesi personale un livello intermedio, e gli automatismi sub-coscienti i livelli inferiori. L’eccesso di tensione psicologica nei livelli inferiori della gerarchia (di cui l’esempio prototipico sono le emozioni veementi attivate dalle memorie traumatiche) porterebbe così all’esaurimento della tensione anche nei livelli superiori, e quindi all’emergere degli automatismi in uno stato soggettivo di coscienza alterata. Ecco emergere chiaramente, da questa sintesi, l’importanza che Janet attribuiva ai processi bottom-up nella genesi della sintomatologia post- traumatica.

Freud, invece, sottolineava come fossero le funzioni dell’Io a generare le influenze patogene, attraverso l’esclusione difensiva dalla coscienza di impulsi ed emozioni e la formazione dell’Inconscio proprio come conseguenza della rimozione, privilegiando così i processi top-down nello spiegare l’origine dei sintomi (sia quelli legati a memorie di eventi traumatici sia quelli più generali legati a conflitti interiori fra le esigenze dell’Es e quelle del Super-Io).

Il sistema di difesa secondo Stephen Porges

Le ricerche e le teorie attuali proposte dalla psicofisiologia – e applicabili al campo di studi ormai comunemente denominato come psicotraumatologia – sembrerebbero accordarsi maggiormente con la prospettiva di Janet rispetto a quella di Freud. Tra i contributi più importanti della psicofisiologia a questo riguardo citiamo la teoria polivagale (Porges 2011), secondo la quale le reazioni dell’organismo di fronte a eventi che ne minacciano la vita o l’integrità sono regolate da un sistema neurobiologico localizzato nel tronco encefalico che coinvolge le strutture del sistema nervoso vegetativo, e cioè da un lato la rete neurale centrale che controlla il sistema ortosimpatico e dall’altro il nucleo del vago (parasimpatico) con la sua bipartizione (i complessi vagali dorsale e ventrale) (per le implicazioni cliniche della teoria polivagale cfr. anche il capitolo 7, di Gabriella Giovannozzi , in questo stesso volume).

Le ricerche che utilizzano la teoria polivagale suggeriscono che l’attivazione del sistema di difesa dai pericoli ambientali, durante l’esposizione a un evento traumatico e probabilmente anche durante la sua rievocazione nella memoria, potrebbe influenzare proprio “dal basso in alto” le strutture e le funzioni cerebrali superiori (proponendo quindi una visione concorde con quella proposta da Janet) più di quanto queste ultime influenzino il sistema di difesa. Si spiegherebbero forse così, cioè con un’azione bottom-up esercitata dal sistema di difesa dai pericoli ambientali, anche l’ipometabolismo della corteccia frontale durante la rievocazione di memorie traumatiche e l’utilità di molti approcci terapeutici come quelli descritti nei diversi capitoli di questo volume (dall’EMDR, alla mindfulness, alla terapia sensomotoria etc.) che utilizzano grandemente i processi bottom-up, e non solo top-down, nella psicoterapia soprattutto delle reazioni post-traumatiche complesse caratterizzate da quote importanti di dissociazione. In altre parole, l’attivazione del sistema di difesa dai pericoli ambientali – localizzato nel tronco encefalico – eserciterebbe da un lato profondi effetti sull’esperienza corporea (mediata dall’ortosimpatico e dal parasimpatico) e dall’altra genererebbe quella particolare percezione e coscienza di sé – di tipo dissociativo – che si accompagna alle suddette disfunzioni corticali.

Anche queste nuove acquisizioni sembrerebbero confermare l’idea di Janet, secondo il quale la risposta disfunzionale al trauma psicologico, una volta che si sia in presenza di una particolare vulnerabilità del Sistema Nervoso, sia sostanzialmente l’effetto della cosiddetta emozione veemente (che potremmo considerare in sostanza come un’emozione primaria di eccezionale intensità, se preferissimo utilizzare il più moderno linguaggio di Panksepp) sulle funzioni mentali superiori della coscienza. La risposta patologica al trauma psicologico, in altre parole, andrebbe considerata, secondo Janet, come un deficit funzionale della coscienza causato direttamente dalla memoria traumatica. Tale visione diverge profondamente dalla proposta freudiana, secondo il quale la patologia post-traumatica sarebbe invece l’effetto di un’attività difensiva da parte dell’Io, volta a escludere dalla coscienza emozioni e rappresentazioni avvertite come inaccettabili.

Sullo stesso tema, infatti, Janet – parlando delle sue prime osservazioni cliniche (precedenti al 1894) -scriveva: “… il ricordo traumatico non poteva essere espresso durante la veglia e si presentava solo in condizioni particolari in un altro stato psicologico … [uno stato] … di modificazione della coscienza che avevo cercato di descrivere … come subcoscienza per disgregazione [désagrégation] … Questa dissociazione … mi sembrava in relazione con l’esaurimento provocato da cause diverse e in particolare dall’emozione.” (Janet 1923, tr. it. p. 37). Janet, nel contrapporre la propria prospettiva a quella di Freud, usava le seguenti parole: “il Dr Sigmund Freud … considerò come una rimozione quel che io attribuivo a un restringimento della coscienza … ma soprattutto trasformò un’osservazione clinica e un procedimento terapeutico con indicazioni precise e limitate in uno smisurato sistema di filosofia medica.” (Janet 1923, tr. it. p. 38).

La differenza fra l’idea che in persone particolarmente vulnerabili la coscienza possa subire più o meno passivamente una sorta di “esaurimento”, cioè un patologico restringimento delle sue attività (il “sub-cosciente” secondo Janet), come effetto di eventi o di ricordi traumatici, e l’idea secondo la quale si tratti invece di un’attiva operazione mentale di tipo prettamente difensivo nella genesi della dissociazione post-traumatica, appare ancora più chiara se si confrontano le seguenti parole di Freud con quelle appena citate di Janet: “… mi è più volte riuscito di dimostrare che la scissione del contenuto di coscienza è la conseguenza di un atto di volontà del malato, e che cioè essa è indotta da uno sforzo di volontà la cui motivazione è comunque rintracciabile.” (Freud 1894, tr. it. 1968, p. 121).

Liotti (2014) ricorda come la teoria secondo la quale la dissociazione post-traumatica sia una difesa dal dolore mentale (nel senso di un’operazione psichica in qualche modo voluta, anche se inconscia) è stata certamente predominante nel campo della psicotraumatologia, anche oltre l’ambiente psicodinamico. Tuttavia, anche in ambito psicoanalitico sono state espresse alcune importanti perplessità su questa teoria, sia indirettamente (Lyons-Ruth 2008) sia direttamente (Howell 2011, 35-36; Meares 2012, 139-147), su basi sia cliniche sia di ricerca.. Tali perplessità hanno portato ormai diversi psicoanalisti a riflettere sulla possibilità che esista un importante aspetto della dissociazione post-traumatica non inquadrabile come attivamente difensivo, bensì automatico, proprio come riteneva Janet, che almeno si affiancherebbe a quello più tipicamente difensivo ipotizzato da Freud (vedi, per esempio, Craparo 2013). In ambito non psicoanalitico, invece, prospettive teoriche e terapeutiche fondate esplicitamente sulle tesi di Janet molto di più che su quelle di Freud sono facilmente reperibili anche in italiano (solo per citarne alcuni, Liotti e Farina 2011; Ogden, Pain, Fisher 2006a; van der Hart, Nijenhuis, Steele 2006).

I contributi della psicologia sperimentale

Come abbiamo già detto, i risultati di un ormai significativo numero di ricerche sperimentali, sia nell’ambito della psicologia generale, sia delle neuroscienze, sembrano convergere nell’affermare la sostenibilità (se non altro parziale) della tesi janetiana sulla natura primaria – cioè non secondaria a una “volontà” difensiva nel senso inteso da Freud – del restringimento del campo di coscienza come risposta a un trauma psicologico. A tale proposito, possiamo ricordare come l’esperimento effettuato da Horowitz e Telch (2007) abbia fornito risultati sostanzialmente incompatibili con l’idea che gli stati dissociativi (equivalenti al restringimento del campo di coscienza o al sub- cosciente della terminologia janetiana) possano ricoprire una valenza

protettiva nei confronti di esperienze dolorose. I partecipanti all’esperimento di Horowitz e Telch, ai quali veniva indotto uno stato dissociativo mediante una stimolazione pulsante audio-visiva, riportavano una maggiore risposta dolorosa durante l’immersione della mano in acqua ghiacciata rispetto a quelli in uno stato di coscienza più usuale: un risultato assolutamente in contrasto con l’ipotesi che la dissociazione funga da protezione dal dolore. L’unico modo per conciliare questo tipo di risultati con quelli provenienti da altri studi sperimentali, che invece mostrerebbero una certa correlazione fra stati mentali dissociativi e analgesia, consiste nel ricorrere nuovamente a quanto andiamo scoprendo relativamente al sistema cerebrale deputato a gestire le minacce ambientali e il dolore conseguenti a un trauma (Porges 2011). Tale sistema sembrerebbe infatti operare oscillando alternativamente fra una iperattivazione neurovegetativa (l’hyperarousal mediato dall’ortosimpatico), come nell’esperimento di Horowits e Telch, che può amplificare la paura e il dolore, e una ipoattivazione (l’hypoarousal mediato dal vago) che invece può essere correlata all’ottundimento del sensorio e pertanto a una certa analgesia. Entrambe queste modalità operative comportano quel che Janet avrebbe chiamato restringimento del campo di coscienza e abbassamento del livello mentale (Janet 2016).

Possiamo ormai disporre di un certo numero di ricerche, provenienti dal campo di studio delle neuroscienze, che sembrerebbero confermare l’idea che vi sia un diretto e passivo abbassamento del livello mentale generale, più che un’attività difensiva intrapsichica, come risposta a traumi o a ricordi traumatici (per una rassegna, vedi Liotti e Farina 2013). Diversi studi sperimentali hanno infatti mostrato un ipometabolismo, come conseguenza dell’attivazione di ricordi traumatici, nelle stesse zone della corteccia cerebrale deputate sia ad azioni che comportano attivi “sforzi di volontà” da parte dell’Io (secondo la visione di Freud), sia alle funzioni mentali superiori della coscienza. Pertanto, un tale ipometabolismo sembra corrispondere di più alla visione janetiana di un restringimento del campo di coscienza e di un abbassamento del livello mentale generale che non all’idea freudiana di un motivato “sforzo di volontà”, seppur inconscio (Liotti e Farina 2013): come potrebbe infatti uno sforzo di volontà corrispondere a un ipometabolismo proprio in quelle zone corticali del cervello che dovrebbero essere più impegnate negli atti di volontà?

Considerazioni analoghe, relative alla compatibilità tra le tesi di Janet e i risultati delle neuroscienze sperimentali, potrebbero essere avanzate a proposito dei dati provenienti da quelle ricerche che utilizzano, in condizioni patologiche connesse alla dissociazione post-traumatica, la rilevazione dell’attività bioelettrica della corteccia cerebrale al posto dell’indagine di variabili metaboliche. Una di queste ricerche dimostra, attraverso la rilevazione dei potenziali evocati, un deficit nella “sintesi” dell’onda P300, che si presenta normalmente unitaria (Meares 2012), e che invece non riuscirebbe a raggiungere la “sintesi” nelle patologie post-traumatiche, restando quindi sdoppiata nelle sue due componenti (una prevalentemente frontale e una seconda prevalentemente parietale).

In conclusione, ecco quindi che appare se non altro ragionevole affiancare, al tradizionale studio dei processi mentali e degli interventi clinici ascrivibile al campo denominabile come top-down, anche l’indagine dei fenomeni mentali bottom-up e – parallelamente – degli strumenti terapeutici in grado di facilitare cambiamenti “dal basso in alto” delle funzioni mentali di ordine superiore. E’ proprio questo tema che i curatori del presente volume, attraverso i diversi contributi presentati, hanno voluto indagare.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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10 April 2018

IN MORTE DI GIOVANNI LIOTTI

di Raffaele Avico

Ci ha lasciato ieri un luminare della psicoterapia e della psichiatria italiana, Giovanni Liotti, che insieme a Vittorio Guidano negli anni 80 contribuì a diffondere e promuovere la cultura cognitivista in Italia, in primis attraverso al fondazione della SITCC, Società Italiana per la Terapia Comportamentale e Cognitiva. Liotti è stato per noi un grande maestro e ispiratore, tanto potente intellettualmente quanto facile alla comprensione. Chi ha avuto la fortuna, come me, di ascoltare sue lezioni dal vivo, ne ricorda il senso di ricchezza e vitalità intellettuale, ma anche la grande organizzazione di pensiero che traspariva dalle sue parole. Si diceva, di Liotti, che fosse tanto difficile da ascoltare a lezione, quanto facile da approcciare nei suoi testi scritti (l’opposto invece di quanto si diceva di Guidano, i cui testi sono molto complessi): al contrario, io ricordo una grande organizzazione nei contenuti e un’efficacia comunicativa abbastanza unica: semmai, la difficoltà era, con Liotti, riuscire a contenere mentalmente tutto quello che portava (salti concettuali, riferimenti ad autori della psichiatria e psicologia clinica che pareva possedere totalmente, citazioni dotte in ambito letterario/poetico -per esempio la sua passione per il poeta nordico Transtromer). Dalle interviste presenti su Youtube, si troverà molto materiale a conferma di queste parole.

Liotti aveva indole gentile, ma modi fermi e il senso di padronanza dei concetti tipico dei grandi maestri. Il suo percorso di ricerca medico/scientifica ha spaziato negli anni entro molteplici ambiti, arrivando nell’ultimo periodo ad abbracciare una visione sistemica mutuata da più apporti teorici, culminata nel suo recente e bellissimo “Sviluppi Traumatici”. Questo libro propone una rilettura dell’eziologia dei principali e più diffusi disturbi psichiatrici alla luce di una conoscenza vasta e approfondita, precisissima, della Teoria dell’Attaccamento di Bowlby, unita alla teoria dei Sistemi Motivazionali Interpersonali che usava per leggere e rileggere gli atteggiamenti umani.

Questo volume ha il grande pregio di mostrare come nel contesto di uno sviluppo traumatico, l’essere umano è evolutivamente portato ad adattarsi al contesto problematico mettendo in atto delle strategie di controllo che nel tempo prendono la forma di sindromi psichiatriche. Accodandosi agli autori di riferimento in ambito di psicotraumatologia (come Van Der Hart), e contribuendo egli stesso ad ampliare e diffondere la cultura della psicologia dell’attaccamento e della psicotraumatologia, Liotti proponeva di rileggere certe forme di depressione, come dei tentativi esausti di evitare penosi attaccamenti problematici, o di vedere certe forme ansiose incentrate sul controllo, come degli attaccamenti invertiti (in cui il bambino è costretto a diventare genitore contenitivo del proprio genitore).

La portata culturale del suo lavoro è immensa.

Altri apporti teorici sono “La dimensione interpersonale della coscienza”, in cui già dal titolo cercava di mostrare come crescere in un ambiente problematico produca non solo una turbolenza in termini di senso di continuità relazionale, ma anche un vero e proprio modificarsi della continuità della coscienza intesa in senso più neurologico, fino all’ultimo “L’evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali”, dove si spese a riguardo dell’aggressività umana non modulata.

Liotti fu un grandissimo studioso della psiche umana, con l’umiltà e il senso critico rigoroso dello scienziato, e l’amore di un bambino devoto al proprio gioco. Sarà un riferimento centrale per chiunque voglia approcciarsi allo studio della psicologia clinica usando categorie post-freudiane. E’ da notare tra l’altro che l’intelligenza di Liotti gli permise di mantenere un atteggiamento post-ideologico e non giudicante anche verso il sapere psicoanalitico, notoriamente avviso ai cognitivisti: Liotti rileggeva concetti simili, usando categorie diverse, largamente in grado di mantenere, dentro di sé, qualunque teoria o visione clinica, “a patto che funzioni”, come dovrebbe essere per chiunque ragioni in modo realmente scientifico.

La vita gli concesse grandi soddisfazioni in termini scientifici, e il riconoscimento della paternità, insieme a Vittorio Guidano, del cognitivismo italiano. Si apre ora l’epoca dell’esplorazione del vasto territorio culturale da lui donatoci in eredità.

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2 December 2017

PSICOPATIA E AGGRESSIVITÀ PREDATORIA, LA VERSIONE DI GIOVANNI LIOTTI (da “L’evoluzione delle emozioni e dei Sistemi Motivazionali”, 2017)

di Raffaele Avico

La letteratura a riguardo dell’aggressività richiama a sè elementi di etologia, psicologia evoluzionista e Teoria dei Sistemi Motivazionali Interpersonali. L’ipotesi che entro ognuno di noi esista un istinto di morte, il freudiano Thanatos, è affascinante ma poco utile a una reale spiegazione di come funzioni, entro la specie umana, la spinta ad aggredire l’altro. In natura, ci insegna l’osservazione degli animali, esiste un’aggressività difensiva (destinata a sottomettere l’altro senza però ucciderlo) e un’aggressività predatoria (l’animale uccide l’altro per cibarsene). All’interno della stessa specie, quasi mai si verificano episodi di aggressività predatoria, tranne che per l’uomo.

La presenza di aggressività predatoria tra umani, la si osserva nei casi di psicopatia (il limite estremo dell’antisocialità: durante l’uccisione non è avvertito nè rimorso nè paura, come succede nei casi di aggressività a scopo difensivo, ma un senso di eccitamento e di soddisfazione per l’atto in sè).

Si discute molto a proposito di quello che potrebbe stare alla base di questi comportamenti predatori; in natura esiste un meccanismo di interruzione del comportamento predatorio, una volta che l”avversario” è sottomesso. Durante, per esempio, una lotta in termini di rango, quando l’animale dominante sottomette a sè un altro membro del branco, non lo uccide per istinto (poichè punta non a ucciderlo, ma a sconfiggerlo).

Solo nella specie umana si assiste all’uso di aggressività predatoria tra conspecifici, come se le leggi di natura fossero state, qui, “sospese”. Uno dei padri dell’etologia attuale, Konrad Lorenz, sostenne in modo molto acuto l’ipotesi secondo la quale lo sviluppo del cervello nell’uomo, il pensiero concettuale e la comunicazione verbale avessero derubato l’uomo della sicurezza che gli forniva l’istinto (come se l’evoluzione in termini cognitivi dell’uomo avesse slegato e “ingannato” l’istinto, non più trattenuto nella sua valenza utilitaristica).

Laddove si manifesta la mancata inibizione di un meccanismo di controllo dell’impulso predatorio, nell’uomo emergono quei tratti che lo rendono ai nostri occhi “psicopatico”, ovvero predatorio con i suoi conspecifici senza che ci sia colpa o rimorso.

Ciò che Giovanni Liotti, nel suo ultimo bellissimo lavoro (“L’evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali”, 2017), porta come ipotesi, è un deficit in termini di integrazione di parti diverse del cervello. Immaginiamo il cervello come composto da parti più antiche/profonde (più istintuali) e zone evolutivamente più nuove (come la neo-corteccia): nei casi gravi di psicopatia molteplici studi di neuro-imaging (tra cui http://www.jneurosci.org/content/jneuro/31/48/17348.full.pdf) descrivono un funzionamento cerebrale in cui le parti più antiche (istinto) sono direttamente collegate a quelle più nuove (ragionamento freddo), senza la mediazione del sistema limbico (affettività, contatto con l’altro). In altre parole è come se l’istinto si riversasse direttamente nel ragionamento, senza tenere i considerazione l’altro nella sua soggettività. Tutto questo si osserva anche nei bambini con problematiche di tipo autistico (che è una sindrome dell’intersoggettività): qui però sembra essersi mantenuto il senso di ciò che è giusto o sbagliato in termini etici (per esempio “non far soffrire l’altro”, “non torturare l’altro”, etc.).

Liotti inserisce tutto questo discorso nel quadro di uno sviluppo individuale altamente problematico e dove il trauma è un evento ricorrente.

Purtroppo allo stato attuale non si conoscono a fondo le ragioni sottese allo sviluppo di una personalità psicopatica, di fronte alla quale la psichiatria e la psicologia clinica si sono arrese, in passato, etichettandola come “non trattabile”.

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23 May 2026

TAKEAWAYS DA: “Evolution and Posttraumatic Stress: Disorders of Vigilance and Defence” di Chris Cantor, 2005

di Raffaele Avico

Di seguito pubblichiamo una recensione di un libro di qualche anno fa (2005) di Chris Cantor, “Evolution and Posttraumatic Stress: Disorders of Vigilance and Defence“, fatta fare alla macchina a partire dal pdf originale (da Anna’s Archive, scaricabile qui).
La visione del PTSD che ne emerge, è in linea con il lavoro di approfondimento sul trauma che negli ultimi anni ho fatto a riguardo delle conseguenze del trauma, e che ho riassunto in un primo breve libro nel 2020 (PTSD: che fare?), e poi riproposto raccogliendo diversi articoli in “Le conseguenze del trauma psicologico” (2025). Niente di realmente nuovo, ma interessante se pensato calato nel contesto dell’epoca: il PTSD è un cronicizzarsi di uno stato di allarme mosso da risposte paleospicologiche, rispondenti a imperativi biologici, un disturbo che riguarda l’estinzione della paura e il “non poter dimenticare” il trauma. In ultima analisi una forma di apprendimento che imprigiona il corpo in stereotipie e reazioni automatiche, pensieri circolari riguardanti lo stimolo minacciante, difficili da “dissipare”. Il pensiero di un paziente post-traumatico viene deformato dallo stato di allarme protratto che il suo corpo vive a seguito del trauma. Questo ha spinto negli ultimi anni gli psicotraumatologi a occuparsi del corpo dei pazienti traumatizzati, come se limitarsi al pensiero sembrasse non sufficiente, una visione psicoterapica -quella “top-down”-da integrare ad approcci maggiormente bottom-up.
Chris Cantor ne parlava nel 2005, circa 10 anni prima del fondamentale “Il corpo accusa il colpo”.
Questo libro viene citato da Giovanni Liotti parlando di trauma nella lezione che abbiamo da poco pubblicato, per ora è reperibile solo in inglese.

Cantor è uno psichiatra formatosi in Inghilterra e poi in Australia: si definisce autore del “primo libro sul PTSD in chiave evoluzionistica” cosa che “rende il disturbo più comprensibile”. Il che è perfettamente vero: tra i vari disturbi, il concetto di PTSD raccoglie meglio l’eredità teorica di Darwin.
Sempre nell’intervista prima citata, Liotti osseva come Bowlby, ricordato per aver dato vita alla teoria dell’attaccamento, sul finire della sua carriera scrisse una biografia di Darwin, che qualcuno si è pure preso la briga di tradurre in italiano – cosa che chiude il cerchio, e ci ricorda ancora una volta di come Liotti tentasse di “tenere in sè” tutto questo, cercandone un’integrazione coerente. (R.A)


Sintesi estesa di Evolution and Posttraumatic Stress: Disorders of Vigilance and Defence — Chris Cantor

Il libro di Chris Cantor propone una rilettura evoluzionistica del PTSD: non soltanto come “disturbo” in senso clinico, ma come iperattivazione di sistemi difensivi antichi, selezionati nel corso dell’evoluzione perché utili alla sopravvivenza in contesti di predazione, aggressione, cattività, dominanza sociale e minaccia estrema. L’idea centrale è che molti sintomi apparentemente “irrazionali” del PTSD — ipervigilanza, evitamento, fuga, irritabilità, freezing, numbing, sottomissione, dissociazione — possano essere compresi come strategie difensive fuori tempo, fuori contesto o eccessivamente persistenti. Il volume è del 2005, quindi lavora soprattutto con DSM-IV e va letto tenendo conto del suo contesto storico-diagnostico.

1. Tesi centrale del libro

Cantor parte da una domanda molto semplice: se il PTSD è così invalidante, perché i meccanismi che lo producono esistono? La risposta non è che il PTSD “serve” in modo diretto, ma che i suoi sintomi derivano da sistemi difensivi originariamente adattivi.

In termini evolutivi, un organismo che dopo una minaccia estrema:

  • ricorda intensamente il pericolo;
  • evita luoghi o situazioni simili;
  • resta ipervigile;
  • reagisce rapidamente a segnali ambigui;
  • si rifugia;
  • si prepara alla fuga o all’attacco;
  • può congelarsi quando non esiste via di uscita;
  • può sottomettersi a un aggressore dominante se la fuga è impossibile,

ha maggiori probabilità di sopravvivere in ambienti ancestrali. Il problema nasce quando questi sistemi restano attivi in modo cronico, in ambienti moderni dove il pericolo non è più presente o non ha la stessa forma. Cantor definisce quindi il PTSD come un disturbo della vigilanza, della valutazione del rischio e della difesa.

La sua formulazione finale può essere riassunta così: il PTSD è una condizione in cui il soggetto rimane bloccato in una modalità difensiva persistente, dominata da vigilanza, risk assessment e attivazione di sei grandi difese mammaliane: evitamento, fuga/ritiro, difesa aggressiva, appeasement/sottomissione, immobilità attenta e immobilità tonica.

2. Parte I — Introduzione clinica e storica al PTSD

Capitolo 1 — Breve storia del PTSD

Cantor mostra che il PTSD non è un’invenzione recente, anche se come diagnosi ufficiale compare solo nel 1980 con il DSM-III. Prima di allora, fenomeni molto simili erano descritti con molti nomi diversi: railway spine, shell shock, war neurosis, battle fatigue, traumatic neurosis, soldier’s heart. L’autore insiste su tre aspetti: la storia del PTSD è lunga, perché esperienze traumatiche simili sono descritte da secoli; è breve, perché il riconoscimento diagnostico è recente; ed è confusa, perché trauma, isteria, depressione, dolore, perdita, codardia morale e vulnerabilità individuale sono stati spesso mescolati.

Un punto importante è il ruolo delle guerre. La Prima guerra mondiale produce un’enorme massa di soldati con sintomi da trauma psichico. Tuttavia, la risposta istituzionale è spesso ambivalente: da un lato compassione e curiosità clinica, dall’altro sospetto, stigma, accuse di debolezza. La Seconda guerra mondiale e poi il Vietnam consolidano il problema: la psichiatria non può più ignorare che l’esposizione estrema alla minaccia può trasformare profondamente la mente e il corpo.

Cantor critica anche la storia politica della diagnosi. Il PTSD non nasce solo da un avanzamento “puro” della scienza, ma anche da pressioni sociali, militari, politiche e culturali. In particolare, il riconoscimento dei veterani del Vietnam ha contribuito in modo decisivo all’ingresso del PTSD nel DSM-III.

Il capitolo distingue poi due grandi famiglie di reazione: le risposte alla minaccia e le risposte alla perdita. Per Cantor, questa distinzione è fondamentale. Il PTSD appartiene primariamente all’area del pericolo, della paura, della difesa. La depressione, invece, è più legata alla perdita, alla sconfitta, alla deprivazione, alla rottura di legami o status. Naturalmente nella clinica i due piani si sovrappongono, ma confonderli impedisce di capire il nucleo difensivo del PTSD.

Capitolo 2 — Prospettiva clinica sul PTSD

Il secondo capitolo presenta il PTSD come sindrome clinica. Cantor usa il DSM-IV, che organizza i sintomi in tre gruppi principali:

Cluster Significato clinico
Riesperienza ricordi intrusivi, incubi, flashback, distress davanti a stimoli associati al trauma
Evitamento/numbing evitamento di pensieri, luoghi, persone, riduzione dell’interesse, distacco, restrizione affettiva
Iperattivazione insonnia, irritabilità, difficoltà di concentrazione, ipervigilanza, startle esagerato

Cantor però ritiene che questa classificazione sia utile ma insufficiente. Secondo lui, il DSM-IV mescola fenomeni diversi: ad esempio inserisce il numbing dentro l’evitamento, quando invece il numbing può essere una difesa distinta, legata all’analgesia, alla dissociazione o alla sopravvivenza durante fuga e combattimento.

Un trauma, per Cantor, non è semplicemente “stress”. È una situazione in cui il soggetto sperimenta minaccia alla vita, impotenza, perdita di controllo, imprevedibilità, violenza o esposizione a morte, mutilazione, aggressione, tortura, stupro, guerra, disastro o crudeltà intenzionale. L’autore sottolinea inoltre il ruolo della percezione: due persone possono vivere lo stesso evento esterno, ma non attribuirgli lo stesso significato soggettivo. Preparazione, prevedibilità, controllo, esperienza precedente e supporto sociale modificano il rischio di PTSD.

Il capitolo discute poi tre forme importanti:

PTSD complesso

È associato a traumi ripetuti, prolungati, interpersonali, spesso in condizioni di cattività o dipendenza: abuso infantile, violenza domestica, prigionia, tortura, stalking, ostaggi. Cantor lo collega più avanti alla difesa di appeasement, cioè alla pacificazione/sottomissione verso un aggressore dominante da cui non si può fuggire.

PTSD ritardato

L’autore è cauto: molte presentazioni tardive non sono veri esordi ritardati, ma casi in cui i sintomi erano già presenti e vengono riconosciuti solo dopo anni. Nei veterani, ad esempio, può accadere che strategie di controllo emotivo funzionino per decenni e poi cedano.

PTSD sottosoglia

È un punto cruciale del libro. Cantor sostiene che il PTSD non vada pensato solo come categoria “tutto o nulla”. Molte persone sviluppano sintomi post-traumatici senza raggiungere i criteri diagnostici pieni. Questo è importante perché, in chiave evolutiva, i livelli lievi o moderati di ipervigilanza, evitamento e cautela potrebbero essere stati adattivi, mentre le forme estreme diventano patologiche.

Capitolo 3 — Le teorie convenzionali del PTSD

Cantor passa poi in rassegna le teorie dominanti: condizionamento, impotenza appresa, prevedibilità/controllabilità, preparedness, neuroscienze, memoria e information processing.

Condizionamento e apprendimento

Le teorie dell’apprendimento spiegano bene molti aspetti del PTSD: uno stimolo neutro associato al trauma può diventare minaccioso; l’evitamento riduce l’ansia a breve termine e quindi si rinforza; gli stimoli simili al trauma generalizzano la risposta di paura.

Ma Cantor ritiene insufficienti le versioni troppo semplici del condizionamento. Il PTSD non è una fobia semplice. Include irritabilità, aggressività, ipervigilanza costante, numbing, dissociazione, vergogna, sottomissione, perdita di fiducia, alterazione della visione del mondo. Serve quindi un modello più ampio.

Controllabilità e prevedibilità

Un punto forte del capitolo è l’idea che gli eventi incontrollabili e imprevedibili siano più traumatici. L’organismo soffre di più quando non può prevedere né modificare ciò che accade. Questo spiega perché torture, prigionia, aggressioni improvvise o minacce arbitrarie siano così devastanti.

Preparedness

Cantor recupera il concetto di preparedness: alcuni apprendimenti di paura sono biologicamente preparati, cioè più facili da acquisire e più difficili da estinguere. Paura dei serpenti, dei predatori, delle altezze, della cattività, della minaccia sociale o dell’aggressione possono poggiare su sistemi evolutivamente antichi.

Questo è decisivo per spiegare perché anche traumi moderni — incidenti d’auto, aerei, terrorismo, esplosioni — possano attivare paure arcaiche: caduta, intrappolamento, predazione, smembramento, inseguimento, impotenza davanti a una forza superiore.

Neuroscienze e cervello “triuno”

Cantor usa il modello del cervello rettiliano, paleomammaliano e neomammaliano non come verità anatomica rigida, ma come metafora utile: molte risposte traumatiche non nascono dalla deliberazione cosciente, ma da circuiti antichi, rapidi, automatici. L’amigdala, l’ippocampo, l’asse HPA, i sistemi noradrenergici, la memoria implicita e le reti di allarme sono coinvolti nella risposta post-traumatica.

Il punto teorico più importante è che i sintomi non sono solo “malfunzionamenti”: possono essere letti come tentativi del sistema nervoso di prioritizzare la sopravvivenza. La memoria traumatica, ad esempio, non è soltanto un ricordo disturbante: è anche un sistema che impedisce di dimenticare ciò che potrebbe uccidere.

3. Parte II — Evoluzione e disturbi post-traumatici

Capitolo 4 — Evoluzione dei comportamenti difensivi umani

La seconda parte è il cuore originale del libro. Cantor ricostruisce l’evoluzione delle difese partendo dagli organismi più antichi. La predazione è vista come una delle principali forze selettive della vita. Gli organismi devono nutrirsi, riprodursi e difendersi. Senza difesa non c’è sopravvivenza.

Cantor mostra che molte difese umane hanno radici antichissime:

  • il ritiro;
  • l’immobilità;
  • la fuga verso un rifugio;
  • la riduzione del movimento per non essere visti;
  • l’allarme rapido;
  • la vigilanza;
  • la scelta del gruppo;
  • l’uso di segnali aggressivi;
  • la sottomissione verso dominanti;
  • l’analgesia da stress.

Un concetto importante è quello di predator-sensitive foraging: gli animali devono bilanciare due bisogni opposti, mangiare e non essere mangiati. Troppa vigilanza impedisce di nutrirsi; troppo poca vigilanza espone al pericolo. La vita è quindi un continuo calcolo costi-benefici. Cantor applica questa logica al PTSD: chi ha vissuto un trauma può spostare drasticamente la soglia verso la sicurezza, sacrificando esplorazione, socialità, lavoro, piacere, autonomia.

Il capitolo discute poi primati e ominidi. Gli esseri umani non discendono da predatori invincibili: per larga parte della storia evolutiva siamo stati anche prede, scavenger, animali vulnerabili, lenti rispetto ai grandi carnivori. Il gruppo, i legami di fiducia, il rifugio, la cooperazione e la vigilanza hanno avuto quindi enorme valore adattivo.

Capitolo 5 — Difesa in overdrive: teoria evoluzionistica del PTSD

Qui Cantor formula esplicitamente la propria teoria.

La riesperienza traumatica viene interpretata come memoria difensiva ad alta priorità. L’organismo continua a riproporre immagini, sogni, sensazioni e flashback perché il trauma non deve essere dimenticato. In un ambiente ancestrale, dimenticare un pericolo mortale sarebbe stato disastroso.

L’iperarousal viene reinterpretato come ipervigilanza. Non è solo attivazione fisiologica: è uno stato di sorveglianza, scansione dell’ambiente, prontezza difensiva. Il soggetto cerca minacce anche dove non ce ne sono, ma dal punto di vista evolutivo l’errore “meglio falso allarme che morte” è comprensibile.

L’evitamento viene distinto da fenomeni che il DSM tendeva a sovrapporre:

  • evitamento vero e proprio: non andare dove potrebbe esserci pericolo;
  • fuga: allontanarsi quando il pericolo sembra già presente;
  • rifugio: ritirarsi in un luogo sicuro;
  • numbing: spegnere dolore o affetti per poter sopravvivere;
  • immobilità: congelarsi per valutare o perché non si può fare altro.

Cantor sostiene che il PTSD probabilmente usa circuiti difensivi già esistenti, non circuiti “inventati” dalla patologia. Questo spiega perché sia plausibile cercare analogie in altre specie. Inoltre, l’autore insiste sulla dimensionalità: il PTSD pieno è l’estremo di un continuum, mentre forme più lievi di cautela post-traumatica possono essere state adattive.

La conclusione del capitolo è una delle più chiare del libro: il PTSD è un disturbo della difesa, probabilmente basato su neurocircuiti antichi, potenzialmente presente anche in altre specie, adattivo in alcuni contesti e maladattivo in altri.

Capitolo 6 — Vigilanza, evitamento e immobilità attenta

Cantor organizza le difese in una sorta di sequenza “zonale”, cioè dipendente dalla distanza dalla minaccia.

Distanza / situazione Difesa prevalente
Pericolo possibile ma lontano vigilanza, evitamento
Pericolo vicino fuga, ritiro, rifugio
Fuga difficile difesa aggressiva
Aggressore dominante da cui non si può fuggire appeasement
Minaccia estrema, contatto, intrappolamento immobilità tonica

La vigilanza è il filo conduttore di tutte le difese. Non è solo un sintomo: è una funzione biologica. Serve a monitorare l’ambiente, valutare il rischio e scegliere la strategia difensiva. Nel PTSD questa funzione diventa eccessiva e generalizzata.

L’evitamento è la prima difesa perché costa meno della fuga o del combattimento. Non esporsi al rischio è più economico che dover scappare o lottare. In clinica questo aiuta a capire perché il paziente eviti supermercati, mezzi pubblici, strade, notizie, persone o situazioni apparentemente innocue.

L’immobilità attenta è diversa dall’immobilità tonica. È il freezing momentaneo dell’animale che sente un rumore e si blocca per capire. È uno stato di vigilanza estrema, transitorio, che prepara a una decisione: riprendere l’attività, fuggire, attaccare o sottomettersi.

Cantor suggerisce anche linee di ricerca molto speculative, ad esempio studiare eye movements, scansione visiva e pattern di vigilanza nei pazienti con PTSD. L’idea è che la vigilanza possa diventare non solo un sintomo riferito, ma anche un fenomeno osservabile.

Capitolo 7 — Ritiro, difesa aggressiva e numbing

Questo capitolo approfondisce tre difese centrali.

Ritiro e rifugio

Cantor distingue tra evitare e fuggire. Il paziente può evitare il supermercato; se costretto a entrarci, può fuggire. La fuga implica che il pericolo sia sentito come già presente. Il rifugio, invece, è il ritorno a un luogo sicuro: casa, stanza, famiglia, partner, gruppo ristretto.

Questa parte è clinicamente molto interessante. Cantor interpreta alcune forme di isolamento non solo come “evitamento sociale”, ma come refuging: il soggetto cerca un santuario. Chiudere porte e finestre, sedersi con le spalle al muro, non uscire da solo, voler restare vicino a familiari fidati possono essere lette come strategie difensive antiche.

Difesa aggressiva

L’irritabilità nel PTSD non è un dettaglio secondario. Cantor la considera una forma di difesa aggressiva. Non coincide necessariamente con l’attacco fisico: spesso è segnale, postura, minaccia, irritabilità, reazione sproporzionata. In molte specie, il segnale aggressivo serve proprio a evitare lo scontro reale.

Questo spiega perché la rabbia sia così importante per differenziare il PTSD da una fobia semplice. Il paziente traumatizzato non si limita ad avere paura: può sentirsi costantemente pronto a difendersi.

Numbing

Il numbing è interpretato come difesa fisiologica. In condizioni di fuga o lotta, percepire troppo dolore può essere svantaggioso. L’analgesia da stress permette di continuare a correre o combattere anche se feriti. In forma cronica, però, questo spegnimento diventa distacco emotivo, appiattimento, anestesia affettiva, dissociazione, difficoltà a sentire piacere o dolore psicologico.

Capitolo 8 — Il paradosso dell’appeasement

Uno dei contributi più originali del libro è l’attenzione all’appeasement, cioè alle strategie di pacificazione, sottomissione, conciliazione e compiacenza verso un aggressore dominante.

Cantor sostiene che la psichiatria abbia trascurato questo fenomeno. Eppure è fondamentale per capire molti traumi interpersonali: ostaggi, prigionieri, partner maltrattati, bambini abusati, vittime di stalking, prigionieri di guerra.

L’appeasement non serve contro un predatore esterno: serve soprattutto nei rapporti con membri della stessa specie, quando la fuga è impossibile e l’aggressore è più forte. Il messaggio implicito è: “non sono una minaccia, non attaccarmi, posso compiacerti, posso adattarmi a te”.

Qui Cantor rilegge anche la sindrome di Stoccolma. Il legame positivo verso il sequestratore non viene visto solo come bizzarria psicologica, ma come possibile strategia di sopravvivenza: se l’aggressore sviluppa sentimenti meno ostili verso la vittima, la probabilità di sopravvivere aumenta.

Il capitolo collega l’appeasement al PTSD complesso. Nei traumi prolungati e di cattività, la vittima non può semplicemente evitare o fuggire. Deve vivere dentro il sistema traumatico. Per questo può sviluppare sottomissione, vergogna, identificazione con l’aggressore, colpa, dipendenza, perdita di agency, vulnerabilità a nuove vittimizzazioni.

Questa è una parte molto utile clinicamente, perché permette di non leggere certe risposte come “collusione”, “masochismo” o “debolezza”, ma come strategie difensive nate in condizioni impossibili.

Capitolo 9 — Immobilità tonica: l’ultima difesa

L’immobilità tonica è la difesa estrema: quando non è possibile evitare, fuggire, combattere o sottomettersi efficacemente, l’organismo può bloccarsi. È una paralisi motoria temporanea in presenza di minaccia estrema, contatto fisico, intrappolamento o impossibilità di scampo.

Cantor distingue nettamente immobilità attenta e immobilità tonica:

Immobilità attenta Immobilità tonica
freezing vigile paralisi estrema
serve a valutare il rischio compare quando non ci sono vie d’uscita
può precedere fuga o attacco è ultima risorsa
stato attivo di monitoraggio stato di inibizione motoria profonda

L’autore la collega a esperienze riferite da vittime di stupro o aggressione: “ero paralizzata”, “non riuscivo a muovermi”, “ero cosciente ma bloccata”. Cantor sottolinea che non ogni mancata resistenza è immobilità tonica: può essere anche valutazione del rischio, appeasement o scelta consapevole di sopravvivenza. Però quando l’immobilità continua anche dopo la fine della minaccia, l’ipotesi dell’immobilità tonica diventa più plausibile.

Cantor propone anche un legame tra immobilità tonica e alcune forme di dissociazione. La soggettività può restare cosciente, ma il corpo non risponde. Questo aiuta a comprendere certe reazioni traumatiche che storicamente venivano classificate come isteriche o conversioni.

Capitolo 10 — Switching agonico, preparedness e pattern psicobiologici

L’ultimo capitolo teorico cerca di rispondere alla domanda classica: perché alcune persone sviluppano PTSD e altre no?

Cantor propone più fattori:

  • genetica;
  • storia di vita;
  • traumi precedenti;
  • percezione soggettiva;
  • prevedibilità;
  • controllabilità;
  • supporto sociale;
  • contesto della minaccia;
  • tipo di aggressore;
  • possibilità o impossibilità di fuga;
  • significato archetipico dell’evento;
  • disponibilità di strategie difensive.

Uno dei concetti principali è il passaggio da modalità edonica a modalità agonica. La modalità edonica è quella della socialità, esplorazione, legame, gioco, cooperazione, vita ordinaria. La modalità agonica è quella della dominanza, subordinazione, minaccia, controllo, difesa, aggressività e vigilanza.

Nel PTSD, secondo Cantor, il soggetto resta bloccato in una modalità agonica cronica. Non vive più il mondo come spazio di esplorazione, ma come campo minato. Anche la famiglia può diventare teatro di dinamiche agonistiche: irritabilità, controllo, sospetto, bisogno di sicurezza, riduzione della libertà dei familiari.

Cantor recupera poi la preparedness: alcuni stimoli attivano rapidamente risposte difensive perché assomigliano a minacce ancestrali. Anche traumi moderni, come incidenti aerei o automobilistici, possono evocare schemi arcaici: caduta, intrappolamento, predazione, smembramento, impotenza davanti a una forza incontrollabile.

Infine, il PTSD viene interpretato come pattern psicobiologico di risposta: non una reazione generica allo stress, ma una risposta organizzata, modulare, dipendente dal contesto. Per questo Cantor ritiene necessario studiare meglio quali sintomi emergono in quali tipi di trauma. Uno stupro in casa può produrre un profilo diverso da uno stupro fuori casa; la tortura produce risposte diverse da un incidente stradale; la cattività produce più appeasement; il combattimento più ipervigilanza, memoria intrusiva e aggressività.

4. Epilogo — PTSD in altre specie

Cantor chiude con un invito a veterinari, etologi, primatologi e ricercatori animali: se il PTSD nasce da sistemi difensivi evolutivamente antichi, allora fenomeni simili potrebbero essere presenti in altre specie. L’autore non afferma che gli animali abbiano PTSD nello stesso senso umano, ma sostiene che molti segnali — evitamento persistente, ipervigilanza, alterazioni dopo trauma, paura generalizzata, risposte da cattività — meritino ricerca comparativa.

L’epilogo serve anche a rafforzare la tesi generale: comprendere il trauma umano richiede di uscire da una visione esclusivamente cognitiva e linguistica. Molto del trauma è corporeo, automatico, preverbale, difensivo, radicato in sistemi condivisi con altri mammiferi.

5. Implicazioni cliniche principali

1. I sintomi hanno una logica difensiva

Cantor invita a vedere il PTSD non come somma caotica di sintomi, ma come organizzazione difensiva. Il paziente non è “irrazionale”: il suo sistema di difesa sta applicando regole antiche a un mondo attuale.

Questa prospettiva può essere molto utile in terapia perché riduce vergogna e auto-colpevolizzazione. Dire a un paziente che il suo freezing, la sua fuga, la sua rabbia o il suo bisogno di rifugio sono risposte difensive può avere un forte valore normalizzante.

2. La paura va distinta dalla perdita

Non tutto ciò che segue un trauma è PTSD. Alcuni sintomi appartengono alla paura e alla difesa; altri alla perdita, alla vergogna, alla depressione, alla sconfitta, al lutto, al crollo di status. Cantor insiste molto su questa distinzione perché permette formulazioni cliniche più precise.

3. Il contesto traumatico conta

Non basta chiedere “che cosa è successo?”. Bisogna chiedere:

  • quanto era vicina la minaccia?
  • c’era possibilità di fuga?
  • il soggetto era intrappolato?
  • l’aggressore era umano?
  • era un membro della famiglia?
  • c’era tradimento?
  • c’era dominanza?
  • c’era isolamento?
  • c’erano alleati?
  • il pericolo era prevedibile?
  • il soggetto poteva controllare qualcosa?
  • il trauma è stato singolo o ripetuto?

Queste variabili determinano quale difesa si attiva.

4. Il PTSD complesso può essere letto come disturbo dell’appeasement

Questa è forse una delle intuizioni più clinicamente fertili del libro. Nei traumi prolungati interpersonali, la vittima spesso non può usare fuga o lotta. Deve sopravvivere dentro la relazione traumatica. Da qui derivano sottomissione, compiacenza, vergogna, identificazione con l’aggressore, dipendenza, oscillazioni tra paura e bisogno dell’altro.

5. L’esposizione non è solo “estinzione della paura”

Nel modello di Cantor, l’esposizione terapeutica può essere pensata come una ricalibrazione del sistema difensivo: il paziente impara che certi contesti non richiedono più fuga, freezing, aggressività o rifugio. La terapia diventa quindi un lavoro di aggiornamento dei sistemi di vigilanza e risk assessment.

6. Limiti del libro

Il libro è molto originale, ma ha alcuni limiti importanti.

Primo: molte ipotesi sono speculative. Cantor lo riconosce spesso. Il valore del volume sta nel generare nuove domande, non nel fornire prove definitive.

Secondo: il testo è del 2005 e usa DSM-IV. Oggi il quadro diagnostico è cambiato, soprattutto per quanto riguarda trauma complesso, dissociazione, criteri DSM-5 e ICD-11.

Terzo: il linguaggio adattivo va usato con cautela. Dire che una risposta è “adattiva” in senso evolutivo non significa dire che sia buona, desiderabile o utile oggi. Molte risposte post-traumatiche possono essere state adattive in ambienti ancestrali e profondamente invalidanti nella vita contemporanea.

Quarto: il rischio di una lettura troppo biologizzante è presente, anche se Cantor cerca di integrarla con contesto, storia, percezione, cultura e relazioni.

7. Sintesi finale

Il contributo maggiore di Cantor è proporre una cornice unificante: il PTSD come difesa in eccesso, o meglio come sistema difensivo che continua a funzionare dopo che il contesto è cambiato.

La memoria intrusiva serve a non dimenticare.
L’ipervigilanza serve a intercettare il pericolo.
L’evitamento serve a non riesporsi.
La fuga serve a sottrarsi.
Il rifugio serve a proteggersi.
La rabbia serve a segnalare minaccia e tenere lontano l’altro.
Il numbing serve a sopportare dolore e orrore.
L’appeasement serve a sopravvivere al dominante.
L’immobilità attenta serve a valutare rapidamente.
L’immobilità tonica serve quando ogni altra difesa è fallita.

Il PTSD, in questa prospettiva, non è semplicemente un disturbo della memoria o dell’ansia. È un disturbo della vigilanza incarnata, della valutazione del rischio, della selezione delle difese e della persistenza del corpo in uno stato di minaccia. La sua clinica diventa più comprensibile se non la guardiamo solo dal punto di vista della psicopatologia, ma anche da quello dell’etologia, dell’evoluzione, della neurobiologia e della storia relazionale del soggetto.

Vigilanza, difesa e trauma. Una lettura evoluzionistica del PTSD

Sintesi di Evolution and Posttraumatic Stress di Chris Cantor

La domanda di partenza

Se il disturbo post-traumatico da stress è così invalidante, perché i meccanismi che lo producono esistono? È da questa domanda apparentemente semplice che Chris Cantor costruisce, nel suo volume del 2005, una delle proposte teoriche più originali nel panorama della psicologia del trauma. La risposta che offre non è che il PTSD “serva” in modo diretto, ma che i suoi sintomi derivino da sistemi difensivi antichi, selezionati nel corso dell’evoluzione perché utili alla sopravvivenza in contesti di predazione, aggressione, cattività e minaccia estrema.

L’idea centrale è tanto semplice quanto feconda: molti dei fenomeni che la clinica classifica come “irrazionali” — l’ipervigilanza, l’evitamento compulsivo, la fuga, l’irritabilità, il freezing, il numbing, la sottomissione, la dissociazione — possono essere compresi come strategie difensive fuori tempo, fuori contesto, o eccessivamente persistenti. Non errori del sistema nervoso, ma risposte giuste a un pericolo che non c’è più.

Una storia lunga e confusa

Il PTSD come diagnosi ufficiale nasce nel 1980, con il DSM-III, ma la sofferenza che descrive è molto più antica. Cantor ripercorre i nomi che nei secoli le sono stati dati — railway spine, shell shock, war neurosis, battle fatigue, soldier’s heart — e mostra come dietro ogni etichetta si nascondesse una realtà clinica riconoscibile, spesso però oscurata da pregiudizi morali, pressioni istituzionali e ambiguità diagnostiche.

Le grandi guerre del Novecento forzarono la mano: di fronte all’enormità del trauma bellico, la psichiatria non poteva continuare a confondere il crollo post-traumatico con la codardia o con l’isteria. Eppure il riconoscimento ufficiale del PTSD non è stato il frutto di una progressione scientifica lineare: dietro l’ingresso nel DSM-III c’erano anche le pressioni dei veterani del Vietnam, le battaglie culturali e politiche degli anni Settanta, il peso delle vittime che chiedevano riconoscimento.

Cantor distingue poi, con insistenza, due grandi famiglie di reazione post-traumatica. Da un lato le risposte alla minaccia, dominate da paura, vigilanza, difesa. Dall’altro le risposte alla perdita, legate a lutto, sconfitta, rottura di legami, crollo di status. Il PTSD appartiene primariamente al primo dominio. Confondere i due significa perdere di vista il nucleo difensivo del disturbo.

Il sistema difensivo e i suoi livelli

La parte più originale del libro è quella in cui Cantor ricostruisce la logica evoluzionistica delle difese. La predazione è stata, per miliardi di anni, una delle principali forze selettive della vita. Gli organismi che sopravvivevano erano quelli in grado di rilevare il pericolo, rispondervi rapidamente e modulare il comportamento in funzione della minaccia. Da questa pressione evolutiva sono emersi sistemi difensivi che l’essere umano condivide, almeno in parte, con moltissime altre specie.

Cantor organizza queste difese in una sequenza dipendente dalla distanza e dall’intensità del pericolo:

Quando la minaccia è lontana o possibile, l’organismo risponde con vigilanza e evitamento. Quando il pericolo è vicino, si attiva la fuga, seguita dalla ricerca di un rifugio. Se la fuga è difficile, emerge la difesa aggressiva. Se l’aggressore è dominante e la fuga impossibile, subentra l’appeasement, cioè la pacificazione. Quando ogni altra via è preclusa — quando il contatto fisico è già avvenuto, quando l’intrappolamento è totale — l’ultima difesa è l’immobilità tonica: una paralisi profonda, involontaria, che in molte specie può ridurre le probabilità di essere uccisi.

Queste non sono fasi rigide né sequenze obbligate. Sono risorse del repertorio difensivo, attivate in funzione del contesto, della percezione soggettiva e della storia del soggetto.

I sintomi riletti come difese

Nel PTSD, sostiene Cantor, questi sistemi rimangono attivi dopo che il pericolo è cessato. La prospettiva evolutiva permette di rileggere ciascun sintomo come una funzione difensiva persistente.

La riesperienza traumatica — i flashback, gli incubi, i ricordi intrusivi — non è soltanto un malfunzionamento della memoria. È, in una certa misura, una memoria ad alta priorità: il sistema nervoso continua a richiamare il pericolo perché in un ambiente ancestrale dimenticarlo sarebbe stato fatale. L’ipervigilanza è uno stato di sorveglianza continua dell’ambiente, uno scanning costante alla ricerca di segnali di minaccia. L’errore sistematico verso il falso allarme — meglio sbagliare per eccesso che per difetto — ha senso se si vive in un mondo in cui i predatori esistono davvero.

L’evitamento è la difesa più economica: non esporsi al rischio costa meno che dovervi rispondere. Questo aiuta a capire perché pazienti con PTSD evitino situazioni apparentemente innocue — un supermercato, un mezzo pubblico, una strada di notte — che hanno in comune qualche caratteristica formale con il contesto del trauma.

La rabbia e l’irritabilità non sono epifenomeni o complicazioni secondarie: sono forme di difesa aggressiva, segnali che tengono lontano l’altro, risposte pronte a una minaccia che il sistema continua a sentire come imminente.

Il numbing — l’appiattimento affettivo, il distacco, l’anestesia emotiva — viene letto come analgesia da stress: in condizioni di fuga o combattimento, percepire il dolore può essere svantaggioso. Il sistema riduce la segnalazione del dolore per permettere di continuare ad agire. In forma cronica, questa difesa diventa incapacità di sentire, di godere, di connettersi.

Il paradosso dell’appeasement

Uno dei contributi più originali e clinicamente preziosi del libro riguarda l’appeasement. Cantor sostiene che la psichiatria abbia a lungo trascurato questo fenomeno, concentrandosi quasi esclusivamente sulle difese da fuga e da combattimento.

L’appeasement non è una resa passiva. È una strategia attiva di sopravvivenza in condizioni in cui la fuga è impossibile e l’aggressore è più forte. I segnali di pacificazione — la sottomissione posturale, la compiacenza, l’obbedienza, il sorriso — comunicano implicitamente: non sono una minaccia, non c’è ragione di attaccarmi. In molte specie questa strategia riduce davvero la probabilità di essere aggrediti.

Cantor rilegge alla sua luce la cosiddetta sindrome di Stoccolma. Il legame positivo verso il sequestratore non è né bizzarria psicologica né identificazione patologica irrazionale: può essere, almeno in parte, una strategia di sopravvivenza. Se l’ostaggio riesce a diventare una persona agli occhi del sequestratore, le probabilità di essere ucciso diminuiscono.

Ma il contributo più rilevante è clinico. Nei traumi prolungati e interpersonali — abuso infantile, violenza domestica, prigionia, tortura, stalking — la vittima non può semplicemente evitare o fuggire. Deve vivere dentro il sistema traumatico. Da questa condizione derivano la sottomissione, la vergogna, la colpa, l’identificazione con l’aggressore, la dipendenza, la perdita progressiva di agency. Cantor invita a non leggere questi fenomeni come debolezza o collusione, ma come strategie difensive formatesi in condizioni impossibili. È in questa luce che va compreso il PTSD complesso.

L’immobilità tonica

Il capitolo sull’immobilità tonica è tra i più suggestivi del volume. Quando ogni altra difesa ha fallito — quando il contatto fisico è già avvenuto, quando l’intrappolamento è totale, quando non esiste via d’uscita — l’organismo può entrare in una paralisi motoria profonda e involontaria. In molte specie, questa risposta riduce la probabilità di essere uccisi: alcuni predatori non attaccano le prede immobili, o perdono interesse.

Cantor la distingue con precisione dall’immobilità attenta, che è invece un freezing vigile e transitorio, uno stato di massima concentrazione in cui l’organismo sospende il movimento per valutare rapidamente la situazione prima di scegliere la risposta. L’immobilità tonica è qualcosa di diverso: è l’ultima risorsa, uno stato di inibizione motoria profonda in cui la volontà sembra sospesa.

L’autore la connette alle testimonianze di vittime di stupro o aggressione che riferiscono di essere state “paralizzate”, di non aver potuto muoversi pur restando coscienti. Comprenderla come risposta difensiva — e non come mancata resistenza — ha implicazioni etiche e cliniche di enorme rilievo.

Perché alcune persone sviluppano PTSD e altre no

Cantor non propone una risposta semplice a questa domanda, ma individua una serie di variabili che modulano il rischio: la genetica, la storia di vita, la presenza di traumi pregressi, la percezione soggettiva, la prevedibilità e controllabilità dell’evento, la disponibilità di supporto sociale, il tipo di aggressore, la possibilità concreta di fuga.

Un concetto chiave è quello di preparedness: alcuni apprendimenti di paura sono biologicamente preparati, cioè si acquisiscono più facilmente e si estinguono con più difficoltà, perché fanno riferimento a categorie di minaccia ancestralmente rilevanti — predatori, altezze, cattività, minaccia sociale, aggressione. Anche traumi del tutto moderni — incidenti aerei, esplosioni, attacchi terroristici — possono evocare schemi arcaici: caduta, intrappolamento, smembramento, impotenza davanti a una forza superiore.

Un altro concetto fondamentale è il passaggio dalla modalità edonica a quella agonica. La prima è la modalità ordinaria della vita: socialità, esplorazione, gioco, cooperazione, legame. La seconda è la modalità della minaccia: vigilanza, dominanza, subordinazione, controllo, difesa. Nel PTSD, il soggetto rimane bloccato in una modalità agonica cronica. Il mondo non è più uno spazio di esplorazione, ma un campo minato. Anche i legami più stretti possono diventare teatro di dinamiche di controllo e sospetto.

Implicazioni per la clinica

La prospettiva di Cantor ha conseguenze concrete sul piano terapeutico.

Prima di tutto, i sintomi hanno una logica. Il paziente non è irrazionale: il suo sistema difensivo sta applicando regole antiche a un contesto attuale. Restituire questa logica — dire a qualcuno che il suo freezing, la sua rabbia, il suo bisogno di rifugio sono risposte difensive comprensibili — può avere un potente effetto normalizzante e ridurre la vergogna.

In secondo luogo, il contesto del trauma conta più del trauma in sé. Non basta sapere che cosa è successo. Occorre capire se c’era possibilità di fuga, se l’aggressore era un estraneo o un familiare, se il trauma era singolo o ripetuto, se c’era tradimento, se il soggetto era isolato o supportato, se aveva o meno controllo su qualcosa. Queste variabili determinano quali difese si sono attivate e in quale forma si manifesta il disturbo.

In terzo luogo, l’esposizione terapeutica va ripensata. Nel modello di Cantor, non si tratta solo di estinguere una risposta condizionata di paura. Si tratta di ricalibrare l’intero sistema di vigilanza e valutazione del rischio: il paziente impara che certi contesti non richiedono più fuga, freezing, aggressività o rifugio. La terapia diventa un aggiornamento del sistema difensivo, non una sua semplice soppressione.

Una prospettiva aperta

Il libro ha limiti che l’autore stesso riconosce. Molte delle ipotesi sono speculative; il testo è del 2005 e lavora con categorie diagnostiche oggi in parte superate; il linguaggio adattivo richiede cautela, perché ciò che era utile in ambienti ancestrali può essere profondamente invalidante nella vita contemporanea.

Ma il contributo principale di Cantor resta prezioso: una cornice unificante in cui il PTSD non è una somma caotica di sintomi, ma un’organizzazione difensiva con una propria coerenza interna. Una condizione in cui il corpo continua a fare esattamente ciò per cui è stato selezionato — sorvegliare, fuggire, congelarsi, sottomettersi, spegnere il dolore — in un contesto in cui quella stessa competenza è diventata il problema.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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31 March 2026

Riflessioni a partire dal convegno internazionale “Building Foundations Together: The Future of Complex Dissociation in the UK”

PREMESSA: pubblichiamo un report a cura di Costanzo Frau da un convegno tenutosi a fine marzo 2026 a Derby, in Uk, a proposito di dissociazione. Come leggiamo, il “fattore trauma” sembra sempre di più un elemento transdiagnostico, dai disturbi di personalità gravi (come sostiene Clara Mucci e argomentava Russell Meares) a forme di ansia legate a fallimenti di strategie di controllo maturate in ambito di sviluppo traumatico (come sosteneva Giovanni Liotti), a forme più palesi di stress post-traumatico come il DID. In Italia l’AISTED da anni divulga e spinge la conoscenza a proposito delle ricadute sul corpo e sulla mente degli eventi traumatici, singoli o ripetuti.
Di recente abbiamo scritto su questo blog di uno dei due “padri fondatori” -insieme a Pierre Janet- della psicotraumatologia in Europa, Sandor Ferenczi (uscirà prossimamente un’intervista a Judit Meszaros, da Budapest). (R.Avico)

Riflessioni a partire dal convegno internazionale “Building Foundations Together: The Future of Complex Dissociation in the UK”

di Costanzo Frau, 26 Marzo 2026

Negli ultimi anni il trauma è diventato sempre più centrale nel discorso psicologico e psicoterapeutico. Tuttavia, un aspetto fondamentale continua spesso a rimanere ai margini: la dissociazione.

Nonostante la sua rilevanza clinica, la dissociazione è ancora oggi frequentemente sottoriconosciuta, fraintesa o non adeguatamente valutata nella pratica quotidiana. Eppure, diventa sempre più evidente che comprenderla non è un dettaglio specialistico, ma una condizione necessaria per lavorare in modo efficace e sicuro con il trauma.

Questa consapevolezza è emersa con particolare chiarezza durante il convegno internazionale “Building Foundations Together: The Future of Complex Dissociation in the UK”, un evento organizzato da esperti nel trattamento dei disturbi dissociativi e tenutosi presso l’Università di Derby in UK. Esso ha rappresentato un raro spazio di integrazione autentica tra ricerca scientifica, pratica clinica ed esperienza vissuta. Il valore dell’incontro non è stato caratterizzato soltanto dalla qualità dei contenuti, ma anche dal clima di condivisione: da un lato, il riconoscimento delle fondamenta costruite da chi ha contribuito allo sviluppo del campo; dall’altro, la percezione concreta di un movimento collettivo verso una fase più matura e integrata.

In un ambito in cui la dissociazione continua a essere spesso invisibile, questo tipo di convergenza segna un passaggio importante. Tra i messaggi più rilevanti emersi dal convegno vi è l’idea che il trauma debba essere considerato un fattore transdiagnostico. Non appartiene cioè a una singola categoria diagnostica, ma attraversa molte forme di sofferenza psicologica, dall’ansia alla depressione, fino ai disturbi di personalità e alle manifestazioni somatiche. Questa prospettiva implica la necessità di un approccio realmente trauma-informed in tutti i contesti clinici, e non solo in quelli specialistici.

Allo stesso tempo, è stato sottolineato con forza quanto sia cruciale valutare sistematicamente la dissociazione. Non si tratta di un fenomeno raro, ma piuttosto di qualcosa che tende a non essere visto. Quando non viene riconosciuta, le conseguenze possono essere significative: trattamenti inefficaci, peggioramenti inattesi, o interventi che attivano il sistema senza favorire integrazione. In questo senso, il rischio non è solo quello di non aiutare, ma anche di destabilizzare. Diventa quindi fondamentale sviluppare una sensibilità clinica capace di intercettare i segnali, anche sottili, della dissociazione.

Un altro punto centrale riguarda il tema della sicurezza. Il convegno ha ribadito con chiarezza che non tutto ciò che è terapeutico è automaticamente sicuro. Nel lavoro con il trauma, la priorità non è andare rapidamente in profondità, ma creare le condizioni affinché il sistema possa tollerare ciò che emerge. Questo significa lavorare con attenzione al ritmo, nella finestra di tolleranza e al livello di prontezza della persona, evitando il rischio di retraumatizzazione. La sicurezza non è un passaggio preliminare da superare, ma un principio che deve accompagnare l’intero processo terapeutico.

Un ulteriore elemento di grande rilievo è stato il riconoscimento del valore dell’esperienza vissuta.

L’integrazione tra dati empirici, competenza clinica ed esperienza soggettiva delle persone porta a esiti migliori, sia in termini di efficacia che di sostenibilità dei servizi. Questo rappresenta un cambiamento culturale significativo: le persone non sono più considerate solo destinatari di interventi, ma portatrici di conoscenza fondamentale per comprendere e trattare la dissociazione.

In questo contesto, il convegno ha anche segnato il lancio del volume “Working with Dissociation in Clinical Practice”, di Helena Crockford, Melanie Goodwin e Paul Langthorne promosso da ACP-UK, che raccoglie linee guida cliniche aggiornate per lavorare in modo più consapevole, inclusivo ed efficace con i fenomeni dissociativi. Parallelamente, sono stati presentati contributi di ricerca che mettono al centro l’esperienza soggettiva, come studi sulla vita interna delle parti nel Disturbo Dissociativo dell’Identità. Questi lavori evidenziano quanto sia essenziale comprendere la dissociazione non solo come insieme di sintomi, ma come organizzazione adattiva sviluppata nel tempo.

In questa cornice, il Deep Brain Reorienting (DBR) sta offrendo un contributo sempre più rilevante nel trattamento dei disturbi trauma-correlati. Focalizzandosi sui meccanismi neurofisiologici precoci della risposta orientativa e dello shock, consente un accesso estremamente preciso agli strati più profondi dell’esperienza traumatica, in particolare ai livelli impliciti e sottocorticali che spesso sfuggono ad approcci più cognitivi. Nel 2023, un RCT pubblicato da Ruth Lanius ne ha mostrato le potenzialità terapeutiche.

Le indicazioni emerse dal recente dibattito internazionale sulla dissociazione complessa sottolineano tuttavia la necessità di bilanciare tale profondità con un’attenzione costante alla stabilità del sistema. Se la dissociazione rappresenta una forma di protezione rispetto a livelli di attivazione eccessivi, diventa evidente che anche un approccio sofisticato come il DBR richiede una chiara mappatura delle dinamiche dissociative e una particolare sensibilità al timing clinico. Non si tratta solo di accedere ai nuclei traumatici, ma di farlo quando il sistema è sufficientemente stabile da poterne sostenere l’elaborazione.

In questo senso, il DBR si integra in modo coerente con una prospettiva contemporanea che valorizza gli stati sottocorticali non solo come sede delle memorie traumatiche implicite, ma anche come risorsa terapeutica per la regolazione e la stabilizzazione.

Tra i temi centrali del Secondo Meeting Italiano DBR (organizzato il 20 e il 21 giugno 2026 a Cagliari), verranno approfonditi proprio la connessione tra processi cerebrali profondi e consapevolezza somatica, il ruolo del Where-Self e del Protoself nell’ancoraggio dell’esperienza, e l’utilizzo degli stati sottocorticali come spazio clinico sicuro.

Questi elementi si inseriscono in una visione più ampia che considera la modificazione delle tracce somatiche e il loro impatto sia sui livelli corticali sia su quelli sottocorticali, evidenziando come il lavoro terapeutico coinvolga l’intera organizzazione del sistema nervoso, e non soltanto i processi cognitivi.

Il cambiamento in atto è anche culturale. Si sta progressivamente passando da un modello centrato sui sintomi a uno che mette al centro l’organizzazione neurobiologica e l’esperienza soggettiva. Questo spostamento ha implicazioni che vanno ben oltre gli ambiti specialistici, influenzando il modo in cui comprendiamo la sofferenza psicologica, strutturiamo gli interventi e, soprattutto, preveniamo il rischio di interventi iatrogeni.

Si tratta di un’occasione particolarmente rilevante non solo per aggiornarsi, ma anche per approfondire in modo esperienziale e condiviso l’integrazione tra approcci corporei, neuroscienze e pratica clinica. I posti in presenza sono limitati, mentre resta aperta la possibilità di partecipazione anche online per la giornata del 20 giugno.

Per informazioni e iscrizioni è possibile consultare il sito ufficiale, oppure contattare direttamente:
deepbrainreorienting@gmail.com.

Article by admin / Generale / ptsd

22 December 2025

CORPI BORDERLINE DI CLARA MUCCI: recensione approfondita e osservazioni

di Raffaele Avico

Corpi Borderline ci porta all’interno del metodo di lavoro di Clara Mucci con i pazienti gravi.

Ne estraiamo qua alcuni takeaways, invitando chi volesse ad approfondire la lettura direttamente sul testo.

  1. La Mucci parte dalle teorizzazioni di Kernberg, Klein e di altri autori maggiori della psicoanalisi, compreso Freud, per elaborare un suo metodo di lavoro che supera quegli stessi ispiratori iniziali. In particolare rinforza l’idea di un trauma sempre esogeno, mai intrapsichico, rinnegando più volte l’idea di un’aggressività innata  e autodistruttiva. Il passaggio è abbastanza importante, visto che si lascia alle spalle di fatto sia l’idea di un trauma fantasmatico e intrapsichico (a un certo punto teorizzato da Freud) che l’idea di una pulsione di morte innata – che aveva fatto da basamento alla teorizzazione di Melanie Klein. Seguendo una sua linea di pensiero approda a Ferenczi e a Schore, veri “pilastri” teorici del volume, di fatto tenendo insieme la visione sul trauma e sulla nascita del disturbo di personalità grave di Sandor Ferenczi e la neuroscienza “degli emisferi destri” promossa da Schore
  2. Corpi borderline è un libro di neuropsicoanalisi: non basta più ragionare di oggetti interni, difese verticali o orizzontali, sogni: occorre integrare le conoscenze di psicoanalisi classica agli studi sull’attaccamento di Bowlby, ai seminali lavori di Mauro Mancia, alle scoperte di Schore, all’eredità di Ferenczi, addirittura alla teoria polivagale di Porges (oggi in parte messa in discussione, ritenuta da alcuni semplicistica) arrivando alle più recenti teorie sul trauma – integrando diversi modelli di lettura del complesso mentecervello.
  3. il cuore del lavoro con pazienti borderline è il ripristino di una sicurezza relazionale in vivo in terapia (un’”esperienza emozionale correttiva”) insieme al fondamentale lavoro sul perdono (che Mucci descrive come rinascita/superamento, distinguendolo dal perdono cattolico) al fine di “sciogliere la diade vittima/persecutore” nel mondo prima esterno e poi interno del paziente. Essere cresciuto/a in un ambiente abusante promuove nel paziente la creazione di una visione diadica stereotipata in senso relazionale, con -appunto- vittime e persecutori: superare questa visione coincide con l’approdo alla fase depressiva di Klein (in questo caso ripresa da Mucci) e con la creazione di uno spazio mentale “terzo” in grado di superare la suddetta visione diadica e di -elemento fondamentale- lasciare andare/elaborare la presenza di oggetti interni persecutori.
    Il percorso è il seguente, secondo Mucci: 1) infanzia traumatica/traumatizzante 2) introiezione di oggetti interni persecutori 3) conflitti psicologici interni che ripropongono la dinamica vittima-persecutore 4) sviluppo di sintomi. In terapia si dovrà procedere al contrario, partendo dai sintomi per leggerli in chiave psicodinamica o attraverso le lenti della psicotraumatologia, per arrivare a un’emancipazione del paziente dalla dinamica vittima-persecutore. Si veda a proposito di questo il suo lavoro “Trauma e perdono”.
  4. Seguendo questa linea di pensiero sull’introiezione della diade vittima/persecutore, la Mucci osserva che il corpo può divenire oggetto di scariche aggressive, o essere vissuto come altro/persecutore: da qui l’origine nei pazienti borderline delle tendenze anticonservative (lesioni, aggressività autodiretta, abusi di sostanze): si tratterebbe sempre del riproporsi di una dinamica vittima/persecutore, dunque, o del riattivarsi di una rabbia -pensata però come reazione a una frustrazione prima di tutto relazionale/interpersonale o -seguendo la visione di Russell Meares, reattiva a momenti di discontinuità dello stato della coscienza
  5. Sempre a proposito di questo, la Mucci acutamente osserva come un oggetto cattivo diviene buono in quanto esiste: è meglio per il bambino adattarsi a un oggetto cattivo ma esistente, che affacciarsi sul vuoto dell’oggetto inesistente o morto: a volte in psicoterapia ci si accorge di come il preservare il legame con un oggetto interno ingombrante/persecutorio difende il paziente dal vuoto e dal lavoro del lutto inerente la perdita di quello stesso oggetto. Nel volume Corpi Borderline, la Mucci esemplifica questo con un caso clinico in cui, una volta disciolta la dinamica vittima/persecutore, occorreva per la paziente in questione lavorare sul vuoto abissale della mancanza dell’oggetto materno (“Complesso della madre morta”), altrettanto pesante, forse ancora più difficoltoso. Mucci rinforza psicoanaliticamente un tema esplorato da Giovanni Liotti quando parla del bisogno primario del bambini di dipendere, anche in un contesto traumatico, “negante” o abusante (meglio male accompagnati che soli)
  6. A proposito della primiscuità sessuale dei pazienti borderline, la Mucci spiega in un interessante capitolo dedicato come attraverso il corpo il/la paziente tenti di ricostruire lo stato di sicurezza/intimità rassicurante anticamente perduto, o mai vissuto: non avrebbe il comportamento tanto a che fare -quindi- con la ricerca di una meta sessuale omo od eterosessuale, quanto con il contatto corporeo, una corporeità rinnovata, la ricerca di una condizione di sicurezza per via corporea
  7. La Mucci propone anche qui la sua idea a proposito dei 3 livelli di trauma.
    Esistono dal suo punto di vista 3 livelli di traumatizzazione che si possono “cumulare”, con conseguenze progressivamente peggiori: rimandiamo a questa recensione l’approfondimento, citando solo la definizione dei 3 livelli: “L’autrice distingue tre livelli di trauma: il primo derivante dalla mancata sintonizzazione tra caregiver e bambino (trauma relazionale precoce); un secondo livello, più strettamente collegato alla patologia borderline, vede la presenza di maltrattamenti, privazioni e abusi. Il terzo livello comprende traumi sociali come stermini, genocidi, guerre”.
    Riprendendo Liotti, la Mucci sostiene che solo il trauma per mano umana produce dissociazione, elemento clinico di particolare interesse per chi si occupi di trauma complesso.
  8. La Mucci attinge da Ferenczi a piene mani: negli ultimi anni, grazie anche ad autori come Franco Borgogno, assistiamo al recupero di un padre “minore” della psicoanalisi degli inizi, Sandor Ferenczi appunto, soprattutto in ambito di teoria e tecnica sul trauma. Citato più volte, il famoso articolo “La confusione delle lingue tra adulti e bambini”

MUCCI SUL NARCISISMO

Forse un po’ più debole contenutisticamente la parte del volume relativa al disturbo narcisistico di personalità, con riferimenti multipli e meno organizzati, di volta in volta shiftati tra teorie psicoanalitiche più o meno datate inerenti la patogenesi del narcisismo, e ricerche più attuali (neuroscientifiche) riguardanti possibili spiegazioni sulla nascita del disturbo. L’impressione è che il capitolo manchi di un punto di arrivo, e che non esista una formulazione chiara su di un “fattore primo” inerente l’eziopatogenesi del disturbo. Si parla di rispecchiamento problematico ma anche di scarsa interiorizzazione degli oggetti, di “trauma nella fase del riavvicinamento” usando i criteri di Mahler, di edipo risolto male con Super-io inespresso, ma anche di sviluppo problematico di aree del cervello fondamentali per l’empatia (Schore).
Degno di nota l’insistere sul tema della vergogna, emozione centrale nel narcisismo e in grado di regolare l’umore, e l’accenno -seppur breve- alla teoria di Liotti e Farina sul comportamento scarsamente empatico del narcisista letto come risultato di una strategia controllante punitiva (la Mucci sembra confondere qui il concetto di “strategia di controllo” di Liotti con il concetto -più largo- di Sistema Motivazionale Interpersonale).
L’impressione che se ne ricava è che leggere la genesi del disturbo narcisistico usando le lenti della teoria psicoanalitica classica sia problematico, ma che lo sia anche usare le lenti della psicotraumatologia di matrice “ferencziana”/liottiana -immaginando cioè che il narcisista sia figlio delle sue introiezioni taglienti e problematiche.
Setacciando il capitolo, l’idea mahleriana di un disturbo narcisistico come risultato di un rifiuto da parte del bambino all’idea di dipendenza, dipendenza vissuta come persecutoria e problematica a causa di caratteristiche intrinseche al caregiver, rimane la più plausibile. Rimando a questo approfondimento sul tema “strategie di controllo” di Liotti e Farina, che di fatto dice la stessa cosa usando termini diversi (al fine di controllare la relazione con il caregiver problematico il bambino impara a punire l’oggetto, rifiutandosi di porsi in una posizione di eccessiva dipendenza da esso -posizione vissuta come mortifera e umiliante).
In tutto questo, la Mucci ribadisce, non esiste nessuna aggressività innata né alcun temperamento che non sia epigeneticamente influenzato, superando dunque, come già accennato, le idee kleiniane e kernberghiane a proposito delle caratteristiche innate del bambino. La psicopatologia, ci ricorda l’autrice, è un affare interpsichico già da subito, o meglio, già da prima della nascita.

Sempre a proposito del tema “narcisismo”, nel capitolo successivo l’esemplificazione di un caso clinico (Fabian) aiuta a meglio comprendere e a sistematizzare i contenuti presentati nel capitolo precedente.
Tirando le fila del discorso, la Mucci presenta le sue idee più forti a riguardo della sua idea di narcisismo, che possono essere sintetizzate in questo modo:

  1. la patogenesi del disturbo deriva da un evento vissuto dal bambino come problematico, nel contesto della fase di “riavvicinamento” usando la teoria di Mahler (qui un approfondimento): si tratterebbe per il bambino di un processo di “rifiuto” della dipendenza, una compensazione al senso di umiliazione vissuta quando le sue esigenze di dipendenza furono frustrate o mortificate, nel contesto di un attaccamento problematico. Il bambino imparerebbe a “fare da sé”, o a rifiutare in sé l’idea di dipendere -e la creazione di un sé grandioso arriverebbe ad aiutarlo in questo processo di “rinuncia”. L’emozione centrale, in tutto questo, sarebbe come prima accennato la vergogna (vergogna di dipendere, di non farcela da solo, di dover appoggiarsi ad altri)
  2. tutto questo va di pari passo con la presenza di oggetti interni problematici: “ideali dell’io” ipertrofici e irraggiungibili, ma anche oggetti interni persecutori e aggressivi, umilianti: torna qui, come osserviamo, l’accento messo da Mucci sul tema diade “vittima/persecutore”, elemento a fare da “basamento” a molti disturbi di personalità in quanto risultante di un primevo, disturbato rapporto con le figure di accudimento primarie.
  3. la suicidalità del paziente narcisista è differente dalla suicidalità del paziente borderline. Nel primo caso può trattarsi del compiersi di un “destino” di mortificazione da parte delle figure interne (sadiche, o addirittura deliranti), altre volte di un gesto di affrancamento da figure vissute come persecutorie. Nel paziente borderline, d’altra parte, la suicidalità mantiene caratteristiche “interpsichiche” (meglio il nulla del vuoto relazionale) il che rende a volte i gesti suicidari del borderline delle “richieste d’attenzione”.
  4. Lavorare sulle relazioni oggettuali e sul corpo, rappresenta un punto fondamentale e basale. La Mucci parla anche di esercizio fisico come pratica virtuosa di recupero del corpo e creazione di un “clima di cura”, e dell’arte come dispositivo “traumatolitico”, funzionale alla simbolizzazione

Come osserviamo ritorna spesso la questione della diade interna, della dinamica persecutore/vittima, che in fondo rappresenta il messaggio centrale che estraiamo da questo volume: come terapeuti dobbiamo sempre andare a cercare la presenza di oggetti internalizzati in modo problematico e lavorare sullo sviluppo di un terzo polo, di un terzo spazio funzionale all’internalizzazione di oggetti buoni. La Mucci cita a un certo punto questo articolo di Liotti, dove è ben sintetizzato questo aspetto del “triangolo drammatico” (su questo aspetto, si veda anche questo).
Il disturbo nasce nella relazione e viene poi internalizzato, viene costruito internamente e riattualizzato nelle relazioni con le persone esterne, ma anche con il proprio corpo. Da esterno, diviene dunque interno.

MUCCI SU PSICOSOMATICA, ANTISOCIALITÁ E DISTURBO IPOCONDRIACO

Nei capitoli successivi la Mucci affronta il tema del disturbo psicosomatico e di conversione, anche in questo caso ponendo come pilastro patogenetico la difficoltosa sintonizzazione del bambino con la figura del caregiver e il precoce immagazzinamento di memorie relazionali “guaste”, problematiche -con diversi livelli di disturbo risultante, che la Mucci distingue principalmente in due macro-categorie:

  • il disturbo da conversione è più facilmente rintracciabile e racconta di una capacità di “simbolizzazione” da parte del paziente integra, mantenuta, nella cornice di un disturbo più moderato, nevrotico: in questo caso la capacità simbolica è relativamente buona, e ci si potrà lavorare usando modalità psicoanaliticamente più tradizionali: interpretazioni, sogni, gioco simbolico in seduta, uso di immagini o metafore, al fine di portare pensiero e “racconto” al posto dei sintomi
  • il disturbo da somatizzazione, invece, racconta di un passaggio al corpo del dolore originario, precoce e dissociato; in questo caso la capacità di simbolizzare è scarsa e occorrerà lavorare con il paziente come si fa con i disturbi gravi di personalità, promuovendo dunque un’alleanza solida in terapia e restituendo al paziente l’esperienza emozionale correttiva di cui prima si accennava, al fine di rendere possibile recuperare capacità di simbolizzazione in un contesto “sicuro”. Partendo da una sintonizzazione tra “emisferi destri”, si arriverà a parlare anche usando i “sinistri”, ma a seguito di un lavoro prima di tutto relazionale -nel qui ed ora.

In entrambi i casi, senza lavorare sulla struttura di personalità -la Mucci sottolinea- non si toccherà minimamente il portato problematico del sintomo.

Interessante l’accento posto dall’autrice sul sogno: nel caso della “semplice” nevrosi, sarà “interpretabile” e collegato in modo più diretto alla vita del paziente, nel caso del disturbo psicosomatico di origine traumatica, lo si osserverà più caotico e ripetitivo, simile a una sorta di “regolazione affettiva notturna”, come se quote di emotività grezza, per usare Bion, si riversassero sulla scena del sogno producendo sogni peculiari, “post-traumatici”, simili a “evacuazioni”.
Il materiale post-traumatico, come si osserva, sembra prendere vie peculiari nella mente dei pazienti con disturbi di personalità gravi, rientrando sulla scena della vita quotidiana in modi sub-simbolici, più corporei, meno “raffinati”, attraverso vie differenti: ricordiamoci in questo caso che la precocità delle traumatizzazioni implica un uso precoce dei registri di memoria procedurale, antica (si veda anche questa recensione al libro Inconscio non rimosso e memoria implicita, a cura tra l’altro della stessa Mucci con Giuseppe Craparo).

Nella parte finale del volume, La Mucci si concentra sul disturbo antisociale e sul disturbo ipocondriaco, che interpreta come margini estremi, deviazioni ulteriori del disturbo narcisistico, presentando due casi clinici a esemplificare le teorizzazioni.

In particolare risulta interessante la spiegazione sull’origine del disturbo ipocondriaco, presentando la Mucci, sulla scia di altri autori -primo di tutti, Freud-, una visione del problema basata sulla teoria delle pulsioni: la regressione al corpo, l’attenzione “totale” verso gli organi interni e la loro preservazione, testimonierebbe nel paziente ipocondriaco una regressione profonda in atto, il ritorno a un funzionamento infantile, pre-simbolico.
Viene presentata più volte l’idea che l’ipocondria sia una difesa nei confronti della perdita dell’oggetto, come un investimento sul o un attaccamento al corpo contestuale a una minaccia di perdita oggettuale. Come linee guida per il trattamento, l’autrice cita tre elementi di lavoro, la desomatizzazione, la verbalizzazione e la differenziazione dai legami fusionali, al fine di “rinforzare” la capacità di fare simbolo, di mettere parole dove il sub-simbolico non verbale (il corpo) e il simbolico non verbale (le immagini/i sogni) mantengono un posto di predominanza nella scena psichica (Wilma Bucci)

Insieme a questa visione, freudiana, la Mucci ripropone -nuovamente- l’idea di una patogenesi in linea con la teoria sugli “oggetti”, che di fatto la pongono nuovamente dalla parte di chi vede nella traumatizzazione e nell’abuso la maggiore causa di sviluppo di disturbo psicopatologici.
Come nel resto del volume, l’autrice torna all’idea di introiezioni problematiche che si attualizzano, ricadendo nella vita attuale del paziente e “drammatizzandosi”/riattualizzandosi nei suoi rapporti   interpersonali (compreso quello con il terapeuta).
Ci troviamo nei dintorni di una “sutura” tra due visioni riguardanti la causa della psicopatologia, interpersonale e interpsichica in primis, pulsionale in seconda battuta, con un’attenzione di volta in volta portata a entrambi gli aspetti, con però in prima linea l’attenzione alle traumatizzazioni precoci e -di nuovo- alle introiezioni problematiche. Quello delle introiezioni è in filigrana il tema più importante, che ritorna in tutto questo bellissimo lavoro della Mucci.

Il testo si chiude con un incredibile approfondimento sulla perversione e una riflessione sul tema della sessualità (più o meno pervertita): sta qui infatti, la Mucci osserva, l’esperienza più rivelatoria del “passaggio sulla Terra” di ogni individuo nella sua unicità, essendo che la sessualità, dal suo punto di vista, rappresenta una drammatizzazione, una “metafora” non solo della vita “a due”, ma dell’intero mondo oggettuale dei rispettivi membri della coppia: nell’atto sessuale si riattualizzerebbero rapporti con oggetti primari, approcci “primevi” al corpo del caregiver, identificazioni al corpo della madre o del padre, istanze culturali a “indirizzare” il comportamento sessuale (stereotipicamente maschile o femminile, per esempio), conflitti di potere. Il tema del potere e della “dominazione” dell’altro entro codici stabiliti culturalmente (maschile/dominante vs femminile/sottomesso) sembra, la Mucci chiude, precedere il tema della differenziazione di genere, ponendosi come cifra del rapporto sessuale emanato da, di nuovo, codici culturali, il che porta la Mucci a riflettere sulla “struttura potenzialmente distruttiva e disumanizzante e potenzialmente mortifera della cultura” e sulla l’immane potere del “simbolo”.

Come elemento che torna spesso, l’idea di un orientamento sessuale ingenerato in modo quasi-deterministico dal sovrapporsi delle identificazioni progressive dell’infante e dal rapporto con gli oggetti interni, sembra risentire di una visione un po’ troppo rigidamente psicoanalitica che rischia di sembrare a tratti limitante, alla luce degli studi a proposito della genesi dell’omosessualità (si veda questo approfondimento sul tema dell’omosessualità, fatto fare dall’AI in modalità deepresearch, che sintetizza gli studi più solidi degli ultimi 20 anni sul tema)


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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25 November 2025

Terapia della regolazione affettiva di Allan Schore: INTRODUZIONE

PREMESSA: questo contenuto è scritto tramite AI e supervisionato, ed è basato su di una bibliografia fornita dallo stesso Allan Schore in occasione di questo convegno -bibliografia che troverete scaricabile a fondo pagina.
Allan Schore ha ispirato negli ultimi anni molti autori provenienti dall’ambito psicoanalitico, forzandoli a un’integrazione neuroscientifica, promuovendo una riflessione approfondita sul concetto di memoria implicita e inconscio non rimosso, in particolare approfondendo il ruolo dell’emisfero destro cerebrale.
Il lavoro di Schore si colloca in continuità con autori che su questo blog abbiamo spesso citato, Giovanni Liotti, Russell Meares, Mauro Mancia, in particolare Clara Mucci. Questi autori hanno (ri)proposto l’idea che il trauma sia sempre un evento esogeno, causato da distorsioni nel rapporto con le figure di attaccamento, magari collocato in epoche remotissime come quella prenatale ma sempre intersoggettivo, interpsichico.
Allan Schore ha ispirato direttamente il lavoro di Clara Mucci. Nel suo Corpi Borderline, per esempio, l’autrice prende le distanze più volte sia dal concetto di trauma intrapsichico di Freud, che dall’idea di aggressività innata formulata da
 Melanie Klein, proponendo un’idea di “aggressività infantile distruttiva” causata da una precoce identificazione con l’aggressore da parte del bambino -sposando in pieno dunque la tesi di un autore minore della psicoanalisi degli inizi, oggi rivalutato, Sandor Ferenczi.
(R. Avico)

IL MODELLO TEORICO E CLINICO DI ALLAN SHORE

Panoramica del modello teorico

Le prime interazioni faccia-a-faccia mediate da sguardi, voce e gesti tra il neonato e la madre generano una sincronizzazione emotiva reciproca. Queste “protoconversazioni” inducono una risonanza interpersonale che regola gli stati affettivi di entrambi e getta le basi dello sviluppo cerebrale del bambino, in particolare delle strutture dell’emisfero destro coinvolte nella regolazione emotiva. L’organizzazione del cervello in via di sviluppo avviene infatti all’interno di una relazione: il cervello del bambino si sintonizza con quello dell’adulto grazie a segnali emotivi impliciti, modellando la capacità di autoregolazione affettiva del piccolo.

Schore integra neuroscienze dello sviluppo e teoria dell’attaccamento, evidenziando il ruolo chiave dell’emisfero destro nel processare le esperienze emotive e relazionali precoci. A differenza dell’emisfero sinistro (dominante per il linguaggio e il pensiero cosciente), l’emisfero destro matura precocemente ed è specializzato nelle comunicazioni non verbali e nei processi affettivi inconsci. Schore propone che il “mentale inconscio” freudiano coincida in gran parte con il sistema psicobiologico dell’emisfero destro. In altre parole, la mente inconscia di una persona comunica costantemente con l’emisfero destro di un’altra attraverso segnali affettivi sottili (es. contatto visivo, tono della voce, posture) al di sotto della consapevolezza conscia – un concetto definito inconscio relazionale. Queste comunicazioni “da cervello destro a cervello destro” costituiscono un canale diretto di scambio emotivo tra due soggetti, analogo a quello che si instaura tra madre e bambino.

Un principio centrale della teoria della regolazione affettiva è che lo sviluppo del cervello e della personalità dipende dalla qualità delle prime relazioni di attaccamento. Un attaccamento sicuro con un caregiver sensibile e responsivo favorisce l’ottimale maturazione dei circuiti di regolazione dell’emisfero destro, promuovendo un’efficiente capacità di modulare le emozioni e un sano sviluppo del Sé.
Al contrario, attaccamenti insicuri o traumi relazionali precoci (come abusi o trascuratezze nell’infanzia) possono disturbare la maturazione di questi meccanismi regolatori, lasciando il bambino privo di strumenti per gestire lo stress emotivo. In tali casi il piccolo può rimanere bloccato in schemi di disregolazione affettiva – oscillando tra iper-arousal (ansia, collera, panico) e ipo-arousal (dissociazione, ottundimento) – che costituiscono terreno fertile per future psicopatologie. Schore sottolinea infatti che molti disturbi psichiatrici dell’età adulta (ad es. disturbi d’ansia, dell’umore o di personalità come il borderline) rappresentano, alla radice, esiti di fallimenti nelle prime regolazioni affettive del bambino.

Applicazioni cliniche

Le intuizioni di Schore hanno influenzato profondamente la pratica clinica, specialmente nelle aree legate al trauma dello sviluppo e ai disturbi dell’attaccamento. In ambito di trauma relazionale precoce (come abusi infantili, abbandono o trascuratezza), la teoria della regolazione affettiva offre un modello esplicativo della patogenesi: esperienze di accudimento traumatiche nei primi anni producono un arresto o disturbo nello sviluppo dell’emisfero destro, con conseguenti difficoltà di regolazione emotiva e difese dissociative (il bambino “spegne” le emozioni travolgenti per sopravvivere).

Clinicamente, ciò si traduce in adulti che presentano problemi di gestione degli affetti, flashback somatici e vuoti emotivi tipici del Disturbo da Stress Post-Traumatico complesso o di altri disturbi dissociativi. L’approccio di Schore viene applicato in psicoterapie trauma-focused (es. con sopravvissuti a maltrattamenti infantili), enfatizzando la creazione di un legame terapeutico sicuro attraverso cui il paziente possa, gradualmente, rielaborare e integrare le emozioni e i ricordi traumatici in modo tollerabile. In questo processo, il terapeuta funge da “caregiver sostitutivo” che aiuta il paziente a colmare le lacune nelle sue capacità di autoregolazione, spesso per la prima volta permettendogli di sentire e modulare affetti prima intollerabili.

Più in generale, la prospettiva della regolazione affettiva è considerata trasversale a molte forme di terapia e popolazioni cliniche. Schore e colleghi sostengono che la relazione terapeutica stessa sia il fattore curativo comune più importante in psicoterapia, oltre le specificità teoriche. In linea con ciò, ricerche meta-analitiche mostrano che una solida alleanza terapeutica – caratterizzata da empatia, collaborazione, autenticità e reciproca fiducia – predice esiti positivi del trattamento indipendentemente dall’approccio utilizzato. Questo rende il modello di Schore rilevante in contesti molto diversi: dalla psicoterapia individuale per disturbi d’ansia, depressione o personalità (dove spesso il nucleo del problema è una vulnerabilità nella regolazione emotiva), fino alla terapia familiare e di coppia (in cui ripristinare interazioni emotive più sintonizzate tra i membri è fondamentale per il cambiamento). Perfino in ambito di psicoterapia di gruppo o con popolazioni speciali (ad es. pazienti con autismo ad alto funzionamento), si è riscontrato che intervenire sui processi di attunzione e sincronizzazione emotiva fra partecipanti può migliorare significativamente la coesione e gli esiti del percorso terapeutico. In sintesi, il paradigma della regolazione affettiva fornisce una cornice unificante per comprendere e trattare un’ampia gamma di problematiche cliniche, facendo leva sul potere terapeutico della relazione e della modulazione degli affetti in tempo reale.

Tecniche e approcci terapeutici principali

In pratica, l’approccio di Schore non prescrive tecniche strutturate passo-passo, ma punta a sfruttare i processi relazionali e impliciti nel dialogo clinico. Lo stesso Schore afferma che al cuore dell’“arte” della psicoterapia vi è la capacità relazionale ed emotiva del terapeuta – ovvero sapersi sintonizzare con una vasta gamma di pazienti – più che la mera padronanza di protocolli tecnici standard.

I principi operativi fondamentali includono:

  • Costruzione di un’alleanza terapeutica sicura: il terapeuta si impegna attivamente a creare un clima di fiducia, accettazione e base sicura per il paziente. Ciò comporta un atteggiamento empatico, non giudicante e autentico, che trasmette al paziente la sensazione di essere compreso e al riparo da nuove ferite. Un’alleanza solida funge da “porto sicuro” (analogamente alla figura di attaccamento) entro cui il paziente può esplorare emozioni dolorose o vulnerabili senza esserne sopraffatto. La ricerca conferma che un buon legame terapeutico – caratterizzato da collaborazione, empatia e rispetto positivo – è associato a minori abbandoni della terapia e a risultati clinici migliori.
  • Comunicazione implicita e non verbale: la sintonizzazione avviene in larga parte attraverso segnali non verbali e modalità di comunicazione inconsce. Il modello di Schore dà grande importanza a elementi come il tono di voce, le pause, lo sguardo, la postura e la prosodia emotiva nel dialogo terapeutico. Il terapeuta presta attenzione a questi indicatori sottili dello stato interno del paziente e calibra intenzionalmente la propria comunicazione non verbale per promuovere sintonia (ad esempio abbassando la voce e parlando con calma quando il paziente è agitato, oppure mantenendo uno sguardo accogliente per trasmettere presenza e disponibilità). Queste comunicazioni “right brain-to-right brain” permettono uno scambio di informazioni emotive al di là delle parole, generando una sincronizzazione biologica tra paziente e terapeuta: studi recenti mostrano che durante una buona seduta i sistemi nervosi di entrambi tendono a sincronizzarsi (frequenza cardiaca, pattern respiratori, attivazione cerebrale), come due strumenti musicali che accordano le proprie note. Tale livello implicito di comunicazione crea un “canale nascosto” in cui il paziente percepisce sicurezza e comprensione a livello viscerale, anche senza bisogno di esplicitarlo verbalmente.
  • Sintonizzazione affettiva e coregolazione: il terapeuta agisce in modo simile a un genitore sufficientemente attento, rispecchiando e modulando gli stati emotivi del paziente. Questo implica percepire intuitivamente l’affetto prevalente nel momento (tristezza, rabbia, paura, vergogna, ecc.), tollerarlo senza evitarlo, e rispondere in modo sintonizzato – ad esempio con espressioni facciali, gesti o tonalità vocali che comunicano al paziente “ti sento, sono con te”. Attraverso questa presenza empatica, il terapeuta coregola le emozioni del paziente: se quest’ultimo è sopraffatto da un affetto intenso, il terapeuta può aiutarlo a ridurne gradualmente l’intensità (ad esempio rallentando il ritmo, mantenendo la calma, invitandolo a fare respiri profondi); viceversa, con un paziente emotivamente bloccato o dissociato, il terapeuta potrà introdurre calore, stimolazioni dolci o rievocare in modo sicuro il sentimento sopito, “riaccendendo” l’affetto attenuato. In entrambi i casi, il clinico funge da regolatore esterno stabile, offrendo all’organismo del paziente un’esperienza correttiva di regolazione interpersonale. Col tempo, ripetute esperienze di sintonizzazione e riparazione all’interno dell’alleanza terapeutica favoriscono l’interiorizzazione di nuove strategie di autoregolazione: il paziente impara, grazie alla relazione, a riconoscere e modulare i propri stati emotivi con maggiore efficacia.
  • Facilitazione dell’espressione e integrazione delle emozioni: un pilastro dell’intervento basato sulla regolazione affettiva è incoraggiare il paziente a vivere le proprie emozioni, piuttosto che evitarle o sopprimerle. Schore sottolinea che il cambiamento terapeutico non avviene tramite un controllo cognitivo “dall’alto” delle emozioni, bensì permettendo l’emergere e la regolazione “dal basso” degli affetti dolorosi o dissociati. In pratica, il terapeuta aiuta il paziente ad avvicinarsi gradualmente a sentimenti temuti o rimossi (tristezza profonda, rabbia repressa, paura del rifiuto, ecc.), fornendo al contempo un contenimento sicuro. Ad esempio, può legittimare e nominare l’emozione (“È comprensibile provare rabbia per quello che ha subito”), mostrarsi presente accanto al paziente mentre la sensazione affiora, e monitorare che il livello di attivazione resti tollerabile. Non si tratta di spingere il paziente al catharsis incontrollato, ma di integrare pian piano quei vissuti frammentati all’interno della finestra di tolleranza emotiva. Questa esposizione guidata alle emozioni precedentemente evitate, all’interno di una relazione empatica, consente al paziente di ampliare la propria capacità di tollerare e gestire gli affetti. Come afferma Schore, la terapia punta a “facilitare l’espressione di emozioni – incluse quelle evitate o dissociate – allo scopo di permettere al paziente di tollerarle e renderle emotivamente adattive”, costruendo nel contempo una competenza implicita più solida di regolazione interna. In altri termini, il paziente impara a sentire senza essere sopraffatto, trasformando gradualmente le emozioni da fonte di disorganizzazione psichica a risorse informative integrate nella personalità.

Evidenze scientifiche a supporto

Numerose ricerche empiriche negli ultimi decenni hanno corroborato il modello di Schore e l’efficacia clinica del focus sulla regolazione affettiva:

  • Neuroscienze dello sviluppo: Studi neurobiologici indicano che l’attività dell’emisfero destro è cruciale per l’elaborazione delle emozioni e dell’attaccamento fin dai primissimi anni di vita. Le moderne neuroimmagini funzionali hanno mostrato, ad esempio, che le interazioni emotive precoci attivano preferenzialmente specifiche aree del cervello destro del neonato (come la corteccia orbito-frontale destra, implicata nella regolazione degli affetti). Tali risultati supportano l’idea che il cervello sociale ed emotivo del bambino si sviluppi in risposta diretta al caregiving: le prime esperienze relazionali “plasmano” letteralmente i circuiti neurobiologici della regolazione emotiva. D’altro canto, evidenze da studi longitudinali suggeriscono che traumi relazionali infantili (come la deprivazione di cure o l’abuso) possono comportare alterazioni nelle strutture e funzioni dell’emisfero destro – ad esempio anomalie nell’asse limbico- orbitofrontale responsabile della modulazione dello stress – spiegando la maggiore vulnerabilità di questi individui a disturbi dissociativi e di personalità in età adulta.
  • Studi sull’attaccamento e sincronizzazione diadica: Osservazioni sistematiche delle diadi caregiver-bambino confermano i meccanismi descritti da Schore. Ricerche classiche (Cohn & Tronick, Trevarthen, Beebe e altri) hanno documentato che durante interazioni faccia-a-faccia sintonizzate – in cui madre e infante si scambiano sguardi, vocalizzazioni e gesti in modo contingente – si genera un’allineamento nei loro stati fisiologici ed emotivi. In altri termini, i due partner “risuonano” emotivamente: le variazioni nell’espressione dell’uno producono cambiamenti coordinati nell’altro, in un ciclo reciproco di regolazione. Questo coupling intersoggettivo è stato descritto come un vero e proprio meccanismo di collegamento tra cervelli: il caregiver e il bambino in sincronia “agganciano” le rispettive attività neurali, soprattutto nelle aree del cervello destro che elaborano gli stimoli socio-emotivi. Tali risultati empirici avvalorano il principio neurobiologico secondo cui “il cervello in via di sviluppo del bambino è adattato per essere accoppiato, tramite la comunicazione emotiva, ai processi regolativi del cervello adulto”. Di converso, studi sui pattern di attaccamento insicuro mostrano che bambini cresciuti con cure incoerenti o non responsività emotiva cronica manifestano, rispetto ai bambini con attaccamento sicuro, una maggiore reattività fisiologica allo stress e difficoltà a riprendersi da stati di attivazione elevata – indicatori di un sistema di regolazione affettiva meno efficiente. Queste evidenze sono coerenti con l’osservazione clinica che l’attaccamento insicuro rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di problemi di regolazione emotiva e sintomi psicopatologici.
  • Esiti clinici in psicoterapia: Anche la ricerca sull’efficacia delle psicoterapie ha fornito evidenze a sostegno dell’enfasi posta da Schore su relazione e regolazione. Una mole di studi ha identificato nei fattori comuni (relazionali) il principale predittore dell’esito terapeutico: aspetti come l’alleanza terapeutica, l’empatia percepita, la congruenza emotiva del terapeuta e la sintonizzazione affettiva con il paziente risultano associati in modo consistente al successo del trattamento, più della scelta di una tecnica specifica. In particolare, una revisione di Norcross e Lambert conclude che “decenni di evidenze convergono sul fatto che la relazione terapeutica dia un contributo sostanziale e costante all’esito, indipendentemente dal trattamento… La relazione può guarire… mentre alleanze povere predicono abbandono e fallimento terapeutico” . Queste scoperte empiriche risuonano con la premessa di Schore che la “relazione di cura” sia di per sé un agente di cambiamento neuropsicologico. A ulteriore conferma, nuovi studi neuroscientifici con metodiche di hyperscanning (registrazione simultanea dell’attività cerebrale di paziente e terapeuta durante la seduta) mostrano fenomeni di sincronizzazione neuronale interpersonale. Ad esempio, è stato osservato che nei diadi terapeuta-paziente con una buona alleanza vi è una sincronizzazione delle oscillazioni cerebrali nell’emisfero destro di entrambi, in particolari regioni (come la giunzione temporo-parietale destra) coinvolte nei processi di empatia, mentalizzazione e comprensione delle intenzioni altrui. Questo dato suggestivo indica che durante una terapia efficace si crea letteralmente un “collegamento cerebrale” tra i due individui, che rispecchia il loro profondo accordo emotivo. In sintesi, le ricerche contemporanee – spaziando dalla neurobiologia allo studio dell’alleanza in psicoterapia – convergono nel supportare la validità del modello di Allan Schore: lo sviluppo e la riparazione della mente umana passano attraverso la regolazione interattiva degli affetti, mediata dall’emisfero destro, sia nelle relazioni di attaccamento precoci che nel processo terapeutico stesso.

Qui per scaricare una bibliografia ragionata (a cura dello stesso Allan Schore).

Qui altro su emisfero destro/sinistro.
Qui il sito di Allan Schore.


Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA.

Article by admin / Generale / ptsd

24 September 2025

INTRODUZIONE AL LAVORO DI RUSSELL MEARES SU TRAUMA E DISSOCIAZIONE


di Raffaele Avico

INTRODUZIONE

Questo approfondimento su Russell Meares si integra a un lavoro più esteso sul modello neojacksoniano di mente. Come nelle conclusioni viene evidenziato, esiste un filone di autori che a partire dall’’800 hanno promosso una visione del complesso mentecervello costruita su di una logica gerarchica. Benedetto Farina e Russell Meares sono “illustri” neojacksonisti dell’epoca attuale, ultimi (in Italia) di una catena di autori che hanno sviluppato il tema, come chiarificato in questa immagine:

Per introdurre il pensiero e il lavoro di Russell Meares, partiremo da 3 articoli, che sono:

  • The Contribution of Hughlings Jackson to an Understanding of Dissociation di Russell Meares, del 1999
  • Il presente dissociato, di Benedetto Farina, del 2008 (qui scaricabile)
  • The traumatic disintegration dimension, del 2023

Questi articoli ci introdurranno alla visione dell’autore australiano (venuto a mancare l’anno scorso) che, insieme ad altri, propone un ripensamento di alcune forme di psicopatologia e del modo con cui le si possa approcciare in senso clinico, ponendo al centro della questione il presente, l’esperienza della dissociazione e delle discontinuità della coscienza, portando dunque l’attenzione più sui “processi” mentali che sui contenuti -partendo dall’assunto che il complesso mentecervello venga mosso da logiche istintuali e innate, giustificate in senso evoluzionistico -entro una cornice di gerarchia.
Come si nota, questi autori adottano la formulazione “complesso mentecervello”, non a caso
.

In ultimo verranno sintetizzati alcuni spunti “da portare a casa” e verrà allegato altro materiale di approfondimento, scaricabile o fruibile in rete.

Partiamo dal primo.

RUSSELL MEARES: LA MICROPATOLOGIA DEL PRESENTE E LE DISCONTINUITÁ DELLA COSCIENZA 

1: The Contribution of Hughlings Jackson to an Understanding of Dissociation (di Russell Meares, 1999)

In questo famoso articolo del 1999 Russell Meares, australiano, riprende la teoria di Jackson a proposito della concezione gerarchica del complesso mentecervello, ponendo alcune osservazioni a riguardo.
Questo articolo merita veramente di essere ripreso, analizzato nel dettaglio e scomposto per punti, al fine di comprendere a fondo le implicazioni che questo modo di vedere la mente possa avere sulla psicopatologia per come la intendiamo “comunemente”. Sulla concezione gerarchica del complesso mentecervello avevamo scritto qui in precedenza, e sul sito di Aisted può essere approcciato ulteriormente il tema.

Partendo da questo articolo (qui scaricabile in originale in PDF) possiamo dedurre la “visione” di Russell Meares sulla psicopatologia, descrivendola nei suoi punti centrali -elencati qui di seguito:

  • Nella prima parte dell’articolo Meares sintetizza il lavoro di Jackson, osservando come per il famoso neurologo il sistema nervoso fosse da pensare, nelle sue singole unità di funzionamento, come un organo atto a rappresentare le informazioni provenienti -primariamente- dagli organi di senso. In continuità con questo, il sistema nervoso sarebbe da pensare come un organo sensomotorio, fin da subito utilizzato dall’organismo per rappresentare le informazioni provenienti “dal basso” -dal corpo-, in un gioco progressivo via via più complesso, fino al punto “massimo” di ri-ri-ri-rappresentazione: la coscienza. Jackson sosteneva che non esistesse una configurazione del cervello umano che potesse far pensare a una sorta di organo “dedicato”, funzionale a “produrre” la coscienza: si trattava dal suo punto di vista di una progressiva complessificazione, e di livelli di “rappresentazione” sempre maggiori (localizzati -in senso anatomico- entro la corteccia prefrontale, da intendersi dunque come vero “organo della mente”)
  • sempre parlando di Jackson, Meares introduce il tema di “doppio” o di sdoppiamento: è necessario che la mente rappresenti le sensazioni che l’individuo percepisce, e per fare questo occorre che internamente si sviluppi un “occhio” che possa fare dei confronti tra sensazione e percezione della sensazione: questo sdoppiamento è centrale e rende possibile confrontare presente e passato, per via di ricordi episodici più o meno distanti nel tempo.
    Meares cita Tulving e i suoi fondamentali studi sui registri di memoria, stratificati e progressivamente sempre meno “incarnati” (procedurale, episodico, semantico/autobiografico), indipendenti tra loro e differenti per come si deteriorano durante le neurodegenerazioni (Legge di Ribot -che d’altra parte è una conferma implicita di come il complesso mentecervello, nuovamente, si strutturi per stratificazioni e gerarchie)
  • A questo punto Meares introduce la tesi dell’articolo, un’idea di psicopatologia in linea con Jackson, che sostanzialmente incentra uno degli eventi eziopatogenetici su di un processo di dissoluzione di strutture più recenti, funzioni mentali superiori che porterebbero la mente a regredire a forme più basiche/precedenti. Inoltre, Meares cita il concetto di concomitanza parallela, sempre di Jackson, un assunto sia sul funzionamento del complesso mentecervello che sui suoi disturbi, secondo il quale la mente e il cervello si influenzerebbero a vicenda, e un danno alla materia sarebbe in grado di generare un danno alla mente (un danno psicologico) e viceversa.
    Come leggiamo, lo stesso Jackson scrive: “La dottrina che io sostengo è la seguente: 1) gli stati della coscienza (ma è dire la stessa cosa, gli stati mentali) sono del tutto differenti dagli stati nervosi. 2) Le due cose accadono insieme: per ogni stato mentale c’è un correlativo stato nervoso. 3) Malgrado le due cose accadano in modo parallelo, non c’è intromissione dell’uno nell’altro [although the two things occur in parallelism, there is no interference of one with the other]. Questa può essere chiamata la dottrina della concomitanza “
  • Meares ragiona quindi a proposito del concetto di restringimento della coscienza, termine usato da Janet: lo sdoppiamento prima citato, la possibilità di pensare e ricordare quello che si vive, in alcuni momenti verrebbe perso, risultando in un processo di “anti-sdoppiamento”, una sorta di unificazione/restringimento della coscienza che porterebbe la persona a “entrare” nel “mero” agire, portandol* a non ricordare quello che fa in quello stato dissociato -dato che la possibilità di immagazzinare memorie episodiche viene meno.
    La dissociazione arriverebbe inoltre a seguito di uno shock o un’emozione veemente, non sarebbe da pensare dunque come un meccanismo difensivo -come in seguito teorizzato da Freud (qui uno dei punti di rottura tra Freud e Janet, come qui approfondito).
    Questo ci porta a riflettere su come alcuni pazienti sembrino aver dimenticato intere fette di esperienza: in alcuni periodi, seguendo questo modello esplicativo, gli accadimenti non sarebbero da pensare come pensati/cognitivizzati, ma vissuti e interiorizzati attraverso memorie procedurali (spesso si ha la sensazione che nella storia dei pazienti qualcosa “sia successo”, o che alcuni periodi siano stati vissuti con intensità eccessiva). Ci troviamo dinnanzi a memorie “impressionistiche”, mai dettagliate, che rimangono sul generico, che appunto dovrebbero spingerci a chiederci se possa esserci stata una spontanea tendenza a dissociare (o per meglio dire a non integrare, per via di fallimenti nelle funzioni di sintesi) emozioni troppo forti, in alcuni periodi di vita, con un conseguente difficoltoso intervento della memoria episodica (sempre per come la intende Tulving).
  • sempre a proposito del tema “sdoppiamento”, Meares ragiona su alcuni fenomeni inerenti la sensazione di “essere sé”: la possibilità di posizionarsi entro la realtà e di confrontare il passato con il presente, operando un’operazione di continua “cucitura”, dipende dalle funzioni mentali superiori prima descritte: nel momento in cui queste funzioni vengono meno, osserviamo secondo questo modo di ragionare alcune forme di psicopatologia peculiare, come la derealizzazione o anche il dejavù (come ben argomentato in questo articolo di Benedetto Farina). Una delle funzioni della coscienza, dunque, consterebbe in un’operazione di cucitura delle esperienze e di confronto continuo tra il “blocco” del passato dell’individuo con il suo presente. In alcune forme di restringimento delle coscienza (per usare il termine di Janet) -entro stati dissociativi-, questo strumento della mente verrebbe a perdersi (in modo più o meno temporaneo) procurando al paziente una pesante sensazione di non presenza, o di non riconoscere luoghi o cose a lui/lei precedentemente familiari

2: Il presente dissociato (di Benedetto Farina, 2008)

Anche in questo caso, prenderemo il lavoro di Farina e lo scomporremo nelle sue parti principali, riassumendole per punti; alla fine faremo alcune considerazioni conclusive.

  1. come prima considerazione, Farina parla di “disturbi della continuità della coscienza”. “Transizioni in cui non ci si sente sé stessi”, fenomeni di “scollamento” dall’esperienza e peculiari momenti di difficile spiegazione come il dejavù, sarebbero alterazioni dello stato di continuità della coscienza, concomitanti a un penoso senso di scollamento dall’esperienza presente: disturbi inerenti quella che Janet definì presentificazione. Farina osserva che certe forme di ansia o di sconforto potrebbero essere pensate come reazioni a queste discontinuità, e che alcuni disturbi di personalità -nella loro complessità-, andrebbero riletti a partire da questo fallimento delle funzioni di sintesi, che porterebbero la persona a sviluppare risposte problematiche (Russell Meares, come prima accennato, ma anche Clara Mucci, rileggono la psicologia borderline come il risultato di un fallimento di queste operazioni di cucitura continua nello stato della coscienza -per via di un indebolimento, di una scarsa “tenuta” delle già citate funzioni di sintesi, a seguito di esperienze avverse o attaccamenti traumatici primevi)
  2. come in precedenza osservato, affinché ci si senta a “proprio agio” nella realtà del presente, occorre che la coscienza operi un confronto continuo tra quello che si sperimenta e il passato prossimo del soggetto. Quando questa operazione di confronto fallisce, è possibile che il presente e il passato si “presentino” al soggetto in modo confuso, anomalo: è questo il caso del dejavù.
  3. Farina fa poi un commento a proposito del gruppo degli originatori del modello neojacksoniano (William James e Henri Bergson, Pierre Janet, Hughlings Jackson) e dei suoi più illustri e recenti promotori, Henri Ey e Russell Meares. Questo gruppo di pensatori, a suo modo di vedere, furono in grado di eseguire un’integrazione tra una psichiatria fortemente incentrata sugli aspetti biologici e una psichiatria fenomenologica a volte troppo “psicologista”, arrivando al modello neojacksoniano di cui qui scriviamo, in grado tenere insieme l’idea di un complesso mentecervello mosso da logiche evoluzionistiche e gerarchiche e gli aspetti fenomenologici più aderenti al vissuto “interno” dei pazienti stessi; entro questo modello di lettura, le funzioni mentali superiori, deputate al lavoro di sintesi e mediate da aree specifiche della corteccia cerebrale, avrebbero il potere di garantire un’esperienza soggettiva di continuità e presentificazione -al riparo da dolore e senso di perdita di “sé”-; allo stesso tempo, un vissuto psicologico eccessivo o un’emozione veemente, avrebbero il potere di corrompere questa funzione di sintesi, di fatto scardinando funzioni mentali di livello superiore, “toccando” il nostro cervello anche nella sua biologia, “precipitando sulla materia”: in questa bidirezionalità starebbe, a dire di Farina, la potenza euristica del modello, soprattutto quando si tratti di osservarne le ricadute psicopatologiche
  4. Proseguendo, Farina introduce il lavoro di ripresa di Jackson di Henri Ey e la sua teoria organodinamica, riassunta qui
  5. Degno di nota il riferimento a questo studio di Mesulam del 1998 e pubblicato su Brain -negli stessi anni dunque del prima citato lavoro di Meares-, una review di altri 250 articoli volti a rinforzare la tesi di un’organizzazione gerarchica delle funzioni cerebrali, con la coscienza a fare da aggregatore. Anatomicamente Mesulam individua, come aveva pionieristicamente fatto Jackson -e come molti studiosi oggi confermano, tra cui Damasio- la corteccia prefrontale come luogo dedicato.
  6. Entrando nel merito della psicopatologia, Farina osserva come Bergson avesse anticipato alcune concezioni di Jackson, per il quale la psicopatologia è da intendersi come la riorganizzazione del sistema mentecervello a seguito del fallimento della operazioni di sintesi. Bergson osservava acutamente come “un disturbo non può in alcun modo aggiungere qualcosa di nuovo alla mente”, volendo intendere con questo che il disturbo semplicemente slatentizzerebbe modalità insite nel paziente e in ogni individuo, fino a quel momento però gestite/controllate/integrate. Pensiamo per esempio ai disturbi ingenerati dalle sindromi prefrontali.
  7. Farina ci porta quindi un chiarimento a proposito del concetto di dissociazione, su cui tra l’altro -osserva- si era compiuta la rottura tra freudiani e janettiani nel corso del ‘900 (rottura che in seguito avrebbe eclissato Janet favorendo una concezione del trauma menomata di tutto il fondamentale apporto neojacksoniano, ora in fase di “recupero”). La dissociazione va distinta in disaggregazione/disintegrazione (un indebolimento generale delle funzioni di sintesi), e dissociazione vera e propria, con contenuti mentali riposti in un “altrove”, non integrabili nella coscienza. Liotti si era molto speso per evidenziare le due differenti concezioni di dissociazione, freudiana e janettiana (si veda qui per approfondire). Citando direttamente Farina, va evidenziato il necessario cambio di passo o di paradigma verso una concezione della psicopatologia più evoluzionisticamente giustificata, con l’ambiente in posizione di restituita centralità:
    “Al concetto di inconscio inteso come materiale rimosso o dissociato per “difesa” si oppone quello di livelli filogeneticamente e ontologicamente più primitivi ma non per questo meno importanti della coscienza. Le rappresentazioni mentali cui normalmente la coscienza non accede per organizzazione strutturale, la memoria procedurale che Tulving opponeva a quella dichiarativa e semantica, la conoscenza implicita dei neuropsicologi cognitivi (alcuni lo chiamano infatti inconscio cognitivo). Al meccanismo del conflitto intrapsichico si oppone quello di trauma relazionale reale. Alla dimensione difensiva si oppone quella strutturale”
  8. Farina quota quindi Meares, il quale come prima anticipato introduce l’idea che la rabbia dei pazienti borderline sia da pensare come una risposta a momenti di fallimento delle funzioni di sintesi entro il “reame” della coscienza (Meares chiama questa discontinuità della coscienza “micropsicopatologia del presente”), per poi ricordare Giovanni Liotti in uno dei suoi lasciti teorici centrali, fondamentali, l’idea cioè che un attaccamento problematico possa indebolire la sopra citata funzione di sintesi e inficiare le funzioni metacognitive in età adulta.
  9. A riguardo dei principi base della psicoterapia, Farina cita la “condivisione empatica dell’esperienza presente capace di riorganizzare la mente”, il che appunto saprebbe esercitare una forza contraria a quella scaturita dalle esperienze disorganizzanti: l’obiettivo è, in ultima analisi, rendere la dissociazione non necessaria, lavorando su metacognizione e funzioni mentali integrative, rinforzando la sintesi personale entro un contesto di sicurezza relazionale e intimità che -come ricorda Farina citando altri autori (Stern, Weiss, Liotti)-, fanno da base sicura a un processo di riorganizzazione del pensiero, esplorazione e ricordo, che nel caso dei disturbi post-traumatici potranno significare “elaborazione e superamento”.

3: The traumatic disintegration dimension (di Russell Meares e Benedetto Farina, del 2023)

Passiamo in ultimo a questo articolo più recente, pubblicato un anno prima della morte di Meares, firmato anche da Benedetto Farina. Il lavoro si apre con una definizione di dissociazione, per via di un distinguo tra diverse tipologie di dissociazione.
Gli autori evidenziano due tipologie di dissociazione, quella disinibita da quella inibitoria:

  1. La dissociazione disinibita, teorizzata in primis da Janet, è da pensare come risultato del fallimento di una funzione di sintesi: si avrà qui la sensazione di una “fuoriuscita” di materiale di difficile digestione psicologica
  2. la dissociazione inibitoria, per la quale la mente mette in atto attivamente meccanismi di separazione/scissione (per esempio generando episodi di amnesia o sintomi fisici, che un tempo venivano chiamati conversivi)

Gli autori notano anche che le due forme di dissociazione, possono presentarsi insieme. Nello specifico (tradotto):

“A volte sono attive insieme. Per esempio, la funzione protettiva della dissociazione inibitoria può essere reclutata per schermare dalla coscienza il materiale traumatico che sta al centro della dissociazione disinibita.”

Sui diversi modi di intendere la dissociazione, si veda anche questo.
Proseguendo nella lettura, gli autori affrontano il tema complesso del processo integrazione/separazione: la mente e il cervello necessitano costantemente di un bilanciamento tra spinte all’integrazione o alla segregazione di contenuti, mediate a livello biologico da interneuroni, funzionali a inibire o integrare segnale (qui per approfondire); quindi, propongono una tesi a riguardo del meccanismo di origine della disintegrazione, da intendersi secondo gli autori come un fallimento di funzioni inibitorie.
Ovvero, per chiarire: anche la forma “disintegrativa”/disinibita della dissociazione sarebbe da intendersi come un fallimento di funzioni inibitorie, elemento in precedenza già indagato da Meares, per esempio qui: The Sensory Filter in Schizophrenia: A Study of Habituation, Arousal, and the Dopamine Hypothesis, a proposito del concetto di abituazione, fallimentare in certi pazienti (come negli schizofrenici non paranoidi), il che -di nuovo- avrebbe a che fare con un fallimento di funzioni inibitorie, con funzioni mentali superiori che non riescono a operare in senso top-down.
Gli autori, citando Porges, proseguono quindi a osservare come nei momenti di fallimento delle funzioni inibitorie siano coinvolti rami diversi del sistema nervoso autonomo, attivato in senso simpatico ma fallimentare nelle funzioni inibitorie garantite dal sistema parasimpatico. Questo Porges lo aveva indagato nei pazienti borderline (The polyvagal theory: New insights into adaptive reactions of the autonomic nervous system), il che va a dare forza all’idea che -come prima introdotto- il disturbo borderline trovi la sua origine in un disturbo post traumatico complesso (anzi, che si configuri come la risposta dell’inidividuo a un PTSDc).

Proseguono poi introducendo gli studi di Liotti sull’attaccamento, che come sappiamo ha fortemente spinto l’idea che un attaccamento disorganizzato avrebbe il potere di intaccare le funzioni mentali superiori (inibizione e sintesi) alterando molteplici aspetti neurobiologici, compreso il funzionamento dei prima citati interneuroni inibitori, e alterando il meccanismo di separazione/integrazione (si veda qui per approfondire) così come di produrre rappresentazioni multiple e incoerenti di sé (si veda il modello liottiano, qui).

Non meno importante, il ruolo della corteccia prefrontale nella regolazione dell’attivazione post-traumatica, e dell’arousal: anche qui, le esperienze avverse in infanzia sembrano avere il potere di danneggiare queste funzioni inibitorie, lasciando l’individuo in balia di disregolazione, stati di allarme e agitazione indotti da -come si sarebbe detto anni fa- “riminiscenze” degli eventi traumatici “primevi”. Farina e Russell citano anche studi molto recenti su bambini maltrattati in relazione a una funzione chiamata di “pattern separation”, che in questi soggetti sarebbe alterata (Hippocampal pattern separation of emotional information determining risk or resilience in individuals exposed to childhood trauma: Linking exposure to neurodevelopmental alterations and threat anticipation), portandoli a un allarme ipergeneralizzato.

Gli autori passano quindi in rassegna alcuni studi a proposito delle esperienze avverse in infanzia (ACE), osservando come sia stata osservata (da diversi gruppi di lavoro, per esempio quello di Ruth Lanius) un’alterazione nel funzionametno di alcune reti neurali fondamentali nella coerenza narrativa di sè -raccolte in quello che chiamiamo Default Mode Network, una sorta di “baricentro” narrativo del Sè, un luogo di auto-narrazione e sintesi. Inoltre, citano gli studi sull’emisfero destro, resi celebri dai lavori di Shore.
In un passaggio particolarmente denso dell’articolo esplicano quindi, in modo esteso, un possibile meccanismo patogenetico del disturbo di personalità borderline, ingenerato da tentativi di adattarsi dell’individuo allo stato post-traumatico; merita qui riportarlo per intero:

“Finally, in the study of early relational trauma and disintegration processes we should consider the continuing interplay between alterations of biological structures (e.g., functional connectivity), the development of mental functions (e.g.,emotional control, continuity of self- experience or mentalization), the interpersonal environment (e.g., attachment figures) and pathogenic beliefs that take shape within the traumatic environment in an attempt to adapt to it. In this sense the traumatic disintegration could have a compounding negative impact on development: it hinders high-level mental functioning, leading to the above mentioned difficulties (e.g., executive functions, social cognition, self- consciousness), while it worsens, through a circular causation, the effects of the pathogenic beliefs and the relationship with the interpersonal and social environment, hampering “healthy personality functioning that should be characterized by openness to experience, flexibility, adaptability… flexibility of cognitive affective schemas… the capacity to constantly re- evaluate the sense of self and relatedness in the course of development” ( Luyten et al., 2020 , p. 90). The overall effect of these complex interactions is also the impairment of cooperative predisposition and trust (both epistemic and affiliative) that contribute to make these patients so resistant to psychotherapy (Liotti & Farina, 2016 )”

Como osserviamo, e come prima ricordato, Russell e Farina, così come altri autori provenienti da ambiti diversi (Liotti, Clara Mucci), spiegano il funzionamento borderline come un tentativo problematico di adattarsi agli stati disregolati e alle tendenze dissociative, di individui con storie traumatiche di sviluppo: da qui ipotizzano l’esistenza di una dimensione traumatica “disintegrativa”, un elemento da ricercare anche in altre forme cliniche (su tutti, alcune forme di disturbo di personalità).
É importante qui ricordare come parte del lavoro di Giovanni Liotti fosse incentrato su questi temi, in particolare pensiamo alle strategie di controllo, qui riassunte.
Concludendo, gli autori presentano il sunto del loro lavoro, che qui elenchiamo in due punti centrali:

  1. esisterebbe una dimensione traumatica disintegrativa da ricercare anche in altre forme di psicopatologia: una sorta di terreno fertile per l’emersione di altri quadri clinici
  2. la disintegrazione delle funzioni mentali superiori, sarebbe il primo processo patogenetico anche nelle altre forme di disturbo dissociativo: dal fallimento delle funzioni di sintesi nascerebbero sia la dissociazione disinibita, che quella inibitoria: “Trait disintegrative vulnerability is, thus, the precondition to develop both types of dissociation, regarded as the pathological “functional reorganization of the mind into enduring parallel- distinct structures which operate side by side without being fully integrated with each other”. Semplificando, le funzioni mentali superiori, a seguito di un uno o più eventi traumatici, verrebbero reclutate nel gestire la veemenza delle emozioni conseguenti al trauma stesso: da un loro funzionamento “difettoso” originerebbero sia la dissociazione disinibita che quella inibitoria, come due forme dello stesso disturbo.

CONCLUSIONI

Da questi 3 lavori possiamo farci un’idea del pensiero di Meares a proposito di diverse questioni inerenti la psicopatologia: come osserviamo, il modello neojacksoniano di mente è pienamente adottato, e da Meares complessificato: il complesso mentecervello si strutturerebbe in modo progressivo, crescendo, entro una logica gerarchica. I diversi registri di memoria, come teorizzato da Tulving, si svilupperebbero in modo sequenziale, progressivo, a partire dalla memoria procedurale per andare a quella episodica, e infine a quella autobiografica: la legge di Ribot e le osservazioni sulla neurodegenerazioni, confermerebbero un’architettura ancora una volta gerarchica, con elementi del sistema sovrapposti e in equilibrio dinamico, con aree deputate a inibire altre aree: dal fallimento di questo equilibrio e dal degenerare di queste operazioni di inibizione operato dalla funzioni mentali superiori, si svilupperebbero molte forme di psicopatologia, dalle dissociazioni disinibite a quelle inibitorie, fino a fenomeni di difficile interpretazione come il dejavù.

Quello che di Russell Meares dobbiamo evidenziare, in conclusione, è l’importante lavoro di rilancio del modello neojacksoniano e, attraverso esso, del lavoro di Henri Ey e Janet a proposito dell’architettura della mente e della psicopatologia.

Come abbiamo osservato, l’autore australiano ha esplorato a fondo le implicazioni fenomenologiche del modello, fornendo un importante contributo a riguardo di alcune “chiavi di lettura” di alcuni sintomi: si tratterebbe in molti casi di disturbi della stato della coscienza indotti da tentativi fallimentari da parte del paziente di adattarsi a vissuti post-traumatici di difficile gestione.

Con questo in mente, potremmo approcciare un paziente borderline con un’idea differente in mente, osservando i sintomi del disturbo di personalità come risultanti da penosi sentimenti di discontinuità della coscienza, a cui il paziente stesso tenterebbe di adattarsi. Al di là del quadro borderline, potremo infine ricercare nella storia clinica del paziente aspetti di “adattamento” a vissuti dolorosi, possedendo uno strumento in più per tentare di approcciarne i sintomi.
Da qui, poi, lavorare nella direzione di una maggiore coerenza narrativa e di una maggiore integrazione, con il fine ultimo di “rendere non necessaria la dissociazione“

—-

TAKEAWAYS

  1. la dissociazione deriva dal fallimento delle funzioni mentali superiori di sintesi
  2. il gruppo di originatori del modello neojacksoniano, e i successivi aderenti a questa visione della psicopatologia, sono: Spencer, Henri Bergson, Pierre Janet, Hughlings Jackson, William James,  Henri Ey, Russell Meares, Giovanni Liotti, Benedetto Farina
  3. il lavoro fatto da Giovanni Liotti e Benedetto Farina ha riguardato l’integrazione del modello neojacksoniano con la teoria dell’attaccamento. Quindi: neojacksonismo + Teoria dell’Attaccamento (“Sviluppi traumatici” è il testo di riferimento)
  4. la dissociazione, nella sue diverse forme, potrebbe essere collegata in modo diretto alle funzioni inibitorie (dissociazione inibitoria) o nel loro fallimento (dissociazione disinibita): tutto originerebbe da una dimensione traumatico-disintegrativa interdiagnostica

ALTRE FONTI

  1. Camilla Marzocchi sulla concettualizzazione del disturbo borderline per Meares
  2. Russell Meares: la ‘dolorosa incoerenza’ del Sé nel Disturbo Borderline di Personalità
  3. 3 MODI DI INTENDERE LA DISSOCIAZIONE, da un intervento di Farina
  4. le pubblicazioni di Russell Meares
  5. questi contributi video

Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA.

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21 July 2025

IL PRIMO CONGRESSO AISTED A MILANO (24 E 25 OTTOBRE 2025)

di Raffaele Avico

A Milano, il 24 e il 25 ottobre 2025 si terrà il primo convegno AISTED, Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione, nata nel 2011.
L’idea di AISTED è quella di alternare un suo convegno al convegno dell’ESTD, l’organo europeo di studio sul trauma, di cui AISTED è appunto una costola italiana. Le due associazioni forniranno dunque a chi fosse interessato, ogni anno, un’occasione per approfondire tematiche relative al trauma e alla dissociazione, uno in Italia a cura di AISTED, l’altro in un luogo di volta in volta diverso in Europa (l’ultimo convegno ESTD è stato organizzato in Polonia).

Come si nota, nel convegno a relatori di spicco in ambito di trauma, vengono alternati workshop e seminari a cura dei soci AISTED.

Dal razionale di invito, inoltre, ci possiamo fare un’idea dello “stato dell’arte” relativo alla psicotraumatologia italiana: sempre più attenzione agli approcci bottom up, agli impatti dell’ambiente sul corpo, ai processi di adattamento degli individui a contesti traumatici. In particolare sono da mettere in evidenza i contributi di alcuni autori che abbiamo su questo blog ospitato, per esempio Andrea Zagaria che approfondirà il concetto di di attaccamento traumatico, uno dei riferimenti italiani per lo studio sulla dissociazione Benedetto Farina, l’attuale presidente ESTD Maria Paola Boldrini, e molti altri.

Insieme a Costanzo Frau (che presenterà la recente traduzione di un volume di Henri Ey), porterò un intervento sul modello neojacksoniano di mente, cercando di tratteggiare la linea di sviluppo del concetto.
Partendo dalle teorizzazioni di autori seminali nella concezione di un funzionamento stratificato e gerarchico del complesso corpo-mente, come Spencer, Ribot, lo stesso Jackson, passando poi per Janet, Russell Meares (autore eccezionale), fino ad arrivare ai nostri Giovanni Liotti e Benedetto Farina, l’idea di uno sviluppo gerarchico e stratificato della mente è in grado di giustificare il ritorno al corpo dell’attuale clinica del trauma, dato che un individuo traumatizzato sperimenta una regressione a stereotipie di pensiero e automatismi mossi da spinte più istintuali e animalesche, che non da semplici schemi di pensiero o tentativi di intellettualizzare il trauma. L’intuizione che ha dato avvio al filone della psicoterapia sensomotoria ha trovato negli autori neojacksoniani una base solida per ragionare su come tentare di lavorare con il trauma senza necessariamente passare per la mente o la cognizione, dato che il lavoro sembrava dovesse essere fatto in primis sugli automatismi e sulle “tendenze all’azione”, le risposte comportamentali che durante la traumatizzazione sembrano essere rimaste congelate, o bloccate.

Qui il programma ufficiale.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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20 February 2025

Il ripassone. “Costrutti e paradigmi della psicoanalisi contemporanea”, di Giorgio Nespoli

di Raffaele Avico

Il monumentale volume curato da Giorgio Nespoli dell’Università di Torino, giustamente pensato per un pubblico di studenti universitari, dato il suo tono chiaro e divulgativo, si rivela  al contempo massimamente preciso e puntuale nell’articolare le diverse formulazioni teoriche, prestandosi benissimo a rappresentare un “ripassone” per chiunque desideri tornare indietro e gli “inizi” dell’avventura psicoanalitica, ripercorrendo a grandi falcate gli avvicendamenti teorici e gli autori che ne hanno segnato i punti di svolta, e i maggiori apporti.

Il volume ha un impianto organizzato in senso cronologico, vuole ripercorrere la storia della psicoanalisi e lo fa estrapolando i paradigmi ad essa sottesi, promuovendo un’operazione mentale di sintesi che consente a chiunque abbia un po’ di dimestichezza con la materia di ripercorrere con la mente i punti principali della teoria psicoanalitica, e trovare al contempo ulteriori spunti, idee dimenticate e centrali degli autori -magari studiati negli anni dell’università- e punti di convergenza tra teorie diverse.

A fine lettura si ha la sensazione di aver più chiaro, dentro la mente, il percorso originato “formalmente” dagli studi di Freud -con cui il volume si apre- ed evidenti i diversi contributi che dopo di lui hanno ingrossato il “fiume” della teoria psicoanalitica, il tutto espresso con una chiarezza veramente arricchente e molto lavoro fatto dall’autore “per noi”, di pre-masticamento e metabolizzazione dei contenuti psicoanalitici, distillati nei paradigmi fondamentali, che di fatto rappresentano il tema centrale del volume stesso.

Prima di entrare nei contenuti, una nota sulla forma: al di là della comoda strutturazione cronologica del testo, ideale per studenti universitari, il testo si articola alternando contenuti scritti da Nespoli che riassume e sintetizza la teoria, ad apporti di altri autori tratti sia da libri che -e qui il punto originale- da siti a tema, di assoluta attualità. Il testo è costellato da riquadri che riportano estratti da articoli letti su Spiweb, su Psychomedia, su Psychiatry on line e su altri siti minori -ma sempre di qualità. Si ha l’impressione in questo modo di un testo vivo e attuale, ampiamente moderno in questa ibridazione tra “classico” e “nuovo”, analogico e digitale. La lettura può dunque fermarsi al testo principale, e approfondirsi poi sui riquadri a tema, verticali su aspetti puntuali di teoria o di metodo, che rimangono “facoltativi”, per chi voglia approfondire una questione specifica.

A riguardo dei contenuto, osserviamo come Nespoli parta dalla teorizzazione freudiana -riassunta nei punti salienti, con spunti importanti anche per chi lavori già con pazienti e in ambito clinico-, per poi dirigersi speditamente al “mondo teorico” costruito da Klein, quindi al contributo fondamentale e attualissimo di Bion, a Lacan e al paradigma relazionale, verso una concettualizzazione sempre più “bipersonale” del lavoro psicoanalitico, passando per Winnicott, Mitchell, chiudendo su Kohut e su alcune riflessioni inerenti il metodo e la clinica.

Osserviamo, come da titolo, i diversi paradigmi alternarsi all’interno del lavoro di formulazione storica psicoanalitica, partendo dal paradigma pulsionale -con la pulsione a fare da “elemento organizzativo della mente” per Freud-, alla teoria sugli oggetti promossa da Melanie Klein, alla teoria sulla nascita del pensiero di Bion, per arrivare al paradigma relazionale, che permea la psicoanalisi più contemporanea.
A fine lettura si ha chiaramente la “visione” sui diversi apporti e sui segni da questi lasciati nel contesto della dottrina psicoanalitica, e chi volesse tentare un’integrazione -dentro di sé- dei diversi paradigmi, alla ricerca del “suo” modo di pensare al modello di mente, potrebbe con questo volume provare a lavorarci – attraverso una sorta di “ripassone”.

Alcune osservazione estemporanee:

  1. Nespoli, nel riassumere i diversi paradigmi psicoanalitici, si pone delle domande fondamentali, funzionali a meglio divulgare le teorie stesse, come quando si chiede quale sia l’elemento “che organizza la psiche” nel paradigma freudiano (la pulsione) e nel paradigma kleiniano (la difesa dall’angoscia): domande di questo tipo sono spesso formulate nel testo, e ci raccontano di un lavoro di riflessione fatto dall’autore a proposito della teoria stessa, come un ripensamento critico (funzionale -forse- al lavoro clinico) che aiuta a meglio comprendere la teoria stessa
  2. la spiegazione del paradigma freudiano è magistrale, per chiarezza ed esaustività; si ha chiara l’evidenza di come la teoria del trauma in Freud contenesse in nuce alcuni dei concetti centrali della psicotraumatologia di oggi -120 anni dopo-, pur mancando un riferimento forte e una digressione, che forse sarebbe stata importante, su Pierre Janet e il suo lavoro sugli automatismi, sulle funzioni di sintesi mentale e sulla concezione gerarchica della mente. Janet viene definito da Nespoli autore “pre-psicoanalitico”, forse per una questione cronologica
  3. il capitolo su Lacan si rivela il più complesso: troppi i termini specifici, ai limiti del criptico, troppi i passaggi logici dati per scontati nel tentativo di divulgare la formulazione teorica promossa da Lacan; d’altronde la teoria lacaniana si rivela, a quanto sembra, non divulgabile -a tratti astrusa-, e complessa per chiunque vi si approcci dall’esterno. A fine capitolo si ha la sensazione di aver colto poco, e mi chiedo quanto possa aver tratto da una lattura del genere uno studente sui 20 anni; il problema della divulgazione della teoria di Lacan rimane tangibile, dato che le idee sviluppate dal filosofo francese sono geniali, ma sembra esserci carenza di capacità divulgativa anche da parte di chi quella teoria sostenga di padroneggiarla
  4. Fondamentale anche il capitolo su Bion: il suo lavoro sul campo bipersonale, e il rilancio alla teoria di Antonino Ferro (che cura l’introduzione), rappresentano l’aggancio al proseguo ideale del volume stesso, il lavoro (sempre di Nespoli) “Psicoanalisi contemporanea. La teoria del campo analitico post-bioniano”. Il costrutto di campo, l’interpretazione “insatura” (usando un termine di Antonino Ferro), l’idea di una co-costruzione dei significati (e dell’inconscio stesso) rappresentano concetti centrali -insieme alla visione relazionale- della psicoanalisi più attuale, come ben evidenziato dall’autore stesso
  5. Due capitoli interi vengono dedicati rispettivamente alla posizione schizo/paranoide di Klein e alla posizione depressiva, il che ci dice dell’importanza centrale del costrutto di Klein, fondamentale per chi lavori con pazienti (gravi o meno), utilissimo a leggere oscillazioni manifestate dal paziente (pensiamo per esempio al concetto di “trionfo sull’oggetto” nel paziente maniacale)
  6. Molteplici autori rappresentano, in questo “ripassone”, punti di aggancio ad altre scuole di pensiero inerenti la psicologia clinica, in particolare due: a) Ferenczi come padre della psicoanalisi bipersonale e, insieme a Pierre Janet, della teoria sul trauma, e b) Bowlby come promotore della teoria dell’attaccamento, citato per il suo contributo all’infant research, per i suoi studi sull’etologia e sulla psicologia evoluzionistica e per aver costruito un ponte tra la psicoanalisi più classica e l’attuale neuropsicoanalisi. Schore e Giovanni Liotti rappresentano autori che negli ultimi anni hanno incarnato questa possibile “integrazione”, a cavallo tra psicoanalisi classica, ricerca sull’infanzia, etologia e neuroscienza.
  7. Assenti nella trattazione: Jung, Bromberg e il già citato Janet. Janet e Bromberg sono fondamentali per chiunque, oggi, si occupi di trauma (vd. Aisted.it)

In conclusione, questo incredibile, meraviglioso libro si distingue per chiarezza cristallina e puntualità divulgativa, e invoglia alla lettura del successivo lavoro di Nespoli “Psicoanalisi contemporanea. La teoria del campo analitico post-bioniano”, incentrato sul concetto di campo bipersonale, introdotto anch’esso da Antonino Ferro.


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17 September 2024

Disturbi da sintomi somatici e di conversione: un approfondimento

di Roberta Spiga, Costanzo Frau, Studio Psicoterapia e Ricerca Trauma & Dissociazione Associazione DBR Italia (e-mail: deepbrainreorienting@gmail.com)

I disturbi da somatizzazione e conversione fanno parte di una categoria diagnostica del DSM- 5, definita disturbo da sintomi somatici e disturbi correlati (APA, 2013). Questo cluster di disturbi non è sempre stato categorizzato allo stesso modo nel corso dei decenni ma ha subito diverse modifiche nelle diverse edizioni del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM).

La prima classificazione dei disturbi da somatizzazione è da attribuire al DSM III (1980) che le descriveva come delle lamentele somatiche, esagerate, multiple e ricorrenti, della durata di parecchi anni, apparentemente non legate a nessun disturbo fisico di origine medica. Le manifestazioni cliniche si riferivano a sintomi di conversione come paralisi o cecità, fastidi gastrointestinali, difficoltà genitali nella femmina, problemi psico-sessuali, dolori muscolari come mal di schiena e sintomi cardio-polmonari. I disturbi da conversione, invece, venivano descritti come un’alterazione o perdita di funzionamento fisico, collegati all’espressione di un conflitto o di un bisogno psicologico.

I sintomi di conversione riguardavano paralisi, afonia, convulsioni, alterazioni della coordinazione, acinesia, discinesia, cecità, visione a tunnel, anosmia, anestesia e parestesia. Inoltre, il DSM III specificava come i sintomi del disturbo non dovessero essere prodotti intenzionalmente ed essere spiegati con un altro disturbo fisico o meccanismo fisiopatologico conosciuto.

Sia il disturbo di somatizzazione che quello di conversione facevano parte dei Disturbi Somatoformi assieme al disturbo da dismorfismo corporeo, all’ipocondria e al disturbo da dolore somatoforme (APA, 1980).
Nella quarta edizione del DSM, il DSM-IV, le diagnosi precedentemente descritte nel manuale sotto il disturbo somatoforme furono riorganizzate sotto l’ombrello dei cosiddetti disturbi somatici che includevano:

  • Disturbo di Somatizzazione: indicato come disturbo caratterizzato da molteplici sintomi, con esordio prima dei 30 anni, riguardanti dolore e sintomi gastro- intestinali, sessuali e pseudo-neurologici;
  • Disturbo Somatoforme Indifferenziato: caratterizzato da lamentele fisiche non giustificate ma che non raggiunge la soglia per la diagnosi di Disturbo di Somatizzazione;
  • Disturbo di Conversione: sintomi di deficit riguardanti le funzioni motorie volontarie e sensitive non giustificati a livello medico
  • Disturbo Algico: caratterizzato dal dolore come punto focale principale della alterazione clinica.
  • Ipocondria: preoccupazione legata al timore o alla convinzione di avere una grave malattia
  • Disturbo di Dismorfismo Corporeo: preoccupazione riguardante un difetto presunto o sopravvalutato del proprio aspetto fisico;
  • Disturbo Somatoforme Non Altrimenti Specificato: è stato incluso per registrare i disturbi con sintomi somatoformi che non soddisfano i criteri per nessuno dei Disturbi Somatoformi

Nel DSM 5 (APA, 2013) questa categoria diagnostica viene descritta sulla base dei sintomi e segni positivi, ovvero sintomi somatici accompagnati da pensieri, sentimenti e comportamenti anomali che vengono adottati in risposta a questa sintomatologia.

I principi che sono alla base dei cambiamenti apportati nelle diagnosi del disturbo da sintomi somatici e disturbi correlati sono fondamentali per comprendere le diagnosi del DSM-5. In questa versione cambia la categorizzazione dei disturbi rispetto al DSM -IV:

  • Disturbo da sintomi somatici
  • Disturbo da ansia di malattia
  • Disturbo da conversione (Disturbo da sintomi neurologici funzionali)
  • Disturbo fittizio
  • Disturbo da sintomi somatici e disturbi correlati con altra specificazione
  • Disturbo da sintomi somatici e disturbi correlati senza specificazione

I criteri delle versioni precedenti attribuivano un’eccessiva importanza alla centralità dei sintomi che non avevano una spiegazione medica. La nuova classificazione definisce, invece, la diagnosi principale, disturbo da sintomi somatici, sulla base di sintomi oggettivi. Rimane la categoria del Disturbo da conversione, che include i sintomi che non hanno una spiegazione medica: in questa diagnosi i sintomi neurologici risultano incompatibili con la fisiopatologia neurologica.

Sebbene sia classificato con i disturbi da sintomi somatici/somatoformi nel DSM-III fino al DSM-5-TR, il disturbo di conversione è classificato come disturbo dissociativo nell’ICD-10, mantenendo la sua lunga associazione con l’isteria (Kanaan et al., 2010; Brown et al., 2007).

I sintomi da conversione includono le pseudoparalisi, pseudocrisi epilettiche, deficit della vista e di altre funzioni sensoriali, disturbi dell’equilibrio e un insieme di disturbi neurologici, transitori e reversibili, dove non è dimostrata una lesione nervosa (Farina e Liotti, 2011).

Le somatizzazioni più comuni, invece, sono caratterizzate da disturbi a carico del sistema gastrointestinale, muscolo-scheletrico e genito-urinario come ad esempio vaginismo, dispareunia, eiaculazione dolorosa, minzione dolorosa (Farina e Liotti, 2011).

Nel loro meccanismo di base, sia i sintomi somatoformi che quelli di conversione possono essere ricondotti ad un processo dissociativo. In effetti fu Freud a distinguere l’isteria di conversione dall’isteria dissociativa per dire che quest’ultima era rarissima o inesistente.

Il DSM successivamente separò i disturbi di conversione dai disturbi dissociativi, inserendo il disturbo di conversione tra i disturbi somatoformi. Utilizzando una categoria arbitraria che li abbraccia entrambi, potremmo dire che i pazienti che presentano sintomi di dissociazione somatoforme sono molti e probabilmente affollano gli studi dei medici di medicina generale richiedendo un consulto medico per uno stato di malessere fisiologico generalmente non riconosciuto dai propri familiari. Questi sintomi non possono essere sicuramente letti tramite un modello medico riduzionista ma possono trovare una spiegazione all’interno di un paradigma più complesso, paradigma che abbraccia l’interazione tra i tre assi psico-neuro-endocrino-immunologico e che considera centrale la relazione mente-corpo (per un approfondimento vedi Anjum et al. 2020; Gonzales-Diaz, 2017; Bottaccioli, 2015).

Per esempio, un tipico sintomo descritto dal paziente come uno sbandamento continuo o la sensazione di perdere l’equilibrio, è l’atasia-abasia. Si tratta di un deficit di origine nervosa che consiste nell’impossibilità o difficoltà a camminare e che causa una riduzione della coordinazione dei movimenti, nella maggioranza dei casi non giustificato da una patologia (come, per esempio, l’ictus). In realtà questo sintomo è molto comune nei quadri dissociativi e veniva descritto in maniera molto dettagliata nei casi di isteria nella letteratura di fine 1800 (Janet, 1889; 1909).

La conversione e tanti altri sintomi somatoformi sono stati chiamati dissociazione somatoforme sulla base di solide prove empiriche. Diversi studi hanno messo in evidenza come questi sintomi fossero fortemente correlati alla dissociazione psicoforme (Nijenhuis, 2000; Nijenhuis et al., 1999) e come i pazienti con sintomatologia somatoforme e anche quelli con diagnosi di disturbo dissociativo presentassero in anamnesi esperienze traumatiche (Saxe et al., 1994; Nijenhuis et al., 2004; Tezcan et al., 2003).

Questi dati spiegherebbero il motivo per cui i termini dissociazione e somatoforme sono tenuti assieme nell’ICD-10 e nella sua versione aggiornata, l’ICD-11.

La manifestazione somatica della dissociazione è probabilmente causata da una perdita di integrazione verticale della componente somatoforme dell’esperienza e rappresentata da varie forme di sintomi pseudo-neurologici che possono includere funzioni quali: l’inibizione motoria o la perdita del controllo motorio, sintomi gastrointestinali, convulsioni, sintomi dolorosi, alterazione nella percezione del dolore (analgesia, anestesia cinestesica) come può succedere nei pazienti che non riescono a riferire lo stato di dolore o mantenere il contatto con lo stato affettivo in conseguenza di un’esperienza traumatica (Bob et al., 2013).

A tal proposito è interessante notare come la regolazione emozionale sfrutti gli stessi circuiti fisiologici che riguardano il dolore fisico. Il dolore viene trasmesso dalla sua origine periferica ad una prima tappa localizzata nella cellula gangliare, in maggioranza tramite le fibre C non mielinizzate e per questo lente, e in misura minore tramite le fibre A-delta caratterizzate da un basso livello di mielinizzazione e definite “semilente”. Successivamente il messaggio raggiunge il neurone a livello del ganglio spinale, dove si può verificare un’esaltazione della percezione del dolore tramite la sostanza P o una sedazione per mezzo delle encefaline, per poi raggiungere le corna posteriori del midollo spinale e infine i centri encefalici (talamo, amigdala, giro cingolato, corteccia sensoriale) (Panizon & Barbi, 2010).

Parallelamente si assiste ad una attivazione del sistema anti-nocicettivo che sfrutta come mediatori gli oppiodi endogeni, le endorfine e le encefaline e che forma un circuito dal nucleo accumbens al grigio periaqueduttale (PAG) lungo il midollo per giungere all’interneurone delle radici posteriori e al ganglio spinale (Panizon & Barbi, 2010). Questi circuiti top-down hanno una funzione fondamentale nella regolazione del dolore, assumono un ruolo più complesso durante lo sviluppo ontogenetico e sono implicati nelle manifestazioni sintomatologiche che caratterizzano i pazienti con storie traumatiche cumulative, in cui è evidente la dissociazione somatoforme.

La dissociazione somatoforme si basa sui meccanismi più bassi localizzati nel cervello più profondo, dove il lavoro di miglioramento delle capacità autoriflessive del paziente e la consapevolezza dei suoi stati mentali non riesce ad arrivare.

I pazienti con disturbi da sintomi somatici e nello specifico con disturbi da conversione necessitano per questo di trattamenti integrati che, oltre al lavoro classico portato avanti dalle diverse forme di psicoterapia basate sull’evidenza, preveda un lavoro specifico sul corpo, unico canale di accesso che può permettere una re-integrazione delle memorie somato-sensoriali dissociate.

Per bibliografia, qui.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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24 June 2024

Attaccamento traumatico: facciamo chiarezza (di Andrea Zagaria)

PREMESSA: un approfondimento a cura di Andrea Zagaria dell’Università di Trento sul concetto di “attaccamento traumatico”, ovvero sulle consueguenze di “esperienze emotivamente soverchianti all’interno di una relazione di attaccamento”. Interessante osservare come si parli non solo di età infantile, ma anche di età adulta: “un’esperienza soverchiante in una relazione di attaccamento adulta può avere conseguenze simili alle esperienze soverchianti vissute da bambini”. (R. Avico)

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Attaccamento traumatico: facciamo chiarezza (di Andrea Zagaria)

A chiunque di noi è capitato di pensare di avere dei “traumi infantili”. Nella lingua parlata, l’espressione è ormai diventata di uso comune, spesso anche ironico: “Questa cosa mi ha fatto venire un trauma!” o “Lei deve avere proprio tanti traumi, se si comporta così!”.

In effetti, una delle principali scoperte della psicologia clinica è che le esperienze traumatiche, specie se situate con le figure importanti della nostra vita (es. madre, padre, partner, fratello, sorella), possono avere una grande ripercussione sulla nostra vita adulta. Janet, Breuer, Charcot e Freud, tra i principali fondatori della moderna psicologia clinica a fine Ottocento, si sono tutti dedicati, in diversi modi, allo studio delle esperienze traumatiche infantili e dei loro effetti.

L’assunzione che le esperienze infantili siano fondamentali per determinare la nostra salute mentale è rimasta un bagaglio teorico della psicologia clinica attraverso tutto il Novecento. Tuttavia, è solo dagli anni ‘80, e specificatamente dagli anni ‘90, che la ricerca scientifica ha cominciato a riprendere sul serio il concetto di trauma, e in particolare il trauma infantile.

Negli ultimi anni, in particolare, si è diffuso un nuovo concetto: quello di attaccamento traumatico, ossia di trauma legato al sistema di attaccamento. Definiremo precisamente cos’è più avanti; per ora ci basti sapere che indica una serie di conseguenze psicologiche derivanti da un’esperienza soverchiante che si verifica in una relazione in cui siamo vulnerabili, dipendenti e bisognosi di aiuto (una relazione di attaccamento, appunto). Il fatto che siamo “aperti” e “vulnerabili” e che ci aspettiamo aiuto e comprensione, ma riceviamo invece “indietro” qualcosa di disturbante, soverchiante e spaventoso, determina delle conseguenze disastrose sulla nostra salute mentale.

I modi in cui l’attaccamento traumatico si rende evidente da adolescenti ed adulti sono i più disparati: disturbi da dipendenza di sostanze, disturbi d’ansia, disturbi dell’umore tra cui depressione, disturbi post-traumatici, disturbi alimentari, disturbi di personalità… Insomma, un insieme molto eterogeneo.

I professionisti sanno bene che, tra gli altri, autori come Giovanni Liotti, Alan Schore, Jon Allen, Peter Fonagy, Patricia Crittenden e Julian Ford hanno parlato di attaccamento traumatico.

Tuttavia, questa nozione è per ora solo un’euristica clinica, ossia un concetto utile ai terapeuti che cercano di aiutare i loro pazienti. Vale a dire: i terapeuti che investigano le vite di coloro che soffrono molto da adulti spesso scoprono che queste persone sono state esposte a esperienze traumatiche quando erano molto giovani. Ed emerge anche che se si “aggiusta” il funzionamento del sistema di attaccamento attraverso la relazione terapeutica, queste persone stanno meglio.

Tuttavia, non è chiaro se, oltre ad essere un concetto clinico “retrospettivo”, l’attaccamento traumatico sia qualcosa di misurabile oggettivamente, qualcosa che può essere messo al vaglio della ricerca scientifica.

Chi scrive questo articolo ha dedicato gli ultimi anni della sua vita a studiare il concetto di attaccamento traumatico.

Come ne hanno parlato i ricercatori? Come lo hanno reso misurabile? Che cosa ci dice, in sintesi, la letteratura scientifica a riguardo?

Abbiamo da poco pubblicato una rassegna proprio su questo argomento, sul giornale European Journal of Trauma and Dissociation, l’outlet ufficiale dell’European Society for Trauma and Dissociation. Dopo aver investigato in modo approfondito la letteratura, abbiamo scoperto qualcosa di inquietante e affascinante allo stesso tempo: nessuno è d’accordo su questo tema. La confusione regna sovrana.

Tutti sembrano parlare della stessa cosa o di fenomeni molto simili tra loro. Eppure, ognuno sa cosa accade esclusivamente nel proprio “giardinetto” e, nel migliore dei casi, ignora cosa viene fatto in un campo di ricerca “fratello”. Nel peggiore, lo conosce ma lo critica.

E così troviamo diversi concetti collegati tra di loro, come l’attaccamento disorganizzato nei bambini, lo stato della mente non risolto negli adulti, l’attaccamento “spaventato” misurato attraverso i questionari auto-compilati; ma anche il disturbo post-traumatico complesso, le esperienze infantili avverse, e infine la biologia e le neuroscienze del trauma. Per non parlare della teoria del trauma da tradimento, il trauma interpersonale, il trauma relazionale precoce…

Tuttavia, raramente qualcuno all’interno di queste tradizioni di ricerca cita o si rivolge a concetti nati in altre tradizioni “parenti”. Insomma, una sorta di “campanilismo” scientifico, che è tutto fuorché raro in Psicologia!

Il risultato? Una schiera di risultati in qualche senso connessi, eppure frammentari, contrastanti e in sostanza incommensurabili, cioè non “sommabili” l’uno con l’altro dal punto di vista della misurazione.

Una vecchia favola buddhista, risalente al VI secolo a.C., sembra descrivere bene la situazione.

La storia racconta di alcuni uomini ciechi alla nascita che vengono condotti a conoscere un elefante. Nessuno di loro ha mai potuto toccare o sentire parlare di un elefante prima di quell’occasione, quindi la loro conoscenza di questo animale è nulla. Dopo che si sono avvicinati, ogni cieco ha occasione di toccare una parte diversa del pachiderma. Ciascuno trae dunque le sue conclusioni, basandosi esclusivamente sulla parte che riesce a esplorare con le proprie mani.

Il primo tocca la zampa e conclude che un elefante è simile a un tronco d’albero; un altro tocca la coda e pensa che sia come un serpente; un terzo tocca l’orecchio e lo descrive come un enorme ventaglio, e così via. Le discussioni tra i diversi uomini ciechi su cos’è un elefante diventano quindi molto accese, ed essi finiscono per insultarsi l’un l’altro, arrivando talvolta alle mani.

Le tradizioni di ricerca sembravano apparire proprio come questi uomini ciechi.

Studiando ciascuna di queste diverse linee di ricerca, io e i miei colleghi abbiamo deciso di provare a chiarire chi stava studiando cosa. Chi è e come si chiama l’uomo che sta tendendo stretta la zampa? Che cosa significa, nell’economia della comprensione dell’elefante, tenere stretta solo la zampa? E come devono essere interpretati i racconti dell’uomo che è sopra l’elefante e sta toccando solo il suo orecchio?

Ovviamente, pensare di aver trovato l’elefante attraverso l’analisi accurata dei racconti di ognuno dei ciechi sarebbe trionfalistico e un po’ narcisistico. Qualcuno potrebbe anche accusarci una sorta di “apofenia”, ossia la tendenza di vedere collegate cose tra loro che in realtà non lo sono. Rispettosamente, dissentiamo.

Quello che speriamo di aver fatto è innanzitutto chiarire che ci sono sei uomini diversi, che spesso ignorano addirittura l’esistenza dei loro compagni, anche se l’oggetto di ricerca è sostanzialmente lo stesso.

In particolare, questi sei uomini sono stati categorizzati come segue.

Le prime tre linee, collegate alla tradizione dell’attaccamento, sono:

  1. L’attaccamento disorganizzato infantile, operazionalizzato nella Strange Situation Procedure (SSP)
  2. Lo stato mentale adulto non risolto/disorganizzato, emergente nelle trascrizioni dell’ Adult Attachment Interview (AAI)
  3. L’attaccamento adulto spaventato (“fearful”) della psicologia dellapersonalità/sociale, valutato tramite questionari auto-compilati

Le restanti tre linee di ricerca sono collegate agli studi sul trauma:

  1. Gli studi sul Disturbo da Stress Post-Traumatico Complesso (cPTSD), una sindrome clinica associata all’esposizione prolungata e sistematica a traumi cumulativi
  2. La linea di ricerca che studia le esperienze infantili avverse, prevalentemente tramite l’uso di questionari
  3. I lavori neuroscientifici e psicofisiologici riguardo la psicologia del trauma e specialmente del trauma relazionale precoce

Riconoscere questi “sei uomini” e evidenziare che essi potrebbero stare guardando lo stesso problema da sei angolature diverse è si è configurato come un primo significativo passo in avanti.

In secondo luogo, abbiamo cercato di chiarire quale parte dell’elefante ognuna di queste linee stava analizzando, cioè in che modo queste tradizioni di ricerca erano simili e in che modo erano diverse tra loro. Proprio grazie a questa opera di integrazione concettuale abbiamo cercato di delineare una possibile silhouette dell’elefante (fuor di metafora: l’attaccamento traumatico) e di offrirne una definizione.

La nostra nuova definizione di attaccamento traumatico recita così:

“Variabili e durature conseguenze biologiche, psicologiche e relazionali derivanti da una mancata codificazione e integrazione di esperienze emotivamente soverchianti all’interno di una relazione di attaccamento.”

La definizione può apparire complessa, e infatti va analizzata parola per parola, come abbiamo fatto nella nostra review. Ognuno di questi termini reca con sé un universo concettuale da spiegare e delimitare molto dettagliatamente. Purtroppo, questa sede non offre il necessario spazio per tale operazione, ma il lettore interessato potrà trovarla direttamente nel paper originale in inglese.

Tuttavia, vale la pena notare che abbiamo delimitato il costrutto di trauma a quello di “conseguenze”. In letteratura (anche tra esperti) vige la confusione più assoluta riguardo all’accezione di questo termine. Non è ben chiaro se esso indichi l’evento traumatico, l’emozioni soggettive esperite durante questo evento (es. terrore), o le conseguenze evidenziabili a breve, medio e lungo termine sul sistema psicosomatico dell’individuo (es. flashback, pensieri intrusivi, disregolazione affettiva, etc).

In questa definizione di attaccamento traumatico, abbiamo delimitato il concetto di trauma a quello di conseguenze.

Dopotutto, l’etimologia di trauma è proprio quella di “ferita”, e in questo senso il termine viene usato in medicina. Perché non utilizzare anche la stessa accezione in psicologia?

Un altro conundrum da sciogliere in letteratura era quello della delimitazione concettuale del sistema di attaccamento, ossia la motivazione profonda in ciascuno di noi a monitorare la presenza di qualcuno di fidato attorno a noi e a rivolgerci allo stesso per chiedere aiuto quando ci sentiamo minacciati.

Alcuni psicologi dello sviluppo pensano che questa motivazione sia investigabile quasi esclusivamente nei bambini e meno negli adulti. Altri, tra cui molti psicologi della personalità e alcuni clinici, pensano che invece sia presente anche negli adulti. Dopo avere analizzato il sistema di attaccamento dal punto di vista evoluzionistico, ontogenetico, biologico e cognitivo, abbiamo supportato la scelta che vede il sistema di attaccamento attivato – anche negli adulti! – qualora l’individuo si senta minacciato e sia incapace di porre fine alla minaccia in modo indipendente.

Per riassumere, la definizione proposta di attaccamento traumatico tenta di conciliare le diverse sfumature concettuali evidenziate da differenti filoni della letteratura, attraverso le due macro-tradizioni dell’attaccamento e del trauma.

L’attaccamento traumatico (“Variabili e durature conseguenze biologiche, psicologiche e relazionali derivanti da una mancata codificazione e integrazione di esperienze emotivamente soverchianti all’interno di una relazione di attaccamento”) è stato dunque inquadrato come un insieme diversificato di adattamenti a esperienze emotivamente soverchianti verificatesi all’interno di una relazione di attaccamento.

Una caratteristica distintiva dell’attaccamento traumatico è che esso implica divisione, o, in altre parole, dissociazione strutturale. Ossia, i ricordi traumatici sono dissociati peri- traumaticamente, ossia nel momento dell’esperienza traumatica, quando vengono codificati in parallelo nella memoria, in due sistemi non comunicanti (la memoria sensoriale/emotiva e memoria contestuale/cognitiva). Essi rimangono dis-integrati tra di loro a medio e lungo termine, esercitando il loro potere angosciante tramite la re-intrusione coatta nella coscienza proprio perché non comunicanti tra loro!

Le linee di ricerca collegate all’attaccamento disorganizzato e allo stato della mente non risolto dimostrano chiaramente come le memorie dissociate determinino i comportamenti infantili osservabili nella Strange Situation Procedure e i lapsus osservabili nei trascritti dell’Adult Attachment Interview.

Il conflitto avvicinamento-allontanamento e la paura dell’intimità mostrati negli individui con attaccamento “impaurito”/fearful studiati nella tradizione della psicologia della personalità, d’altro canto, sono facilmente ricollegabili anch’essi a tendenze compartimentate (“mi voglio avvicinare…ma voglio anche scappare!”).

La sezione sui correlati biologici del trauma dettaglia in profondità come la disintegrazione/dissociazione della memoria e del sé sia associata a una vasta gamma di correlati psicofisiologici, come un’attivazione abnormale del sistema ortosimpatico e parasimpatico, una sovrelevata attivazione dell’asse ipolatamico-ipofisario-adrenale, una mancata comunicazione tra le aree prefrontali e quelle limbiche, un malfunzionamento dei large-scale-networks collegati al senso di sé, alla attribuzione della salienza degli stimoli, e alla pianificazione dei compiti, e ad un’abnormale produzione di oppioidi ed endocannabinoidi. Per citarne solo alcuni.

Le conseguenze (traumatiche) – che si estrinsecano in un’ampia gamma di risultati a seconda delle variabili individuali e ambientali, tra cui il sesso, l’età di esposizione, il supporto sociale, il tipo di trauma (es. deprivazione o minaccia), etc.- possono essere ricondotte sotto lo stesso ombrello (l’attaccamento traumatico) a causa della natura evoluzionistica e biologica del legame di attaccamento. Quello che riunisce concettualmente queste esperienze insieme è che derivano tutte dalla disintegrazione della stessa relazione determinata evoluzionisticamente – il sistema di attaccamento!

La natura dell’attaccamento stabilisce infatti gli schemi interpersonali che guidano lo sviluppo della personalità – i famosi Modelli Operativi Interni (MOI). Se tali schemi sono dissociati, la vita dell’individuo ne è profondamente influenzata. Ne segue, logicamente, che l’attaccamento traumatico è concepito come una caratteristica strutturale e duratura di una persona.

Alcuni clinici sono tentati di applicare il concetto di attaccamento traumatico prevalentemente alla popolazione clinica. Tuttavia, riteniamo che questa nozione non debba essere confinata esclusivamente alla “patologia”. Gli approcci e evoluzionistici delle esperienze di vita precoce avverse sottolineano come l’AT possa essere inquadrato anche come un adattamento. L’attaccamento traumatico può essere vantaggioso in determinate circostanze, anche se tipicamente associato ad alti costi per la salute mentale di chi ne è affetto. Quello che succede tipicamente è che adattamenti efficaci in alcune fasi di vita (es. infanzia, adolescenza) diventano improduttivi, se non nocivi, in età adulta.

Inoltre, sosteniamo che, sebbene il paziente “tipico” con attaccamento traumatico sia colpito pervasivamente, potrebbero esistere forme “puntiformi” o “isolate” di questo fenomeno che non sono necessariamente legate a un funzionamento globalmente compromesso.

In seguito, dopo aver proposto la nostra nuova definizione di attaccamento traumatico, abbiamo dimostrato come esso potrebbe configurarsi come un nuovo paradigma di ricerca.

Come prima cosa, abbiamo proceduto nel chiarire come ognuna delle linee di ricerca si rivolge a questo primo da diverse prospettive.

Per esempio, l’attaccamento disorganizzato sembra essere esclusivamente una manifestazione comportamentale infantile dell’attaccamento traumatico.

Entrambi i concetti, tuttavia, mantengano la loro autonomia. Infatti, contrariamente a una diffusa vulgata, l’attaccamento disorganizzato (DA) è esclusivamente un set di comportamenti osservati sperimentalmente dai 12 ai 20 mesi di età e non una caratteristica diagnostica o un tratto che può persistere nell’età adulta. L’attaccamento traumatico, invece, rappresenta un concetto più ampio, e racchiude al suo interno le conseguenze psicobiologiche dovute a un’esperienza soverchiante avvenuta in una relazione di attaccamento, ed è collegato, ma indipendente, rispetto ai pattern infantili di approccio-evitamento e di paura del caregiver tipici dell’attaccamento disorganizzato.

Allo stesso modo, abbiamo cercato di chiarire tutte le altre sei linee di ricerca.

Il lettore può trovare tutte le distinzioni emerse dalla nostra review integrative nel paper online.

Infine, abbiamo proceduto a dimostrare come il concetto di attaccamento potrebbe portare a nuove predizioni empiriche.

Ricordiamo che, avendo definito il sistema di attaccamento come operante sia nei bambini sia negli adulti, ne consegue, almeno teoricamente, che alcune istanze di attaccamento traumatico possono avere radici non nell’infanzia, ma esclusivamente in relazioni di attaccamento adulte.

Proprio a questo riguardo esiste una forma di cPTSD non esplicitamente legata a traumi infantili, ma derivante dalla violenza subita da o agita verso un partner romantico (Intimate Partner Violence; IPV).

Le evidenze empiriche sembrano indicare che l’IPV non sia collegabile in modo inequivocabile a traumi infantili. Ossia: si può subire o agire IPV senza essere stati abusati durante l’infanzia (e in una quota considerevole di casi!).

Sebbene questo possa sembrare confondente a prima vista rispetto a tutto quanto abbiamo detto finora, è in realtà una prova a sostegno della nostra riconcettualizzazione di attaccamento traumatico. Un’esperienza soverchiante in una relazione di attaccamento adulta può avere conseguenze simili alle esperienze soverchianti vissute da bambini.

Alcune evidenze preliminari sembrano supportare la nostra previsione. Un recente studio mostra come i sintomi del cPTSD nelle vittime di IPV siano significativamente predetti dall’abuso nelle relazioni di attaccamento adulte, ma non dai traumi precedenti. Ovviamente, futuri studi dovrebbero approfondire la questione.

Per concludere: il concetto di attaccamento traumatico, come definito in questo documento (“conseguenze biologiche, psicologiche e relazionali variabili e durature derivanti dall’incompleta codifica e integrazione di esperienze emotivamente travolgenti all’interno di una relazione di attaccamento“), sembra non solo riconciliare con successo un insieme eterogeneo di tradizioni di ricerca, ma anche chiarire le loro differenze.

Riteniamo che la nostra formulazione abbia molti punti di forza:

  1. Si basa su un concetto biologico ed evoluzionistico: il sistema motivazionale dell’attaccamento. L’architettura biologica ed evoluzionistica dell’attaccamento è ciò che fa risaltare il concetto di attaccamento traumatico rispetto alle sue alternative (trauma relazionale, trauma da tradimento, ecc.) in termini di solidità e potere esplicativo.
  2. Non è centrata esclusivamente sulla patologia ma sottolinea anche il lato adattativo dell’attaccamento traumatico. Sebbene esso sia di norma una condizione indesiderabile legata a molte conseguenze negative, il suo lato adattativo va anche sottolineato.
  3. Implica una nuova predizione empirica, ossia la separazione concettuale tra l’attaccamento traumatico che si verifica nell’infanzia e quello che si verifica nell’età adulta. Anche se alcune evidenze sembrano sostenere la nostra visione, futuri lavori empirici dovrebbero indagare più a fondo quanto sia sostenibile.
  4. Infine, la nostra formulazione fa da ponte a linee di ricerche tradizionalmente separate e mira ad aprire il campo a un nuovo programma di ricerca. Questo programma aspira ad avvicinare la teoria dell’attaccamento e la teoria del trauma.

L’attaccamento traumatico è conosciuto da lungo tempo nella pratica clinica, sotto questo o altri nomi. Sebbene la pratica clinica abbia da tempo riconosciuto l’importanza fondamentale di questo concetto, la ricerca sembra non aver ancora catturato accuratamente questa intuizione. Con questo paper, speriamo di aver fornito un contributo in questa direzione.

Riferimenti Andrea Zagaria: Ig/tunonseimicanormale/, zagaria.andrea@gmail.com


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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  • Clinica del trauma oggi: un approfondimento da POPMed 30 June 2025
  • Collegno: la quarta edizione del Fòl Fest (“Quando cantavo dov’eri tu?”) 11 June 2025
  • Il trauma indotto da perpetrazione (“un altro problema, meno noto, dell’industria della carne”) 10 June 2025
  • Ancora sul modello diagnostico “HiTop” 3 June 2025
  • L’EMDR: AGGIORNAMENTO, CONTROVERSIE E IPOTESI DI FUNZIONAMENTO 15 May 2025
  • react-stickynode Guide: Installation, Examples & Sticky Tips 8 May 2025
  • NEUROCRIMINOLOGIA: ANNA SARA LIBERATI 6 May 2025
  • INTRODUZIONE AL LAVORO DI FLAVIO CANNISTRÀ 29 April 2025
  • L’UOMO SOVRASOCIALIZZATO. INTRODUZIONE AL PENSIERO DI Ted Kaczynski (UNABOMBER) 23 April 2025
  • RECENSIONE DI “CONVERSAZIONI DI TERAPIA BREVE” DI FLAVIO CANNISTRÁ E MICHAEL F. HOYT 15 April 2025
  • RICERCA E DIVULGAZIONE IN AMBITO DI PSICHEDELICI: 10 LINK 1 April 2025
  • INTERVISTA A MANGIASOGNI 24 March 2025
  • Introduzione al concetto di neojacksonismo 19 March 2025
  • “LE CONSEGUENZE DEL TRAUMA PSICOLOGICO”, UN LIBRO SUL PTSD 5 March 2025
  • Il ripassone. “Costrutti e paradigmi della psicoanalisi contemporanea”, di Giorgio Nespoli 20 February 2025
  • PSICOGENEALOGIA: INTRODUZIONE AL LAVORO DI ANNE ANCELIN SCHÜTZENBERGER 11 February 2025
  • Henri Ey: “Allucinazioni e delirio”, la pubblicazione in italiano per Alpes, a cura di Costanzo Frau 4 February 2025
  • IL CONVEGNO DI BOLOGNA SULLA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI (dicembre 2024) 10 January 2025
  • Hakim Bey: T.A.Z. 8 January 2025
  • L’INTEGRAZIONE IN AMBITO PSICHEDELICO – IN BREVE 3 January 2025
  • CARICO ALLOSTATICO: UN’INTRODUZIONE 19 December 2024
  • SISTEMI MOTIVAZIONALI, EMOZIONI IN CLINICA, LIOTTI: UN APPROFONDIMENTO (E UN’INTERVISTA A LUCIA TOMBOLINI) 2 December 2024
  • Una buona (e completa) introduzione a Jung e allo junghismo. Intervista ad Andrea Graglia 4 November 2024
  • TRAUMA E PSICOSI: ALCUNI VIDEO DALLE “GIORNATE PSICHIATRICHE CERIGNALESI 2024” 17 October 2024
  • “LA GENERAZIONE ANSIOSA”: RECENSIONE APPROFONDITA E VALUTAZIONI 10 October 2024
  • Speciale psichedelici, a cura di Studio Aegle 7 October 2024
  • Le interviste di POPMed Talks 3 October 2024
  • Disturbi da sintomi somatici e di conversione: un approfondimento 17 September 2024
  • TRAUMA E DISSOCIAZIONE: IL CONGRESSO ESTD DI OTTOBRE 2024, A KATOWICE (POLONIA) 20 August 2024
  • POPMed Talks #7: Francesco Sena (speciale Art Brut) 3 August 2024
  • LA (NEONATA) SIMEPSI E UN INTERVENTO DI FABIO VILLA SULLA TERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI A LOSANNA 30 July 2024
  • L'”IMAGERY RESCRIPTING” NEL PTSD 18 July 2024
  • Intervista a Francesca Belgiojoso: le fotografie in psicoterapia 1 July 2024
  • Attaccamento traumatico: facciamo chiarezza (di Andrea Zagaria) 24 June 2024
  • KNOT GARDEN (A CURA DEL CENTRO VENETO DI PSICOANALISI) 10 June 2024
  • Costanza Jesurum: un’intervista all’autrice del blog “bei zauberei”, psicoanalista junghiana e scrittrice 3 June 2024
  • LA SVIZZERA, CUORE DEL RINASCIMENTO PSICHEDELICO EUROPEO 29 May 2024
  • Un’alternativa alla psicopatologia categoriale: Hierarchical Taxonomy of Psychopathology (HiTOP) 9 May 2024
  • INVITO A BION 8 May 2024
  • INTERVISTA A FEDERICO SERAGNOLI: IL VIDEO 18 April 2024
  • INCONSCIO NON RIMOSSO E MEMORIA IMPLICITA: UNA RECENSIONE 9 April 2024
  • UN FREE EBOOK (SUL TRAUMA) IN COLLABORAZIONE CON VALERIO ROSSO 3 April 2024
  • GLI INCONTRI DI AISTED: LA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI A GINEVRA (16 APRILE 2024) 28 March 2024
  • La teoria del ‘personaggio’ nell’opera di Antonino Ferro 21 March 2024
  • Psicoterapia assistita da psichedelici: intervista a Matteo Buonarroti 14 March 2024
  • BRESCIA, FEBBRAIO 2024: DUE ESTRATTI DALLA MASTERCLASS “VERSO UNA NUOVA TERAPIA ESPOSITIVA DI PRECISIONE” 27 February 2024
  • CAPIRE LA DISPNEA PSICOGENA: DA “SENZA FIATO” DI GIORGIO NARDONE 14 February 2024
  • POPMED TALKS 5 February 2024
  • NASCE L’ASSOCIAZIONE COALA (TORINO) 1 February 2024
  • Camilla Stellato: “Diventare genitori” 29 January 2024
  • Offline is the new luxury, un documentario 22 January 2024
  • MARCO ROVELLI, LA POLITICIZZAZIONE DEL DISAGIO PSICHICO E UN PODCAST DI psicologia fenomenologica 10 January 2024
  • La terapia espositiva enterocettiva (per il disturbo di panico) – di Emiliano Toso 8 January 2024
  • INTRODUZIONE A VIKTOR FRANKL 27 December 2023
  • UN APPROFONDIMENTO DI MAURIZIO CECCARELLI SULLA CONCEZIONE NEO-JACKSONIANA DELLE FUNZIONI MENTALI 14 December 2023
  • 3 MODI DI INTENDERE LA DISSOCIAZIONE: DA UN INTERVENTO DI BENEDETTO FARINA 12 December 2023
  • Il burnout oltre i luoghi comuni (DI RICCARDO GERMANI) 23 November 2023
  • TRATTAMENTO INTEGRATO DELL’ANSIA: INTERVISTA A MASSIMO AGNOLETTI ED EMILIANO TOSO 9 November 2023
  • 10 ARTICOLI SUL JOURNALING E SUI BENEFICI DELLO SCRIVERE 6 November 2023
  • UN’INTERVISTA A GIUSEPPE CRAPARO SU PIERRE JANET 30 October 2023
  • CONTRASTARE IL DECADIMENTO COGNITIVO: ALCUNI SPUNTI PRATICI 26 October 2023
  • PTSD (in podcast) 25 October 2023
  • ANIMALI CHE SI DROGANO, DI GIORGIO SAMORINI 12 October 2023
  • VERSO UNA TERAPIA ESPOSITIVA DI PRECISIONE: PREFAZIONE 7 October 2023
  • Congresso Bari SITCC 2023: un REPORT 2 October 2023
  • GLI INCONTRI ORGANIZZATI DA AISTED, Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione 25 September 2023
  • CANNABISCIENZA.IT 22 September 2023
  • TERAPIA ESPOSITIVA (IN PODCAST) 18 September 2023
  • TERAPIA ESPOSITIVA: INTERVISTA A EMILIANO TOSO (PARTE SECONDA) 4 September 2023
  • POPMED: 10 articoli/novità dal mondo della letteratura scientifica in ambito “psi” (ogni 15 giorni) 30 August 2023
  • DIFFUSIONE PATOLOGICA DELL’ATTENZIONE E SUPERFICIALITÀ DIGITALE. UN ESTRATTO DA “PSIQ” di VALERIO ROSSO 23 August 2023
  • LE FRONTIERE DELLA TERAPIA ESPOSITIVA. INTERVISTA A EMILIANO TOSO 12 August 2023
  • NIENTE COME PRIMA, DI MANGIASOGNI 8 August 2023
  • NASCE IL “GRUPPO DI INTERESSE SULLA PSICOPATOLOGIA” DI AISTED (Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione) 26 July 2023
  • Psychedelic Science Conference 2023 – lo stato dell’arte sulle terapie psichedeliche  15 July 2023
  • RENDERE NON NECESSARIA LA DISSOCIAZIONE: DA UN ARTICOLO DI VAN DER HART, STEELE, NIJENHUIS 29 June 2023
  • EMBODIED MINDS: INTERVISTA A SARA CARLETTO 21 June 2023
  • Psychiatry On Line Italia: 10 rubriche da non perdere! 7 June 2023
  • CURARE LA PSICHIATRIA DI ANDREA VALLARINO (INTRODUZIONE) 1 June 2023
  • UN RICORDO DI LUIGI CHIRIATTI, STUDIOSO DI TARANTISMO 30 May 2023
  • PHENOMENAUTICS 20 May 2023
  • 6 MESI DI POPMED, PER TORNARE ALLA FONTE 18 May 2023
  • GLI PSICOFARMACI PER LO STRESS POST TRAUMATICO (PTSD) 8 May 2023
  • ILLUSIONI IPNAGOGICHE, SONNO E PTSD 4 May 2023
  • SI PUÓ DIRE MORTE? INTERVISTA A DAVIDE SISTO 27 April 2023
  • CENTRO SORANZO: INTERVISTA A MAURO SEMENZATO 12 April 2023
  • Laetrodectus, che morde di nascosto 6 April 2023
  • STABILIZZAZIONE E CONFINI: METTERE PALETTI PER REGOLARSI 4 April 2023
  • L’eredità teorica di Giovanni Liotti 31 March 2023
  • “UN RITMO PER L’ANIMA”, TARANTISMO E DINTORNI 7 March 2023
  • SUICIDIO: SPUNTI DAL LAVORO DI MAURIZIO POMPILI E EDWIN SHNEIDMAN 9 January 2023
  • SUPERHERO THERAPY. INTERVISTA A MARTINA MIGLIORE 5 December 2022
  • Allucinazioni nel trauma e nella psicosi. Un confronto psicopatologico 26 November 2022
  • FUGA DI CERVELLI 15 November 2022
  • PSICOTERAPIA DELL’ANSIA: ALCUNI SPUNTI 7 November 2022
  • LA Q DI QOMPLOTTO 25 October 2022
  • POPMED: UN ESEMPIO DI NEWSLETTER 12 October 2022
  • INTERVISTA A MAURO BOLOGNA, PRESIDENTE SIPNEI 10 October 2022
  • IL “MANUALE DELLE TECNICHE PSICOLOGICHE” DI BERNARDO PAOLI ED ENRICO PARPAGLIONE 6 October 2022
  • POPMED, UNA NEWSLETTER DI AGGIORNAMENTO IN AREA “PSI”. PER TORNARE ALLA FONTE 30 September 2022
  • IL CONVEGNO SIPNEI DEL 1 E 2 OTTOBRE 2022 (FIRENZE): “LA PNEI NELLA CLINICA” 20 September 2022
  • LA TEORIA SULLA NASCITA DEL PENSIERO DI WILFRED BION 1 September 2022
  • NEUROFEEDBACK: INTERVISTA A SILVIA FOIS 10 August 2022
  • La depressione come auto-competizione fallimentare. Alcuni spunti da “La società della stanchezza” di Byung Chul Han 27 July 2022
  • SCOPRIRE LA SIPNEI. INTERVISTA A FRANCESCO BOTTACCIOLI 6 July 2022
  • PERFEZIONISMO: INTERVISTA A VERONICA CAVALLETTI (CENTRO TAGES ONLUS) 6 June 2022
  • AFFRONTARE IL DISTURBO DISSOCIATIVO DELL’IDENTITÁ 28 May 2022
  • GARBAGE IN, GARBAGE OUT.  INTERVISTA FIUME A ZIO HACK 21 May 2022
  • PTSD: ALCUNE SLIDE IN FREE DOWNLOAD 10 May 2022
  • MANAGEMENT DELL’INSONNIA 3 May 2022
  • “IL LAVORO NON TI AMA”: UN PODCAST SULLA HUSTLE CULTURE 27 April 2022
  • “QUI E ORA” DI RONALD SIEGEL. IL LIBRO PERFETTO PER INTRODURSI ALLA MINDFULNESS 20 April 2022
  • Considerazioni sul trattamento di bambini e adolescenti traumatizzati 11 April 2022
  • IL COLLASSO DEL CONTESTO NELLA PSICOTERAPIA ONLINE 31 March 2022
  • L’APPROCCIO “OPEN DIALOGUE”. INTERVISTA A RAFFAELLA POCOBELLO (CNR) 25 March 2022
  • IL CORPO, IL PANICO E UNA CORRETTA DIAGNOSI DIFFERENZIALE: INTERVISTA AD ANDREA VALLARINO 21 March 2022
  • RECENSIONE: L’EREDITÁ DI BION (A CURA DI ANTONIO CIOCCA) 20 March 2022
  • GLI PSICHEDELICI COME STRUMENTO TRANSDIAGNOSTICO DI CURA, IL MODELLO BIPARTITO DELLA SEROTONINA E L’INFLUENZA DELLA PSICOANALISI 7 March 2022
  • FOTOTERAPIA: JUDY WEISER e il lavoro con il lutto 1 March 2022
  • PLACEBO E DOLORE: IL POTERE DELLA MENTE (da un articolo di Fabrizio Benedetti) 14 February 2022
  • INTERVISTA A RICCARDO CASSIANI INGONI: “Metodo T.R.E.®” E TECNICHE BOTTOM-UP PER L’APPROCCIO AL PTSD 3 February 2022
  • SPIDER, CRONENBERG 26 January 2022
  • LE TEORIE BOTTOM-UP NELLA PSICOTERAPIA DEL POST-TRAUMA (di Antonio Onofri e Giovanni Liotti) 17 January 2022
  • 24 MESI DI PSICOTERAPIA ONLINE 10 January 2022
  • LA TOSSICODIPENDENZA COME TENTATIVO DI AMMINISTRARE LA SINDROME POST-TRAUMATICA 7 January 2022
  • La Supervisione strategica nei contesti clinici (Il lavoro di gruppo con i professionisti della salute e la soluzione dei problemi nella clinica) 4 January 2022
  • PSICHEDELICI: LA SCIENZA DIETRO L’APP “LUMINATE” 21 December 2021
  • ASYLUMS DI ERVING GOFFMAN, PER PUNTI 14 December 2021
  • LA SINDROME DI ASPERGER IN BREVE 7 December 2021
  • IL CONVEGNO DI SAN DIEGO SULLA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI (marzo 2022) 2 December 2021
  • PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA E DEEP BRAIN REORIENTING. INTERVISTA A PAOLO RICCI (AISTED) 29 November 2021
  • INTERVISTA A SIMONE CHELI (ASSOCIAZIONE TAGES ONLUS) 25 November 2021
  • TRAUMA: IMPOSTAZIONE DEL PIANO DI CURA E PRIMO COLLOQUIO 16 November 2021
  • TEORIA POLIVAGALE E LAVORO CON I BAMBINI 9 November 2021
  • INTRODUZIONE A BYUNG-CHUL HAN: IL PROFUMO DEL TEMPO 3 November 2021
  • IT (STEPHEN KING) 27 October 2021
  • JUDITH LEWIS HERMAN: “GUARIRE DAL TRAUMA” 22 October 2021
  • ANCORA SU PIERRE JANET 15 October 2021
  • PSICONUTRIZIONE: IL LAVORO DI FELICE JACKA 3 October 2021
  • MEGLIO MALE ACCOMPAGNATI CHE SOLI: LE STRATEGIE DI CONTROLLO IN INFANZIA (PTSDc) 30 September 2021
  • OVERLOAD COGNITIVO ED ECOLOGIA MENTALE 21 September 2021
  • UN LUOGO SICURO 17 September 2021
  • 3MDR: UNO STRUMENTO SPERIMENTALE PER COMBATTERE IL PTSD 13 September 2021
  • UN LIBRO PER L’ESTATE: “COME ANNOIARSI MEGLIO” DI PIETRO MINTO 6 August 2021
  • “I fondamenti emotivi della personalità”, JAAK PANKSEPP: TAKEAWAYS E RECENSIONE 3 August 2021
  • LIFESTYLE PSYCHIATRY 28 July 2021
  • LE DIVERSE FORME DI SINTOMO DISSOCIATIVO 26 July 2021
  • PRIMO LEVI, LA CARCERAZIONE E IL TRAUMA 19 July 2021
  • “IL PICCOLO PARANOICO” DI BERNARDO PAOLI. PARANOIA, AMBIVALENZA E MODELLO STRATEGICO 14 July 2021
  • RECENSIONE PER PUNTI DI “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE” 8 July 2021
  • I VIRUS: IL LORO RUOLO NELLE MALATTIE NEURODEGENERATIVE 7 July 2021
  • LA PLUSDOTAZIONE SPIEGATA IN BREVE 1 July 2021
  • COS’É LA COGNITIVE PROCESSING THERAPY? 24 June 2021
  • SULLA TERAPIA ESPOSITIVA PER I DISTURBI FOBICI: IL MODELLO DI APPRENDIMENTO INIBITORIO DI MICHELLE CRASKE 19 June 2021
  • É USCITO IL SECONDO EBOOK PRODOTTO DA AISTED 15 June 2021
  • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche -con il blog Psicologia Fenomenologica. 7 June 2021
  • PSICHIATRIA DI COMUNITÁ: LA SCELTA DI UN METODO 31 May 2021
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  • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO ONLINE CON VALERIO ROSSO, MARCO CREPALDI, LUCA PROIETTI, BERNARDO PAOLI, GENNARO ROMAGNOLI 22 May 2021
  • MDMA PER IL PTSD: NUOVE EVIDENZE 21 May 2021
  • MAP (MULTIPLE ACCESS PSYCHOTHERAPY): IL MODELLO DI PSICOTERAPIA AD APPROCCI COMBINATI CON ACCESSO MULTIPLO DI FABIO VEGLIA 18 May 2021
  • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO GRATUITO ONLINE (21 MAGGIO) 13 May 2021
  • BALBUZIE: COME USCIRNE (il metodo PSICODIZIONE) 10 May 2021
  • PANICO: INTERVISTA AD ANDREA IENGO (PANICO.HELP) 7 May 2021
  • Psicologia digitale e pandemia COVID19: il report del Centro Medico Santagostino di Milano dall’European Conference on Digital Psychology (ECDP) 4 May 2021
  • SOLCARE IL MARE ALL’INSAPUTA DEL CIELO. Liberalizzare come terapia: il problema dell’autocontrollo in clinica 30 April 2021
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO” 25 April 2021
  • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche 25 April 2021
  • 3 STRUMENTI CONTRO IL TRAUMA (IN BREVE): TAVOLA DISSOCIATIVA, DISSOCIAZIONE VK E CAMBIO DI STORIA 23 April 2021
  • IL MALADAPTIVE DAYDREAMING SPIEGATO PER PUNTI 17 April 2021
  • UN VIDEO PER CAPIRE LA DISSOCIAZIONE 12 April 2021
  • CORRELATI MORFOLOGICI E FUNZIONALI DELL’EMDR: UNA PANORAMICA SULLA NEUROBIOLOGIA DEL TRATTAMENTO DEL PTSD 4 April 2021
  • TRAUMA E DISSOCIAZIONE IN ETÁ EVOLUTIVA: (VIDEO)INTERVISTA AD ANNALISA DI LUCA 1 April 2021
  • GLI EFFETTI POLARIZZANTI DELLA BOLLA INFORMATIVA. INTERVISTA A NICOLA ZAMPERINI DEL BLOG “DISOBBEDIENZE” 30 March 2021
  • SVILUPPARE IL PENSIERO LATERALE (EDWARD DE BONO) – RECENSIONE 24 March 2021
  • MDMA PER IL POST-TRAUMA: BEN SESSA E ALTRI RIFERIMENTI IN RETE 22 March 2021
  • 9 LIBRI FONDAMENTALI SU TRAUMA E DISSOCIAZIONE (aggiornato 2026) 14 March 2021
  • VIDEOINTERVISTA A CATERINA BOSSA: LAVORARE CON IL TRAUMA 7 March 2021
  • PRIMO SOCCORSO PSICOLOGICO E INTERVENTO PERI-TRAUMATICO: IL LAVORO DI ALAIN BRUNET ED ESSAM DAOD 2 March 2021
  • “SHARED LIVES” NEL REGNO UNITO: FORME DI PSICHIATRIA D’AVANGUARDIA 25 February 2021
  • IL TRAUMA (PTSD) NEGLI ANIMALI (PARTE 1) 21 February 2021
  • FLOW: una definizione 15 February 2021
  • NEUROBIOLOGIA DEL DISTURBO POST-TRAUMATICO (PTSD) 8 February 2021
  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE (SECONDA PARTE): FINE PENA MAI 3 February 2021
  • INTERVISTA A COSTANZO FRAU: DISSOCIAZIONE, TRAUMA, CLINICA 1 February 2021
  • LO SPETTRO IMPULSIVO COMPULSIVO. I DISTURBI OSSESSIVO COMPULSIVI SONO DISTURBI DA ADDICTION? 25 January 2021
  • ANATOMIA DEL DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO (E PSICOTERAPIA) 15 January 2021
  • LA STRANGE SITUATION IN BREVE e IL TRAUMA COMPLESSO 11 January 2021
  • GIORNALISMO = ENTERTAINMENT 6 January 2021
  • SIMBOLIZZARE IL TRAUMA: IL RUOLO DELL’ATTO ARTISTICO 2 January 2021
  • PSICHIATRIA: IL MODELLO DE-ISTITUZIONALIZZANTE DI GEEL, BELGIO (The Openbaar Psychiatrisch Zorgcentrum) 28 December 2020
  • STABILIZZARE I SINTOMI POST TRAUMATICI: ALCUNI ASPETTI PRATICI 18 December 2020
  • Psicoterapia breve strategica del Disturbo ossessivo compulsivo (DOC). Intervista ad Andrea Vallarino e Luca Proietti 14 December 2020
  • CRONOFAGIA DI DAVIDE MAZZOCCO: CONTRO IL FURTO DEL TEMPO 10 December 2020
  • PODCAST: SPECIALIZZAZIONE IN PSICHIATRIA E CLINICA A CHICAGO, con Matteo Respino 8 December 2020
  • COME GESTIRE UNA DIPENDENZA? 4 PIANI DI INTERVENTO 3 December 2020
  • INTRODUZIONE A JAAK PANKSEPP 28 November 2020
  • INTERVISTA A DANIELA RABELLINO: LAVORARE CON RUTH LANIUS E NEUROBIOLOGIA DEL TRAUMA 20 November 2020
  • MDMA PER IL TRAUMA: VIDEOINTERVISTA A ELLIOT MARSEILLE (A CURA DI JONAS DI GREGORIO) 16 November 2020
  • PSICHIATRIA E CINEMA: I CINQUE MUST-SEE (a cura di Laura Salvai, Psychofilm) 12 November 2020
  • STRESS POST TRAUMATICO: una definizione e alcuni link di approfondimento 7 November 2020
  • SCOPRIRE IL FOREST BATHING 2 November 2020
  • IL TRAUMA COME APPRENDIMENTO A PROVA SINGOLA (ONE TRIAL LEARNING) 28 October 2020
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  • TARANTISMO: 9 LINK UTILI 27 August 2020
  • FRANCESCO DE RAHO SUL TARANTISMO, tra superstizione e scienza 26 August 2020
  • ATTACCHI DI PANICO: IL MODELLO SUL CONTROLLO 7 August 2020
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  • LA LUNA, I FALÒ, ANGUILLA: un romanzo sulla melanconia 27 July 2020
  • VIDEOINTERVISTA A FERNANDO ESPI FORCEN: LAVORARE COME PSICHIATRA A CHICAGO 20 July 2020
  • ALCUNI ESTRATTI DALLA RUBRICA “GROUNDING” (PDF) 14 July 2020
  • STRESS POST TRAUMATICO: IL MODELLO A CASCATA. Da un articolo di Ruth Lanius 10 July 2020
  • OTTO KERNBERG SUGLI OBIETTIVI DI UNA PSICOANALISI: DA UNA VIDEOINTERVISTA 3 July 2020
  • SONNO, STRESS E TRAUMA 27 June 2020
  • Il SAFE AND SOUND PROTOCOL, UNO STRUMENTO REGOLATIVO. Videointervista a GABRIELE EINAUDI 23 June 2020
  • IL CONTROLLO CHE FA PERDERE IL CONTROLLO: UNA VIDEOINTERVISTA AD ANDREA VALLARINO SUL DISTURBO DI PANICO 11 June 2020
  • STRESS, RESILIENZA, ADATTAMENTO, TRAUMA – Alcune definizioni per creare una mappa clinicamente efficace 5 June 2020
  • DA “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE”: COS’É LA NEUROCEZIONE 3 June 2020
  • AUTO-TRADIRSI. UNA DEFINIZIONE DI MORAL INJURY 28 May 2020
  • BASAGLIA RACCONTA IL COVID 26 May 2020
  • FONDAMENTI DI PSICOTERAPIA: LA FINESTRA DI TOLLERANZA DI DANIEL SIEGEL 20 May 2020
  • L’EBOOK AISTED: “AFFRONTARE IL TRAUMA PSICHICO: il post-emergenza.” 18 May 2020
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  • PUNTI A FAVORE E PUNTI CONTRO “CHANGE” di P. Watzlawick, J.H. Weakland e R. Fisch 9 May 2020
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  • SULL’IMMOBILITÀ TONICA NEGLI ANIMALI. Alcuni spunti da “IPNOSI ANIMALE, IMMOBILITÁ TONICA E BASI BIOLOGICHE DI TRAUMA E DISSOCIAZIONE” 30 April 2020
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  • JEAN PIAGET E LA SHARING ECONOMY 25 April 2020
  • LO STATO DELL’ARTE INTORNO ALLA DIMENSIONE SOCIALE DELLA MEMORIA: SUL MODO IN CUI SI E’ ARRIVATI ALLA CREAZIONE DEL CONCETTO DI RICORDO CONGIUNTO E SU QUANTO LA VITA RELAZIONALE INFLUENZI I PROCESSI DI SVILUPPO DELLA MEMORIA 25 April 2020
  • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.3 – MODELLO ITALIANO E MODELLO BELGA A CONFRONTO, CON GIOVANNA JANNUZZI! 22 April 2020
  • RISCOPRIRE PIERRE JANET: PERCHÉ ANDREBBE LETTO DA CHIUNQUE SI OCCUPI DI TRAUMA? 21 April 2020
  • AGGIUNGERE LEGNA PER SPEGNERE IL FUOCO. TERAPIA BREVE STRATEGICA E DISTURBI FOBICI 17 April 2020
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  • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.2 – MODELLO ITALIANO E MODELLO SVIZZERO A CONFRONTO, CON OMAR TIMOTHY KHACHOUF! 6 April 2020
  • ANTONELLO CORREALE: IL QUADRO BORDERLINE IN PUNTI 4 April 2020
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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
  • Nella sezione FORMAZIONE sono contenuti post a contenuto vario, che hanno l’obiettivo di (in)formare il lettore a proposito di un determinato argomento.
  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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