di Raffaele Avico
L’incredibile inchiesta “Non c’è nessun messaggio” di Selvaggia Lucarelli e Serena Mazzini ci porta nel mondo della radicalizzazione online, una vera e propria immersione dentro non una, ma molteplici “tane del coniglio” all’insegna dell’“estremismo violento nichilista”. In questo articolo presenteremo le 4 puntate di cui è costituito il documentario, e ne trarremo alcune riflessioni.
PUNTATA 1
Nella prima puntata viene presentato il mondo della manosfera, una costellazione di luoghi online e “dispositivi” ideologici che negli ultimi tempi ha avuto una certa risonanza grazie a un documentario Netflix (questo), un agglomerato di movimenti culturali “minori” coagulatisi apparentemente “contro” la donna, o contro il movimento femminista in generale.
Ci viene chiesto di immaginarci un ragazzo insicuro, adolescente, che cerca su Google informazioni su come risolvere i suoi problemi di autostima e le sue difficoltà con le ragazze. Da qui, click dopo click, gli autori ci portano al fondo di una tana del coniglio fatta di maschilismo, pseudoscienza e paranoia, spiegandoci le diverse fasi di un percorso di radicalizzazione che -anticipiamo- si giova dei meccanismi stessi dei social e degli algoritmi che li muovono. Le fasi sono: 1) aggancio, 2) indottrinamento e 3) radicalizzazione, con luoghi online sempre più oscuri e polarizzati ideologicamente fino a deriva estreme e “strabordamenti” dalla vita “online” entro quella “offline”, con in questo caso episodi di violenza contro le donne agìti, resi reali.
All’interno del “contenitore” manosfera nuotano diversi pesci, dagli incel “redpillati” radicalizzati su blog di settore intrisi di determinismo biologico e semplificazioni estreme, riletture distorte di teorie darwiniste come il redpillatore e il forum dei brutti, alle frange di destra estrema in guerra con il movimento woke -convinti che il woke abbia “sfasciato l’ordine naturale delle cose” -soprattutto in tema di rapporto uomo/donna-, ai seguaci dei pickup artists (si veda questo video o questo libro), ai cosiddetti lookmaxxer -così convinti del determinismo biologico di cui sopra, e così spaventati dall’essere oggettificati dalle donne, dal voler modellare elementi del proprio corpo in funzione di un miglior funzionamento in società -come rompersi la mandibola per farla rinsaldare in modo diverso e più virile (bone smashing), o volersi chirurgicamente allungare le gambe.
PUNTATA 2
La seconda puntata si incentra sui processi emulativi di ragazzi giovanissimi nei confronti di stragisti, divenuti meme e figure glorificate in rete, veri e propri “santi” esecutori di stragi scolastiche, soprattutto in USA.
Serena Mazzini si occupa da parecchio di radicalizzazione online e comportamenti di emulazione, ha una sua newsletter e in questa collaborazione con Selvaggia Lucarelli ci racconta l’”humus culturale” online entro il quale i fautori di molte delle stragi scolastiche che abbiamo negli ultimi anni osservato, per esempio in Usa, si sarebbero fomentati e radicalizzati.
Se ne trae una riflessione sul movimento accelerazionista militante, che come notiamo parte sia da frange radicali di “destra” che da movimenti di “sinistra”. L’accelerazionismo vuole “accelerare” la macchina sociale per portarla al suo collasso, al fine di arrivare a una sua nuova configurazione, che nel caso dell’accelerazionismo miltante di destra, coincide con una società suprematista creata e governata da bianchi. Come si noterà anche nella terza puntata, dietro questi comportamenti emulativi non esiste tanto una forte aderenza a un’ideologia politica, quanto più una forte aggressività maturata entro contesti di deprivazione sociale e isolamento, e attraverso luoghi online decentralizzati costruiti per radicalizzare (gruppi Telegram -viene citato il canale Terrorgram-, singoli blog gestiti da persone carismatiche in grado di creare seguito) e generale paranoicizzazione dell’altro, insieme a una lettura della realtà vista come genericamente ostile, pericolosa, minacciosa, persecutoria. Vengono intervistati diversi studiosi esperti sul tema, che parlano di vuoto e assenza di istituzioni in grado di intercettare fenomeni sociali così radicali, eppur presenti e in grado -mai prima d’ora- di agglomerarsi in una “rete”. Da citare il gruppo “itstime”.
PUNTATA 3 e 4
Le puntate 3 e 4, due momenti di uno stesso episodio, ci mostrano un’approfondita indagine di inchiesta fatta da Serena Mazzini, “infiltratasi” più in profondità nel sottomondo dei dispositivi di radicalizzazione. Torniamo qui a sondare i luoghi dell’”aggancio”, dell’indottrinamento e della radicalizzazione, con un messaggio finale provocatorio -“non c’è nessun messaggio”- come a voler rimarcare un’apparente assenza di impianto ideologico retrostante questi fenomeni. In effetti non sembra esserci nessun significato politico nelle vicende di emulazione che precedono i citati episodi di stragi -solo “spettacolarizzazione” della violenza, ricerca di un’appartenenza, disperazione individuale attenuata attraverso contesti di gruppo – in fondo, i processi di cooptazione riguardanti le sette – però online, e per lo più riguardanti minorenni (dagli 8 ai 15 anni).
Alcune osservazioni:
- Come osservato nel documentario, la manosfera aggancia minorenni in difficoltà con la propria virilità, con il generico “essere uomo”. Non trovando esempi convincenti nel mondo degli adulti, e messi a confronto quotidianamente con esempi di successo attraverso i social, questi individui vivono il rapporto con l’altro sesso come estremamente problematico, precipitando in una narrazione assolutamente paranoide, sentendosi in fin dei conti “oggetti”usati dalle donne nel contesto di una “guerra” generale tra sessi, un mercato a loro modo di vedere regolato da spietati imperativi biologici. Sentirsi ridurre a oggetto è il destino che da sempre tocca alle donne: in un periodo di “rimescolamento” dei pezzi del puzzle, e in concomitanza di una sempre più giusta emersione e affermazione del ruolo della donna nella società, la sensazione è che questi individui vivano come estremamente problematico il trovare un loro “posto” all’interno del rapporto con l’altro genere, in una sorta di contrappasso in cui temono di essere loro stessi oggettificati e valutati secondo criteri assolutamente estetici e rigidi (altezza, capelli, morbidezza della linea della mandibola, etc.) e finiscano per cadere preda di stereotipi e narrazioni paranoidi (“io sono vittima, sono il giusto in un mondo di cattivi”) in grado di dare senso al sentimento di non farcela, di non sapere come agire.
- Come Wu Ming sostiene a riguardo dei complotti, esistono delle quote di verità, dei nuclei di realtà anche nelle teorie di complotto più estreme: in questo caso osserviamo come la teoria pseudoscientifica che fa da fondo alle convinzioni degli incel e dei redpillati trovi una “giustificazione” nell’etologia animale, nella “sopravvivenza del più forte” in un contesto di guerra totale per il mercato sessuale, attraverso una “riduzione” della complessità del vivere i rapporti con l’altro sesso a pura legge biologica/estetica.
Nel contesto, inoltre, di un gioco totale per la sopravvivenza come quello capitalistico o turbocapitalistico, si accentua in questi luoghi (blog, forum, canali reddit) la sensazione di essere oggetti/prodotti comprati su un mercato, di divenire agli occhi delle donne meri “beni posizionali” per accedere a particolari status sociali. Le parole chiave per capire la manosfera sono d’altronde look/status/money, “token” da spendere nel mercato della guerra tra generi, o per non perire nel gioco della mercificazione del corpo, dell’oggettificazione del maschio.
Come prima accennato è come se il maschio si sentisse oggetto per la prima volta e fuggisse ai ripari sviluppando una narrazione e un movimento “di risposta”, un’organizzazione in grado di armarsi per andare in guerra, un movimento controfemminista dopo decenni di lotte sviluppate dalle donne per emanciparsi dal ruolo di “oggetto”, un rovesciamento in questo interregno caratterizzato dall’“evaporazione del padre” -per dirla con Recalcati-, dal superamento (provvisorio?) della postura autoritaria del maschio/padre. - Come sempre, c’è chi da questo spaesamento, da questo malessere, trae vantaggio: nello specifico, in questo caso, personaggi in grado di cavalcare una sorta di populismo (avendo come “nemico” la donna) ma anche le stesse piattaforme social, come sappiamo ingegnerizzate per fomentare il dibattito tossico e l’engagement e da questo monetizzare, veri “motori nascosti”, lubrificanti per questi percorsi di radicalizzazione. Nel documentario osserviamo come a portare i ragazzi nelle “tane del coniglio” siano i funnel creati dagli algoritmi, attraverso contenuti sempre più polarizzanti e ideologicamente estremi -fino a luoghi di radicalizzazione notoriamente conosciuti per essere fucine di “crimine” come 4chan o Reddit, o semplici blog come il già citato “Redpillatore” o “Il Forum dei Brutti”. Anche qui, di nuovo, dobbiamo chiederci che ruolo giochino in tutto questo le piattaforme, gli algoritmi, e quanto siano effettivamente posizionate in modo “neutrale”. I social, in fin dei conti, si sono rivelati negli anni dispositivi antidemocratici, pericolosi per la tenuta del “patto interindividuale”, in grado di “sfibrare” il tessuto sociale.
- Nelle puntate incentrate sui movimenti di emulazione, colpiscono i messaggi dal taglio nichilista: “nessuna vita conta”, “non c’è nessun messaggio” -spesso scritti sulle armi usate per compiere stragi scolastiche-, oppure la maglietta usata per la strage di Columbine con scritto “natural selection”, ora venduta sulle principali piattaforme di acquisti, da Temu a Etsy, spogliata del suo significato, degradata a ulteriore, feticistico prodotto di consumo. Serena Mazzini lo cita come “nichilismo violento nichilista”, una sensazione di caduta dell’“infrastruttura etica” per far posto alla legge del più forte, a pensieri “neoreazionari” (parola usata nel documentario) sviluppati anche in età molto precoce, maturati a partire da una sensazione di disperazione e solitudine, con esempi negativi entro il mondo degli adulti a fare da innesco
- Dobbiamo immaginare il mondo di internet, i suoi luoghi più o meno polarizzati e radicali, come un inconscio digitale, un luogo di raccolta di istanze violente ed estreme, in grado però di produrre sconfinamenti e “agìti” nella vita reale, proprio come succede all’inconscio individuale, al mondo emotivo che “ci abita”, in grado di portarci a “esternazioni” più o meno problematiche. Dentro ognuno di noi si annidano pulsioni alla violenza, alla sopraffazione, alla volontà di dominio: la stessa cosa succede collettivamente su internet, come se quest’ultimo fosse diventato appunto un inconscio collettivo, e attraverso questo modo di rappresentarlo andassero lette le sue proprie dinamiche interne, con appunto estremismi, derive radicali, pulsioni non controllate e riversate al di “fuori”. Parlavamo in precedenza di social e algoritmi: ad essi va attribuita nuovamente una parte della responsabilità di quelle accelerazioni e derive -che avrebbero presumibilmente impiegato più tempo per prodursi in assenza dei social stessi. Come dire, accordato che l’inconscio contenga in sé pulsioni “impopolari” e problematiche, andrebbe capito maggiormente a fondo il ruolo dell’infrastruttura attraverso cui quell’inconscio si “produrrebbe”/manifesterebbe all'”esterno”. Come troviamo spiegato in questa recensione: “Se abbiamo conosciuto l’impegno e l’angoscia dell’attesa, che esigeva un ascolto e un controllo delle emozioni, oggi l’eccitazione di narrare noi stessi, congiunta all’accelerazione insita nel networking, ci inducono all’azione irriflessa, tanto che la sospirata viralità del messaggio è l’esatto contrario della riflessione meditata. Presi dall’eccitante desiderio di raccontare agli altri noi stessi, la nostra vita, le nostre opinioni, le nostre passioni, rischiamo di non ascoltare, né tanto meno comprendere, non solo le parole altrui, ma anche le nostre emozioni più profonde e più vere.”
- Diversi psicoanalisti hanno fatto negli ultimi tempi un’osservazione che riguarda la natura della psicopatologia, osservando come si sia delineato una sorta di passaggio come da un’”età della colpa” a un”età della vergogna”: molti disturbi oggi riguardano il tema del confronto con l’altro, quello dell’ansia sociale, della relazione, della vergogna appunto, più che derivare da istinti repressi o “pervertiti”, come ai tempi di Freud. Anche questo dovrebbe porci delle domande a riguardo del documentario: se mettiamo sotto le lenti della psicologia clinica i gesti di ragazzi giovanissimi e problematici non possiamo accontentarci dello slogan “non c’è nessun messaggio” -dovremmo forse guardare altrove, al senso di mancata appartenenza di quel ragazzo o ragazza, all’umiliato suo bisogno di dipendere, al narcisismo che da questa umiliazione scaturì, al bullismo e alle sue pervicaci conseguenze a lungo termine (a osservare le stragi scolastiche, come può non venirci alla mente il concetto di “vendetta”?). L’emulazione sarebbe in questo caso da leggere come un ultimo passaggio, il “dispositivo” per il passaggio all’atto, osservato, “imparato” su internet.
- Infine, non possiamo non accorgerci di come negli ultimi anni siano sempre più osservabili fenomeni di paranoicizzazione dell’altro, percepito come persecutorio, e una fortissima tendenza a pretendere un risarcimento da un mondo percepito come ingiusto/colpevole. Questo non per puntare il dito su proteste legittime -come quelle per il clima-: è interessante però osservare come l’“altro” sembri sempre più distante, troppo complesso per essere “letto”, pericoloso nell’essere non velocemente inquadrabile o identificabile; anche qui: passando tutto il tempo a osservare una società polarizzata su internet, come potremo trovare il coraggio e il tempo per decifrare la complessità dell’altro incontrato dal vivo? Si ripropone il dubbio sulle cause del malessere, che questo documentario ben evidenzia: siamo noi, o è l’ambiente ad averci portato a questo? Quanto pesa il sistema nel suo complesso (la corsa infinita per la sopravvivenza, la sfaldatura delle infrastrutture di walfare, la competizione per “farcela”) oppure, quanto siamo noi a essere fatti in questo modo?
“Non c’è nessun messaggio“, da vedere, qui.
NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

