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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

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15 February 2026

Freud, illusioni e delusioni (Maria Chiara Risoldi), recensione

di POPMed

Il libro Freud, illusioni e delusioni, è un memoir su 30 anni di professione psicoanalitica, scritto da Maria Chiara Risoldi, che ha presentato di recente il volume in eventi disponibili in rete -per esempio questo:

Traccia la linea del percorso di formazione e professione della Risoldi, inframmezzandolo con casi clinici che divengono nel corso della lettura “pietre” miliari, in grado di catalizzare cambiamento e riflessioni.

Il libro è un atto di accusa contro la “teologia kleiniana” (testuali parole) e una riflessione amara sulla rigidità del sistema psicoanalitico nostrano (soprattutto negli anni ‘80/’90) pregno di clientelismo, ortodossia, “parrocchianesimo”, adesione fideistica e -fondamentalmente- assenza di pensiero realmente critico (cosa che invece dimostra l’autrice con questo scritto).

Già nel percorso di adesione alla SPI, la Risoldi scrive di requisiti incredibilmente onerosi, di scogli impossibili da superare, di colloqui di ammissione fatti con persone diverse e tra di loro non comunicanti -e spesso rigide-, ci racconta di rifiuti, dell’obbligo di certificare analisi svolte con pazienti al ritmo di 4 sedute a settimana (pazienti quindi, per forza di cose, benestanti) -al fine di poter accedere al “sacro cerchio” (cerchio che, spoiler, si rivelerà un “torre di babele” delle diverse correnti psicoanalitiche, tra di loro scarsamente integrate ma tutte coperte dall’ombrello freudiano).

L’ambiente psicoanalitico pareva essere, ai tempi, un ambiente chiuso e fondato sulla teologia, con una scarsa attitudine al pensiero critico, molta ideologia e regole imposte ai futuri “adepti”.
La Risoldi attraverso questo volume ragiona amaramente sul “kleinismo” degli inizi, un coacervo di prassi cliniche che oggi forse riterremmo incredibili, assurde o per lo meno “problematiche”, come la regola dell’astensione totale anche con i bambini, il divieto di interagire in seduta, interpretazioni colpevolizzanti verso il bambino (pensato dalla Klein come contenitore di invidie e aggressività innate) e di enormi errori clinici compiuti aderendo a questa corrente di pensiero senza metterla in discussione, spesso sotto ricatto morale da parte di supervisori pieni di prestigio.

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Article by admin / Generale

22 December 2025

CORPI BORDERLINE DI CLARA MUCCI: recensione approfondita e osservazioni

di Raffaele Avico

Corpi Borderline ci porta all’interno del metodo di lavoro di Clara Mucci con i pazienti gravi.

Ne estraiamo qua alcuni takeaways, invitando chi volesse ad approfondire la lettura direttamente sul testo.

  1. La Mucci parte dalle teorizzazioni di Kernberg, Klein e di altri autori maggiori della psicoanalisi, compreso Freud, per elaborare un suo metodo di lavoro che supera quegli stessi ispiratori iniziali. In particolare rinforza l’idea di un trauma sempre esogeno, mai intrapsichico, rinnegando più volte l’idea di un’aggressività innata  e autodistruttiva. Il passaggio è abbastanza importante, visto che si lascia alle spalle di fatto sia l’idea di un trauma fantasmatico e intrapsichico (a un certo punto teorizzato da Freud) che l’idea di una pulsione di morte innata – che aveva fatto da basamento alla teorizzazione di Melanie Klein. Seguendo una sua linea di pensiero approda a Ferenczi e a Schore, veri “pilastri” teorici del volume, di fatto tenendo insieme la visione sul trauma e sulla nascita del disturbo di personalità grave di Sandor Ferenczi e la neuroscienza “degli emisferi destri” promossa da Schore
  2. Corpi borderline è un libro di neuropsicoanalisi: non basta più ragionare di oggetti interni, difese verticali o orizzontali, sogni: occorre integrare le conoscenze di psicoanalisi classica agli studi sull’attaccamento di Bowlby, ai seminali lavori di Mauro Mancia, alle scoperte di Schore, all’eredità di Ferenczi, addirittura alla teoria polivagale di Porges (oggi in parte messa in discussione, ritenuta da alcuni semplicistica) arrivando alle più recenti teorie sul trauma – integrando diversi modelli di lettura del complesso mentecervello.
  3. il cuore del lavoro con pazienti borderline è il ripristino di una sicurezza relazionale in vivo in terapia (un’”esperienza emozionale correttiva”) insieme al fondamentale lavoro sul perdono (che Mucci descrive come rinascita/superamento, distinguendolo dal perdono cattolico) al fine di “sciogliere la diade vittima/persecutore” nel mondo prima esterno e poi interno del paziente. Essere cresciuto/a in un ambiente abusante promuove nel paziente la creazione di una visione diadica stereotipata in senso relazionale, con -appunto- vittime e persecutori: superare questa visione coincide con l’approdo alla fase depressiva di Klein (in questo caso ripresa da Mucci) e con la creazione di uno spazio mentale “terzo” in grado di superare la suddetta visione diadica e di -elemento fondamentale- lasciare andare/elaborare la presenza di oggetti interni persecutori.
    Il percorso è il seguente, secondo Mucci: 1) infanzia traumatica/traumatizzante 2) introiezione di oggetti interni persecutori 3) conflitti psicologici interni che ripropongono la dinamica vittima-persecutore 4) sviluppo di sintomi. In terapia si dovrà procedere al contrario, partendo dai sintomi per leggerli in chiave psicodinamica o attraverso le lenti della psicotraumatologia, per arrivare a un’emancipazione del paziente dalla dinamica vittima-persecutore. Si veda a proposito di questo il suo lavoro “Trauma e perdono”.
  4. Seguendo questa linea di pensiero sull’introiezione della diade vittima/persecutore, la Mucci osserva che il corpo può divenire oggetto di scariche aggressive, o essere vissuto come altro/persecutore: da qui l’origine nei pazienti borderline delle tendenze anticonservative (lesioni, aggressività autodiretta, abusi di sostanze): si tratterebbe sempre del riproporsi di una dinamica vittima/persecutore, dunque, o del riattivarsi di una rabbia -pensata però come reazione a una frustrazione prima di tutto relazionale/interpersonale o -seguendo la visione di Russell Meares, reattiva a momenti di discontinuità dello stato della coscienza
  5. Sempre a proposito di questo, la Mucci acutamente osserva come un oggetto cattivo diviene buono in quanto esiste: è meglio per il bambino adattarsi a un oggetto cattivo ma esistente, che affacciarsi sul vuoto dell’oggetto inesistente o morto: a volte in psicoterapia ci si accorge di come il preservare il legame con un oggetto interno ingombrante/persecutorio difende il paziente dal vuoto e dal lavoro del lutto inerente la perdita di quello stesso oggetto. Nel volume Corpi Borderline, la Mucci esemplifica questo con un caso clinico in cui, una volta disciolta la dinamica vittima/persecutore, occorreva per la paziente in questione lavorare sul vuoto abissale della mancanza dell’oggetto materno (“Complesso della madre morta”), altrettanto pesante, forse ancora più difficoltoso. Mucci rinforza psicoanaliticamente un tema esplorato da Giovanni Liotti quando parla del bisogno primario del bambini di dipendere, anche in un contesto traumatico, “negante” o abusante (meglio male accompagnati che soli)
  6. A proposito della primiscuità sessuale dei pazienti borderline, la Mucci spiega in un interessante capitolo dedicato come attraverso il corpo il/la paziente tenti di ricostruire lo stato di sicurezza/intimità rassicurante anticamente perduto, o mai vissuto: non avrebbe il comportamento tanto a che fare -quindi- con la ricerca di una meta sessuale omo od eterosessuale, quanto con il contatto corporeo, una corporeità rinnovata, la ricerca di una condizione di sicurezza per via corporea
  7. La Mucci propone anche qui la sua idea a proposito dei 3 livelli di trauma.
    Esistono dal suo punto di vista 3 livelli di traumatizzazione che si possono “cumulare”, con conseguenze progressivamente peggiori: rimandiamo a questa recensione l’approfondimento, citando solo la definizione dei 3 livelli: “L’autrice distingue tre livelli di trauma: il primo derivante dalla mancata sintonizzazione tra caregiver e bambino (trauma relazionale precoce); un secondo livello, più strettamente collegato alla patologia borderline, vede la presenza di maltrattamenti, privazioni e abusi. Il terzo livello comprende traumi sociali come stermini, genocidi, guerre”.
    Riprendendo Liotti, la Mucci sostiene che solo il trauma per mano umana produce dissociazione, elemento clinico di particolare interesse per chi si occupi di trauma complesso.
  8. La Mucci attinge da Ferenczi a piene mani: negli ultimi anni, grazie anche ad autori come Franco Borgogno, assistiamo al recupero di un padre “minore” della psicoanalisi degli inizi, Sandor Ferenczi appunto, soprattutto in ambito di teoria e tecnica sul trauma. Citato più volte, il famoso articolo “La confusione delle lingue tra adulti e bambini”

MUCCI SUL NARCISISMO

Forse un po’ più debole contenutisticamente la parte del volume relativa al disturbo narcisistico di personalità, con riferimenti multipli e meno organizzati, di volta in volta shiftati tra teorie psicoanalitiche più o meno datate inerenti la patogenesi del narcisismo, e ricerche più attuali (neuroscientifiche) riguardanti possibili spiegazioni sulla nascita del disturbo. L’impressione è che il capitolo manchi di un punto di arrivo, e che non esista una formulazione chiara su di un “fattore primo” inerente l’eziopatogenesi del disturbo. Si parla di rispecchiamento problematico ma anche di scarsa interiorizzazione degli oggetti, di “trauma nella fase del riavvicinamento” usando i criteri di Mahler, di edipo risolto male con Super-io inespresso, ma anche di sviluppo problematico di aree del cervello fondamentali per l’empatia (Schore).
Degno di nota l’insistere sul tema della vergogna, emozione centrale nel narcisismo e in grado di regolare l’umore, e l’accenno -seppur breve- alla teoria di Liotti e Farina sul comportamento scarsamente empatico del narcisista letto come risultato di una strategia controllante punitiva (la Mucci sembra confondere qui il concetto di “strategia di controllo” di Liotti con il concetto -più largo- di Sistema Motivazionale Interpersonale).
L’impressione che se ne ricava è che leggere la genesi del disturbo narcisistico usando le lenti della teoria psicoanalitica classica sia problematico, ma che lo sia anche usare le lenti della psicotraumatologia di matrice “ferencziana”/liottiana -immaginando cioè che il narcisista sia figlio delle sue introiezioni taglienti e problematiche.
Setacciando il capitolo, l’idea mahleriana di un disturbo narcisistico come risultato di un rifiuto da parte del bambino all’idea di dipendenza, dipendenza vissuta come persecutoria e problematica a causa di caratteristiche intrinseche al caregiver, rimane la più plausibile. Rimando a questo approfondimento sul tema “strategie di controllo” di Liotti e Farina, che di fatto dice la stessa cosa usando termini diversi (al fine di controllare la relazione con il caregiver problematico il bambino impara a punire l’oggetto, rifiutandosi di porsi in una posizione di eccessiva dipendenza da esso -posizione vissuta come mortifera e umiliante).
In tutto questo, la Mucci ribadisce, non esiste nessuna aggressività innata né alcun temperamento che non sia epigeneticamente influenzato, superando dunque, come già accennato, le idee kleiniane e kernberghiane a proposito delle caratteristiche innate del bambino. La psicopatologia, ci ricorda l’autrice, è un affare interpsichico già da subito, o meglio, già da prima della nascita.

Sempre a proposito del tema “narcisismo”, nel capitolo successivo l’esemplificazione di un caso clinico (Fabian) aiuta a meglio comprendere e a sistematizzare i contenuti presentati nel capitolo precedente.
Tirando le fila del discorso, la Mucci presenta le sue idee più forti a riguardo della sua idea di narcisismo, che possono essere sintetizzate in questo modo:

  1. la patogenesi del disturbo deriva da un evento vissuto dal bambino come problematico, nel contesto della fase di “riavvicinamento” usando la teoria di Mahler (qui un approfondimento): si tratterebbe per il bambino di un processo di “rifiuto” della dipendenza, una compensazione al senso di umiliazione vissuta quando le sue esigenze di dipendenza furono frustrate o mortificate, nel contesto di un attaccamento problematico. Il bambino imparerebbe a “fare da sé”, o a rifiutare in sé l’idea di dipendere -e la creazione di un sé grandioso arriverebbe ad aiutarlo in questo processo di “rinuncia”. L’emozione centrale, in tutto questo, sarebbe come prima accennato la vergogna (vergogna di dipendere, di non farcela da solo, di dover appoggiarsi ad altri)
  2. tutto questo va di pari passo con la presenza di oggetti interni problematici: “ideali dell’io” ipertrofici e irraggiungibili, ma anche oggetti interni persecutori e aggressivi, umilianti: torna qui, come osserviamo, l’accento messo da Mucci sul tema diade “vittima/persecutore”, elemento a fare da “basamento” a molti disturbi di personalità in quanto risultante di un primevo, disturbato rapporto con le figure di accudimento primarie.
  3. la suicidalità del paziente narcisista è differente dalla suicidalità del paziente borderline. Nel primo caso può trattarsi del compiersi di un “destino” di mortificazione da parte delle figure interne (sadiche, o addirittura deliranti), altre volte di un gesto di affrancamento da figure vissute come persecutorie. Nel paziente borderline, d’altra parte, la suicidalità mantiene caratteristiche “interpsichiche” (meglio il nulla del vuoto relazionale) il che rende a volte i gesti suicidari del borderline delle “richieste d’attenzione”.
  4. Lavorare sulle relazioni oggettuali e sul corpo, rappresenta un punto fondamentale e basale. La Mucci parla anche di esercizio fisico come pratica virtuosa di recupero del corpo e creazione di un “clima di cura”, e dell’arte come dispositivo “traumatolitico”, funzionale alla simbolizzazione

Come osserviamo ritorna spesso la questione della diade interna, della dinamica persecutore/vittima, che in fondo rappresenta il messaggio centrale che estraiamo da questo volume: come terapeuti dobbiamo sempre andare a cercare la presenza di oggetti internalizzati in modo problematico e lavorare sullo sviluppo di un terzo polo, di un terzo spazio funzionale all’internalizzazione di oggetti buoni. La Mucci cita a un certo punto questo articolo di Liotti, dove è ben sintetizzato questo aspetto del “triangolo drammatico” (su questo aspetto, si veda anche questo).
Il disturbo nasce nella relazione e viene poi internalizzato, viene costruito internamente e riattualizzato nelle relazioni con le persone esterne, ma anche con il proprio corpo. Da esterno, diviene dunque interno.

MUCCI SU PSICOSOMATICA, ANTISOCIALITÁ E DISTURBO IPOCONDRIACO

Nei capitoli successivi la Mucci affronta il tema del disturbo psicosomatico e di conversione, anche in questo caso ponendo come pilastro patogenetico la difficoltosa sintonizzazione del bambino con la figura del caregiver e il precoce immagazzinamento di memorie relazionali “guaste”, problematiche -con diversi livelli di disturbo risultante, che la Mucci distingue principalmente in due macro-categorie:

  • il disturbo da conversione è più facilmente rintracciabile e racconta di una capacità di “simbolizzazione” da parte del paziente integra, mantenuta, nella cornice di un disturbo più moderato, nevrotico: in questo caso la capacità simbolica è relativamente buona, e ci si potrà lavorare usando modalità psicoanaliticamente più tradizionali: interpretazioni, sogni, gioco simbolico in seduta, uso di immagini o metafore, al fine di portare pensiero e “racconto” al posto dei sintomi
  • il disturbo da somatizzazione, invece, racconta di un passaggio al corpo del dolore originario, precoce e dissociato; in questo caso la capacità di simbolizzare è scarsa e occorrerà lavorare con il paziente come si fa con i disturbi gravi di personalità, promuovendo dunque un’alleanza solida in terapia e restituendo al paziente l’esperienza emozionale correttiva di cui prima si accennava, al fine di rendere possibile recuperare capacità di simbolizzazione in un contesto “sicuro”. Partendo da una sintonizzazione tra “emisferi destri”, si arriverà a parlare anche usando i “sinistri”, ma a seguito di un lavoro prima di tutto relazionale -nel qui ed ora.

In entrambi i casi, senza lavorare sulla struttura di personalità -la Mucci sottolinea- non si toccherà minimamente il portato problematico del sintomo.

Interessante l’accento posto dall’autrice sul sogno: nel caso della “semplice” nevrosi, sarà “interpretabile” e collegato in modo più diretto alla vita del paziente, nel caso del disturbo psicosomatico di origine traumatica, lo si osserverà più caotico e ripetitivo, simile a una sorta di “regolazione affettiva notturna”, come se quote di emotività grezza, per usare Bion, si riversassero sulla scena del sogno producendo sogni peculiari, “post-traumatici”, simili a “evacuazioni”.
Il materiale post-traumatico, come si osserva, sembra prendere vie peculiari nella mente dei pazienti con disturbi di personalità gravi, rientrando sulla scena della vita quotidiana in modi sub-simbolici, più corporei, meno “raffinati”, attraverso vie differenti: ricordiamoci in questo caso che la precocità delle traumatizzazioni implica un uso precoce dei registri di memoria procedurale, antica (si veda anche questa recensione al libro Inconscio non rimosso e memoria implicita, a cura tra l’altro della stessa Mucci con Giuseppe Craparo).

Nella parte finale del volume, La Mucci si concentra sul disturbo antisociale e sul disturbo ipocondriaco, che interpreta come margini estremi, deviazioni ulteriori del disturbo narcisistico, presentando due casi clinici a esemplificare le teorizzazioni.

In particolare risulta interessante la spiegazione sull’origine del disturbo ipocondriaco, presentando la Mucci, sulla scia di altri autori -primo di tutti, Freud-, una visione del problema basata sulla teoria delle pulsioni: la regressione al corpo, l’attenzione “totale” verso gli organi interni e la loro preservazione, testimonierebbe nel paziente ipocondriaco una regressione profonda in atto, il ritorno a un funzionamento infantile, pre-simbolico.
Viene presentata più volte l’idea che l’ipocondria sia una difesa nei confronti della perdita dell’oggetto, come un investimento sul o un attaccamento al corpo contestuale a una minaccia di perdita oggettuale. Come linee guida per il trattamento, l’autrice cita tre elementi di lavoro, la desomatizzazione, la verbalizzazione e la differenziazione dai legami fusionali, al fine di “rinforzare” la capacità di fare simbolo, di mettere parole dove il sub-simbolico non verbale (il corpo) e il simbolico non verbale (le immagini/i sogni) mantengono un posto di predominanza nella scena psichica (Wilma Bucci)

Insieme a questa visione, freudiana, la Mucci ripropone -nuovamente- l’idea di una patogenesi in linea con la teoria sugli “oggetti”, che di fatto la pongono nuovamente dalla parte di chi vede nella traumatizzazione e nell’abuso la maggiore causa di sviluppo di disturbo psicopatologici.
Come nel resto del volume, l’autrice torna all’idea di introiezioni problematiche che si attualizzano, ricadendo nella vita attuale del paziente e “drammatizzandosi”/riattualizzandosi nei suoi rapporti   interpersonali (compreso quello con il terapeuta).
Ci troviamo nei dintorni di una “sutura” tra due visioni riguardanti la causa della psicopatologia, interpersonale e interpsichica in primis, pulsionale in seconda battuta, con un’attenzione di volta in volta portata a entrambi gli aspetti, con però in prima linea l’attenzione alle traumatizzazioni precoci e -di nuovo- alle introiezioni problematiche. Quello delle introiezioni è in filigrana il tema più importante, che ritorna in tutto questo bellissimo lavoro della Mucci.

Il testo si chiude con un incredibile approfondimento sulla perversione e una riflessione sul tema della sessualità (più o meno pervertita): sta qui infatti, la Mucci osserva, l’esperienza più rivelatoria del “passaggio sulla Terra” di ogni individuo nella sua unicità, essendo che la sessualità, dal suo punto di vista, rappresenta una drammatizzazione, una “metafora” non solo della vita “a due”, ma dell’intero mondo oggettuale dei rispettivi membri della coppia: nell’atto sessuale si riattualizzerebbero rapporti con oggetti primari, approcci “primevi” al corpo del caregiver, identificazioni al corpo della madre o del padre, istanze culturali a “indirizzare” il comportamento sessuale (stereotipicamente maschile o femminile, per esempio), conflitti di potere. Il tema del potere e della “dominazione” dell’altro entro codici stabiliti culturalmente (maschile/dominante vs femminile/sottomesso) sembra, la Mucci chiude, precedere il tema della differenziazione di genere, ponendosi come cifra del rapporto sessuale emanato da, di nuovo, codici culturali, il che porta la Mucci a riflettere sulla “struttura potenzialmente distruttiva e disumanizzante e potenzialmente mortifera della cultura” e sulla l’immane potere del “simbolo”.

Come elemento che torna spesso, l’idea di un orientamento sessuale ingenerato in modo quasi-deterministico dal sovrapporsi delle identificazioni progressive dell’infante e dal rapporto con gli oggetti interni, sembra risentire di una visione un po’ troppo rigidamente psicoanalitica che rischia di sembrare a tratti limitante, alla luce degli studi a proposito della genesi dell’omosessualità (si veda questo approfondimento sul tema dell’omosessualità, fatto fare dall’AI in modalità deepresearch, che sintetizza gli studi più solidi degli ultimi 20 anni sul tema)


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Generale / ptsd, recensioni

15 September 2025

Recensione e riassunto di “Liberi dal panico” di Pietro Spagnulo (un agile ed economico ebook per introdursi al problema-ed autoaiutarsi)

di POPMed

Pubblichiamo un riassunto e una recensione dell’Ebook “Liberi dal panico” di Pietro Spagnulo, qui reperibile a 4,99€.
Abbiamo inoltre aggiunto alcune riflessioni sul panico, in particolare relative al “modello sul controllo”, poste in calce.
Buona lettura (qui su POPMed)!

Article by admin / Generale / panico

15 April 2025

RECENSIONE DI “CONVERSAZIONI DI TERAPIA BREVE” DI FLAVIO CANNISTRÁ E MICHAEL F. HOYT

di Raffaele Avico

Il volume “Conversazioni di terapia breve” esplora i temi della psicoterapia breve e “a seduta singola” per via di una trascrizione di un serie di dialoghi, intrattenuti in momenti diversi, tra Flavio Cannistrà e uno dei suoi mentori, Michael Hoyt.

La forma intervista rappresenta un modo agevole per introdursi a un tema: in questo caso abbiamo la possibilità di sentire raccontata la teoria della psicoterapia breve e la teoria a seduta singola da parte di uno dei suoi originatori, a sua volta in debito verso altri della scuola di Palo Alto, che puntualmente troviamo citati nel testo.

Si ha così l’opportunità di scoprire molti nomi “minori” della teoria della psicoterapia breve, con la possibilità di approfondire i diversi approcci.

La Scuola di Palo Alto, e nello specifico un luogo che oggi esiste solo nella forma di fondazione, il Mental Research Institute, ha a partire dagli anni ‘60 introdotto sulle scena della psicoterapia mondiale moltissime innovazioni, che sarebbero state destinate a restare.
La psicoterapia sistemica, la psicoterapia breve, quella a seduta singola, la scuola di Nardone in Italia, devono tutto agli incredibili anni, fruttuosi, dei “maestri” originatori -che in questo libro troviamo citati più volte.
Un tratto peculiare di quel gruppo di individui e di coloro che ne hanno raccolto il testimone nella ricerca in psicoterapia, è un’incredibile umiltà intellettuale associata al pragmatismo americano, insieme al coraggio di mettere in discussione l’ortodossia (che in quegli anni era rappresentata dall’Europa e dalla psicoanalisi). Di quell’umiltà, di quell’apertura e di quel pragmatismo parla anche Andrea Vallarino in un suo volume recentemente pubblicato, in particolare rispetto alla figura di Paul Watzlawick.

Nel corso della lettura di “Conversazioni di terapia breve” si apprendono molti aspetti della psicoterapia a seduta singola, in primis l’idea che “a seduta singola” non vuol dire che il percorso con un “cliente” (come preferiscono chiamarlo) si limiti effettivamente a un singolo incontro: se mai, l’idea è che una singola seduta possa essere “autoconclusiva” e che si possa lavorare con la persona perché quest’ultima possa trarne giovamento -o un motivo di trasformazione. Viene data estrema importanza al concetto di empowerment del paziente, e che un buon parte del lavoro venga fatta dal paziente stesso, con risorse che tocca al terapeuta evocare e promuovere.

In generale troviamo riferimenti a pratiche comuni nelle diverse scuole di psicoterapia breve, con però alcune differenze di razionale di intervento, che Cannistrà (che su POPMed avevamo già intervistato, qui) non manca di esplicitare.

Il rischio di semplificare troppo la complessità del portato del paziente viene fugato qui da un approccio orientato a un “minimalismo clinico” che vuole intervenire con quello che funziona e dove serve, in modo strategicamente orientato.

Si tratta di coinvolgere attivamente il paziente nel lavoro clinico, muovendo da un’alleanza forte e procedendo per obiettivi, il più possibile aderenti alle risorse portate in seduta.
Altrove abbiamo più volte intervistato e coinvolto Andrea Vallarino, e chi avesse letto alcuni dei contenuti che lo riguardavano potrà riconoscere nell’approccio di Cannistrà e Hoyt un’uguale attenzione al presente e a quelle che universalmente (in terapia breve o breve/strategica) vengono chiamate “tentate soluzioni”, nell’idea che il paziente faccia di tutto per migliorare, spesso però complessificando il suo stesso vissuto, e bloccandosi in modalità di pensiero disfunzionale. Si pensi per esempio al modello sul controllo per il panico -problema diffusissimo e frequentemente incontrato dagli operatori della salute mentale- ingenerato da stratificazioni di storture cognitive, paradossalmente atte a controllare i sintomi stessi.

I clinici di Palo Alto, come leggiamo in questo libro, sono stati da sempre dei fini osservatori della psicologia umana, nel tentativo di estrarne “modalità patogene” con un approccio estremamente pragmatico: il concetto di tentata soluzione è solo uno dei tanti, ma pensiamo per esempio al problema del doppio legame, ai paradossi legati all’ipercontrollo, alla natura essa stessa paradossale (a volte) della psicologia umana.

Per Cannistrà e Hoyt si tratta di aiutare il paziente a stare meglio, e stare meglio in modo rapido, soprattutto quando fortemente sofferente.
La terapia a seduta singola o breve pare adattarsi meglio a situazioni cliniche peculiari, come quando esista un eccesso di ragionamento o la persona si trovi incastrata in schemi di pensiero disfunzionali; leggendo questo volume viene tuttavia complesso immaginare una terapia a seduta singola con un paziente fortemente depresso o melanconico, o ipotizzare un intervento su un disturbo grave di personalità, al di là delle “prescrizioni” che i terapeuti di questa scuola solitamente consegnano al paziente. Con pazienti affetti da disturbi di natura affettiva, ci si potrebbe chiedere il ruolo -come sappiamo centrale- della relazione (al di là della “semplice” alleanza).

A fine lettura si ha in ogni caso la sensazione che esista un’apertura degli autori a una messa in discussione e verso un apprendimento “continuo”, cosa di rado presente in libri provenienti da altre scuole di pensiero.

Molto interessante e bella la definizione di logica, e l’accento sulla distinzione dal concetto di strategia: il terapeuta breve e quello a seduta singola si avvarranno di “logiche” di intervento -più flessibili e indeterminate delle strategie, ma altrettanto efficaci- in grado appunto di adattarsi alla complessità portata dal cliente.

Pubblichiamo in toto un estratto dal volume, che raccoglie 9 logiche di intervento da applicare in vari casi, una variazione di un articolo già apparso qui.

Anche chi non fosse interessato al tema terapia breve, potrà trarne spunti di interesse e modalità pratiche di intervenire con uno dei suoi pazienti (o su se stesso).

Buona lettura!

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Continua su POPMED.

Article by admin / Generale / interviste, recensioni

10 October 2024

“LA GENERAZIONE ANSIOSA”: RECENSIONE APPROFONDITA E VALUTAZIONI

di Raffaele Avico

PREMESSA: per ragioni di comodità in alcuni passaggi si è usato il maschile sovraesteso

“La generazione ansiosa” viene tradotto e pubblicato recentemente da Rizzoli; è un saggio da un titolo forte, che però merita una lettura approfondita, vista l’attualità dei suoi contenuti, e i dati allarmanti riguardanti la salute mentale dei giovani, da più parti denunciate.

Il volume si presenta come una sorta di mega-indagine, una vera e propria inchiesta giornalistica che mette in ordine e sistematizza i più recenti dati a riguardo della salute mentale dei giovani in relazione all’utilizzo di smartphone e social-media, con un focus sul periodo 2010-2015, cornice temporale che ha ospitato diverse innovazioni tecnologiche largamente disruptive, tutte insieme (iphone, app gratuite in cambio di pubblicità, social media, telefoni dotati di telecamere frontali, internet per tutti sempre e ovunque), in grado di avviare un cambio di paradigma a livello di relazioni e comunicazione tra gli individui -per le fasce d’età più giovani coincidente con quello che l’autore chiama, un po’ drammaticamente, la “Grande Riconfigurazione dell’Infanzia”.

Qui ne faremo una recensione approfondita, cercando di cogliere gli aspetti più importanti di quello che l’autore ci vuole passare.

Jonathan Haidt è un professore universitario a NYC, e già in precedenza, con questo libro, aveva indagato la salute mentale giovanile; i suoi studi si posizionano al confine tra la psicologia sociale e la sociologia: ha anche avviato un sito da usare come strumento a latere della lettura, questo: https://www.anxiousgeneration.com/

Vediamone alcune parti di “la generazione ansiosa” in dettaglio, procedendo nella lettura:

  1. Nella prima parte del suo lavoro H. presenta il suo concetto di “Grande Riconfigurazione dell’Infanzia”: la sua idea è che dal 2010 al 2015 qualcosa sia accaduto, e che l’infanzia abbia preso forme nuove, correlate all’introduzione di device tecnologici estremamente additivi, precedente a un preoccupante aumento di disturbi internalizzanti per le femmine in età adolescenziale ed esternalizzanti per i maschi nella stessa età. Il libro è stato scritto nel 2023, è quindi molto attuale: il problema del “malessere psicologico nei giovani” è sulla bocca di tutti.
  2. Il vero fattore discriminante, secondo Haidt, è rappresentato dalla pervasività di utilizzo dei device, che da un certo tempo in poi (l’Iphone è stato introdotto nel 2007), ha garantito di essere tutti sempre connessi -ancor di più dopo l’introduzione dei social network
  3. Haidt ragiona sul fatto che se il malessere dei/le ragazz* in età adolescenziale fosse causato da elementi di macro-contesto nel mondo reale (come crisi economiche o guerre) altre epoche avrebbero dovuto essere più tragiche (come il 2009): no, secondo l’autore parliamo di qualcosa successo nella prima metà degli anni ‘10, e non “esterno”/riguardante guerre, epidemie o altro. Anzi, in questi ultimi casi -l’autore sottolinea-, a volte le comunità fanno gruppo e sperimentano paradossali effetti positivi in senso psicologico
  4. Nel secondo capitolo, Haidt parte da alcune considerazioni riguardanti lo sviluppo “sano” di un bambino, soprattutto nella lenta gestazione delle sue abilità psicosociali/cognitive: tante di queste abilità, il bambino le sviluppa impegnandosi in un’attività sincrona e basata sulla sintonizzazione emotiva con l’altro -attività come il gioco sociale.
    L’autore si chiede cosa produca un bombardamento mediatico operato su di un cervello malleabile come argilla negli anni cruciali, anni come quelli della preadolescenza, arrivando a parlare di un passaggio da un’“infanzia basata sul gioco” ad un’“infanzia basata sul telefono”.
    Haidt parla di una “riconfigurazione” vera e propria dell’infanzia, che attraverso il telefono sarebbe stata espropriata delle attività che evoluzionisticamente sarebbero state più importanti (come appunto il gioco sociale sincrono, la sintonizzazione affettiva, l’autoregolazione nel gruppo dei pari). Sottolinea a proposito di questo l’importanza del gioco “rischioso”, corporeo, citando diversi studiosi che lo  approfondiscono (si veda per esempio questo studio): la natura del bambino è antifragile, necessita cioè di “perturbazione e stress” per evolvere
  5. Nel quarto capitolo l’autore apre il macro-capitolo “pubertà”, età particolarmente delicata in termini di “finestra di apprendimento” soprattutto a livello culturale/di conoscenza (si veda questo approfondimento su “La mente adolescente” di Daniel Siegel): qui pone il problema degli “inibitori di esperienze” (la cultura dell’iperprotezione che Haidt chiama safetyism e la dipendenza da smartphone), e riflette sull’assenza di riti di passaggio (almeno non nel mondo online, esente da questo tipo di logiche)
  6. Proseguendo nella lettura del libro, Haidt fa un veloce excursus storico a partire dal lancio del primo Iphone nel 2007, attraverso la creazione delle prime app (prima a pagamento, poi sostenibili a partire dalla pubblicità) fino ai giorni nostri; parla quindi del notorio “circuito di ricompensa” e di come si possa sviluppare una dipendenza da smartphone, che ritiene “attivamente progettata” negli anni del lancio dei primi social network dai fondatori delle app stesse. Si trattava di ingenerare dipendenza nei ragazzini che avrebbero usato il social, obbligandoli a passare più tempo possibile sulle piattaforme. Ma come fare? Il meccanismo è quello della ricompensa “non garantita”. Così come avviene nel gioco d’azzardo, far seguire a una determinata azione una ricompensa sviluppa un apprendimento veicolato dal rilascio di una certa quantità di neurotrasmettitori: la ricompensa non dev’essere però garantita, per poter ingaggiare in modo più forte chi ne dovrebbe fruire -si evita così l’abituazione ad essa e il darla per “scontata- : il meccanismo è largamente studiato ed è appunto alla base del meccanismo che regge (e avvia) il disturbo da gioco d’azzardo patologico.
    In più, Haidt ragiona sull’elemento “attivo” inerente gli aspetti di rinforzo, ovvero la possibilità da parte dei fruitori di essere in prima persona coinvolti, essendo che l’oggetto del reward è la propria immagine, la rappresentazione sociale di sé. In questo modo, Haidt sostiene, si arriva a un passaggio fondamentale, la generazione di un meccanismo di aggancio basato non solo su trigger esterni (come la notifica, il suono che richiama l’utente al device), ma su trigger interni, “formulazioni mentali”, “call to action mentali” in grado di attivare il soggetto alla compulsione e di disturbare il normale flusso dei suoi pensieri; veri e propri “pensieri-trigger” sospinti alla coscienza dalla “fame” di rilascio neurotrasmettitoriale, come d’altronde accade in ogni dipendenza: “chissà se avrò ricevuto notifiche”, “devo assolutamente controllare”, etc.
  7. Correlazione? No, causa. Proseguendo nella lettura, Haidt propone con forza l’idea che i disturbi psicopatologici osservati a partire dalla finestra temporale 2010-2015, debbano essere attribuiti ai prima descritti cambi di abitudini a riguardo del rapporto con gli oggetti tecnologici. Mette insieme una mole impressionante di dati, che si possono recupare qui.
  8. Nella quarta parte del libro, Haidt seleziona e presenta ulteriori studi, a tratti assumendo un tono paternalistico, moralizzante: unici elementi degni di nota, la questione del maggior impatto dell’utilizzo dei device sulle ragazze, e il tema del distacco progressivo dagli ambienti naturali, alla cui frequentazione l’evoluzione ci avrebbe chiamati: a contatto con la natura, e in generale nella “realtà”, siamo esposti sia a dolore (un rifiuto “dal vivo”, un infortunio corporeo) che ad esperienze trasformative e positive, anche in senso spirituale (per mezzo di attività corali, fatte insieme, funzionali appunto al trascendere -come assistere ad un concerto dal vivo).

Che fare, dunque?

La seconda parte -più breve- del volume, è incentrata su quello che i governi, le scuole e i genitori dovrebbero fare per contrastare il processo di “riconfigurazione dell’infanzia” citato dall’autore.

I capitoli che si susseguono in questa seconda parte, sono per lo più ripetizioni di due concetti fondamentali:

  1. è necessario rivedere e ripensare le norme (e anche le leggi) con cui permettiamo agli individui minorenni di accedere alle pagine internet. Il problema che l’autore pone in tutto il libro, viene anche qui riproposto: abbiamo concesso una libertà smisurata e non protetta alla navigazione su internet, e allo stesso tempo stiamo iper-proteggendo nel mondo reale i bambini e gli adolescenti, inabilitandoli alle esperienza di crescita fondamentali
  2. riprendendo il tema prima accennato, l’autore suggerisce di contrastare la tendenze al safetyism, all’iper-protezione, lavorando (pensando alle nuove generazioni) per la promozione di una maggiore connessione alla vita reale, offline

In conclusione, il volume come prima accennato rappresenta un’indagine -scritta in modo semplice, spesso ridondante- a riguardo degli impatti dell’utilizzo di smartphone e social media sulla salute mentale di ragazz* cresciuti nel periodo “critico” tra 2010 e 2015.

Le parti più interessanti del volume sono quelli inerenti gli studi a riguardo del potere dipendentogeno dei device tecnologici: non rivelano nulla di veramente nuovo, ma sistematizzano gli studi che negli ultimi anni sono stati pubblicati, fornendo prove convincenti a riguardo di una effettiva causalità tra l’immissione nel mercato dei suddetti strumenti tecnologici e il peggioramento della salute mentale delle generazioni che, in quegli anni, si stavano formando.

Declassare una valutazione approfondita come quella eseguita da Jonathan Haidt a “boomerismo”, “trombonaggine” o generico “luddismo”, equivale a non prendere seriamente in considerazione la questione, problematizzandola come è necessario fare. Giungere alla conclusione che “è sempre successo così”, che “ogni cambio di paradigma ha pro e contro”, rischia nuovamente di lasciare tutto così com’è, senza che nessuno faccia nulla nè per avallare, né per modificare/raddrizzare/intervenire sullo stato delle cose.
Perchè inoltre -l’autore si chiede-, spostiamo sempre la questione su problemi “precedenti” che sarebbero la causa “prima”, originaria dei problemi di dipendenza dei ragazzi? Non possiamo intervenire su entrambi i momenti del problema, su tutti gli elementi in gioco di questo fenomeno, senza accanirci su “cosa venga prima” -domanda peraltro difficile, se non impossibile, da indagare?

Tendenzialmente, abbiamo a che fare con una nuova, subdola e ormai endemica nuova forma di dipendenza comportamentale, rinforzata da meccanismi neurobiologici invincibili e inevitabili, soprattutto in chi ha il cervello in maturazione. La sensazione tuttavia è che, al momento, questa nuova forma di dipendenza non sia veramente problematizzata né pensata come tale: altre questioni sembrano sempre più attuali, forse perchè esiste un qualcosa da combattere attivamente, in senso fisico. Perché viene combattuta così ferocemente la cannabis legale, per fare un esempio, e ci si muove con lentezza da pachiderma nel normare l’accesso a siti dannosi per la salute mentale di individui in pieno sviluppo?

Nella parte finale di questo libro, Haidt osserva che sarebbe sufficiente ipotizzare l’intervento di aziende terze coinvolte al fine di controllare che i ragazzini che accedono a social o siti di pornografia siano effettivamente nell’età per farlo: non necessiteremmo di chissà quale tecnologia, sarebbe sufficiente un portale a cui autenticarsi con il proprio documento d’identità, che intercedesse per il soggetto stesso quando questi dovesse entrare in un determinato sito -garantendogli/le allo stesso tempo l’anonimato.

In ultima analisi, i limiti di questa indagine sono di ordine strettamente statistico: pur con questa enorme mole di dati, sembra difficile parlare di una causalità diretta: troppe variabili confondenti sporcano gli esperimenti, rendendo complicato tracciare una linea causale netta (per ora).

É indubbio tuttavia che a un’osservazione attenta, gli effetti dell’utilizzo compulsivo di uno smartphone -con tutto quello che al suo interno vi si possa rintracciare- sono evidenti, almeno agli occhi di un operatore della salute mentale: vanno dal modellare l’architettura dell’attenzione, al “bucare” la forma del pensiero (i trigger interni di cui prima scrivevamo, pensieri intrusivi in grado di portare l’attenzione al device, obbligandoci compulsivamente a ritornare ad esso) fino ad alterare il circuito del reward ingenerando una dipendenza comportamentale “nascosta” -allo stato delle cose accettata socialmente, per nulla problematizzata.

Recentemente è stato pubblicato un articolo abbastanza stupefacente, che indaga il concetto di “salienza” in relazione allo smartphone; il punto di questo studio era dimostrare come la semplice presenza del telefono nei pressi di un individuo, fosse in grado di assorbire una quota significativa delle sue capacità cognitive, di fatto diminuendole.
Si tratta di uno dei primi studi che indagano l’effetto della semplice presenza dello smarphone sulle capacità cognitive e attenzionali di un individuo, senza che necessariamente vi sia un altro compito da svolgere o un’interazione fisica con il telefono. Inoltre, gli autori sottolineavano che l’effetto pareva presentarsi anche nella consapevolezza a riguardo dello spegnimento del telefono stesso, o con lo schermo non visibile, cosa che dovrebbe farci ragionare sul potere che questo oggetto ha nel contesto delle nostre vite quotidiane. Sembrerebbe esistere, gli autori spiegano, una sorta di bisogno “sub-cosciente” di “monitorarlo”. Concludono con un consiglio chiaro: “however, our data suggest at least one simple solution: separation”.

Tornando e concludendo sul libro di Haidt, La generazione ansiosa rappresenta una fotografia di estrema attualità dello stato di salute mentale delle generazioni dei ragazzi nati a partire dalla seconda metà degli anni ‘90, con un focus sulle implicazioni dei profondi sconvolgimenti in campo tecnologico che a partire dagli anni ‘10 del 2000, si sono succeduti con impressionante velocità.
Al centro della sua indagine, Haidt pone i rischi di una forma endemica di dipendenza comportamentale che attribuisce all’uso pervasivo di device tecnologici portatili, fornendo alcune indicazioni generiche su temi di “ecologia della mente”, aiutando il lettore a porsi in una relazione consapevole con questi strumenti tecnologici, finalmente e coraggiosamente problematizzando la questione.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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9 April 2024

INCONSCIO NON RIMOSSO E MEMORIA IMPLICITA: UNA RECENSIONE

di Raffaele Avico

Questo volume raccoglie molteplici contributi di personalità legate alla neuropsicoanalisi, al mondo della psicoanalisi e delle neuroscienze a proposito del concetto psicoanalitico di inconscio non rimosso.

Vi trovano spazio nomi di assoluto spessore nel panorama attuale, da Solms, padre della moderna neuropsicoanalisi, al nostro Giovanni Liotti, a Clara Mucci, a Mauro Mancia.

Il volume è curato da Giuseppe Craparo (che su questo blog abbiamo già incontrato) e Clara Mucci per la collana sul trauma che dirige lo stesso Craparo, edita da Giunti.

Il concetto di inconscio non rimosso si configura come una sorta di evoluzione, o allargamento del concetto freudiano di inconscio. Muove dal concetto “classico” di inconscio freudiano, per il quale veniva ipotizzata la presenza di un atto di rimozione da parte dell’individuo, per descrivere un territorio della psiche caratterizzato da elementi pre-verbali e pre-simbolici, stratificatosi nei primi anni di vita del bambino, entro una dimensione per lo più interpersonale.

Alcune riflessioni a riguardo:

  1. è indicativo che un libro sull’inconscio non rimosso venga incluso in una collana sul trauma. In effetti, le scoperte più recenti sul trauma convergono con gli studi psicoanalitici inerenti le traumatizzazioni più precoci, neanche arrivate a essere rimosse (essendo, come leggiamo qui, che la rimozioni prevede l’uso del pensiero simbolico e del linguaggio), ma dissociate e depositate in un luogo pre-verbale e pre-psichico o, se vogliamo, entro la memoria “implicita”, incarnata
  2. l’inconscio non rimosso viene concettualizzato in questo volume come un contenitore, un deposito delle memorie relazionali più precoci; non essendo possibile per il bambino rimuoverle attivamente, queste ultime produrranno molteplici conseguenze sullo sviluppo della sua psiche, ri-attivandosi in condizioni peculiari in senso relazionale, nel contesto del transfert con l’analista, o attraverso enactment (ne avevamo scritto qui). É il capitolo scritto da Clara Mucci a fornircene la definizione più chiara; immaginiamo l’inconscio come un deposito, un contenitore; al suo interno, solo una parte dei ricordi sono ricordi rimossi: larga parte del restante spazio psichico, è abitato da memorie relazioni primordiali, precedenti a ogni possibile rimozione
  3. I capitoli scritti da Mauro Mancia e Liotti brillano per particolare semplicità, chiarezza e coerenza. Liotti cita Mancia più volte nel suo lavoro; notevole osservare come i due articoli presenti nel volume arrivino presto a convergere: Liotti riprende Mancia proprio sul concetto di inconscio non rimosso, citandolo più volte. Come sappiamo, e come su questo blog più volte abbiamo osservato, Gianni Liotti sapeva attingere da differenti matrici teoriche per formulare idee originali e geniali a riguardo della psicopatologia: all’interno di questo volume, nel suo capitolo, Liotti integra il concetto di inconscio non rimosso al suo modello sui sistemi motivazionali opposti e contraddittori, tipici di uno “sviluppo traumatico”.
    Sarebbe infatti la compresenza di sistemi motivazionali opposti verso la madre (paura e attaccamento) a generare nel bambino rappresentazioni di sé dissonanti e conflittuali, riproposte -nella vita adulta- all’interno dei rapporti significativi. Liotti appoggia in pieno il concetto di inconscio non rimosso, apportando ad esso alcune puntualizzazioni, e spingendo per un superamento del modello pulsionale inerente la formazione dell’inconscio (l’inconscio non si costituirebbe come un contenitore di fantasie pulsionali inaccettabili, ma -di nuovo- si formerebbe per via di memorie relazionali primarie, introiettate nei primi anni di vita). Liotti era un bowlbiano convinto, e in questo lavoro lo sottolinea un’altra volta
  4. la comunicazione madre-caregiver-bambino, nei primi, anni, è una comunicazione “tra emisferi destri” (ovvero, tra emisferi dominanti); il capitolo di Schore, autore del volume Psicoterapia con l’emisfero destro, rappresenta un aggiornamento sulle scoperte neuroscientifiche più recenti a riguardo proprio della neuroanatomia della vita relazionale precoce, che coinvolgerebbe per lo più struttura sottocorticali dell’emisfero destro, sede fisica di quelle tracce mnestiche implicite, seminali e iniziali, chiamate qui “inconscio non rimosso”. Sulla dominanza dell’emisfero destro, avevamo scritto estesamente qui recensendo “The master and his emissary”
  5. il capitolo di Clara Mucci riprende e dilata il contributo di Schore, e rappresenta il “centro di gravità” del volume, essendo che la Mucci contestualizza il lavoro teorico sull’inconscio non rimosso nella cornice dei paradigmi attuali riguardanti la psicoanalisi, con critiche abbastanza pesanti alla visione freudiana, troppo individualistica e intrapsichica, in favore di un paradigma maggiormente relazionale e in linea con le evidenze più attuali in ambito di psicotraumatologia.
    La Mucci è conosciuta per il suo lavoro sulle ipotesi eziopatogenetiche dei disturbi di personalità più gravi, in particolare è conosciuta per la sua ipotesi psicotraumatologica nella genesi del disturbo borderline. Nel suo capitolo riprende un modello di mente, e di sviluppo della mente, che avevamo già trovato qui riprendendo idee di Janet.
    La patogenesi dei disturbi di personalità più gravi, sarebbe cioè da rintracciarsi nella fase pre-verbale, pre-cognitiva dello sviluppo del bambino, non ancora in grado di “rimuovere attivamente” i contenuti traumatici dalla sua coscienza. Come prima anticipato, il contenitore dell’inconscio sarebbe formato solo in parte dai contenuti rimossi: una larga parte dei suoi elementi costitutivi, sarebbe rappresentata dai contenuti “non rimossi” e implicitamente memorizzati nelle prime, fondamentali fasi dello sviluppo. La stessa pulsione di morte, la Mucci propone, sarebbe da attribuire a introiezioni problematiche di oggetti interni persecutori, una spinta insomma figlia di elementi relazionali inter-psicologici; sarebbe incorretto, seguendo Freud, attribuirla a una spinta “innata”. Inoltre, la Mucci evidenzia un oscurantismo freudiano a proposito del fenomeno clinico della dissociazione, sviluppato come sappiamo da Janet in parallelo a Freud, e poi da altri pionieri del trauma, come Ferenczi.
  6. nel suo capitolo, Craparo distingue in maniera fruttuosa i concetti di acting out da quello di enactment: quest’ultimi sarebbero da imputare a un processo di evacuazione di materiale non rimosso, ad una riattualizzazione in chiave relazionale/intersoggettiva di modalità interpersonali racchiuse -di nuovo- nel “contenitore” dell’inconscio non rimosso.

Per concludere, troviamo nel concetto di inconscio non rimosso un punto di congiunzione, e di saldatura, tra differenti approcci.

Le teorie di Liotti sull’attaccamento disorganizzato e la creazione di rappresentazioni dissonanti di sé, i molti studi sulle esperienze avverse infantili e la patogenesi della dissociazione, il concetto di scissione in età precoce raccontato dagli analisti: tutte queste formulazioni teoriche convergono in questo volume presentandoci l’immagine di un “terreno” psichico entro cui, precocemente, si crearono le prime -implicite- memorie relazionali, in grado di influenzare in modo radicale il successivo sviluppo della mente dell’individuo.

Come osserviamo, Giovanni Liotti ancora una volta si dimostra in grado di incarnare questa integrazione nelle sue formulazioni teoriche, portando la teoria dell’attaccamento e la teoria dei sistemi motivazionali interpersonali (innati) a completamento delle concettualizzazioni psicoanalitiche inerenti la nascita (intersoggettiva) del pensiero. Viene qui illuminata inoltre una concezione dell’inconscio solamente, intrinsecamente interpersonale, post-freudiana, evoluzionisticamente giustificata, svuotata dei suoi aspetti scabrosi inerenti le pulsioni sessuali, “moralmente” bonificata.

Infine, possiamo con questo volume osservare come l’interpsichico preceda l’intrapsichico: sarebbero le relazioni interpersonali a creare il sostrato di memorie implicite che determinerebbero la nostra vita adulta, le nostre scelte relazionali, i nostri transfert e i nostri enactment; l’inconscio stesso sarebbe un contenitore delle memorie implicite più antiche, e -in linea con la letteratura psicotraumatologica- l’ambiente di sviluppo avrebbe finalmente riacquistato una posizione centrale nella sviluppo della mente, con il bambino impegnato ad adattarsi ad esso, spinto da motivazioni innate interpersonali, impegnato nell’eseguire “adattamenti acrobatici” quando lo stesso ambiente fosse problematico, o traumatico.

Qui le altre recensioni presenti su questo blog.

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20 March 2022

RECENSIONE: L’EREDITÁ DI BION (A CURA DI ANTONIO CIOCCA)

di Raffaele Avico

Nel libro “L’eredità di Bion”, molteplici autori si spendono nel tentativo di tratteggiare la figura di Wilfred Bion come psicoanalista; il gruppo di lavoro relativo alla stesura del libro, è lo stesso di un seminario condotto da Alfredo Coccia a proposito di Bion e del concetto di “O”, di cui parleremo a breve.

Lo stesso gruppo di lavoro che si può vedere dialogare in questo corso gratuito erogato da FCP.

Vediamo alcuni punti relativi ai contenuti del libro, e alla figura di Bion in generale:

  • Bion nacque in India, e da piccolissimo fu strappato alla sua terra madre per studiare in Inghilterra; nel libro viene sottolineato molto bene come per lui questa fu, bambino, un’esperienza dirompente, estremamente traumatica e fonte di angosce di abbandono “senza nome”; la stessa esperienza di sradicamento, gli autori osservano, fu probabilmente il nucleo, l’evento scatenante da cui scaturì tutto il lavoro teorico di Bion adulto, come una sorta di sovra-compensazione “teorica” al trauma “originario”
  • uno dei nuclei del pensiero di Bion riguarda il suo modo di intendere il “mondo interno”; il “mondo interno” per come inteso da Bion, possedeva uguale “dignità ontologica” di quello esterno; si trattava per il paziente, durante l’analisi, di esplorarlo e di farne esperienza in modo sicuro, accompagnato dall’analista. Nel libro viene spesso citato il concetto di “O”. Cosa intendeva Bion con questo costrutto? “Fare esperienza di O” consisteva per il paziente nello stare a contatto con tutto ciò che il suo mondo interno gli consentisse di sperimentare (emozioni, sensazioni, filoni di pensiero), tentando di avvicinarsi a una sorta di conoscenza “assoluta”. “Stare in O” consisteva per Bion nello stare in una posizione di ascolto e di osservazione relativa a tutto ciò che proviene dall’interno, al fine di conoscerlo e di esplorarlo.
  • Relativamente al punto prima citato, è utile citare il concetto di rêverie, usato da Bion nei suoi lavori teorici a indicare uno stato mentale di predisposizione ad “accogliere ogni tipo di proiezione e qualunque cosa provenga dall’oggetto amato”, ben spiegato qui: https://www.spiweb.it/la-ricerca/ricerca/reverie/. Bion descriveva questo stato mentale come uno stato mentale “senza memoria e senza desiderio”, da usare sia nei confronti dei propri contenuti interni, sia nei confronti di tutto quello che potesse essere evocato da un paziente durante un lavoro di psicoanalisi. L’idea di osservare “senza memoria e senza desiderio” tutto ciò che provenga dall’interno di sè, è assimilabile allo “stare in O”, osservando cioè tutto ciò che provenga dal mondo interiore, senza giudicarlo (si veda anche questa definizione di “”capacità negativa”: https://www.spiweb.it/la-ricerca/ricerca/capacita-negativa/).
  • a proposito della capacità negativa, dalla lettura del testo sopra citato emerge con forza la cifra stilistica del metodo esplorativo bioniano, fondato appunto sul “togliere” più che non sul “mettere”; uno degli autori del volume, esegue un parallelismo tra la teoria di Bion e alcuni testi della tradizione mistica orientale, sottolineandone alcune sovrapposizioni possibili soprattutto a riguardo della concezione di malattia, coincidente con un “eccesso di sapere”, inteso qui come assenza di dubbio, presenza di preconcetti, ingombro del passato sul presente, saturazione del pensiero. Per Bion, il pensiero deve saper indugiare nella posizione di capacità negativa, di assenza di certezza, di dubbio, di non-saturazione. Abbreviato: la posizione di “-K” (i pilastri concettuali del pensiero di Bion erano K -conoscenza-, L -amore- e H-odio- con l’aggiunta di “O”)
  • La pulsione di Freud, venata di sessualità, è in Bion rigirata come una pulsione “epistemofilica”, votata al conoscere, al sapere qualcosa di altro, qualcosa di nuovo. É una tendenza al conoscere, una forma di curiosità. In una psicoterapia, dal suo punto di vista, è opportuno quindi creare vuoti, creare spazi insaturi, produrre domande. D’altronde, “il pensiero nasce dalla frustrazione”. L’esplorazione, in Bion, parte dallo stare accanto alla  propria non conoscenza, così come dall’osservare le proprie sensazioni in modo ingenuo, tentando di produrre pensiero a partire da queste.
  • A proposito di quest’ultimo punto, in uno dei capitoli del libro viene fatto un acuto parallelismo tra il lavoro di ricerca di Proust e la teoria di Bion. I percorsi di pensiero nei meandri del passato, la ricerca di una sorta di “sè originario”, per entrambi questi pensatori scaturiscono dallo stare a contatto con sensazioni corporee, somato-sensoriali, non strettamente cognitive.

Nel corso del suo percorso di esplorazione teorica, Bion si dedicò al tema della guerra, essendo egli stesso arruolato durante la prima e seconda guerra mondiale, così come al tema della psicologia dei gruppi, visto in quelli che chiamava “assunti di base”.

A proposito degli assunti di base, è interessante notare come lo stesso Bion ritenesse il gruppo in grado di produrre “pensiero” al di là delle posizioni mentali dei suoi stessi partecipanti. Questo vuol dire che il gruppo possiede, dal suo punto di vista, un funzionamento a sé stante, superiore alla somma delle sue stesse parti. In particolare, osservava come l’”assunto di base” di un gruppo potesse essere:

  1. relativo allo stato di attacco/fuga, con il gruppo impegnato a difendersi, compatto contro un “nemico” (più o meno immaginario) percepito come esterno ed aggressivo
  2. relativo allo stati di “dipendenza”, con il gruppo in attesa di qualcosa/qualcuno esterno a sé, che decida per il gruppo stesso (una sorta di posizione messianica)
  3. relativo al tema “accoppiamento”, con il gruppo impegnato in un processo di “fusione” con altri gruppi sociali

Tutto questo, sostiene Bion, poteva avvenire senche i singoli membri dei gruppi potessero percepire, come esistesse una sorta di coscienza collettiva del gruppo come entità a sé stante.

In Italia, il lavoro di Bion è stato ripreso con forza e ripensato in certi aspetti teorico/clinici, da Antonino Ferro, in diversi lavori di approfondimento impregnati di teoria bioniana.

Per approfondire.

Ps questo post compare su Comunità Psichiatriche Torino: IL BLOG


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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3 August 2021

“I fondamenti emotivi della personalità”, JAAK PANKSEPP: TAKEAWAYS E RECENSIONE

di Raffaele Avico

In questa recensione podcast abbiamo visto i principali “takeaways” del libro di Panksepp e altri “I fondamenti emotivi della personalità“, del 2017.

Panksepp ci aiuta a comprendere come funziona le mente, la sua logica gerarchica di funzionamento, aiutandoci a formulare interpretazioni più corrette a riguardo del tema “stress post traumatico”.

Panksepp, autore visionario e ricercatore entusiasta, si spese per gettare una luce “etologica”, “animale” sulla mente dell’uomo, a partire dal suo libro più importante, “Archeologia della mente“.

Abbiamo qui scritto un’introduzione al lavoro dello psicologo estone.

Buon ascolto!


https://www.spreaker.com/user/psychiatryonlinepodcast/patreon-novembre-2020

Article by admin / Generale

8 July 2021

RECENSIONE PER PUNTI DI “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE”

di Raffaele Avico

Una recensione podcast, per punti del libro La guida alla Teoria Polivagale di Stephen Porges.

Alcuni punti trattati:

  • la differenze tra neurocezione e interocezione
  • la sicurezza nei setting terapeutici
  • la gerarchia della sicurezza
  • il paradosso del vago 
  • la neurocezione usata come spunto per cambiare le caratteristiche del setting (rimozione dei suoni a bassa frequenza) 
  • il safe and sound protocol
  • il “preambolo dell’attaccamento”
  • l’importanza del gioco
  • l’avversione al gusto come apprendimento a prova singola, il trauma come apprendimento a prova singola
  • differenza tra sintomi sopra e sottodiaframmatici (diagnosi differenziale)
  • l’uso degli animali per il trattamento del trauma (co-regolazione reciproca come imperativo biologico)

Buon ascolto!


https://www.spreaker.com/user/psychiatryonlinepodcast/giugno-2020

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24 March 2021

SVILUPPARE IL PENSIERO LATERALE (EDWARD DE BONO) – RECENSIONE

di Raffaele Avico

Edward De Bono, psicologo maltese, da anni lavora in ambito di psicologia individuale e del lavoro promuovendo il concetto di “pensiero laterale”, che ritiene utilissimo per favorire il problem solving, il momento cioè di “risoluzione di un problema”, in qualunque forma o ambito questo si presenti.

I suoi concetti e suoi lavori vengono spesso usati in ambito di strategia aziendale, per risolvere problemi gestionali o immaginare nuove forme e prassi di lavoro, più creative.

Nel suo “Il pensiero laterale”, uscito nel 1969, lo psicologo pone le basi per una corrente della psicologia del lavoro che si struttura intorno al concetto di “pensiero laterale”, appunto, intendendo questo modo di pensare come opposto al tipo di pensiero che Bono invece definisce “verticale”.

In linea con questo, De Bono parla di due tipologie di persone, i “lateralisti” (che usano in prevalenza il pensiero laterale, appunto) e i “verticalisti”, più inclini a usare forme canoniche di pensiero, rigorose e logiche.

De Bono intendeva in questo libro presentare al mondo i suoi studi a riguardo delle modalità “laterali” di affrontare un determinato problema, ovvero cercando di usare un pensiero pre-logico che procede non in modo sequenziale, ma effettuando scarti laterali e balzi in avanti.

Dal suo punto di vista, occorreva che le persone imparassero a famigliarizzare con questo modo di pensare, e per farlo scrisse l’intero libro usando una struttura originale: non si tratta infatti di un libro solamente teorico, ma di un vero manuale esperienziale che ci introduce al pensiero laterale guidandoci attraverso esperimenti e giochi psicologici.

Nei primi capitoli, infatti (il libro è molto corto), De Bono illustra come una figura geometrica complessa possa essere suddivisa in più figure di minore misura, arrivando a scomporla in più parti uguali. Procedendo, l’autore critica la sua stessa metodologia, affermando che usare l’unità di misura con cui ha scomposto l’immagine iniziale, è stata un’operazione totalmente arbitraria: riprocede a scomporre la figura quindi usando un’altra unità di misura di forma differente.

In questo modo, De Bono ci vuole insegnare che spesso usiamo forme pre-costituite e comode per inquadrare un problema complesso: ci invita quindi a rivedere le nostre stesse idee “dominanti”, dopo averle isolate.

Il primo passo per sviluppare famigliarità con il pensiero laterale, è infatti quello di isolare e combattere le ricorrenze e le idee forti, che rischiano di farci perdere preziose occasioni creative.

FAVORIRE IL PENSIERO LATERALE

Il pensiero laterale, De Bono spiega, vuole spazio e mancanza di forma per potersi esprimere.

Deve quindi trovare il giusto spazio di incubazione, al di là delle regole strette delle scadenze e del linguaggio stesso. Su questo punto l’autore sottolinea che spesso il nominare un’idea, o una cosa, la ferma, fissandola, nel tempo. Questo a un “lateralista” non deve accadere. Accedere al pensiero laterale richiede passività e attenzione insieme. Occorre rimanere in attesa con occhio vigile, permanendo nel “vuoto” (assenza di forma), fino a che qualcosa accada. Un po’ come quando si pesca.

In questo modo, De Bono specifica, si otterranno spunti di riflessione che consentiranno alla mente di vedere la stessa cosa con occhio differente (come succede per l’umorismo, quando una stessa scena viene improvvisamente illuminata da una luce diversa) e trovando nuovi spunti creativi.

SAPERE ATTENDERE L’EMERGERE DI UNA NUOVA PROSPETTIVA

Continuando nella sua apologia del caos (e degli spunti che da esso arrivano alla mente), De Bono compie innumerevoli esempi di scoperte scientifiche fatte in modo totalmente casuale, oppure non voluto, magari facendo esperimenti a riguardo di qualcos’altro. In questo modo vennero scoperti molteplici effetti di farmaci, o comportamenti biologici che diedero l’impulso a importanti scoperte scientifiche.

Questo ci dimostra che per fare affiorare nuovi pattern di pensiero, occorre predisporsi ad ascoltare ed attendere che, dal caos, emerga una nuova prospettiva.

L’autore chiarisce con un esempio: pensare in modo verticale equivale ad attaccare, una dopo l’altra, un certo numero di graffette, fino a farne una catena. Pensare in modo laterale, al contrario, vuol dire aprire leggermente ognuna di quelle graffette, metterle in una bacinella e scuoterla fino a che, dal caos, non emergano nuove forme di legame.

VERTICALE E LATERALE INSIEME

De Bono invita il lettore, infine, a sganciarsi dall’idea che le buone scoperte debbano essere figlie di rigidità e precisione, spingendolo ad addentrarsi nel territorio sconosciuto (oggi più che mai) dell’attesa, della pazienza e dell’osservazione del caos interiore, assicurandoci che da questa attesa verranno risultati migliori. Le nuove forme, frutto del pensiero laterale, potranno poi essere realizzate e organizzate, secondariamente, da un’attitudine più “verticale”: per questo De Bono conclude il suo lavoro ragionando sulla necessità che sui luoghi di lavorano debbano essere presenti entrambe le modalità (laterale e verticale), l’una necessaria perchè complementare all’altra.

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15 September 2020

IL MODELLO TRIESTINO, UN’ECCELLENZA ITALIANA. Intervista a Maria Grazia Cogliati Dezza e recensione del docufilm “La città che cura”

di Raffaele Avico, Gianluca D’Amico


INTRODUZIONE

Basaglia diceva che è necessario, in qualsiasi opera di cambiamento sociale, essere dei buoni inventori e dei buoni narratori. Si tratta dell’annosa questione della relazione tra teoria e pratica. È sufficiente ragionare e ragionare insieme per cambiare la realtà oppure è sufficiente tuffarcisi dentro alla realtà per cambiare, per sentirne la puzza, per attraversarne le contraddizioni?

È chiaro come entrambi i momenti siano strettamente necessari, ma la questione di fondo è come decliniamo il rapporto tra questi due momenti. Basaglia, nella sue due anime da grande psicopatologo e da grande distruttore di vecchie istituzioni e di inventore di nuove istituzioni (costruite con l’intenzione di distruggerle all’infinito per crearne sempre di nuove), ci insegna che il nostro fine di operatori della salute mentale non è tanto quello di vincere e quindi di raggiungere un determinato obbiettivo che ci eravamo prefissi a scapito di altri che la pensano diversamente da noi, ma piuttosto è quello di convincere: di dimostrare che un altro modo di stare con l’Altro è possibile, che possiamo inventarci altri modi di costruire la salute delle persone, con le persone.

Aprire le pratiche e la teoria a possibilità diverse, fare un passo indietro e di lato rispetto al si-fa-così-perchè-si-è-sempre-fatto-così; fare epochè, che semplicemente significa mettersi in discussione, farsi travolgere, di fronte all’Altro, dal dubbio, farci assediare dal nostro balbettio, prendere distanze e tempo al fine di costruire, sempre con l’altro, un modo diverso di fare salute.

Dicevamo, non ci interessa il fine, non ci interessa raggiungere uno standard migliore (qualsiasi cosa significhi) nei nostri servizi di salute mentale; da qui il mio personale dubbio sull’utilizzo del termine “modello”. Nella mia testa un modello (seppur in scienza e coscienza) ha le caratteristiche della completezza e della compiutezza ed è per questo che mi restituisce un’idea di staticità.

Esiste un modello triestino? Le Microaree rappresentano il modello triestino? Non lo so e pare (per fortuna) che nemmeno chi ci lavora abbia le risposte a quelle domande.

Mi pare, al netto dell’ambiguità del termine “modello”, che le Microaree abitino a pieno le contraddizioni del territorio triestino e che non si siano fatte travolgere (questo lo intuisco dalle parole degli operatori) dalla smania di dover tutto codificare, tutto matematizzare e tutto staticizzare. Mi pare che il progetto delle Microaree incarni quello spirito di eterna innovazione e invenzione che portò ad una legge stupenda che è la legge 180 del 1978; mi pare che gli operatori che hanno inventato e ragionato queste istituzioni oscillino elegantemente e con consapevolezza tra il desiderio di reinventare e reinventarsi continuamente e il desiderio (il pericolo) di aver raggiunto, una volta per tutte, il modo migliore per fare salute mentale -un modello appunto. (G.D.)


LE MICROAREE: INTERVISTA A MARIAGRAZIA COGLIATI DEZZA

Con i colleghi e amici di Psicologia fenomenologica abbiamo voluto approfondire il modello triestino (cosa lo differenzia dal restante territorio italiano, in termini di presa in carico di persone in difficoltà -e in particolare utenti psichiatrici?).

Il nostro podcast ha l’obiettivo di creare dei confronti tra modelli di gestione e presa in carico, tra paesi diversi (Italia vs Belgio, per esempio, o Italia vs Svizzera). In questo caso abbiamo fatto un’eccezione, decidendo di addentrarci meglio nel lavoro dell’area di Trieste.

A questo fine abbiamo intervistato Maria Grazia Cogliati Dezza, psichiatra, curatrice del libro La città che cura, che abbiamo qui recensito, ex dirigente dell’azienda sanitaria triestina e promotrice del progetto Microaree, su cui l’intervista si è focalizzata.

Le microaree sono una realtà unica in Italia: nascono nel 2004/2005, in ragione della necessità di copertura sociosanitaria di alcune zone della città di Trieste altamente sofferenti e segnate da profonde diseguaglianze interne. Come si ascolta nell’intervista, le microaree nacquero dal convergere degli intenti di 3 enti territoriali, uniti in nome di una medicina (più) territoriale:

  1. azienda sanitaria locale
  2. comune di Trieste
  3. ATER di Trieste (ente per l’assegnazione delle case popolari della città)

..con dieci obiettivi iniziali:

  1. Realizzare il massimo di conoscenza sui problemi di salute delle persone residenti nelle Microaree.
  2. Ottimizzare gli interventi per la permanenza nel proprio domicilio ove ottenere tutta l’assistenza necessaria (e contrastare l’istituzionalizzazione)
  3. Elevare l’appropriatezza nell’uso di farmaci.
  4. Elevare l’appropriatezza per prestazioni diagnostiche.
  5. Elevare l’appropriatezza per prestazioni terapeutiche (curative e riabilitative).
  6. Promuovere iniziative di auto-aiuto ed etero-aiuto da parte di non professionali (costruire comunità).
  7. Promuovere la collaborazione di enti, associazioni e organismi profit e no profit per elevare il ben-essere della popolazione di riferimento (mappatura e sviluppo).
  8. Realizzare un ottimale coordinamento fra servizi diversi che agiscono sullo stesso individuo singolo o sulla famiglia.
  9. Promuovere equità nell’accesso alle prestazioni (più qualità per cittadini più vulnerabili).
  10. Elevare il livello di qualità della vita quotidiana di persone a più alta fragilità (per una vita attiva ed indipendente).

Per dare forma al progetto, nato nell’idea iniziale di sviluppare comunità, vennero create delle sedi dedicate (portierati sociali) coordinate da un referente dissociato dell’azienda sanitaria (spesso un infermiere), che sarebbero state frequentate in seguito da utenti di varia estrazione (ex tossicodipendenti, utenti psichiatrici, utenti “sociali”, anziani del luogo, bambini) ma strettamente legati al luogo.

Ogni microarea, infatti (allo stato attuale ne esistono 17), risponde a un bacino di cittadini specifico: la sua giurisdizione, o la sua copertura, si rivolge a un numero limitato di persone, che abitano quella parte di città.

Qui l’intervista:


IL DOCUMENTARIO “LA CITTÁ CHE CURA”

Già qui avevamo scritto a proposito del libro la città che cura, a proposito del concetto di microaree di Trieste.

Il film/documentario che su quel libro è stato costruito e diffuso, la cui regia è di Erika Rossi, intreccia due filoni narrativi distinti: l’attività di Monica (operatrice di una microarea di Trieste) sul territorio, impegnata a seguire diversi soggetti colpiti da diverse problematiche tali da necessitare un monitoraggio continuo fatto in modo domiciliare, e lo svolgersi di un’equipe di lavoro proprio tra operatori delle microaree, che discutono a proposito del loro stesso lavoro.

Va chiarito che il modello per microaree è unico in tutta Europa, come specificato a fine film, se non del mondo. Il modello triestino è per questo riconosciuto a livello internazionale come “punta di diamante” tra i modelli psichiatrici diffusi, che in Italia diremmo ispirati al lavoro di Basaglia verso una psichiatria maggiormente democratica.

Vediamo per punti quali sono gli aspetti salienti del modello triestino e cosa emerge dalla visione del film:

  • il lavoro di Monica non è solo quello di presiedere e aprire il portierato sociale (o microarea) del quartiere in cui lavora a Trieste: il suo lavoro è un lavoro domiciliare in senso reale, con visite fatte quotidianamente a casa di pazienti in carico a diversi servizi (dai CSM ai Sert) che in altro modo non sarebbero stati tenuti in carico, probabilmente destinati a “scomparire” agli occhi dei servizi
  • quello che si osserva è un luogo, quello della microarea, in cui convergono diversi tipi di utenti di provenienza differente: è quindi, la microarea, un luogo ibrido e aperto a persone anziane e magari sole, ex tossicodipendenti, pazienti psichiatrici, bambini
  • la microarea, come questa intervista fatta a Roberta Balestra (ex dirigente SerD Trieste) per il nostro podcast ben chiarisce, è un luogo di ascolto, un luogo di ricezione dei bisogni del quartiere, un anello tra il territorio e l’ASL, destinato a introdursi in modo capillare nelle pieghe di un tessuto sociale complesso come quello dei quartieri difficili di Trieste. La     microarea si costituisce in questo modo come l’ultimo passaggio di una filiera sanitaria, una catena di servizi che va dall’ospedale all’abitazione di un potenziale utente;
  • viene evidenziato in un passaggio del film, durante la riunione di equipe tra operatori delle microaree, come il modello stesso spesso sia difficilmente sintetizzabile, rappresentabile e narrabile. Di fatto, al momento, è un modello non conosciuto e soprattutto poco riconosciuto, a rischio di essere, come sottolinea un operatore ripreso nel film, “inchiodato” da statistiche e numeri in grado di, così, farlo “morire”. Si tratta di un modello che fornisce assistenza particolareggiata e presenza costante degli operatori in quartieri e zone che altrimenti non sarebbero raggiunti dai servizi territoriali.
  • L’operatore (lo si osserva dal lavoro di Monica nel film) si costituisce come figura ibrida, ausiliaria del soggetto, in grado di aiutare il paziente su più livelli, un po’ come fa un operatore di comunità residenziale, ma sul territorio; di fatto le ASL erogano anche altrove, non solo a Trieste, assistenza domiciliare: la differenza del modello triestino è appunto la presenza di luoghi in cui gli stessi bisogni vengono meglio intercettati e presi in carico in modo più puntuale

Quali sono dunque i punti di forza del modello triestino?

Abbiamo attraverso il Podcast de Il Foglio Psichiatrico iniziato un lavoro di raffronto dialettico tra modelli di presa in carico psichiatrica in paesi diversi. Per ora, abbiamo intervistato psichiatri provenienti da contesti molto diversi (Belgio, USA, Svizzera): il nostro obiettivo è valutare il modello italiano in confronto con i modelli stranieri, per capirne le caratteristiche e le aree di miglioramento.

Quello che sembra emergere è una sostanziale sovrapposizione per quanto riguarda ciò che avviene all’interno degli ospedali: qui, si lavora, bene o male, allineati su linee guida generali e senza  differenze sostanziali. La differenza, così sembra, la fa il territorio, quello che avviene nel momento in cui un paziente venga dimesso dall’ospedale e ritorni a casa, le modalità insomma del suo inserimento.

Troviamo qui molteplici differenze, a seconda del grado di territorializzazione della presa in carico psichiatrica di un determinato soggetto.

Il modello triestino non si limita in questo senso a predisporre un certo numero di colloqui, per esempio, di psicoterapia, da effettuare da parte del paziente quando questi sia tornato a casa, per un certo periodo, così da monitorare la situazione ed effettuare costanti follow-up.

Qui l’idea (e da qui il titolo del film documentario, La città che cura) è costruire un apparato infrastrutturale pervasivo, realmente presente, realmente supportivo, al fianco delle persone, restituendo così l’individuo alla sua comunità, nell’idea di una più utile domiciliarizzazione dei servizi.

Un aspetto che emerge dall’intervista a Maria Grazia Cogliati Dezza, è la volontà da parte dei promotori del progetto di mettere insieme una filiera di servizi “forte”, che riuscisse a produrre un miglior livello di assistenza sul territorio per pazienti psichiatrici, così limitando le cronicizzazioni (quello che chiamamiamo lungodegenze, spesso inevitabili -pi che altro per mancanza di alternative); la forza di questi stessi servizi, Cogliati Dezza sottolinea, consta di un’attenzione particolare ai luoghi stessi in cui questi servizi vengono erogati (con sedi “dignitose”), una maggiore copertura in termini di orario (ricordiamo che a Trieste i CSM sono aperti 7 giorni su 7 e contengono posti letto per effettuare ricoveri brevi -fino a 7 giorni), un generale ripensamento dell’idea di “fare salute” mettendo al centro il paziente nel “suo” ambiente.

Anche per questo, il modello triestino può essere annoverato tra gli strumenti reificati, tra le idee “messe a terra” a partire dall’impulso teorico di Basaglia, insieme ad altre buone pratiche come il reinserimento eterofamiliare assistito (IESA), qui descritto, presente invece in tutta Italia.


Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA.

 

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2 April 2026

Intervista a Fabio Villa sulla Psicoterapia Assistita da Psichedelici (PAP) in Svizzera

di POPMed

Fabio Villa è uno psichiatra e psicoterapeuta di Losanna, con un passato da chirurgo.

Attualmente, come si ascolta nell’intervista, il suo lavoro a contatto con gli psichedelici l’ha reso il più “attivo” sperimentatore di Psicoterapia Assistita da Psichedelici (PAP) in Svizzera, nel suo studio, insieme alla collega Magdalena.

La Svizzera è il cuore psichedelico d’Europa, di gran lunga “avanti” sotto tutti i punti di vista in ambiente europeo. Ne abbiamo qui scritto estesamente.

Fabio ha recentemente scritto un libro, “L’oceano della mente”, di cui faremo uscire a metà mese una recensione approfondita.

In questo video ci ha parlato di simboli, di Byung Chul Han, di potere trasformativo e mitopoietico delle sostanze, introducendoci al suo lavoro quotidiano.

Un professionista che, come si osserva -e si osserva ancora di più leggendo il suo libro- parte dal “dato reale”, dai pazienti, per trarre conclusioni a riguardo del potere psicoterapico degli psichedelici, senza ideologismi di sorta.

Ci ha inoltre consigliato alcuni volumi da leggere, come i classici di Hoffman e Huxley (Le porte della percezione) e Il saggio su Pan di Hillman.

Qui la sua intervista.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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PRESENTAZIONE DEL BLOG

Questo blog vuole promuovere e divulgare informazioni di qualità a proposito della salute mentale, rivolgendosi a interessati e a professionisti del settore.

Come si nota dal taglio editoriale e dai contenuti, non aderisce a una scuola di pensiero unica, ma promuove una pluralità di punti di vista (non frammentazione, ma molteplicità), tentando di evitare di semplificare problemi complessi e di fornire, al contempo, informazioni utili al lettore.

Il modello comunicativo fondamentale che muove questo lavoro è il giornalismo utile, con un’attenzione particolare alla bontà delle fonti e alle ricadute pragmatiche delle informazioni portate (le “schegge” in gergo giornalistico, gli elementi utili o concretamente rintracciabili sul piano della realtà contenuti nei testi).

Inoltre, a parte poche eccezioni (Popmed), i contenuti non intendono piegarsi a logiche di profitto, né a monetizzazioni di alcun tipo -quindi niente banner, niente sponsor, niente corsi da vendere, solo piacere divulgativo e creazione di rete. A proposito di quest’ultimo punto, come si nota dai contenuti, sono frequenti le interviste (raggruppate qui), così come le recensioni a libri (spesso a partire dall’invio del volume da parte dell’autore/autrice stess*).

Aderiamo a un approccio “web 2.0″ -da qui la forma blog-, con un tone of voice tecno-hippie entusiastico – come se il Web fosse ancora un’alternativa alla televisione e non ne fosse diventato la reincarnazione potenziata-, e un rigore particolare a riguardo del materiale clinico. Come si accennava, l’idea di appartenere a una sola scuola di pensiero in ambito di psicoterapia ci sembra riduttiva ed epistemologicamente debole: meglio un approccio (clinicamente) anarchico. Non siamo attivi su canali social.

Il blog è stato fondato nel 2017 da Raffaele Avico, Matteo Respino e Luca Proietti. I post pubblicati (a marzo 2026, circa 410) sono organizzati per macro-ambiti, raggiungibili dal menù in homepage.

Per collaborazioni/pubblicazioni: avico.raf@gmail.com

2 February 2026

GIORGIO NESPOLI: LA RICERCA IN PSICOANALISI, OGGI (INTERVISTA)

di POPMed

Un’intervista approfondita a Giorgio Nespoli dell’Università di Torino, a proposito di ricerca e “frontiere” in ambito di psicoanalisi, in particolare ispirata dal testo “PSICOANALISI CONTEMPORANEA – La Teoria del Campo Analitico post-bioniano”.

Nespoli è anche autore di “Costrutti e paradigmi della psicoanalisi contemporanea“, che abbiamo recensito qui.

Parlare di campo interpersonale, mondo teorico/clinico post-bion, “personaggi” in seduta e derivati narrativi, significa fare i conti con un modo di vivere il rapporto terapeutico diverso, post-freudiano. Rappresenta il superamento della postura “interpretativa” e astinente dell’analista/terapeuta, un modo di intendere lo stare in psicoterapia più cooperativo, maggiormente orizzontale, verso una concettualizzazione della psicoterapia come co-costruzione in costante evoluzione. Le interpretazioni divengono insature, deboli, meglio se formulate dallo stesso paziente (auto-interpretazioni, dunque, provenienti dallo stesso soggetto e -per questo- più autentiche).

Nespoli insegna psicologia dinamica progredita all’Università di Torino, e in questa intervista-fiume ci ha parlato di campo psicoanalitico co-costruito tra paziente e terapeuta, “pensiero onirico della veglia” secondo la formulazione di Antonino Ferro, Bion, “fasi” dell’interpretazione, derivati narrativi e molto altro.

Un affaccio sulla psicoanalisi più attuale, con queste domande a fare da “traccia”:

  1. Introduzione – I temi principali della ricerca psicoanalitica contemporanea
  2. Quale inconscio oggi?
  3. Il pensiero onirico della veglia e la deconcretizzazione narrativa
  4. Il campo analitico come modello teorico
  5. Dal transfert totale alla diffrazione del transfert-controtransfert
  6. Le funzioni interpretative

Qui una bibliografia ragionata a cura dello stesso Nespoli:

  1. Introduzione alla teoria del campo analitico
  2. Il campo analitico e le sue trasformazioni
  3. Campo analitico (Modello), dal sito Spiweb
  4. Civitarese, G., & Ferro, A. (2020). A Short Introduction to Psychoanalysis. Routledge. ISBN 9780367415501. (pp. 144).
  5. Civitarese, G. (2022). Psychoanalytic Field Theory: A Contemporary Introduction. Routledge. ISBN 9781032114514. (pp. 192).
  6. Snell, R. (2024). Antonino Ferro: A Contemporary Introduction (1st ed.). Routledge. (pp. 196).
  7. Levine, H. B. (Ed.). (2021). The Post-Bionian Field Theory of Antonino Ferro: Theoretical Analysis and Clinical Application (1st ed.). Routledge. DOI 10.4324/9781003168034. (pp. 151).

Buona visione!



PS: su questo blog, le interviste sono raccolte qui.

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1 December 2025

LAVORARE PER OBIETTIVI IN PSICOTERAPIA, CON BERNARDO PAOLI

di POPMed

Abbiamo intervistato Bernardo Paoli sul suo ultimo lavoro scritto con Maria Sperotto, “Qual è il tuo obiettivo?”. Le domande che gli abbiamo posto sono due:

  1. una definizione e un chiarimento a proposito del tema “conflitto”, in generale
  2. un affondo sul “cerchio risorse/obiettivi” (qui sotto raffigurato) uno strumento molto utile per lavorare con le persone in psicoterapia sugli obiettivi, mutuato e sviluppato da Arnaud Huibers

Bernardo ha uno stile di scrittura chiaro e rigoroso, con una vocazione pragmatica: alcuni testi di altri autori sembrano sempre “preparazioni” al lavoro, in questo caso il testo è pensato per essere usato nel vivo del lavoro con le persone, in modo estremamente concreto.

Ne avevamo già scritto in passato a proposito del suo Manuale delle tecniche psicologiche, così come del suo libercolo sulla paranoia.

Interessante la digressione di Bernardo sulle tecniche espressive di “ricerca” degli obiettivi, dall’uso di carte Dixit, alla passeggiata artistica, all’uso di libri d’arte, o al cut up burroughsiano: strumenti proiettivi, funzionali a “forzare la mano” sull’implicito.

Qui, per chi volesse, una recensione approfondita del volume “Qual è il tuo obiettivo?”.
Qui invece il sito di Barnardo Paoli,  e una intervista fatta in passato per Psychiatry on Line.

Buona visione!

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I NOSTRI ARTICOLI!

  • DAL BLOG DI LUCA CONTI: “Il collasso dell’orizzonte temporale e la perdita di significato” 9 April 2026
  • Intervista a Fabio Villa sulla Psicoterapia Assistita da Psichedelici (PAP) in Svizzera 2 April 2026
  • Riflessioni a partire dal convegno internazionale “Building Foundations Together: The Future of Complex Dissociation in the UK” 31 March 2026
  • Workshop (Firenze, maggio 2026) – Sbloccare i casi difficili in psicoterapia e psichiatria (a cura di Luca Proietti) 30 March 2026
  • INTRODUZIONE AL LAVORO DI COLIN ROSS e takeaways da “Come curare il Disturbo Dissociativo dell’Identità” 20 March 2026
  • 21 delle 66 interviste presenti su questo blog 10 March 2026
  • Intervista a Carlo Bonomi (rinascimento ferencziano e trauma) 2 March 2026
  • LEONARDO ERA NEURODIVERGENTE? 24 February 2026
  • Freud, illusioni e delusioni (Maria Chiara Risoldi), recensione 15 February 2026
  • GIORGIO NESPOLI: LA RICERCA IN PSICOANALISI, OGGI (INTERVISTA) 2 February 2026
  • “LIFESTYLE MEDICINE”, il nuovo libro di Valerio Rosso 26 January 2026
  • Alcuni video dal convegno “NIENT’ALTRO CHE PULSIONE DI VITA” della Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia SÁNDOR FERENCZI (maggio 2025, Firenze) 13 January 2026
  • CORPI BORDERLINE DI CLARA MUCCI: recensione approfondita e osservazioni 22 December 2025
  • LAVORARE PER OBIETTIVI IN PSICOTERAPIA, CON BERNARDO PAOLI 1 December 2025
  • Terapia della regolazione affettiva di Allan Schore: INTRODUZIONE 25 November 2025
  • GRUPPI DI AUTO-MUTUO-AIUTO A TEMA TRAUMA E DISSOCIAZIONE 19 November 2025
  • Da “Il gioco della vita” di Duccio Demetrio 6 November 2025
  • CONFLITTI TRA OBIETTIVI: DAL NUOVO LIBRO DI BERNARDO PAOLI E MARIA SPEROTTO “QUAL É IL TUO OBIETTIVO?” 28 October 2025
  • IL POTERE DELL’AUTOBIOGRAFIA 20 October 2025
  • INTRODUZIONE AL SOMATIC EXPERIENCING DI PETER LEVINE 2 October 2025
  • INTRODUZIONE AL LAVORO DI RUSSELL MEARES SU TRAUMA E DISSOCIAZIONE 24 September 2025
  • IL PRIMO CORSO DI PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI IN ITALIA (PESCARA, 2026) 22 September 2025
  • Recensione e riassunto di “Liberi dal panico” di Pietro Spagnulo (un agile ed economico ebook per introdursi al problema-ed autoaiutarsi) 15 September 2025
  • Being Sapiens e la rubrica “psicoterapeuti italiani”: intervista a Gianandrea Giacoma 1 September 2025
  • 10 ESERCIZI PER LAVORARE CON LE SOTTOPERSONALITÀ GENERATE DAL TRAUMA (#PTSD) 28 July 2025
  • IL PRIMO CONGRESSO AISTED A MILANO (24 E 25 OTTOBRE 2025) 21 July 2025
  • INTERVENTI CLINICI CENTRATI SULLA SOLUZIONE: LE CINQUE DOMANDE (da “Terapia breve centrata sulla soluzione” di Cannistrà e Piccirilli) 15 July 2025
  • A proposito di psicologia dell’aviazione 1 July 2025
  • Clinica del trauma oggi: un approfondimento da POPMed 30 June 2025
  • Collegno: la quarta edizione del Fòl Fest (“Quando cantavo dov’eri tu?”) 11 June 2025
  • Il trauma indotto da perpetrazione (“un altro problema, meno noto, dell’industria della carne”) 10 June 2025
  • Ancora sul modello diagnostico “HiTop” 3 June 2025
  • L’EMDR: AGGIORNAMENTO, CONTROVERSIE E IPOTESI DI FUNZIONAMENTO 15 May 2025
  • react-stickynode Guide: Installation, Examples & Sticky Tips 8 May 2025
  • NEUROCRIMINOLOGIA: ANNA SARA LIBERATI 6 May 2025
  • INTRODUZIONE AL LAVORO DI FLAVIO CANNISTRÀ 29 April 2025
  • L’UOMO SOVRASOCIALIZZATO. INTRODUZIONE AL PENSIERO DI Ted Kaczynski (UNABOMBER) 23 April 2025
  • RECENSIONE DI “CONVERSAZIONI DI TERAPIA BREVE” DI FLAVIO CANNISTRÁ E MICHAEL F. HOYT 15 April 2025
  • RICERCA E DIVULGAZIONE IN AMBITO DI PSICHEDELICI: 10 LINK 1 April 2025
  • INTERVISTA A MANGIASOGNI 24 March 2025
  • Introduzione al concetto di neojacksonismo 19 March 2025
  • “LE CONSEGUENZE DEL TRAUMA PSICOLOGICO”, UN LIBRO SUL PTSD 5 March 2025
  • Il ripassone. “Costrutti e paradigmi della psicoanalisi contemporanea”, di Giorgio Nespoli 20 February 2025
  • PSICOGENEALOGIA: INTRODUZIONE AL LAVORO DI ANNE ANCELIN SCHÜTZENBERGER 11 February 2025
  • Henri Ey: “Allucinazioni e delirio”, la pubblicazione in italiano per Alpes, a cura di Costanzo Frau 4 February 2025
  • IL CONVEGNO DI BOLOGNA SULLA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI (dicembre 2024) 10 January 2025
  • Hakim Bey: T.A.Z. 8 January 2025
  • L’INTEGRAZIONE IN AMBITO PSICHEDELICO – IN BREVE 3 January 2025
  • CARICO ALLOSTATICO: UN’INTRODUZIONE 19 December 2024
  • SISTEMI MOTIVAZIONALI, EMOZIONI IN CLINICA, LIOTTI: UN APPROFONDIMENTO (E UN’INTERVISTA A LUCIA TOMBOLINI) 2 December 2024
  • Una buona (e completa) introduzione a Jung e allo junghismo. Intervista ad Andrea Graglia 4 November 2024
  • TRAUMA E PSICOSI: ALCUNI VIDEO DALLE “GIORNATE PSICHIATRICHE CERIGNALESI 2024” 17 October 2024
  • “LA GENERAZIONE ANSIOSA”: RECENSIONE APPROFONDITA E VALUTAZIONI 10 October 2024
  • Speciale psichedelici, a cura di Studio Aegle 7 October 2024
  • Le interviste di POPMed Talks 3 October 2024
  • Disturbi da sintomi somatici e di conversione: un approfondimento 17 September 2024
  • TRAUMA E DISSOCIAZIONE: IL CONGRESSO ESTD DI OTTOBRE 2024, A KATOWICE (POLONIA) 20 August 2024
  • POPMed Talks #7: Francesco Sena (speciale Art Brut) 3 August 2024
  • LA (NEONATA) SIMEPSI E UN INTERVENTO DI FABIO VILLA SULLA TERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI A LOSANNA 30 July 2024
  • L'”IMAGERY RESCRIPTING” NEL PTSD 18 July 2024
  • Intervista a Francesca Belgiojoso: le fotografie in psicoterapia 1 July 2024
  • Attaccamento traumatico: facciamo chiarezza (di Andrea Zagaria) 24 June 2024
  • KNOT GARDEN (A CURA DEL CENTRO VENETO DI PSICOANALISI) 10 June 2024
  • Costanza Jesurum: un’intervista all’autrice del blog “bei zauberei”, psicoanalista junghiana e scrittrice 3 June 2024
  • LA SVIZZERA, CUORE DEL RINASCIMENTO PSICHEDELICO EUROPEO 29 May 2024
  • Un’alternativa alla psicopatologia categoriale: Hierarchical Taxonomy of Psychopathology (HiTOP) 9 May 2024
  • INVITO A BION 8 May 2024
  • INTERVISTA A FEDERICO SERAGNOLI: IL VIDEO 18 April 2024
  • INCONSCIO NON RIMOSSO E MEMORIA IMPLICITA: UNA RECENSIONE 9 April 2024
  • UN FREE EBOOK (SUL TRAUMA) IN COLLABORAZIONE CON VALERIO ROSSO 3 April 2024
  • GLI INCONTRI DI AISTED: LA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI A GINEVRA (16 APRILE 2024) 28 March 2024
  • La teoria del ‘personaggio’ nell’opera di Antonino Ferro 21 March 2024
  • Psicoterapia assistita da psichedelici: intervista a Matteo Buonarroti 14 March 2024
  • BRESCIA, FEBBRAIO 2024: DUE ESTRATTI DALLA MASTERCLASS “VERSO UNA NUOVA TERAPIA ESPOSITIVA DI PRECISIONE” 27 February 2024
  • CAPIRE LA DISPNEA PSICOGENA: DA “SENZA FIATO” DI GIORGIO NARDONE 14 February 2024
  • POPMED TALKS 5 February 2024
  • NASCE L’ASSOCIAZIONE COALA (TORINO) 1 February 2024
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  • Offline is the new luxury, un documentario 22 January 2024
  • MARCO ROVELLI, LA POLITICIZZAZIONE DEL DISAGIO PSICHICO E UN PODCAST DI psicologia fenomenologica 10 January 2024
  • La terapia espositiva enterocettiva (per il disturbo di panico) – di Emiliano Toso 8 January 2024
  • INTRODUZIONE A VIKTOR FRANKL 27 December 2023
  • UN APPROFONDIMENTO DI MAURIZIO CECCARELLI SULLA CONCEZIONE NEO-JACKSONIANA DELLE FUNZIONI MENTALI 14 December 2023
  • 3 MODI DI INTENDERE LA DISSOCIAZIONE: DA UN INTERVENTO DI BENEDETTO FARINA 12 December 2023
  • Il burnout oltre i luoghi comuni (DI RICCARDO GERMANI) 23 November 2023
  • TRATTAMENTO INTEGRATO DELL’ANSIA: INTERVISTA A MASSIMO AGNOLETTI ED EMILIANO TOSO 9 November 2023
  • 10 ARTICOLI SUL JOURNALING E SUI BENEFICI DELLO SCRIVERE 6 November 2023
  • UN’INTERVISTA A GIUSEPPE CRAPARO SU PIERRE JANET 30 October 2023
  • CONTRASTARE IL DECADIMENTO COGNITIVO: ALCUNI SPUNTI PRATICI 26 October 2023
  • PTSD (in podcast) 25 October 2023
  • ANIMALI CHE SI DROGANO, DI GIORGIO SAMORINI 12 October 2023
  • VERSO UNA TERAPIA ESPOSITIVA DI PRECISIONE: PREFAZIONE 7 October 2023
  • Congresso Bari SITCC 2023: un REPORT 2 October 2023
  • GLI INCONTRI ORGANIZZATI DA AISTED, Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione 25 September 2023
  • CANNABISCIENZA.IT 22 September 2023
  • TERAPIA ESPOSITIVA (IN PODCAST) 18 September 2023
  • TERAPIA ESPOSITIVA: INTERVISTA A EMILIANO TOSO (PARTE SECONDA) 4 September 2023
  • POPMED: 10 articoli/novità dal mondo della letteratura scientifica in ambito “psi” (ogni 15 giorni) 30 August 2023
  • DIFFUSIONE PATOLOGICA DELL’ATTENZIONE E SUPERFICIALITÀ DIGITALE. UN ESTRATTO DA “PSIQ” di VALERIO ROSSO 23 August 2023
  • LE FRONTIERE DELLA TERAPIA ESPOSITIVA. INTERVISTA A EMILIANO TOSO 12 August 2023
  • NIENTE COME PRIMA, DI MANGIASOGNI 8 August 2023
  • NASCE IL “GRUPPO DI INTERESSE SULLA PSICOPATOLOGIA” DI AISTED (Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione) 26 July 2023
  • Psychedelic Science Conference 2023 – lo stato dell’arte sulle terapie psichedeliche  15 July 2023
  • RENDERE NON NECESSARIA LA DISSOCIAZIONE: DA UN ARTICOLO DI VAN DER HART, STEELE, NIJENHUIS 29 June 2023
  • EMBODIED MINDS: INTERVISTA A SARA CARLETTO 21 June 2023
  • Psychiatry On Line Italia: 10 rubriche da non perdere! 7 June 2023
  • CURARE LA PSICHIATRIA DI ANDREA VALLARINO (INTRODUZIONE) 1 June 2023
  • UN RICORDO DI LUIGI CHIRIATTI, STUDIOSO DI TARANTISMO 30 May 2023
  • PHENOMENAUTICS 20 May 2023
  • 6 MESI DI POPMED, PER TORNARE ALLA FONTE 18 May 2023
  • GLI PSICOFARMACI PER LO STRESS POST TRAUMATICO (PTSD) 8 May 2023
  • ILLUSIONI IPNAGOGICHE, SONNO E PTSD 4 May 2023
  • SI PUÓ DIRE MORTE? INTERVISTA A DAVIDE SISTO 27 April 2023
  • CENTRO SORANZO: INTERVISTA A MAURO SEMENZATO 12 April 2023
  • Laetrodectus, che morde di nascosto 6 April 2023
  • STABILIZZAZIONE E CONFINI: METTERE PALETTI PER REGOLARSI 4 April 2023
  • L’eredità teorica di Giovanni Liotti 31 March 2023
  • “UN RITMO PER L’ANIMA”, TARANTISMO E DINTORNI 7 March 2023
  • SUICIDIO: SPUNTI DAL LAVORO DI MAURIZIO POMPILI E EDWIN SHNEIDMAN 9 January 2023
  • SUPERHERO THERAPY. INTERVISTA A MARTINA MIGLIORE 5 December 2022
  • Allucinazioni nel trauma e nella psicosi. Un confronto psicopatologico 26 November 2022
  • FUGA DI CERVELLI 15 November 2022
  • PSICOTERAPIA DELL’ANSIA: ALCUNI SPUNTI 7 November 2022
  • LA Q DI QOMPLOTTO 25 October 2022
  • POPMED: UN ESEMPIO DI NEWSLETTER 12 October 2022
  • INTERVISTA A MAURO BOLOGNA, PRESIDENTE SIPNEI 10 October 2022
  • IL “MANUALE DELLE TECNICHE PSICOLOGICHE” DI BERNARDO PAOLI ED ENRICO PARPAGLIONE 6 October 2022
  • POPMED, UNA NEWSLETTER DI AGGIORNAMENTO IN AREA “PSI”. PER TORNARE ALLA FONTE 30 September 2022
  • IL CONVEGNO SIPNEI DEL 1 E 2 OTTOBRE 2022 (FIRENZE): “LA PNEI NELLA CLINICA” 20 September 2022
  • LA TEORIA SULLA NASCITA DEL PENSIERO DI WILFRED BION 1 September 2022
  • NEUROFEEDBACK: INTERVISTA A SILVIA FOIS 10 August 2022
  • La depressione come auto-competizione fallimentare. Alcuni spunti da “La società della stanchezza” di Byung Chul Han 27 July 2022
  • SCOPRIRE LA SIPNEI. INTERVISTA A FRANCESCO BOTTACCIOLI 6 July 2022
  • PERFEZIONISMO: INTERVISTA A VERONICA CAVALLETTI (CENTRO TAGES ONLUS) 6 June 2022
  • AFFRONTARE IL DISTURBO DISSOCIATIVO DELL’IDENTITÁ 28 May 2022
  • GARBAGE IN, GARBAGE OUT.  INTERVISTA FIUME A ZIO HACK 21 May 2022
  • PTSD: ALCUNE SLIDE IN FREE DOWNLOAD 10 May 2022
  • MANAGEMENT DELL’INSONNIA 3 May 2022
  • “IL LAVORO NON TI AMA”: UN PODCAST SULLA HUSTLE CULTURE 27 April 2022
  • “QUI E ORA” DI RONALD SIEGEL. IL LIBRO PERFETTO PER INTRODURSI ALLA MINDFULNESS 20 April 2022
  • Considerazioni sul trattamento di bambini e adolescenti traumatizzati 11 April 2022
  • IL COLLASSO DEL CONTESTO NELLA PSICOTERAPIA ONLINE 31 March 2022
  • L’APPROCCIO “OPEN DIALOGUE”. INTERVISTA A RAFFAELLA POCOBELLO (CNR) 25 March 2022
  • IL CORPO, IL PANICO E UNA CORRETTA DIAGNOSI DIFFERENZIALE: INTERVISTA AD ANDREA VALLARINO 21 March 2022
  • RECENSIONE: L’EREDITÁ DI BION (A CURA DI ANTONIO CIOCCA) 20 March 2022
  • GLI PSICHEDELICI COME STRUMENTO TRANSDIAGNOSTICO DI CURA, IL MODELLO BIPARTITO DELLA SEROTONINA E L’INFLUENZA DELLA PSICOANALISI 7 March 2022
  • FOTOTERAPIA: JUDY WEISER e il lavoro con il lutto 1 March 2022
  • PLACEBO E DOLORE: IL POTERE DELLA MENTE (da un articolo di Fabrizio Benedetti) 14 February 2022
  • INTERVISTA A RICCARDO CASSIANI INGONI: “Metodo T.R.E.®” E TECNICHE BOTTOM-UP PER L’APPROCCIO AL PTSD 3 February 2022
  • SPIDER, CRONENBERG 26 January 2022
  • LE TEORIE BOTTOM-UP NELLA PSICOTERAPIA DEL POST-TRAUMA (di Antonio Onofri e Giovanni Liotti) 17 January 2022
  • 24 MESI DI PSICOTERAPIA ONLINE 10 January 2022
  • LA TOSSICODIPENDENZA COME TENTATIVO DI AMMINISTRARE LA SINDROME POST-TRAUMATICA 7 January 2022
  • La Supervisione strategica nei contesti clinici (Il lavoro di gruppo con i professionisti della salute e la soluzione dei problemi nella clinica) 4 January 2022
  • PSICHEDELICI: LA SCIENZA DIETRO L’APP “LUMINATE” 21 December 2021
  • ASYLUMS DI ERVING GOFFMAN, PER PUNTI 14 December 2021
  • LA SINDROME DI ASPERGER IN BREVE 7 December 2021
  • IL CONVEGNO DI SAN DIEGO SULLA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI (marzo 2022) 2 December 2021
  • PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA E DEEP BRAIN REORIENTING. INTERVISTA A PAOLO RICCI (AISTED) 29 November 2021
  • INTERVISTA A SIMONE CHELI (ASSOCIAZIONE TAGES ONLUS) 25 November 2021
  • TRAUMA: IMPOSTAZIONE DEL PIANO DI CURA E PRIMO COLLOQUIO 16 November 2021
  • TEORIA POLIVAGALE E LAVORO CON I BAMBINI 9 November 2021
  • INTRODUZIONE A BYUNG-CHUL HAN: IL PROFUMO DEL TEMPO 3 November 2021
  • IT (STEPHEN KING) 27 October 2021
  • JUDITH LEWIS HERMAN: “GUARIRE DAL TRAUMA” 22 October 2021
  • ANCORA SU PIERRE JANET 15 October 2021
  • PSICONUTRIZIONE: IL LAVORO DI FELICE JACKA 3 October 2021
  • MEGLIO MALE ACCOMPAGNATI CHE SOLI: LE STRATEGIE DI CONTROLLO IN INFANZIA (PTSDc) 30 September 2021
  • OVERLOAD COGNITIVO ED ECOLOGIA MENTALE 21 September 2021
  • UN LUOGO SICURO 17 September 2021
  • 3MDR: UNO STRUMENTO SPERIMENTALE PER COMBATTERE IL PTSD 13 September 2021
  • UN LIBRO PER L’ESTATE: “COME ANNOIARSI MEGLIO” DI PIETRO MINTO 6 August 2021
  • “I fondamenti emotivi della personalità”, JAAK PANKSEPP: TAKEAWAYS E RECENSIONE 3 August 2021
  • LIFESTYLE PSYCHIATRY 28 July 2021
  • LE DIVERSE FORME DI SINTOMO DISSOCIATIVO 26 July 2021
  • PRIMO LEVI, LA CARCERAZIONE E IL TRAUMA 19 July 2021
  • “IL PICCOLO PARANOICO” DI BERNARDO PAOLI. PARANOIA, AMBIVALENZA E MODELLO STRATEGICO 14 July 2021
  • RECENSIONE PER PUNTI DI “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE” 8 July 2021
  • I VIRUS: IL LORO RUOLO NELLE MALATTIE NEURODEGENERATIVE 7 July 2021
  • LA PLUSDOTAZIONE SPIEGATA IN BREVE 1 July 2021
  • COS’É LA COGNITIVE PROCESSING THERAPY? 24 June 2021
  • SULLA TERAPIA ESPOSITIVA PER I DISTURBI FOBICI: IL MODELLO DI APPRENDIMENTO INIBITORIO DI MICHELLE CRASKE 19 June 2021
  • É USCITO IL SECONDO EBOOK PRODOTTO DA AISTED 15 June 2021
  • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche -con il blog Psicologia Fenomenologica. 7 June 2021
  • PSICHIATRIA DI COMUNITÁ: LA SCELTA DI UN METODO 31 May 2021
  • PTSD E SPAZIO PERIPERSONALE: DA UN ARTICOLO DI DANIELA RABELLINO ET AL. 26 May 2021
  • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO ONLINE CON VALERIO ROSSO, MARCO CREPALDI, LUCA PROIETTI, BERNARDO PAOLI, GENNARO ROMAGNOLI 22 May 2021
  • MDMA PER IL PTSD: NUOVE EVIDENZE 21 May 2021
  • MAP (MULTIPLE ACCESS PSYCHOTHERAPY): IL MODELLO DI PSICOTERAPIA AD APPROCCI COMBINATI CON ACCESSO MULTIPLO DI FABIO VEGLIA 18 May 2021
  • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO GRATUITO ONLINE (21 MAGGIO) 13 May 2021
  • BALBUZIE: COME USCIRNE (il metodo PSICODIZIONE) 10 May 2021
  • PANICO: INTERVISTA AD ANDREA IENGO (PANICO.HELP) 7 May 2021
  • Psicologia digitale e pandemia COVID19: il report del Centro Medico Santagostino di Milano dall’European Conference on Digital Psychology (ECDP) 4 May 2021
  • SOLCARE IL MARE ALL’INSAPUTA DEL CIELO. Liberalizzare come terapia: il problema dell’autocontrollo in clinica 30 April 2021
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO” 25 April 2021
  • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche 25 April 2021
  • 3 STRUMENTI CONTRO IL TRAUMA (IN BREVE): TAVOLA DISSOCIATIVA, DISSOCIAZIONE VK E CAMBIO DI STORIA 23 April 2021
  • IL MALADAPTIVE DAYDREAMING SPIEGATO PER PUNTI 17 April 2021
  • UN VIDEO PER CAPIRE LA DISSOCIAZIONE 12 April 2021
  • CORRELATI MORFOLOGICI E FUNZIONALI DELL’EMDR: UNA PANORAMICA SULLA NEUROBIOLOGIA DEL TRATTAMENTO DEL PTSD 4 April 2021
  • TRAUMA E DISSOCIAZIONE IN ETÁ EVOLUTIVA: (VIDEO)INTERVISTA AD ANNALISA DI LUCA 1 April 2021
  • GLI EFFETTI POLARIZZANTI DELLA BOLLA INFORMATIVA. INTERVISTA A NICOLA ZAMPERINI DEL BLOG “DISOBBEDIENZE” 30 March 2021
  • SVILUPPARE IL PENSIERO LATERALE (EDWARD DE BONO) – RECENSIONE 24 March 2021
  • MDMA PER IL POST-TRAUMA: BEN SESSA E ALTRI RIFERIMENTI IN RETE 22 March 2021
  • 9 LIBRI FONDAMENTALI SU TRAUMA E DISSOCIAZIONE (aggiornato 2026) 14 March 2021
  • VIDEOINTERVISTA A CATERINA BOSSA: LAVORARE CON IL TRAUMA 7 March 2021
  • PRIMO SOCCORSO PSICOLOGICO E INTERVENTO PERI-TRAUMATICO: IL LAVORO DI ALAIN BRUNET ED ESSAM DAOD 2 March 2021
  • “SHARED LIVES” NEL REGNO UNITO: FORME DI PSICHIATRIA D’AVANGUARDIA 25 February 2021
  • IL TRAUMA (PTSD) NEGLI ANIMALI (PARTE 1) 21 February 2021
  • FLOW: una definizione 15 February 2021
  • NEUROBIOLOGIA DEL DISTURBO POST-TRAUMATICO (PTSD) 8 February 2021
  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE (SECONDA PARTE): FINE PENA MAI 3 February 2021
  • INTERVISTA A COSTANZO FRAU: DISSOCIAZIONE, TRAUMA, CLINICA 1 February 2021
  • LO SPETTRO IMPULSIVO COMPULSIVO. I DISTURBI OSSESSIVO COMPULSIVI SONO DISTURBI DA ADDICTION? 25 January 2021
  • ANATOMIA DEL DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO (E PSICOTERAPIA) 15 January 2021
  • LA STRANGE SITUATION IN BREVE e IL TRAUMA COMPLESSO 11 January 2021
  • GIORNALISMO = ENTERTAINMENT 6 January 2021
  • SIMBOLIZZARE IL TRAUMA: IL RUOLO DELL’ATTO ARTISTICO 2 January 2021
  • PSICHIATRIA: IL MODELLO DE-ISTITUZIONALIZZANTE DI GEEL, BELGIO (The Openbaar Psychiatrisch Zorgcentrum) 28 December 2020
  • STABILIZZARE I SINTOMI POST TRAUMATICI: ALCUNI ASPETTI PRATICI 18 December 2020
  • Psicoterapia breve strategica del Disturbo ossessivo compulsivo (DOC). Intervista ad Andrea Vallarino e Luca Proietti 14 December 2020
  • CRONOFAGIA DI DAVIDE MAZZOCCO: CONTRO IL FURTO DEL TEMPO 10 December 2020
  • PODCAST: SPECIALIZZAZIONE IN PSICHIATRIA E CLINICA A CHICAGO, con Matteo Respino 8 December 2020
  • COME GESTIRE UNA DIPENDENZA? 4 PIANI DI INTERVENTO 3 December 2020
  • INTRODUZIONE A JAAK PANKSEPP 28 November 2020
  • INTERVISTA A DANIELA RABELLINO: LAVORARE CON RUTH LANIUS E NEUROBIOLOGIA DEL TRAUMA 20 November 2020
  • MDMA PER IL TRAUMA: VIDEOINTERVISTA A ELLIOT MARSEILLE (A CURA DI JONAS DI GREGORIO) 16 November 2020
  • PSICHIATRIA E CINEMA: I CINQUE MUST-SEE (a cura di Laura Salvai, Psychofilm) 12 November 2020
  • STRESS POST TRAUMATICO: una definizione e alcuni link di approfondimento 7 November 2020
  • SCOPRIRE IL FOREST BATHING 2 November 2020
  • IL TRAUMA COME APPRENDIMENTO A PROVA SINGOLA (ONE TRIAL LEARNING) 28 October 2020
  • IL PANICO COME ROTTURA (RAPPRESENTATA) DI UN ATTACCAMENTO? da un articolo di Francesetti et al. 24 October 2020
  • LE PENSIONI DEGLI PSICOLOGI: INTERVISTA A LORENA FERRERO 21 October 2020
  • INTERVISTA A JONAS DI GREGORIO: IL RINASCIMENTO PSICHEDELICO 18 October 2020
  • IL RITORNO (MASOCHISTICO?) AL TRAUMA. Intervista a Rossella Valdrè 13 October 2020
  • ASCESA E CADUTA DEI COMPETENTI: RADICAL CHOC DI RAFFAELE ALBERTO VENTURA 6 October 2020
  • L’EMDR: QUANDO USARLO E CON QUALI DISTURBI 30 September 2020
  • FACEBOOK IS THE NEW TOBACCO. Perchè guardare “The Social Dilemma” su Netflix 28 September 2020
  • SPORT, RILASSAMENTO, PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA: oltre la parola per lo stress post traumatico 21 September 2020
  • IL MODELLO TRIESTINO, UN’ECCELLENZA ITALIANA. Intervista a Maria Grazia Cogliati Dezza e recensione del docufilm “La città che cura” 15 September 2020
  • IL RITORNO DEL RIMOSSO. Videointervista a Luigi Chiriatti su tarantismo e neotarantismo 10 September 2020
  • FARE PSICOTERAPIA VIAGGIANDO: VIDEOINTERVISTA A BERNARDO PAOLI 2 September 2020
  • SUL MERCATO DELLA DOPAMINA: INTERVISTA A VALERIO ROSSO 31 August 2020
  • TARANTISMO: 9 LINK UTILI 27 August 2020
  • FRANCESCO DE RAHO SUL TARANTISMO, tra superstizione e scienza 26 August 2020
  • ATTACCHI DI PANICO: IL MODELLO SUL CONTROLLO 7 August 2020
  • SHELL SHOCK E PRIMA GUERRA MONDIALE: APPORTI VIDEO 31 July 2020
  • LA LUNA, I FALÒ, ANGUILLA: un romanzo sulla melanconia 27 July 2020
  • VIDEOINTERVISTA A FERNANDO ESPI FORCEN: LAVORARE COME PSICHIATRA A CHICAGO 20 July 2020
  • ALCUNI ESTRATTI DALLA RUBRICA “GROUNDING” (PDF) 14 July 2020
  • STRESS POST TRAUMATICO: IL MODELLO A CASCATA. Da un articolo di Ruth Lanius 10 July 2020
  • OTTO KERNBERG SUGLI OBIETTIVI DI UNA PSICOANALISI: DA UNA VIDEOINTERVISTA 3 July 2020
  • SONNO, STRESS E TRAUMA 27 June 2020
  • Il SAFE AND SOUND PROTOCOL, UNO STRUMENTO REGOLATIVO. Videointervista a GABRIELE EINAUDI 23 June 2020
  • IL CONTROLLO CHE FA PERDERE IL CONTROLLO: UNA VIDEOINTERVISTA AD ANDREA VALLARINO SUL DISTURBO DI PANICO 11 June 2020
  • STRESS, RESILIENZA, ADATTAMENTO, TRAUMA – Alcune definizioni per creare una mappa clinicamente efficace 5 June 2020
  • DA “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE”: COS’É LA NEUROCEZIONE 3 June 2020
  • AUTO-TRADIRSI. UNA DEFINIZIONE DI MORAL INJURY 28 May 2020
  • BASAGLIA RACCONTA IL COVID 26 May 2020
  • FONDAMENTI DI PSICOTERAPIA: LA FINESTRA DI TOLLERANZA DI DANIEL SIEGEL 20 May 2020
  • L’EBOOK AISTED: “AFFRONTARE IL TRAUMA PSICHICO: il post-emergenza.” 18 May 2020
  • NOI, ESSERI UMANI POST- PANDEMICI 14 May 2020
  • PUNTI A FAVORE E PUNTI CONTRO “CHANGE” di P. Watzlawick, J.H. Weakland e R. Fisch 9 May 2020
  • APPORTI VIDEO SUL TARANTISMO – PARTE 2 4 May 2020
  • RISCOPRIRE L’ARCHIVIO (VIDEO) DI PSYCHIATRY ON LINE PER I SUOI 25 ANNI 2 May 2020
  • SULL’IMMOBILITÀ TONICA NEGLI ANIMALI. Alcuni spunti da “IPNOSI ANIMALE, IMMOBILITÁ TONICA E BASI BIOLOGICHE DI TRAUMA E DISSOCIAZIONE” 30 April 2020
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  • JEAN PIAGET E LA SHARING ECONOMY 25 April 2020
  • LO STATO DELL’ARTE INTORNO ALLA DIMENSIONE SOCIALE DELLA MEMORIA: SUL MODO IN CUI SI E’ ARRIVATI ALLA CREAZIONE DEL CONCETTO DI RICORDO CONGIUNTO E SU QUANTO LA VITA RELAZIONALE INFLUENZI I PROCESSI DI SVILUPPO DELLA MEMORIA 25 April 2020
  • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.3 – MODELLO ITALIANO E MODELLO BELGA A CONFRONTO, CON GIOVANNA JANNUZZI! 22 April 2020
  • RISCOPRIRE PIERRE JANET: PERCHÉ ANDREBBE LETTO DA CHIUNQUE SI OCCUPI DI TRAUMA? 21 April 2020
  • AGGIUNGERE LEGNA PER SPEGNERE IL FUOCO. TERAPIA BREVE STRATEGICA E DISTURBI FOBICI 17 April 2020
  • INTERVISTA A NICOLÓ TERMINIO: L’UOMO SENZA INCONSCIO 13 April 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.3 10 April 2020
  • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.2 – MODELLO ITALIANO E MODELLO SVIZZERO A CONFRONTO, CON OMAR TIMOTHY KHACHOUF! 6 April 2020
  • ANTONELLO CORREALE: IL QUADRO BORDERLINE IN PUNTI 4 April 2020
  • 10 ANNI DI E.J.O.P: DOVE SIAMO? 31 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.2 27 March 2020
  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE: RISTRETTI.IT 25 March 2020
  • NELLE CORNA DEL BUE LUNARE: IL LAVORO DI LIDIA DUTTO 16 March 2020
  • LA COLPA NEL DOC: LA MENTE OSSESSIVA DI FRANCESCO MANCINI 12 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.1 6 March 2020
  • PREFAZIONE DI “PTSD: CHE FARE?”, a cura di Alessia Tomba 5 March 2020
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO”: EP.1 – FERNANDO ESPI FORCEN 29 February 2020
  • NERVATURE TRAUMATICHE E PREDISPOSIZIONE AL PTSD 13 February 2020
  • RIMOZIONE E DISSOCIAZIONE: FREUD E PIERRE JANET 3 February 2020
  • TEORIA DEI SISTEMI COMPLESSI E PSICOPATOLOGIA: DENNY BORSBOOM 17 January 2020
  • LA CULTURA DELL’INDAGINE: IL MASTER IN TERAPIA DI COMUNITÀ DEL PORTO 15 January 2020
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  • HPPD: HALLUCINOGEN PERCEPTION PERSISTING DISORDER 12 December 2019
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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
  • Nella sezione FORMAZIONE sono contenuti post a contenuto vario, che hanno l’obiettivo di (in)formare il lettore a proposito di un determinato argomento.
  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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