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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

Search Results for: recensione

15 April 2026

L’OCEANO DELLA MENTE (FABIO VILLA): RECENSIONE APPROFONDITA

di POPMed

Abbiamo citato Fabio Villa nel recente passato a proposito di psicoterapia assistita da psichedelici (PAP).

Villa è autore del volume “L’oceano della mente”, che intendiamo qui presentare brevemente -in particolare indicando i temi su cui si snoda il volume, in relazione al lavoro clinico.

Tendenzialmente il cuore del lavoro è rappresentato dai capitoli centrali, riguardanti l’effettivo svolgersi delle sessioni di PAP: stiamo parlando di esperienza cliniche per ora di confine, assolutamente avanguardistiche anche per un paese aperto alla sperimentazione come la Svizzera (nb: cuore del rinascimento psichedelico europeo).

Il terapeuta, come leggiamo dalle parole di Villa, spesso si occupa “solamente” di assistere e praticare una “vigile attesa”, fino alla fine dell’esperienza del paziente: il grosso del lavoro verrà fatto dal paziente stesso durante il suo viaggio, così come attraverso i suoi “incontri”.

La promessa della PAP è quella di aiutare il paziente a prendere contatto con simboli/parti di sé/memorie di sé, contatto in grado di svolgere un lavoro traumatolitico e simbolizzante su un piano psicologico, direttamente a contatto con la fenomenologia del suo vissuto, intervenendo sul modo di percepire la realtà del paziente e di promuovere una rilfessione su sé stesso all’interno di essa.

A differenza di una terapia farmacologica semplice, ci si aspetta che il lavoro del farmaco psichedelico possa portare il paziente a vivere sè stesso e il suo mondo da prospettive profondamente, radicalmente differenti -è d’altronde documentato l’effetto entropico della sostanza psichedelica, così come il suo potere neuroplastogeno.

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Article by admin / Generale / recensioni

15 February 2026

Freud, illusioni e delusioni (Maria Chiara Risoldi), recensione

di POPMed

Il libro Freud, illusioni e delusioni, è un memoir su 30 anni di professione psicoanalitica, scritto da Maria Chiara Risoldi, che ha presentato di recente il volume in eventi disponibili in rete -per esempio questo:

Traccia la linea del percorso di formazione e professione della Risoldi, inframmezzandolo con casi clinici che divengono nel corso della lettura “pietre” miliari, in grado di catalizzare cambiamento e riflessioni.

Il libro è un atto di accusa contro la “teologia kleiniana” (testuali parole) e una riflessione amara sulla rigidità del sistema psicoanalitico nostrano (soprattutto negli anni ‘80/’90) pregno di clientelismo, ortodossia, “parrocchianesimo”, adesione fideistica e -fondamentalmente- assenza di pensiero realmente critico (cosa che invece dimostra l’autrice con questo scritto).

Già nel percorso di adesione alla SPI, la Risoldi scrive di requisiti incredibilmente onerosi, di scogli impossibili da superare, di colloqui di ammissione fatti con persone diverse e tra di loro non comunicanti -e spesso rigide-, ci racconta di rifiuti, dell’obbligo di certificare analisi svolte con pazienti al ritmo di 4 sedute a settimana (pazienti quindi, per forza di cose, benestanti) -al fine di poter accedere al “sacro cerchio” (cerchio che, spoiler, si rivelerà un “torre di babele” delle diverse correnti psicoanalitiche, tra di loro scarsamente integrate ma tutte coperte dall’ombrello freudiano).

L’ambiente psicoanalitico pareva essere, ai tempi, un ambiente chiuso e fondato sulla teologia, con una scarsa attitudine al pensiero critico, molta ideologia e regole imposte ai futuri “adepti”.
La Risoldi attraverso questo volume ragiona amaramente sul “kleinismo” degli inizi, un coacervo di prassi cliniche che oggi forse riterremmo incredibili, assurde o per lo meno “problematiche”, come la regola dell’astensione totale anche con i bambini, il divieto di interagire in seduta, interpretazioni colpevolizzanti verso il bambino (pensato dalla Klein come contenitore di invidie e aggressività innate) e di enormi errori clinici compiuti aderendo a questa corrente di pensiero senza metterla in discussione, spesso sotto ricatto morale da parte di supervisori pieni di prestigio.

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Article by admin / Generale

22 December 2025

CORPI BORDERLINE DI CLARA MUCCI: recensione approfondita e osservazioni

di Raffaele Avico

Corpi Borderline ci porta all’interno del metodo di lavoro di Clara Mucci con i pazienti gravi.

Ne estraiamo qua alcuni takeaways, invitando chi volesse ad approfondire la lettura direttamente sul testo.

  1. La Mucci parte dalle teorizzazioni di Kernberg, Klein e di altri autori maggiori della psicoanalisi, compreso Freud, per elaborare un suo metodo di lavoro che supera quegli stessi ispiratori iniziali. In particolare rinforza l’idea di un trauma sempre esogeno, mai intrapsichico, rinnegando più volte l’idea di un’aggressività innata  e autodistruttiva. Il passaggio è abbastanza importante, visto che si lascia alle spalle di fatto sia l’idea di un trauma fantasmatico e intrapsichico (a un certo punto teorizzato da Freud) che l’idea di una pulsione di morte innata – che aveva fatto da basamento alla teorizzazione di Melanie Klein. Seguendo una sua linea di pensiero approda a Ferenczi e a Schore, veri “pilastri” teorici del volume, di fatto tenendo insieme la visione sul trauma e sulla nascita del disturbo di personalità grave di Sandor Ferenczi e la neuroscienza “degli emisferi destri” promossa da Schore
  2. Corpi borderline è un libro di neuropsicoanalisi: non basta più ragionare di oggetti interni, difese verticali o orizzontali, sogni: occorre integrare le conoscenze di psicoanalisi classica agli studi sull’attaccamento di Bowlby, ai seminali lavori di Mauro Mancia, alle scoperte di Schore, all’eredità di Ferenczi, addirittura alla teoria polivagale di Porges (oggi in parte messa in discussione, ritenuta da alcuni semplicistica) arrivando alle più recenti teorie sul trauma – integrando diversi modelli di lettura del complesso mentecervello.
  3. il cuore del lavoro con pazienti borderline è il ripristino di una sicurezza relazionale in vivo in terapia (un’”esperienza emozionale correttiva”) insieme al fondamentale lavoro sul perdono (che Mucci descrive come rinascita/superamento, distinguendolo dal perdono cattolico) al fine di “sciogliere la diade vittima/persecutore” nel mondo prima esterno e poi interno del paziente. Essere cresciuto/a in un ambiente abusante promuove nel paziente la creazione di una visione diadica stereotipata in senso relazionale, con -appunto- vittime e persecutori: superare questa visione coincide con l’approdo alla fase depressiva di Klein (in questo caso ripresa da Mucci) e con la creazione di uno spazio mentale “terzo” in grado di superare la suddetta visione diadica e di -elemento fondamentale- lasciare andare/elaborare la presenza di oggetti interni persecutori.
    Il percorso è il seguente, secondo Mucci: 1) infanzia traumatica/traumatizzante 2) introiezione di oggetti interni persecutori 3) conflitti psicologici interni che ripropongono la dinamica vittima-persecutore 4) sviluppo di sintomi. In terapia si dovrà procedere al contrario, partendo dai sintomi per leggerli in chiave psicodinamica o attraverso le lenti della psicotraumatologia, per arrivare a un’emancipazione del paziente dalla dinamica vittima-persecutore. Si veda a proposito di questo il suo lavoro “Trauma e perdono”.
  4. Seguendo questa linea di pensiero sull’introiezione della diade vittima/persecutore, la Mucci osserva che il corpo può divenire oggetto di scariche aggressive, o essere vissuto come altro/persecutore: da qui l’origine nei pazienti borderline delle tendenze anticonservative (lesioni, aggressività autodiretta, abusi di sostanze): si tratterebbe sempre del riproporsi di una dinamica vittima/persecutore, dunque, o del riattivarsi di una rabbia -pensata però come reazione a una frustrazione prima di tutto relazionale/interpersonale o -seguendo la visione di Russell Meares, reattiva a momenti di discontinuità dello stato della coscienza
  5. Sempre a proposito di questo, la Mucci acutamente osserva come un oggetto cattivo diviene buono in quanto esiste: è meglio per il bambino adattarsi a un oggetto cattivo ma esistente, che affacciarsi sul vuoto dell’oggetto inesistente o morto: a volte in psicoterapia ci si accorge di come il preservare il legame con un oggetto interno ingombrante/persecutorio difende il paziente dal vuoto e dal lavoro del lutto inerente la perdita di quello stesso oggetto. Nel volume Corpi Borderline, la Mucci esemplifica questo con un caso clinico in cui, una volta disciolta la dinamica vittima/persecutore, occorreva per la paziente in questione lavorare sul vuoto abissale della mancanza dell’oggetto materno (“Complesso della madre morta”), altrettanto pesante, forse ancora più difficoltoso. Mucci rinforza psicoanaliticamente un tema esplorato da Giovanni Liotti quando parla del bisogno primario del bambini di dipendere, anche in un contesto traumatico, “negante” o abusante (meglio male accompagnati che soli)
  6. A proposito della primiscuità sessuale dei pazienti borderline, la Mucci spiega in un interessante capitolo dedicato come attraverso il corpo il/la paziente tenti di ricostruire lo stato di sicurezza/intimità rassicurante anticamente perduto, o mai vissuto: non avrebbe il comportamento tanto a che fare -quindi- con la ricerca di una meta sessuale omo od eterosessuale, quanto con il contatto corporeo, una corporeità rinnovata, la ricerca di una condizione di sicurezza per via corporea
  7. La Mucci propone anche qui la sua idea a proposito dei 3 livelli di trauma.
    Esistono dal suo punto di vista 3 livelli di traumatizzazione che si possono “cumulare”, con conseguenze progressivamente peggiori: rimandiamo a questa recensione l’approfondimento, citando solo la definizione dei 3 livelli: “L’autrice distingue tre livelli di trauma: il primo derivante dalla mancata sintonizzazione tra caregiver e bambino (trauma relazionale precoce); un secondo livello, più strettamente collegato alla patologia borderline, vede la presenza di maltrattamenti, privazioni e abusi. Il terzo livello comprende traumi sociali come stermini, genocidi, guerre”.
    Riprendendo Liotti, la Mucci sostiene che solo il trauma per mano umana produce dissociazione, elemento clinico di particolare interesse per chi si occupi di trauma complesso.
  8. La Mucci attinge da Ferenczi a piene mani: negli ultimi anni, grazie anche ad autori come Franco Borgogno, assistiamo al recupero di un padre “minore” della psicoanalisi degli inizi, Sandor Ferenczi appunto, soprattutto in ambito di teoria e tecnica sul trauma. Citato più volte, il famoso articolo “La confusione delle lingue tra adulti e bambini”

MUCCI SUL NARCISISMO

Forse un po’ più debole contenutisticamente la parte del volume relativa al disturbo narcisistico di personalità, con riferimenti multipli e meno organizzati, di volta in volta shiftati tra teorie psicoanalitiche più o meno datate inerenti la patogenesi del narcisismo, e ricerche più attuali (neuroscientifiche) riguardanti possibili spiegazioni sulla nascita del disturbo. L’impressione è che il capitolo manchi di un punto di arrivo, e che non esista una formulazione chiara su di un “fattore primo” inerente l’eziopatogenesi del disturbo. Si parla di rispecchiamento problematico ma anche di scarsa interiorizzazione degli oggetti, di “trauma nella fase del riavvicinamento” usando i criteri di Mahler, di edipo risolto male con Super-io inespresso, ma anche di sviluppo problematico di aree del cervello fondamentali per l’empatia (Schore).
Degno di nota l’insistere sul tema della vergogna, emozione centrale nel narcisismo e in grado di regolare l’umore, e l’accenno -seppur breve- alla teoria di Liotti e Farina sul comportamento scarsamente empatico del narcisista letto come risultato di una strategia controllante punitiva (la Mucci sembra confondere qui il concetto di “strategia di controllo” di Liotti con il concetto -più largo- di Sistema Motivazionale Interpersonale).
L’impressione che se ne ricava è che leggere la genesi del disturbo narcisistico usando le lenti della teoria psicoanalitica classica sia problematico, ma che lo sia anche usare le lenti della psicotraumatologia di matrice “ferencziana”/liottiana -immaginando cioè che il narcisista sia figlio delle sue introiezioni taglienti e problematiche.
Setacciando il capitolo, l’idea mahleriana di un disturbo narcisistico come risultato di un rifiuto da parte del bambino all’idea di dipendenza, dipendenza vissuta come persecutoria e problematica a causa di caratteristiche intrinseche al caregiver, rimane la più plausibile. Rimando a questo approfondimento sul tema “strategie di controllo” di Liotti e Farina, che di fatto dice la stessa cosa usando termini diversi (al fine di controllare la relazione con il caregiver problematico il bambino impara a punire l’oggetto, rifiutandosi di porsi in una posizione di eccessiva dipendenza da esso -posizione vissuta come mortifera e umiliante).
In tutto questo, la Mucci ribadisce, non esiste nessuna aggressività innata né alcun temperamento che non sia epigeneticamente influenzato, superando dunque, come già accennato, le idee kleiniane e kernberghiane a proposito delle caratteristiche innate del bambino. La psicopatologia, ci ricorda l’autrice, è un affare interpsichico già da subito, o meglio, già da prima della nascita.

Sempre a proposito del tema “narcisismo”, nel capitolo successivo l’esemplificazione di un caso clinico (Fabian) aiuta a meglio comprendere e a sistematizzare i contenuti presentati nel capitolo precedente.
Tirando le fila del discorso, la Mucci presenta le sue idee più forti a riguardo della sua idea di narcisismo, che possono essere sintetizzate in questo modo:

  1. la patogenesi del disturbo deriva da un evento vissuto dal bambino come problematico, nel contesto della fase di “riavvicinamento” usando la teoria di Mahler (qui un approfondimento): si tratterebbe per il bambino di un processo di “rifiuto” della dipendenza, una compensazione al senso di umiliazione vissuta quando le sue esigenze di dipendenza furono frustrate o mortificate, nel contesto di un attaccamento problematico. Il bambino imparerebbe a “fare da sé”, o a rifiutare in sé l’idea di dipendere -e la creazione di un sé grandioso arriverebbe ad aiutarlo in questo processo di “rinuncia”. L’emozione centrale, in tutto questo, sarebbe come prima accennato la vergogna (vergogna di dipendere, di non farcela da solo, di dover appoggiarsi ad altri)
  2. tutto questo va di pari passo con la presenza di oggetti interni problematici: “ideali dell’io” ipertrofici e irraggiungibili, ma anche oggetti interni persecutori e aggressivi, umilianti: torna qui, come osserviamo, l’accento messo da Mucci sul tema diade “vittima/persecutore”, elemento a fare da “basamento” a molti disturbi di personalità in quanto risultante di un primevo, disturbato rapporto con le figure di accudimento primarie.
  3. la suicidalità del paziente narcisista è differente dalla suicidalità del paziente borderline. Nel primo caso può trattarsi del compiersi di un “destino” di mortificazione da parte delle figure interne (sadiche, o addirittura deliranti), altre volte di un gesto di affrancamento da figure vissute come persecutorie. Nel paziente borderline, d’altra parte, la suicidalità mantiene caratteristiche “interpsichiche” (meglio il nulla del vuoto relazionale) il che rende a volte i gesti suicidari del borderline delle “richieste d’attenzione”.
  4. Lavorare sulle relazioni oggettuali e sul corpo, rappresenta un punto fondamentale e basale. La Mucci parla anche di esercizio fisico come pratica virtuosa di recupero del corpo e creazione di un “clima di cura”, e dell’arte come dispositivo “traumatolitico”, funzionale alla simbolizzazione

Come osserviamo ritorna spesso la questione della diade interna, della dinamica persecutore/vittima, che in fondo rappresenta il messaggio centrale che estraiamo da questo volume: come terapeuti dobbiamo sempre andare a cercare la presenza di oggetti internalizzati in modo problematico e lavorare sullo sviluppo di un terzo polo, di un terzo spazio funzionale all’internalizzazione di oggetti buoni. La Mucci cita a un certo punto questo articolo di Liotti, dove è ben sintetizzato questo aspetto del “triangolo drammatico” (su questo aspetto, si veda anche questo).
Il disturbo nasce nella relazione e viene poi internalizzato, viene costruito internamente e riattualizzato nelle relazioni con le persone esterne, ma anche con il proprio corpo. Da esterno, diviene dunque interno.

MUCCI SU PSICOSOMATICA, ANTISOCIALITÁ E DISTURBO IPOCONDRIACO

Nei capitoli successivi la Mucci affronta il tema del disturbo psicosomatico e di conversione, anche in questo caso ponendo come pilastro patogenetico la difficoltosa sintonizzazione del bambino con la figura del caregiver e il precoce immagazzinamento di memorie relazionali “guaste”, problematiche -con diversi livelli di disturbo risultante, che la Mucci distingue principalmente in due macro-categorie:

  • il disturbo da conversione è più facilmente rintracciabile e racconta di una capacità di “simbolizzazione” da parte del paziente integra, mantenuta, nella cornice di un disturbo più moderato, nevrotico: in questo caso la capacità simbolica è relativamente buona, e ci si potrà lavorare usando modalità psicoanaliticamente più tradizionali: interpretazioni, sogni, gioco simbolico in seduta, uso di immagini o metafore, al fine di portare pensiero e “racconto” al posto dei sintomi
  • il disturbo da somatizzazione, invece, racconta di un passaggio al corpo del dolore originario, precoce e dissociato; in questo caso la capacità di simbolizzare è scarsa e occorrerà lavorare con il paziente come si fa con i disturbi gravi di personalità, promuovendo dunque un’alleanza solida in terapia e restituendo al paziente l’esperienza emozionale correttiva di cui prima si accennava, al fine di rendere possibile recuperare capacità di simbolizzazione in un contesto “sicuro”. Partendo da una sintonizzazione tra “emisferi destri”, si arriverà a parlare anche usando i “sinistri”, ma a seguito di un lavoro prima di tutto relazionale -nel qui ed ora.

In entrambi i casi, senza lavorare sulla struttura di personalità -la Mucci sottolinea- non si toccherà minimamente il portato problematico del sintomo.

Interessante l’accento posto dall’autrice sul sogno: nel caso della “semplice” nevrosi, sarà “interpretabile” e collegato in modo più diretto alla vita del paziente, nel caso del disturbo psicosomatico di origine traumatica, lo si osserverà più caotico e ripetitivo, simile a una sorta di “regolazione affettiva notturna”, come se quote di emotività grezza, per usare Bion, si riversassero sulla scena del sogno producendo sogni peculiari, “post-traumatici”, simili a “evacuazioni”.
Il materiale post-traumatico, come si osserva, sembra prendere vie peculiari nella mente dei pazienti con disturbi di personalità gravi, rientrando sulla scena della vita quotidiana in modi sub-simbolici, più corporei, meno “raffinati”, attraverso vie differenti: ricordiamoci in questo caso che la precocità delle traumatizzazioni implica un uso precoce dei registri di memoria procedurale, antica (si veda anche questa recensione al libro Inconscio non rimosso e memoria implicita, a cura tra l’altro della stessa Mucci con Giuseppe Craparo).

Nella parte finale del volume, La Mucci si concentra sul disturbo antisociale e sul disturbo ipocondriaco, che interpreta come margini estremi, deviazioni ulteriori del disturbo narcisistico, presentando due casi clinici a esemplificare le teorizzazioni.

In particolare risulta interessante la spiegazione sull’origine del disturbo ipocondriaco, presentando la Mucci, sulla scia di altri autori -primo di tutti, Freud-, una visione del problema basata sulla teoria delle pulsioni: la regressione al corpo, l’attenzione “totale” verso gli organi interni e la loro preservazione, testimonierebbe nel paziente ipocondriaco una regressione profonda in atto, il ritorno a un funzionamento infantile, pre-simbolico.
Viene presentata più volte l’idea che l’ipocondria sia una difesa nei confronti della perdita dell’oggetto, come un investimento sul o un attaccamento al corpo contestuale a una minaccia di perdita oggettuale. Come linee guida per il trattamento, l’autrice cita tre elementi di lavoro, la desomatizzazione, la verbalizzazione e la differenziazione dai legami fusionali, al fine di “rinforzare” la capacità di fare simbolo, di mettere parole dove il sub-simbolico non verbale (il corpo) e il simbolico non verbale (le immagini/i sogni) mantengono un posto di predominanza nella scena psichica (Wilma Bucci)

Insieme a questa visione, freudiana, la Mucci ripropone -nuovamente- l’idea di una patogenesi in linea con la teoria sugli “oggetti”, che di fatto la pongono nuovamente dalla parte di chi vede nella traumatizzazione e nell’abuso la maggiore causa di sviluppo di disturbo psicopatologici.
Come nel resto del volume, l’autrice torna all’idea di introiezioni problematiche che si attualizzano, ricadendo nella vita attuale del paziente e “drammatizzandosi”/riattualizzandosi nei suoi rapporti   interpersonali (compreso quello con il terapeuta).
Ci troviamo nei dintorni di una “sutura” tra due visioni riguardanti la causa della psicopatologia, interpersonale e interpsichica in primis, pulsionale in seconda battuta, con un’attenzione di volta in volta portata a entrambi gli aspetti, con però in prima linea l’attenzione alle traumatizzazioni precoci e -di nuovo- alle introiezioni problematiche. Quello delle introiezioni è in filigrana il tema più importante, che ritorna in tutto questo bellissimo lavoro della Mucci.

Il testo si chiude con un incredibile approfondimento sulla perversione e una riflessione sul tema della sessualità (più o meno pervertita): sta qui infatti, la Mucci osserva, l’esperienza più rivelatoria del “passaggio sulla Terra” di ogni individuo nella sua unicità, essendo che la sessualità, dal suo punto di vista, rappresenta una drammatizzazione, una “metafora” non solo della vita “a due”, ma dell’intero mondo oggettuale dei rispettivi membri della coppia: nell’atto sessuale si riattualizzerebbero rapporti con oggetti primari, approcci “primevi” al corpo del caregiver, identificazioni al corpo della madre o del padre, istanze culturali a “indirizzare” il comportamento sessuale (stereotipicamente maschile o femminile, per esempio), conflitti di potere. Il tema del potere e della “dominazione” dell’altro entro codici stabiliti culturalmente (maschile/dominante vs femminile/sottomesso) sembra, la Mucci chiude, precedere il tema della differenziazione di genere, ponendosi come cifra del rapporto sessuale emanato da, di nuovo, codici culturali, il che porta la Mucci a riflettere sulla “struttura potenzialmente distruttiva e disumanizzante e potenzialmente mortifera della cultura” e sulla l’immane potere del “simbolo”.

Come elemento che torna spesso, l’idea di un orientamento sessuale ingenerato in modo quasi-deterministico dal sovrapporsi delle identificazioni progressive dell’infante e dal rapporto con gli oggetti interni, sembra risentire di una visione un po’ troppo rigidamente psicoanalitica che rischia di sembrare a tratti limitante, alla luce degli studi a proposito della genesi dell’omosessualità (si veda questo approfondimento sul tema dell’omosessualità, fatto fare dall’AI in modalità deepresearch, che sintetizza gli studi più solidi degli ultimi 20 anni sul tema)


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Generale / ptsd, recensioni

15 September 2025

Recensione e riassunto di “Liberi dal panico” di Pietro Spagnulo (un agile ed economico ebook per introdursi al problema-ed autoaiutarsi)

di POPMed

Pubblichiamo un riassunto e una recensione dell’Ebook “Liberi dal panico” di Pietro Spagnulo, qui reperibile a 4,99€.
Abbiamo inoltre aggiunto alcune riflessioni sul panico, in particolare relative al “modello sul controllo”, poste in calce.
Buona lettura (qui su POPMed)!

Article by admin / Generale / panico

15 April 2025

RECENSIONE DI “CONVERSAZIONI DI TERAPIA BREVE” DI FLAVIO CANNISTRÁ E MICHAEL F. HOYT

di Raffaele Avico

Il volume “Conversazioni di terapia breve” esplora i temi della psicoterapia breve e “a seduta singola” per via di una trascrizione di un serie di dialoghi, intrattenuti in momenti diversi, tra Flavio Cannistrà e uno dei suoi mentori, Michael Hoyt.

La forma intervista rappresenta un modo agevole per introdursi a un tema: in questo caso abbiamo la possibilità di sentire raccontata la teoria della psicoterapia breve e la teoria a seduta singola da parte di uno dei suoi originatori, a sua volta in debito verso altri della scuola di Palo Alto, che puntualmente troviamo citati nel testo.

Si ha così l’opportunità di scoprire molti nomi “minori” della teoria della psicoterapia breve, con la possibilità di approfondire i diversi approcci.

La Scuola di Palo Alto, e nello specifico un luogo che oggi esiste solo nella forma di fondazione, il Mental Research Institute, ha a partire dagli anni ‘60 introdotto sulle scena della psicoterapia mondiale moltissime innovazioni, che sarebbero state destinate a restare.
La psicoterapia sistemica, la psicoterapia breve, quella a seduta singola, la scuola di Nardone in Italia, devono tutto agli incredibili anni, fruttuosi, dei “maestri” originatori -che in questo libro troviamo citati più volte.
Un tratto peculiare di quel gruppo di individui e di coloro che ne hanno raccolto il testimone nella ricerca in psicoterapia, è un’incredibile umiltà intellettuale associata al pragmatismo americano, insieme al coraggio di mettere in discussione l’ortodossia (che in quegli anni era rappresentata dall’Europa e dalla psicoanalisi). Di quell’umiltà, di quell’apertura e di quel pragmatismo parla anche Andrea Vallarino in un suo volume recentemente pubblicato, in particolare rispetto alla figura di Paul Watzlawick.

Nel corso della lettura di “Conversazioni di terapia breve” si apprendono molti aspetti della psicoterapia a seduta singola, in primis l’idea che “a seduta singola” non vuol dire che il percorso con un “cliente” (come preferiscono chiamarlo) si limiti effettivamente a un singolo incontro: se mai, l’idea è che una singola seduta possa essere “autoconclusiva” e che si possa lavorare con la persona perché quest’ultima possa trarne giovamento -o un motivo di trasformazione. Viene data estrema importanza al concetto di empowerment del paziente, e che un buon parte del lavoro venga fatta dal paziente stesso, con risorse che tocca al terapeuta evocare e promuovere.

In generale troviamo riferimenti a pratiche comuni nelle diverse scuole di psicoterapia breve, con però alcune differenze di razionale di intervento, che Cannistrà (che su POPMed avevamo già intervistato, qui) non manca di esplicitare.

Il rischio di semplificare troppo la complessità del portato del paziente viene fugato qui da un approccio orientato a un “minimalismo clinico” che vuole intervenire con quello che funziona e dove serve, in modo strategicamente orientato.

Si tratta di coinvolgere attivamente il paziente nel lavoro clinico, muovendo da un’alleanza forte e procedendo per obiettivi, il più possibile aderenti alle risorse portate in seduta.
Altrove abbiamo più volte intervistato e coinvolto Andrea Vallarino, e chi avesse letto alcuni dei contenuti che lo riguardavano potrà riconoscere nell’approccio di Cannistrà e Hoyt un’uguale attenzione al presente e a quelle che universalmente (in terapia breve o breve/strategica) vengono chiamate “tentate soluzioni”, nell’idea che il paziente faccia di tutto per migliorare, spesso però complessificando il suo stesso vissuto, e bloccandosi in modalità di pensiero disfunzionale. Si pensi per esempio al modello sul controllo per il panico -problema diffusissimo e frequentemente incontrato dagli operatori della salute mentale- ingenerato da stratificazioni di storture cognitive, paradossalmente atte a controllare i sintomi stessi.

I clinici di Palo Alto, come leggiamo in questo libro, sono stati da sempre dei fini osservatori della psicologia umana, nel tentativo di estrarne “modalità patogene” con un approccio estremamente pragmatico: il concetto di tentata soluzione è solo uno dei tanti, ma pensiamo per esempio al problema del doppio legame, ai paradossi legati all’ipercontrollo, alla natura essa stessa paradossale (a volte) della psicologia umana.

Per Cannistrà e Hoyt si tratta di aiutare il paziente a stare meglio, e stare meglio in modo rapido, soprattutto quando fortemente sofferente.
La terapia a seduta singola o breve pare adattarsi meglio a situazioni cliniche peculiari, come quando esista un eccesso di ragionamento o la persona si trovi incastrata in schemi di pensiero disfunzionali; leggendo questo volume viene tuttavia complesso immaginare una terapia a seduta singola con un paziente fortemente depresso o melanconico, o ipotizzare un intervento su un disturbo grave di personalità, al di là delle “prescrizioni” che i terapeuti di questa scuola solitamente consegnano al paziente. Con pazienti affetti da disturbi di natura affettiva, ci si potrebbe chiedere il ruolo -come sappiamo centrale- della relazione (al di là della “semplice” alleanza).

A fine lettura si ha in ogni caso la sensazione che esista un’apertura degli autori a una messa in discussione e verso un apprendimento “continuo”, cosa di rado presente in libri provenienti da altre scuole di pensiero.

Molto interessante e bella la definizione di logica, e l’accento sulla distinzione dal concetto di strategia: il terapeuta breve e quello a seduta singola si avvarranno di “logiche” di intervento -più flessibili e indeterminate delle strategie, ma altrettanto efficaci- in grado appunto di adattarsi alla complessità portata dal cliente.

Pubblichiamo in toto un estratto dal volume, che raccoglie 9 logiche di intervento da applicare in vari casi, una variazione di un articolo già apparso qui.

Anche chi non fosse interessato al tema terapia breve, potrà trarne spunti di interesse e modalità pratiche di intervenire con uno dei suoi pazienti (o su se stesso).

Buona lettura!

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Continua su POPMED.

Article by admin / Generale / interviste, recensioni

10 October 2024

“LA GENERAZIONE ANSIOSA”: RECENSIONE APPROFONDITA E VALUTAZIONI

di Raffaele Avico

PREMESSA: per ragioni di comodità in alcuni passaggi si è usato il maschile sovraesteso

“La generazione ansiosa” viene tradotto e pubblicato recentemente da Rizzoli; è un saggio da un titolo forte, che però merita una lettura approfondita, vista l’attualità dei suoi contenuti, e i dati allarmanti riguardanti la salute mentale dei giovani, da più parti denunciate.

Il volume si presenta come una sorta di mega-indagine, una vera e propria inchiesta giornalistica che mette in ordine e sistematizza i più recenti dati a riguardo della salute mentale dei giovani in relazione all’utilizzo di smartphone e social-media, con un focus sul periodo 2010-2015, cornice temporale che ha ospitato diverse innovazioni tecnologiche largamente disruptive, tutte insieme (iphone, app gratuite in cambio di pubblicità, social media, telefoni dotati di telecamere frontali, internet per tutti sempre e ovunque), in grado di avviare un cambio di paradigma a livello di relazioni e comunicazione tra gli individui -per le fasce d’età più giovani coincidente con quello che l’autore chiama, un po’ drammaticamente, la “Grande Riconfigurazione dell’Infanzia”.

Qui ne faremo una recensione approfondita, cercando di cogliere gli aspetti più importanti di quello che l’autore ci vuole passare.

Jonathan Haidt è un professore universitario a NYC, e già in precedenza, con questo libro, aveva indagato la salute mentale giovanile; i suoi studi si posizionano al confine tra la psicologia sociale e la sociologia: ha anche avviato un sito da usare come strumento a latere della lettura, questo: https://www.anxiousgeneration.com/

Vediamone alcune parti di “la generazione ansiosa” in dettaglio, procedendo nella lettura:

  1. Nella prima parte del suo lavoro H. presenta il suo concetto di “Grande Riconfigurazione dell’Infanzia”: la sua idea è che dal 2010 al 2015 qualcosa sia accaduto, e che l’infanzia abbia preso forme nuove, correlate all’introduzione di device tecnologici estremamente additivi, precedente a un preoccupante aumento di disturbi internalizzanti per le femmine in età adolescenziale ed esternalizzanti per i maschi nella stessa età. Il libro è stato scritto nel 2023, è quindi molto attuale: il problema del “malessere psicologico nei giovani” è sulla bocca di tutti.
  2. Il vero fattore discriminante, secondo Haidt, è rappresentato dalla pervasività di utilizzo dei device, che da un certo tempo in poi (l’Iphone è stato introdotto nel 2007), ha garantito di essere tutti sempre connessi -ancor di più dopo l’introduzione dei social network
  3. Haidt ragiona sul fatto che se il malessere dei/le ragazz* in età adolescenziale fosse causato da elementi di macro-contesto nel mondo reale (come crisi economiche o guerre) altre epoche avrebbero dovuto essere più tragiche (come il 2009): no, secondo l’autore parliamo di qualcosa successo nella prima metà degli anni ‘10, e non “esterno”/riguardante guerre, epidemie o altro. Anzi, in questi ultimi casi -l’autore sottolinea-, a volte le comunità fanno gruppo e sperimentano paradossali effetti positivi in senso psicologico
  4. Nel secondo capitolo, Haidt parte da alcune considerazioni riguardanti lo sviluppo “sano” di un bambino, soprattutto nella lenta gestazione delle sue abilità psicosociali/cognitive: tante di queste abilità, il bambino le sviluppa impegnandosi in un’attività sincrona e basata sulla sintonizzazione emotiva con l’altro -attività come il gioco sociale.
    L’autore si chiede cosa produca un bombardamento mediatico operato su di un cervello malleabile come argilla negli anni cruciali, anni come quelli della preadolescenza, arrivando a parlare di un passaggio da un’“infanzia basata sul gioco” ad un’“infanzia basata sul telefono”.
    Haidt parla di una “riconfigurazione” vera e propria dell’infanzia, che attraverso il telefono sarebbe stata espropriata delle attività che evoluzionisticamente sarebbero state più importanti (come appunto il gioco sociale sincrono, la sintonizzazione affettiva, l’autoregolazione nel gruppo dei pari). Sottolinea a proposito di questo l’importanza del gioco “rischioso”, corporeo, citando diversi studiosi che lo  approfondiscono (si veda per esempio questo studio): la natura del bambino è antifragile, necessita cioè di “perturbazione e stress” per evolvere
  5. Nel quarto capitolo l’autore apre il macro-capitolo “pubertà”, età particolarmente delicata in termini di “finestra di apprendimento” soprattutto a livello culturale/di conoscenza (si veda questo approfondimento su “La mente adolescente” di Daniel Siegel): qui pone il problema degli “inibitori di esperienze” (la cultura dell’iperprotezione che Haidt chiama safetyism e la dipendenza da smartphone), e riflette sull’assenza di riti di passaggio (almeno non nel mondo online, esente da questo tipo di logiche)
  6. Proseguendo nella lettura del libro, Haidt fa un veloce excursus storico a partire dal lancio del primo Iphone nel 2007, attraverso la creazione delle prime app (prima a pagamento, poi sostenibili a partire dalla pubblicità) fino ai giorni nostri; parla quindi del notorio “circuito di ricompensa” e di come si possa sviluppare una dipendenza da smartphone, che ritiene “attivamente progettata” negli anni del lancio dei primi social network dai fondatori delle app stesse. Si trattava di ingenerare dipendenza nei ragazzini che avrebbero usato il social, obbligandoli a passare più tempo possibile sulle piattaforme. Ma come fare? Il meccanismo è quello della ricompensa “non garantita”. Così come avviene nel gioco d’azzardo, far seguire a una determinata azione una ricompensa sviluppa un apprendimento veicolato dal rilascio di una certa quantità di neurotrasmettitori: la ricompensa non dev’essere però garantita, per poter ingaggiare in modo più forte chi ne dovrebbe fruire -si evita così l’abituazione ad essa e il darla per “scontata- : il meccanismo è largamente studiato ed è appunto alla base del meccanismo che regge (e avvia) il disturbo da gioco d’azzardo patologico.
    In più, Haidt ragiona sull’elemento “attivo” inerente gli aspetti di rinforzo, ovvero la possibilità da parte dei fruitori di essere in prima persona coinvolti, essendo che l’oggetto del reward è la propria immagine, la rappresentazione sociale di sé. In questo modo, Haidt sostiene, si arriva a un passaggio fondamentale, la generazione di un meccanismo di aggancio basato non solo su trigger esterni (come la notifica, il suono che richiama l’utente al device), ma su trigger interni, “formulazioni mentali”, “call to action mentali” in grado di attivare il soggetto alla compulsione e di disturbare il normale flusso dei suoi pensieri; veri e propri “pensieri-trigger” sospinti alla coscienza dalla “fame” di rilascio neurotrasmettitoriale, come d’altronde accade in ogni dipendenza: “chissà se avrò ricevuto notifiche”, “devo assolutamente controllare”, etc.
  7. Correlazione? No, causa. Proseguendo nella lettura, Haidt propone con forza l’idea che i disturbi psicopatologici osservati a partire dalla finestra temporale 2010-2015, debbano essere attribuiti ai prima descritti cambi di abitudini a riguardo del rapporto con gli oggetti tecnologici. Mette insieme una mole impressionante di dati, che si possono recupare qui.
  8. Nella quarta parte del libro, Haidt seleziona e presenta ulteriori studi, a tratti assumendo un tono paternalistico, moralizzante: unici elementi degni di nota, la questione del maggior impatto dell’utilizzo dei device sulle ragazze, e il tema del distacco progressivo dagli ambienti naturali, alla cui frequentazione l’evoluzione ci avrebbe chiamati: a contatto con la natura, e in generale nella “realtà”, siamo esposti sia a dolore (un rifiuto “dal vivo”, un infortunio corporeo) che ad esperienze trasformative e positive, anche in senso spirituale (per mezzo di attività corali, fatte insieme, funzionali appunto al trascendere -come assistere ad un concerto dal vivo).

Che fare, dunque?

La seconda parte -più breve- del volume, è incentrata su quello che i governi, le scuole e i genitori dovrebbero fare per contrastare il processo di “riconfigurazione dell’infanzia” citato dall’autore.

I capitoli che si susseguono in questa seconda parte, sono per lo più ripetizioni di due concetti fondamentali:

  1. è necessario rivedere e ripensare le norme (e anche le leggi) con cui permettiamo agli individui minorenni di accedere alle pagine internet. Il problema che l’autore pone in tutto il libro, viene anche qui riproposto: abbiamo concesso una libertà smisurata e non protetta alla navigazione su internet, e allo stesso tempo stiamo iper-proteggendo nel mondo reale i bambini e gli adolescenti, inabilitandoli alle esperienza di crescita fondamentali
  2. riprendendo il tema prima accennato, l’autore suggerisce di contrastare la tendenze al safetyism, all’iper-protezione, lavorando (pensando alle nuove generazioni) per la promozione di una maggiore connessione alla vita reale, offline

In conclusione, il volume come prima accennato rappresenta un’indagine -scritta in modo semplice, spesso ridondante- a riguardo degli impatti dell’utilizzo di smartphone e social media sulla salute mentale di ragazz* cresciuti nel periodo “critico” tra 2010 e 2015.

Le parti più interessanti del volume sono quelli inerenti gli studi a riguardo del potere dipendentogeno dei device tecnologici: non rivelano nulla di veramente nuovo, ma sistematizzano gli studi che negli ultimi anni sono stati pubblicati, fornendo prove convincenti a riguardo di una effettiva causalità tra l’immissione nel mercato dei suddetti strumenti tecnologici e il peggioramento della salute mentale delle generazioni che, in quegli anni, si stavano formando.

Declassare una valutazione approfondita come quella eseguita da Jonathan Haidt a “boomerismo”, “trombonaggine” o generico “luddismo”, equivale a non prendere seriamente in considerazione la questione, problematizzandola come è necessario fare. Giungere alla conclusione che “è sempre successo così”, che “ogni cambio di paradigma ha pro e contro”, rischia nuovamente di lasciare tutto così com’è, senza che nessuno faccia nulla nè per avallare, né per modificare/raddrizzare/intervenire sullo stato delle cose.
Perchè inoltre -l’autore si chiede-, spostiamo sempre la questione su problemi “precedenti” che sarebbero la causa “prima”, originaria dei problemi di dipendenza dei ragazzi? Non possiamo intervenire su entrambi i momenti del problema, su tutti gli elementi in gioco di questo fenomeno, senza accanirci su “cosa venga prima” -domanda peraltro difficile, se non impossibile, da indagare?

Tendenzialmente, abbiamo a che fare con una nuova, subdola e ormai endemica nuova forma di dipendenza comportamentale, rinforzata da meccanismi neurobiologici invincibili e inevitabili, soprattutto in chi ha il cervello in maturazione. La sensazione tuttavia è che, al momento, questa nuova forma di dipendenza non sia veramente problematizzata né pensata come tale: altre questioni sembrano sempre più attuali, forse perchè esiste un qualcosa da combattere attivamente, in senso fisico. Perché viene combattuta così ferocemente la cannabis legale, per fare un esempio, e ci si muove con lentezza da pachiderma nel normare l’accesso a siti dannosi per la salute mentale di individui in pieno sviluppo?

Nella parte finale di questo libro, Haidt osserva che sarebbe sufficiente ipotizzare l’intervento di aziende terze coinvolte al fine di controllare che i ragazzini che accedono a social o siti di pornografia siano effettivamente nell’età per farlo: non necessiteremmo di chissà quale tecnologia, sarebbe sufficiente un portale a cui autenticarsi con il proprio documento d’identità, che intercedesse per il soggetto stesso quando questi dovesse entrare in un determinato sito -garantendogli/le allo stesso tempo l’anonimato.

In ultima analisi, i limiti di questa indagine sono di ordine strettamente statistico: pur con questa enorme mole di dati, sembra difficile parlare di una causalità diretta: troppe variabili confondenti sporcano gli esperimenti, rendendo complicato tracciare una linea causale netta (per ora).

É indubbio tuttavia che a un’osservazione attenta, gli effetti dell’utilizzo compulsivo di uno smartphone -con tutto quello che al suo interno vi si possa rintracciare- sono evidenti, almeno agli occhi di un operatore della salute mentale: vanno dal modellare l’architettura dell’attenzione, al “bucare” la forma del pensiero (i trigger interni di cui prima scrivevamo, pensieri intrusivi in grado di portare l’attenzione al device, obbligandoci compulsivamente a ritornare ad esso) fino ad alterare il circuito del reward ingenerando una dipendenza comportamentale “nascosta” -allo stato delle cose accettata socialmente, per nulla problematizzata.

Recentemente è stato pubblicato un articolo abbastanza stupefacente, che indaga il concetto di “salienza” in relazione allo smartphone; il punto di questo studio era dimostrare come la semplice presenza del telefono nei pressi di un individuo, fosse in grado di assorbire una quota significativa delle sue capacità cognitive, di fatto diminuendole.
Si tratta di uno dei primi studi che indagano l’effetto della semplice presenza dello smarphone sulle capacità cognitive e attenzionali di un individuo, senza che necessariamente vi sia un altro compito da svolgere o un’interazione fisica con il telefono. Inoltre, gli autori sottolineavano che l’effetto pareva presentarsi anche nella consapevolezza a riguardo dello spegnimento del telefono stesso, o con lo schermo non visibile, cosa che dovrebbe farci ragionare sul potere che questo oggetto ha nel contesto delle nostre vite quotidiane. Sembrerebbe esistere, gli autori spiegano, una sorta di bisogno “sub-cosciente” di “monitorarlo”. Concludono con un consiglio chiaro: “however, our data suggest at least one simple solution: separation”.

Tornando e concludendo sul libro di Haidt, La generazione ansiosa rappresenta una fotografia di estrema attualità dello stato di salute mentale delle generazioni dei ragazzi nati a partire dalla seconda metà degli anni ‘90, con un focus sulle implicazioni dei profondi sconvolgimenti in campo tecnologico che a partire dagli anni ‘10 del 2000, si sono succeduti con impressionante velocità.
Al centro della sua indagine, Haidt pone i rischi di una forma endemica di dipendenza comportamentale che attribuisce all’uso pervasivo di device tecnologici portatili, fornendo alcune indicazioni generiche su temi di “ecologia della mente”, aiutando il lettore a porsi in una relazione consapevole con questi strumenti tecnologici, finalmente e coraggiosamente problematizzando la questione.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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9 April 2024

INCONSCIO NON RIMOSSO E MEMORIA IMPLICITA: UNA RECENSIONE

di Raffaele Avico

Questo volume raccoglie molteplici contributi di personalità legate alla neuropsicoanalisi, al mondo della psicoanalisi e delle neuroscienze a proposito del concetto psicoanalitico di inconscio non rimosso.

Vi trovano spazio nomi di assoluto spessore nel panorama attuale, da Solms, padre della moderna neuropsicoanalisi, al nostro Giovanni Liotti, a Clara Mucci, a Mauro Mancia.

Il volume è curato da Giuseppe Craparo (che su questo blog abbiamo già incontrato) e Clara Mucci per la collana sul trauma che dirige lo stesso Craparo, edita da Giunti.

Il concetto di inconscio non rimosso si configura come una sorta di evoluzione, o allargamento del concetto freudiano di inconscio. Muove dal concetto “classico” di inconscio freudiano, per il quale veniva ipotizzata la presenza di un atto di rimozione da parte dell’individuo, per descrivere un territorio della psiche caratterizzato da elementi pre-verbali e pre-simbolici, stratificatosi nei primi anni di vita del bambino, entro una dimensione per lo più interpersonale.

Alcune riflessioni a riguardo:

  1. è indicativo che un libro sull’inconscio non rimosso venga incluso in una collana sul trauma. In effetti, le scoperte più recenti sul trauma convergono con gli studi psicoanalitici inerenti le traumatizzazioni più precoci, neanche arrivate a essere rimosse (essendo, come leggiamo qui, che la rimozioni prevede l’uso del pensiero simbolico e del linguaggio), ma dissociate e depositate in un luogo pre-verbale e pre-psichico o, se vogliamo, entro la memoria “implicita”, incarnata
  2. l’inconscio non rimosso viene concettualizzato in questo volume come un contenitore, un deposito delle memorie relazionali più precoci; non essendo possibile per il bambino rimuoverle attivamente, queste ultime produrranno molteplici conseguenze sullo sviluppo della sua psiche, ri-attivandosi in condizioni peculiari in senso relazionale, nel contesto del transfert con l’analista, o attraverso enactment (ne avevamo scritto qui). É il capitolo scritto da Clara Mucci a fornircene la definizione più chiara; immaginiamo l’inconscio come un deposito, un contenitore; al suo interno, solo una parte dei ricordi sono ricordi rimossi: larga parte del restante spazio psichico, è abitato da memorie relazioni primordiali, precedenti a ogni possibile rimozione
  3. I capitoli scritti da Mauro Mancia e Liotti brillano per particolare semplicità, chiarezza e coerenza. Liotti cita Mancia più volte nel suo lavoro; notevole osservare come i due articoli presenti nel volume arrivino presto a convergere: Liotti riprende Mancia proprio sul concetto di inconscio non rimosso, citandolo più volte. Come sappiamo, e come su questo blog più volte abbiamo osservato, Gianni Liotti sapeva attingere da differenti matrici teoriche per formulare idee originali e geniali a riguardo della psicopatologia: all’interno di questo volume, nel suo capitolo, Liotti integra il concetto di inconscio non rimosso al suo modello sui sistemi motivazionali opposti e contraddittori, tipici di uno “sviluppo traumatico”.
    Sarebbe infatti la compresenza di sistemi motivazionali opposti verso la madre (paura e attaccamento) a generare nel bambino rappresentazioni di sé dissonanti e conflittuali, riproposte -nella vita adulta- all’interno dei rapporti significativi. Liotti appoggia in pieno il concetto di inconscio non rimosso, apportando ad esso alcune puntualizzazioni, e spingendo per un superamento del modello pulsionale inerente la formazione dell’inconscio (l’inconscio non si costituirebbe come un contenitore di fantasie pulsionali inaccettabili, ma -di nuovo- si formerebbe per via di memorie relazionali primarie, introiettate nei primi anni di vita). Liotti era un bowlbiano convinto, e in questo lavoro lo sottolinea un’altra volta
  4. la comunicazione madre-caregiver-bambino, nei primi, anni, è una comunicazione “tra emisferi destri” (ovvero, tra emisferi dominanti); il capitolo di Schore, autore del volume Psicoterapia con l’emisfero destro, rappresenta un aggiornamento sulle scoperte neuroscientifiche più recenti a riguardo proprio della neuroanatomia della vita relazionale precoce, che coinvolgerebbe per lo più struttura sottocorticali dell’emisfero destro, sede fisica di quelle tracce mnestiche implicite, seminali e iniziali, chiamate qui “inconscio non rimosso”. Sulla dominanza dell’emisfero destro, avevamo scritto estesamente qui recensendo “The master and his emissary”
  5. il capitolo di Clara Mucci riprende e dilata il contributo di Schore, e rappresenta il “centro di gravità” del volume, essendo che la Mucci contestualizza il lavoro teorico sull’inconscio non rimosso nella cornice dei paradigmi attuali riguardanti la psicoanalisi, con critiche abbastanza pesanti alla visione freudiana, troppo individualistica e intrapsichica, in favore di un paradigma maggiormente relazionale e in linea con le evidenze più attuali in ambito di psicotraumatologia.
    La Mucci è conosciuta per il suo lavoro sulle ipotesi eziopatogenetiche dei disturbi di personalità più gravi, in particolare è conosciuta per la sua ipotesi psicotraumatologica nella genesi del disturbo borderline. Nel suo capitolo riprende un modello di mente, e di sviluppo della mente, che avevamo già trovato qui riprendendo idee di Janet.
    La patogenesi dei disturbi di personalità più gravi, sarebbe cioè da rintracciarsi nella fase pre-verbale, pre-cognitiva dello sviluppo del bambino, non ancora in grado di “rimuovere attivamente” i contenuti traumatici dalla sua coscienza. Come prima anticipato, il contenitore dell’inconscio sarebbe formato solo in parte dai contenuti rimossi: una larga parte dei suoi elementi costitutivi, sarebbe rappresentata dai contenuti “non rimossi” e implicitamente memorizzati nelle prime, fondamentali fasi dello sviluppo. La stessa pulsione di morte, la Mucci propone, sarebbe da attribuire a introiezioni problematiche di oggetti interni persecutori, una spinta insomma figlia di elementi relazionali inter-psicologici; sarebbe incorretto, seguendo Freud, attribuirla a una spinta “innata”. Inoltre, la Mucci evidenzia un oscurantismo freudiano a proposito del fenomeno clinico della dissociazione, sviluppato come sappiamo da Janet in parallelo a Freud, e poi da altri pionieri del trauma, come Ferenczi.
  6. nel suo capitolo, Craparo distingue in maniera fruttuosa i concetti di acting out da quello di enactment: quest’ultimi sarebbero da imputare a un processo di evacuazione di materiale non rimosso, ad una riattualizzazione in chiave relazionale/intersoggettiva di modalità interpersonali racchiuse -di nuovo- nel “contenitore” dell’inconscio non rimosso.

Per concludere, troviamo nel concetto di inconscio non rimosso un punto di congiunzione, e di saldatura, tra differenti approcci.

Le teorie di Liotti sull’attaccamento disorganizzato e la creazione di rappresentazioni dissonanti di sé, i molti studi sulle esperienze avverse infantili e la patogenesi della dissociazione, il concetto di scissione in età precoce raccontato dagli analisti: tutte queste formulazioni teoriche convergono in questo volume presentandoci l’immagine di un “terreno” psichico entro cui, precocemente, si crearono le prime -implicite- memorie relazionali, in grado di influenzare in modo radicale il successivo sviluppo della mente dell’individuo.

Come osserviamo, Giovanni Liotti ancora una volta si dimostra in grado di incarnare questa integrazione nelle sue formulazioni teoriche, portando la teoria dell’attaccamento e la teoria dei sistemi motivazionali interpersonali (innati) a completamento delle concettualizzazioni psicoanalitiche inerenti la nascita (intersoggettiva) del pensiero. Viene qui illuminata inoltre una concezione dell’inconscio solamente, intrinsecamente interpersonale, post-freudiana, evoluzionisticamente giustificata, svuotata dei suoi aspetti scabrosi inerenti le pulsioni sessuali, “moralmente” bonificata.

Infine, possiamo con questo volume osservare come l’interpsichico preceda l’intrapsichico: sarebbero le relazioni interpersonali a creare il sostrato di memorie implicite che determinerebbero la nostra vita adulta, le nostre scelte relazionali, i nostri transfert e i nostri enactment; l’inconscio stesso sarebbe un contenitore delle memorie implicite più antiche, e -in linea con la letteratura psicotraumatologica- l’ambiente di sviluppo avrebbe finalmente riacquistato una posizione centrale nella sviluppo della mente, con il bambino impegnato ad adattarsi ad esso, spinto da motivazioni innate interpersonali, impegnato nell’eseguire “adattamenti acrobatici” quando lo stesso ambiente fosse problematico, o traumatico.

Qui le altre recensioni presenti su questo blog.

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20 March 2022

RECENSIONE: L’EREDITÁ DI BION (A CURA DI ANTONIO CIOCCA)

di Raffaele Avico

Nel libro “L’eredità di Bion”, molteplici autori si spendono nel tentativo di tratteggiare la figura di Wilfred Bion come psicoanalista; il gruppo di lavoro relativo alla stesura del libro, è lo stesso di un seminario condotto da Alfredo Coccia a proposito di Bion e del concetto di “O”, di cui parleremo a breve.

Lo stesso gruppo di lavoro che si può vedere dialogare in questo corso gratuito erogato da FCP.

Vediamo alcuni punti relativi ai contenuti del libro, e alla figura di Bion in generale:

  • Bion nacque in India, e da piccolissimo fu strappato alla sua terra madre per studiare in Inghilterra; nel libro viene sottolineato molto bene come per lui questa fu, bambino, un’esperienza dirompente, estremamente traumatica e fonte di angosce di abbandono “senza nome”; la stessa esperienza di sradicamento, gli autori osservano, fu probabilmente il nucleo, l’evento scatenante da cui scaturì tutto il lavoro teorico di Bion adulto, come una sorta di sovra-compensazione “teorica” al trauma “originario”
  • uno dei nuclei del pensiero di Bion riguarda il suo modo di intendere il “mondo interno”; il “mondo interno” per come inteso da Bion, possedeva uguale “dignità ontologica” di quello esterno; si trattava per il paziente, durante l’analisi, di esplorarlo e di farne esperienza in modo sicuro, accompagnato dall’analista. Nel libro viene spesso citato il concetto di “O”. Cosa intendeva Bion con questo costrutto? “Fare esperienza di O” consisteva per il paziente nello stare a contatto con tutto ciò che il suo mondo interno gli consentisse di sperimentare (emozioni, sensazioni, filoni di pensiero), tentando di avvicinarsi a una sorta di conoscenza “assoluta”. “Stare in O” consisteva per Bion nello stare in una posizione di ascolto e di osservazione relativa a tutto ciò che proviene dall’interno, al fine di conoscerlo e di esplorarlo.
  • Relativamente al punto prima citato, è utile citare il concetto di rêverie, usato da Bion nei suoi lavori teorici a indicare uno stato mentale di predisposizione ad “accogliere ogni tipo di proiezione e qualunque cosa provenga dall’oggetto amato”, ben spiegato qui: https://www.spiweb.it/la-ricerca/ricerca/reverie/. Bion descriveva questo stato mentale come uno stato mentale “senza memoria e senza desiderio”, da usare sia nei confronti dei propri contenuti interni, sia nei confronti di tutto quello che potesse essere evocato da un paziente durante un lavoro di psicoanalisi. L’idea di osservare “senza memoria e senza desiderio” tutto ciò che provenga dall’interno di sè, è assimilabile allo “stare in O”, osservando cioè tutto ciò che provenga dal mondo interiore, senza giudicarlo (si veda anche questa definizione di “”capacità negativa”: https://www.spiweb.it/la-ricerca/ricerca/capacita-negativa/).
  • a proposito della capacità negativa, dalla lettura del testo sopra citato emerge con forza la cifra stilistica del metodo esplorativo bioniano, fondato appunto sul “togliere” più che non sul “mettere”; uno degli autori del volume, esegue un parallelismo tra la teoria di Bion e alcuni testi della tradizione mistica orientale, sottolineandone alcune sovrapposizioni possibili soprattutto a riguardo della concezione di malattia, coincidente con un “eccesso di sapere”, inteso qui come assenza di dubbio, presenza di preconcetti, ingombro del passato sul presente, saturazione del pensiero. Per Bion, il pensiero deve saper indugiare nella posizione di capacità negativa, di assenza di certezza, di dubbio, di non-saturazione. Abbreviato: la posizione di “-K” (i pilastri concettuali del pensiero di Bion erano K -conoscenza-, L -amore- e H-odio- con l’aggiunta di “O”)
  • La pulsione di Freud, venata di sessualità, è in Bion rigirata come una pulsione “epistemofilica”, votata al conoscere, al sapere qualcosa di altro, qualcosa di nuovo. É una tendenza al conoscere, una forma di curiosità. In una psicoterapia, dal suo punto di vista, è opportuno quindi creare vuoti, creare spazi insaturi, produrre domande. D’altronde, “il pensiero nasce dalla frustrazione”. L’esplorazione, in Bion, parte dallo stare accanto alla  propria non conoscenza, così come dall’osservare le proprie sensazioni in modo ingenuo, tentando di produrre pensiero a partire da queste.
  • A proposito di quest’ultimo punto, in uno dei capitoli del libro viene fatto un acuto parallelismo tra il lavoro di ricerca di Proust e la teoria di Bion. I percorsi di pensiero nei meandri del passato, la ricerca di una sorta di “sè originario”, per entrambi questi pensatori scaturiscono dallo stare a contatto con sensazioni corporee, somato-sensoriali, non strettamente cognitive.

Nel corso del suo percorso di esplorazione teorica, Bion si dedicò al tema della guerra, essendo egli stesso arruolato durante la prima e seconda guerra mondiale, così come al tema della psicologia dei gruppi, visto in quelli che chiamava “assunti di base”.

A proposito degli assunti di base, è interessante notare come lo stesso Bion ritenesse il gruppo in grado di produrre “pensiero” al di là delle posizioni mentali dei suoi stessi partecipanti. Questo vuol dire che il gruppo possiede, dal suo punto di vista, un funzionamento a sé stante, superiore alla somma delle sue stesse parti. In particolare, osservava come l’”assunto di base” di un gruppo potesse essere:

  1. relativo allo stato di attacco/fuga, con il gruppo impegnato a difendersi, compatto contro un “nemico” (più o meno immaginario) percepito come esterno ed aggressivo
  2. relativo allo stati di “dipendenza”, con il gruppo in attesa di qualcosa/qualcuno esterno a sé, che decida per il gruppo stesso (una sorta di posizione messianica)
  3. relativo al tema “accoppiamento”, con il gruppo impegnato in un processo di “fusione” con altri gruppi sociali

Tutto questo, sostiene Bion, poteva avvenire senche i singoli membri dei gruppi potessero percepire, come esistesse una sorta di coscienza collettiva del gruppo come entità a sé stante.

In Italia, il lavoro di Bion è stato ripreso con forza e ripensato in certi aspetti teorico/clinici, da Antonino Ferro, in diversi lavori di approfondimento impregnati di teoria bioniana.

Per approfondire.

Ps questo post compare su Comunità Psichiatriche Torino: IL BLOG


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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3 August 2021

“I fondamenti emotivi della personalità”, JAAK PANKSEPP: TAKEAWAYS E RECENSIONE

di Raffaele Avico

In questa recensione podcast abbiamo visto i principali “takeaways” del libro di Panksepp e altri “I fondamenti emotivi della personalità“, del 2017.

Panksepp ci aiuta a comprendere come funziona le mente, la sua logica gerarchica di funzionamento, aiutandoci a formulare interpretazioni più corrette a riguardo del tema “stress post traumatico”.

Panksepp, autore visionario e ricercatore entusiasta, si spese per gettare una luce “etologica”, “animale” sulla mente dell’uomo, a partire dal suo libro più importante, “Archeologia della mente“.

Abbiamo qui scritto un’introduzione al lavoro dello psicologo estone.

Buon ascolto!


https://www.spreaker.com/user/psychiatryonlinepodcast/patreon-novembre-2020

Article by admin / Generale

8 July 2021

RECENSIONE PER PUNTI DI “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE”

di Raffaele Avico

Una recensione podcast, per punti del libro La guida alla Teoria Polivagale di Stephen Porges.

Alcuni punti trattati:

  • la differenze tra neurocezione e interocezione
  • la sicurezza nei setting terapeutici
  • la gerarchia della sicurezza
  • il paradosso del vago 
  • la neurocezione usata come spunto per cambiare le caratteristiche del setting (rimozione dei suoni a bassa frequenza) 
  • il safe and sound protocol
  • il “preambolo dell’attaccamento”
  • l’importanza del gioco
  • l’avversione al gusto come apprendimento a prova singola, il trauma come apprendimento a prova singola
  • differenza tra sintomi sopra e sottodiaframmatici (diagnosi differenziale)
  • l’uso degli animali per il trattamento del trauma (co-regolazione reciproca come imperativo biologico)

Buon ascolto!


https://www.spreaker.com/user/psychiatryonlinepodcast/giugno-2020

Article by admin / Generale

24 March 2021

SVILUPPARE IL PENSIERO LATERALE (EDWARD DE BONO) – RECENSIONE

di Raffaele Avico

Edward De Bono, psicologo maltese, da anni lavora in ambito di psicologia individuale e del lavoro promuovendo il concetto di “pensiero laterale”, che ritiene utilissimo per favorire il problem solving, il momento cioè di “risoluzione di un problema”, in qualunque forma o ambito questo si presenti.

I suoi concetti e suoi lavori vengono spesso usati in ambito di strategia aziendale, per risolvere problemi gestionali o immaginare nuove forme e prassi di lavoro, più creative.

Nel suo “Il pensiero laterale”, uscito nel 1969, lo psicologo pone le basi per una corrente della psicologia del lavoro che si struttura intorno al concetto di “pensiero laterale”, appunto, intendendo questo modo di pensare come opposto al tipo di pensiero che Bono invece definisce “verticale”.

In linea con questo, De Bono parla di due tipologie di persone, i “lateralisti” (che usano in prevalenza il pensiero laterale, appunto) e i “verticalisti”, più inclini a usare forme canoniche di pensiero, rigorose e logiche.

De Bono intendeva in questo libro presentare al mondo i suoi studi a riguardo delle modalità “laterali” di affrontare un determinato problema, ovvero cercando di usare un pensiero pre-logico che procede non in modo sequenziale, ma effettuando scarti laterali e balzi in avanti.

Dal suo punto di vista, occorreva che le persone imparassero a famigliarizzare con questo modo di pensare, e per farlo scrisse l’intero libro usando una struttura originale: non si tratta infatti di un libro solamente teorico, ma di un vero manuale esperienziale che ci introduce al pensiero laterale guidandoci attraverso esperimenti e giochi psicologici.

Nei primi capitoli, infatti (il libro è molto corto), De Bono illustra come una figura geometrica complessa possa essere suddivisa in più figure di minore misura, arrivando a scomporla in più parti uguali. Procedendo, l’autore critica la sua stessa metodologia, affermando che usare l’unità di misura con cui ha scomposto l’immagine iniziale, è stata un’operazione totalmente arbitraria: riprocede a scomporre la figura quindi usando un’altra unità di misura di forma differente.

In questo modo, De Bono ci vuole insegnare che spesso usiamo forme pre-costituite e comode per inquadrare un problema complesso: ci invita quindi a rivedere le nostre stesse idee “dominanti”, dopo averle isolate.

Il primo passo per sviluppare famigliarità con il pensiero laterale, è infatti quello di isolare e combattere le ricorrenze e le idee forti, che rischiano di farci perdere preziose occasioni creative.

FAVORIRE IL PENSIERO LATERALE

Il pensiero laterale, De Bono spiega, vuole spazio e mancanza di forma per potersi esprimere.

Deve quindi trovare il giusto spazio di incubazione, al di là delle regole strette delle scadenze e del linguaggio stesso. Su questo punto l’autore sottolinea che spesso il nominare un’idea, o una cosa, la ferma, fissandola, nel tempo. Questo a un “lateralista” non deve accadere. Accedere al pensiero laterale richiede passività e attenzione insieme. Occorre rimanere in attesa con occhio vigile, permanendo nel “vuoto” (assenza di forma), fino a che qualcosa accada. Un po’ come quando si pesca.

In questo modo, De Bono specifica, si otterranno spunti di riflessione che consentiranno alla mente di vedere la stessa cosa con occhio differente (come succede per l’umorismo, quando una stessa scena viene improvvisamente illuminata da una luce diversa) e trovando nuovi spunti creativi.

SAPERE ATTENDERE L’EMERGERE DI UNA NUOVA PROSPETTIVA

Continuando nella sua apologia del caos (e degli spunti che da esso arrivano alla mente), De Bono compie innumerevoli esempi di scoperte scientifiche fatte in modo totalmente casuale, oppure non voluto, magari facendo esperimenti a riguardo di qualcos’altro. In questo modo vennero scoperti molteplici effetti di farmaci, o comportamenti biologici che diedero l’impulso a importanti scoperte scientifiche.

Questo ci dimostra che per fare affiorare nuovi pattern di pensiero, occorre predisporsi ad ascoltare ed attendere che, dal caos, emerga una nuova prospettiva.

L’autore chiarisce con un esempio: pensare in modo verticale equivale ad attaccare, una dopo l’altra, un certo numero di graffette, fino a farne una catena. Pensare in modo laterale, al contrario, vuol dire aprire leggermente ognuna di quelle graffette, metterle in una bacinella e scuoterla fino a che, dal caos, non emergano nuove forme di legame.

VERTICALE E LATERALE INSIEME

De Bono invita il lettore, infine, a sganciarsi dall’idea che le buone scoperte debbano essere figlie di rigidità e precisione, spingendolo ad addentrarsi nel territorio sconosciuto (oggi più che mai) dell’attesa, della pazienza e dell’osservazione del caos interiore, assicurandoci che da questa attesa verranno risultati migliori. Le nuove forme, frutto del pensiero laterale, potranno poi essere realizzate e organizzate, secondariamente, da un’attitudine più “verticale”: per questo De Bono conclude il suo lavoro ragionando sulla necessità che sui luoghi di lavorano debbano essere presenti entrambe le modalità (laterale e verticale), l’una necessaria perchè complementare all’altra.

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15 September 2020

IL MODELLO TRIESTINO, UN’ECCELLENZA ITALIANA. Intervista a Maria Grazia Cogliati Dezza e recensione del docufilm “La città che cura”

di Raffaele Avico, Gianluca D’Amico


INTRODUZIONE

Basaglia diceva che è necessario, in qualsiasi opera di cambiamento sociale, essere dei buoni inventori e dei buoni narratori. Si tratta dell’annosa questione della relazione tra teoria e pratica. È sufficiente ragionare e ragionare insieme per cambiare la realtà oppure è sufficiente tuffarcisi dentro alla realtà per cambiare, per sentirne la puzza, per attraversarne le contraddizioni?

È chiaro come entrambi i momenti siano strettamente necessari, ma la questione di fondo è come decliniamo il rapporto tra questi due momenti. Basaglia, nella sue due anime da grande psicopatologo e da grande distruttore di vecchie istituzioni e di inventore di nuove istituzioni (costruite con l’intenzione di distruggerle all’infinito per crearne sempre di nuove), ci insegna che il nostro fine di operatori della salute mentale non è tanto quello di vincere e quindi di raggiungere un determinato obbiettivo che ci eravamo prefissi a scapito di altri che la pensano diversamente da noi, ma piuttosto è quello di convincere: di dimostrare che un altro modo di stare con l’Altro è possibile, che possiamo inventarci altri modi di costruire la salute delle persone, con le persone.

Aprire le pratiche e la teoria a possibilità diverse, fare un passo indietro e di lato rispetto al si-fa-così-perchè-si-è-sempre-fatto-così; fare epochè, che semplicemente significa mettersi in discussione, farsi travolgere, di fronte all’Altro, dal dubbio, farci assediare dal nostro balbettio, prendere distanze e tempo al fine di costruire, sempre con l’altro, un modo diverso di fare salute.

Dicevamo, non ci interessa il fine, non ci interessa raggiungere uno standard migliore (qualsiasi cosa significhi) nei nostri servizi di salute mentale; da qui il mio personale dubbio sull’utilizzo del termine “modello”. Nella mia testa un modello (seppur in scienza e coscienza) ha le caratteristiche della completezza e della compiutezza ed è per questo che mi restituisce un’idea di staticità.

Esiste un modello triestino? Le Microaree rappresentano il modello triestino? Non lo so e pare (per fortuna) che nemmeno chi ci lavora abbia le risposte a quelle domande.

Mi pare, al netto dell’ambiguità del termine “modello”, che le Microaree abitino a pieno le contraddizioni del territorio triestino e che non si siano fatte travolgere (questo lo intuisco dalle parole degli operatori) dalla smania di dover tutto codificare, tutto matematizzare e tutto staticizzare. Mi pare che il progetto delle Microaree incarni quello spirito di eterna innovazione e invenzione che portò ad una legge stupenda che è la legge 180 del 1978; mi pare che gli operatori che hanno inventato e ragionato queste istituzioni oscillino elegantemente e con consapevolezza tra il desiderio di reinventare e reinventarsi continuamente e il desiderio (il pericolo) di aver raggiunto, una volta per tutte, il modo migliore per fare salute mentale -un modello appunto. (G.D.)


LE MICROAREE: INTERVISTA A MARIAGRAZIA COGLIATI DEZZA

Con i colleghi e amici di Psicologia fenomenologica abbiamo voluto approfondire il modello triestino (cosa lo differenzia dal restante territorio italiano, in termini di presa in carico di persone in difficoltà -e in particolare utenti psichiatrici?).

Il nostro podcast ha l’obiettivo di creare dei confronti tra modelli di gestione e presa in carico, tra paesi diversi (Italia vs Belgio, per esempio, o Italia vs Svizzera). In questo caso abbiamo fatto un’eccezione, decidendo di addentrarci meglio nel lavoro dell’area di Trieste.

A questo fine abbiamo intervistato Maria Grazia Cogliati Dezza, psichiatra, curatrice del libro La città che cura, che abbiamo qui recensito, ex dirigente dell’azienda sanitaria triestina e promotrice del progetto Microaree, su cui l’intervista si è focalizzata.

Le microaree sono una realtà unica in Italia: nascono nel 2004/2005, in ragione della necessità di copertura sociosanitaria di alcune zone della città di Trieste altamente sofferenti e segnate da profonde diseguaglianze interne. Come si ascolta nell’intervista, le microaree nacquero dal convergere degli intenti di 3 enti territoriali, uniti in nome di una medicina (più) territoriale:

  1. azienda sanitaria locale
  2. comune di Trieste
  3. ATER di Trieste (ente per l’assegnazione delle case popolari della città)

..con dieci obiettivi iniziali:

  1. Realizzare il massimo di conoscenza sui problemi di salute delle persone residenti nelle Microaree.
  2. Ottimizzare gli interventi per la permanenza nel proprio domicilio ove ottenere tutta l’assistenza necessaria (e contrastare l’istituzionalizzazione)
  3. Elevare l’appropriatezza nell’uso di farmaci.
  4. Elevare l’appropriatezza per prestazioni diagnostiche.
  5. Elevare l’appropriatezza per prestazioni terapeutiche (curative e riabilitative).
  6. Promuovere iniziative di auto-aiuto ed etero-aiuto da parte di non professionali (costruire comunità).
  7. Promuovere la collaborazione di enti, associazioni e organismi profit e no profit per elevare il ben-essere della popolazione di riferimento (mappatura e sviluppo).
  8. Realizzare un ottimale coordinamento fra servizi diversi che agiscono sullo stesso individuo singolo o sulla famiglia.
  9. Promuovere equità nell’accesso alle prestazioni (più qualità per cittadini più vulnerabili).
  10. Elevare il livello di qualità della vita quotidiana di persone a più alta fragilità (per una vita attiva ed indipendente).

Per dare forma al progetto, nato nell’idea iniziale di sviluppare comunità, vennero create delle sedi dedicate (portierati sociali) coordinate da un referente dissociato dell’azienda sanitaria (spesso un infermiere), che sarebbero state frequentate in seguito da utenti di varia estrazione (ex tossicodipendenti, utenti psichiatrici, utenti “sociali”, anziani del luogo, bambini) ma strettamente legati al luogo.

Ogni microarea, infatti (allo stato attuale ne esistono 17), risponde a un bacino di cittadini specifico: la sua giurisdizione, o la sua copertura, si rivolge a un numero limitato di persone, che abitano quella parte di città.

Qui l’intervista:


IL DOCUMENTARIO “LA CITTÁ CHE CURA”

Già qui avevamo scritto a proposito del libro la città che cura, a proposito del concetto di microaree di Trieste.

Il film/documentario che su quel libro è stato costruito e diffuso, la cui regia è di Erika Rossi, intreccia due filoni narrativi distinti: l’attività di Monica (operatrice di una microarea di Trieste) sul territorio, impegnata a seguire diversi soggetti colpiti da diverse problematiche tali da necessitare un monitoraggio continuo fatto in modo domiciliare, e lo svolgersi di un’equipe di lavoro proprio tra operatori delle microaree, che discutono a proposito del loro stesso lavoro.

Va chiarito che il modello per microaree è unico in tutta Europa, come specificato a fine film, se non del mondo. Il modello triestino è per questo riconosciuto a livello internazionale come “punta di diamante” tra i modelli psichiatrici diffusi, che in Italia diremmo ispirati al lavoro di Basaglia verso una psichiatria maggiormente democratica.

Vediamo per punti quali sono gli aspetti salienti del modello triestino e cosa emerge dalla visione del film:

  • il lavoro di Monica non è solo quello di presiedere e aprire il portierato sociale (o microarea) del quartiere in cui lavora a Trieste: il suo lavoro è un lavoro domiciliare in senso reale, con visite fatte quotidianamente a casa di pazienti in carico a diversi servizi (dai CSM ai Sert) che in altro modo non sarebbero stati tenuti in carico, probabilmente destinati a “scomparire” agli occhi dei servizi
  • quello che si osserva è un luogo, quello della microarea, in cui convergono diversi tipi di utenti di provenienza differente: è quindi, la microarea, un luogo ibrido e aperto a persone anziane e magari sole, ex tossicodipendenti, pazienti psichiatrici, bambini
  • la microarea, come questa intervista fatta a Roberta Balestra (ex dirigente SerD Trieste) per il nostro podcast ben chiarisce, è un luogo di ascolto, un luogo di ricezione dei bisogni del quartiere, un anello tra il territorio e l’ASL, destinato a introdursi in modo capillare nelle pieghe di un tessuto sociale complesso come quello dei quartieri difficili di Trieste. La     microarea si costituisce in questo modo come l’ultimo passaggio di una filiera sanitaria, una catena di servizi che va dall’ospedale all’abitazione di un potenziale utente;
  • viene evidenziato in un passaggio del film, durante la riunione di equipe tra operatori delle microaree, come il modello stesso spesso sia difficilmente sintetizzabile, rappresentabile e narrabile. Di fatto, al momento, è un modello non conosciuto e soprattutto poco riconosciuto, a rischio di essere, come sottolinea un operatore ripreso nel film, “inchiodato” da statistiche e numeri in grado di, così, farlo “morire”. Si tratta di un modello che fornisce assistenza particolareggiata e presenza costante degli operatori in quartieri e zone che altrimenti non sarebbero raggiunti dai servizi territoriali.
  • L’operatore (lo si osserva dal lavoro di Monica nel film) si costituisce come figura ibrida, ausiliaria del soggetto, in grado di aiutare il paziente su più livelli, un po’ come fa un operatore di comunità residenziale, ma sul territorio; di fatto le ASL erogano anche altrove, non solo a Trieste, assistenza domiciliare: la differenza del modello triestino è appunto la presenza di luoghi in cui gli stessi bisogni vengono meglio intercettati e presi in carico in modo più puntuale

Quali sono dunque i punti di forza del modello triestino?

Abbiamo attraverso il Podcast de Il Foglio Psichiatrico iniziato un lavoro di raffronto dialettico tra modelli di presa in carico psichiatrica in paesi diversi. Per ora, abbiamo intervistato psichiatri provenienti da contesti molto diversi (Belgio, USA, Svizzera): il nostro obiettivo è valutare il modello italiano in confronto con i modelli stranieri, per capirne le caratteristiche e le aree di miglioramento.

Quello che sembra emergere è una sostanziale sovrapposizione per quanto riguarda ciò che avviene all’interno degli ospedali: qui, si lavora, bene o male, allineati su linee guida generali e senza  differenze sostanziali. La differenza, così sembra, la fa il territorio, quello che avviene nel momento in cui un paziente venga dimesso dall’ospedale e ritorni a casa, le modalità insomma del suo inserimento.

Troviamo qui molteplici differenze, a seconda del grado di territorializzazione della presa in carico psichiatrica di un determinato soggetto.

Il modello triestino non si limita in questo senso a predisporre un certo numero di colloqui, per esempio, di psicoterapia, da effettuare da parte del paziente quando questi sia tornato a casa, per un certo periodo, così da monitorare la situazione ed effettuare costanti follow-up.

Qui l’idea (e da qui il titolo del film documentario, La città che cura) è costruire un apparato infrastrutturale pervasivo, realmente presente, realmente supportivo, al fianco delle persone, restituendo così l’individuo alla sua comunità, nell’idea di una più utile domiciliarizzazione dei servizi.

Un aspetto che emerge dall’intervista a Maria Grazia Cogliati Dezza, è la volontà da parte dei promotori del progetto di mettere insieme una filiera di servizi “forte”, che riuscisse a produrre un miglior livello di assistenza sul territorio per pazienti psichiatrici, così limitando le cronicizzazioni (quello che chiamamiamo lungodegenze, spesso inevitabili -pi che altro per mancanza di alternative); la forza di questi stessi servizi, Cogliati Dezza sottolinea, consta di un’attenzione particolare ai luoghi stessi in cui questi servizi vengono erogati (con sedi “dignitose”), una maggiore copertura in termini di orario (ricordiamo che a Trieste i CSM sono aperti 7 giorni su 7 e contengono posti letto per effettuare ricoveri brevi -fino a 7 giorni), un generale ripensamento dell’idea di “fare salute” mettendo al centro il paziente nel “suo” ambiente.

Anche per questo, il modello triestino può essere annoverato tra gli strumenti reificati, tra le idee “messe a terra” a partire dall’impulso teorico di Basaglia, insieme ad altre buone pratiche come il reinserimento eterofamiliare assistito (IESA), qui descritto, presente invece in tutta Italia.


Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA.

 

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23 May 2026

TAKEAWAYS DA: “Evolution and Posttraumatic Stress: Disorders of Vigilance and Defence” di Chris Cantor, 2005

di Raffaele Avico

Di seguito pubblichiamo una recensione di un libro di qualche anno fa (2005) di Chris Cantor, “Evolution and Posttraumatic Stress: Disorders of Vigilance and Defence“, fatta fare alla macchina a partire dal pdf originale (da Anna’s Archive, scaricabile qui).
La visione del PTSD che ne emerge, è in linea con il lavoro di approfondimento sul trauma che negli ultimi anni ho fatto a riguardo delle conseguenze del trauma, e che ho riassunto in un primo breve libro nel 2020 (PTSD: che fare?), e poi riproposto raccogliendo diversi articoli in “Le conseguenze del trauma psicologico” (2025). Niente di realmente nuovo, ma interessante se pensato calato nel contesto dell’epoca: il PTSD è un cronicizzarsi di uno stato di allarme mosso da risposte paleospicologiche, rispondenti a imperativi biologici, un disturbo che riguarda l’estinzione della paura e il “non poter dimenticare” il trauma. In ultima analisi una forma di apprendimento che imprigiona il corpo in stereotipie e reazioni automatiche, pensieri circolari riguardanti lo stimolo minacciante, difficili da “dissipare”. Il pensiero di un paziente post-traumatico viene deformato dallo stato di allarme protratto che il suo corpo vive a seguito del trauma. Questo ha spinto negli ultimi anni gli psicotraumatologi a occuparsi del corpo dei pazienti traumatizzati, come se limitarsi al pensiero sembrasse non sufficiente, una visione psicoterapica -quella “top-down”-da integrare ad approcci maggiormente bottom-up.
Chris Cantor ne parlava nel 2005, circa 10 anni prima del fondamentale “Il corpo accusa il colpo”.
Questo libro viene citato da Giovanni Liotti parlando di trauma nella lezione che abbiamo da poco pubblicato, per ora è reperibile solo in inglese.

Cantor è uno psichiatra formatosi in Inghilterra e poi in Australia: si definisce autore del “primo libro sul PTSD in chiave evoluzionistica” cosa che “rende il disturbo più comprensibile”. Il che è perfettamente vero: tra i vari disturbi, il concetto di PTSD raccoglie meglio l’eredità teorica di Darwin.
Sempre nell’intervista prima citata, Liotti osseva come Bowlby, ricordato per aver dato vita alla teoria dell’attaccamento, sul finire della sua carriera scrisse una biografia di Darwin, che qualcuno si è pure preso la briga di tradurre in italiano – cosa che chiude il cerchio, e ci ricorda ancora una volta di come Liotti tentasse di “tenere in sè” tutto questo, cercandone un’integrazione coerente. (R.A)


Sintesi estesa di Evolution and Posttraumatic Stress: Disorders of Vigilance and Defence — Chris Cantor

Il libro di Chris Cantor propone una rilettura evoluzionistica del PTSD: non soltanto come “disturbo” in senso clinico, ma come iperattivazione di sistemi difensivi antichi, selezionati nel corso dell’evoluzione perché utili alla sopravvivenza in contesti di predazione, aggressione, cattività, dominanza sociale e minaccia estrema. L’idea centrale è che molti sintomi apparentemente “irrazionali” del PTSD — ipervigilanza, evitamento, fuga, irritabilità, freezing, numbing, sottomissione, dissociazione — possano essere compresi come strategie difensive fuori tempo, fuori contesto o eccessivamente persistenti. Il volume è del 2005, quindi lavora soprattutto con DSM-IV e va letto tenendo conto del suo contesto storico-diagnostico.

1. Tesi centrale del libro

Cantor parte da una domanda molto semplice: se il PTSD è così invalidante, perché i meccanismi che lo producono esistono? La risposta non è che il PTSD “serve” in modo diretto, ma che i suoi sintomi derivano da sistemi difensivi originariamente adattivi.

In termini evolutivi, un organismo che dopo una minaccia estrema:

  • ricorda intensamente il pericolo;
  • evita luoghi o situazioni simili;
  • resta ipervigile;
  • reagisce rapidamente a segnali ambigui;
  • si rifugia;
  • si prepara alla fuga o all’attacco;
  • può congelarsi quando non esiste via di uscita;
  • può sottomettersi a un aggressore dominante se la fuga è impossibile,

ha maggiori probabilità di sopravvivere in ambienti ancestrali. Il problema nasce quando questi sistemi restano attivi in modo cronico, in ambienti moderni dove il pericolo non è più presente o non ha la stessa forma. Cantor definisce quindi il PTSD come un disturbo della vigilanza, della valutazione del rischio e della difesa.

La sua formulazione finale può essere riassunta così: il PTSD è una condizione in cui il soggetto rimane bloccato in una modalità difensiva persistente, dominata da vigilanza, risk assessment e attivazione di sei grandi difese mammaliane: evitamento, fuga/ritiro, difesa aggressiva, appeasement/sottomissione, immobilità attenta e immobilità tonica.

2. Parte I — Introduzione clinica e storica al PTSD

Capitolo 1 — Breve storia del PTSD

Cantor mostra che il PTSD non è un’invenzione recente, anche se come diagnosi ufficiale compare solo nel 1980 con il DSM-III. Prima di allora, fenomeni molto simili erano descritti con molti nomi diversi: railway spine, shell shock, war neurosis, battle fatigue, traumatic neurosis, soldier’s heart. L’autore insiste su tre aspetti: la storia del PTSD è lunga, perché esperienze traumatiche simili sono descritte da secoli; è breve, perché il riconoscimento diagnostico è recente; ed è confusa, perché trauma, isteria, depressione, dolore, perdita, codardia morale e vulnerabilità individuale sono stati spesso mescolati.

Un punto importante è il ruolo delle guerre. La Prima guerra mondiale produce un’enorme massa di soldati con sintomi da trauma psichico. Tuttavia, la risposta istituzionale è spesso ambivalente: da un lato compassione e curiosità clinica, dall’altro sospetto, stigma, accuse di debolezza. La Seconda guerra mondiale e poi il Vietnam consolidano il problema: la psichiatria non può più ignorare che l’esposizione estrema alla minaccia può trasformare profondamente la mente e il corpo.

Cantor critica anche la storia politica della diagnosi. Il PTSD non nasce solo da un avanzamento “puro” della scienza, ma anche da pressioni sociali, militari, politiche e culturali. In particolare, il riconoscimento dei veterani del Vietnam ha contribuito in modo decisivo all’ingresso del PTSD nel DSM-III.

Il capitolo distingue poi due grandi famiglie di reazione: le risposte alla minaccia e le risposte alla perdita. Per Cantor, questa distinzione è fondamentale. Il PTSD appartiene primariamente all’area del pericolo, della paura, della difesa. La depressione, invece, è più legata alla perdita, alla sconfitta, alla deprivazione, alla rottura di legami o status. Naturalmente nella clinica i due piani si sovrappongono, ma confonderli impedisce di capire il nucleo difensivo del PTSD.

Capitolo 2 — Prospettiva clinica sul PTSD

Il secondo capitolo presenta il PTSD come sindrome clinica. Cantor usa il DSM-IV, che organizza i sintomi in tre gruppi principali:

Cluster Significato clinico
Riesperienza ricordi intrusivi, incubi, flashback, distress davanti a stimoli associati al trauma
Evitamento/numbing evitamento di pensieri, luoghi, persone, riduzione dell’interesse, distacco, restrizione affettiva
Iperattivazione insonnia, irritabilità, difficoltà di concentrazione, ipervigilanza, startle esagerato

Cantor però ritiene che questa classificazione sia utile ma insufficiente. Secondo lui, il DSM-IV mescola fenomeni diversi: ad esempio inserisce il numbing dentro l’evitamento, quando invece il numbing può essere una difesa distinta, legata all’analgesia, alla dissociazione o alla sopravvivenza durante fuga e combattimento.

Un trauma, per Cantor, non è semplicemente “stress”. È una situazione in cui il soggetto sperimenta minaccia alla vita, impotenza, perdita di controllo, imprevedibilità, violenza o esposizione a morte, mutilazione, aggressione, tortura, stupro, guerra, disastro o crudeltà intenzionale. L’autore sottolinea inoltre il ruolo della percezione: due persone possono vivere lo stesso evento esterno, ma non attribuirgli lo stesso significato soggettivo. Preparazione, prevedibilità, controllo, esperienza precedente e supporto sociale modificano il rischio di PTSD.

Il capitolo discute poi tre forme importanti:

PTSD complesso

È associato a traumi ripetuti, prolungati, interpersonali, spesso in condizioni di cattività o dipendenza: abuso infantile, violenza domestica, prigionia, tortura, stalking, ostaggi. Cantor lo collega più avanti alla difesa di appeasement, cioè alla pacificazione/sottomissione verso un aggressore dominante da cui non si può fuggire.

PTSD ritardato

L’autore è cauto: molte presentazioni tardive non sono veri esordi ritardati, ma casi in cui i sintomi erano già presenti e vengono riconosciuti solo dopo anni. Nei veterani, ad esempio, può accadere che strategie di controllo emotivo funzionino per decenni e poi cedano.

PTSD sottosoglia

È un punto cruciale del libro. Cantor sostiene che il PTSD non vada pensato solo come categoria “tutto o nulla”. Molte persone sviluppano sintomi post-traumatici senza raggiungere i criteri diagnostici pieni. Questo è importante perché, in chiave evolutiva, i livelli lievi o moderati di ipervigilanza, evitamento e cautela potrebbero essere stati adattivi, mentre le forme estreme diventano patologiche.

Capitolo 3 — Le teorie convenzionali del PTSD

Cantor passa poi in rassegna le teorie dominanti: condizionamento, impotenza appresa, prevedibilità/controllabilità, preparedness, neuroscienze, memoria e information processing.

Condizionamento e apprendimento

Le teorie dell’apprendimento spiegano bene molti aspetti del PTSD: uno stimolo neutro associato al trauma può diventare minaccioso; l’evitamento riduce l’ansia a breve termine e quindi si rinforza; gli stimoli simili al trauma generalizzano la risposta di paura.

Ma Cantor ritiene insufficienti le versioni troppo semplici del condizionamento. Il PTSD non è una fobia semplice. Include irritabilità, aggressività, ipervigilanza costante, numbing, dissociazione, vergogna, sottomissione, perdita di fiducia, alterazione della visione del mondo. Serve quindi un modello più ampio.

Controllabilità e prevedibilità

Un punto forte del capitolo è l’idea che gli eventi incontrollabili e imprevedibili siano più traumatici. L’organismo soffre di più quando non può prevedere né modificare ciò che accade. Questo spiega perché torture, prigionia, aggressioni improvvise o minacce arbitrarie siano così devastanti.

Preparedness

Cantor recupera il concetto di preparedness: alcuni apprendimenti di paura sono biologicamente preparati, cioè più facili da acquisire e più difficili da estinguere. Paura dei serpenti, dei predatori, delle altezze, della cattività, della minaccia sociale o dell’aggressione possono poggiare su sistemi evolutivamente antichi.

Questo è decisivo per spiegare perché anche traumi moderni — incidenti d’auto, aerei, terrorismo, esplosioni — possano attivare paure arcaiche: caduta, intrappolamento, predazione, smembramento, inseguimento, impotenza davanti a una forza superiore.

Neuroscienze e cervello “triuno”

Cantor usa il modello del cervello rettiliano, paleomammaliano e neomammaliano non come verità anatomica rigida, ma come metafora utile: molte risposte traumatiche non nascono dalla deliberazione cosciente, ma da circuiti antichi, rapidi, automatici. L’amigdala, l’ippocampo, l’asse HPA, i sistemi noradrenergici, la memoria implicita e le reti di allarme sono coinvolti nella risposta post-traumatica.

Il punto teorico più importante è che i sintomi non sono solo “malfunzionamenti”: possono essere letti come tentativi del sistema nervoso di prioritizzare la sopravvivenza. La memoria traumatica, ad esempio, non è soltanto un ricordo disturbante: è anche un sistema che impedisce di dimenticare ciò che potrebbe uccidere.

3. Parte II — Evoluzione e disturbi post-traumatici

Capitolo 4 — Evoluzione dei comportamenti difensivi umani

La seconda parte è il cuore originale del libro. Cantor ricostruisce l’evoluzione delle difese partendo dagli organismi più antichi. La predazione è vista come una delle principali forze selettive della vita. Gli organismi devono nutrirsi, riprodursi e difendersi. Senza difesa non c’è sopravvivenza.

Cantor mostra che molte difese umane hanno radici antichissime:

  • il ritiro;
  • l’immobilità;
  • la fuga verso un rifugio;
  • la riduzione del movimento per non essere visti;
  • l’allarme rapido;
  • la vigilanza;
  • la scelta del gruppo;
  • l’uso di segnali aggressivi;
  • la sottomissione verso dominanti;
  • l’analgesia da stress.

Un concetto importante è quello di predator-sensitive foraging: gli animali devono bilanciare due bisogni opposti, mangiare e non essere mangiati. Troppa vigilanza impedisce di nutrirsi; troppo poca vigilanza espone al pericolo. La vita è quindi un continuo calcolo costi-benefici. Cantor applica questa logica al PTSD: chi ha vissuto un trauma può spostare drasticamente la soglia verso la sicurezza, sacrificando esplorazione, socialità, lavoro, piacere, autonomia.

Il capitolo discute poi primati e ominidi. Gli esseri umani non discendono da predatori invincibili: per larga parte della storia evolutiva siamo stati anche prede, scavenger, animali vulnerabili, lenti rispetto ai grandi carnivori. Il gruppo, i legami di fiducia, il rifugio, la cooperazione e la vigilanza hanno avuto quindi enorme valore adattivo.

Capitolo 5 — Difesa in overdrive: teoria evoluzionistica del PTSD

Qui Cantor formula esplicitamente la propria teoria.

La riesperienza traumatica viene interpretata come memoria difensiva ad alta priorità. L’organismo continua a riproporre immagini, sogni, sensazioni e flashback perché il trauma non deve essere dimenticato. In un ambiente ancestrale, dimenticare un pericolo mortale sarebbe stato disastroso.

L’iperarousal viene reinterpretato come ipervigilanza. Non è solo attivazione fisiologica: è uno stato di sorveglianza, scansione dell’ambiente, prontezza difensiva. Il soggetto cerca minacce anche dove non ce ne sono, ma dal punto di vista evolutivo l’errore “meglio falso allarme che morte” è comprensibile.

L’evitamento viene distinto da fenomeni che il DSM tendeva a sovrapporre:

  • evitamento vero e proprio: non andare dove potrebbe esserci pericolo;
  • fuga: allontanarsi quando il pericolo sembra già presente;
  • rifugio: ritirarsi in un luogo sicuro;
  • numbing: spegnere dolore o affetti per poter sopravvivere;
  • immobilità: congelarsi per valutare o perché non si può fare altro.

Cantor sostiene che il PTSD probabilmente usa circuiti difensivi già esistenti, non circuiti “inventati” dalla patologia. Questo spiega perché sia plausibile cercare analogie in altre specie. Inoltre, l’autore insiste sulla dimensionalità: il PTSD pieno è l’estremo di un continuum, mentre forme più lievi di cautela post-traumatica possono essere state adattive.

La conclusione del capitolo è una delle più chiare del libro: il PTSD è un disturbo della difesa, probabilmente basato su neurocircuiti antichi, potenzialmente presente anche in altre specie, adattivo in alcuni contesti e maladattivo in altri.

Capitolo 6 — Vigilanza, evitamento e immobilità attenta

Cantor organizza le difese in una sorta di sequenza “zonale”, cioè dipendente dalla distanza dalla minaccia.

Distanza / situazione Difesa prevalente
Pericolo possibile ma lontano vigilanza, evitamento
Pericolo vicino fuga, ritiro, rifugio
Fuga difficile difesa aggressiva
Aggressore dominante da cui non si può fuggire appeasement
Minaccia estrema, contatto, intrappolamento immobilità tonica

La vigilanza è il filo conduttore di tutte le difese. Non è solo un sintomo: è una funzione biologica. Serve a monitorare l’ambiente, valutare il rischio e scegliere la strategia difensiva. Nel PTSD questa funzione diventa eccessiva e generalizzata.

L’evitamento è la prima difesa perché costa meno della fuga o del combattimento. Non esporsi al rischio è più economico che dover scappare o lottare. In clinica questo aiuta a capire perché il paziente eviti supermercati, mezzi pubblici, strade, notizie, persone o situazioni apparentemente innocue.

L’immobilità attenta è diversa dall’immobilità tonica. È il freezing momentaneo dell’animale che sente un rumore e si blocca per capire. È uno stato di vigilanza estrema, transitorio, che prepara a una decisione: riprendere l’attività, fuggire, attaccare o sottomettersi.

Cantor suggerisce anche linee di ricerca molto speculative, ad esempio studiare eye movements, scansione visiva e pattern di vigilanza nei pazienti con PTSD. L’idea è che la vigilanza possa diventare non solo un sintomo riferito, ma anche un fenomeno osservabile.

Capitolo 7 — Ritiro, difesa aggressiva e numbing

Questo capitolo approfondisce tre difese centrali.

Ritiro e rifugio

Cantor distingue tra evitare e fuggire. Il paziente può evitare il supermercato; se costretto a entrarci, può fuggire. La fuga implica che il pericolo sia sentito come già presente. Il rifugio, invece, è il ritorno a un luogo sicuro: casa, stanza, famiglia, partner, gruppo ristretto.

Questa parte è clinicamente molto interessante. Cantor interpreta alcune forme di isolamento non solo come “evitamento sociale”, ma come refuging: il soggetto cerca un santuario. Chiudere porte e finestre, sedersi con le spalle al muro, non uscire da solo, voler restare vicino a familiari fidati possono essere lette come strategie difensive antiche.

Difesa aggressiva

L’irritabilità nel PTSD non è un dettaglio secondario. Cantor la considera una forma di difesa aggressiva. Non coincide necessariamente con l’attacco fisico: spesso è segnale, postura, minaccia, irritabilità, reazione sproporzionata. In molte specie, il segnale aggressivo serve proprio a evitare lo scontro reale.

Questo spiega perché la rabbia sia così importante per differenziare il PTSD da una fobia semplice. Il paziente traumatizzato non si limita ad avere paura: può sentirsi costantemente pronto a difendersi.

Numbing

Il numbing è interpretato come difesa fisiologica. In condizioni di fuga o lotta, percepire troppo dolore può essere svantaggioso. L’analgesia da stress permette di continuare a correre o combattere anche se feriti. In forma cronica, però, questo spegnimento diventa distacco emotivo, appiattimento, anestesia affettiva, dissociazione, difficoltà a sentire piacere o dolore psicologico.

Capitolo 8 — Il paradosso dell’appeasement

Uno dei contributi più originali del libro è l’attenzione all’appeasement, cioè alle strategie di pacificazione, sottomissione, conciliazione e compiacenza verso un aggressore dominante.

Cantor sostiene che la psichiatria abbia trascurato questo fenomeno. Eppure è fondamentale per capire molti traumi interpersonali: ostaggi, prigionieri, partner maltrattati, bambini abusati, vittime di stalking, prigionieri di guerra.

L’appeasement non serve contro un predatore esterno: serve soprattutto nei rapporti con membri della stessa specie, quando la fuga è impossibile e l’aggressore è più forte. Il messaggio implicito è: “non sono una minaccia, non attaccarmi, posso compiacerti, posso adattarmi a te”.

Qui Cantor rilegge anche la sindrome di Stoccolma. Il legame positivo verso il sequestratore non viene visto solo come bizzarria psicologica, ma come possibile strategia di sopravvivenza: se l’aggressore sviluppa sentimenti meno ostili verso la vittima, la probabilità di sopravvivere aumenta.

Il capitolo collega l’appeasement al PTSD complesso. Nei traumi prolungati e di cattività, la vittima non può semplicemente evitare o fuggire. Deve vivere dentro il sistema traumatico. Per questo può sviluppare sottomissione, vergogna, identificazione con l’aggressore, colpa, dipendenza, perdita di agency, vulnerabilità a nuove vittimizzazioni.

Questa è una parte molto utile clinicamente, perché permette di non leggere certe risposte come “collusione”, “masochismo” o “debolezza”, ma come strategie difensive nate in condizioni impossibili.

Capitolo 9 — Immobilità tonica: l’ultima difesa

L’immobilità tonica è la difesa estrema: quando non è possibile evitare, fuggire, combattere o sottomettersi efficacemente, l’organismo può bloccarsi. È una paralisi motoria temporanea in presenza di minaccia estrema, contatto fisico, intrappolamento o impossibilità di scampo.

Cantor distingue nettamente immobilità attenta e immobilità tonica:

Immobilità attenta Immobilità tonica
freezing vigile paralisi estrema
serve a valutare il rischio compare quando non ci sono vie d’uscita
può precedere fuga o attacco è ultima risorsa
stato attivo di monitoraggio stato di inibizione motoria profonda

L’autore la collega a esperienze riferite da vittime di stupro o aggressione: “ero paralizzata”, “non riuscivo a muovermi”, “ero cosciente ma bloccata”. Cantor sottolinea che non ogni mancata resistenza è immobilità tonica: può essere anche valutazione del rischio, appeasement o scelta consapevole di sopravvivenza. Però quando l’immobilità continua anche dopo la fine della minaccia, l’ipotesi dell’immobilità tonica diventa più plausibile.

Cantor propone anche un legame tra immobilità tonica e alcune forme di dissociazione. La soggettività può restare cosciente, ma il corpo non risponde. Questo aiuta a comprendere certe reazioni traumatiche che storicamente venivano classificate come isteriche o conversioni.

Capitolo 10 — Switching agonico, preparedness e pattern psicobiologici

L’ultimo capitolo teorico cerca di rispondere alla domanda classica: perché alcune persone sviluppano PTSD e altre no?

Cantor propone più fattori:

  • genetica;
  • storia di vita;
  • traumi precedenti;
  • percezione soggettiva;
  • prevedibilità;
  • controllabilità;
  • supporto sociale;
  • contesto della minaccia;
  • tipo di aggressore;
  • possibilità o impossibilità di fuga;
  • significato archetipico dell’evento;
  • disponibilità di strategie difensive.

Uno dei concetti principali è il passaggio da modalità edonica a modalità agonica. La modalità edonica è quella della socialità, esplorazione, legame, gioco, cooperazione, vita ordinaria. La modalità agonica è quella della dominanza, subordinazione, minaccia, controllo, difesa, aggressività e vigilanza.

Nel PTSD, secondo Cantor, il soggetto resta bloccato in una modalità agonica cronica. Non vive più il mondo come spazio di esplorazione, ma come campo minato. Anche la famiglia può diventare teatro di dinamiche agonistiche: irritabilità, controllo, sospetto, bisogno di sicurezza, riduzione della libertà dei familiari.

Cantor recupera poi la preparedness: alcuni stimoli attivano rapidamente risposte difensive perché assomigliano a minacce ancestrali. Anche traumi moderni, come incidenti aerei o automobilistici, possono evocare schemi arcaici: caduta, intrappolamento, predazione, smembramento, impotenza davanti a una forza incontrollabile.

Infine, il PTSD viene interpretato come pattern psicobiologico di risposta: non una reazione generica allo stress, ma una risposta organizzata, modulare, dipendente dal contesto. Per questo Cantor ritiene necessario studiare meglio quali sintomi emergono in quali tipi di trauma. Uno stupro in casa può produrre un profilo diverso da uno stupro fuori casa; la tortura produce risposte diverse da un incidente stradale; la cattività produce più appeasement; il combattimento più ipervigilanza, memoria intrusiva e aggressività.

4. Epilogo — PTSD in altre specie

Cantor chiude con un invito a veterinari, etologi, primatologi e ricercatori animali: se il PTSD nasce da sistemi difensivi evolutivamente antichi, allora fenomeni simili potrebbero essere presenti in altre specie. L’autore non afferma che gli animali abbiano PTSD nello stesso senso umano, ma sostiene che molti segnali — evitamento persistente, ipervigilanza, alterazioni dopo trauma, paura generalizzata, risposte da cattività — meritino ricerca comparativa.

L’epilogo serve anche a rafforzare la tesi generale: comprendere il trauma umano richiede di uscire da una visione esclusivamente cognitiva e linguistica. Molto del trauma è corporeo, automatico, preverbale, difensivo, radicato in sistemi condivisi con altri mammiferi.

5. Implicazioni cliniche principali

1. I sintomi hanno una logica difensiva

Cantor invita a vedere il PTSD non come somma caotica di sintomi, ma come organizzazione difensiva. Il paziente non è “irrazionale”: il suo sistema di difesa sta applicando regole antiche a un mondo attuale.

Questa prospettiva può essere molto utile in terapia perché riduce vergogna e auto-colpevolizzazione. Dire a un paziente che il suo freezing, la sua fuga, la sua rabbia o il suo bisogno di rifugio sono risposte difensive può avere un forte valore normalizzante.

2. La paura va distinta dalla perdita

Non tutto ciò che segue un trauma è PTSD. Alcuni sintomi appartengono alla paura e alla difesa; altri alla perdita, alla vergogna, alla depressione, alla sconfitta, al lutto, al crollo di status. Cantor insiste molto su questa distinzione perché permette formulazioni cliniche più precise.

3. Il contesto traumatico conta

Non basta chiedere “che cosa è successo?”. Bisogna chiedere:

  • quanto era vicina la minaccia?
  • c’era possibilità di fuga?
  • il soggetto era intrappolato?
  • l’aggressore era umano?
  • era un membro della famiglia?
  • c’era tradimento?
  • c’era dominanza?
  • c’era isolamento?
  • c’erano alleati?
  • il pericolo era prevedibile?
  • il soggetto poteva controllare qualcosa?
  • il trauma è stato singolo o ripetuto?

Queste variabili determinano quale difesa si attiva.

4. Il PTSD complesso può essere letto come disturbo dell’appeasement

Questa è forse una delle intuizioni più clinicamente fertili del libro. Nei traumi prolungati interpersonali, la vittima spesso non può usare fuga o lotta. Deve sopravvivere dentro la relazione traumatica. Da qui derivano sottomissione, compiacenza, vergogna, identificazione con l’aggressore, dipendenza, oscillazioni tra paura e bisogno dell’altro.

5. L’esposizione non è solo “estinzione della paura”

Nel modello di Cantor, l’esposizione terapeutica può essere pensata come una ricalibrazione del sistema difensivo: il paziente impara che certi contesti non richiedono più fuga, freezing, aggressività o rifugio. La terapia diventa quindi un lavoro di aggiornamento dei sistemi di vigilanza e risk assessment.

6. Limiti del libro

Il libro è molto originale, ma ha alcuni limiti importanti.

Primo: molte ipotesi sono speculative. Cantor lo riconosce spesso. Il valore del volume sta nel generare nuove domande, non nel fornire prove definitive.

Secondo: il testo è del 2005 e usa DSM-IV. Oggi il quadro diagnostico è cambiato, soprattutto per quanto riguarda trauma complesso, dissociazione, criteri DSM-5 e ICD-11.

Terzo: il linguaggio adattivo va usato con cautela. Dire che una risposta è “adattiva” in senso evolutivo non significa dire che sia buona, desiderabile o utile oggi. Molte risposte post-traumatiche possono essere state adattive in ambienti ancestrali e profondamente invalidanti nella vita contemporanea.

Quarto: il rischio di una lettura troppo biologizzante è presente, anche se Cantor cerca di integrarla con contesto, storia, percezione, cultura e relazioni.

7. Sintesi finale

Il contributo maggiore di Cantor è proporre una cornice unificante: il PTSD come difesa in eccesso, o meglio come sistema difensivo che continua a funzionare dopo che il contesto è cambiato.

La memoria intrusiva serve a non dimenticare.
L’ipervigilanza serve a intercettare il pericolo.
L’evitamento serve a non riesporsi.
La fuga serve a sottrarsi.
Il rifugio serve a proteggersi.
La rabbia serve a segnalare minaccia e tenere lontano l’altro.
Il numbing serve a sopportare dolore e orrore.
L’appeasement serve a sopravvivere al dominante.
L’immobilità attenta serve a valutare rapidamente.
L’immobilità tonica serve quando ogni altra difesa è fallita.

Il PTSD, in questa prospettiva, non è semplicemente un disturbo della memoria o dell’ansia. È un disturbo della vigilanza incarnata, della valutazione del rischio, della selezione delle difese e della persistenza del corpo in uno stato di minaccia. La sua clinica diventa più comprensibile se non la guardiamo solo dal punto di vista della psicopatologia, ma anche da quello dell’etologia, dell’evoluzione, della neurobiologia e della storia relazionale del soggetto.

Vigilanza, difesa e trauma. Una lettura evoluzionistica del PTSD

Sintesi di Evolution and Posttraumatic Stress di Chris Cantor

La domanda di partenza

Se il disturbo post-traumatico da stress è così invalidante, perché i meccanismi che lo producono esistono? È da questa domanda apparentemente semplice che Chris Cantor costruisce, nel suo volume del 2005, una delle proposte teoriche più originali nel panorama della psicologia del trauma. La risposta che offre non è che il PTSD “serva” in modo diretto, ma che i suoi sintomi derivino da sistemi difensivi antichi, selezionati nel corso dell’evoluzione perché utili alla sopravvivenza in contesti di predazione, aggressione, cattività e minaccia estrema.

L’idea centrale è tanto semplice quanto feconda: molti dei fenomeni che la clinica classifica come “irrazionali” — l’ipervigilanza, l’evitamento compulsivo, la fuga, l’irritabilità, il freezing, il numbing, la sottomissione, la dissociazione — possono essere compresi come strategie difensive fuori tempo, fuori contesto, o eccessivamente persistenti. Non errori del sistema nervoso, ma risposte giuste a un pericolo che non c’è più.

Una storia lunga e confusa

Il PTSD come diagnosi ufficiale nasce nel 1980, con il DSM-III, ma la sofferenza che descrive è molto più antica. Cantor ripercorre i nomi che nei secoli le sono stati dati — railway spine, shell shock, war neurosis, battle fatigue, soldier’s heart — e mostra come dietro ogni etichetta si nascondesse una realtà clinica riconoscibile, spesso però oscurata da pregiudizi morali, pressioni istituzionali e ambiguità diagnostiche.

Le grandi guerre del Novecento forzarono la mano: di fronte all’enormità del trauma bellico, la psichiatria non poteva continuare a confondere il crollo post-traumatico con la codardia o con l’isteria. Eppure il riconoscimento ufficiale del PTSD non è stato il frutto di una progressione scientifica lineare: dietro l’ingresso nel DSM-III c’erano anche le pressioni dei veterani del Vietnam, le battaglie culturali e politiche degli anni Settanta, il peso delle vittime che chiedevano riconoscimento.

Cantor distingue poi, con insistenza, due grandi famiglie di reazione post-traumatica. Da un lato le risposte alla minaccia, dominate da paura, vigilanza, difesa. Dall’altro le risposte alla perdita, legate a lutto, sconfitta, rottura di legami, crollo di status. Il PTSD appartiene primariamente al primo dominio. Confondere i due significa perdere di vista il nucleo difensivo del disturbo.

Il sistema difensivo e i suoi livelli

La parte più originale del libro è quella in cui Cantor ricostruisce la logica evoluzionistica delle difese. La predazione è stata, per miliardi di anni, una delle principali forze selettive della vita. Gli organismi che sopravvivevano erano quelli in grado di rilevare il pericolo, rispondervi rapidamente e modulare il comportamento in funzione della minaccia. Da questa pressione evolutiva sono emersi sistemi difensivi che l’essere umano condivide, almeno in parte, con moltissime altre specie.

Cantor organizza queste difese in una sequenza dipendente dalla distanza e dall’intensità del pericolo:

Quando la minaccia è lontana o possibile, l’organismo risponde con vigilanza e evitamento. Quando il pericolo è vicino, si attiva la fuga, seguita dalla ricerca di un rifugio. Se la fuga è difficile, emerge la difesa aggressiva. Se l’aggressore è dominante e la fuga impossibile, subentra l’appeasement, cioè la pacificazione. Quando ogni altra via è preclusa — quando il contatto fisico è già avvenuto, quando l’intrappolamento è totale — l’ultima difesa è l’immobilità tonica: una paralisi profonda, involontaria, che in molte specie può ridurre le probabilità di essere uccisi.

Queste non sono fasi rigide né sequenze obbligate. Sono risorse del repertorio difensivo, attivate in funzione del contesto, della percezione soggettiva e della storia del soggetto.

I sintomi riletti come difese

Nel PTSD, sostiene Cantor, questi sistemi rimangono attivi dopo che il pericolo è cessato. La prospettiva evolutiva permette di rileggere ciascun sintomo come una funzione difensiva persistente.

La riesperienza traumatica — i flashback, gli incubi, i ricordi intrusivi — non è soltanto un malfunzionamento della memoria. È, in una certa misura, una memoria ad alta priorità: il sistema nervoso continua a richiamare il pericolo perché in un ambiente ancestrale dimenticarlo sarebbe stato fatale. L’ipervigilanza è uno stato di sorveglianza continua dell’ambiente, uno scanning costante alla ricerca di segnali di minaccia. L’errore sistematico verso il falso allarme — meglio sbagliare per eccesso che per difetto — ha senso se si vive in un mondo in cui i predatori esistono davvero.

L’evitamento è la difesa più economica: non esporsi al rischio costa meno che dovervi rispondere. Questo aiuta a capire perché pazienti con PTSD evitino situazioni apparentemente innocue — un supermercato, un mezzo pubblico, una strada di notte — che hanno in comune qualche caratteristica formale con il contesto del trauma.

La rabbia e l’irritabilità non sono epifenomeni o complicazioni secondarie: sono forme di difesa aggressiva, segnali che tengono lontano l’altro, risposte pronte a una minaccia che il sistema continua a sentire come imminente.

Il numbing — l’appiattimento affettivo, il distacco, l’anestesia emotiva — viene letto come analgesia da stress: in condizioni di fuga o combattimento, percepire il dolore può essere svantaggioso. Il sistema riduce la segnalazione del dolore per permettere di continuare ad agire. In forma cronica, questa difesa diventa incapacità di sentire, di godere, di connettersi.

Il paradosso dell’appeasement

Uno dei contributi più originali e clinicamente preziosi del libro riguarda l’appeasement. Cantor sostiene che la psichiatria abbia a lungo trascurato questo fenomeno, concentrandosi quasi esclusivamente sulle difese da fuga e da combattimento.

L’appeasement non è una resa passiva. È una strategia attiva di sopravvivenza in condizioni in cui la fuga è impossibile e l’aggressore è più forte. I segnali di pacificazione — la sottomissione posturale, la compiacenza, l’obbedienza, il sorriso — comunicano implicitamente: non sono una minaccia, non c’è ragione di attaccarmi. In molte specie questa strategia riduce davvero la probabilità di essere aggrediti.

Cantor rilegge alla sua luce la cosiddetta sindrome di Stoccolma. Il legame positivo verso il sequestratore non è né bizzarria psicologica né identificazione patologica irrazionale: può essere, almeno in parte, una strategia di sopravvivenza. Se l’ostaggio riesce a diventare una persona agli occhi del sequestratore, le probabilità di essere ucciso diminuiscono.

Ma il contributo più rilevante è clinico. Nei traumi prolungati e interpersonali — abuso infantile, violenza domestica, prigionia, tortura, stalking — la vittima non può semplicemente evitare o fuggire. Deve vivere dentro il sistema traumatico. Da questa condizione derivano la sottomissione, la vergogna, la colpa, l’identificazione con l’aggressore, la dipendenza, la perdita progressiva di agency. Cantor invita a non leggere questi fenomeni come debolezza o collusione, ma come strategie difensive formatesi in condizioni impossibili. È in questa luce che va compreso il PTSD complesso.

L’immobilità tonica

Il capitolo sull’immobilità tonica è tra i più suggestivi del volume. Quando ogni altra difesa ha fallito — quando il contatto fisico è già avvenuto, quando l’intrappolamento è totale, quando non esiste via d’uscita — l’organismo può entrare in una paralisi motoria profonda e involontaria. In molte specie, questa risposta riduce la probabilità di essere uccisi: alcuni predatori non attaccano le prede immobili, o perdono interesse.

Cantor la distingue con precisione dall’immobilità attenta, che è invece un freezing vigile e transitorio, uno stato di massima concentrazione in cui l’organismo sospende il movimento per valutare rapidamente la situazione prima di scegliere la risposta. L’immobilità tonica è qualcosa di diverso: è l’ultima risorsa, uno stato di inibizione motoria profonda in cui la volontà sembra sospesa.

L’autore la connette alle testimonianze di vittime di stupro o aggressione che riferiscono di essere state “paralizzate”, di non aver potuto muoversi pur restando coscienti. Comprenderla come risposta difensiva — e non come mancata resistenza — ha implicazioni etiche e cliniche di enorme rilievo.

Perché alcune persone sviluppano PTSD e altre no

Cantor non propone una risposta semplice a questa domanda, ma individua una serie di variabili che modulano il rischio: la genetica, la storia di vita, la presenza di traumi pregressi, la percezione soggettiva, la prevedibilità e controllabilità dell’evento, la disponibilità di supporto sociale, il tipo di aggressore, la possibilità concreta di fuga.

Un concetto chiave è quello di preparedness: alcuni apprendimenti di paura sono biologicamente preparati, cioè si acquisiscono più facilmente e si estinguono con più difficoltà, perché fanno riferimento a categorie di minaccia ancestralmente rilevanti — predatori, altezze, cattività, minaccia sociale, aggressione. Anche traumi del tutto moderni — incidenti aerei, esplosioni, attacchi terroristici — possono evocare schemi arcaici: caduta, intrappolamento, smembramento, impotenza davanti a una forza superiore.

Un altro concetto fondamentale è il passaggio dalla modalità edonica a quella agonica. La prima è la modalità ordinaria della vita: socialità, esplorazione, gioco, cooperazione, legame. La seconda è la modalità della minaccia: vigilanza, dominanza, subordinazione, controllo, difesa. Nel PTSD, il soggetto rimane bloccato in una modalità agonica cronica. Il mondo non è più uno spazio di esplorazione, ma un campo minato. Anche i legami più stretti possono diventare teatro di dinamiche di controllo e sospetto.

Implicazioni per la clinica

La prospettiva di Cantor ha conseguenze concrete sul piano terapeutico.

Prima di tutto, i sintomi hanno una logica. Il paziente non è irrazionale: il suo sistema difensivo sta applicando regole antiche a un contesto attuale. Restituire questa logica — dire a qualcuno che il suo freezing, la sua rabbia, il suo bisogno di rifugio sono risposte difensive comprensibili — può avere un potente effetto normalizzante e ridurre la vergogna.

In secondo luogo, il contesto del trauma conta più del trauma in sé. Non basta sapere che cosa è successo. Occorre capire se c’era possibilità di fuga, se l’aggressore era un estraneo o un familiare, se il trauma era singolo o ripetuto, se c’era tradimento, se il soggetto era isolato o supportato, se aveva o meno controllo su qualcosa. Queste variabili determinano quali difese si sono attivate e in quale forma si manifesta il disturbo.

In terzo luogo, l’esposizione terapeutica va ripensata. Nel modello di Cantor, non si tratta solo di estinguere una risposta condizionata di paura. Si tratta di ricalibrare l’intero sistema di vigilanza e valutazione del rischio: il paziente impara che certi contesti non richiedono più fuga, freezing, aggressività o rifugio. La terapia diventa un aggiornamento del sistema difensivo, non una sua semplice soppressione.

Una prospettiva aperta

Il libro ha limiti che l’autore stesso riconosce. Molte delle ipotesi sono speculative; il testo è del 2005 e lavora con categorie diagnostiche oggi in parte superate; il linguaggio adattivo richiede cautela, perché ciò che era utile in ambienti ancestrali può essere profondamente invalidante nella vita contemporanea.

Ma il contributo principale di Cantor resta prezioso: una cornice unificante in cui il PTSD non è una somma caotica di sintomi, ma un’organizzazione difensiva con una propria coerenza interna. Una condizione in cui il corpo continua a fare esattamente ciò per cui è stato selezionato — sorvegliare, fuggire, congelarsi, sottomettersi, spegnere il dolore — in un contesto in cui quella stessa competenza è diventata il problema.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Generale / ptsd, recensioni

18 May 2026

La controversia sul servizio di Le Iene sulla psicoterapia assistita da psichedelici (PAP)

di Raffaele Avico

Ripubblichiamo sul nostro portale un commento fatto da Studio Aegle a proposito di un recente servizio de Le Iene sull’utilizzo della psilocibina in ambito ospedaliero.

Lo studio clinico a cui fa riferimento il servizio, è quello coordinato da Giovanni Martinotti.

Il commento di Studio Aegle assume un tono parecchio critico, allineandosi con alcuni esperti che hanno trovato il servizio televisivo sensazionalistico e “grossolano”.

Fabio Villa (che abbiamo intervistato in passato, e che sulla PAP –Psicoterapia Assistita da Psichedelici– ci ha scritto un libro, “L’oceano della mente” -che abbiamo recensito), ha usato proprio questo termine -”grossolano”- nel suo commento al servizio, servizio che risulta per lo meno “problematico” alla luce dei vistosi errori comunicativi (e di metodo scientifico) fatti, come negarsi totalmente la domanda: “ma non è che entrando in uno studio medico con una paziente sotto psilocibina con un’intera troupe televisiva, si andranno ad alterare il setting e le condizioni necessarie all’effetto psicoterapico del farmaco??”. Sempre di Villa, pubblichiamo un commento scritto a fondo articolo.

Qui di seguito il commento di Studio Aegle (che aveva scritto per noi un approfondimento sulla ricerca scientifica in ambito psichedelici, recuperabile qui).


COMMENTO 1: Studio Aegle

Ho lasciato sedimentare qualche giorno prima di scrivere questa newsletter perché volevo essere sicura di dire qualcosa di utile e non di sfogarmi. Il risultato, temo, è che devo comunque sfogarmi, ma proverò a farlo con metodo.

Le Iene hanno mandato in onda un servizio sul trial di psilocibina del Prof. Giovanni Martinotti. Le Iene fanno Le Iene, e non lo dico come critica: è il loro mestiere, hanno fatto il loro lavoro. I problemi credo siano altri.

Visto che non è stato detto chiaramente in venti minuti di video, lo dico io: la psilocibina è una sostanza illegale in Italia, il suo uso al di fuori di un contesto clinico controllato è un reato, e un servizio televisivo di questo tipo, per quanto non intenzionalmente, può alimentare il rischio di emulazione con conseguenti possibili danni.

La prima cosa che ho pensato guardandolo è stata: è come trasmettere in diretta una seduta dallo psicologo, o una confessione al prete. Puoi firmare qualsiasi liberatoria, per carità, ma le mie perplessità non riguardano le pazienti che hanno scelto di farsi riprendere, è più cosa è eticamente ammissibile fare all’interno di un trial clinico. La riservatezza dei partecipanti durante tutta la durata di uno studio non è una cortesia, è un requisito codificato nelle buone pratiche cliniche internazionali, a partire dalla Dichiarazione di Helsinki. A un certo punto del servizio è comparsa sullo schermo una risonanza magnetica con il nome e cognome della paziente, che avrà (spero) certamente acconsentito, ma rimangono dati di privacy sensibili. Il consenso informato è uno strumento prezioso e necessario, ma è una procedura, non un’etica.

C’è poi tutta una questione scientifica che credo debba essere affrontata. Martinotti ha costruito il suo disegno sperimentale attorno a un’ipotesi specifica: isolare la molecola, eliminare le variabili di contesto, niente psicoterapia, niente mascherina, niente musica, setting ridotto. È una posizione legittima e coerente con una certa visione della farmacologia psichedelica, su cui si può discutere, ma che ha una sua logica interna.
Se però l’obiettivo dichiarato è isolare la molecola da tutto il resto, allora mettere una troupe televisiva dentro la stanza non è solo un problema etico, è anche una scelta metodologicamente catastrofica. E dentro quella stanza c’era una Iena sul letto, microfono in mano, durante quello che avrebbe dovuto essere il momento più privato e vulnerabile dell’intero protocollo. Non è un dettaglio minore.

La presenza delle telecamere introduce multipli ordini di problemi, come per esempio l’expectancy effect, per cui i pazienti che sanno di essere filmati e di partecipare a un evento mediatico tendono ad aspettarsi di più dall’esperienza e a interpretarla di conseguenza; l’observer effect, per cui il semplice fatto di essere osservati modifica il comportamento; il social desirability bias, che in una sessione psichedelica ripresa da una telecamera raggiunge livelli difficilmente quantificabili.
Potrei pure proseguire… proseguo va.
Ci sono anche le demand characteristics: quando i partecipanti captano, anche inconsapevolmente, cosa ci si aspetta da loro e vi si conformano. In un contesto con telecamere, giornalista e il miracolo della guarigione a portata di pillola, è forse il bias più insidioso di tutti. Qualcuno potrebbe perfino credere di essere in pieno trip senza esserlo davvero, trascinato dall’hype del contesto.
Il setting che Martinotti voleva tenere fuori dalla porta è rientrato dalla finestra con tutta la sua potenza amplificata.
È come voler scoprire la temperatura esatta di una stanza e nel frattempo far partire l’aria condizionata, accendere un termosifone e far entrare dieci persone: a quel punto non stai più considerando solo la temperatura, stai valutando il caos. Chiedersi cosa stiano misurando questi dati diventa una domanda scientificamente legittima, e la risposta onesta è che non lo sappiamo con certezza. Di sicuro non stanno misurando “solo la molecola”. Per mantenere le variabili invariate nella prossima somministrazione, tanto vale chiamare Striscia la Notizia.

La ricerca sugli psichedelici esiste da settant’anni, ci sono centinaia di studi pubblicati, trial in corso in mezzo mondo, istituzioni che stanno costruendo linee guida pezzo per pezzo. Presentarla come se stesse nascendo adesso, attorno a uno “scienziato visionario”, dice già molto sulle priorità di questo servizio: la narrazione prima di tutto, la scienza dopo. Ed è la stessa logica che ha portato a decidere di aprire la porta alle telecamere durante la raccolta dati. La risposta giusta, con tutto il rispetto, era non aprirla, o per lo meno non in quel momento: c’è un tempo per la narrazione e un tempo per la scienza, e durante un trial attivo le due non vanno molto d’accordo. Ogni contaminazione esterna ha conseguenze che nessuna analisi statistica può correggere dopo.

Quello che mi rimane, alla fine, è un dilemma che non riguarda né i bias né il protocollo. Riguarda cosa succede dentro una persona durante un’esperienza psichedelica, e cosa significa essere lì in quel momento.

Uno stato espanso di coscienza non è un prelievo di sangue. Non è nemmeno una risonanza magnetica, dove stai fermo in un tubo e il tuo contributo è non muoverti. È un momento in cui i confini abituali tra dentro e fuori si allentano, in cui emergono cose che normalmente restano sepolte, in cui la persona è esposta in un modo che in condizioni ordinarie non sarebbe mai disposta ad accettare. Questo vale indipendentemente dal setting e dall’ipotesi di ricerca. Richiede un contenitore umano adeguato non perché lo dica un protocollo terapeutico, ma perché fa parte della natura stessa di quell’esperienza. Diciamo che richiede che per lo meno si sappia cosa sia un’esperienza psichedelica, una consapevolezza che, se c’è, di certo non si lascia sotto il tappeto perché oggi viene la TV a filmarci.

Quella Iena sul letto non era solo una variabile confondente. Era qualcuno dentro uno spazio che avrebbe dovuto essere protetto, in un momento in cui quella protezione non era un optional metodologico ma una responsabilità elementare verso una persona che si era affidata ai propri medici.

La ricerca psichedelica sta costruendo la sua reputazione scientifica studio dopo studio, da decenni, e c’è chi lo fa con rigore e rispetto per quello che queste sostanze sono. Credo che chi la racconta, e chi la conduce, dovrebbe trattare l’esperienza psichedelica con la stessa cura, anche se si è convinti che la molecola basti da sola. Anche in Italia, con tutto quello che abbiamo e tutto quello che ci manca, se vogliamo sappiamo farlo.


COMMENTO 2: Fabio Villa

Se ho capito bene lo studio di Martinotti sulla psilocibina ha parecchie criticità metodologiche da discutere.
Partiamo dalla selezione dei pazienti.
Negli studi sugli psichedelici struttura di personalità, traumi, dissociazione, stile di attaccamento, funzionamento emotivo, aspettative, vulnerabilità psicotiche possono influenzare enormemente il tipo di esperienza, la risposta antidepressiva, gli effetti collaterali. Eppure non mi sembra chiaro quanto queste variabili siano state normalizzate, stratificate e controllate statisticamente. Con una sostanza come la psilocibina questo è un problema enorme, perché l’esperienza soggettiva non è “rumore”: è probabilmente parte del meccanismo terapeutico.
Poi Martinotti userebbe il trazodone per attenuare gli effetti percettivi ed esperienziali del trip.
L’idea sembra ricalcare studi internazionali che usano antagonisti 5HT2A come la ketanserina insieme alla psilocibina. La differenza è che la ketanserina è un antagonista 5HT2A relativamente “pulito”; il trazodone invece è un farmaco molto più promiscuo dal punto di vista recettoriale. In teoria il razionale sarebbe rendere meno disponibili i recettori 5HT2A alla psilocibina, mantenendo però eventuali effetti antidepressivi legati alla neuroplasticità (dovuta a meccanismi alternativi ai 5HT2A). Tradotto: non serve il viaggio psichedelico, basta la neuroplasticità. Dal video de Le Iene non sembra nemmeno funzionare benissimo nel sopprimere l’esperienza psichedelica.
Forse l’assunzione di trazodone riguarda una fase dello studio che partirà più avanti?

Il problema è che il trazodone NON è un semplice “bloccante del trip”. Il trazodone è antidepressivo, ansiolitico, sedativo, antagonista H1, antagonista α1, modulatore serotoninergico. Quindi, se un paziente migliora… grazie a cosa sta migliorando davvero? Psilocibina? Trazodone? Sedazione? Effetto anti-impulsivo? Miglioramento del sonno? Riduzione dell’ansia? Interazione fra farmaci? Aspettative? Quest’ultimo bias è già stato descritto nel podcast.
Inoltre non puoi quantificare davvero né quanta occupazione 5HT2A stai ottenendo, né quanta psilocibina stai “bloccando”, o quanto l’esperienza soggettiva venga attenuata. Usare l’esperienza riportata dal paziente come proxy biologico è estremamente debole perché la variabilità interindividuale è gigantesca.
Quindi, se ho capito bene: si rischia un’enorme quantità di bias metodologici in un’area dove set, setting, esperienza, relazione, trauma, significato soggettivo potrebbero essere parte centrale della terapia.
Mi pare si tenti di trasformare la psichedelia in una procedura farmacologica standardizzata, sterilizzata, ridotta alla sola neuroplasticità misurabile, con il rischio di trascurare l’esperienza umana e la dimensione trasformativa, lasciando solo il modello biochimico industrializzabile.
Riguardo gli outcome, nello studio di Martinotti, la “neuroplasticità” data dalla psilocibina non sembra essere misurata direttamente. Non sembrano esserci previsti PET recettoriali, marker biologici di plasticità, misure dirette sinaptiche, biomarcatori tipo BDNF etc. nel protocollo. Gli outcome principali sembrano restare scale depressive e questionari clinici vari. Quindi la “plasticità” viene inferita indirettamente. Il confronto sembra essere psilocibina vs TMS con uso di EEG, fMRI, connettività cerebrale, network analysis. Il razionale dello studio pare basarsi sul cambiamento dei network cerebrali e della loro associazione con un eventuale miglioramento della depressione. Ma qui c’è un problema: cambiare oscillazioni EEG, connettività fMRI, attività del default mode network non significa automaticamente crescita sinaptica, rimodellamento neurale stabile, né plasticità antidepressiva profonda. Sono proxy molto indiretti. Inoltre sia psilocibina che trazodone, che TMS modificano arousal, ansia, attenzione, salience, oscillazioni corticali, stato di coscienza. Quindi se trovi differenze EEG/fMRI che cosa stai davvero misurando? Neuroplasticità o semplice neuromodulazione transitoria? Si usa il termine “neuroplasticità” in modo molto largo.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

 

Article by admin / Generale / psichedelici

2 April 2026

Intervista a Fabio Villa sulla Psicoterapia Assistita da Psichedelici (PAP) in Svizzera

di POPMed

Fabio Villa è uno psichiatra e psicoterapeuta di Losanna, con un passato da chirurgo.

Attualmente, come si ascolta nell’intervista, il suo lavoro a contatto con gli psichedelici l’ha reso il più “attivo” sperimentatore di Psicoterapia Assistita da Psichedelici (PAP) in Svizzera, nel suo studio, insieme alla collega Magdalena.

La Svizzera è il cuore psichedelico d’Europa, di gran lunga “avanti” sotto tutti i punti di vista in ambiente europeo. Ne abbiamo qui scritto estesamente.

Fabio ha recentemente scritto un libro, “L’oceano della mente”, di cui faremo uscire a metà mese una recensione approfondita.

In questo video ci ha parlato di simboli, di Byung Chul Han, di potere trasformativo e mitopoietico delle sostanze, introducendoci al suo lavoro quotidiano.

Un professionista che, come si osserva -e si osserva ancora di più leggendo il suo libro- parte dal “dato reale”, dai pazienti, per trarre conclusioni a riguardo del potere psicoterapico degli psichedelici, senza ideologismi di sorta.

Ci ha inoltre consigliato alcuni volumi da leggere, come i classici di Hoffman e Huxley (Le porte della percezione) e Il saggio su Pan di Hillman.

Qui la sua intervista.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
  • Nella sezione FORMAZIONE sono contenuti post a contenuto vario, che hanno l’obiettivo di (in)formare il lettore a proposito di un determinato argomento.
  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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