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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

16 September 2026

ASSALTO ALLE PIATTAFORME – DA UN PODCAST DI KENOBIT

di Raffaele Avico

Nella presentazione di questo blog abbiamo parlato di adesione a un tipo di web 2.0, con un’attenzione particolare al materiale clinico:

“Il modello comunicativo fondamentale che muove questo lavoro è il giornalismo utile, con un’attenzione particolare alla bontà delle fonti e alle ricadute pragmatiche delle informazioni portate (le “schegge” in gergo giornalistico, gli elementi utili o concretamente rintracciabili sul piano della realtà contenuti nei testi). […] Aderiamo a un approccio “web 2.0″ -da qui la forma blog-, con un tone of voice tecno-hippie entusiastico – come se il Web fosse ancora un’alternativa alla televisione e non ne fosse diventato la reincarnazione potenziata.”

I social e le piattaforme hanno progressivamente abdicato alla loro iniziale vocazione “inclusiva” e sociale, finendo per diventare, uno a uno, vetrine per inserzionisti, attirati dalla possibilità di piazzare pubblicità mirate -grazie ai dati da noi forniti. L’esperienza quotidiana di un qualunque feed, per esempio su instagram, è desolante -per questo parlavamo di “televisione reincarnata”: non dovevano funzionare, i social, da aggregatori, da strumenti rivoluzionari? Ciò che ci troviamo sotto gli occhi racconta una realtà ben diversa, come se sempre più avessimo la sensazione che fossero progettati contro di noi, sempre più ingegnerizzati per tenerci fissi sugli schermi, a svuotare il nostro tempo.
Kenobit ha di recente sviluppato e messo in rete un podcast che aiuta a prendere consapevolezza di questo processo di progressiva “capitalizzazione” dell’attenzione degli utenti a fini commerciali, disponibile per intero qui. Il consiglio che Kenobi porta, è quello di abbandonare ogni piattaforma, per re-indirizzare la propria energia sul pianeta fediverso.

Nonostante i recenti sviluppi negativi riguardanti la reputazione dei social (decisori politici impegnati a vietarli sotto una certa soglia di età, libri apertamente contro, divulgatori allarmati), lo spostamento progressivo di tutto il marketing/pubblicità sulle piattaforme ha reso pressoché impossibile evitarle, costruendo uno stallo diabolico che non ci premette di lasciarle a cuor leggero, soprattutto senza alternative valide. Per questo l’impressione è che ci porteremo questo assoggettamento avanti ancora per molto -chini sugli schermi.

Il podcast di Kenobit è qui reperibile, come dicevamo si chiama “assalto alle piattaforme”, e di fatto mette in voce il contenuto di questo libro scritto sempre da Kenobit, omonimo.

Per quanto riguarda il fediverso, qui una buona introduzione. Il fediverso vorrebbe idealmente riprendere l’idea iniziale, il concetto tecno-hippe-entusiastico del primo internet, il periodo “primevo” subito dopo la nascita dei social- quando gli algoritmi e le bacheche sembravano rispondere a un imperativo “connettivo”, con le persone al centro, e i contenuti non spinti o manipolati da algoritmi mossi da logiche di profitto. Tendenzialmente la cosa più interessante per un creatore di contenuti rimane l’acquisto di uno spazio proprio, privato, un dominio dove poter creare e pubblicare senza assistere alla generale “immerdificazione” di cui sopra.

Qui il sito di Kenobit.

Article by admin / Società e cultura / podcast, recensioni

14 September 2026

Aggressività e Intersoggettività: come le tecnologie digitali possono renderci più vulnerabili

di Costanzo Frau, psicologo psicoterapeuta, PHD

Nel linguaggio comune l’aggressività viene facilmente associata alla violenza e all’intenzione di danneggiare qualcuno. Il termine possiede tuttavia un significato più ampio: deriva dal latino adgredior, “avvicinarsi”, “andare verso”, ma anche “assalire” o “intraprendere”. In ambito psicologico ed etologico, il Vocabolario Treccani la definisce come una «tendenza istintiva, variamente definita, ipotizzata come causa di comportamenti caratterizzati da minaccia e attacco» (Treccani, s.d.). Aggressività e violenza, dunque, non sono necessariamente sinonimi: la prima può essere posta al servizio di finalità molto diverse.

È soprattutto la prospettiva etologica ad aver messo in luce le funzioni adattive e regolative dell’aggressività. Essa contribuisce alla difesa del territorio e delle risorse, favorendo la distribuzione degli individui nello spazio; interviene nella competizione e nella selezione sessuale e nella protezione della prole (Lorenz, 1963/2015). All’interno dei gruppi contribuisce inoltre alla regolazione dei rapporti di dominanza e rango, mentre la ritualizzazione di alcuni comportamenti aggressivi permette di ridurre il ricorso allo scontro diretto. Nell’essere umano, infine, l’aggressività può assumere anche funzioni esplorative e sociali, contribuendo all’apprendimento dei limiti e delle regole che governano l’interazione (Eibl-Eibesfeldt, 2001).

Konrad Lorenz ha dedicato un saggio importante all’aggressività sostenendo che “L’aggressività intraspecifica può certamente esistere senza la sua controparte, l’amore; al contrario, non esiste amore senza aggressività” (Lorenz, 1966)
L’aggressività è profondamente radicata nei sistemi più antichi del nostro cervello e svolge un ruolo importante anche nella regolazione delle relazioni interpersonali. Nei mammiferi assume forme più articolate e, nell’essere umano, raggiunge livelli di particolare complessità: possiamo rintracciarne alcune componenti all’interno di quella esperienza emotiva che definiamo rabbia.

Per gli scopi di questo breve saggio, vorrei soffermarmi su due sue funzioni fondamentali nelle relazioni umane. La prima riguarda il legame di attaccamento. Già John Bowlby, nella sua teoria dell’attaccamento, aveva attribuito alla rabbia una funzione importante nella regolazione della relazione tra il bambino e la figura di accudimento. Quando la disponibilità o la vicinanza di quest’ultima viene minacciata, per esempio durante una separazione, possono emergere protesta, rabbia e comportamenti aggressivi. Bowlby parlava, in questo senso, di “functional anger”, una rabbia funzionale perché orientata a superare l’ostacolo alla relazione e a favorire il ripristino della prossimità con la figura di attaccamento (Bowlby, 1973). In questa prospettiva, ciò che chiamiamo aggressività non rappresenta necessariamente una forza diretta a danneggiare l’altro: può essere posta al servizio del legame. Le risposte fisiologiche e comportamentali associate alla protesta e alla rabbia contribuiscono a segnalare il bisogno di vicinanza, cura e protezione. In termini evoluzionistici, questi meccanismi assumono un’importanza fondamentale in una specie, come quella umana, nella quale il piccolo dipende a lungo dalla disponibilità del caregiver per il proprio sviluppo e la propria sopravvivenza.

L’altro meccanismo fondamentale che coinvolge l’aggressività ha a che vedere con la motivazione al rango sociale. Anche in questo caso, l’aggressività non ha necessariamente lo scopo di danneggiare l’altro, ma assume una funzione regolativa. Nel corso dell’evoluzione, la vita in gruppo ha infatti richiesto lo sviluppo di meccanismi capaci di organizzare la competizione tra conspecifici per l’accesso alle risorse e per la posizione sociale. Il sistema motivazionale di rango, o sistema competitivo, ha proprio la funzione di regolare le relazioni di dominanza e sottomissione tra i membri del gruppo (Gilbert, 2017; Liotti, 2017).
In molte specie sociali, lo scontro diretto è stato progressivamente sostituito da forme di aggressività ritualizzata: posture, minacce e segnali di dominanza o sottomissione permettono ai contendenti di stabilire l’esito di una disputa senza arrivare necessariamente al combattimento. Chi riconosce la superiorità dell’altro può interrompere la competizione attraverso segnali di resa, mentre il dominante, riconosciuta la sottomissione, può cessare l’attacco. In questo modo entrambi possono continuare a vivere all’interno dello stesso gruppo. La gerarchia sociale, quindi, non deve essere considerata semplicemente come il risultato dell’aggressività. Da una prospettiva etologica rappresenta, al contrario, anche un meccanismo per regolarla: sapere chi occupa una posizione dominante e chi una subordinata riduce la necessità di mettere continuamente alla prova i rapporti di forza. Una gerarchia sufficientemente stabile può così diminuire la frequenza dei conflitti e contribuire alla coesione del gruppo, come osservato, per esempio, nelle società degli scimpanzé (Eibl-Eibesfeldt, 1995).

Nell’essere umano questi antichi meccanismi non sono scomparsi, ma si esprimono all’interno di relazioni sociali enormemente più complesse. Competere per il prestigio, cercare riconoscimento, confrontarsi con gli altri o percepirsi in una posizione di superiorità o inferiorità possono essere considerate espressioni moderne di questa antica motivazione. Quando ci sentiamo sfidati può emergere la rabbia, che sostiene la competizione; quando invece riconosciamo la superiorità dell’altro possono comparire paura, vergogna e comportamenti di sottomissione. Il rango sociale rappresenta così un secondo importante esempio di come l’aggressività possa essere al servizio della regolazione delle relazioni, anziché della loro distruzione.

In un articolo pubblicato nel 1950, The Illusion of Personal Individuality, Harry Stack Sullivan metteva in discussione l’idea che l’essere umano possa essere concepito come un Sé autonomo, autosufficiente e psicologicamente indipendente dalle relazioni. Per Sullivan, la personalità non può essere realmente compresa isolando l’individuo dal contesto relazionale nel quale vive: essa prende forma e acquista significato all’interno del campo interpersonale. Eppure, questa sorta di illusione narcisistica di una coscienza che possa esistere indipendentemente dall’intersoggettività continua in parte a sopravvivere. Nel campo medico, psicologico e sociale siamo ancora spesso portati a considerare i fenomeni fisici e mentali come proprietà del singolo individuo, astraendoli dal campo interpersonale nel quale emergono e vengono continuamente regolati. Una prospettiva che appare ancora più problematica alla luce delle conoscenze contemporanee sul carattere relazionale dello sviluppo umano.

L’essere umano è, prima di tutto, un essere relazionale: gran parte del suo sviluppo, della regolazione delle emozioni e della stessa costruzione del Sé avviene nell’incontro con l’altro. La ricerca della connessione non rappresenta quindi un elemento accessorio dell’esperienza umana, ma una necessità profondamente radicata nella nostra storia evolutiva.

Le radici evolutive di questa disposizione relazionale sono osservabili anche in numerose altre specie di mammiferi, comprese specie sociali appartenenti ai canidi e ai felidi. A tal proposito un recente studio di Demirbaş e collaboratori (2026) ha analizzato il modo in cui i gatti domestici salutano i propri caregiver al loro rientro a casa. Osservando direttamente 31 gatti nel loro ambiente domestico, gli autori hanno mostrato che il saluto è un comportamento complesso e multimodale, nel quale tendono ad associarsi segnali affiliativi come avvicinarsi alla persona, strofinarsi contro di essa e mantenere la coda sollevata. È interessante che i comportamenti legati al cibo risultassero sostanzialmente indipendenti da questi segnali sociali, suggerendo che il saluto non sia semplicemente motivato dall’aspettativa di essere nutriti. Un risultato curioso riguarda inoltre le vocalizzazioni: i gatti miagolavano e vocalizzavano più frequentemente con i caregiver maschi rispetto alle donne. Gli autori ipotizzano, con cautela, che ciò possa dipendere dal fatto che gli uomini tendano a rispondere meno alla comunicazione vocale del gatto, inducendo l’animale a rendere più esplicito il proprio richiamo.

Il rapporto tra esseri umani e animali da compagnia sembra inoltre aver acquisito una crescente centralità nella vita affettiva e relazionale contemporanea, in particolare nel caso del cane, una tendenza che sembra aver acquisito ulteriore visibilità durante e dopo la pandemia.

Il cane non rappresenta soltanto un animale con cui condividere gli spazi domestici, ma può diventare una vera e propria “figura relazionale”, capace di offrire prossimità, contatto corporeo, prevedibilità e reciprocità nell’interazione. Sarebbe tuttavia semplicistico interpretare questo fenomeno come una sostituzione delle relazioni umane. È forse più interessante domandarsi se la crescente ricerca della relazione uomo-cane possa essere letta anche nel contesto di una società nella quale alcune forme di interazione uomo-uomo stanno diventando meno frequenti o maggiormente mediate dalla tecnologia. In altre parole, la maggiore centralità del legame con il cane potrebbe rappresentare, almeno per alcune persone, anche una risposta alla crescente difficoltà di trovare occasioni di connessione interpersonale diretta?

È proprio da questa prospettiva della “connessione tra cervelli” che possiamo interrogarci anche sull’aggressività. Le crescenti difficoltà nella sua regolazione potrebbero essere collegate, almeno in parte, a un deficit di intersoggettività che attraversa la nostra società? Se la capacità di modulare l’aggressività si costruisce anche attraverso l’esperienza concreta dell’altro – ovvero il suo volto, la voce, la postura, la distanza, le sue reazioni alle nostre azioni – diventa importante chiedersi che cosa accada quando una parte crescente di queste esperienze viene trasferita all’interno di ambienti digitali.

La questione assume particolare rilevanza in almeno due momenti dello sviluppo. Il primo è l’infanzia, quando l’aggressività può assumere anche una funzione esplorativa e sociale: attraverso l’azione e la reazione dell’altro, il bambino sperimenta i limiti interpersonali e progressivamente apprende le regole che governano l’interazione. Il secondo è l’adolescenza, quando diventano centrali il confronto con i pari, la sperimentazione del rango sociale e la ricerca di una posizione e di un’appartenenza all’interno del gruppo. In entrambe queste fasi, smartphone, tablet e social media introducono una mediazione tecnologica in esperienze che, per gran parte della nostra storia evolutiva, si sono sviluppate nell’interazione diretta tra individui.

Rimane allora una domanda semplice, ma cruciale: se una parte della regolazione dell’aggressività si apprende nell’incontro reale con l’altro, cosa accade quando il mediatore principale diventa uno schermo?
Non possiamo ancora saperlo con certezza. Alcune indicazioni iniziano tuttavia a emergere dagli studi che hanno indagato l’associazione tra esposizione agli strumenti digitali e sviluppo cerebrale. È soprattutto nei primi anni di vita che questi interrogativi assumono un particolare rilievo, quando il cervello attraversa una fase di rapidissima organizzazione e le connessioni neurali vengono continuamente modellate dall’esperienza. Negli ultimi anni, alcuni studi di neuroimaging hanno iniziato a chiedersi se e come l’esposizione agli strumenti digitali possa associarsi a questo processo. Una recente review degli studi di neuroimaging condotti su bambini tra 0 e 12 anni ha individuato nove ricerche e ha rilevato che una maggiore esposizione agli schermi risultava, nella maggior parte degli studi, associata a indicatori neurobiologici meno favorevoli, tra cui differenze nello spessore corticale, nella sostanza grigia e bianca e nella connettività di reti coinvolte nel linguaggio, nell’attenzione, nelle funzioni esecutive e nella regolazione emotiva. Gli stessi autori sottolineano tuttavia che le evidenze sono ancora limitate e che non consentono di stabilire semplici rapporti di causa-effetto: molto dipende dal tipo di dispositivo, dal contenuto, dal tempo di esposizione e soprattutto dal contesto nel quale lo schermo viene utilizzato (Nimmo e Chau, 2026)
Tra gli studi inclusi in questa letteratura, particolarmente suggestivi sono i risultati ottenuti nei bambini in età prescolare. In uno studio di risonanza magnetica su 47 bambini tra i 3 e i 5 anni, Hutton e collaboratori hanno osservato che livelli più elevati di utilizzo degli schermi erano associati a una minore organizzazione microstrutturale della sostanza bianca in fasci cerebrali coinvolti nel linguaggio, nelle funzioni esecutive e nelle competenze necessarie per l’apprendimento della lettura. In particolare, un maggiore utilizzo degli schermi era associato a una minore anisotropia frazionaria e a una maggiore diffusività radiale in tratti come il fascicolo arcuato, il fascicolo longitudinale inferiore e il fascicolo uncinato. Parallelamente, i bambini con maggiore esposizione ottenevano punteggi inferiori nelle prove di linguaggio espressivo, velocità di elaborazione e prerequisiti della lettura (Hutton et al., 2020).

La questione non riguarda soltanto la struttura del cervello, ma anche il modo in cui le sue diverse aree comunicano tra loro. In bambini più grandi, tra 8 e 12 anni, il tempo trascorso leggendo libri è risultato associato a una maggiore connettività funzionale tra una regione fondamentale per il riconoscimento delle parole e le aree cerebrali coinvolte nel linguaggio e nel controllo cognitivo; al contrario, un maggiore tempo trascorso davanti agli schermi era associato a una minore connettività funzionale tra alcune di queste regioni. Sebbene questi risultati riguardino bambini più grandi e non possano essere automaticamente estesi alla prima infanzia, suggeriscono che esperienze diverse possano associarsi a differenti modalità di organizzazione delle reti cerebrali (Horowitz-Kraus e Hutton, 2018).

Una delle ipotesi più interessanti è quella della sostituzione delle esperienze (displacement). Il tempo trascorso davanti a uno schermo può sottrarre spazio ad attività che nei primi anni di vita rappresentano potenti occasioni di sviluppo cerebrale: parlare con un adulto, osservare il suo volto, seguire il suo sguardo, giocare fisicamente, manipolare oggetti, ascoltare una storia, sperimentare turni comunicativi e ricevere una risposta contingente ai propri comportamenti. Una review sullo sviluppo cognitivo nei primi tre anni di vita mostra infatti che gli effetti degli schermi dipendono fortemente dal contesto d’uso: presenza e partecipazione del caregiver, qualità e adeguatezza del contenuto, interattività e utilizzo dello schermo come sottofondo possono modificare sensibilmente gli esiti osservati (Guellai et al., 2022). Per esempio, la visione di programmi e la televisione lasciata accesa in sottofondo possono essere associate a esiti cognitivi meno favorevoli; contenuti non appropriati all’età e un elevato utilizzo degli schermi da parte del caregiver sarebbero associati a esiti psicosociali meno favorevoli. Al contrario, il co-use, cioè l’utilizzo dello schermo insieme a un adulto che commenta e interagisce con il bambino, mostrava associazioni positive con alcuni esiti cognitivi (Mallawaarachchi et al., 2024).

Il problema principale potrebbe quindi non essere soltanto ciò che il bambino guarda sullo schermo, ma ciò che, mentre guarda lo schermo, non sta sperimentando con un’altra persona. Nei primi anni di vita, il cervello non si sviluppa semplicemente ricevendo informazioni: si organizza attraverso esperienze ripetute di reciprocità, attesa, sorpresa, frustrazione, riparazione e risposta dell’altro. Lo smartphone può fornire stimoli estremamente ricchi dal punto di vista visivo e sonoro, ma non possiede quella stessa qualità di contingenza interpersonale attraverso la quale il bambino impara che una propria azione modifica l’altro e che la risposta dell’altro richiede, a sua volta, una modificazione del proprio comportamento. È proprio questa dimensione corporea e relazionale dell’esperienza a rendere particolarmente interessante il problema posto dalle nuove tecnologie.

Nel suo recente saggio Il Sé digitale, il neuroscienziato Vittorio Gallese riflette sulle trasformazioni che le tecnologie digitali stanno producendo nel nostro modo di costruire il Sé e di entrare in relazione con gli altri. La ricerca neuroscientifica ha mostrato come la comprensione dell’altro non sia un processo esclusivamente mentale, ma coinvolga profondamente il corpo: attraverso i neuroni specchio, ad esempio, si attivano nel nostro cervello meccanismi legati alle azioni e alle emozioni delle persone con cui interagiamo. Partendo dalla prospettiva della cognizione incarnata, Gallese sottolinea quindi che anche le esperienze digitali coinvolgono il corpo, le sensazioni e le emozioni, pur venendo rielaborate all’interno di un ambiente mediato dalla tecnologia. Il punto cruciale è che le tecnologie digitali non rappresentano più soltanto strumenti attraverso i quali comunichiamo, ma stanno diventando veri e propri ambienti nei quali costruiamo una parte della nostra identità e delle nostre relazioni. Le tecnologie digitali, quindi, non si limitano a fare da tramite tra noi e il mondo, ma contribuiscono a trasformare il modo stesso in cui lo percepiamo, lo conosciamo e ci relazioniamo con esso. Diventa quindi sempre più difficile separare nettamente il Sé che si sviluppa nelle relazioni corporee e interpersonali dal Sé digitale, costruito attraverso forme di interazione sempre più tecnologicamente mediate (Gallese, Il Sé digitale, Raffaello Cortina Editore; Ammaniti, 2026).

Il futuro è incerto, le istituzioni sembrano procedere lentamente e la tecnologia avanza alla velocità della luce. Sta a noi fare in modo che, mentre gli strumenti che ci connettono diventano sempre più sofisticati, non si impoverisca proprio ciò che dovrebbero aiutarci a mantenere: la relazione con l’altro.

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Per un approfondimento della prospettiva etologica sull’aggressività si veda Frau, C., (2025) Aggressività e trauma. Una prospettiva etologica. Franco Angeli Editore

Article by admin / Società e cultura

9 April 2026

DAL BLOG DI LUCA CONTI: “Il collasso dell’orizzonte temporale e la perdita di significato”

di Raffaele Avico

Ripostiamo qui un articolo dal blog di Luca Conti, blogger venuto a mancare poche settimane fa. Conti ha dettagliato in modo molto aperto e autentico la sua battaglia contro una malattia terminale, in particolare aprendosi ad aspetti psicologici che qui possono essere di grande interesse. In particolare, nel seguente post, Conti raccontava di come la diagnosi infausta della sua malattia avesse distrutto il “senso” del suo agire quotidiano.
Conti ne parla come di “collasso dell’orizzonte temporale“.
Esisterebbe la necessità di considerare come indirizzati a una sorta di chiusura/risoluzione non solo l’agire, ma anche il pensare umano, come se immaginarli guidati da una parabola con un inizio, una curva e una fine concedesse agli investimenti energetici un’ontologia con una sua dignità, una sorta di senso -appunto.
Togliendo il futuro in modo “certo”, la mancanza di un finale arriverebbe a degradare/distruggere la trama in sé.
Conti si chiedeva -con una lucidità spietata- che senso avrebbe avuto continuare a informarsi su cose di cui non avrebbe visto l’evoluzione, una volta “collassato il futuro”.

Fabio Veglia, clinico di grande finezza, immaginava il “dispositivo” in grado di produrre senso in un essere umano come formato da due elementi centrali, la relazione e il racconto. Entrambi questi elementi (la relazione interpersonale e il racconto) contengono un’idea di connessione, una dialettica, la costruzione di un segno a partire da due punti (due individui che comunicano, due momenti diversi di una trama). Osservava come fosse il tempo a strutturare il senso e il significato: “è difficile pensare alla nostra vita”, diceva, “nel non-tempo”, come se tutto, nell’esperienza umana, necessitasse “direzione” o almeno una forma narrativa. La mente, osservava, produce continuamente attribuzioni di significato a partire da elementi sconnessi, in una sorta di “apofenia” perpetua necessaria a tenere insieme la trama del pensiero.

La mente dei bambini -anche in epoca prelinguistica- si nutre continuamente di narrazioni, anche quando il bambino stesso non comprenda il contenuto della storia raccontata (o quando la storia venga raccontata solo per immagini): questo ci porta nuovamente a riflettere su come la mente e il pensiero sembrino poggiare su di una struttura costituente orientata in senso narrativo -la cui direzione di sviluppo preveda un prima, un durante e un dopo.
Il pensiero trova più forza e senso quanto è implicitamente indirizzato a un oggetto (incluso lo stesso sè, rappresentato come interlocutore) così come le emozioni, implicitamente, naturalmente teleonomicamente orientate (si veda a proposito questa intervista a Lucia Tombolini). Usando la lettura freudiana, è come se l’investimento libidico necessitasse di trovare un aggancio, e che il possedere un aggancio strutturasse e rendesse sensato l’investimento libidico stesso.

Conti scrive: “Il significato è un concetto relazionale: ha bisogno di un soggetto che si relaziona a un oggetto nel tempo. Se togli il tempo, la relazione si spezza.“

Tornando a Conti, osservava nell’articolo sotto riportato come una diagnosi di quel tipo fosse stata in grado di produrgli uno smembramento dei “ponti”/connessioni di cui sopra, cosa che quindi sembrava avergli creato un collasso dell’orizzonte temporale, come lo definisce.
Nelle sue osservazioni troviamo un’incredibile lucidità, secondariamente utile tra l’altro a chi lavora, per esempio, con il trauma, non tanto qui da intendersi come materiale psichico non simbolizzabile (il reale in senso lacaniano in grado di squarciare il velo dei simboli, troppo naturale, “puramente fenomenico” ed “extramorale”), quanto da considerarsi nelle conseguenze sul senso di sicurezza sperimentato da un individuo: l’avergli tolto in modo definitivo un posto sicuro al mondo e, in assenza di una base sicura, la capacità di esplorare.
Il trauma produce un collasso del futuro non perché qualcuno o qualcosa abbia decretato il suo non esistere, ma per l’effetto di “ritiro” che il terrore indotto da esso sembra generare sull’individuo -per la paura che lo stesso possa ripetersi, per non poter “investire” su un futuro divenuto spaventoso e potenzialmente ritraumatizzante- il che ci riporta nuovamente alla sensazione di “collasso dell’orizzonte temporale” di cui si scriveva in precedenza.
É un presente che si accorcia -non tanto per un tempo divenuto “limitato”, ma per uno “spazio”/territorio divenuto all’improvviso pericoloso, inesplorabile. Da qui, di nuovo, l’impossibilità di “collegare il punto A e il punto B” -potenzialmente fino a inciampare in una voragine di assenza di senso.

Gli psicologi strategici, così come  alcuni lacanisti, consigliano di scrivere il trauma, di produrne una trama, come a forzare la mano sul processo di attribuzione di senso e di ri-appropriazione del futuro.
Luca Conti, come leggiamo, consulta Viktor Frankl e le sue domande su Auschwitz, Marco Aurelio e le sue riflessioni sulla morte e sulla vita. L’assenza di senso entro un tempo limitato, è argomento centrale ne Il Mito di Sisifo.
Primo Levi, sempre dal Lager, osservava come la ricerca di cibo e il “mettere insieme il pranzo con la cena” producessero una paradossale, minima azione di ri-appropriazione del senso (di nuovo l’elemento narrativo e una pseudotrama che tornano in aiuto) e come il vero problema, ad Auschwitz, fosse rappresentanto dalla domenica, desolante giornata di emersione del nonsenso e di tutto ciò che la fame riusciva a eclissare, in un gioco terribile di gerarchie e prospettiva (parola usata da Levi) tra elementi di dolore. (R.A.)


Il collasso dell’orizzonte temporale e la perdita di significato

di Luca Conti

Con alcuni amici selezionati mi posso permettere di condividere i pensieri più profondi e difficili da comprendere dai più. Ieri sera, dopo la prima giornata di stanchezza estrema a seguito della seconda sessione di chemioterapia, mi sono lasciato andare con T. e con S., frustrato della qualità della vita nella fase attuale di recupero dall’intervento di emicolectomia destra e di contemporaneo avvio della chemioterapia per contrastare le metastasi al fegato. Un percorso lungo e incerto – il miglioramento non è lineare e passeranno settimane in cui mi sentirò peggio prima di sentirmi meglio – che si aggiunge a un altro percorso precedente alla diagnosi e all’intervento, che si protrae ormai da oltre 3 mesi. Momenti di sconforto sono più che normali, logici, comprensibili, quasi prevedibili. Soffrire senza prospettiva non è qualcosa facile da accettare per nessuno.

A seguito di questi pensieri, T. mi ha chiesto, come intelligente esercizio, di stilare una lista di attività che davano significato alla mia vita prima della malattia, con l’intento di mostrare come almeno una parte di queste possa dare significato alla mia vita anche oggi e da qui in avanti. Ho svolto questo esercizio e poi mi è nata una riflessione sul futuro.

Il futuro che non c’è più

Nel momento in cui hai una diagnosi per cui sai che il tempo che ti rimane si riduce di molto rispetto a quella di chiunque altro e la fine si avvicina, il primo effetto è che non hai più futuro. Non potendo vedere un futuro, tutto ciò che si posiziona nel futuro perde di significato. Se ancora leggo le notizie, perdo del tempo nell’informarmi su ciò che succede nel mondo, in Ucraina, in Europa, nel mondo della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, nelle uscite librarie e cinematografiche e in vari altri ambiti, è perché me ne sono sempre interessato. Col passare del tempo però l’attaccamento a questi temi viene progressivamente meno e mi trovo a chiedermi “perché mi interesso di qualcosa di cui non vedrò la fine?”. Più ci penso, più la fine si avvicina – quest’ultimo è il fattore incerto e non ancora ravvicinato che mi tiene aggrappato, probabilmente – più mi rendo conto che un motivo valido non esiste. Il senso non c’è, se non c’è la dimensione temporale e la prospettiva del futuro.

Il cambiamento di prospettiva è fatale in questo senso. Se sei sano e hai un futuro, per quanto incerto come tutti, puoi proiettarti nell’evoluzione di qualsiasi tema che ti appassiona e trovare significato. Puoi pensare e ragionare su ciò che succederà tra un anno o tra cinque. Puoi seguire la produzione di un film previsto in uscita tra due anni. Puoi ragionare sulla denatalità e l’effetto socioeconomico nazionale e globale dei prossimi 10-20 anni. Puoi preoccuparti, a ragione, delle norme sulle pensioni, anche se non ci andrai prima dei prossimi 10-20-30 anni. Puoi pensare a come investire i tuoi soldi per la vecchiaia. Puoi impegnarti in un mutuo trentennale.

Se invece sai, con ragionevole certezza, che tra 18-24-36-48 mesi non ci sarai più, più questo numero si riduce e diventa preciso, meno sei proiettato in avanti. Logico, no?

La filosofia del collasso del futuro

Ho indagato su quali filosofie potessero aver affrontato questo tema e ne è emerso qualcosa di molto interessante.

1. Martin Heidegger e l’ “Essere-per-la-morte”

Heidegger sostiene che l’essere umano è definito dalla sua proiezione nel futuro (progetto). Noi siamo ciò che stiamo per diventare. La prospettiva della morte ravvicinata rende questo progetto impossibile.

Heidegger la chiama angoscia autentica: la consapevolezza che i significati della quotidianità, il seguire l’evoluzione degli interessi personali dipendono dall’esistenza del futuro. Senza futuro, il presente perde il suo contesto.

2. Viktor Frankl e la “Volontà di Significato”

Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento, sosteneva che l’uomo può sopportare qualsiasi “come” (sofferenza) se ha un “perché” (significato/futuro). Il significato è spesso legato a un compito futuro da svolgere o a qualcuno che ci aspetta.

Nel mio caso, non c’è un compito futuro da svolgere perché io stesso non esisterò più tra non molto. Il futuro prossimo in cui l’intelligenza artificiale sarà così potente da semplificarci la vita è un futuro così lontano da non interessarmi più. Conoscere quindi lo sviluppo dell’IA perde di senso.

Il significato è un concetto relazionale: ha bisogno di un soggetto che si relaziona a un oggetto nel tempo. Se togli il tempo, la relazione si spezza. Il mio essere nel mondo, senza l’orizzonte temporale del futuro, si appiattisce sul presente. Ciò che aveva significato prima, ora non lo ha più, pur con lo stesso oggetto (i miei interessi) e lo stesso soggetto (io).

3. Lo Stoicismo e l’Indifferenza (Adiaphora)

Gli stoici insegnano a distinguere tra ciò che è essenziale (la virtù, il proprio carattere) e ciò che è “indifferente” (il mondo esterno, la politica, il futuro della società).

La mia reazione di indifferenza rispetto a temi che prima mi interessavano e appassionavano diventa un distacco stoico radicale. Il mio investimento emotivo, nel momento finale, si concentra su ciò che è essenziale, tralasciando tutto il resto. Il mondo esterno diventa una distrazione, una perdita di tempo, un rimandare l’inevitabile, un tirare a campare, quasi più per gli altri che per me stesso. Naturale quindi che la sfera del futile, del non essenziale, si espanda fino a comprendere anche l’universo che dava significato alla mia fase di vita precedente.

4. L’Epicureismo e la Privazione del Futuro

La massima di Epicuro che preferisco è sempre stata: “Quando ci siamo noi, non c’è la morte; quando c’è la morte, non ci siamo noi”. In parte è consolatorio e aiuta a porsi verso la morte senza paura. Rispetto al mio ragionamento, tutto ciò implica che non c’è connessione tra noi e il dopo.

Proprio qui sta il cambio di prospettiva. Il mondo “dopo di me” è un mondo in cui io non esisto. Preoccuparsene diventa, letteralmente, insensato.

Questa immersione nella filosofia mi ha in parte rincuorato. Il significato umano è costruito su una trama narrativa: passato -> presente -> futuro. Quando elimini il finale della storia (il futuro), la trama si disintegra. Senza gli ultimi capitoli dei libri che sto leggendo – gli interessi sul mondo esterno che mi hanno sempre contraddistinto – che senso ha continuare a leggere? Non ce l’ha.

La vera sfida diventa un’altra. Se il significato non può più venire dal futuro, dove trovarlo? Le risposte sono due:

  • densità del presente (far contare il tempo che rimane);
  • chiusura del passato (dare un senso a ciò che è stato).

Su questi due aspetti proverò a concentrarmi da qui in avanti.


Qui il blog intero.

Article by admin / Società e cultura / ptsd

11 June 2025

Collegno: la quarta edizione del Fòl Fest (“Quando cantavo dov’eri tu?”)

di Raffaele Avico

Da qualche anno a Collegno (TO) è organizzato un festival a tema salute mentale, ispirato dal Màt di Modena, a nome Fòl Fest.

I promotori e gli ideatori di questo importante evento, simbolicamente inserito nella suggestiva location dell’ex manicomio di Collegno, struttura bellissima ed enorme, sono -insieme ad altri- il gruppo di lavoro IESA, coordinato da Gianfranco Aluffi.
Sullo IESA abbiamo qui scritto in molteplici occasioni, essendo il progetto IESA una sperimentazione di inserimento “reale” di pazienti psicotici sul territorio cittadino, entro famiglie comuni che decidono di ospitarne un* per un tempo concordato, nel tentativo di superare in modo non solo verbale ma nei fatti il modello manicomiale/custodialistico, come auspicato dalla legge Basaglia a fine anni ‘70.

Lo IESA è un progetto ormai diffuso e vasto, radicato non solo in Italia, ma in tutta Europa (qui per chi volesse approfondire).

Il Fòl fest promuove molteplici attività organizzate nei locali della ex certosa di Collegno, su temi vari ma connessi al disagio mentale, con l’obiettivo di risolvere lo stigma ancora gravante sul tema e sugli individui colpiti dal problema.

Qui il sito di riferimento, con le informazioni per aderire all’iniziativa.

Qui invece la presentazione del progetto:

Collegno Fòl Fest: IV Edizione dal 7 al 15 giugno 2025

“…sono solo un pagliaccio un povero pagliaccio vestito di stracci vedete questo vestito ha un taschino un taschino per il cuore… Anche voi siete vestiti ma siete così stanchi, così confusi, cosi impauriti, sembrate voi i pazzi e ubriachi”.

Sembriamo noi, che siamo “fuori” dalle mura e non abbiamo conosciuto reclusione e stigma, i fragili, i disagiati, gli esclusi dalla società. Siamo noi, quelli interrogati dalla poesia di Lucia Saltarin che ci regala il claim Quando cantavo dov’eri tu?, per la IV edizione della Collegno Fòl Fest, da sabato 7 a domenica 15 giugno 2025, nel parco della Certosa Reale, dove la follia non è più muro che esclude, ma arte, talento, cultura, scienza.

Anche quest’anno, la festa dedicata alla salute delle menti ripropone, con forza, i temi dell’inclusione e della cittadinanza e, sulla scia dei versi di Lucia, guarda oltre il marchio imposto al disagio mentale, rilegge la storia della città e del suo manicomio, guarda ai passi fatti dalla psichiatria, richiama l’attenzione sugli studi in corso e sulle prospettive di cura, ricorda che le psicosi non annientano la creatività e l’espressione artistica. E lo fa seguendo un filo rosso e dedicato al femminile.

Due donne sono i volti simbolo dell’edizione di Fòl Fest 2025. Lucia Saltarin e Camille Claudel, artiste, finalmente riconosciute come persone, senza etichette diffamanti. Lucia e Camille sono il simbolo dell’oppressione, della negazione dell’identità e del genio che resiste al sopruso.

Il claim della festa e la rima del fumo, che sale nell’immagine di copertina dalla pipa del profilo bifronte, ci proiettano addosso l’altra Lucia, che il disagio non ha saputo annientare. Quella celebrata da Mauro Ermanno Giovanardi giovedì 12 giugno, nella performance artistica Quando cantavo dov’eri tu?, sospesa tra concerto e poesia, in cui il leader dei La Crus colora di sfumature le parole della poetessa internata a Collegno.

Così, le emozioni irrequiete e i tradimenti ossessivi della mente non hanno umiliato la creatività di Camille, scultrice, sepolta viva nel manicomio di Montfavet e riconsegnata all’arte che, oggi, le riconosce un talento fuori dal comune. E’ lei la protagonista dello spettacolo teatrale Camille Claudel. La scultura come emancipazione, la follia come punizione, in scena sabato 14 giugno.

Oltre a riscoprire il valore storico e sociale dei padiglioni dell’ex ospedale psichiatrico, Collegno Fòl Fest è un festival multidisciplinare, che promuove inclusione e consapevolezza, mettendo a confronto punti di vista, pareri, prospettive, risorse, talenti. La psichiatria torna protagonista nei luoghi in cui è stata discussa e lo fa guardando alla persona, alle sfaccettature della malattia e a quelle della cura.

Come ogni anno, un focus è dedicato ai più giovani e al loro male di vivere, che continua a registrare dati in salita. L’appuntamento di riferimento, sul tema, è giovedì 12 giugno, con Ipercollegati e scollegati: il disagio giovanile contemporaneo, lectio magistralis di Massimo Recalcati, psicanalista e autore di saggi, volto televisivo e docente universitari .

Il programma dei 9 giorni è la sintesi delle proposte elaborate dagli organizzatori – Comune di Collegno, ASL TO3, Arci Valle Susa-Pinerolo APS, Cooperativa Il Margine e Lavanderia a Vapore – e di quelle presentate dalle altre realtà pubbliche e private, che hanno aderito al Concorso d’idee aperto dal 15 novembre 2024 al 15 gennaio 2025.

Sono 63 gli eventi, molti gli appuntamenti scientifici organizzati da Asl TO3 e dal suo Servizio IESA, oltre all’Università degli Studi di Torino: conferenze, tavole rotonde, workshop, approfondimenti con medici e ricercatori. Un programma di studi che, sabato 7 giugno, apre “in leggerezza”, con Una poesia X l’inclusione show, tappa finale dell’omonimo concorso letterario, organizzato per sensibilizzare sui temi della salute mentale e dell’accoglienza come metodo di cura. La premiazione delle poesie finaliste è animata dallo spettacolo di Gianpiero Perone, con i protagonisti di Zelig e Colorado.

Sono il ponte tra l’espressione artistica e l’aspetto scientifico le 5 mostre, allestite tra Villa 5 e la Sala delle Arti, con taglio del nastro sabato 7 giugno nel pomeriggio.

Domenica 8 giugno la tradizionale Fòl Parade sfila nel parco della Certosa, dal Vascone di piazza della Pace all’Orto che Cura, guidata dall’Orchestra Fiati della Città di Collegno, con le Masche dell’Associazione San Lorenzo. I saluti del sindaco di Collegno, Matteo Cavallone, e dell’assessore Clara Bertolo, danno il via ufficiale alla festa e introducono l’installazione collettiva Reaction-Steli, con il pubblico protagonista.

Tutta l’area aulica del parco vive di Fòl Fest, con due luoghi simbolici, che si confermano il cuore della festa. Il punto di riferimento è l’Orto che Cura – progetto ed esperienza di rigenerazione ambientale, umana, urbana – che, oltre a ospitare appuntamenti, è sede della Libreria della Fòl Fest e dei suoi incontri con gli autori. Sempre piazza Avis 3 è l’indirizzo per una pausa all’insegna di Food all’orto, il progetto di ristorazione inclusiva a cura della cooperativa Il Margine, per sviluppare l’esperienza lavorativa di chi frequenta il servizio riabilitativo. Qui è l’area food della Fòl Fest.

All’altra estremità della linea simbolica, che attraversa il parco e coinvolge i suoi spazi, Fòl Fest anche quest’anno trova il palco ideale, per spettacoli e performance artistiche, nella Lavanderia a Vapore, casa europea della danza e centro di ricerca per la sperimentazione artistica contemporanea. Alla Lavanderia si scopre anche Square Collegno, installazione olofonica interattiva realizzata dall’artista Lorenzo Bianchi Hoesch, che attraverso il cellulare introduce il pubblico in un luogo ambiguo, abitato dal suono, dove è difficile separare il reale dal possibile, il concreto dall’immaginario. Square Collegno è un’esperienza che conduce attraverso gli spazi dell’ex ospedale psichiatrico, offrendo un ascolto del luogo esplorato e valorizzando la Lavanderia e la sua cornice.

Collegno Fòl Fest è ideata e promossa da Città di Collegno, Asl TO3, Arci Valle Susa- Pinerolo APS, Cooperativa Il Margine/Orto che cura e Lavanderia a Vapore, con il sostegno e il patrocinio di UniVerso programma culturale dell’Università degli Studi di Torino.

I NUMERI DEL COLLEGNO FÒL FEST

9 giorni
12 location
63 eventi
19 appuntamenti scientifici 8 spettacoli teatrali
6 concerti
6 presentazioni di libri
7 mostre
3 visite guidate
1 parata inaugurale

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Qui il sito ufficiale.

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6 May 2025

NEUROCRIMINOLOGIA: ANNA SARA LIBERATI

di Raffaele Avico

Per POPMed, un’intervista a Anna Sara Liberati, neurocriminologa. Qui il suo sito. Anna Sara ci ha fornito anche una corposa bibliografia, insieme ad altri spunti.

QUI l’intervista.

Tutte le interviste raccolte su questo blog sono qui raggiungibili.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Società e cultura / interviste

23 April 2025

L’UOMO SOVRASOCIALIZZATO. INTRODUZIONE AL PENSIERO DI Ted Kaczynski (UNABOMBER)


di Raffaele Avico

PREMESSA: il pensiero di Unabomber può apparire controverso, di difficile inquadramento ideologico. Qui lo pubblichiamo perché riteniamo che le riflessioni formulate da Ted Kaczynski negli anni ’90 (più di trent’anni fa) mettano in luce con estrema lucidità molte delle storture che oggi viviamo quotidianamente. Unabomber è stato diagnosticato con la pesante etichetta di schizofrenico paranoide, ma fino alla fine del suo processo rivendicò la propria lucidità mentale, rinunciando alle attenuanti che quella diagnosi gli avrebbe concesso. Il suo pensiero sembra, piuttosto, il risultato di un percorso di osservazione di incredibile penetranza sulle dinamiche psicologiche dell’uomo “immerso” nel sistema tecnologico moderno. Le critiche che rivolge, in modo molto netto, alla sinistra liberale americana non sono, a mio parere, necessariamente da intendersi come una rivendicazione di appartenenza alla destra, quanto più una critica a un partito che Kaczynski riteneva, in ultima analisi, difendere il sistema dominante — la “macchina”— attraverso continue scissioni interne e battaglie -a suo giudizio- pretestuose. Il suo pensiero si colloca su una linea di confine tra diverse ideologie, risultando di interesse tra attivisti eco-ambientali, militanti di destra o di sinistra estrema. Al di là delle appartenenze, che in questo caso risultano poco rilevanti, spicca l’assoluta potenza interpretativa e analitica delle idee di “Ted”, formulate in un’epoca in cui i social media non esistevano ancora e Internet era agli albori. In questo articolo verranno messi in luce aspetti inerenti alcune dinamiche psicologiche che Kaczynski aveva individuato, per lo più risultanti, dal suo punto di vista, dall’impatto del sistema tecnocratico sull’uomo moderno. L’ambiente, così come è costruito, risulta essere estremamente nevrotizzante per la psiche umana, con un potere coercitivo e liberticida che si origina dalla soppressione continua e subdola di istinti primari (come si leggerà in merito al tema “potere e autonomia”), insieme a una spinta verso un conformismo totale che — secondo Unabomber — passa attraverso la tecnologia (ormai “cuore della politica”) e i bisogni da essa indotti. Al di là, dunque, degli aspetti ideologici — qui poco utili — si tratta di un pensatore “folle”, lucidissimo sul presente e profetico se si considera che i suoi testi, come si diceva, sono stati scritti trent’anni fa. (R. A.)

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Il manifesto politico di Unabomber è da poco stato pubblicato per D edizioni: si tratta di un testo rimaneggiato e lavorato da Ted Kaczynski poco prima della sua morte -avvenuta nel 2023.

Kaczynski era un matematico di Berkeley, nel cuore della sua carriera ritiratosi a vita anarco-primitivista nei boschi del Montana -e da lì proseguiva la sua attività di attivista “contro il sistema tecnologico).  Il messaggio che Unabomber lancia da questo manifesto, scritto sotto forma di pensieri/note tra loro indipendenti ma raccolti in capitoli ognuno con un “tema”, è una pesante critica al sistema americano e al turbocapitalismo, e all’”inevitabilismo” del progresso tecnologico portato avanti da tecnocrati interessati al profitto.

Il libro ruota intorno alla possibilità immaginata da K. di avviare un cambiamento rivoluzionario, un collasso del sistema tecnologico ad opera di individui che decidessero di attaccarlo in modo diretto: il suo stile mette insieme una forte ideologia luddista e anarchica, a un pragmatismo tutto americano. Unabomber credeva fermamente nel suo progetto di rivolta, e incarnò per primo il cambiamente che voleva accadesse, a partire dalle precoci dimissioni da Berkeley -precedenti a un periodo di isolamento nella natura selvaggia: a 29 anni, Kaczynski si trasferì in una baracca di undici metri quadri senza elettricità né acqua, nei pressi di Lincoln, nel Montana. Da lì partì il progetto “Freedom Club” e il suo proposito di divulgare il suo manifesto, “La società industriale e il suo futuro”, diffuso tramite quotidiani negli anni a seguire -sotto minacce di ulteriori attentati dinamitardi.

“La società industriale e il suo futuro” contiene molteplici spunti di riflessione che vale la pena riprendere, soprattutto nelle sue riflessioni “psicologiche”, e inerenti l’impatto della società sulla psicologia dell’individuo. Uno dei primi capitoli presenta il concetto di “sovrasocializzazione“. Secondo K., l’uomo moderno viene esposto da quando nasce a un sistema di leggi e convenzioni sociali, al fine di “socializzarlo” correttamente. Ma cosa accade a un individuo che assorba e si identifichi “troppo” a questo insieme di regolamentazioni e usi “normali”? Unabomber parla di sovrasocializzazione, un processo in cui gli individui, sin dall’infanzia, vengono condizionati in modo così intenso dalle norme, dai valori e dalle aspettative della società, che perdono la loro capacità di pensare in modo indipendente e agire in base ai propri istinti e desideri. Lo declina attraverso quattro punti:

  1. Conformità estesa: Gli individui sovrasocializzati interiorizzano le norme sociali in modo così profondo che ogni pensiero o azione che si discosti da queste norme provoca in loro un senso di colpa o vergogna. Kaczynski sostiene che questa conformità estrema soffochi la creatività e l’individualità.
  2. Colpa e vergogna: Le persone sovrasocializzate non solo seguono le regole della società, ma sono anche fortemente influenzate da sensi di colpa e vergogna quando avvertono di deviare, anche minimamente, da tali regole. Questo li rende particolarmente vulnerabili al controllo sociale e alla manipolazione.
  3. Senso di inferiorità: Secondo Kaczynski, la sovrasocializzazione contribuisce a creare un senso di inferiorità negli individui: rendere prioritaria la difesa dei diritti inerenti la collettività a scapito dell’individuo, rivelerebbe un senso di difficoltà da parte degli individui nel “vivere lontano dal branco” (da qui l’esasperata tensione alla difesa delle minoranze, qualunque esse siano)
  4. Dipendenza dalla società: Le persone sovrasocializzate dipendono dalla società per definire i loro valori, obiettivi e identità, perdendo la capacità di sviluppare un senso autonomo di sé. Questo porta alla perdita di libertà individuale, poiché ogni aspetto della loro vita è governato dalle aspettative sociali.

Kaczynski vede la sovrasocializzazione come un prodotto della società industriale, che richiede un elevato grado di conformità per mantenere l’ordine e l’efficienza. Nel suo manifesto, critica aspramente questa tendenza, sostenendo che è una delle ragioni per cui gli individui non sono più liberi e sono invece intrappolati in un sistema che li opprime e li aliena.
Nel testo, Unabomber critica poi la categoria dei “liberali”, accusati di nascondere al di sotto di tematiche universali come la lotta all’immigrazione e alla violenza sulle donne, desideri nascosti di autoritarismo e potere. La sua idea è che le minoranze vengano utilizzate dalla “sinistra moderna” come pretesto per rinforzare la compattezza politica dei partiti stessi, senza compiere un vero attacco nei confronti delle spinte andidemocratiche -anzi, colludendo con le stesse; fa inoltre riferimento al prima citato fenomeno della sovrasocializzazione, di cui gli individui che si definiscono progressisti e “liberal” sarebbero particolarmente affetti.
Nella pagina dedicata a Kaczynski di Anarcopedia, viene chiaramente spiegato il suo pensiero. Leggiamo:

“Il pensiero di Theodore Kaczynski, esplicitato nel suo Manifesto (La Società Industriale e il Suo Futuro), è riassumibile in quattro punti fondamentali:

  • Il progresso tecnologico comporta un inevitabile disastro ecologico.
  • Solo il crollo della civiltà moderna può prevenire un disastro.
  • La sinistra politica è in prima linea in difesa della società tecnologica alienante.
  • Ciò che serve è un nuovo movimento rivoluzionario che si batta contro la società tecnologica e adotti misure per impedire alla sinistra di nuocere i rivoluzionari con il suo senso d’inferiorità che trasmette agli individui e con le politiche di sovrasocializzazione.

Secondo Kaczynski la “sinistra” è la corrente dei perdenti, poiché difende chi ha di meno, chi è emarginato, chi è sfruttato, cioè chi sta perdendo nei confronti della società. Egli ritiene che la sinistra non vuole abbattere le strutture che hanno causato determinate ingiustizie, ma pretende una “semplice” rivincita dei perdenti sui padroni rimanendo all’interno della stessa organizzazione statale. Per ottenere questa rivincita, la “sinistra” auspica la presenza invasiva dello Stato e così facendo, sostiene Kaczynski, si sovrasocializza l’individuo, cioè lo si vincola in maniera così totalizzante che questo non avrà più alcuna libertà.

Kaczynski giustifica apertamente la violenza dei suoi atti: «A mio modesto parere, l’uso della violenza (ad esempio contro la realizzazione di una società tecnologica disumana) è auto-difesa. Alcuni possono obiettare, naturalmente. Se pensate che sia immorale e scorretto, allora si dovrebbe evitare qualsiasi uso della violenza. Ma ho una domanda per voi in questo contesto: che tipo di violenza ha causato i danni maggiori nella storia del genere umano? La violenza che fu sancita dagli Stati (società, cultura, ideologia). O la violenza che fu usata senza sanzioni, da parte di individui?»

Egli ritiene che la rivoluzione industriale abbia portato ad un ordine economico e politico che si pone in antitesi all’ordine naturale; che riduce la libertà individuale, trasforma l’uomo in un semplice ingranaggio del sistema tecnologico e in breve tempo distruggerà la razza umana stesso. La conseguenza è che non ci sono margini per riformare la società perché «questo sistema non esiste per soddisfare i bisogni umani, non ne è capace. I desideri e i comportamenti degli uomini devono essere modificati per soddisfare le esigenze di questo sistema».

Ted Kaczynski sostiene quindi l’impossibilità di scendere a compromessi con la civiltà industriale. Egli ritiene inoltre che le specifiche lotte – ecologiste\animaliste\sociali – (liberazione animale, lotta all’inquinamento, lotta per le rivendicazioni sindacali ecc.), seppur lodevoli, non intaccano in alcun modo il sistema industriale, per questo sostiene che, se si vuol distruggere la civiltà moderna, sia necessario colpire i suoi gangli vitali: per es. il sistema delle telecomunicazioni, il sistema dell’energia elettrica, gli apparati dell’istruzione scientifica ecc.

Il suo pensiero è per molti tratti affine alle correnti maggiormente radicali dell’eco-anarchismo. Il movimento anarchico è però diviso riguardo alle azioni di Kaczynski: una parte, formata principalmente da individualisti e primitivisti (es. John Moore e John Zerzan), lo ritiene un anarchico a tutti gli effetti, seppur non condivida al 100% il suo pensiero; un’altra parte invece non lo considera per nulla anarchico quanto piuttosto un ecologista radicale”.

Unabomber aveva però idee molto lucide relativamente a problemi diversi, che qui tenteremo di formalizzare usando la funzione deepresearch di Chatgpt, suddivisi per argomento. Il testo è supervisionato e controllato, e non presenta inesattezze di concetto.
Tra parentesi, le fonti cliccabili.

POTERE, AUTODETERMINAZIONE E ATTIVITÁ SURROGATE

“Un concetto centrale nell’analisi di Kaczynski è quello di “processo del potere” (power process). Con questo termine egli indica l’insieme di quattro elementi fondamentali per la salute psicologica dell’individuo: l’avere obiettivi da raggiungere, l’intraprendere sforzi autonomi per perseguirli, il raggiungimento (anche parziale) di tali scopi, e un certo grado di autonomia nel tutto (thetedkarchive.comthetedkarchive.com). Kaczynski, rifacendosi implicitamente a idee etologiche ed evolutive, sostiene che l’essere umano ha bisogno di sperimentare questo processo per sentirsi realizzato. Se una persona viene privata della possibilità di fissare mete significative e di lottare per esse, subirà gravi conseguenze psicologiche: “la mancata realizzazione di scopi importanti provoca frustrazione… Il fallimento costante nel raggiungere obiettivi porta a sconforto, bassa autostima o depressione. Dunque, per evitare seri problemi psicologici, un essere umano ha bisogno di obiettivi il cui raggiungimento richieda impegno, e deve avere un ragionevole tasso di successo nel conseguirli (thetedkarchive.com). In altre parole, non è il potere in sé ad essere necessario, ma l’esperienza di un percorso di autodeterminazione. Senza questo, l’individuo cade in apatia, sente di non avere controllo sulla propria vita e sviluppa patologie come senso di inferiorità e depressione.

Kaczynski argomenta che la società moderna ha interrotto il processo del potere per la maggior parte degli individui. Nelle condizioni preindustriali, raggiungere i propri mezzi di sussistenza (cibo, riparo, sicurezza) richiedeva sforzo, ingegno e autonomia, fornendo così soddisfazione psicologica una volta ottenuti risultati. Nel mondo industriale avanzato, al contrario, “uno sforzo minimo è necessario per soddisfare i propri bisogni fisici”: basta acquisire qualche competenza tecnica, trovare un impiego e “soprattutto [mostrare] semplice obbedienza” per essere mantenuti “dalla culla alla tomba” dal sistema (web.cs.ucdavis.edu). Il benessere materiale “automatico” erogato dalla società tecnologica, se da un lato elimina molte fatiche pratiche, dall’altro svuota l’esistenza di sfide personali autentiche. Gli uomini e le donne comuni non devono più lottare quotidianamente per la sopravvivenza o prendere grandi decisioni autonome: istruiti a svolgere un ruolo specialistico, inseriti in organizzazioni gerarchiche, funzionano come parti di un ingranaggio più grande. In questa condizione di eterodirezione, il naturale bisogno umano di impiegare energie verso mete significative non scompare, ma viene reindirizzato verso scopi artificiali. Kaczynski chiama questi surrogati di scopi “attività surrogate” (surrogate activities).

Le attività surrogate sono definite come quei progetti o occupazioni che “sono rivolti a un fine artificiale che le persone si prefiggono al solo scopo di avere qualche obiettivo da perseguire, o, per così dire, unicamente per il ‘soddisfacimento’ che deriva dal perseguimento dell’obiettivo” (thetedkarchive.com). In pratica, si tratta di obiettivi auto-imposti che non rispondono a bisogni biologici o necessità reali, ma che servono a compensare la mancanza di sfide significative. Kaczynski porta alcuni esempi storici e contemporanei: gli aristocratici annoiati dell’antica Roma si dedicavano ossessivamente alla retorica o alla caccia sportiva pur non avendone bisogno alimentare (web.cs.ucdavis.eduweb.cs.ucdavis.edu); l’imperatore giapponese Hirohito divenne un rinomato esperto di biologia marina – “un’attività surrogata, poiché se avesse dovuto spendere il suo tempo a procurarsi il necessario per vivere con attività pratiche varie e interessanti, non avrebbe sentito la mancanza di conoscere tutto sull’anatomia degli animali marini” (web.cs.ucdavis.eduweb.cs.ucdavis.edu). Nella società moderna, afferma Kaczynski, le attività surrogate abbondano: “la società moderna è piena di attività surrogate. Queste includono il lavoro scientifico, il raggiungimento atletico, l’impegno umanitario, la creazione artistica e letteraria, la scalata della gerarchia aziendale, l’acquisizione di denaro e beni oltre il punto in cui aggiungono soddisfazione fisica, e l’attivismo sociale su questioni marginali”(web.cs.ucdavis.eduweb.cs.ucdavis.edu). Molte di queste occupazioni – ricerca scientifica, sport, volontariato, collezionismo, perfino alcuni tipi di militanza politica – fungono da valvole di sfogo: canalizzano l’energia e l’ansia dell’individuo dandogli qualcosa da fare, un obiettivo arbitrario su cui concentrarsi, in assenza di scopi più fondamentali.

Secondo Kaczynski, le attività surrogate hanno una duplice natura. Da un lato, possono offrire un certo grado di soddisfazione: spesso chi vi si dedica trae più appagamento emotivo da esse che non dalle attività “banali” con cui soddisfa i propri bisogni primari (web.cs.ucdavis.edu). Ciò accade perché, a differenza del lavoro necessario imposto dalle esigenze del sistema, i progetti surrogati sono scelti volontariamente e permettono all’individuo di esercitare creatività e decisione. Kaczynski nota infatti che nelle attività surrogate “le persone generalmente hanno un ampio margine di autonomia nel perseguirle”, mentre “nella nostra società [le persone] non soddisfano i bisogni biologici in modo autonomo, ma funzionando come parti di un’immensa macchina sociale”(web.cs.ucdavis.edu). Questa autonomia relativa spiega il senso di realizzazione che, ad esempio, uno scienziato può provare nel portare avanti le proprie ricerche o un collezionista nel completare la propria collezione, anche se tali obiettivi non hanno un’utilità pratica diretta. D’altro canto, Kaczynski sottolinea che le mete surrogate rimangono, in ultima analisi, meno appaganti di quelle reali legate al processo del potere. Esse raramente conferiscono un senso di completo appagamento interiore: “per molti, se non per la maggior parte delle persone, le attività surrogate sono meno soddisfacenti della ricerca di obiettivi reali (cioè obiettivi che si vorrebbero raggiungere anche se il proprio bisogno del processo del potere fosse già soddisfatto). Un segno di ciò è il fatto che, in molti casi, le persone profondamente coinvolte in attività surrogate non sono mai soddisfatte, mai in quiete”(web.cs.ucdavis.eduweb.cs.ucdavis.edu). Infatti chi si dedica a un’attività surrogata tende a non accontentarsi mai del risultato raggiunto: “il cercatore di denaro cerca costantemente sempre più ricchezza. Lo scienziato, appena risolve un problema, passa al successivo. Il corridore di maratone si sforza di correre sempre più lontano e più veloce”(web.cs.ucdavis.edu). Questa corsa senza fine indica che i surrogati non colmano veramente il vuoto di significato lasciato dalla mancanza di un vero processo autodeterminato. Molti ammettono di dedicarsi con più entusiasmo ai loro hobby o carriere che non alla “noiosa” routine di mantenimento della vita, “ma ciò avviene perché nella nostra società lo sforzo necessario a soddisfare i bisogni biologici è stato ridotto alla banalità”. In definitiva, argomenta Kaczynski, le attività surrogate sono palliativi: alleviano in parte la tensione psicologica provocata dall’assenza di sfide significative, ma non possono eliminarla. Per molte persone “queste forme artificiali di processo del potere sono insufficienti”(web.cs.ucdavis.edu), il che le lascia in uno stato di perenne inquietudine. L’uomo moderno cerca disperatamente scopi da perseguire, ma finché resta all’interno del sistema tecnologico, sostiene Kaczynski, non potrà trovare una realizzazione autentica, poiché gli mancano sia la necessità sia la libertà di condurre una vita pienamente autodeterminata.”

PERDITA DI AUTONOMIA 

Strettamente legata al tema precedente è la denuncia della perdita di autonomia dell’individuo nella società tecnologica. Per Kaczynski, l’avanzare del sistema industriale ha progressivamente eroso la capacità degli individui di dirigere la propria vita. Le decisioni un tempo prese a livello personale o comunitario vengono inglobate in meccanismi più vasti, e il comportamento umano è sempre più eterodiretto da esigenze tecniche. Nel manifesto si legge che “il sistema deve regolare da vicino il comportamento umano per poter funzionare” (thetedkarchive.com). Questa frase coglie la logica interna di una società iper-organizzata: per far sì che milioni di persone cooperino all’interno di strutture complesse (fabbriche, burocrazie, eserciti, reti globali), il sistema impone regole, routine e norme che lasciano poco spazio all’iniziativa individuale. Kaczynski fa notare come persino le scelte educative e i valori siano plasmati in funzione della macchina sociale: “se il sistema ha bisogno di scienziati e matematici, viene organizzata una campagna per spingere i giovani a studiare queste materie” (thetedkarchive.com). In questo modo, il rapporto mezzi-fini si inverte: invece che la tecnologia servire ai bisogni umani, sono gli esseri umani ad essere formati e indirizzati per servire le necessità del sistema tecnologico. L’uso di termini come “il sistema ha bisogno di…” (quasi fosse un soggetto vivo) evidenzia, come nota anche Michel Foucault, una capovolgimento dell’agency: il potere e l’iniziativa risiedono nel sistema, mentre le persone diventano semplici esecutori (thetedkarchive.com).

Kaczynski insiste sul fatto che la dipendenza degli individui dal sistema è ormai totale: l’uomo moderno non saprebbe sopravvivere al di fuori delle strutture fornite dalla società industriale, e per usufruirne deve conformarsi. Egli “non soddisfa i propri bisogni biologici autonomamente, ma funzionando come parte di un’immensa macchina sociale” (web.cs.ucdavis.edu). Ciò rappresenta una perdita di libertà sostanziale, anche se mascherata dall’apparente comodità. L’autonomia, intesa come capacità di auto-determinazione, viene sacrificata in nome dell’efficienza e della sicurezza materiale offerte dal sistema. Kaczynski afferma esplicitamente che “non c’è modo di riformare o modificare il sistema in modo da impedirgli di privare le persone della dignità e dell’autonomia” (web.cs.ucdavis.edu). In una società tecnologica avanzata, infatti, la maggior parte delle decisioni importanti (cosa produrre, come distribuirlo, quali rischi accettare, quali comportamenti sono consentiti) viene presa da apparati tecnici o burocratici che operano su scala di massa, mentre all’individuo resta solo la scelta tra opzioni preconfezionate (libertà formale ma non sostanziale). Kaczynski teme che col tempo la situazione peggiori: più il sistema diventa complesso, più stringenti saranno i vincoli sul comportamento dei singoli, fino a potenziali estremi di controllo bio-tecnologico dell’essere umano (un’ipotesi che anticipa le odierne discussioni su sorveglianza digitale, ingegneria genetica, ecc.). In sintesi, l’individuo viene addomesticato dal sistema. Questa idea di Kaczynski richiama la descrizione foucaultiana della modernità come fabbrica di “corpi docili”, ovvero individui resi docili e utili tramite disciplina e addestramento. Foucault nota che “la disciplina crea ‘corpi docili’, ideali per le esigenze dell’economia, della politica e della guerra nell’era industriale – corpi che funzionano in fabbrica, in reggimenti militari, in aule scolastiche”(en.wikipedia.org). Similmente, Kaczynski vede l’uomo tecnologico come un ingranaggio obbediente, formato per occupare efficacemente la propria casella (di produttore, consumatore, impiegato, ecc.) ma privo di autentica indipendenza.

Un altro aspetto della perdita di autonomia, secondo Kaczynski, è la progressiva scomparsa delle decisioni su piccola scala. Nel passato, molte questioni venivano risolte a livello individuale o nelle comunità locali (come costruire una casa, procurarsi il cibo, risolvere dispute); oggi, invece, si dipende da sistemi centralizzati e si è vincolati da leggi e procedure impersonali. Anche quando si crede di agire per scelta propria, spesso si sta solo seguendo un percorso prefabbricato. Kaczynski fa l’esempio dei lavori moderni: il lavoratore contemporaneo, pur impegnandosi intensamente per “guadagnarsi da vivere”, in realtà dedica la sua vita a eseguire compiti decisi da altri, perseguendo obiettivi aziendali o burocratici che non ha scelto. Egli “svolge i propri sforzi come parte di un’organizzazione enorme, sotto ordini rigidi, senza margine per decisioni o iniziative autonome”(web.cs.ucdavis.edu). Questo equivale a delegare la propria volontà al sistema. Alcuni individui, ammette Kaczynski, sembrano adattarsi a questa condizione: c’è chi ha uno scarso bisogno di autonomia personale e magari trova soddisfazione identificandosi con un’organizzazione potente (lo “sbirro buono” o il soldato modello che trae senso di potere dall’obbedire e appartenere a un corpo armato) (web.cs.ucdavis.edu). Ma per la maggioranza delle persone, egli sostiene, vivere senza sufficiente autonomia nel fissare e perseguire scopi porta a profonde sofferenze interiori. In definitiva, Kaczynski vede nella modernità una contraddizione insanabile: da un lato l’uomo necessita di autonomia per essere psicologicamente sano, dall’altro la mega-società tecnologica richiede obbedienza e conformità. La sua risposta, per quanto estrema, è risolvere la contraddizione eliminando il secondo termine: distruggere il sistema e tornare a condizioni in cui i singoli (o piccole comunità) possano riprendere in mano il controllo della propria esistenza.

Va notato che questa enfasi di Kaczynski sulla perdita di autonomia riprende motivi presenti in altre critiche della società industriale. Ad esempio, l’attivista e pensatore Ivan Illich negli anni ’70 analizzò come le istituzioni moderne (scuola, medicina, trasporti, ecc.) espropriano gli individui delle loro capacità, rendendoli dipendenti da esperti e macchine. Nel suo La convivialità (1973), Illich proponeva di limitare la scala della tecnologia e creare una “società conviviale” in cui “la libertà individuale [sia] realizzata nella reciprocità personale ed elevata a valore etico intrinseco”(cbhd.org). Egli denunciava il fatto che l’industrialismo ha “esternalizzato” bisogni e abilità umane in apparati tecnici, così che “le macchine sono divenute la fonte primaria di sussistenza nella nostra società, e l’uomo si limita ad operarle”(cbhd.org). Questo riecheggia la visione di Kaczynski dell’uomo moderno ridotto a operatore passivo di un sistema che lo nutre e lo controlla al contempo. La differenza è che Illich auspicava un cambiamento volontario e morale verso tecnologie adatte all’uomo (conviviali), mentre Kaczynski vede l’unica via in una rivoluzione contro l’intero apparato tecnologico.

SOVRASOCIALIZZAZIONE

Un altro concetto chiave nell’analisi psicologica di Kaczynski è quello di sovrasocializzazione (oversocialization), introdotto nel paragrafo 9 del suo manifesto. Per Kaczynski, la sovrasocializzazione è un processo attraverso il quale gli individui interiorizzano in modo eccessivo le norme e i valori imposti dalla società, fino al punto da soffocare l’autonomia, la spontaneità e la vitalità psichica. Egli scrive:

“Molti dei mali di cui soffre la nostra società moderna sono dovuti al fatto che essa forza la gente a comportarsi in modo eccessivamente socializzato.”

Per Kaczynski, essere socializzati è, in parte, inevitabile e necessario: ogni società insegna ai suoi membri a rispettare certe regole e comportamenti. Ma nella società industriale, questo processo si è iper-amplificato al punto da rendere molte persone psicologicamente ingabbiate.

La sovrasocializzazione crea soggetti iper-conformi, che reprimono i propri bisogni profondi per aderire al modello “giusto” definito dalla società moderna: produttivi, gentili, pacifici, cooperativi, “socialmente responsabili” – ma psicologicamente impoveriti.

Kaczynski osserva che la sovrasocializzazione è un potente strumento di controllo: se le persone si auto-puniscono per pensieri “sbagliati”, non c’è nemmeno bisogno della polizia o della censura. L’individuo interiorizza il sorvegliante.

In questo senso, il suo pensiero si avvicina a quello di Foucault, soprattutto all’idea di “governamentalità” e “potere pastorale”, per cui le società moderne esercitano il potere non solo attraverso la repressione esterna, ma attraverso l’introiezione del controllo.

Kaczynski, però, spinge la critica ancora oltre, affermando che la sovrasocializzazione non è solo un problema politico o etico, ma psicologico ed esistenziale: essa distrugge la possibilità dell’essere umano di svilupparsi in modo pieno, autonomo e vitale.

Un punto interessante che Kaczynski sviluppa è che molti attivisti progressisti, pur essendo critici verso aspetti della società, sono essi stessi sovrasocializzati. Per esempio, alcuni movimenti femministi, antirazzisti o ecologisti agiscono, secondo lui, più per senso di colpa e di dovere morale che per una spinta genuina di libertà. Scrive che questi attivisti:

“si sforzano di pensare e agire correttamente secondo gli standard della società, il che significa interiorizzare un gran numero di regole di comportamento e sentirsi in colpa per ogni pensiero o impulso che va contro queste regole”.

In questo, Kaczynski anticipa alcune critiche contemporanee al moralismo normativo e all’eccesso di “virtù pubblica” come forma di controllo.


Per chi volesse approfondire in modo integrale il pensiero di Unabomber, qui è possibile acquistare il suo manifesto. In alternativa, qui il libro in PDF (in inglese). Esistono in rete molti luoghi di approfondimento del suo affascinante e controverso modo di vedere il mondo: in particolare questo archivio, che raccoglie molto del materiale da lui pubblicato. Anche questo articolo. Progetto Razzia ha inoltre pubblicato qualche anno fa un video molto ben fatto, che richiede un ascolto attento. Meno di valore ma ugualmente interessante, le piattaforme hanno qualche anno fa divulgato la sua storia tramite una serie, Manhunt.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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24 March 2025

INTERVISTA A MANGIASOGNI

di Raffaele Avico

PREMESSA: questa intervista a Mangiasogni è stata pubblicata su POPMED.INFO, un progetto di divulgazione scientifica di qualità in ambito di salute mentale.

Ciao Valerio, apprezziamo molto il tuo lavoro e vorremmo porti alcune domande per delineare meglio il tuo intento divulgativo e approfondire alcuni concetti che affronti. Partiamo. Per cominciare, potresti presentarti e raccontarci di cosa ti sei occupato negli ultimi anni?

Certo. Mi chiamo Valerio, e sono nato nel 1993 a Portogruaro, in provincia diVenezia. Dopo tanti anni tra band giovanili e politica locale, a gennaio 2019 ho deciso di aprire la pagina Instagram Mangiasogni, che nel frattempo è diventata il luogo dove condivido storie illustrate su tanti temi che mi appassionano, alcune di taglio più intimo e introspettivo, altre più di critica sociale e politica.
Seguiamo il tuo lavoro da tempo e notiamo come spesso racconti il passaggio all’età adulta e l’abbrutimento imposto dal tardo capitalismo. Cosa ti ha spinto a esplorare sempre più a fondo queste tematiche?
Direi che è stata un’evoluzione spontanea. Quando ho iniziato, nel 2019, ero un neolaureato 25enne che aveva appena trovato il lavoro “da adulti”, e volevo raccontare quello: il passaggio da una certa spensieratezza adolescenziale all’età adulta, con tutto ciò che ne deriva in termini di nuove responsabilità, solitudine, compressione del tempo libero. Poi, disegnando e scrivendo sempre di più, e ricevendo feedback dalle persone che iniziavano a seguirmi, ho iniziato a chiedermi come mai così tanti miei coetanei avvertissero la stessa sensazione di smarrimento. E così ho provato ad ampliare lo sguardo, non più solo alle emozioni che ciascuno prova in determinati momenti della storia o della propria vita, ma alle cause sistemiche alla radice di questa situazione.
Abbiamo recensito qui il tuo libro: ci racconti come è nato e qual è stato l’intento che ti ha spinto a scriverlo?
Il libro nasce da un desiderio sempre più forte di poter raccontare storie e mandare messaggi in modo diverso dall’iper-velocità e superficialità tipica dei social media. Oggi questo è un tema sempre più caldo, ma a me tormenta già da molto: le storie che condivido sui social sono spesso lunghe, complesse, fin troppo ricche di testo, e hanno sempre tradito una mia insofferenza a quel modo di raccontare, acuita poi dallo spostamento verso la dimensione del reel o short-form content. E così è nato “Niente come prima”, la storia di Edoardo e Rebecca: un romanzo per dire cose che avrei potuto dire in un saggio o un libro non-fiction, ma che volevo vivessero attraverso le vite e i dialoghi di due 25enni di oggi, non diversi da noi, dal nostro vicino, dal collega di lavoro, dal figlio o la figlia.
Negli ultimi tempi abbiamo percepito un tono sempre più critico nei confronti della content economy e del tuo rapporto con l’algoritmo di Instagram, insomma, delle dinamiche che regolano il lavoro dei creator. Ci racconti la tua esperienza?
Inizierei dicendo che il mio rapporto con l’algoritmo è sempre stato conflittuale. Ho avuto delle belle soddisfazioni, è vero, ma per i temi che ho sempre trattato, e il modo con cui lo faccio, sono stato spesso penalizzato con shadowban e ripercussioni simili. Diciamo che mi è sempre stato chiaro che la pagina di Mangiasogni non è veramente mia, ma è uno spazio gentilmente concessomi da altri, che hanno un potere assoluto di vita e di morte. Questo è stato ancora più evidente quando dall’alto è stato imposto lo spostamento verso i video. Il modello è chiaramente quello della Burnout Economy, dove i creator devono postare tantissimo, sempre, sempre meglio, inseguendo ogni trend, per non finire nel dimenticatoio. Per questo ho iniziato a sentire l’esigenza di spazi che fossero più miei, come i libri, il sito, la newsletter, gli eventi nel mondo reale.
Hai parlato recentemente di un progressivo allontanamento dal mondo delle piattaforme. Cosa intendi esattamente e cosa ti ha portato a sviluppare questa posizione sempre più polemica nel tuo lavoro divulgativo?
Il tema mi ha appassionato sempre di più man mano che mi addentravo nelle contraddizioni dell’economia dell’attenzione. Come utente ho iniziato a soffrire il modo in cui spendevo il mio tempo, perso tra contenuti senz’anima e spesso privi di ogni valore, e questo ha imposto delle riflessioni anche sulla mia attività da Creator. L’economia dei social media vive dell’attività dei Creator, che con il loro lavoro sperano di avere bei numeri, collaborazioni, inviti a podcast… se loro non creassero non ci sarebbe nulla da vedere, e i proprietari delle piattaforme dovrebbero inventarsi altro per catturare il nostro tempo. Una cosa che secondo me hanno già visto anche loro: Connor Hayes di Meta ha annunciato che un obiettivo chiave della sua azienda sarà introdurre utenti e Creator che in realtà saranno bot AI. Probabilmente così riusciranno a prevenire possibili fughe dei Creator. Per tutti questi motivi, che secondo me vengono ancora prima delle collocazioni politiche dei vertici aziendali dopo le varie elezioni, penso sia sempre più necessario ricominciare a immaginare internet oltre e dopo le piattaforme. Parliamo di una delle infrastrutture più importanti della storia umana, ed è un peccato lasciarla nelle mani di pochissime, potentissime, miliardarissime mani. Questo passaggio però richiede uno sforzo congiunto di Creator e utenti: i Creator devono avere il coraggio di vedere un mondo oltre, gli utenti devono avere la forza di uscire da una fruizione di contenuti gratuita, iper-accessibile, frenetica e “brainrottante”
Restando in tema di piattaforme e Internet, oggi assistiamo a una polarizzazione estrema: da un lato gli apocalittici, dall’altro gli entusiasti. Tu dove ti collochi? E quale ruolo credi abbia l’infrastruttura mediatica in cui siamo immersi nel determinare lo stato mentale e il benessere psicologico degli individui? Alcuni sostengono che lo strumento sia neutrale e che tutto dipenda dall’uso che ne fa il singolo. Sei d’accordo?
Tra quei due estremi, direi gli apocalittici! La trasformazione a cui stiamo assistendo non va assolutamente sottovalutata. Le nostre vite ormai sono diventate ibride, con la componente online che ha avuto un ruolo sempre più importante fino a quasi diventare centrale. Internet è così ben inserito nelle nostre vite che ci accorgiamo della sua esistenza solo quando manca, per qualche motivo. Non possiamo non prenderci cura di questo aspetto e di tutto ciò che vi ruota attorno. Lo ripeto perché è importante: ad oggi internet è centralizzato, a scopo di lucro, nelle mani di pochissimi, che in questo momento storico hanno anche tutti la stessa collocazione politica. Quindi no, non sono d’accordo sul fatto che lo strumento sia neutrale. Lo strumento è nelle salde mani di corporation a scopo di lucro, che fanno dell’estrazione di tempo, attenzione e dati personali il loro core business, che premiano i creator in base a quanto riescono a tenere le persone incollate sullo schermo, spesso usando indignazione, rabbia e polarizzazione come esche per portarci e tenerci sugli schermi. Non c’è niente di neutrale in tutto questo, e per quanto sicuramente l’utente possa responsabilizzarsi verso condotte più virtuose e consapevoli, di certo le piattaforme social non sono esenti da responsabilità.
Ci racconti come ti prendi cura della tua salute mentale?
Innanzitutto, compatibilmente con i ritmi del lavoro e della vita, provo ad avere attenzione per le mie energie e il mio tempo, coltivando gli affetti e provando a non sovraccaricarmi troppo – non ci riesco spesso, anzi. In questo, anche il rapporto con i device fa la sua parte: ho già eliminato le serie TV e il binge watching dalla mia vita, e spero di avere presto un rapporto migliore con lo smartphone, magari per passare più tempo all’aperto. Su questo sto sperimentando sempre più spesso l’utilizzo di un cosiddetto dumb phone, ovvero un vecchio Nokia del 2008 di mio fratello, o lo sviluppo di un PC che possa solo accendersi e scrivere, sostanzialmente una macchina da scrivere digitale e portatile. Poi ovviamente ho seguito un percorso di terapia, un’esperienza che consiglio a chiunque ne abbia la possibilità, e che spero possa essere prestissimo per tutte le tasche.
Per concludere, ci suggeriresti alcuni spunti di riflessione? Libri, film o qualsiasi altra cosa che pensi possa arricchire chi ci segue.
Sicuramente consiglierei “Scansatevi dalla luce”, di James Williams, che fornisce un’interessante panoramica sull’economia dell’attenzione. Sempre come libro c’è “Riavviare il sistema” di Valerio Bassan, bella riflessione sulla storia di internet e la sua trasformazione nel tempo, con l’avvento delle piattaforme – non solo social, ma anche streaming, delivery ecc… in generale poi anche YouTube ha valide risorse sul punto, magari anche sul concetto di enshittification, legato proprio all’evoluzione delle piattaforme una volta che queste hanno preso pieno controllo di internet.

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Article by admin / Società e cultura / interviste

8 January 2025

Hakim Bey: T.A.Z.

di Raffaele Avico

“Questi nomadi mappano le proprie rotte affidandosi a strane stelle che potrebbero essere ammassi luminosi di dati nel ciberspazio, o forse allucinazioni. Tracciate una carta del paese e sopra metteteci una mappa dei cambiamenti politici, e ancora sopra una mappa della Rete, in particolare la contro-Rete con la sua enfasi sul flusso di informazioni clandestine e sulla logistica, e per finire, al di sopra di tutto, la carta 1:1 dell’immaginazione creativa, dell’estetica e dei valori creativi. La griglia risultante prenderà vita, animata da inattesi gorghi e sbalzi d’energia, da coagulazioni di luce, da passaggi segreti, da sorprese.”

Hakim Bey è (stato) un attivista anarchico, un pensatore “folle”, un riferimento per la controcultura degli anni ‘70; recentemente Shake ha tradotto un suo lavoro storico, scritto tra gli anni ‘80 e ‘90, rieditato e riorganizzato nei contenuti, dal titolo TAZ, ovvero “Zona autonoma temporanea”. In rete si trovano diverse definizioni del concetto di TAZ, anche se nel libro di Bey non è chiarissima la sua definizione: si tratta però di un concetto che rimanda all’idea di “non luogo”, una zona di “liberazione” temporanea, uno spazio o un luogo in cui le leggi della società per come la conosciamo -e dell’impero “del capitale”- sono momentaneamente sospese.

Bey invita il lettore a costruire attivamente e ad esplorare zone di autonomia temporanea, partendo da un lavoro di consapevolizzazione, di studio della realtà esistente, al fine di costruire “alternative temporanee valide”. Nel libro troviamo alcuni esempi puntuali di TAZ, dall’esperimento di D’Annunzio con la presa di Fiume e la creazione di una sorta di comune avanguardista incentrata sul godimento, sulla musica e sull’assenza di legge, all’idea di “festa” in generale, intesa come momento di sospensione delle regole sociali comuni, all’ambiente della pirateria del 1500/1600, che aveva regole intrinseche molto strutturate e peculiari incentrate sulla redistribuzione della ricchezza.

Il libro si divide in due parti principali: un primo capitolo che dà il nome al libro stesso, incentrato sul concetto di T.A.Z., e un secondo macro capitolo che vuole essere un manifesto di quella che Bey definisce Associazione Anarchica Ontologica, di cui troviamo qui una definizione.

Come altri libri scritti da autori anarchici, Bey osserva alcuni aspetti peculiari che ci aiutano a riflettere sulla società attuale:

  • sono frequenti i riferimenti alla corruzione introdotta dalla società dei consumi e dello spettacolo, che sembra aver allontanato gli uomini da un tipo di godimento infantile, a contatto con la natura, e da una sessualità più libera, divincolata da aspetti morali
  • c’è un invito costante a trascendere, in questo libro, al di là dell’impianto di leggi e imposizioni morali dettate dalla società dello spettacolo; Bey usa spesso termini e concetti mutuati dalla filosofia di Nietzsche, che torna più volte nella lettura, il che ci fa pensare al filosofo dell’oltreuomo come a uno dei riferimenti centrali dell’autore
  • il libro è più un insieme organizzato di pensieri e spunti che non un prodotto editoriale “perfetto”: troviamo al suo interno moltissimi riferimenti ad altri pensatori, altre sperimentazioni, a concetti mutuati dalle filosofie orientali, così come dal pensiero “hippie”, il tutto mischiato e a volte confusionario; il libro va approcciato con mente aperta, disposta a un’operazione di “meticciamento”
  • la cultura del “rave”, dello spazio autonomo, deve molto a scritti di questo tipo: per chi conosce dall’interno della cultura del rave, un pensatore come Bey rappresenta un riferimento culturale importante. Gli ambienti dei rave sono descritti spesso come luoghi “altri”, come realtà alternative, spazi di sperimentazione e di confronto disintermediato
  • Nel libro sono presenti riferimenti al lavoro “psicologico”: notiamo che Bey mastica concetti di psicoanalisi (sicuramente ha letto Jung); il suo invito al decostruire e allo smantellare si spinge fino a un attacco agli “archetipi”, il che di nuovo ci ricorda l’operazione di “trasvalutazione di tutti i valori” di Nietzsche

Esempio di TAZ, la (ex) comune anarco-ambientalista Floating City di Copenhagen.

Bey stesso, morto nel 2022, fu un personaggio estremo: apolide per scelta, viene contestato dagli anarchici più ortodossi, criticato nel suo modo a-politico di promuovere le TAZ -troppo slegato da un modo più “sistemico” di introdurre il pensiero anarchico.

Qui il PDF di TAZ in download.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI

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10 October 2024

“LA GENERAZIONE ANSIOSA”: RECENSIONE APPROFONDITA E VALUTAZIONI

di Raffaele Avico

PREMESSA: per ragioni di comodità in alcuni passaggi si è usato il maschile sovraesteso

“La generazione ansiosa” viene tradotto e pubblicato recentemente da Rizzoli; è un saggio da un titolo forte, che però merita una lettura approfondita, vista l’attualità dei suoi contenuti, e i dati allarmanti riguardanti la salute mentale dei giovani, da più parti denunciate.

Il volume si presenta come una sorta di mega-indagine, una vera e propria inchiesta giornalistica che mette in ordine e sistematizza i più recenti dati a riguardo della salute mentale dei giovani in relazione all’utilizzo di smartphone e social-media, con un focus sul periodo 2010-2015, cornice temporale che ha ospitato diverse innovazioni tecnologiche largamente disruptive, tutte insieme (iphone, app gratuite in cambio di pubblicità, social media, telefoni dotati di telecamere frontali, internet per tutti sempre e ovunque), in grado di avviare un cambio di paradigma a livello di relazioni e comunicazione tra gli individui -per le fasce d’età più giovani coincidente con quello che l’autore chiama, un po’ drammaticamente, la “Grande Riconfigurazione dell’Infanzia”.

Qui ne faremo una recensione approfondita, cercando di cogliere gli aspetti più importanti di quello che l’autore ci vuole passare.

Jonathan Haidt è un professore universitario a NYC, e già in precedenza, con questo libro, aveva indagato la salute mentale giovanile; i suoi studi si posizionano al confine tra la psicologia sociale e la sociologia: ha anche avviato un sito da usare come strumento a latere della lettura, questo: https://www.anxiousgeneration.com/

Vediamone alcune parti di “la generazione ansiosa” in dettaglio, procedendo nella lettura:

  1. Nella prima parte del suo lavoro H. presenta il suo concetto di “Grande Riconfigurazione dell’Infanzia”: la sua idea è che dal 2010 al 2015 qualcosa sia accaduto, e che l’infanzia abbia preso forme nuove, correlate all’introduzione di device tecnologici estremamente additivi, precedente a un preoccupante aumento di disturbi internalizzanti per le femmine in età adolescenziale ed esternalizzanti per i maschi nella stessa età. Il libro è stato scritto nel 2023, è quindi molto attuale: il problema del “malessere psicologico nei giovani” è sulla bocca di tutti.
  2. Il vero fattore discriminante, secondo Haidt, è rappresentato dalla pervasività di utilizzo dei device, che da un certo tempo in poi (l’Iphone è stato introdotto nel 2007), ha garantito di essere tutti sempre connessi -ancor di più dopo l’introduzione dei social network
  3. Haidt ragiona sul fatto che se il malessere dei/le ragazz* in età adolescenziale fosse causato da elementi di macro-contesto nel mondo reale (come crisi economiche o guerre) altre epoche avrebbero dovuto essere più tragiche (come il 2009): no, secondo l’autore parliamo di qualcosa successo nella prima metà degli anni ‘10, e non “esterno”/riguardante guerre, epidemie o altro. Anzi, in questi ultimi casi -l’autore sottolinea-, a volte le comunità fanno gruppo e sperimentano paradossali effetti positivi in senso psicologico
  4. Nel secondo capitolo, Haidt parte da alcune considerazioni riguardanti lo sviluppo “sano” di un bambino, soprattutto nella lenta gestazione delle sue abilità psicosociali/cognitive: tante di queste abilità, il bambino le sviluppa impegnandosi in un’attività sincrona e basata sulla sintonizzazione emotiva con l’altro -attività come il gioco sociale.
    L’autore si chiede cosa produca un bombardamento mediatico operato su di un cervello malleabile come argilla negli anni cruciali, anni come quelli della preadolescenza, arrivando a parlare di un passaggio da un’“infanzia basata sul gioco” ad un’“infanzia basata sul telefono”.
    Haidt parla di una “riconfigurazione” vera e propria dell’infanzia, che attraverso il telefono sarebbe stata espropriata delle attività che evoluzionisticamente sarebbero state più importanti (come appunto il gioco sociale sincrono, la sintonizzazione affettiva, l’autoregolazione nel gruppo dei pari). Sottolinea a proposito di questo l’importanza del gioco “rischioso”, corporeo, citando diversi studiosi che lo  approfondiscono (si veda per esempio questo studio): la natura del bambino è antifragile, necessita cioè di “perturbazione e stress” per evolvere
  5. Nel quarto capitolo l’autore apre il macro-capitolo “pubertà”, età particolarmente delicata in termini di “finestra di apprendimento” soprattutto a livello culturale/di conoscenza (si veda questo approfondimento su “La mente adolescente” di Daniel Siegel): qui pone il problema degli “inibitori di esperienze” (la cultura dell’iperprotezione che Haidt chiama safetyism e la dipendenza da smartphone), e riflette sull’assenza di riti di passaggio (almeno non nel mondo online, esente da questo tipo di logiche)
  6. Proseguendo nella lettura del libro, Haidt fa un veloce excursus storico a partire dal lancio del primo Iphone nel 2007, attraverso la creazione delle prime app (prima a pagamento, poi sostenibili a partire dalla pubblicità) fino ai giorni nostri; parla quindi del notorio “circuito di ricompensa” e di come si possa sviluppare una dipendenza da smartphone, che ritiene “attivamente progettata” negli anni del lancio dei primi social network dai fondatori delle app stesse. Si trattava di ingenerare dipendenza nei ragazzini che avrebbero usato il social, obbligandoli a passare più tempo possibile sulle piattaforme. Ma come fare? Il meccanismo è quello della ricompensa “non garantita”. Così come avviene nel gioco d’azzardo, far seguire a una determinata azione una ricompensa sviluppa un apprendimento veicolato dal rilascio di una certa quantità di neurotrasmettitori: la ricompensa non dev’essere però garantita, per poter ingaggiare in modo più forte chi ne dovrebbe fruire -si evita così l’abituazione ad essa e il darla per “scontata- : il meccanismo è largamente studiato ed è appunto alla base del meccanismo che regge (e avvia) il disturbo da gioco d’azzardo patologico.
    In più, Haidt ragiona sull’elemento “attivo” inerente gli aspetti di rinforzo, ovvero la possibilità da parte dei fruitori di essere in prima persona coinvolti, essendo che l’oggetto del reward è la propria immagine, la rappresentazione sociale di sé. In questo modo, Haidt sostiene, si arriva a un passaggio fondamentale, la generazione di un meccanismo di aggancio basato non solo su trigger esterni (come la notifica, il suono che richiama l’utente al device), ma su trigger interni, “formulazioni mentali”, “call to action mentali” in grado di attivare il soggetto alla compulsione e di disturbare il normale flusso dei suoi pensieri; veri e propri “pensieri-trigger” sospinti alla coscienza dalla “fame” di rilascio neurotrasmettitoriale, come d’altronde accade in ogni dipendenza: “chissà se avrò ricevuto notifiche”, “devo assolutamente controllare”, etc.
  7. Correlazione? No, causa. Proseguendo nella lettura, Haidt propone con forza l’idea che i disturbi psicopatologici osservati a partire dalla finestra temporale 2010-2015, debbano essere attribuiti ai prima descritti cambi di abitudini a riguardo del rapporto con gli oggetti tecnologici. Mette insieme una mole impressionante di dati, che si possono recupare qui.
  8. Nella quarta parte del libro, Haidt seleziona e presenta ulteriori studi, a tratti assumendo un tono paternalistico, moralizzante: unici elementi degni di nota, la questione del maggior impatto dell’utilizzo dei device sulle ragazze, e il tema del distacco progressivo dagli ambienti naturali, alla cui frequentazione l’evoluzione ci avrebbe chiamati: a contatto con la natura, e in generale nella “realtà”, siamo esposti sia a dolore (un rifiuto “dal vivo”, un infortunio corporeo) che ad esperienze trasformative e positive, anche in senso spirituale (per mezzo di attività corali, fatte insieme, funzionali appunto al trascendere -come assistere ad un concerto dal vivo).

Che fare, dunque?

La seconda parte -più breve- del volume, è incentrata su quello che i governi, le scuole e i genitori dovrebbero fare per contrastare il processo di “riconfigurazione dell’infanzia” citato dall’autore.

I capitoli che si susseguono in questa seconda parte, sono per lo più ripetizioni di due concetti fondamentali:

  1. è necessario rivedere e ripensare le norme (e anche le leggi) con cui permettiamo agli individui minorenni di accedere alle pagine internet. Il problema che l’autore pone in tutto il libro, viene anche qui riproposto: abbiamo concesso una libertà smisurata e non protetta alla navigazione su internet, e allo stesso tempo stiamo iper-proteggendo nel mondo reale i bambini e gli adolescenti, inabilitandoli alle esperienza di crescita fondamentali
  2. riprendendo il tema prima accennato, l’autore suggerisce di contrastare la tendenze al safetyism, all’iper-protezione, lavorando (pensando alle nuove generazioni) per la promozione di una maggiore connessione alla vita reale, offline

In conclusione, il volume come prima accennato rappresenta un’indagine -scritta in modo semplice, spesso ridondante- a riguardo degli impatti dell’utilizzo di smartphone e social media sulla salute mentale di ragazz* cresciuti nel periodo “critico” tra 2010 e 2015.

Le parti più interessanti del volume sono quelli inerenti gli studi a riguardo del potere dipendentogeno dei device tecnologici: non rivelano nulla di veramente nuovo, ma sistematizzano gli studi che negli ultimi anni sono stati pubblicati, fornendo prove convincenti a riguardo di una effettiva causalità tra l’immissione nel mercato dei suddetti strumenti tecnologici e il peggioramento della salute mentale delle generazioni che, in quegli anni, si stavano formando.

Declassare una valutazione approfondita come quella eseguita da Jonathan Haidt a “boomerismo”, “trombonaggine” o generico “luddismo”, equivale a non prendere seriamente in considerazione la questione, problematizzandola come è necessario fare. Giungere alla conclusione che “è sempre successo così”, che “ogni cambio di paradigma ha pro e contro”, rischia nuovamente di lasciare tutto così com’è, senza che nessuno faccia nulla nè per avallare, né per modificare/raddrizzare/intervenire sullo stato delle cose.
Perchè inoltre -l’autore si chiede-, spostiamo sempre la questione su problemi “precedenti” che sarebbero la causa “prima”, originaria dei problemi di dipendenza dei ragazzi? Non possiamo intervenire su entrambi i momenti del problema, su tutti gli elementi in gioco di questo fenomeno, senza accanirci su “cosa venga prima” -domanda peraltro difficile, se non impossibile, da indagare?

Tendenzialmente, abbiamo a che fare con una nuova, subdola e ormai endemica nuova forma di dipendenza comportamentale, rinforzata da meccanismi neurobiologici invincibili e inevitabili, soprattutto in chi ha il cervello in maturazione. La sensazione tuttavia è che, al momento, questa nuova forma di dipendenza non sia veramente problematizzata né pensata come tale: altre questioni sembrano sempre più attuali, forse perchè esiste un qualcosa da combattere attivamente, in senso fisico. Perché viene combattuta così ferocemente la cannabis legale, per fare un esempio, e ci si muove con lentezza da pachiderma nel normare l’accesso a siti dannosi per la salute mentale di individui in pieno sviluppo?

Nella parte finale di questo libro, Haidt osserva che sarebbe sufficiente ipotizzare l’intervento di aziende terze coinvolte al fine di controllare che i ragazzini che accedono a social o siti di pornografia siano effettivamente nell’età per farlo: non necessiteremmo di chissà quale tecnologia, sarebbe sufficiente un portale a cui autenticarsi con il proprio documento d’identità, che intercedesse per il soggetto stesso quando questi dovesse entrare in un determinato sito -garantendogli/le allo stesso tempo l’anonimato.

In ultima analisi, i limiti di questa indagine sono di ordine strettamente statistico: pur con questa enorme mole di dati, sembra difficile parlare di una causalità diretta: troppe variabili confondenti sporcano gli esperimenti, rendendo complicato tracciare una linea causale netta (per ora).

É indubbio tuttavia che a un’osservazione attenta, gli effetti dell’utilizzo compulsivo di uno smartphone -con tutto quello che al suo interno vi si possa rintracciare- sono evidenti, almeno agli occhi di un operatore della salute mentale: vanno dal modellare l’architettura dell’attenzione, al “bucare” la forma del pensiero (i trigger interni di cui prima scrivevamo, pensieri intrusivi in grado di portare l’attenzione al device, obbligandoci compulsivamente a ritornare ad esso) fino ad alterare il circuito del reward ingenerando una dipendenza comportamentale “nascosta” -allo stato delle cose accettata socialmente, per nulla problematizzata.

Recentemente è stato pubblicato un articolo abbastanza stupefacente, che indaga il concetto di “salienza” in relazione allo smartphone; il punto di questo studio era dimostrare come la semplice presenza del telefono nei pressi di un individuo, fosse in grado di assorbire una quota significativa delle sue capacità cognitive, di fatto diminuendole.
Si tratta di uno dei primi studi che indagano l’effetto della semplice presenza dello smarphone sulle capacità cognitive e attenzionali di un individuo, senza che necessariamente vi sia un altro compito da svolgere o un’interazione fisica con il telefono. Inoltre, gli autori sottolineavano che l’effetto pareva presentarsi anche nella consapevolezza a riguardo dello spegnimento del telefono stesso, o con lo schermo non visibile, cosa che dovrebbe farci ragionare sul potere che questo oggetto ha nel contesto delle nostre vite quotidiane. Sembrerebbe esistere, gli autori spiegano, una sorta di bisogno “sub-cosciente” di “monitorarlo”. Concludono con un consiglio chiaro: “however, our data suggest at least one simple solution: separation”.

Tornando e concludendo sul libro di Haidt, La generazione ansiosa rappresenta una fotografia di estrema attualità dello stato di salute mentale delle generazioni dei ragazzi nati a partire dalla seconda metà degli anni ‘90, con un focus sulle implicazioni dei profondi sconvolgimenti in campo tecnologico che a partire dagli anni ‘10 del 2000, si sono succeduti con impressionante velocità.
Al centro della sua indagine, Haidt pone i rischi di una forma endemica di dipendenza comportamentale che attribuisce all’uso pervasivo di device tecnologici portatili, fornendo alcune indicazioni generiche su temi di “ecologia della mente”, aiutando il lettore a porsi in una relazione consapevole con questi strumenti tecnologici, finalmente e coraggiosamente problematizzando la questione.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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3 August 2024

POPMed Talks #7: Francesco Sena (speciale Art Brut)

di Raffaele Avico

Francesco Sena è un artista contemporaneo con una lunga esperienza alle spalle in ambito di lavoro con pazienti psichiatrici e una vasta conoscenza in termini di storia e attualità della cosiddetta arte irregolare (Art Brut o Outsider Art).

In questa intervista ci ha parlato del suo lavoro per la struttura psichiatrica Il Porto di Moncalieri, della sua idea di lavoro con l’utenza psichiatrica, dell’importanza del “fare” arte senza troppo vincolarsi ai dettami -a volte rigidi- dell’arte terapia, e dei progetti che attualmente segue (come la galleria GliAcrobati di Torino).

Meritano un approfondimento alcuni degli spunti che Sena ci ha fornito nel corso dell’intervista, tra cui:

  • il progetto Gugging di Vienna
  • il lavoro di Tea Taramino
  • il lascito artistico di Giuliano “spasmo” Addari
  • il riferimento a una delle più conosciute opere di arte irregolare al mondo, conservata (ma non visibile) a Torino

La comunità terapeutica Il Porto ha negli anni contribuito alla diffusione delle opere generate dall’atelier aperto da Sena, attraverso diverse mostre aperte per lo più sul territorio torinese.

Dal catalogo pubblicato in occasione di una di queste (“Malamente”), estraiamo queste indicazioni scritte da Metello Corulli (fondatore del Porto insieme a Raffaella Bortino) sui “luoghi” da visitare per introdursi al tema “art brut”.

Corulli, venuto a mancare qualche anno fa, teneva in grande considerazione l’importanza di dotarsi di strumenti di simbolizzazione artistico/espressiva, al fine di meglio elaborare il disagio psichico.

Scrive (indicando luoghi da visitare in ambito Art Brut):

  1. Collezione Prinzhorn presso la Clinica psichiatrica dell’Università di HeidelbergLa Collezione conserva un patrimonio di dipinti ed opere realizzate da pazienti di ospedali psichiatrici tra 1°800 ed il 900, messa a punto dallo storico dell’arte e medico presso l’istituto di psichiatria dell’Università di Heidelberg, Hans Prinzhorn ( 1886 – 1933 ) tra il 1919 ed il 1921.
    La raccolta comprende circa 5.000 pezzi, prevalentemente disegnati a matita e pastello, ma anche dipinti con colori ad acqua ed a olio, lavori su tessuti, collage, testi scritti e sculture in legno. Si possono ammirare le espressioni artistiche di 435 pazienti/artisti di tutte le età, classi sociali e professioni, tra cui 80 donne, ricoverati con la diagnosi prevalente di “schizofrenia” in istituti psichiatrici della Germania, Svizzera ed Austria. Anche Italia ha contribuito alla collezione con opere provenienti da l’Aquila, Ceccano e da Roma. La collezione divenne subito nota tra gli artisti delle avanguardie: Paul Klee, Kubin, Max Ernst…
  2. Museo Waldau a Berna, fondato dal dr. Morghentaler per i lavori dei suoi pazienti.Paul Klee è stato tra i primi artisti ad accordare valore creativo a queste opere. Nel 1912, nei suoi Diari – tra i primi visitatori del museo – scrive “nell’arte si può ricominciare da capo […] Anche i bambini conoscono l’arte e vi mettono molta saggezza! Quanto più sono maldestri, tanto più ci offrono esempi istruttivi …. Fenomeni analoghi sono le creazioni dei malati di mente: sarebbe un insulto parlare in questi casi di ingenuità o di pazzia…”. Adolf Wolfli, considerato fra i più importanti artisti storici, ha vissuto 35 anni nella Clinica psichiatrica di Waldau
  3. Ospedale Psichiatrico Maria Gugging, Casa degli artisti, Klosterneuburg, (circa 20 km da Vienna ).Nel 1981 Leo Navratil giovane laureato ha aperto un padiglione all’interno dell’ospedale psichiatrico. Inizialmente egli riteneva che la produzione artistica di alcuni suoi pazienti (disegni, dipinti, sculture) potesse essere utilizzata a fini diagnostici e terapeutici; ben presto propende nel ritenere una modalita di espressione emozionale: La Galerie Nachst St. Stephen, una delle più importanti gallerie di Vienna ha ospitato la prima mostra degli “artisti del Gugging” Attualmente i loro lavori sono esposti in 180 musei in tutto il mondo e contesi da collezionisti privati. Attualmente la casa degli artisti è diretta dal Dr. Johann Feillacher. Ognuno degli ospiti che vi è stato ricoverato ha lasciato la propria impronta sui muri esterni e nelle stanze interne, che sono stati affrescati a più riprese.
  4. Museo di Antropologia ed Etnografia di TorinoFondato nel 1923 da Giovanni Marro (1875 – 1952), ex Direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Coregno, e fondatore dell’istituto di Antropologia dell’Ateneo Torinese, archeologo nelle campagne di scavi in Egitto. II Museo raccoglie numerose opere dei pazienti dell’Ospedale Psichiatrico di inizio secolo, tra cui un capolavoro dell’arte irregolare: Francesco Toris, brigadiere dei carabinieri, ricoverato con la diagnosi di paranoia, compie una imponente scultura di centinaia di ossa nell’arco di cinque anni, ossa provenienti dai pranzi della mensa, finemente cesellate in figure fantastiche e decorazioni, assemblate assieme. Per anni lo psichiatra chiede al paziente un qualche significato fino a quando Francesco, in una lettera, scrive: la rappresentazione del nuovo mondo.
  5. Collezione de l’Art Brut, LosannaLa ricerca iniziata nel 1945 da Jean Dubuffet di opere al di fuori dei circuti culturali e di tendenze alla moda è diventata negli anni sempre più corposa. Anche grazie all’attività della Compagnie de l’Art Brut, fondata dallo stesso Dubuffet assieme ad Andre Breton, Jean Paulhan e Michel Tapié. Dopo essere stata ospitta in Francia e negli Stati Uniti, dal 1975 la Collezione ha sede stabile a Losanna. Dubuffet ha anche coniato il termine Art Brut per indicare un arte praticata da coloro che, per una ragione o un’altra, sono sfuggiti al condizionamento culturale e al conformismo sociale: individui solitari, disadattati, ricoverati di ospedali psichiatrici, detenuti, emarginati… che comunque hanno prodotto opere altamente originali per contenuti ed opere.

Buon ascolto!

[-> continua su POPMed per l’intervista]


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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29 January 2024

Camilla Stellato: “Diventare genitori”

di Raffaele Avico

Per chi fosse interessato al tema del parenting, consigliamo il lavoro di una psicoterapeuta romana, Camilla Stellato, autrice di Diventare genitori.

Diventare Genitori rappresenta un buon manuale introduttivo per chi voglia approcciarsi al tema del parenting senza avere già conoscenze pregresse in ambito di psicoterapia e psicologia infantile. La Stellato ha una formazione in psicoanalisi transazionale, e sta divulgando e approfondendo il tema del parenting integrando differenti visioni e approcci teorici, compresa la prospettiva metacognitiva interpersonale di DiMaggio, di cui ci siamo spesso occupati su POPMed.

Per introdursi al suo lavoro, mettiamo qui un link a un suo intervento sul ciclo della rabbia che spesso un genitore può sperimentare nei primi anni di accudimento di un bimbo o di una bimba, spiegato passo dopo passo e in modo molto chiaro.

All’interno del volume Diventare Genitori troviamo elencate alcune problematicità inerenti la “transizione alla genitorialità”, compresi alcuni spunti pratici per far fronte ai problemi più comuni.

La Stellato giustifica le sue affermazioni con evidenze scientifiche di livello alto, per esempio -parlando di come il legame di coppia cambi dopo l’inizio della genitorialità- il lavoro di una sociologa torinese, Manuela Naldini, a proposito di uno squilibrio tra i carichi dei due genitori una volta nat* il/la figli*, un ritorno a una modalità “anni ‘50”, per via di quello che la Naldini, sulla scia di altri autori, chiama ri-tradizionalizzazione.

A livello di letteratura scientifica, “ri-tradizionalizzazione” sembra essere un fenomeno non solo italiano, ma internazionale.

Eccone una definizione generica:

”La parola “ri-tradizionalizzazione” suggerisce un ritorno a pratiche o modelli più tradizionali. Nel contesto del parenting, potrebbe riferirsi a un movimento o a un approccio che cerca di abbracciare o ripristinare pratiche di genitorialità considerate più tradizionali o classiche. Le pratiche di genitorialità tradizionali possono variare da cultura a cultura e da epoca a epoca, ma spesso coinvolgono ruoli di genere più definiti, con aspettative specifiche per le madri e i padri, modelli familiari più conservatori e un’enfasi su valori culturali o religiosi tradizionali”.

  • Qui un lavoro italiano del 2014.
  • Qui un articolo tedesco sul tema.

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22 January 2024

Offline is the new luxury, un documentario

di Raffaele Avico

Un documentario neo-luddista citato da Beppe Grillo in questo post, sufficientemente distopico, poco distante dalla realtà in cui viviamo immersi. Vi si constata una certa amarezza dei soggetti intervistati, consapevoli di come internet ai suoi primordi fosse stato ideato e pensato per essere un’arma di libertà e democrazia, non un enorme centro commerciale costruito per estrarre dati psicometrici dal comportamento dei suoi utenti.

A proposito dei movimenti neo-luddisti, interessante anche questa intervista a Logan Lane, di Brooklyn, fondatrice del cosiddetto Luddite Club, ragazzi adolescenti che decidono di disconnettersi usando dumb-phones e organizzando ritrovi “dal vivo”: Logan ragiona su quanto, nella sua stessa scuola, avesse osservato un inquietante modellamento della realtà sui contenuti di Instagram, come se il permanere costantemente immersi nella realtà dei social avesse il potere di riversarsi nella quotidianità del suo liceo, con ragazzi e ragazze vestiti/e “come se” fossero su Instagram, con modalità relazionali in linea con quelle virtuali, e altri segnali che la stessa Logan guardava con sospetto prima di creare il Club.

Il messaggio neo-luddista è inoltre sempre più al centro del lavoro di Mangiasogni, che nella sua ultima striscia animata ambienta in una Venezia del 2050 una lotta tra le “nuovissime” generazioni e quella dei millennials (la striscia si chiama appunto Death to millennials). Mangiasogni definisce i prosumer dei social di oggi e del futuro, ortaggi coltivati dagli “estrattori” di dati. La si può reperire qui.

Qui il documentario:

Article by admin / Società e cultura / recensioni

10 January 2024

MARCO ROVELLI, LA POLITICIZZAZIONE DEL DISAGIO PSICHICO E UN PODCAST DI psicologia fenomenologica

di Raffaele Avico

I redattori del blog psicologiafenomenologica.it hanno avviato da poco un podcast condotto da Gianluca D’Amico, chiamato Cosedapazzi.

Nell’ultima puntata viene intervistato Marco Rovelli a proposito di un suo libro uscito di recente, Soffro dunque siamo. Rovelli in questa intervista si mostra bravissimo nel portare una lettura della sofferenza psichica integrata agli aspetti più sociali, cosa che, oggi, risulta essere preziosa, vista la tendenza a concentrare la problematicità psicologico/psichiatrica solamente su elementi individuali. Rovelli pone l’accento su uno degli elefanti della stanza della sofferenza mentale del presente, la comparsa di forme di psicopatologia direttamente collegate alla cultura della performance dominante e al senso di frammentazione e di scarsa tenuta sociale in cui siamo immersi.

Possiamo estrarre da questa intervista alcune riflessioni e spunti.

[continua su POPMed]

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23 November 2023

Il burnout oltre i luoghi comuni (DI RICCARDO GERMANI)

PREMESSA: su concessione dell’autore, pubblichiamo questo lavoro di approfondimento sul concetto di burnout. Riccardo Germani si occupa di benessere aziendale e psicoterapia, qui il suo sito, e qui il link all’articolo originale. Come approfondito di seguito, il burnout è una risposta problematica a uno stato di stress protratto, che si manifesta come una condizione mentale di esaurimento energetico. Potremmo definirla una forma di disturbo dell’adattamento (si veda per esempio questo approfondimento sulla vicenda dei cani depressi di Pavlov). Al di là degli aspetti strettamente “lavorativi”, gli elementi di disturbo, chiamati microstressor, sono ovunque intorno a noi: la tecnologia li sta facendo aumentare in modo esponenziale, sottoponendo il nostro sistema nervoso a sollecitazione insostenibili, proponendoci continue distrazioni, forzandoci alla necessità continua di re-indirizzare il focus, con un carico cognitivo invisibile ma sempre più pesante da reggere. Ne abbiamo scritto qui a proposito del concetto di “diffusione patologica dell’attenzione”. Nell’articolo qui di seguito, Riccardo Germani si focalizza sul tema burnout in ambito lavorativo. Buona lettura! (R. Avico)

Il burnout oltre i luoghi comuni

di Riccardo Germani

Ho paura che l’argomento burnout stia diventando l’ennesimo trend linguistico che ha coinvolto le “relazioni tossiche”, i “narcisisti tossici”, gli “ambienti di lavoro tossici” e via dicendo. Quindi ho sentito il bisogno di scrivere qualcosa per mettere in ordine le idee (le mie, le vostre, le nostre) su questo tema, perché penso possa essere utile.

Spesso utilizziamo la parola “burnout” come sinonimo di stress, anche se in realtà i due concetti sono nettamente diversi. Se lo stress rappresenta una risposta fisiologica e può essere positivo, infatti, il burnout è sempre una risposta negativa alle richieste di adattamento, perché degrada il benessere psicofisico e interpersonale, sul lavoro e fuori da esso.

Potreste trovare questo episodio della newsletter un po’ didascalico e “alla Wikipedia”, ma credo possa essere utile in questa fase di diffusione popolare di questo concetto. Nelle righe finali aggiungo qualche considerazione un po’ più personale.

Cos’è il burnout

La “sindrome da burnout” è una risposta individuale allo stress lavorativo, che si sviluppa progressivamente e può diventare cronico, causando alterazioni della salute. Da un punto di vista psicologico, questa sindrome provoca danni a livello cognitivo, emotivo e attitudinale, che si traducono in comportamenti negativi nei confronti del lavoro, dei colleghi, degli utenti e del ruolo professionale stesso. Non si tratta però (solo) di un problema personale di tolleranza allo stress e gestione di questo, ma anche e soprattutto di una conseguenza di alcune caratteristiche dell’attività lavorativa e quindi della responsabilità dei manager e delle aziende su un tema fondamentale di salute del personale.

Le teorie sul burnout

Dalla comparsa del termine nella letteratura scientifica sono emersi diversi approcci che hanno tentato di spiegare in che modo il burnout nasce e si sviluppa. Le teorie empiricamente supportate sono principalmente 6:

  1. teoria cognitiva sociale;
  2. teoria dello scambio sociale;
  3. teoria organizzativa;
  4. teoria strutturale;
  5. teoria del rapporto richieste-risorse lavorative
  6. teoria del contagio emotivo.

Senza entrare nel dettaglio di ognuna, fornirò qui una panoramica sintetica di queste teorie, perché ognuno può capire meglio la propria situazione (o quella dell’azienda) grazie a una o più di queste ipotesi esplicative.

1. Teoria Cognitiva Sociale: Concentrandosi sui processi cognitivi disfunzionali, questa teoria suggerisce che il burnout si sviluppa in risposta a pensieri negativi, come il pensiero catastrofico legato al lavoro. Immaginiamo ad esempio un insegnante alle prese con una classe molto difficile. Questo insegnante ogni giorno pensa che non sia in grado di gestire la situazione e che i suoi sforzi siano inutili. Di conseguenza, i pensieri negativi e catastrofici si accumulano generando un senso di disperazione e distacco dal lavoro che porta l’insegnante a sentirsi demoralizzato e logorato.

2. Teoria dello Scambio Sociale: In questa prospettiva, il burnout emerge dalla mancanza di equità nella relazione tra l’organizzazione e i dipendenti, dove il lavoro fornito non viene adeguatamente ricompensato. Supponiamo un dipendente che lavora molte ore straordinarie senza ricevere una compensazione adeguata o il riconoscimento del suo sforzo. Questo squilibrio tra sforzo e ricompensa potrebbe portare a un sentimento di ingiustizia e contribuire al suo burnout.

3. Teoria Organizzativa: L’organizzazione stessa gioca un ruolo chiave nel causare il burnout secondo questa teoria. Le strutture organizzative stressanti e la cultura aziendale possono contribuire al suo sviluppo. In un’azienda in cui la gerarchia è molto rigida e le decisioni vengono prese dall’alto senza consultare i dipendenti, ad esempio, questi ultimi potrebbero sentirsi sopraffatti e impotenti, in alcuni casi arrivando al burnout.

4. Teoria Strutturale: Qui, i fattori strutturali come il carico di lavoro e la mancanza di controllo sul lavoro sono identificati come le principali cause del burnout. Pensiamo a un infermiere che lavora in un reparto con carenza di personale. Ogni giorno è sovraccaricato di pazienti e non ha il controllo sulla sua carica di lavoro. Questa situazione strutturale può portare al suo burnout.

5. Teoria del Rapporto Richieste-Risorse Lavorative: Questa prospettiva enfatizza il disequilibrio tra le richieste del lavoro (stress) e le risorse a disposizione per farvi fronte, come il supporto sociale, come un fattore chiave nel determinare il burnout. Un impiegato che lavora in un ambiente altamente competitivo potrebbe essere costantemente sotto pressione per raggiungere obiettivi irrealistici senza alcun supporto da parte dei colleghi o del datore di lavoro. Questo squilibrio tra richieste e risorse può portare al burnout.

6. Teoria del Contagio Emotivo: Secondo questa teoria, il burnout può diffondersi tra i membri di un gruppo o un’organizzazione attraverso l’influenza delle emozioni negative degli altri. In un team di lavoro, un membro che è costantemente stressato e frustrato potrebbe influenzare negativamente l’umore degli altri colleghi. Il loro contagio emotivo potrebbe portare a un aumento complessivo del burnout nel gruppo.

I fattori comuni del Burnout e la loro incidenza nella vita lavorativa

La letteratura scientifica ha evidenziato la presenza di diversi fattori comuni nello sviluppo del burnout e il suo manifestarsi nella routine lavorativa. Questi fattori rappresentano anche segnali che possono essere utilizzati per monitorare sé stessi, i colleghi e persone a cui teniamo. Vediamoli.

Stress e Sovraccarico

Immagina di lavorare in un ufficio dove i progetti sembrano accumularsi senza tregua. Ogni giorno, ti senti sopraffatto da scadenze serrate, riunioni interminabili e responsabilità in continua crescita. Questo è uno scenario comune in cui lo stress e il sovraccarico lavorativo possono gettare le basi del burnout. Quando il tuo lavoro quotidiano inizia a pesare come un macigno, è facile sentirsi esausti e demotivati.

Mancanza di Risorse

Un altro aspetto rilevante è la mancanza di risorse. Immagina di lavorare in un ambiente in cui ti senti isolato/a e senza supporto. I tuoi superiori sembrano disinteressati alle tue preoccupazioni, e i colleghi non collaborano. Questo deficit di risorse sociali può alimentare il burnout, poiché ti trovi a gestire le sfide lavorative in solitaria, senza una rete di supporto adeguata.

Disconnessione Sociale

Nella vita lavorativa quotidiana le dinamiche sociali sono di fondamentale importanza. Immagina di lavorare in un team in cui il contagio emotivo negativo è all’ordine del giorno. Anche se all’inizio hai un’elevata motivazione, l’energia negativa dei tuoi colleghi può trascinarti giù.

Differenze Individuali

Le persone reagiscono in modo diverso allo stress e al burnout. Immagina due colleghi che affrontano lo stesso carico di lavoro intenso. Mentre uno sembra gestirlo con calma, l’altro mostra segni evidenti di stress. Queste differenze individuali sono cruciali e dimostrano che non esiste una misura unica per il burnout. Le tue caratteristiche personali, la tua capacità di adattamento e le risorse che possiedi possono influenzare la tua suscettibilità al burnout.

Mancanza di Controllo

La mancanza di controllo sul lavoro è spesso un fattore chiave. Immagina di dover seguire procedure e regole rigidamente, senza poter esprimere le tue idee o prendere decisioni. Questo può far sentire le persone impotenti e frustrate, contribuendo ad aumentare la vulnerabilità al burnout.

Mancanza di Significato

Infine, considera la mancanza di significato nel tuo lavoro. Se ogni giorno vai al lavoro senza sentirlo come una parte significativa della tua vita o se i compiti non si allineano ai tuoi valori personali, potresti sentirti svuotato emotivamente. Questo è un esempio di come la mancanza di significato può contribuire al burnout.

Questi fattori sono solo alcuni degli ingredienti che compongono il complesso fenomeno del burnout. Nell’affrontare il burnout nella tua carriera, è essenziale riconoscere come questi elementi possono manifestarsi nel contesto lavorativo e imparare a gestirli in modo proattivo per mantenere il tuo benessere e la tua soddisfazione sul lavoro.

Conseguenze del Burnout

Il burnout può avere un impatto profondo sulla vita delle persone, manifestandosi attraverso conseguenze psicologiche, emotive, fisiche e comportamentali. Ecco come queste conseguenze si sviluppano:

1. Conseguenze Psicologiche

Il burnout può minare la salute mentale. Le persone colpite possono sperimentare:

  • Ansia e depressione: Le continue pressioni sul lavoro possono scatenare ansia e depressione.
  • Riduzione dell’autostima: Il senso di inefficacia e la mancanza di successo possono erodere la fiducia in sé stessi.

2. Conseguenze Emotive

Il burnout può rendere difficile il controllo delle emozioni, portando a:

  • Irritabilità: Le persone bruciate possono diventare facilmente irascibili.
  • Carenza di empatia: La capacità di comprendere gli altri può diminuire a causa del crescente stress.

3. Conseguenze Fisiche

Le conseguenze fisiche del burnout possono includere:

  • Affaticamento cronico: La stanchezza persistente è comune tra coloro che soffrono di burnout.
  • Problemi di salute: L’indebolimento del sistema immunitario può aumentare il rischio di malattie fisiche.

4. Conseguenze Comportamentali

Il burnout può influenzare il comportamento in modi diversi:

  • Isolamento sociale: Le persone possono ritirarsi dal lavoro e dalla vita sociale.
  • Problemi lavorativi: La perdita di interesse e motivazione può influenzare negativamente le prestazioni sul lavoro.

Oltre ai problemi di salute fisica e psicologica, in generale, il burnout è direttamente correlato anche all’insoddisfazione lavorativa, al basso impegno organizzativo, all’aumento dell’assenteismo, all’intenzione di dimettersi e alle riduzioni delle prestazioni. D’altro canto, alcuni dipendenti con sindrome da burnout possono giustamente lasciare il lavoro, mentre altri decidono di continuare a lavorare. Ciò può portare al presenzialismo lavorativo (vale a dire, le persone vanno a lavorare anche se non adempiono realmente alle proprie responsabilità a causa di problemi di salute). Inoltre, il burnout può portare a comportamenti devianti e controproducenti nei lavoratori come il quiet quitting, aggressività tra colleghi e verso gli utenti, uso di alcol e sostanze psicotrope, uso improprio di materiale aziendale o addirittura furti.

Queste conseguenze possono variare in intensità da persona a persona, ma è fondamentale riconoscerle e affrontarle per prevenire un ulteriore peggioramento del burnout.

Come si affronta il burnout

La letteratura scientifica distingue gli interventi per la gestione e la prevenzione del burnout su due livelli:

  1. Interventi gestiti dall’azienda per il benessere dei dipendenti;
  2. Misure individuali di gestione del lavoro e dello stress.

Interventi per il Benessere dei Dipendenti

In un contesto aziendale, è fondamentale promuovere interventi finalizzati a migliorare il benessere dei dipendenti, con l’obiettivo di gestire lo stress sul lavoro e prevenire il burnout. Questi interventi possono essere suddivisi in diverse categorie:

Formazione

La formazione rappresenta un mezzo efficace per consentire ai dipendenti di acquisire nuove competenze e conoscenze, aumentando così le loro risorse per far fronte alle sfide del lavoro. Oltre alle abilità tecniche, è essenziale offrire formazione finalizzata allo sviluppo di competenze personali e sociali che aiutino i lavoratori a promuovere il proprio benessere e ad adattarsi al contesto lavorativo.

Interventi Basati sui Punti di Forza

Questo tipo di intervento parte dal presupposto che ogni individuo possieda risorse personali che possono essere sfruttate per superare le avversità. L’uso dei punti di forza è intrinsecamente motivante e gratificante, e questi interventi si sviluppano tipicamente in tre fasi.

Coaching e Orientamento

Il coaching e l’orientamento sono approcci non direttivi che incoraggiano i dipendenti a riprendere il controllo del proprio benessere emotivo. In questo caso, il coach o il consulente guida il dipendente nel processo di elaborazione di strategie di coping personali.

Creazione di Gruppi di Supporto

Il supporto dei colleghi è fondamentale per affrontare le sfide quotidiane. La creazione di gruppi di supporto, sia formali che informali, offre un ambiente in cui i professionisti possono condividere esperienze, ricevere riconoscimento per il loro lavoro e affrontare insieme le sfide.

Iniziative Individuali per il Benessere

Alcuni interventi per migliorare il benessere possono essere avviati direttamente dai dipendenti al di fuori dell’ambiente di lavoro. Questi includono l’attività fisica, la pratica della consapevolezza, l’autovalutazione e, in casi appropriati, la psicoterapia.

Esercizio Fisico

L’attività fisica è stata dimostrata come un modo efficace per moderare gli effetti del burnout sulla salute dei lavoratori.

Allenamento alla Consapevolezza

La pratica della consapevolezza è efficace nel ridurre la sindrome da burnout, migliorando l’empatia, la concentrazione e mitigando gli effetti negativi della sindrome.

Autovalutazione

L’autovalutazione prevede la registrazione dei sintomi dello stress e dei modi per affrontarli. È importante misurare il grado di burnout con strumenti validati e confrontare i risultati nel tempo.

Psicoterapia

La psicoterapia è una risorsa per i casi più gravi di burnout, in cui la sindrome è già presente. Questo trattamento mira a sviluppare competenze emotive, risoluzione dei problemi e autostima ed è basato sulla terapia cognitivo-comportamentale.

Questi interventi, quando adeguatamente applicati, possono contribuire a promuovere il benessere dei dipendenti e prevenire il burnout, migliorando la loro qualità di vita sia sul piano professionale che personale.

Considerazioni più personali per te, che sei rimasto fino alla fine

O magari hai saltato tutti i paragrafi precedenti per venire a leggere queste righe. Va bene lo stesso.

Allora, io credo che l’aspetto più insidioso del burnout al di là di tutti i fastidiosi sintomi manifesti, è che a volte non lo vedi arrivare. Mi spiego. Di solito una persona mediamente coscienziosa si impegna molto e tende a impegnarsi ancora di più quando ci sono problemi o bisogna raggiungere un obiettivo ambizioso. Quindi la nostra tolleranza allo stress aumenta sempre di più e in modo sempre più graduale. Questo fino a che improvvisamente si rompe qualcosa. Teniamo duro fino a quando all’improvviso non ce la facciamo più e scoppiamo in lacrime per la disperazione. Il burnout nasce e viene analizzato innanzitutto in ambito sanitario tra medici e infermieri. Queste figure professionali si trovano spesso di fronte a dilemmi morali, situazioni di vita o di morte, disorganizzazione e conflitti di potere. I carichi di lavoro sono alti e si cerca di fare del bene alle altre persone. È un contesto in cui è molto facile finire in burnout. Il burnout è tanto più probabile quanto più alti sono gli standard interni morali e/o di prestazioni e performance. Paradossalmente colpisce quindi molto più le persone che si impegnano molto e ci tengono particolarmente al lavoro che fanno. Le persone che vedono il lavoro come un mezzo sono – da questo punto di vista – forse un po’ più protette. Comunque dicevo, il burnout a volte non lo vedi arrivare perché quando ti impegni tendi a dissociare, ad allontanare ciò che non va. Come quando entri in trance agonistica durante una partita di qualsiasi sport che ti piace. L’adrenalina ti protegge dal dolore, ma appena torni a casa a rilassarti senti tutte le botte che hai preso. Il punto a cui voglio arrivare è che dobbiamo essere attenti ai segnali del corpo e della mente. È troppo importante intervenire prima che il forte stress faccia il tuffo nell’esaurimento, in modo da dover scontare minori conseguenze sul proprio benessere, sul rapporto con il lavoro e nelle relazioni interpersonali.

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Fonte (newsletter di Riccardo Germani su Linkedin)

Article by admin / Società e cultura

23 August 2023

DIFFUSIONE PATOLOGICA DELL’ATTENZIONE E SUPERFICIALITÀ DIGITALE. UN ESTRATTO DA “PSIQ” di VALERIO ROSSO

di Raffaele Avico

Abbiamo già parlato su questo blog (e ampiamente su PopMed) dei rischi connessi alla sovra-esposizione mediatica e alla dipendenza da smartphone, di come il tutto sia ampiamente sottovalutato e di come il fenomeno stia frammentando la possibilità di immergersi verticalmente in un task.

Sempre più diviene centrale per chi si occupa di salute mentale, ragionare sui rischi dell’overload cognitivo, sulla tossicità della sovra-esposizione e sul tema dell’ecologia della mente (ovvero il rispetto e la tutela dell’”ambiente mentale”).
Negli ultimi tempi sembra essere particolarmente complesso inoltre, per gli individui, soffermarsi con il pensiero entro quello che viene definito default mode, uno stato di assenza specifica di task cognitivi, funzionale però all’auto-narrazione e alla libera associazione a riguardo del Sè (tanto da essere stato definito il “centro di gravità del cervello”), tutti processi fondamentali per costruire narrative funzionali all’Io e complessificare la personalità, storicizzandola, dandole un senso narrativo. Ne abbiamo parlato qui.

In media controlliamo il nostro cellulare (questo negli USA, ma è plausibile pensare che in Italia la situazione sia simile) più di 350 volte al giorno. Spesso l’uso del telefono viene mosso dall’apertura di un qualche social network, alla ricerca di una gratificazione momentanea, che sia una notifica o un messaggio. Tutto questo ha da un lato un fortissimo potere dipendentogeno, dall’altro rischi per la salute mentale sempre più ricercati e studiati. Questo lavoro, particolarmente approfondito e commissionato da centri di eccellenza mondiali (MIT, Bocconi), rappresenta il lavoro più corposo finora prodotto sull’impatto dei social network sulla salute mentale osservato su un campione di studenti, ottenendo risultati impressionanti, in particolare relativamente a Facebook. Parliamo di un degradamento generale della qualità della salute mentale, indotto anche da “comparazioni tossiche” tra individui giovani.

Recentemente è stato inoltre pubblicato un articolo che indaga il concetto di “salienza” in relazione allo smartphone.
Il punto di questo studio era dimostrare come la semplice presenza del telefono nei pressi di un individuo, fosse in grado di assorbire una quota significativa delle sue capacità cognitive, di fatto diminuendole. Si tratta di uno dei primi studi che indagano l’effetto della semplice presenza dello smarphone sulle capacità cognitive e attenzionali di un individuo, senza che necessariamente vi sia un altro compito da svolgere o un’interazione fisica con il telefono. Inoltre, gli autori sottolineano che l’effetto pare presentarsi anche nella consapevolezza a riguardo dello spegnimento del telefono stesso, o con lo schermo non visibile, cosa che dovrebbe farci ragionare sul potere che questo oggetto ha nel contesto delle nostre vite quotidiane. Sembrerebbe esistere una sorta di bisogno “sub-cosciente” di “monitorarlo”. Concludono con un consiglio chiaro: “however, our data suggest at least one simple solution: separation”.

La dispersione di energia mentale, che fa da preambolo al senso di esaurimento/overload cognitivo, dipende da 3 processi principali:

  • il lavoro implicito di scrematura e differenziazione tra stimoli che costantemente facciamo per poter mantenere il focus. Il cervello, come sappiamo, è già di suo un filtro in grado di portare alla nostra attenzione pochi stimoli alla volta per ragioni di adattamento; bombardarlo in modo continuo di stimoli ridondanti e chiassosi, rende il lavoro di filtraggio ancora più faticoso e frustrante.
  • la fatica della scelta continua, dell’eccesso di stimoli tra cui scegliere, rappresenta un problema per ora sotto-soglia, non ancora pienamente indagato; ne scrive anche Pietro Minto in questo libro che abbiamo recensito di recente citando il concetto di FOMO (fear of better options), il timore relativo al fatto di aver fatto la scelta migliore in un mondo di possibilità di consumo pressoché infinite
  • tradire costantemente la nostra attenzione con altro (come durante la lettura, l’impugnare e sbloccare il telefono) ci condanna al continuo bisogno di ri-focalizzarci su ciò che stavamo facendo “prima” di distrarci; questo è di per sé uno sforzo cognitivo, un task mentale. Il tema qui è complesso poiché esistono aspetti emotivi implicati nel fenomeno, dato che siamo meno portati a distrarci tanto più il compito è per noi stimolante. Il problema è che, in questo senso, solamente i compiti per noi massimamente edificanti in termini emotivi saranno in grado di coinvolgerci al punto da impedirci movimenti di distrazione: il risultato è che tutto ciò che non è per noi “centrale” rischia di disperdersi, con meno possibilità da parte nostra di essere contaminati da qualcosa di altro. Se mettiamo questo fenomeno insieme a quello delle bolle informative create dagli algoritmi, capiamo facilmente come tutti noi si rischi di “radicalizzarci” sempre di più su isole di contenuto “nostre”, senza associazioni libere, contaminazioni e scoperta di “altro”. É come sottoporsi a una Cura ludovico con i nostri stessi contenuti, tutto il giorno, auto-bombandardoci il cervello con contenuti in grado di “fittare” benissimo con ciò che già sappiamo, radicalizzandoci appunto.

Valerio Rosso nel suo recente libro PSIQ (https://www.psiq.it) ne parla in modo diffuso, introducendo un concetto interessante, il DDPA (Disturbo da Diffusione Patologica Dell’Attenzione), approfondito ulteriormente da un video che riportiamo in calce all’articolo.
Con l’autorizzazione dell’autore, riportiamo un breve estratto da questo volume, un passo incentrato appunto sul tema “sequestro dell’attenzione”:

[..]

Bene, adesso vi spiegherò come gli Smartphone, i Social Network ed il Gioco d’Azzardo ci rubano il Tempo, l’Attenzione e diminuiscono la nostra Versatilità, allo stesso modo di come accade quando usiamo in maniera problematica una sostanza d’abuso come l’eroina o l’alcol (379).

Il Tempo a nostra disposizione e la capacità di direziona e mantenere l’Attenzione su attività produttive, che ci appassionano e che ci fanno crescere, è il vero punto cardine della nostra Vita.

Leggendo psiq penso che abbiate capito che esistono disturbi mentali particolarmente subdoli ed invalidanti che vanno a compromettere proprio la nostra attenzione (oltre ad altre funzioni) come l’ADHD e anche, in parte, il Disturbo Bipolare.

In realtà negli ultimi anni, con la diffusione di massa degli smartphone e dei social media, si sta facendo strada una condizione patologica della nostra mente che, in realtà, non ha ancora un nome su cui gli scienziati concordano, ma che io ho chiamato “Disturbo da Diffusione Patologica dell’Attenzione” (“DDPA”) (380).

In quest’era digitale siamo tutti a rischio di sviluppare un “Disturbo da Diffusione Patologica dell’Attenzione” (“DDPA”) perché intorno a noi si stanno sviluppando delle condizioni fortemente favorenti questo problema.

Infatti siamo tutti oggetto di Campagne di Marketing che cercano di attirare la nostra attenzione (nel Mondo Reale, sul web e sui Social Media) ed inoltre la crisi economica, le Guerre, i Cambiamenti Climatici e la perdita di spiritualità e di valori solidi stanno portando l’umanità ad una sorta di Depressione Esistenziale che necessita di essere lenita. Che cosa sta accadendo, quindi, nel nostro attuale Mondo, che si sta anche caratterizzando per una velocità eccessiva, richieste di performance elevatissime e dalla presenza del digital che è una fonte enorme di connessione, di contenuti accattivanti e di opportunità sensoriali?

Le conseguenze di tutto ciò sono state una moltiplicazione dei cosiddetti attrattori di attenzione che assorbono e diffondono la nostra attenzione con conseguenze non ancora completamente chiare sul piano psicopatologico.

Il concetto di diffusione patologica dell’attenzione, che poi, in termini pratici, si traduce in un sequestro del nostro limitato capitale attentivo, è un fenomeno noto da diverse decine di anni, in sostanza da quando l’Umanità ha iniziato ad utilizzare mezzi e media che hanno potenziato e facilitato la comunicazione, negli anni ’60 e ’70.

“Superficialità”, purtroppo è questa una delle conseguenza di una diffusione costante della nostra attenzione, sequestrata da mille attrattori digitali, reali ed intrapsichici, che a fatica ce la restituiscono.

Andando avanti in questo ragionamento possiamo affermare che la diffusione patologica della nostra attenzione nel mondo digitale ed in quello reale iper- accelerato, favoriscono la costante presenza di ansia e rimuginazione.

Perché tutto questo?

L’ansia e la rimuginazione, intese in senso “classico”, erano sostenute da processi psicopatologici di tipo implosivo, ovvero che spesso affondavano le loro radici in una sorta di deflessione dell’osservazione verso il nostro interno a scapito della realtà esterna; spesso rappresentano dei veri e propri bias interpretativi dei dati in nostro possesso.

Ansia e rimuginazione sono emersi e si sono diffusi tra le persone come entità psicopatologiche nel corso di tutto il ‘900.
Allo stato attuale ansia e rimuginazione sono ancora molto presenti tra le persone nel mondo occidentale iper- accelerato e digitalizzato, ma non più come entità patologiche ma come segni e sintomi del Disturbo da Diffusione Patologica dell’Attenzione. Inoltre queste forme di ansia e di rimuginazione assumono una valenza esplosiva, ovvero diretta completamente verso l’esterno (381).

Nel momento in cui il nostro capitale di attenzione è completamente depauperato la nostra mente subisce una sorta di Effetto “colapasta”, ovvero la dispersione dell’attenzione rende la nostra mente simile ad un “colapasta” che non trattiene le informazioni per il tempo sufficiente alla loro elaborazione e questo ci impedisce di soffermarci sulle memorie e sui dati sensoriali, generando sensazioni di incertezza, allarme e disagio scarsamente definibili (382).

Quali potrebbero essere, quindi, le conseguenze cliniche ed esistenziali del DDPA?

Di seguito riporto una tabella riassuntiva dei più probabili sintomi e segni che potrebbero caratterizzare un disturbo costante della capacità di portare attenzione secondaria ad una costante diffusione (leggi “depauperizzazione”) dell’attenzione stessa:

  • Ansia e Rimuginazione.
  • Attacchi di Panico.
  • Disturbi da desiderio sessuale, anorgasmia.
  • Difficoltàrelazionali.
  • Difficoltà di apprendere nuovi task.
  • Anedonia e Alessitimia.

Per poter provare sentimenti autentici, vivere le nostre passioni e scrivere il nostro futuro abbiamo bisogno di riuscire a soffermarci sulle cose, di focalizzare i nostri pensieri e le nostre azioni, in poche parole abbiamo bisogno di poter disporre della nostra attenzione. Se questa qualità della nostra cognizione ci viene sottratta, proprio perché diluita e diffusa in plurime direzioni, rischiamo di perdere il motivo per cui la vita vale la pena di essere vissuta: la nostra possibilità di autodeterminarci e di essere liberi.

[…]

PSIQ è disponibile al link www.psiq.it. Qui invece il video prima citato, per approfondire:

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NB: “POPMED”, UNA NEWSLETTER DI AGGIORNAMENTO A TEMA “PSI”, A PAGAMENTO. Qui per iscriverti

Article by admin / Società e cultura

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  • LA SINDROME DI ASPERGER IN BREVE 7 December 2021
  • IL CONVEGNO DI SAN DIEGO SULLA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI (marzo 2022) 2 December 2021
  • PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA E DEEP BRAIN REORIENTING. INTERVISTA A PAOLO RICCI (AISTED) 29 November 2021
  • INTERVISTA A SIMONE CHELI (ASSOCIAZIONE TAGES ONLUS) 25 November 2021
  • TRAUMA: IMPOSTAZIONE DEL PIANO DI CURA E PRIMO COLLOQUIO 16 November 2021
  • TEORIA POLIVAGALE E LAVORO CON I BAMBINI 9 November 2021
  • INTRODUZIONE A BYUNG-CHUL HAN: IL PROFUMO DEL TEMPO 3 November 2021
  • IT (STEPHEN KING) 27 October 2021
  • JUDITH LEWIS HERMAN: “GUARIRE DAL TRAUMA” 22 October 2021
  • ANCORA SU PIERRE JANET 15 October 2021
  • PSICONUTRIZIONE: IL LAVORO DI FELICE JACKA 3 October 2021
  • MEGLIO MALE ACCOMPAGNATI CHE SOLI: LE STRATEGIE DI CONTROLLO IN INFANZIA (PTSDc) 30 September 2021
  • OVERLOAD COGNITIVO ED ECOLOGIA MENTALE 21 September 2021
  • UN LUOGO SICURO 17 September 2021
  • 3MDR: UNO STRUMENTO SPERIMENTALE PER COMBATTERE IL PTSD 13 September 2021
  • UN LIBRO PER L’ESTATE: “COME ANNOIARSI MEGLIO” DI PIETRO MINTO 6 August 2021
  • “I fondamenti emotivi della personalità”, JAAK PANKSEPP: TAKEAWAYS E RECENSIONE 3 August 2021
  • LIFESTYLE PSYCHIATRY 28 July 2021
  • LE DIVERSE FORME DI SINTOMO DISSOCIATIVO 26 July 2021
  • PRIMO LEVI, LA CARCERAZIONE E IL TRAUMA 19 July 2021
  • “IL PICCOLO PARANOICO” DI BERNARDO PAOLI. PARANOIA, AMBIVALENZA E MODELLO STRATEGICO 14 July 2021
  • RECENSIONE PER PUNTI DI “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE” 8 July 2021
  • I VIRUS: IL LORO RUOLO NELLE MALATTIE NEURODEGENERATIVE 7 July 2021
  • LA PLUSDOTAZIONE SPIEGATA IN BREVE 1 July 2021
  • COS’É LA COGNITIVE PROCESSING THERAPY? 24 June 2021
  • SULLA TERAPIA ESPOSITIVA PER I DISTURBI FOBICI: IL MODELLO DI APPRENDIMENTO INIBITORIO DI MICHELLE CRASKE 19 June 2021
  • É USCITO IL SECONDO EBOOK PRODOTTO DA AISTED 15 June 2021
  • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche -con il blog Psicologia Fenomenologica. 7 June 2021
  • PSICHIATRIA DI COMUNITÁ: LA SCELTA DI UN METODO 31 May 2021
  • PTSD E SPAZIO PERIPERSONALE: DA UN ARTICOLO DI DANIELA RABELLINO ET AL. 26 May 2021
  • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO ONLINE CON VALERIO ROSSO, MARCO CREPALDI, LUCA PROIETTI, BERNARDO PAOLI, GENNARO ROMAGNOLI 22 May 2021
  • MDMA PER IL PTSD: NUOVE EVIDENZE 21 May 2021
  • MAP (MULTIPLE ACCESS PSYCHOTHERAPY): IL MODELLO DI PSICOTERAPIA AD APPROCCI COMBINATI CON ACCESSO MULTIPLO DI FABIO VEGLIA 18 May 2021
  • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO GRATUITO ONLINE (21 MAGGIO) 13 May 2021
  • BALBUZIE: COME USCIRNE (il metodo PSICODIZIONE) 10 May 2021
  • PANICO: INTERVISTA AD ANDREA IENGO (PANICO.HELP) 7 May 2021
  • Psicologia digitale e pandemia COVID19: il report del Centro Medico Santagostino di Milano dall’European Conference on Digital Psychology (ECDP) 4 May 2021
  • SOLCARE IL MARE ALL’INSAPUTA DEL CIELO. Liberalizzare come terapia: il problema dell’autocontrollo in clinica 30 April 2021
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO” 25 April 2021
  • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche 25 April 2021
  • 3 STRUMENTI CONTRO IL TRAUMA (IN BREVE): TAVOLA DISSOCIATIVA, DISSOCIAZIONE VK E CAMBIO DI STORIA 23 April 2021
  • IL MALADAPTIVE DAYDREAMING SPIEGATO PER PUNTI 17 April 2021
  • UN VIDEO PER CAPIRE LA DISSOCIAZIONE 12 April 2021
  • CORRELATI MORFOLOGICI E FUNZIONALI DELL’EMDR: UNA PANORAMICA SULLA NEUROBIOLOGIA DEL TRATTAMENTO DEL PTSD 4 April 2021
  • TRAUMA E DISSOCIAZIONE IN ETÁ EVOLUTIVA: (VIDEO)INTERVISTA AD ANNALISA DI LUCA 1 April 2021
  • GLI EFFETTI POLARIZZANTI DELLA BOLLA INFORMATIVA. INTERVISTA A NICOLA ZAMPERINI DEL BLOG “DISOBBEDIENZE” 30 March 2021
  • SVILUPPARE IL PENSIERO LATERALE (EDWARD DE BONO) – RECENSIONE 24 March 2021
  • MDMA PER IL POST-TRAUMA: BEN SESSA E ALTRI RIFERIMENTI IN RETE 22 March 2021
  • 9 LIBRI FONDAMENTALI SU TRAUMA E DISSOCIAZIONE (aggiornato 2026) 14 March 2021
  • VIDEOINTERVISTA A CATERINA BOSSA: LAVORARE CON IL TRAUMA 7 March 2021
  • PRIMO SOCCORSO PSICOLOGICO E INTERVENTO PERI-TRAUMATICO: IL LAVORO DI ALAIN BRUNET ED ESSAM DAOD 2 March 2021
  • “SHARED LIVES” NEL REGNO UNITO: FORME DI PSICHIATRIA D’AVANGUARDIA 25 February 2021
  • IL TRAUMA (PTSD) NEGLI ANIMALI (PARTE 1) 21 February 2021
  • FLOW: una definizione 15 February 2021
  • NEUROBIOLOGIA DEL DISTURBO POST-TRAUMATICO (PTSD) 8 February 2021
  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE (SECONDA PARTE): FINE PENA MAI 3 February 2021
  • INTERVISTA A COSTANZO FRAU: DISSOCIAZIONE, TRAUMA, CLINICA 1 February 2021
  • LO SPETTRO IMPULSIVO COMPULSIVO. I DISTURBI OSSESSIVO COMPULSIVI SONO DISTURBI DA ADDICTION? 25 January 2021
  • ANATOMIA DEL DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO (E PSICOTERAPIA) 15 January 2021
  • LA STRANGE SITUATION IN BREVE e IL TRAUMA COMPLESSO 11 January 2021
  • GIORNALISMO = ENTERTAINMENT 6 January 2021
  • SIMBOLIZZARE IL TRAUMA: IL RUOLO DELL’ATTO ARTISTICO 2 January 2021
  • PSICHIATRIA: IL MODELLO DE-ISTITUZIONALIZZANTE DI GEEL, BELGIO (The Openbaar Psychiatrisch Zorgcentrum) 28 December 2020
  • STABILIZZARE I SINTOMI POST TRAUMATICI: ALCUNI ASPETTI PRATICI 18 December 2020
  • Psicoterapia breve strategica del Disturbo ossessivo compulsivo (DOC). Intervista ad Andrea Vallarino e Luca Proietti 14 December 2020
  • CRONOFAGIA DI DAVIDE MAZZOCCO: CONTRO IL FURTO DEL TEMPO 10 December 2020
  • PODCAST: SPECIALIZZAZIONE IN PSICHIATRIA E CLINICA A CHICAGO, con Matteo Respino 8 December 2020
  • COME GESTIRE UNA DIPENDENZA? 4 PIANI DI INTERVENTO 3 December 2020
  • INTRODUZIONE A JAAK PANKSEPP 28 November 2020
  • INTERVISTA A DANIELA RABELLINO: LAVORARE CON RUTH LANIUS E NEUROBIOLOGIA DEL TRAUMA 20 November 2020
  • MDMA PER IL TRAUMA: VIDEOINTERVISTA A ELLIOT MARSEILLE (A CURA DI JONAS DI GREGORIO) 16 November 2020
  • PSICHIATRIA E CINEMA: I CINQUE MUST-SEE (a cura di Laura Salvai, Psychofilm) 12 November 2020
  • STRESS POST TRAUMATICO: una definizione e alcuni link di approfondimento 7 November 2020
  • SCOPRIRE IL FOREST BATHING 2 November 2020
  • IL TRAUMA COME APPRENDIMENTO A PROVA SINGOLA (ONE TRIAL LEARNING) 28 October 2020
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  • IL RITORNO (MASOCHISTICO?) AL TRAUMA. Intervista a Rossella Valdrè 13 October 2020
  • ASCESA E CADUTA DEI COMPETENTI: RADICAL CHOC DI RAFFAELE ALBERTO VENTURA 6 October 2020
  • L’EMDR: QUANDO USARLO E CON QUALI DISTURBI 30 September 2020
  • FACEBOOK IS THE NEW TOBACCO. Perchè guardare “The Social Dilemma” su Netflix 28 September 2020
  • SPORT, RILASSAMENTO, PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA: oltre la parola per lo stress post traumatico 21 September 2020
  • IL MODELLO TRIESTINO, UN’ECCELLENZA ITALIANA. Intervista a Maria Grazia Cogliati Dezza e recensione del docufilm “La città che cura” 15 September 2020
  • IL RITORNO DEL RIMOSSO. Videointervista a Luigi Chiriatti su tarantismo e neotarantismo 10 September 2020
  • FARE PSICOTERAPIA VIAGGIANDO: VIDEOINTERVISTA A BERNARDO PAOLI 2 September 2020
  • SUL MERCATO DELLA DOPAMINA: INTERVISTA A VALERIO ROSSO 31 August 2020
  • TARANTISMO: 9 LINK UTILI 27 August 2020
  • FRANCESCO DE RAHO SUL TARANTISMO, tra superstizione e scienza 26 August 2020
  • ATTACCHI DI PANICO: IL MODELLO SUL CONTROLLO 7 August 2020
  • SHELL SHOCK E PRIMA GUERRA MONDIALE: APPORTI VIDEO 31 July 2020
  • LA LUNA, I FALÒ, ANGUILLA: un romanzo sulla melanconia 27 July 2020
  • VIDEOINTERVISTA A FERNANDO ESPI FORCEN: LAVORARE COME PSICHIATRA A CHICAGO 20 July 2020
  • ALCUNI ESTRATTI DALLA RUBRICA “GROUNDING” (PDF) 14 July 2020
  • STRESS POST TRAUMATICO: IL MODELLO A CASCATA. Da un articolo di Ruth Lanius 10 July 2020
  • OTTO KERNBERG SUGLI OBIETTIVI DI UNA PSICOANALISI: DA UNA VIDEOINTERVISTA 3 July 2020
  • SONNO, STRESS E TRAUMA 27 June 2020
  • Il SAFE AND SOUND PROTOCOL, UNO STRUMENTO REGOLATIVO. Videointervista a GABRIELE EINAUDI 23 June 2020
  • IL CONTROLLO CHE FA PERDERE IL CONTROLLO: UNA VIDEOINTERVISTA AD ANDREA VALLARINO SUL DISTURBO DI PANICO 11 June 2020
  • STRESS, RESILIENZA, ADATTAMENTO, TRAUMA – Alcune definizioni per creare una mappa clinicamente efficace 5 June 2020
  • DA “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE”: COS’É LA NEUROCEZIONE 3 June 2020
  • AUTO-TRADIRSI. UNA DEFINIZIONE DI MORAL INJURY 28 May 2020
  • BASAGLIA RACCONTA IL COVID 26 May 2020
  • FONDAMENTI DI PSICOTERAPIA: LA FINESTRA DI TOLLERANZA DI DANIEL SIEGEL 20 May 2020
  • L’EBOOK AISTED: “AFFRONTARE IL TRAUMA PSICHICO: il post-emergenza.” 18 May 2020
  • NOI, ESSERI UMANI POST- PANDEMICI 14 May 2020
  • PUNTI A FAVORE E PUNTI CONTRO “CHANGE” di P. Watzlawick, J.H. Weakland e R. Fisch 9 May 2020
  • APPORTI VIDEO SUL TARANTISMO – PARTE 2 4 May 2020
  • RISCOPRIRE L’ARCHIVIO (VIDEO) DI PSYCHIATRY ON LINE PER I SUOI 25 ANNI 2 May 2020
  • SULL’IMMOBILITÀ TONICA NEGLI ANIMALI. Alcuni spunti da “IPNOSI ANIMALE, IMMOBILITÁ TONICA E BASI BIOLOGICHE DI TRAUMA E DISSOCIAZIONE” 30 April 2020
  • FOBIE SPECIFICHE IN BREVE 25 April 2020
  • JEAN PIAGET E LA SHARING ECONOMY 25 April 2020
  • LO STATO DELL’ARTE INTORNO ALLA DIMENSIONE SOCIALE DELLA MEMORIA: SUL MODO IN CUI SI E’ ARRIVATI ALLA CREAZIONE DEL CONCETTO DI RICORDO CONGIUNTO E SU QUANTO LA VITA RELAZIONALE INFLUENZI I PROCESSI DI SVILUPPO DELLA MEMORIA 25 April 2020
  • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.3 – MODELLO ITALIANO E MODELLO BELGA A CONFRONTO, CON GIOVANNA JANNUZZI! 22 April 2020
  • RISCOPRIRE PIERRE JANET: PERCHÉ ANDREBBE LETTO DA CHIUNQUE SI OCCUPI DI TRAUMA? 21 April 2020
  • AGGIUNGERE LEGNA PER SPEGNERE IL FUOCO. TERAPIA BREVE STRATEGICA E DISTURBI FOBICI 17 April 2020
  • INTERVISTA A NICOLÓ TERMINIO: L’UOMO SENZA INCONSCIO 13 April 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.3 10 April 2020
  • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.2 – MODELLO ITALIANO E MODELLO SVIZZERO A CONFRONTO, CON OMAR TIMOTHY KHACHOUF! 6 April 2020
  • ANTONELLO CORREALE: IL QUADRO BORDERLINE IN PUNTI 4 April 2020
  • 10 ANNI DI E.J.O.P: DOVE SIAMO? 31 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.2 27 March 2020
  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE: RISTRETTI.IT 25 March 2020
  • NELLE CORNA DEL BUE LUNARE: IL LAVORO DI LIDIA DUTTO 16 March 2020
  • LA COLPA NEL DOC: LA MENTE OSSESSIVA DI FRANCESCO MANCINI 12 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.1 6 March 2020
  • PREFAZIONE DI “PTSD: CHE FARE?”, a cura di Alessia Tomba 5 March 2020
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO”: EP.1 – FERNANDO ESPI FORCEN 29 February 2020
  • NERVATURE TRAUMATICHE E PREDISPOSIZIONE AL PTSD 13 February 2020
  • RIMOZIONE E DISSOCIAZIONE: FREUD E PIERRE JANET 3 February 2020
  • TEORIA DEI SISTEMI COMPLESSI E PSICOPATOLOGIA: DENNY BORSBOOM 17 January 2020
  • LA CULTURA DELL’INDAGINE: IL MASTER IN TERAPIA DI COMUNITÀ DEL PORTO 15 January 2020
  • IMPATTO DELL’ESERCIZIO FISICO SUL PTSD: UNA REVIEW E UN PROGRAMMA DI ALLENAMENTO 30 December 2019
  • INTRODUZIONE AL LAVORO DI GIULIO TONONI 27 December 2019
  • THOMAS INSEL: FENOTIPI DIGITALI IN PSICHIATRIA 19 December 2019
  • HPPD: HALLUCINOGEN PERCEPTION PERSISTING DISORDER 12 December 2019
  • SU “LA DIMENSIONE INTERPERSONALE DELLA COSCIENZA” 24 November 2019
  • INTRODUZIONE AL MODELLO ORGANODINAMICO DI HENRI EY 15 November 2019
  • IL SIGNORE DELLE MOSCHE letto oggi 4 November 2019
  • PTSD E SLOW-BREATHING: RESPIRARE PER DOMINARE 29 October 2019
  • UNA DEFINIZIONE DI “TRAUMA DA ATTACCAMENTO” 18 October 2019
  • PROCHASKA, DICLEMENTE, ADDICTION E NEURO-ETICA 24 September 2019
  • NOMINARE PER DOMINARE: L’AFFECT LABELING 20 September 2019
  • MEMORIA, COSCIENZA, CORPO: TRE AREE DI IMPATTO DEL PTSD 13 September 2019
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  • “LA CITTÀ CHE CURA”: COSA SONO LE MICROAREE DI TRIESTE? 8 August 2019
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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
  • Nella sezione FORMAZIONE sono contenuti post a contenuto vario, che hanno l’obiettivo di (in)formare il lettore a proposito di un determinato argomento.
  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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