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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

26 January 2026

“LIFESTYLE MEDICINE”, il nuovo libro di Valerio Rosso

di Raffaele Avico

Abbiamo su questo blog parlato spesso del lavoro di divulgazione di Valerio Rosso, che ha pubblicato da poco un libro con Mondadori a proposito della Lifestyle Medicine.

Il suo lavoro ha raggiunto proporzioni enormi, soprattutto a livello di riscontro sui social media (qui il canale youtube), sui quali quotidianamente diffonde contenuti riguardanti neuroscienza, medicina dello stile di vita, prevenzione a livello di salute mentale e tematiche di psicopatologia.

La “consistenza” del suo lavoro e il seguito sempre più nutrito gli hanno consentito di fornire un costante servizio di divulgazione senza cadere in facili meccanismi da “social”, senza piegarsi a temi “da algoritmo”, senza insomma obbligarlo a calarsi nel “mare di fango” e marketing che caratterizzano pressoché ogni piattaforma nel momento presente, ma di -progressivamente- smontare quegli stessi meccanismi, criticandoli “dall’interno”. Valerio Rosso quotidianamente parla di di stile di vita, di movimento fisico, di controllare l’alimentazione, e lo fa dal giorno “zero” affidandosi a fonti scientifiche, senza allarmismi nè “mistificazioni” da social: procedere in questo modo gli ha conferito una credibilità che progressivamente, come accennato, lo ha “liberato” dalla necessità di piegarsi a logiche da algoritmo, arrivando a una posizione di “libertà totale” di espressione, il che gli consente di fornire un servizio NON “enshittificato” nè inquinato da esigenze economiche.

Quindi, per esempio:

  1. assenza di ricette miracolose in tema salute mentale, ma lavoro multimodale, integrato, lento e progressivo
  2. assenza di ricette miracolose per la longevità, grande tema dell’oggi, e divulgazione sul mantenimento di uno stile salutare di vita, per “aumentare la vita negli anni” e non “aumentare gli anni di vita”; intorno al tema longevità si rapprendono molte questioni inerenti la morte, la paura di vivere una vita vuota di relazioni che dev’essere quindi allungata a oltranza -tutti temi che Valerio osserva
  3. assenza di ricette miracolose inerenti gli integratori, che permetterebbero un miglioramente della qualità della vita, per lo più “mangime per followers” e che -senza un cambio dello stile di vita- sono per lo più inutili
  4. pensiero critico sulla questione farmaci (quindi: da usare quando realmente utili, con razionale medico)

Negli ultimi tempi ha spinto in particolare il tema della “diffusione patologica dell’attenzione” (qui un approfondimento) così da allertare il pubblico a proposito dei rischi dell’iperconnessione, e criticando pesantemente l’utilizzo di smartphone e schermi.
Sulla sofferenza giovanile, a differenza di altri divulgatori molto in voga come Matteo Lancini -che costantemente ripropone l’antico adagio “non siamo capaci di ascoltarli” (cit. Crepet nel 2006)- Valerio allarga il campo dell’analisi e legge fenomeni di isolamento e overload cognitivo come intrecciati a fenomeni economico-sociali, parlando di turbocapitalismo, assenza di spazi di socialità, senso&significato, dipendenza da contenuti online, algoritmi pensati per essere dipendentogeni e stile di vita tossico (parlando per esempio di come si vive nelle grandi città): insomma, tentando una lettura allargata dei fenomeni di psicopatologia, come fanno anche altri pensatori -vd. Massimo Recalcati- che intrecciano il disagio individuale al disagio sociale (si veda anche questo approfondimento su Marco Rovelli e la politicizzazione del disagio psichico).

Di recente, Valerio ho pubblicato un video a proposito della salute mentale come “tema dei prossimi 10 anni”, che alleghiamo di seguito.

Qui invece, alcuni contenuti a proposito del suo lavoro che abbiamo pubblicato negli scorsi anni:

  1. UN FREE EBOOK (SUL TRAUMA) IN COLLABORAZIONE CON VALERIO ROSSO
  2. DIFFUSIONE PATOLOGICA DELL’ATTENZIONE E SUPERFICIALITÀ DIGITALE. UN ESTRATTO DA “PSIQ” di VALERIO ROSSO
  3. SUL MERCATO DELLA DOPAMINA: INTERVISTA A VALERIO ROSSO
  4. LIFESTYLE PSYCHIATRY
  5. altro

NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Generale / recensioni

22 December 2025

CORPI BORDERLINE DI CLARA MUCCI: recensione approfondita e osservazioni

di Raffaele Avico

Corpi Borderline ci porta all’interno del metodo di lavoro di Clara Mucci con i pazienti gravi.

Ne estraiamo qua alcuni takeaways, invitando chi volesse ad approfondire la lettura direttamente sul testo.

  1. La Mucci parte dalle teorizzazioni di Kernberg, Klein e di altri autori maggiori della psicoanalisi, compreso Freud, per elaborare un suo metodo di lavoro che supera quegli stessi ispiratori iniziali. In particolare rinforza l’idea di un trauma sempre esogeno, mai intrapsichico, rinnegando più volte l’idea di un’aggressività innata  e autodistruttiva. Il passaggio è abbastanza importante, visto che si lascia alle spalle di fatto sia l’idea di un trauma fantasmatico e intrapsichico (a un certo punto teorizzato da Freud) che l’idea di una pulsione di morte innata – che aveva fatto da basamento alla teorizzazione di Melanie Klein. Seguendo una sua linea di pensiero approda a Ferenczi e a Schore, veri “pilastri” teorici del volume, di fatto tenendo insieme la visione sul trauma e sulla nascita del disturbo di personalità grave di Sandor Ferenczi e la neuroscienza “degli emisferi destri” promossa da Schore
  2. Corpi borderline è un libro di neuropsicoanalisi: non basta più ragionare di oggetti interni, difese verticali o orizzontali, sogni: occorre integrare le conoscenze di psicoanalisi classica agli studi sull’attaccamento di Bowlby, ai seminali lavori di Mauro Mancia, alle scoperte di Schore, all’eredità di Ferenczi, addirittura alla teoria polivagale di Porges (oggi in parte messa in discussione, ritenuta da alcuni semplicistica) arrivando alle più recenti teorie sul trauma – integrando diversi modelli di lettura del complesso mentecervello.
  3. il cuore del lavoro con pazienti borderline è il ripristino di una sicurezza relazionale in vivo in terapia (un’”esperienza emozionale correttiva”) insieme al fondamentale lavoro sul perdono (che Mucci descrive come rinascita/superamento, distinguendolo dal perdono cattolico) al fine di “sciogliere la diade vittima/persecutore” nel mondo prima esterno e poi interno del paziente. Essere cresciuto/a in un ambiente abusante promuove nel paziente la creazione di una visione diadica stereotipata in senso relazionale, con -appunto- vittime e persecutori: superare questa visione coincide con l’approdo alla fase depressiva di Klein (in questo caso ripresa da Mucci) e con la creazione di uno spazio mentale “terzo” in grado di superare la suddetta visione diadica e di -elemento fondamentale- lasciare andare/elaborare la presenza di oggetti interni persecutori.
    Il percorso è il seguente, secondo Mucci: 1) infanzia traumatica/traumatizzante 2) introiezione di oggetti interni persecutori 3) conflitti psicologici interni che ripropongono la dinamica vittima-persecutore 4) sviluppo di sintomi. In terapia si dovrà procedere al contrario, partendo dai sintomi per leggerli in chiave psicodinamica o attraverso le lenti della psicotraumatologia, per arrivare a un’emancipazione del paziente dalla dinamica vittima-persecutore. Si veda a proposito di questo il suo lavoro “Trauma e perdono”.
  4. Seguendo questa linea di pensiero sull’introiezione della diade vittima/persecutore, la Mucci osserva che il corpo può divenire oggetto di scariche aggressive, o essere vissuto come altro/persecutore: da qui l’origine nei pazienti borderline delle tendenze anticonservative (lesioni, aggressività autodiretta, abusi di sostanze): si tratterebbe sempre del riproporsi di una dinamica vittima/persecutore, dunque, o del riattivarsi di una rabbia -pensata però come reazione a una frustrazione prima di tutto relazionale/interpersonale o -seguendo la visione di Russell Meares, reattiva a momenti di discontinuità dello stato della coscienza
  5. Sempre a proposito di questo, la Mucci acutamente osserva come un oggetto cattivo diviene buono in quanto esiste: è meglio per il bambino adattarsi a un oggetto cattivo ma esistente, che affacciarsi sul vuoto dell’oggetto inesistente o morto: a volte in psicoterapia ci si accorge di come il preservare il legame con un oggetto interno ingombrante/persecutorio difende il paziente dal vuoto e dal lavoro del lutto inerente la perdita di quello stesso oggetto. Nel volume Corpi Borderline, la Mucci esemplifica questo con un caso clinico in cui, una volta disciolta la dinamica vittima/persecutore, occorreva per la paziente in questione lavorare sul vuoto abissale della mancanza dell’oggetto materno (“Complesso della madre morta”), altrettanto pesante, forse ancora più difficoltoso. Mucci rinforza psicoanaliticamente un tema esplorato da Giovanni Liotti quando parla del bisogno primario del bambini di dipendere, anche in un contesto traumatico, “negante” o abusante (meglio male accompagnati che soli)
  6. A proposito della primiscuità sessuale dei pazienti borderline, la Mucci spiega in un interessante capitolo dedicato come attraverso il corpo il/la paziente tenti di ricostruire lo stato di sicurezza/intimità rassicurante anticamente perduto, o mai vissuto: non avrebbe il comportamento tanto a che fare -quindi- con la ricerca di una meta sessuale omo od eterosessuale, quanto con il contatto corporeo, una corporeità rinnovata, la ricerca di una condizione di sicurezza per via corporea
  7. La Mucci propone anche qui la sua idea a proposito dei 3 livelli di trauma.
    Esistono dal suo punto di vista 3 livelli di traumatizzazione che si possono “cumulare”, con conseguenze progressivamente peggiori: rimandiamo a questa recensione l’approfondimento, citando solo la definizione dei 3 livelli: “L’autrice distingue tre livelli di trauma: il primo derivante dalla mancata sintonizzazione tra caregiver e bambino (trauma relazionale precoce); un secondo livello, più strettamente collegato alla patologia borderline, vede la presenza di maltrattamenti, privazioni e abusi. Il terzo livello comprende traumi sociali come stermini, genocidi, guerre”.
    Riprendendo Liotti, la Mucci sostiene che solo il trauma per mano umana produce dissociazione, elemento clinico di particolare interesse per chi si occupi di trauma complesso.
  8. La Mucci attinge da Ferenczi a piene mani: negli ultimi anni, grazie anche ad autori come Franco Borgogno, assistiamo al recupero di un padre “minore” della psicoanalisi degli inizi, Sandor Ferenczi appunto, soprattutto in ambito di teoria e tecnica sul trauma. Citato più volte, il famoso articolo “La confusione delle lingue tra adulti e bambini”

MUCCI SUL NARCISISMO

Forse un po’ più debole contenutisticamente la parte del volume relativa al disturbo narcisistico di personalità, con riferimenti multipli e meno organizzati, di volta in volta shiftati tra teorie psicoanalitiche più o meno datate inerenti la patogenesi del narcisismo, e ricerche più attuali (neuroscientifiche) riguardanti possibili spiegazioni sulla nascita del disturbo. L’impressione è che il capitolo manchi di un punto di arrivo, e che non esista una formulazione chiara su di un “fattore primo” inerente l’eziopatogenesi del disturbo. Si parla di rispecchiamento problematico ma anche di scarsa interiorizzazione degli oggetti, di “trauma nella fase del riavvicinamento” usando i criteri di Mahler, di edipo risolto male con Super-io inespresso, ma anche di sviluppo problematico di aree del cervello fondamentali per l’empatia (Schore).
Degno di nota l’insistere sul tema della vergogna, emozione centrale nel narcisismo e in grado di regolare l’umore, e l’accenno -seppur breve- alla teoria di Liotti e Farina sul comportamento scarsamente empatico del narcisista letto come risultato di una strategia controllante punitiva (la Mucci sembra confondere qui il concetto di “strategia di controllo” di Liotti con il concetto -più largo- di Sistema Motivazionale Interpersonale).
L’impressione che se ne ricava è che leggere la genesi del disturbo narcisistico usando le lenti della teoria psicoanalitica classica sia problematico, ma che lo sia anche usare le lenti della psicotraumatologia di matrice “ferencziana”/liottiana -immaginando cioè che il narcisista sia figlio delle sue introiezioni taglienti e problematiche.
Setacciando il capitolo, l’idea mahleriana di un disturbo narcisistico come risultato di un rifiuto da parte del bambino all’idea di dipendenza, dipendenza vissuta come persecutoria e problematica a causa di caratteristiche intrinseche al caregiver, rimane la più plausibile. Rimando a questo approfondimento sul tema “strategie di controllo” di Liotti e Farina, che di fatto dice la stessa cosa usando termini diversi (al fine di controllare la relazione con il caregiver problematico il bambino impara a punire l’oggetto, rifiutandosi di porsi in una posizione di eccessiva dipendenza da esso -posizione vissuta come mortifera e umiliante).
In tutto questo, la Mucci ribadisce, non esiste nessuna aggressività innata né alcun temperamento che non sia epigeneticamente influenzato, superando dunque, come già accennato, le idee kleiniane e kernberghiane a proposito delle caratteristiche innate del bambino. La psicopatologia, ci ricorda l’autrice, è un affare interpsichico già da subito, o meglio, già da prima della nascita.

Sempre a proposito del tema “narcisismo”, nel capitolo successivo l’esemplificazione di un caso clinico (Fabian) aiuta a meglio comprendere e a sistematizzare i contenuti presentati nel capitolo precedente.
Tirando le fila del discorso, la Mucci presenta le sue idee più forti a riguardo della sua idea di narcisismo, che possono essere sintetizzate in questo modo:

  1. la patogenesi del disturbo deriva da un evento vissuto dal bambino come problematico, nel contesto della fase di “riavvicinamento” usando la teoria di Mahler (qui un approfondimento): si tratterebbe per il bambino di un processo di “rifiuto” della dipendenza, una compensazione al senso di umiliazione vissuta quando le sue esigenze di dipendenza furono frustrate o mortificate, nel contesto di un attaccamento problematico. Il bambino imparerebbe a “fare da sé”, o a rifiutare in sé l’idea di dipendere -e la creazione di un sé grandioso arriverebbe ad aiutarlo in questo processo di “rinuncia”. L’emozione centrale, in tutto questo, sarebbe come prima accennato la vergogna (vergogna di dipendere, di non farcela da solo, di dover appoggiarsi ad altri)
  2. tutto questo va di pari passo con la presenza di oggetti interni problematici: “ideali dell’io” ipertrofici e irraggiungibili, ma anche oggetti interni persecutori e aggressivi, umilianti: torna qui, come osserviamo, l’accento messo da Mucci sul tema diade “vittima/persecutore”, elemento a fare da “basamento” a molti disturbi di personalità in quanto risultante di un primevo, disturbato rapporto con le figure di accudimento primarie.
  3. la suicidalità del paziente narcisista è differente dalla suicidalità del paziente borderline. Nel primo caso può trattarsi del compiersi di un “destino” di mortificazione da parte delle figure interne (sadiche, o addirittura deliranti), altre volte di un gesto di affrancamento da figure vissute come persecutorie. Nel paziente borderline, d’altra parte, la suicidalità mantiene caratteristiche “interpsichiche” (meglio il nulla del vuoto relazionale) il che rende a volte i gesti suicidari del borderline delle “richieste d’attenzione”.
  4. Lavorare sulle relazioni oggettuali e sul corpo, rappresenta un punto fondamentale e basale. La Mucci parla anche di esercizio fisico come pratica virtuosa di recupero del corpo e creazione di un “clima di cura”, e dell’arte come dispositivo “traumatolitico”, funzionale alla simbolizzazione

Come osserviamo ritorna spesso la questione della diade interna, della dinamica persecutore/vittima, che in fondo rappresenta il messaggio centrale che estraiamo da questo volume: come terapeuti dobbiamo sempre andare a cercare la presenza di oggetti internalizzati in modo problematico e lavorare sullo sviluppo di un terzo polo, di un terzo spazio funzionale all’internalizzazione di oggetti buoni. La Mucci cita a un certo punto questo articolo di Liotti, dove è ben sintetizzato questo aspetto del “triangolo drammatico” (su questo aspetto, si veda anche questo).
Il disturbo nasce nella relazione e viene poi internalizzato, viene costruito internamente e riattualizzato nelle relazioni con le persone esterne, ma anche con il proprio corpo. Da esterno, diviene dunque interno.

MUCCI SU PSICOSOMATICA, ANTISOCIALITÁ E DISTURBO IPOCONDRIACO

Nei capitoli successivi la Mucci affronta il tema del disturbo psicosomatico e di conversione, anche in questo caso ponendo come pilastro patogenetico la difficoltosa sintonizzazione del bambino con la figura del caregiver e il precoce immagazzinamento di memorie relazionali “guaste”, problematiche -con diversi livelli di disturbo risultante, che la Mucci distingue principalmente in due macro-categorie:

  • il disturbo da conversione è più facilmente rintracciabile e racconta di una capacità di “simbolizzazione” da parte del paziente integra, mantenuta, nella cornice di un disturbo più moderato, nevrotico: in questo caso la capacità simbolica è relativamente buona, e ci si potrà lavorare usando modalità psicoanaliticamente più tradizionali: interpretazioni, sogni, gioco simbolico in seduta, uso di immagini o metafore, al fine di portare pensiero e “racconto” al posto dei sintomi
  • il disturbo da somatizzazione, invece, racconta di un passaggio al corpo del dolore originario, precoce e dissociato; in questo caso la capacità di simbolizzare è scarsa e occorrerà lavorare con il paziente come si fa con i disturbi gravi di personalità, promuovendo dunque un’alleanza solida in terapia e restituendo al paziente l’esperienza emozionale correttiva di cui prima si accennava, al fine di rendere possibile recuperare capacità di simbolizzazione in un contesto “sicuro”. Partendo da una sintonizzazione tra “emisferi destri”, si arriverà a parlare anche usando i “sinistri”, ma a seguito di un lavoro prima di tutto relazionale -nel qui ed ora.

In entrambi i casi, senza lavorare sulla struttura di personalità -la Mucci sottolinea- non si toccherà minimamente il portato problematico del sintomo.

Interessante l’accento posto dall’autrice sul sogno: nel caso della “semplice” nevrosi, sarà “interpretabile” e collegato in modo più diretto alla vita del paziente, nel caso del disturbo psicosomatico di origine traumatica, lo si osserverà più caotico e ripetitivo, simile a una sorta di “regolazione affettiva notturna”, come se quote di emotività grezza, per usare Bion, si riversassero sulla scena del sogno producendo sogni peculiari, “post-traumatici”, simili a “evacuazioni”.
Il materiale post-traumatico, come si osserva, sembra prendere vie peculiari nella mente dei pazienti con disturbi di personalità gravi, rientrando sulla scena della vita quotidiana in modi sub-simbolici, più corporei, meno “raffinati”, attraverso vie differenti: ricordiamoci in questo caso che la precocità delle traumatizzazioni implica un uso precoce dei registri di memoria procedurale, antica (si veda anche questa recensione al libro Inconscio non rimosso e memoria implicita, a cura tra l’altro della stessa Mucci con Giuseppe Craparo).

Nella parte finale del volume, La Mucci si concentra sul disturbo antisociale e sul disturbo ipocondriaco, che interpreta come margini estremi, deviazioni ulteriori del disturbo narcisistico, presentando due casi clinici a esemplificare le teorizzazioni.

In particolare risulta interessante la spiegazione sull’origine del disturbo ipocondriaco, presentando la Mucci, sulla scia di altri autori -primo di tutti, Freud-, una visione del problema basata sulla teoria delle pulsioni: la regressione al corpo, l’attenzione “totale” verso gli organi interni e la loro preservazione, testimonierebbe nel paziente ipocondriaco una regressione profonda in atto, il ritorno a un funzionamento infantile, pre-simbolico.
Viene presentata più volte l’idea che l’ipocondria sia una difesa nei confronti della perdita dell’oggetto, come un investimento sul o un attaccamento al corpo contestuale a una minaccia di perdita oggettuale. Come linee guida per il trattamento, l’autrice cita tre elementi di lavoro, la desomatizzazione, la verbalizzazione e la differenziazione dai legami fusionali, al fine di “rinforzare” la capacità di fare simbolo, di mettere parole dove il sub-simbolico non verbale (il corpo) e il simbolico non verbale (le immagini/i sogni) mantengono un posto di predominanza nella scena psichica (Wilma Bucci)

Insieme a questa visione, freudiana, la Mucci ripropone -nuovamente- l’idea di una patogenesi in linea con la teoria sugli “oggetti”, che di fatto la pongono nuovamente dalla parte di chi vede nella traumatizzazione e nell’abuso la maggiore causa di sviluppo di disturbo psicopatologici.
Come nel resto del volume, l’autrice torna all’idea di introiezioni problematiche che si attualizzano, ricadendo nella vita attuale del paziente e “drammatizzandosi”/riattualizzandosi nei suoi rapporti   interpersonali (compreso quello con il terapeuta).
Ci troviamo nei dintorni di una “sutura” tra due visioni riguardanti la causa della psicopatologia, interpersonale e interpsichica in primis, pulsionale in seconda battuta, con un’attenzione di volta in volta portata a entrambi gli aspetti, con però in prima linea l’attenzione alle traumatizzazioni precoci e -di nuovo- alle introiezioni problematiche. Quello delle introiezioni è in filigrana il tema più importante, che ritorna in tutto questo bellissimo lavoro della Mucci.

Il testo si chiude con un incredibile approfondimento sulla perversione e una riflessione sul tema della sessualità (più o meno pervertita): sta qui infatti, la Mucci osserva, l’esperienza più rivelatoria del “passaggio sulla Terra” di ogni individuo nella sua unicità, essendo che la sessualità, dal suo punto di vista, rappresenta una drammatizzazione, una “metafora” non solo della vita “a due”, ma dell’intero mondo oggettuale dei rispettivi membri della coppia: nell’atto sessuale si riattualizzerebbero rapporti con oggetti primari, approcci “primevi” al corpo del caregiver, identificazioni al corpo della madre o del padre, istanze culturali a “indirizzare” il comportamento sessuale (stereotipicamente maschile o femminile, per esempio), conflitti di potere. Il tema del potere e della “dominazione” dell’altro entro codici stabiliti culturalmente (maschile/dominante vs femminile/sottomesso) sembra, la Mucci chiude, precedere il tema della differenziazione di genere, ponendosi come cifra del rapporto sessuale emanato da, di nuovo, codici culturali, il che porta la Mucci a riflettere sulla “struttura potenzialmente distruttiva e disumanizzante e potenzialmente mortifera della cultura” e sulla l’immane potere del “simbolo”.

Come elemento che torna spesso, l’idea di un orientamento sessuale ingenerato in modo quasi-deterministico dal sovrapporsi delle identificazioni progressive dell’infante e dal rapporto con gli oggetti interni, sembra risentire di una visione un po’ troppo rigidamente psicoanalitica che rischia di sembrare a tratti limitante, alla luce degli studi a proposito della genesi dell’omosessualità (si veda questo approfondimento sul tema dell’omosessualità, fatto fare dall’AI in modalità deepresearch, che sintetizza gli studi più solidi degli ultimi 20 anni sul tema)


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Generale / ptsd, recensioni

6 November 2025

Da “Il gioco della vita” di Duccio Demetrio

di Raffaele Avico

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La memoria autobiografica compare intorno ai 4 anni di età.

Alcuni autori hanno sostenuto che sarebbe in realtà una particolare forma di memoria episodica.

In un articolo del 2004 Stracciari sostiene che “è plausibile ritenere che la nostra esperienza quotidiana venga inizialmente depositata in memoria in maniera episodica e che il ripetersi di esperienze simili renda possibile l’astrazione di caratteristiche comuni”. Le esperienze personali sperimentate nel corso della vita quotidiana sarebbero quindi immagazzinate nella memoria episodica come semplici fatti autobiografici: entrerebbero poi a fare parte del sottosistema della memoria autobiografica nel momento in cui venissero reiterate nell’esperienza o elaborate cognitivamente dal soggetto, al fine di trarne particolari conclusioni o inferenze.

Ragionare e “indagare” su di sé porta numerosi vantaggi, costituendosi come una sorta di rincorsa prima del salto verso altre esperienze: nell’introduzione a questo recente volume, molto corto, Duccio Demetrio lo chiarifica molto bene.

Demetrio, come qui abbiamo già introdotto, è il fondatore della Lua, e ha speso buona parte del suo lavoro di scrittura e divulgazione nel tentativo di promuovere l’utilizzo del diario e dell’autobiografia come strumento di cura e di crescita di sé.

“Fare memoria” ci chiede di trasformare la nostra storia in una narrazione (che Demetrio intende come “commedia”) e di ricercarne gli aspetti salienti, rintracciando all’interno di essa tutti gli elementi centrali di una narrazione per come la si intende abitualmente: fabula, intreccio, topoi, momenti di apice, momenti di svolta, imprevisti, etc. Eseguendo questo tipo di esercizio, inevitabilmente ci si rende conto di come l’operazione divenga seria, importante, significativa, essendo che si sta svolgendo un lavoro di ricostruzione, ri-significazione e in fondo reinvenzione di sé: per questo, l’autobiografia può essere considerata una “rincorsa” per il rilancio verso il futuro, un motore di apertura verso il nuovo, un collegare i puntini per meglio intenderne il disegno finale -e una spinta ad accrescere, nel numero, quegli stessi puntini, come in una sorta di gioco.  Da qui il titolo: “Il gioco della vita”.

Questo volume molto recente presenta 30 esercizi di “favoreggiamento” del lavoro autobiografico, spunti per il lavoro di “rievocazione”,”ricordo” e “rimembranza” (3 termini che Demetrio usa in modo puntuale definendoli in modo diverso, essendo che declinano in modo diverso l’atto di ricordare), dalla rievocazione dei primi ricordi alla fantasia sul “messaggio in bottiglia” che descriva, in essenza, la storia della propria vita (come l’esercizio dell’epitaffio, altrettanto potente).

Allegato al libro, un gioco dell’oca con caselle (e ogni casella chiede a proposito di un ricordo) da fare da soli o in compagnia, per favorire il “gioco” del ricordo, con un invito dello stesso Demetrio a promuovere l’utilizzo del “diario” da parte di giovani o meno giovani.

Sull’utilizzo del diario e il journaling, anche questi 10 articoli.

Article by admin / Generale / recensioni

28 October 2025

CONFLITTI TRA OBIETTIVI: DAL NUOVO LIBRO DI BERNARDO PAOLI E MARIA SPEROTTO “QUAL É IL TUO OBIETTIVO?”

di Raffaele Avico

Introduciamo un saggio di Bernardo Paoli e Maria Sperotto, “Qual è il tuo obiettivo?”, incentrato sul macrotema del “goal setting”: come in seguito verrà esplicitato, si tratta di una tematica “trasversale”, adatta al lavoro con individui ma anche a contesti altri (aziende, istituzioni).

La parte introduttiva raccoglie riflessioni riguardanti quelli che Bernardo Paoli chiama “inclinazioni”, strutture di personalità “tipiche”, mosse da obiettivi impliciti primari (si veda qui per approfondire); riflette poi sul tema della complementarietà, che dal suo punto di vista rappresenta una risoluzione al problema degli opposti (qui, di nuovo, per approfondire).

Il punto centrale, il cuore del libro lo si scopre però procedendo nella lettura, arrivando al capitolo sul conflitto tra obiettivi, a una rassegna della letteratura inerente il tema obiettivi e al modello INSPIRE-MAP, che sintetizza le caratteristiche di un obiettivo “buono”.

Ci concentreremo qui sul tema “conflitto” tra obiettivi lasciando ai lettori il compito di approfondire il resto del libro.

Gli autori in questa parte del volume osservano con particolare raffinatezza clinica il tema del conflitto tra obiettivi, che può creare forti malesseri, blocchi nello sviluppo, paralisi/analisi nel cambiamento di un individuo.
Ne estraiamo qui alcune osservazioni:

  • un primo livello di conflitto riguarda il conflitto tra obiettivi che gli autori chiamano orizzontale. Esistono diversi livelli di obiettivi, dal più “basso” al più “macro/meta”: entro ognuno di questi livelli possono essere presenti conflitti tra obiettivi, potenzialmente in grado di “crashare il sistema” di un individuo, dai dubbi più basici (dove vado in vacanza? mare o montagna?) a quelli più profondi e metacognitivi (famiglia o carriera?); lavorare con il paziente per produrre una chiarificazione dei conflitti, può portare quest’ultimo a sviluppare una gerarchia tra gli stessi
  • il secondo riguarda conflitti verticali, che si sviluppano tra livelli diversi. “Volersi godere la vita nel presente”, può entrare in conflitto con “proteggersi da malattie metaboliche”, livelli diversi che riguardano archi temporali differenti -la quotidianità (oggi) e la vita nel suo insieme, per esempio
  • gli obiettivi dovranno svilupparsi in modo coerente e gerarchico, permettendo all’individuo di muoversi nel suo vivere in modo più libero, consapevole di quali di questi di volta in volta persegue
  • notevole il riferimento agli obiettivi “impliciti”, non consapevoli, maturati in epoche precoci dello sviluppo e in gradi di “remare contro” ad altre linee di sviluppo dell’individuo; anche qui, il fine del lavoro risulta essere la chiarificazione e lo svelamento del conflitto stesso, al fine di prioritizzare. Interessante l’espediente strategico che gli autori citano a inizio lettura, la domanda degli “estremi che svelano”, per cui si porta il conflitto di un individuo ai suoi estremi per capire cosa sceglierebbe in realtà, cosa metterebbe al primo posto tra due scelte possibili (preferiresti vivere tutta la vita, senza poter cambiare, in città o campagna? – domande di questo tipo forzano la scelta del soggetto, arrivando al cuore di quello che potenzialmente potrebbe essere la proprietà per lui/lei).
  • Stando entro la cornice degli obiettivi in conflitto, è possibile che il non raggiungimento di un certo obiettivo stia in realtà soddisfacendo un altro obiettivo implicito, magari non riconosciuto (non raggiungo una stabilità relazionale -fallisco nell’obiettivo- perchè l’obiettivo implicito -retrostante- è quello di pensarmi libero -obiettivo raggiunto-)
  • è fondamentale che il paziente riesca a vedere questi conflitti e si muova col terapeuta per scioglierli, isolando anche possibili “obiettivi canaglia”, rischiosi per altre aree delle vita o troppo “richiedenti” (il concetto di obiettivo canaglia è stato introdotto da Mark Cooper ed è sintetizzato qui, sul suo sito: a fine libro è presente anche un’intervista allo stesso Cooper).

Lo strumento più “forte” per lavorare sul conflitto tra obiettivi è stato chiamato in questo volume “cerchio risorse-obiettivi”, che merita un approfondimento dedicato.

CERCHIO RISORSE-OBIETTIVI: lo strumento definitivo per lavorare sui conflitti tra obiettivi e le risorse

Gli autori del volume, dopo aver parlato a lungo di conflitti e aver presentato il modello INSPIRE-MAP, propongono uno strumento per lavorare sugli obiettivi partendo dalle risorse.

Propongono di disegnare due cerchi concentrici: in quello più interno andranno elencate le risorse possedute dal soggetto (materiali, cognitive, relazionali, spirituali), in quello più esterno gli obiettivi. In un gioco poi di creazione di connessioni tra elementi, come fosse una sorta di sociogramma, al paziente viene chiesto di tracciare delle linee a unire risorse e obiettivi (con questa risorsa, quale obiettivo posso raggiungere?): facendo questo lavoro potrà produrre un’immagine di questo tipo (estratta dal volume):

Qui la consegna esatta:

LE ISTRUZIONI PER CREARE UN CERCHIO RISORSE-OBIETTIVI

Prendi carta e penna e disegna due cerchi concentrici. Il cerchio interno è dedicato alle tue risorse, quello esterno ai tuoi obiettivi. Nel cerchio interno inserisci, in modo sintetico, le risposte alle seguenti domande:

  • «Che cosa sta andando bene nella mia vita?»,
  • «Quali sono i risultati che ho raggiunto?»,
  • «Cosa sta accadendo nella mia vita che voglio continui ad accadere?»,
  • «Che cosa mi piacerebbe continuare a fare?»,
  • «In cosa mi sento bravo?»,
  • «Di che cosa sono soddisfatto?».

Si tratta delle risorse su cui poter far leva per raggiungere i tuoi obiettivi. Nel cerchio esterno inserisci, sempre in modo sintetico, le risposte alle seguenti domande:

  • «In che cosa vorrei essere diverso?»,
  • «Che cosa desidero ottenere?»,
  • «Che cosa voglio migliorare?»,
  • «Quali nuove competenze vorrei acquisire?»,
  • «In quale nuova direzione vorrei andare?»,
  • «Quali sono i miei obiettivi?».

Fra tutto ciò che hai scritto nel cerchio esterno degli obiettivi, identifica qual è il più urgente al momento. Poi chiediti:

  • «Fra le risorse del cerchio interno, quali sono quelle su cui posso far leva per raggiungere quell’obiettivo?».

Ogni volta che ripenserai al tuo obiettivo, anziché cercare nuove soluzioni, focalizzati sulle risorse già disponibili, e su come utilizzarle in modo finalizzato.Ti consigliamo due ulteriori focus. Il primo consiste nel chiederti, per ciascun obiettivo che hai indicato, quali sono le risorse connesse. Poniti poi le seguenti domande:

  • «Ho tutte le risorse necessarie per raggiungere tutti i miei obiettivi?», se no, valuta dove reperire le risorse che ti mancano.
  • e «Fra tutte le risorse che ho indicato, ve n’è qualcuna che è multi finale, ovvero che serve la realizzazione di più obiettivi in contemporanea?»; se sì, si tratta di una risorsa-chiave.

Il secondo focus consiste nel valutare se alcune tue risorse sono contro finali, ovvero se sono di ostacolo anziché rappresentare una facilitazione.

…

Osservando le diverse connessioni tra gli elementi, notiamo che alcune risorse sono collegate a più obiettivi: queste risorse vengono chiamate dagli autori risorse chiave, “multifinali”, particolarmente “potenti” nel favorire il raggiungimento di determinati obiettivi per il soggetto; altre linee, barrate, rappresentano elementi tra di loro in conflitto, chiamati “controfinali”.

Come si osserva questo cerchio mette in evidenzia chiaramente, da subito, i conflitti tra obiettivi: ha il pregio inoltre di poter essere usato in differenti contesti (pensiamo per esempio a come uno strumento del genere possa essere usato anche in ambito di analisi/organizzazione aziendale, lavorando per esempio sulla cultura di un’azienda, tra gli obiettivi in conflitto in ambito di “business”). Rappresenta dunque uno strumento duttile, applicabile in ambiti diversi.

​​Ulteriori aspetti di nota (invitiamo il lettore a leggere il libro per intero):

  • Il capitolo sulla “significatività” degli obiettivi, il che rimanda al tema sul senso della vita, invitando i professionisti a lavorare sugli elementi che per il paziente “rendono la sua vita degna di essere vissuta”
  • Il capitolo sul nuovo realismo ispirato al lavoro filosofico di Maurizio Ferraris, che si costituisce come “presupposto” epistemologico dell’intero libro, in qualche modo giustificando l’intero affondo degli autori sul tema “obiettivi”. Per “nuovo realismo” si intende qui un approccio alla realtà a metà tra realismo (la realtà esiste e noi non ci possiamo fare nulla) e antirealismo/costruttivismo radicale (la realtà è completamente creata da come la leggiamo/vediamo o da come la narriamo), un “giusto mezzo” che considera la realtà esistente, ma modellabile (“inclinati, ma liberi”). Per un approfondimento su questo modo di intendere il rapporto realtà/individuo, si veda questo
  • Un’intervista a Mark Cooper sulla scienza del goal-setting. Cooper osserva come sempre più si osservi, entro differenti matrici teoriche della psicoterapia (psicoanalisi, psicoterapia CBT, etc.), un’attenzione al tema “obiettivi” (magari chiamati con nomi diversi -“direzionalità”, “scopi”). Interessante l’osservazione per cui il terapeuta a volte aiuta il paziente a osservare “obiettivi nascosti”, impliciti; abbiamo prima osservato come a volte fallire alcuni obiettivi possa essere pensato come una vittoria in realtà di altri obiettivi, posti su “livelli diversi” o più impliciti: fondamentale portare alla luce obiettivi e lavorare -ancora una volta- sui conflitti tra di essi
  • Un capitolo sulle domande “strategicamente orientate” per portare alla luce gli obiettivi (a proposito delle “domande” in psicoterapia breve o strategica rimandiamo a questo precedente post, in qualche modo affine) e un interessante affondo su modalità visive/percettive di portare alla luce obiettivi (gli autori osservano come la nostra mente sia “immaginativa” e “narrativa”), che nel testo viene esemplificata tramite la descrizione della cosiddetta “passeggiata artistica”, un esercizio “sensoriale” volto a bypassare gli strumenti più “cognitivi” della propria psicologia, per fare emergere, appunto, scopi e obiettivi; riportiamo qui di seguito la consegna nella sua interezza, sempre tratta dal libro:


    Passeggiata artistica

    Scegli un museo d’arte che ti ispira (per esempio di arte contemporanea) e passeggia tra le varie opere, lasciandoti “chiamare” da un’opera esposta come se quell’immagine esercitasse su di te un’attrazione magnetica. Fai sì che la scelta avvenga in modo spontaneo, che risulti inizialmente inspiegabile («Non so perché, ma quest’opera mi dice qualcosa, ma non so cosa»). È come se fosse l’opera a scegliere te e non il contrario: gli occhi ti restano attaccati a quell’immagine; semmai neanche ti piace, o forse ti turba, ma sicuramente ti “parla”.

    Una volta scelta l’opera, soffermati a contemplarla. Lascia che i tuoi occhi si riempiano e si nutrano di quell’immagine e, dopo qualche minuto di contemplazione, chiediti: «Che cosa mi attira così tanto di quest’opera d’arte?», «Che cosa mi sta dicendo? Qual è il messaggio per me? Che emozione mi suscita?», «Che cosa di me e della mia storia vedo riflessi in lei?», «Se quest’opera rappresentasse un mio problema di oggi, che problema sarebbe?», e «Se volessi cercare una soluzione a questo problema, in quale altra opera presente nel museo posso trovare un indizio risolutivo?». Metti tutto per scritto, in un taccuino che avrai acquistato prima di entrare nel museo.

    Guarda poi chi è l’autore dell’opera, qual è il titolo e la sua storia. Leggi anche la recensione fatta dal curatore della mostra. E chiediti se queste informazioni acquisite arricchiscono di altri significati ciò che l’opera d’arte ti ha suscitato.

    Acquista infine nel bookshop del museo la cartolina che la ritrae, in modo tale da poterla contemplare anche una volta tornato a casa. E acquista due ulteriori cartoline di altre due opere d’arte, usando il medesimo criterio della scelta “a pelle”. Disponi poi le tre cartoline acquistate nell’ordine che a te pare corretto, e scrivi un racconto che metta insieme tutte e tre le immagini. Per aiutarti a restare sul piano metaforico, puoi iniziare con «C’era una volta…». Non si tratta di un esercizio di scrittura creativa, ma di un’esperienza espressiva: non cercare l’estetica (non importa che la storia sia bella e ben scritta), ma l’espressività (importa che emerga spontaneamente). Dopo averla scritta, chiediti: «Quali parti di me e della mia vita sono riflesse nel racconto che ho scritto?», «Oggi, in quale delle tre immagini mi trovo?», «Ci sono dei nodi che restano in sospeso nella storia? Se sì, come potrebbero essere sciolti?».

    Metti tutto per scritto, e lascia decantare il materiale per qualche giorno, per poi rivalutarlo domandandoti se ci sono degli obiettivi di coltivazione personale che emergono da questa esperienza.

Per approfondire, questo videocorso. Qui invece altro su Bernardo Paoli, su questo blog.


Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA.

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15 July 2025

INTERVENTI CLINICI CENTRATI SULLA SOLUZIONE: LE CINQUE DOMANDE (da “Terapia breve centrata sulla soluzione” di Cannistrà e Piccirilli)

di Raffaele Avico (su PopMed)

Abbiamo in precedenza recensito questo libro introduttivo alla psicoterapia a seduta singola.
Il libro che oggi presentiamo brevemente vuole invece introdurci al tema “terapia breve centrata sulla soluzione“; è uno scorrevole lavoro scritto da Flavio Cannistrà e Federico Piccirilli, fondatori dell’Istituto ICNOS. Lasciamo a chi fosse interessato la lettura del volume (molto corto e scorrevole), riportando qui solo alcuni spunti -in particolare un’introduzione al modello del BRIEF, a cui la terapia centrata sulla soluzione si ispira, e un riassunto scritto dalla “macchina” a proposito delle “domande mirate” fatte dal terapeuta nel corso della terapia centrata sulla soluzione.

Zero interpretazione, zero concetto di resistenza, zero idea di “portare alla coscienza quello che conscio non è”: si tratta -nel contesto di questo approccio peculiare alla sofferenza del paziente- di partire da quello che c’è, dal presente, al fine promuovere un cambiamento attivo, efficace e potenzialmente risolutivo. Le domande poste dal terapeuta, come si osserverà nell’approfondimento dedicato, vogliono portare alla luce ed evidenziare le risorse del paziente. Quella centrale, la domanda da cui tutte le altre derivano, è la domanda sul “miracolo“: da qui parte in seduta un lavoro di ricalibrazione e progressiva maggiore precisione sui dettagli di “cambiamento”, in modo che il paziente descriva con sempre maggiore precisione quello che dovrebbe “fare” affinché il cambiamento si possa realizzare.

Descrivere = catalizzare il cambiamento. Questo è un concetto che permea la terapia breve in generale e ricorre più volte in questo lavoro, una sorta di manifesting, l’idea che descrivere/immaginare nel dettaglio e pensare a cosa dovrebbe cambiare nello specifico, possa portare a un cambiamento nelle azioni del paziente, e quindi a cambiamenti nella sua vita.

A proposito della letteratura sulla terapia centrata sulla soluzione, citiamo solamente questa umbrella review del 2024.

Come prima accennato, gli autori osservano che molti dei concetti portati dalla terapia centrata sulla soluzione provengono dal modello del Brief, che merita qui un breve approfondimento per punti:

  • il fondatore dell’approccio centrato sulla soluzione è, citato spesso nel libro, Steve de Shazer; anche in questo caso, il Mental Research Institute è raccontato come la fucina da cui questo approccio (e il Brief) nacque storicamente, a partire dal lavoro seminale di Milton Erickson
  • tendenzialmente, come leggiamo anche in questo approfondimento, l’approccio del BRIEF sembra non poggiare su alcuna teoria strutturata, il che potrebbe risultare come un aspetto problematico, se non che l’idea di non partire da una teoria strutturata muove da un assunto di base, una visione della psicologia umana radicalmente costruzionistica (qui per approfondire)
  • Per questo, come prima accennato, le domande mirate e una descrizione dettagliata dei cambiamenti che una persona vorrebbe compiere, risulteranno secondo questo approccio in un effettivo cambiamento, o nel suo catalizzarlo.
    Tutto questo lavoro viene mediato dal linguaggio, e il terapeuta in questo caso rappresenta un facilitatore della conversazione, verso quel tipo di “assunzione”. Non solo quindi nominare e descrivere in modo puntuale le cose per dare l’abbrivio a un cambiamento, ma anche “performare il cambiamento” usando il linguaggio. A questo proposito vengono in mente gli studi sul linguaggio performativo di John L. Austin, a sottolineare come il linguaggio possieda un potere “esecutivo”, “performativo” (“io vi dichiaro marito e moglie”, “chiedo scusa”). Siamo, come si osserva, in area manifesting, ovvero manifestare/descrivere, come si accennava prima, per promuovere un cambiamento a partire dal linguaggio stesso.

Questo approccio, come si diceva, vuole portare alla luce le risorse possedute dal paziente. Uno degli strumenti con cui questo viene fatto, sono le domande, e nel libro di Cannistrà e Piccirilli questo viene più volte sottolineato.
Sono domande che hanno un loro razionale di utilizzo, che meritano di essere approfondite: elenchiamo qui di seguito, riassunte e spiegate dalla macchina -con alcune fonti cliccabili tra parentesi-, le cinque principali, che come si noterà riguardano aspetti peculiari della psicologia e del vissuto del paziente, che tuttavia hanno in comune la volontà di portarl* a focalizzarsi sugli aspetti di cambiamento o di risoluzione dei problemi (torniamo dunque alla definizione: “psicoterapia breve centrata sulla soluzione”).

1 – Domanda del miracolo (Miracle Question)

La domanda del miracolo è forse la tecnica più nota della SFBT. In pratica il terapeuta chiede al paziente di immaginare che “stanotte accada un miracolo” che risolve completamente il problema, e poi di descrivere «cosa sarà diverso quando vi sveglierete domani mattina, cosa noterete come primo segno che il problema è scomparso» (pmc.ncbi.nlm.nih.govlink.springer.com). Ad esempio, in un caso clinico di ansia da esame una terapeuta propose: “Supponiamo che stanotte accada un miracolo e tu riesca ad affrontare l’esame senza sentirti in imbarazzo. Cosa succederebbe di diverso domani? Cosa faresti di diverso, cosa noterebbero gli altri?” (pmc.ncbi.nlm.nih.govlink.springer.com). Questa domanda aiuta il paziente a visualizzare concretamente i propri obiettivi e i piccoli segnali di cambiamento che indicherebbero il loro raggiungimento (journals.plos.orglink.springer.com). In termini di cambiamento, il miracolo stimola speranza e motivazione, facendo emergere risorse nascoste: definisce una situazione di futuro desiderato che funge da guida per il percorso terapeutico (journals.plos.orglink.springer.com). Ad esempio, un cliente con disturbi dell’umore ha riferito di aver costruito un “video mentale” di una giornata ideale senza crisi depressive, riuscendo poi nella realtà a ripercorrerne alcuni passi (pmc.ncbi.nlm.nih.govlink.springer.com). In termini pratici, la domanda del miracolo permette di spostare l’attenzione dai problemi alle strategie di successo (cosa fa il paziente nella vita reale che già somiglia al risultato desiderato) e di stabilire obiettivi concreti (journals.plos.orgfrontiersin.org). Una review concettuale recente ribadisce che la domanda del miracolo è un elemento cardine in SFBT (frontiersin.org) ed è spesso seguita da approfondimenti su comportamenti concreti (ad es. “come farete a realizzare quel cambiamento?” (frontiersin.org)).

Esempio pratico: in ambito clinico un terapeuta familiare che lavora con coppie in crisi può usare la domanda del miracolo così: “Immagini che stanotte mentre dormi, il vostro problema si risolva: quando vi sveglierete domani, qual è la prima cosa che noterete di diverso nel vostro rapporto?”. Questo porta la coppia a individuare piccoli segnali di armonia o comunicazione migliorata, da replicare.

2 – Domanda del domani (Tomorrow Question)

La domanda del domani è una variante della Miracle Question, focalizzata a un arco temporale più breve. Chiede al cliente di immaginare di svegliarsi il giorno dopo con i propri “migliori desideri” già realizzati, e di descrivere i primissimi segnali che percepirebbe (link.springer.com). Ad esempio, Ratner et al. (2012) la formulano così: “Supponi di svegliarti domani mattina con i tuoi migliori obiettivi raggiunti. Che cosa comincerai a notare?” (link.springer.com). L’intento è simile a quello del miracolo, ma più centrato su cambiamenti “subito a portata di mano”. Nella pratica clinica o educativa si può usare con studenti: “Se domani ti svegliassi con il compito preparato perfettamente, qual è la prima cosa che noti? Forse ti sentirai più sicuro nell’affrontare la mattina scolastica.” Questo porta lo studente a pensare a comportamenti concreti da adottare da subito. La domanda del domani contribuisce al cambiamento favorendo una mentalità orientata al futuro prossimo e incoraggia la definizione di passi realistici. In termini teorici è riconosciuta come modalità di focalizzazione sul futuro dei pazienti (frontiersin.org) e, come il miracolo, rafforza l’aspettativa di miglioramento. Ad esempio, in ambito scolastico gli psicologi usano questa domanda insieme a scale di progresso per impostare obiettivi brevi (deepblue.lib.umich.edufrontiersin.org).

3 – Domanda della strategia (Strategy Question)

Le domande di strategia inducono il paziente a riflettere su come ha già ottenuto alcuni miglioramenti. Tipicamente si utilizzano dopo che il paziente segnala un piccolo progresso (ad es. “ha mangiato bene questa settimana” o “ha gestito senza crisi un problema al lavoro”). Il terapeuta chiede allora in modo retrospettivo: “Come hai fatto? Come hai gestito quella situazione?” (brief.org.uk). Invece di pianificare azioni future, queste domande valorizzano i passi già compiuti: ad esempio, “Sei riuscito a dormire due notti senza insonnia – come credi di essere riuscito a farlo?”. Scorrendo su una scala di cambiamento, il terapeuta può chiedere: “Supponiamo che le cose migliorino di un gradino – come potrai accorgertene? Cosa noterai diverso?” (brief.org.uk). L’obiettivo è “far sparire” l’enfasi sulle azioni specifiche e mettere in luce l’agente del cambiamento. Gli studi descrivono che in SFBT si privilegiano le domande retrospettive (how did you do that?) piuttosto che proiettive (how will you do that?), per sottolineare la spontaneità del processo di guarigione (brief.org.uk). I benefici clinici delle strategy questions sono la presa di consapevolezza delle proprie strategie efficaci, l’aumento dell’autoefficacia e la pianificazione implicita dei passi successivi. Ad esempio, in un follow-up terapeutico con un paziente ansioso si può chiedere: “Hai affrontato con successo una situazione che di solito ti spaventava. Cosa hai fatto di diverso?” per aiutare il paziente a interiorizzare il proprio successo.

4 – Domanda dell’identità (Identity Question)

Le domande dell’identità invitano il paziente a riflettere su chi è diventato o su quali qualità personali ha messo in campo per raggiungere un risultato. Ad esempio, dopo che il paziente ha realizzato un miglioramento (anche piccolo), il terapeuta può chiedere: “Cosa dice di te il fatto che tu sia riuscito a far questo? Cosa hai imparato di te stesso lungo questo percorso?” (scsha.net). Queste domande aiutano a consolidare la percezione di sé positivamente: il paziente riconosce di essere capace, coraggioso, resiliente, ecc. In termini di cambiamento, potenziano l’autostima e ridefiniscono l’identità del paziente al di là del problema. Ad esempio, un adolescente che ha ricostruito un’amicizia compromessa potrebbe sentirsi chiedere: “Quali qualità tue hanno permesso questo cambiamento? Cosa significa per te?”, vedendosi come una persona paziente o empatica. Questo rafforza la motivazione interna, perché il paziente si riconosce “già in azione” come la persona che vorrebbe diventare. Se ne sottolinea anche l’importanza in ambito educativo: secondo alcuni manuali SFBT, insegnanti o counselor scolastici che lavorano con ragazzi con difficoltà enfatizzano queste domande per far emergere le loro competenze nascoste (deepblue.lib.umich.eduscsha.net).

5 – Domanda del coping (Coping Question)

La domanda del coping è usata quando il paziente descrive una situazione difficile e lamenta fatica o scoraggiamento, chiedendo “come fai a reggere?”. Un tipico esempio è: “Nonostante tutto quello che stai affrontando, come fai ad andare avanti ogni giorno? Come fai a non mollare?”. Lo scopo è far riconoscere al paziente le proprie strategie di resilienza quotidiana. Anche se il problema persiste, il paziente si accorge di avere gestito la situazione usando risorse proprie. In pratica il terapeuta può dire: “Dopo la nostra ultima seduta, cosa stai già facendo che ti aiuta a non peggiorare la situazione? Quali cose ti fanno andare avanti?” (scsha.net). I vantaggi di questa domanda sono l’incremento della speranza e la consapevolezza di forza personale: il paziente prende coscienza di essere riuscito a sopportare finora grazie a proprie capacità di coping (scsha.net). In alcuni contesti clinici (ad es. assistenza psicologica in situazioni di trauma o malattia cronica) si sottolinea il valore di tale domanda per mobilitare le difese positive del paziente. Ad esempio, un bambino con difficoltà di apprendimento potrebbe sentirsi domandare: “Sai fare qualcosa di utile quando la scuola diventa difficile? Come hai fatto a non arrenderti?”, scoprendo così le piccole strategie che usa involontariamente, e rafforzandosi nell’idea di poter progredire.

Qui, infine, un articolo per approndire.


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15 April 2025

RECENSIONE DI “CONVERSAZIONI DI TERAPIA BREVE” DI FLAVIO CANNISTRÁ E MICHAEL F. HOYT

di Raffaele Avico

Il volume “Conversazioni di terapia breve” esplora i temi della psicoterapia breve e “a seduta singola” per via di una trascrizione di un serie di dialoghi, intrattenuti in momenti diversi, tra Flavio Cannistrà e uno dei suoi mentori, Michael Hoyt.

La forma intervista rappresenta un modo agevole per introdursi a un tema: in questo caso abbiamo la possibilità di sentire raccontata la teoria della psicoterapia breve e la teoria a seduta singola da parte di uno dei suoi originatori, a sua volta in debito verso altri della scuola di Palo Alto, che puntualmente troviamo citati nel testo.

Si ha così l’opportunità di scoprire molti nomi “minori” della teoria della psicoterapia breve, con la possibilità di approfondire i diversi approcci.

La Scuola di Palo Alto, e nello specifico un luogo che oggi esiste solo nella forma di fondazione, il Mental Research Institute, ha a partire dagli anni ‘60 introdotto sulle scena della psicoterapia mondiale moltissime innovazioni, che sarebbero state destinate a restare.
La psicoterapia sistemica, la psicoterapia breve, quella a seduta singola, la scuola di Nardone in Italia, devono tutto agli incredibili anni, fruttuosi, dei “maestri” originatori -che in questo libro troviamo citati più volte.
Un tratto peculiare di quel gruppo di individui e di coloro che ne hanno raccolto il testimone nella ricerca in psicoterapia, è un’incredibile umiltà intellettuale associata al pragmatismo americano, insieme al coraggio di mettere in discussione l’ortodossia (che in quegli anni era rappresentata dall’Europa e dalla psicoanalisi). Di quell’umiltà, di quell’apertura e di quel pragmatismo parla anche Andrea Vallarino in un suo volume recentemente pubblicato, in particolare rispetto alla figura di Paul Watzlawick.

Nel corso della lettura di “Conversazioni di terapia breve” si apprendono molti aspetti della psicoterapia a seduta singola, in primis l’idea che “a seduta singola” non vuol dire che il percorso con un “cliente” (come preferiscono chiamarlo) si limiti effettivamente a un singolo incontro: se mai, l’idea è che una singola seduta possa essere “autoconclusiva” e che si possa lavorare con la persona perché quest’ultima possa trarne giovamento -o un motivo di trasformazione. Viene data estrema importanza al concetto di empowerment del paziente, e che un buon parte del lavoro venga fatta dal paziente stesso, con risorse che tocca al terapeuta evocare e promuovere.

In generale troviamo riferimenti a pratiche comuni nelle diverse scuole di psicoterapia breve, con però alcune differenze di razionale di intervento, che Cannistrà (che su POPMed avevamo già intervistato, qui) non manca di esplicitare.

Il rischio di semplificare troppo la complessità del portato del paziente viene fugato qui da un approccio orientato a un “minimalismo clinico” che vuole intervenire con quello che funziona e dove serve, in modo strategicamente orientato.

Si tratta di coinvolgere attivamente il paziente nel lavoro clinico, muovendo da un’alleanza forte e procedendo per obiettivi, il più possibile aderenti alle risorse portate in seduta.
Altrove abbiamo più volte intervistato e coinvolto Andrea Vallarino, e chi avesse letto alcuni dei contenuti che lo riguardavano potrà riconoscere nell’approccio di Cannistrà e Hoyt un’uguale attenzione al presente e a quelle che universalmente (in terapia breve o breve/strategica) vengono chiamate “tentate soluzioni”, nell’idea che il paziente faccia di tutto per migliorare, spesso però complessificando il suo stesso vissuto, e bloccandosi in modalità di pensiero disfunzionale. Si pensi per esempio al modello sul controllo per il panico -problema diffusissimo e frequentemente incontrato dagli operatori della salute mentale- ingenerato da stratificazioni di storture cognitive, paradossalmente atte a controllare i sintomi stessi.

I clinici di Palo Alto, come leggiamo in questo libro, sono stati da sempre dei fini osservatori della psicologia umana, nel tentativo di estrarne “modalità patogene” con un approccio estremamente pragmatico: il concetto di tentata soluzione è solo uno dei tanti, ma pensiamo per esempio al problema del doppio legame, ai paradossi legati all’ipercontrollo, alla natura essa stessa paradossale (a volte) della psicologia umana.

Per Cannistrà e Hoyt si tratta di aiutare il paziente a stare meglio, e stare meglio in modo rapido, soprattutto quando fortemente sofferente.
La terapia a seduta singola o breve pare adattarsi meglio a situazioni cliniche peculiari, come quando esista un eccesso di ragionamento o la persona si trovi incastrata in schemi di pensiero disfunzionali; leggendo questo volume viene tuttavia complesso immaginare una terapia a seduta singola con un paziente fortemente depresso o melanconico, o ipotizzare un intervento su un disturbo grave di personalità, al di là delle “prescrizioni” che i terapeuti di questa scuola solitamente consegnano al paziente. Con pazienti affetti da disturbi di natura affettiva, ci si potrebbe chiedere il ruolo -come sappiamo centrale- della relazione (al di là della “semplice” alleanza).

A fine lettura si ha in ogni caso la sensazione che esista un’apertura degli autori a una messa in discussione e verso un apprendimento “continuo”, cosa di rado presente in libri provenienti da altre scuole di pensiero.

Molto interessante e bella la definizione di logica, e l’accento sulla distinzione dal concetto di strategia: il terapeuta breve e quello a seduta singola si avvarranno di “logiche” di intervento -più flessibili e indeterminate delle strategie, ma altrettanto efficaci- in grado appunto di adattarsi alla complessità portata dal cliente.

Pubblichiamo in toto un estratto dal volume, che raccoglie 9 logiche di intervento da applicare in vari casi, una variazione di un articolo già apparso qui.

Anche chi non fosse interessato al tema terapia breve, potrà trarne spunti di interesse e modalità pratiche di intervenire con uno dei suoi pazienti (o su se stesso).

Buona lettura!

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Continua su POPMED.

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11 February 2025

PSICOGENEALOGIA: INTRODUZIONE AL LAVORO DI ANNE ANCELIN SCHÜTZENBERGER

di Raffaele Avico

Lavorare con la transgenerazionalità in psicoterapia significa andare a indagare le aree dell’esperienza del/la paziente in relazione alle generazioni di individui da cui questo/a proviene: si tratta dunque di porre delle domande “strategicamente orientate” riguardanti non solo la generazione dei suoi genitori, ma anche la generazione precedente, e quelle “sopra”, fino a dove sia possibile risalire nella sua storia familiare.

In questo articolo useremo il testo “La sindrome degli antenati” di Anne Ancelin Schützenberger come strumento di lavoro, e tenteremo di dare alcuni spunti per chi volesse cimentarsi in questo tipo di attività.

Come prima domanda, bisognerebbe chiedersi: perché? A quale fine eseguire un lavoro di questo tipo con un paziente in psicoterapia?

Proviamo ad articolare la risposta per punti:

  1. aspetti identitari: chiedersi da dove si proviene, equivale a fare un lavoro di rilettura di alcuni aspetti della propria identità di cui -forse- non si è pienamente coscienti. Parliamo di aspetti della propria personalità relativi a diverse aree, aspetti super-egoici, normativi, ma anche di molto altro. Aiutarsi in psicoterapia con le fotografie può aiutare a compiere quel lavoro di ricostruzione della “cultura familiare“, l’insieme di costumi e usanze che, condizionando i primi anni di vita di un bambino, forniscono un “priming” culturale in grado di influenzarlo anche nei successivi anni. Intendiamo qui non solo il “modo” di stare insieme, gli stili relazionali, ma anche le passioni, gli interessi, la mitologia familiare, le “regole non scritte” che “gocciolano” da una generazione all’altra.
  2. Come prima accennato, il libro “La sindrome degli antenati” di Schutzenberger esplora molto del tema, soprattutto a riguardo del trauma. Diversi studi hanno negli anni scorsi indagato la trasmissibilità del trauma per via genetica (si veda questo): qui se ne parla in termini maggiormente psicologici, come se il trauma fosse stato in grado di produrre “unità psicologiche“, contenuti emotivi poco simbolizzabili -e la cosa fosse passata alla generazione successiva, mutandosi in sintomi psicosomatici o coazioni a ripetere. La Schutzenberger parla di “inconscio familiare“, una sorta di via di mezzo tra inconscio collettivo e inconscio individuale, una serbatoio di elementi più o meno elaborati in grado di produrre degli effetti sulle generazioni successive a chi li abbia vissuti. Viene in mente ovviamente il tema olocausto, il problema della memorie e del “ricordare” relativo alle generazioni successive a quella che lo subì, il lavoro di rilettura e simbolizzazione degli spaventosi eventi vissuti da Primo Levi durante la sua prigionia, per esempio.  Ci si può anche riferire in questi casi ad aspetti più piccoli, ma non meno segnanti all’interno della storia di una famiglia, come la perdita di un lavoro, un periodo di miseria, lo spettro della “malora”. Lavorare in psicoterapia su questi aspetti, tentare di portare a galla gli elementi di questo contenuto inconscio “familiare”, potrebbe aiutare la persona a capire meglio la nascita -dentro di sé- di alcuni timori, di certe preoccupazioni, di un “modo di pensare”, collocando la propria forma mentis entro una prospettiva in primo luogo storica, famigliare, genealogica.
  3. La Shutzemberger, ne “La sindrome degli antenati”, spinge sull’importanza di indagare in sede di psicoterapia la presenza di suicidi, lutti non risolti, andando anche molto indietro nel tempo: parlando per esempio di suicidio, è importante che questo punto venga preso di petto e affrontato in modo chiaro in psicoterapia, essendo che la suicidalità ha una forte trasmissibilità, in senso sia genetico che psicologico. Il suicidio di due persone unite da un legame famigliare (per esempio padre e figlio) potrebbe essere letto, in alcune situazioni, come una forma paradossale di solidarietà o di lealtà, un gesto eseguito nel tentativo di prestare fede a un mandato di lealtà famigliare, il bisogno di “sentirsi soldiale” all’altro nel dolore. Lo psicoterapeuta Nagy ha nel secolo scorso improntato tutto il suo lavoro di ricerca su questi aspetti di “contabilità familiare“, e la Schutzenberger ha preso molto da lui (ChatGpt: “Il concetto di “lealtà familiare” sviluppato da Ivan Boszormenyi-Nagy è un principio centrale nella terapia familiare contestuale. Secondo Nagy, la lealtà è il legame emotivo che unisce i membri della famiglia attraverso un sistema di obblighi, aspettative e debiti morali che ciascuno accumula e mantiene all’interno delle relazioni familiari. La lealtà implica un senso di responsabilità reciproca e la necessità di “bilanciare” ciò che si riceve e ciò che si dà agli altri membri, creando una sorta di “contabilità invisibile”. Nagy ritiene che i problemi individuali spesso nascano da dinamiche di lealtà non bilanciate o irrisolte, e che molti conflitti familiari derivino da tensioni implicite in questo sistema. Nella sua terapia, l’obiettivo è aiutare i membri della famiglia a riconoscere e riequilibrare queste lealtà, per ottenere relazioni più sane e soddisfacenti.”)
  4. Seguendo questa linea di pensiero, lo stesso discorso potrebbe essere fatto per alcuni aspetti morali, la “legge” a cui l’individuo si sottopone, e che potrebbe essere utile, in psicoterapia, mettere o discussione o capire meglio. Parliamo di un lavoro sul Super-io, il tribunale occulto a cui l’uomo si assoggetta, regolato a sua volta da una legge morale che di volta in volta decreta la colpevolezza o l’innocenza dell’imputato (che è la persona stessa). Si tratta di fare in questi casi un lavoro di ricostruzione “genealogica” della morale dell’individuo, come un percorso di risalita alla fonte, una ricerca dei paradigmi innervanti quella stessa morale -in primo luogo all’interno dell’ambiente familiare. Perchè per un individuo un certo evento è considerato disdicevole e moralmente “impossibile”, e per un altro no? Ragionare in termini transgenerazionali su questi aspetti e su come le “leggi” possano passare da una generazione all’altra, aiuta la persona a poterle mettere in discussione -eventualmente- oppure a renderle maggiormente adeguate al tempo presente, in cui è immerso, come una lotta all’estemporaneità dei precetti morali che la abitano.

Tendenzialmente le persone, messe di fronte a un lavoro di questo tipo, rispondono molto bene, e facilmente arrivano a identificare ed estrapolare aspetti di sé che facilmente riconducono al prima citato “inconscio familiare”. Un grosso tema è il confronto con miti familiari, con aneddoti ereditati e con cui ci si confronta, storie di progenitori, spesso idealizzati e in grado di attivare movimenti, facilitare scelte.

Anne Schutzenberger ha lavorato per tutta la sua vita su questi temi, avviando anche una scuola a tema, che ha formato molti psicoterapeuti italiani.

Tra i suoi libri, merita sicuramente una menzione il famoso e prima menzionato “La sindrome degli antenati”, e l’ultimo suo “quaderno operativo“, di fatto un agile manuale di utilizzo delle tecniche approfondite ne “La sindrome degli antenati”. 

Questo libro, breve e operativo, è stato pubblicato qualche anno prima della scomparsa della ricercatrice francese, e fornisce indicazioni molto pratiche ed esercizi per lavorare con la psicogenealogia e la transgenerazionalità.

Per esempio, tra gli altri:

  1. l’esercizio dell’atomo sociale, di derivazione moreniana, che l’autrice propone di allargare anche a concetti/luoghi/cose, come si osserva nella figura sotto riportata. La Schutzenberger ritiene l’atomo sociale uno strumento utile per avere una fotografia allargata della propria rete di “investimenti affettivi”, utile a produrre collegamenti e associazioni. Va notato che la natura dell’atomo sociale è cangiante, fluida, mutevole nel tempo.
  2. il famoso genosociogramma, sempre di derivazione moreniana, strumento molto conosciuto tra chi si occupi di lavoro con il transgenerazionale e le famiglie: si tratta di disegnare usando segni e simboli peculiari il proprio albero genealogico, arricchito però da eventi positivi o negativi che servono a meglio inquadrarne la “storia”, ponendo attenzione a eventi come traumi, lutti, separazioni, ma anche a segreti, matrimoni, etc. La Schutzenberger considera il tempo minimo per lavorare sul genosociogramma di un individuo, 3 ore. Per lavorare al genosociogramma, l’autrice consiglia in questo libro di ricercare informazioni a riguardo di quella che definisce “nicchia ecologica“, ovvero il contesto in cui i fatti si svolsero, e a partire da quel contesto, risalire a informazioni importanti per la propria storia famigliare, usando anche il potere evocativo di fotografie (qui ne avevamo già scritto).

Per tornare alla fonte e andare al libro “definitivo” della Schutzenberger, si veda anche questo volume.

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10 October 2024

“LA GENERAZIONE ANSIOSA”: RECENSIONE APPROFONDITA E VALUTAZIONI

di Raffaele Avico

PREMESSA: per ragioni di comodità in alcuni passaggi si è usato il maschile sovraesteso

“La generazione ansiosa” viene tradotto e pubblicato recentemente da Rizzoli; è un saggio da un titolo forte, che però merita una lettura approfondita, vista l’attualità dei suoi contenuti, e i dati allarmanti riguardanti la salute mentale dei giovani, da più parti denunciate.

Il volume si presenta come una sorta di mega-indagine, una vera e propria inchiesta giornalistica che mette in ordine e sistematizza i più recenti dati a riguardo della salute mentale dei giovani in relazione all’utilizzo di smartphone e social-media, con un focus sul periodo 2010-2015, cornice temporale che ha ospitato diverse innovazioni tecnologiche largamente disruptive, tutte insieme (iphone, app gratuite in cambio di pubblicità, social media, telefoni dotati di telecamere frontali, internet per tutti sempre e ovunque), in grado di avviare un cambio di paradigma a livello di relazioni e comunicazione tra gli individui -per le fasce d’età più giovani coincidente con quello che l’autore chiama, un po’ drammaticamente, la “Grande Riconfigurazione dell’Infanzia”.

Qui ne faremo una recensione approfondita, cercando di cogliere gli aspetti più importanti di quello che l’autore ci vuole passare.

Jonathan Haidt è un professore universitario a NYC, e già in precedenza, con questo libro, aveva indagato la salute mentale giovanile; i suoi studi si posizionano al confine tra la psicologia sociale e la sociologia: ha anche avviato un sito da usare come strumento a latere della lettura, questo: https://www.anxiousgeneration.com/

Vediamone alcune parti di “la generazione ansiosa” in dettaglio, procedendo nella lettura:

  1. Nella prima parte del suo lavoro H. presenta il suo concetto di “Grande Riconfigurazione dell’Infanzia”: la sua idea è che dal 2010 al 2015 qualcosa sia accaduto, e che l’infanzia abbia preso forme nuove, correlate all’introduzione di device tecnologici estremamente additivi, precedente a un preoccupante aumento di disturbi internalizzanti per le femmine in età adolescenziale ed esternalizzanti per i maschi nella stessa età. Il libro è stato scritto nel 2023, è quindi molto attuale: il problema del “malessere psicologico nei giovani” è sulla bocca di tutti.
  2. Il vero fattore discriminante, secondo Haidt, è rappresentato dalla pervasività di utilizzo dei device, che da un certo tempo in poi (l’Iphone è stato introdotto nel 2007), ha garantito di essere tutti sempre connessi -ancor di più dopo l’introduzione dei social network
  3. Haidt ragiona sul fatto che se il malessere dei/le ragazz* in età adolescenziale fosse causato da elementi di macro-contesto nel mondo reale (come crisi economiche o guerre) altre epoche avrebbero dovuto essere più tragiche (come il 2009): no, secondo l’autore parliamo di qualcosa successo nella prima metà degli anni ‘10, e non “esterno”/riguardante guerre, epidemie o altro. Anzi, in questi ultimi casi -l’autore sottolinea-, a volte le comunità fanno gruppo e sperimentano paradossali effetti positivi in senso psicologico
  4. Nel secondo capitolo, Haidt parte da alcune considerazioni riguardanti lo sviluppo “sano” di un bambino, soprattutto nella lenta gestazione delle sue abilità psicosociali/cognitive: tante di queste abilità, il bambino le sviluppa impegnandosi in un’attività sincrona e basata sulla sintonizzazione emotiva con l’altro -attività come il gioco sociale.
    L’autore si chiede cosa produca un bombardamento mediatico operato su di un cervello malleabile come argilla negli anni cruciali, anni come quelli della preadolescenza, arrivando a parlare di un passaggio da un’“infanzia basata sul gioco” ad un’“infanzia basata sul telefono”.
    Haidt parla di una “riconfigurazione” vera e propria dell’infanzia, che attraverso il telefono sarebbe stata espropriata delle attività che evoluzionisticamente sarebbero state più importanti (come appunto il gioco sociale sincrono, la sintonizzazione affettiva, l’autoregolazione nel gruppo dei pari). Sottolinea a proposito di questo l’importanza del gioco “rischioso”, corporeo, citando diversi studiosi che lo  approfondiscono (si veda per esempio questo studio): la natura del bambino è antifragile, necessita cioè di “perturbazione e stress” per evolvere
  5. Nel quarto capitolo l’autore apre il macro-capitolo “pubertà”, età particolarmente delicata in termini di “finestra di apprendimento” soprattutto a livello culturale/di conoscenza (si veda questo approfondimento su “La mente adolescente” di Daniel Siegel): qui pone il problema degli “inibitori di esperienze” (la cultura dell’iperprotezione che Haidt chiama safetyism e la dipendenza da smartphone), e riflette sull’assenza di riti di passaggio (almeno non nel mondo online, esente da questo tipo di logiche)
  6. Proseguendo nella lettura del libro, Haidt fa un veloce excursus storico a partire dal lancio del primo Iphone nel 2007, attraverso la creazione delle prime app (prima a pagamento, poi sostenibili a partire dalla pubblicità) fino ai giorni nostri; parla quindi del notorio “circuito di ricompensa” e di come si possa sviluppare una dipendenza da smartphone, che ritiene “attivamente progettata” negli anni del lancio dei primi social network dai fondatori delle app stesse. Si trattava di ingenerare dipendenza nei ragazzini che avrebbero usato il social, obbligandoli a passare più tempo possibile sulle piattaforme. Ma come fare? Il meccanismo è quello della ricompensa “non garantita”. Così come avviene nel gioco d’azzardo, far seguire a una determinata azione una ricompensa sviluppa un apprendimento veicolato dal rilascio di una certa quantità di neurotrasmettitori: la ricompensa non dev’essere però garantita, per poter ingaggiare in modo più forte chi ne dovrebbe fruire -si evita così l’abituazione ad essa e il darla per “scontata- : il meccanismo è largamente studiato ed è appunto alla base del meccanismo che regge (e avvia) il disturbo da gioco d’azzardo patologico.
    In più, Haidt ragiona sull’elemento “attivo” inerente gli aspetti di rinforzo, ovvero la possibilità da parte dei fruitori di essere in prima persona coinvolti, essendo che l’oggetto del reward è la propria immagine, la rappresentazione sociale di sé. In questo modo, Haidt sostiene, si arriva a un passaggio fondamentale, la generazione di un meccanismo di aggancio basato non solo su trigger esterni (come la notifica, il suono che richiama l’utente al device), ma su trigger interni, “formulazioni mentali”, “call to action mentali” in grado di attivare il soggetto alla compulsione e di disturbare il normale flusso dei suoi pensieri; veri e propri “pensieri-trigger” sospinti alla coscienza dalla “fame” di rilascio neurotrasmettitoriale, come d’altronde accade in ogni dipendenza: “chissà se avrò ricevuto notifiche”, “devo assolutamente controllare”, etc.
  7. Correlazione? No, causa. Proseguendo nella lettura, Haidt propone con forza l’idea che i disturbi psicopatologici osservati a partire dalla finestra temporale 2010-2015, debbano essere attribuiti ai prima descritti cambi di abitudini a riguardo del rapporto con gli oggetti tecnologici. Mette insieme una mole impressionante di dati, che si possono recupare qui.
  8. Nella quarta parte del libro, Haidt seleziona e presenta ulteriori studi, a tratti assumendo un tono paternalistico, moralizzante: unici elementi degni di nota, la questione del maggior impatto dell’utilizzo dei device sulle ragazze, e il tema del distacco progressivo dagli ambienti naturali, alla cui frequentazione l’evoluzione ci avrebbe chiamati: a contatto con la natura, e in generale nella “realtà”, siamo esposti sia a dolore (un rifiuto “dal vivo”, un infortunio corporeo) che ad esperienze trasformative e positive, anche in senso spirituale (per mezzo di attività corali, fatte insieme, funzionali appunto al trascendere -come assistere ad un concerto dal vivo).

Che fare, dunque?

La seconda parte -più breve- del volume, è incentrata su quello che i governi, le scuole e i genitori dovrebbero fare per contrastare il processo di “riconfigurazione dell’infanzia” citato dall’autore.

I capitoli che si susseguono in questa seconda parte, sono per lo più ripetizioni di due concetti fondamentali:

  1. è necessario rivedere e ripensare le norme (e anche le leggi) con cui permettiamo agli individui minorenni di accedere alle pagine internet. Il problema che l’autore pone in tutto il libro, viene anche qui riproposto: abbiamo concesso una libertà smisurata e non protetta alla navigazione su internet, e allo stesso tempo stiamo iper-proteggendo nel mondo reale i bambini e gli adolescenti, inabilitandoli alle esperienza di crescita fondamentali
  2. riprendendo il tema prima accennato, l’autore suggerisce di contrastare la tendenze al safetyism, all’iper-protezione, lavorando (pensando alle nuove generazioni) per la promozione di una maggiore connessione alla vita reale, offline

In conclusione, il volume come prima accennato rappresenta un’indagine -scritta in modo semplice, spesso ridondante- a riguardo degli impatti dell’utilizzo di smartphone e social media sulla salute mentale di ragazz* cresciuti nel periodo “critico” tra 2010 e 2015.

Le parti più interessanti del volume sono quelli inerenti gli studi a riguardo del potere dipendentogeno dei device tecnologici: non rivelano nulla di veramente nuovo, ma sistematizzano gli studi che negli ultimi anni sono stati pubblicati, fornendo prove convincenti a riguardo di una effettiva causalità tra l’immissione nel mercato dei suddetti strumenti tecnologici e il peggioramento della salute mentale delle generazioni che, in quegli anni, si stavano formando.

Declassare una valutazione approfondita come quella eseguita da Jonathan Haidt a “boomerismo”, “trombonaggine” o generico “luddismo”, equivale a non prendere seriamente in considerazione la questione, problematizzandola come è necessario fare. Giungere alla conclusione che “è sempre successo così”, che “ogni cambio di paradigma ha pro e contro”, rischia nuovamente di lasciare tutto così com’è, senza che nessuno faccia nulla nè per avallare, né per modificare/raddrizzare/intervenire sullo stato delle cose.
Perchè inoltre -l’autore si chiede-, spostiamo sempre la questione su problemi “precedenti” che sarebbero la causa “prima”, originaria dei problemi di dipendenza dei ragazzi? Non possiamo intervenire su entrambi i momenti del problema, su tutti gli elementi in gioco di questo fenomeno, senza accanirci su “cosa venga prima” -domanda peraltro difficile, se non impossibile, da indagare?

Tendenzialmente, abbiamo a che fare con una nuova, subdola e ormai endemica nuova forma di dipendenza comportamentale, rinforzata da meccanismi neurobiologici invincibili e inevitabili, soprattutto in chi ha il cervello in maturazione. La sensazione tuttavia è che, al momento, questa nuova forma di dipendenza non sia veramente problematizzata né pensata come tale: altre questioni sembrano sempre più attuali, forse perchè esiste un qualcosa da combattere attivamente, in senso fisico. Perché viene combattuta così ferocemente la cannabis legale, per fare un esempio, e ci si muove con lentezza da pachiderma nel normare l’accesso a siti dannosi per la salute mentale di individui in pieno sviluppo?

Nella parte finale di questo libro, Haidt osserva che sarebbe sufficiente ipotizzare l’intervento di aziende terze coinvolte al fine di controllare che i ragazzini che accedono a social o siti di pornografia siano effettivamente nell’età per farlo: non necessiteremmo di chissà quale tecnologia, sarebbe sufficiente un portale a cui autenticarsi con il proprio documento d’identità, che intercedesse per il soggetto stesso quando questi dovesse entrare in un determinato sito -garantendogli/le allo stesso tempo l’anonimato.

In ultima analisi, i limiti di questa indagine sono di ordine strettamente statistico: pur con questa enorme mole di dati, sembra difficile parlare di una causalità diretta: troppe variabili confondenti sporcano gli esperimenti, rendendo complicato tracciare una linea causale netta (per ora).

É indubbio tuttavia che a un’osservazione attenta, gli effetti dell’utilizzo compulsivo di uno smartphone -con tutto quello che al suo interno vi si possa rintracciare- sono evidenti, almeno agli occhi di un operatore della salute mentale: vanno dal modellare l’architettura dell’attenzione, al “bucare” la forma del pensiero (i trigger interni di cui prima scrivevamo, pensieri intrusivi in grado di portare l’attenzione al device, obbligandoci compulsivamente a ritornare ad esso) fino ad alterare il circuito del reward ingenerando una dipendenza comportamentale “nascosta” -allo stato delle cose accettata socialmente, per nulla problematizzata.

Recentemente è stato pubblicato un articolo abbastanza stupefacente, che indaga il concetto di “salienza” in relazione allo smartphone; il punto di questo studio era dimostrare come la semplice presenza del telefono nei pressi di un individuo, fosse in grado di assorbire una quota significativa delle sue capacità cognitive, di fatto diminuendole.
Si tratta di uno dei primi studi che indagano l’effetto della semplice presenza dello smarphone sulle capacità cognitive e attenzionali di un individuo, senza che necessariamente vi sia un altro compito da svolgere o un’interazione fisica con il telefono. Inoltre, gli autori sottolineavano che l’effetto pareva presentarsi anche nella consapevolezza a riguardo dello spegnimento del telefono stesso, o con lo schermo non visibile, cosa che dovrebbe farci ragionare sul potere che questo oggetto ha nel contesto delle nostre vite quotidiane. Sembrerebbe esistere, gli autori spiegano, una sorta di bisogno “sub-cosciente” di “monitorarlo”. Concludono con un consiglio chiaro: “however, our data suggest at least one simple solution: separation”.

Tornando e concludendo sul libro di Haidt, La generazione ansiosa rappresenta una fotografia di estrema attualità dello stato di salute mentale delle generazioni dei ragazzi nati a partire dalla seconda metà degli anni ‘90, con un focus sulle implicazioni dei profondi sconvolgimenti in campo tecnologico che a partire dagli anni ‘10 del 2000, si sono succeduti con impressionante velocità.
Al centro della sua indagine, Haidt pone i rischi di una forma endemica di dipendenza comportamentale che attribuisce all’uso pervasivo di device tecnologici portatili, fornendo alcune indicazioni generiche su temi di “ecologia della mente”, aiutando il lettore a porsi in una relazione consapevole con questi strumenti tecnologici, finalmente e coraggiosamente problematizzando la questione.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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10 June 2024

KNOT GARDEN (A CURA DEL CENTRO VENETO DI PSICOANALISI)

di Raffaele Avico

Riportiamo di seguito un estratto da un PDF in free download erogato dal Centro Veneto di Psicoanalisi.

Il Centro Veneto di Psicoanalisi da un po’ di tempo pubblica degli Ebook chiamati “Knot Garden”.

Il nome Knot Garden evoca una tipologia di giardino inglese, caratterizzato da molti sentieri tra di loro intersecati:

“Viaggiando per la Gran Bretagna si possono visitare alcuni knot (nodo) garden ricostruiti sulla base di disegni ed antecedenti di epoca elisabettiana. Si tratta di piccoli giardini costruiti in modo da poter essere percorsi in modo continuo in innumerevoli catene di vie: specie di labirinti senza un unico punto d’arrivo; intrecci di sentieri tra basse aiuole che possono essere percorsi senza mai perdere di vista l’insieme delle altre possibili strade”.

Il Centro Veneto di Psicoanalisi ha da anni avviato la pubblicazione di questi free ebook di pregevole fattura, e ricchi nei contenuti. In precedenza aveva pubblicato un lungo approfondimento su Melanie Klein, reperibile qui.

L’ultima loro fatica esplora il mondo della musica, comprese le tendenze più recenti, in rapporto al mondo dell’adolescenza e alle sue metamorfosi identitarie, spesso dolorose. Lo si può scaricare qui. Di seguito ne pubblichiamo un estratto a proposito della poetica dei Nirvana e di Kurt Cobain, suicidatosi 30 anni fa.

[..]

Rock e brandelli di sé

Faccio ora un salto in avanti di una quindicina d’anni, per parlare di due opere prime di gruppi che hanno fatto la storia degli anni Novanta, i Nirvana e i Cranberries, e dei loro leader, Kurt Cobain, morto suicida a ventisette anni, e Dolores O’Riordan, annegata a quarantasette anni in una vasca piena d’acqua, sola e ubriaca in una stanza d’albergo londinese.

Sono anni di grande fermento musicale: la nascita del grunge offre una nuova via identitaria al rock e, al contempo, molte cantanti si affermano grazie alla loro voce e alla loro capacità compositive; Kurt Cobain e Dolores O’Riordan sono i massimi esponenti di questi due fenomeni del mondo rock.

Nella loro storia di vita l’arte è un tentativo di prendersi cura di sé, di cercare in essa e nell’ascolto offerto dai fans un vello d’oro che possa alleviare il dolore causato dalle ferite traumatiche.

Bleach, il disco d’esordio dei Nirvana, raccoglie nella sequenza dei brani lo spirito degli adolescenti di quegli anni, attraverso quella distruttività e quella rabbia che sono l’essenza del grunge; ma la passione e il coinvolgimento che Cobain mette in ogni brano è il tentativo di “ricucire i brandelli di un sé” (Spagnolo e Northoff, 2022, 96) fragile che non reggerà il peso della vita e la pressione futura dello show business. Un giro di basso oscuro e claustrofobico apre l’album e Blew, una canzone abrasiva dove il sofferto cantato di Cobain, magistralmente supportato da un sound cupo e distorto, offre un’immediata risonanza musicale-affettiva del giovane cantante e dei suoi dolori, radicati nella traumatica separazione dei genitori e in un’adolescenza caratterizzata dallo sviluppo di gravi e persistenti dolori di stomaco – di probabile origine psicosomatica – e abuso di sostanze, in una realtà di provincia che generava il senso claustrofobico che pervade non solo questa canzone ma tutta la breve discografia dei Nirvana.

Kurt Cobain e tutto il movimento grunge esprimono il senso di disillusione, cinismo e rabbia della cosiddetta generazione X, quella dei figli dei figli dei fiori ma, a mio parere, questo non è sufficiente a spiegare la forza espressiva della loro musica, a partire da Bleach, un disco che è il tentativo di prendersi cura di sé attraverso l’arte, recuperando “qualche elemento traumatico in modo da poterlo assimilare in una struttura rappresentazionale e simbolica più evoluta. Ma se la struttura del sé è sfilacciata dalle troppe discontinuità vissute nel corso dell’esistenza, questo movimento di recupero fallisce continuamente” (Spagnolo e Northoff, 2022, 100). Assimilare il trauma in una rappresentazione: questo è stato il tentativo di artisti come Jim Morrison e Kurt Cobain e di molte altre rockstar morte troppo presto o all’apice del successo, troppo fragili come personalità per poter elaborare i traumi attraverso il solo processo di rappresentazione. Cobain utilizzò nel corso degli anni dell’adolescenza la scrittura e il disegno nel tentativo di contenere e dare una forma al suo malessere: in questi diari, scannerizzati e pubblicati nel 2003, caratterizzati da una modalità stream of consciousness – come si può vedere nell’immagine riportata qui sotto – si trovano anche le prime bozze dei testi di alcune canzoni che verranno messe in musica e pubblicate in seguito: la musica rock, con la compresenza di più forme d’arte (scrittura, musica, canto), viene pensata come uno spazio transizionale più resistente del semplice diario; come uno spazio multidimensionale in cui offrire una forma elaborativa più profonda alla sofferenza.

Nella sua lettera d’addio Kurt scriverà che era dall’età di sette anni che provava odio verso tutti gli umani: a quel periodo risale la separazione dei suoi genitori, vissuta con profonda vergogna e intensa rabbia dal figlio; perché Kurt Cobain “non era una rockstar, era un ragazzo che contro la sua volontà era diventato un simbolo” (Vites, 2022, 85), tentando di trovare quel contenimento affettivo, vissuto e poi perduto in infanzia, attraverso la sua opera creativa.

“Mi è andata bene, molto bene, e ne sono grato, ma da quando ho sette anni, sono diventato pieno di odio verso l’umanità in generale. Solo perché sembra così facile per la gente andare d’accordo. Solo perché amo e mi dispiace troppo per le persone probabilmente. Grazie a tutti dal profondo del mio bruciante nauseato stomaco per le vostre lettere e la preoccupazione negli anni passati. Sono un bambino troppo incostante e lunatico!” (Brano tratto dalla lettera d’addio di Kurt Cobain).


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8 May 2024

INVITO A BION

di Redazione POPMed

Abbiamo scritto in precedenza su Bion, psicoanalista di provenienza indiana e naturalizzato inglese.

Bion iniziò tardi la sua carriera da psichiatra e psicoanalista: i primi anni lo videro impegnato in altri studi (storia), oltre ad essere caratterizzati dallo scoppio delle due guerre mondiali, che lo psicoanalista conobbe prima da soldato civile, poi da medico militare (e da osservatore attento: risalgono a quegli anni le sue intuizioni sui conosciuti “assunti di base”).

Questo post raccoglie alcuni contenuti che, della teoria di Bion, forniranno alcuni punti fermi, aspetti della sua teoria che non possono essere trascurati. Qui di seguito un brevissimo indice dei contenuti:

  1. PRIMA PARTE: un approfondimento sulla teoria sulla nascita del pensiero di Bion, e spunti dal lavoro di Antonino Ferro
  2. SECONDA PARTE: riportato per intero, un articolo del 1981 (inedito in rete) scritto da Mauro Mancia, uno dei padri della neuropsicoanalisi italiana, che scrisse questo contributo tentando di raccordare gli aspetti teorici bioniani con quello che -al tempo- si sapeva di neuroscienza del sonn

..continua su POPMed.

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14 February 2024

CAPIRE LA DISPNEA PSICOGENA: DA “SENZA FIATO” DI GIORGIO NARDONE

di Raffaele Avico

É da poco stato pubblicato un libro scritto da Giorgio Nardone a proposito della dispnea psicogena. La dispnea psicogena è un disturbo che origina dal tentativo di controllare un meccanismo biologico spontaneo, non mediato dalla volontà cosciente dell’individuo: il ritmo del respiro.

Per entrare nello specifico di questo disturbo, avviene che il paziente senta di non riuscire a respirare “ fino in fondo” e, nel tentativo di riempirsi i polmoni di aria, iper-eserciti l’inspirazione -di fatto iperventilando e producendo un effetto paradossale di mancanza di fiato.

Come osserviamo anche in altri disturbi, il tutto può partire da un segnale che arriva dal corpo, il senso di essere affaticati -per esempio-, che innesca una risposta ansiosa e un tentativo da parte del paziente di compensare allo stato di stanchezza percepita per via di un aumento della foga nell’eseguire un determinato “atto fisico”.

Il paziente in questo modo tenta di riempirsi i polmoni aggiungendo aria ad altra aria, iperventilando e aumentando ulteriormente l’ansia.

Nardone fa notare come in questo meccanismo quello che viene lasciato indietro sia l’espirazione, l’atto di vuotare i polmoni fino in fondo.

Per aiutare il paziente a recuperare il ritmo respiratorio, gli suggerisce di immaginare di dover soffiare sulla torta del suo compleanno, e di esercitarsi con questo pensiero in mente ad espirare “fino in fondo” una volta l’ora, per un tot di volte, in modo da riabilitare il paziente a un respiro maggiormente regolare.

Come Nardone fa notare, siamo qui al confine tra la riabilitazione respiratoria e la psicoterapia comportamentale: si tratta di imparare a respirare “come da zero”, e di normalizzare in seguito la spontaneità della respirazione stessa: ripetendo l’esercizio in modo cadenzato (una volta l’ora, poi una volta ogni due ore, poi una volta ogni tre ore, etc.), il “nuovo” modo di respirare diverrà automatizzato, come quando si fa fisioterapia e si ripetono i gesti più volte, fino ad automatizzarli in senso procedurale.

A inizio libro, Nardone fa giustamente notare come “sapere come funziona un disturbo” non basta: occorre fare delle esperienze “correttive” per poi renderle automatiche, affinché il cambiamento possa realmente avvenire.

L’autore propone inoltre un modello di mente basato sul principio della gerarchia delle funzioni mentali, per cui il “livello razionale” in questo caso non riuscirebbe a frenare o regolare il “livello percettivo-reattivo”, posto gerarchicamente più in basso. Cita giustamente LeDoux per portare alcuni dati in senso scientifico sul come funzionino la paura e l’amigdala.

Proseguendo nella lettura del libro, altri autori completano il lavoro con aspetti più medici a riguardo della respirazione, e propongono alcuni suggerimenti pratici per lavorare sulla respirazione. Tra questi merita una nota il metodo Buteyko, che in seguito sintetizziamo:

  • Il metodo Buteyko è una tecnica di respirazione sviluppata dal fisiologo russo Konstantin Buteyko. Questo approccio si concentra sull’allenamento della respirazione per ridurre l’iperventilazione e aumentare il livello di anidride carbonica nel corpo. Come funziona?
  • Respirazione Nasale: Il metodo Buteyko enfatizza la respirazione attraverso il naso anziché la bocca. Ciò consente di filtrare, riscaldare e umidificare l’aria in modo più efficace prima che raggiunga i polmoni.
  • Respirazione Superficiale: L’approccio promuove la respirazione leggera e superficiale, evitando respiri profondi eccessivi. Ciò mira a mantenere un adeguato livello di anidride carbonica nel corpo.
  • Controllo del Diaframma: Si incoraggia l’uso del diaframma nella respirazione, concentrandosi su inspirazioni e espirazioni controllate. Questo può contribuire a ridurre l’iperventilazione.
  • Ritmo Respiratorio: Il metodo suggerisce di mantenere un ritmo regolare nella respirazione, evitando variazioni eccessive nella frequenza respiratoria.
  • Pauses between breaths (pause tra i respiri): Il Buteyko incoraggia brevi pause tra l’inspirazione e l’espirazione per promuovere la ritenzione di anidride carbonica.
  • Monitoraggio del Livello di CO2: Si insegna a percepire i segnali del corpo legati al livello di anidride carbonica, in modo che la persona possa regolare la propria respirazione di conseguenza.
  • Esercizi di Controllo della Respirazione: Il metodo prevede una serie di esercizi di respirazione progettati per aiutare le persone a sviluppare il controllo sulla propria respirazione e a migliorare l’efficienza del processo respiratorio.

ASPETTI CRITICI

Nardone in questo libro usa lo schema che ripropone in altri libri: propone una spiegazione del meccanismo sotteso all’origine del disturbo, quindi suggerisce una pratica clinica abbastanza precisa, e presenta qualche caso clinico che conferma la bontà delle sue intuizioni.
Sono modalità di intervento ritagliate intorno alla figura di Nardone stesso, che suggerisce la “sua” modalità di intervenire in queste situazioni: non c’è nessuna evidenza del fatto che questo sia un metodo replicabile, così come non esiste letteratura scientifica che rappresenti un “basamento” di quanto afferma l’autore. La scuola di Arezzo, da lui fondata, sembra infatti portare avanti una politica di “emulazione del maestro”, che si ascolta in quanto “genio”, ripetendo con i propri pazienti quanto passato dal “venerabile”.
Nardone si rifà inoltre ad antiche massime mutuate dallo psicologia orientale, o dalla cultura classica latina, che utilizza come “verità assolute” pronte a giustificare il razionale delle pratiche da lui create per lavorare con i diversi disturbi. Questi truismi hanno la funzione di “puntelli” alla teoria, come negli articoli scientifici dovrebbero fare i riferimenti ad altri lavori, precedenti. Quando tira in ballo la scientificità dei suoi metodi, dissimula la sostanziale debolezza statistica del suo metodo parlando di “pregiudizi” che impedirebbero agli “altri” (la comunità scientifica, di fatto) di capire la portata concettuale del metodo “Arezzo”.

Nonostante questi aspetti critici Nardone riesce a intuire alcuni aspetti patogenetici di assoluta rilevanza clinica, che in effetti ci raccontano di come riesca a intuire alcuni “modi di funzionare” della mente, che sono però da attribuire a lui come professionista, come fine psicologo, più che a un trattamento psicoterapico strutturato e supportato da evidenze di letteratura.
Siamo di fronte a un personaggio “geniale” della psicoterapia, un fine osservatore di come funziona la mente, che spiega il “suo” modo, le sue scoperte cliniche, che tra l’altro su questo blog abbiamo più volte esaminato e approfondito a proposito per esempio del panico o del doc.

Qui il link ad Amazon.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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22 January 2024

Offline is the new luxury, un documentario

di Raffaele Avico

Un documentario neo-luddista citato da Beppe Grillo in questo post, sufficientemente distopico, poco distante dalla realtà in cui viviamo immersi. Vi si constata una certa amarezza dei soggetti intervistati, consapevoli di come internet ai suoi primordi fosse stato ideato e pensato per essere un’arma di libertà e democrazia, non un enorme centro commerciale costruito per estrarre dati psicometrici dal comportamento dei suoi utenti.

A proposito dei movimenti neo-luddisti, interessante anche questa intervista a Logan Lane, di Brooklyn, fondatrice del cosiddetto Luddite Club, ragazzi adolescenti che decidono di disconnettersi usando dumb-phones e organizzando ritrovi “dal vivo”: Logan ragiona su quanto, nella sua stessa scuola, avesse osservato un inquietante modellamento della realtà sui contenuti di Instagram, come se il permanere costantemente immersi nella realtà dei social avesse il potere di riversarsi nella quotidianità del suo liceo, con ragazzi e ragazze vestiti/e “come se” fossero su Instagram, con modalità relazionali in linea con quelle virtuali, e altri segnali che la stessa Logan guardava con sospetto prima di creare il Club.

Il messaggio neo-luddista è inoltre sempre più al centro del lavoro di Mangiasogni, che nella sua ultima striscia animata ambienta in una Venezia del 2050 una lotta tra le “nuovissime” generazioni e quella dei millennials (la striscia si chiama appunto Death to millennials). Mangiasogni definisce i prosumer dei social di oggi e del futuro, ortaggi coltivati dagli “estrattori” di dati. La si può reperire qui.

Qui il documentario:

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12 October 2023

ANIMALI CHE SI DROGANO, DI GIORGIO SAMORINI

di Raffaele Avico

Giorgio Samorini è un riferimento in Italia per la “scienza delle droghe”, gli studi sulle piante allucinogene, sulla storia dell’utilizzo di psichedelici, per l’ambito dell’etnobotanica in generale. Per avere idea del portato del suo lavoro, è sufficiente dare un’occhiata al suo sito: samorini.it

In questo volume corto e scorrevole, Samorini descrive molte specie animali intenti a consumare sostanze psicotrope di vario tipo (già presenti in natura o create dall’uomo, come l’alcol). Samorini osserva come si debbano distinguere due modalità di consumo di sostanze psicotrope tra gli animali:

  • consumo condizionato, indotto da un certo tipo di comportamento dell’uomo, come il coltivare certe piante o attivamente effettuare esperimenti sugli animali usando sostanze psicotrope (come il famoso esperimento dei ragni sotto caffeina)
  • consumo naturale, ricercato dagli animali in assenza di elementi umani a fare da rinforzo, all’apparenza per “puro piacere” o alla ricerca di un’alterazione del funzionamento del sistema nervoso

Tra le specie animali, molte consumano attivamente sostanze psicotrope, come gli elefanti (Samorini raccoglie parecchie evidenze sulla ricerca da parte degli elefanti dell’effetto inebriante dell’alcol), gli orsi, molti uccelli e soprattutto le capre; esistono anche molte evidenze di animali “inferiori” (con un sistema nervoso basico/semplice) alla ricerca di sostanze dal potere psicotropo, come le sfingi -particolari falene-, i cervi volanti, ma anche le lumache, le mosche, le drosofile (moscerini della frutta), e altri.

Procedendo nella lettura, Samorini si avvicina al tema “animali che si curano”, raccogliendo evidenze di come diverse specie si auto-curino con elementi naturali terapeutici; da notare come Samorini sottolinei più volte la fallacia della prospettiva antropocentrica –per cui l’essere umano tende a negare l’idea che gli animali producano comportamenti direttamente causati da un tipo di pensiero più articolato del semplice stimolo/risposta. Samorini osserva a proposito di questo come gli animali esibiscano comportamenti sessuali slegati dalla semplice riproduzione, anche omosessuali, oltre ad indursi come già detto stati di eccitazione euforica attraverso sostanze trovate in natura, producendo associazioni di causa-effetto articolate (per esempio, Samorini parla di manguste che sfruttano il senso di intorpidimento e confusione dei topi alterati dall’aver ingerito canapa, al fine di aggredirli).

Samorini si chiede come sia possibile che diverse specie animali si “droghino” per puro piacere (senza che ci sia insomma una finalità nutritiva, istintuale), e risponde che questo fenomeno sarebbe impossibile senza ipotizzare l’esistenza di un “pensiero” maggiormente articolato e proto-cosciente nella mente degli animali stessi, compresi gli animali inferiori (come appunto le mosche). Gli animali possiedono risorse che non comprendiamo in pieno: il modello comportamentista/antropocentrico ci impedisce tuttavia di immaginare o pensare agli animali stessi come dotati di una quota di ragionamento senziente, articolato, non necessariamente o solamente mosso dall’istinto.

La scienza che studia il comportamento autocurativo degli animali è chiamata zoofarmacognosia: Samorini raccoglie in questo volume molte evidenze di comportamenti di questo tipo, non basato sulla preservazione di un semplice stato omeostatico (con comportamenti auto-regolativi basati sul feedback, come un neonato che trovandosi causalmente la sua stessa mano di fronte al volto, inizi a succhiarla auto-gratificandosi), ma producendo comportamenti articolati, lunghi, con “attese” e “tempistiche di medicazione” complesse che farebbero propendere per, ancora una volta, una visione differente a riguardo della coscienza degli animali, “post-”comportamentista, maggiormente cognitivista, con una maggiore spazio da attribuire al loro stesso “pensiero”.

Inoltre, Samorini osserva come l’utilizzo degli psichedelici e delle piante medicinali da parte degli animali, precede storicamente quello fatto dagli umani, che proprio dagli animali avrebbero osservato come utilizzare gli elementi naturali per auto-medicarsi.

Nell’utlima parte di questo corto saggio, l’autore introduce il tema dell’omosessualità animale, diffusa in più di 450 specie, frequentissima ma ancora oggi declassata dagli etologi ad “aberrazione” o “divergenza”. Samorini spiega che una visione di questo tipo dipende dall’adesione ortodossa di alcuni studiosi al paradigna darwinista, per cui ogni azione in natura verrebbe giustificata dal bisogno di procacciare e ottenere risorse scarse, o di riprodursi, nella direzione di un’evoluzione costante volta a un miglioramento funzionale, a una maggiore utilità.

Esistono paradigmi nuovi e post-darwinisti, tuttavia, che meglio si adatterebbero a spiegare questi comportamenti in natura. Samorini cita il concetto di “esuberanza biologica”, la “teoria del caos”, spingendosi fino alla fisica quantistica, che meglio si adatterebbero a una lettura non riduzionistica o antropocentrica di questi comportamenti assolutamente normali ma “esuberanti” in senso evolutivo. Seguendo il paradigma dell’esuberanza biologica, in natura sarebbe cioè necessario produrre varianza, novità, alterità, così come per la teoria del caos è importante che il caos stesso introduca variazioni casuali funzionali a produrre salti evolutivi, al fine di migliorare e far evolvere lo stato delle cose. Questi comportamenti (l’omosessualità, l’uso non riproduttivo della sessualità negli animali, la ricerca di uno stato di alterazione assolutamente deliberata e non funzionale ad alcunchè negli animali), una volta riletti in modo non moralistico e al di là della posizione antropocentrica, potrebbero essere riletti usando questi nuovi, più vasti paradigmi, post-darwiniani, altrettamento “scientifici”. A riguardo dell’esuberanza biologica, si veda questo approfondimento da un articolo pubblicato nel 2000 su Jama.

Si veda anche questo approfondimento fatto da Vice.

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8 August 2023

NIENTE COME PRIMA, DI MANGIASOGNI

di Raffaele Avico

Niente come prima è un libro sulla salute mentale. Racconta le vicende di due ragazzi di all’incirca 25 anni, alle prese con la delicata fase della svincolo dalla famiglia di origine. Edoardo e Rebecca, cresciuti nello stesso paesino di provincia, vivono in due grandi città, presi ognuno da angosce e paure diverse. Rimandiamo a chi voglia leggere il libro il resto della trama, cercando qui di trarne alcuni spunti di riflessione:

  1. il libro è ambientato in luoghi di fantasia: città di fantasia, quartieri e fermate della metropolitana di fantasia: questo rende universale, metafisica la vicenda, un po’ come nei libri di Dino Buzzati, anch’essi ambientati in luoghi irreali, utilizzati a fare da cornice a vicende tutte interiori/psicologiche
  2. le vicende raccontate nel libro procurano un estremo senso di rispecchiamento: si ha l’impressione che ciò che accade ai protagonisti, possa accadere a chiunque di noi in qualsiasi luogo, e soprattutto nell’epoca attuale. É in fondo un libro sulla società dell’oggi: le vicende di Edoardo e Rebecca raccontano di una generazione di neo-laureati alle prese con un mondo del lavoro ossessionato dalla produttività, nelle mani di manager e figure adulte nevrotiche e aggressive, vissute dai ragazzi in modo persecutorio. Spesso viene descritto il senso di incomunicabilità tra una generazione (quella degli adulti) ferma a una rappresentazione ormai superata di una società basata sull’equazione impegno=risultato, e la generazione dei giovani, costantemente interconnessi in modo virtuale ma estremamente soli,  spaventati dalle richieste degli stessi adulti -poco in grado di comprendere a fondo una società all’apparenza troppo veloce
  3. Procedendo nella lettura del romanzo viene spontaneo chiedersi quanto il problema si strutturi all’interno dell’individuo (pensiamo per esempio a Edoardo) o quanto al suo esterno. Il problema sembra essere: il senso di spaesamento e impotenza di Edoardo, dipende dalla sua difficoltà di esporsi a un mondo troppo aggressivo, o è la società stessa, con le sue richieste, a essersi trasformata in qualcosa di mostruoso/inarrivabile? L’autore sembra porre maggiormente l’accento su questa seconda opzione: il libro raccoglie in sé molti dei messaggi lanciati da Mangiasogni (l’autore) sulla sua pagina instagram, con pesanti critiche al concetto di superlavoro, di hustle culture (ne avevamo parlato qui), al rischio di overload cognitivo, al bisogno costante di performare. Come avevamo scritto a proposito del lavoro di Byung Chul Han, nella “società della performance” la pressione alla performatività sembra essere così tanto pervicace, così tanto interiorizzata, da diventare una parte interna dell’individuo, costretto ad auto-sfruttarsi e portato ad autopunirsi.
  4. Edoardo, giovane professionista vessato/mobbizzato dal suo capo in una blasonata azienda della “city”, vive una vita come “dissociata in verticale”: la sua settimana si struttura in modo routinario, con i giorni della settimana spesi alienandosi al lavoro e il weekend trascorso al paesino di origine, dedicato a quelli che definisce “rituali riumanizzanti”. Interessante la presenza di figure genitoriali putative (la professoressa del liceo, il macellaio), veri e propri “sacerdoti del passaggio”, punti fermi utili a Edoardo nella sua tempesta emotivo/esistenziale inerente il suo processo di svincolo. Il passaggio dal paese/famiglia di origine al contesto città/vita adulta viene eseguito per step, in modo graduale.
  5. Quello che accomuna i due giovani, Edoardo e Rebecca, sembra essere il peso delle aspettative proiettate su di essi dai genitori: Edoardo vive la sua vita come una sorta di riscatto vissuto per interposta persona eseguito dai suoi genitori; Rebecca ha aderito docilmente alle indicazioni della madre a riguardo di quella che avrebbe dovuto essere la sua vita professionale. C’è dunque il tema dello svincolo, di nuovo, intrecciato però alla questione “aspettative genitoriali”. A un certo punto del romanzo, la scelta di fronte a Edoardo sembra essere senza scampo, una sorta di doppio legame senza vie di uscita: da un lato l’alienazione della città, dall’altra la regressione del paese/ambiente genitoriale; in questa situazione di stallo, la figura di Raudo sembra rappresentare, per un po’, una terza via percorribile: la creazione di qualcosa di proprio, la modalità “imprenditoriale” vissuta come possibilità di svincolo/affermazione. Per quanto riguarda Rebecca, sarà la morte della madre a consentirle, finalmente, di riappropriarsi della sua individualità, pur nel paradosso di una libertà ottenuta a prezzo di un lutto.
  6. Il “mostro” che compare nelle vite dei due giovani, è la rappresentazione figurata di una parte interna dei protagonisti, che emerge quando questi riescono ad “abbassare un po’ le difese” in modo da lasciarla esprimere. In esso vengono incarnati i dettami del sistema famiglia (devi fare quello che ti diciamo, non devi tradirci) e del sistema società (devi produrre, se vuoi puoi, è colpa tua se non sai cosa fare della tua vita), un senso di colpa invincibile, la “tensione verso l’aggressione” degli altri e di sè.
  7. non esiste un verso scontro generazionale, tuttavia: i ragazzi sembrano “orfani”, ovvero, percepiscono le generazioni precedenti come non in grado di comprendere la velocità e le pressioni del mondo attuale. In questo romanzo le figure adulte tentano di “vendere” un’idea di realtà, una rappresentazione di “come dovrebbero andare le cose” che ai ragazzi sembra anacronistica; a tratti si ha anche l’impressione che questi ultimi non vogliano comprarla, quell’idea di mondo, rifiutandola a priori, “per una questione di principio”. Questa frattura, il sentirsi orfani, questo scollamento getta i ragazzi in un vuoto di senso, in un deserto senza segni e simboli all’interno del quale sembra impossibile visualizzare un orizzonte (o un futuro). Allo stesso tempo, i surrogati e i diversivi offerti dall’iper-produzione mediatica, dal continuo esporsi al confronto sociale attraverso internet, sembrano solo voler capitalizzare su quello stesso disagio, acutizzandolo. Sembra esserci un’unica cosa da fare: chiedere aiuto, dare un nome al malessere, narrarlo.
  8. Troviamo un po’ ovunque alcune altre tematiche estremamente attuali: l’eco-ansia (paura del futuro/paura dei disastri ambientali), la fomo (paura di perdere occasioni) e soprattutto la pervasività degli input mediatici, così come il confronto sociale e le emozioni negative ad esso collegate.

Nel complesso, il romanzo di Mangiasongi descrive una realtà dai tratti distopici che potrebbe tranquillamente essere la quotidianità per un qualunque “stagista” di una grande città come Milano o Torino. È nel suo insieme una profonda critica alla hustle culture, al culto per la performance, alla tendenza a disumanizzare, descrive lo stallo della “classe disagiata” e soprattutto il senso di tradimento vissuto da una generazione che sembra aver perso fiducia nelle promesse fatte dalle figure adulte.

Qui Niente come prima su Amazon.

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NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Generale / recensioni

6 April 2023

Laetrodectus, che morde di nascosto


di Raffaele Avico

Il documentario video “Laetrodectus, che morde di nascosto“ traccia un percorso di esplorazione sul fenomeno del tarantismo usando alcune figure professionali che tentano di profilare le origini e la natura del fenomeno e del suo surrogato odierno, rivoltato in chiave “commerciale” (l’interesse attuale per il neotarantismo e la pizzica, il gran numero di gruppi che la suonano).

L’opera di Jeremie Basset e Irene Gurrado, con le musiche originali di Ruggiero Inchingolo, uscita nel 2009, è stata girata tra Francia e Italia.

Viene intervistata la figlia del maestro Stifani, il “dottore delle tarantate”, che contò molteplici riti di taranta eseguiti con il suo violino, Ruggiero Inchingolo, un musicologo già allievo del prima citato Stifani, Gino Dimitri, uno storico ed esperto di tarantismo, e George Lapassade, sociologo di Parigi scomparso nel 2008 e studioso del fenomeno.

Vengono messi in luce diversi aspetti:

stati dissociativi patologici|normale dissociazione|stati mistici/realizzazione

  1. Quello che Lapassade osserva, è che il fenomeno cosiddetto di neotarantismo, diviene uno scimmiottamento attuale del rituale antico, svuotato del suo significato originale, autenticamente terapeutico
  2. In senso storico, con l’intervento di Gino Dimitri viene tracciato un breve affresco di quello che sembra essere stato il decorso del fenomeno del tarantismo, a partire dagli antichi riti pagani di origine romana e ancor prima, presumibilmente, greca (a questo proposito è da notare che qualche anno fa a Lecce e Melpignano fu stata allestita una mostra, divisa in due spazi, sulle “menadi danzanti”, ancelle devote al dio Dioniso secondo la mitologia greca- che voleva riprendere il tema della mousikè technè — intesa come unione di suoni, canto, danza e recitazione — usata in senso catartico e quindi connessa al fenomeno attuale del tarantismo). Lo storico parla del tarantismo come di un “relitto” dei rituali pagani pre-cristiani, oggi paradossalmente assunto a segno distintivo del territorio e occasione di festa. Fino a 40 anni fa, è presumibile che il tarantismo fosse ancora collegato a una condizione di malessere e povertà culturale, soprattutto per quanto riguarda lo stato della donna, costretta nei vincoli di una società patriarcale e povera, senza prospettive.
  3. Inizialmente, la credenza effettiva, reale, a proposito della nocività del morso del ragno, sembrava molto radicata nella popolazione: solo successivamente la questione sull’origine del “problema” della tarantolata venne trasposta in senso psicopatologico o almeno “socio-culturale”. Quello che Gino Dimitri fa notare è che inizialmente si credeva davvero al bisogno del ballo come cura per il veleno dei ragni nascosti nelle campagne del Salento (in particolare appunto da parte del ragno Latrodoectus, anche detto Vedova Nera): la questione venne poi allargata e medicalizzata, con l’avvento della psichiatria; esiste un’epoca di passaggio in cui al rituale di cura per le tarantate, si affiancarono gli internamenti in manicomio per coloro che sembravano soffrire di patologie nervose o di possessione
  4. Per mezzo dell’intervento dell’etnomusicologo Ruggiero Inchingolo, viene posta l’attenzione sull’effetto della musica suonata durante i rituali terapeutici. Viene illustrato come il suono ritmico, terzinato, del tamburo, pareva avere un effetto di induzione di transe sui soggetti colpiti dal “morso”, considerando che spesso le sessioni rituali avevano una durata molto lunga, anche giorni. Insieme al suono del tamburo, lo strumento melodicamente principale era il violino, in particolare suonato su toni molto acuti (il rumore del “pizzico” dell’archetto sulle corde, simile a uno sfregamento, pareva avere un forte potere attivante verso il soggetto sottoposto al rituale). Tamburo e violino, insieme, producevano un intensificarsi dell’effetto di “aggancio” della tarantata, condotta per mezzo della musica verso la liberazione dal dolore.
    Di seguito potete visualizzare il contributo di Inchingolo.

Un aspetto che durante la visione del documentario sembra ritornare, è infine il significato del “morso”, da interpretarsi come “passato che ritorna” — un qualche senso di colpa interiorizzato che necessita, periodicamente, di essere risolto e evacuato, oppure un qualche conflitto irrisolto che necessita di un suo luogo di “recitazione”/drammatizzazione.

Qui per aggregare altro (su questo blog) a tema “tarantismo”.


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  • PSICOTERAPIA DELL’ANSIA: ALCUNI SPUNTI 7 November 2022
  • LA Q DI QOMPLOTTO 25 October 2022
  • POPMED: UN ESEMPIO DI NEWSLETTER 12 October 2022
  • INTERVISTA A MAURO BOLOGNA, PRESIDENTE SIPNEI 10 October 2022
  • IL “MANUALE DELLE TECNICHE PSICOLOGICHE” DI BERNARDO PAOLI ED ENRICO PARPAGLIONE 6 October 2022
  • POPMED, UNA NEWSLETTER DI AGGIORNAMENTO IN AREA “PSI”. PER TORNARE ALLA FONTE 30 September 2022
  • IL CONVEGNO SIPNEI DEL 1 E 2 OTTOBRE 2022 (FIRENZE): “LA PNEI NELLA CLINICA” 20 September 2022
  • LA TEORIA SULLA NASCITA DEL PENSIERO DI WILFRED BION 1 September 2022
  • NEUROFEEDBACK: INTERVISTA A SILVIA FOIS 10 August 2022
  • La depressione come auto-competizione fallimentare. Alcuni spunti da “La società della stanchezza” di Byung Chul Han 27 July 2022
  • SCOPRIRE LA SIPNEI. INTERVISTA A FRANCESCO BOTTACCIOLI 6 July 2022
  • PERFEZIONISMO: INTERVISTA A VERONICA CAVALLETTI (CENTRO TAGES ONLUS) 6 June 2022
  • AFFRONTARE IL DISTURBO DISSOCIATIVO DELL’IDENTITÁ 28 May 2022
  • GARBAGE IN, GARBAGE OUT.  INTERVISTA FIUME A ZIO HACK 21 May 2022
  • PTSD: ALCUNE SLIDE IN FREE DOWNLOAD 10 May 2022
  • MANAGEMENT DELL’INSONNIA 3 May 2022
  • “IL LAVORO NON TI AMA”: UN PODCAST SULLA HUSTLE CULTURE 27 April 2022
  • “QUI E ORA” DI RONALD SIEGEL. IL LIBRO PERFETTO PER INTRODURSI ALLA MINDFULNESS 20 April 2022
  • Considerazioni sul trattamento di bambini e adolescenti traumatizzati 11 April 2022
  • IL COLLASSO DEL CONTESTO NELLA PSICOTERAPIA ONLINE 31 March 2022
  • L’APPROCCIO “OPEN DIALOGUE”. INTERVISTA A RAFFAELLA POCOBELLO (CNR) 25 March 2022
  • IL CORPO, IL PANICO E UNA CORRETTA DIAGNOSI DIFFERENZIALE: INTERVISTA AD ANDREA VALLARINO 21 March 2022
  • RECENSIONE: L’EREDITÁ DI BION (A CURA DI ANTONIO CIOCCA) 20 March 2022
  • GLI PSICHEDELICI COME STRUMENTO TRANSDIAGNOSTICO DI CURA, IL MODELLO BIPARTITO DELLA SEROTONINA E L’INFLUENZA DELLA PSICOANALISI 7 March 2022
  • FOTOTERAPIA: JUDY WEISER e il lavoro con il lutto 1 March 2022
  • PLACEBO E DOLORE: IL POTERE DELLA MENTE (da un articolo di Fabrizio Benedetti) 14 February 2022
  • INTERVISTA A RICCARDO CASSIANI INGONI: “Metodo T.R.E.®” E TECNICHE BOTTOM-UP PER L’APPROCCIO AL PTSD 3 February 2022
  • SPIDER, CRONENBERG 26 January 2022
  • LE TEORIE BOTTOM-UP NELLA PSICOTERAPIA DEL POST-TRAUMA (di Antonio Onofri e Giovanni Liotti) 17 January 2022
  • 24 MESI DI PSICOTERAPIA ONLINE 10 January 2022
  • LA TOSSICODIPENDENZA COME TENTATIVO DI AMMINISTRARE LA SINDROME POST-TRAUMATICA 7 January 2022
  • La Supervisione strategica nei contesti clinici (Il lavoro di gruppo con i professionisti della salute e la soluzione dei problemi nella clinica) 4 January 2022
  • PSICHEDELICI: LA SCIENZA DIETRO L’APP “LUMINATE” 21 December 2021
  • ASYLUMS DI ERVING GOFFMAN, PER PUNTI 14 December 2021
  • LA SINDROME DI ASPERGER IN BREVE 7 December 2021
  • IL CONVEGNO DI SAN DIEGO SULLA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI (marzo 2022) 2 December 2021
  • PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA E DEEP BRAIN REORIENTING. INTERVISTA A PAOLO RICCI (AISTED) 29 November 2021
  • INTERVISTA A SIMONE CHELI (ASSOCIAZIONE TAGES ONLUS) 25 November 2021
  • TRAUMA: IMPOSTAZIONE DEL PIANO DI CURA E PRIMO COLLOQUIO 16 November 2021
  • TEORIA POLIVAGALE E LAVORO CON I BAMBINI 9 November 2021
  • INTRODUZIONE A BYUNG-CHUL HAN: IL PROFUMO DEL TEMPO 3 November 2021
  • IT (STEPHEN KING) 27 October 2021
  • JUDITH LEWIS HERMAN: “GUARIRE DAL TRAUMA” 22 October 2021
  • ANCORA SU PIERRE JANET 15 October 2021
  • PSICONUTRIZIONE: IL LAVORO DI FELICE JACKA 3 October 2021
  • MEGLIO MALE ACCOMPAGNATI CHE SOLI: LE STRATEGIE DI CONTROLLO IN INFANZIA (PTSDc) 30 September 2021
  • OVERLOAD COGNITIVO ED ECOLOGIA MENTALE 21 September 2021
  • UN LUOGO SICURO 17 September 2021
  • 3MDR: UNO STRUMENTO SPERIMENTALE PER COMBATTERE IL PTSD 13 September 2021
  • UN LIBRO PER L’ESTATE: “COME ANNOIARSI MEGLIO” DI PIETRO MINTO 6 August 2021
  • “I fondamenti emotivi della personalità”, JAAK PANKSEPP: TAKEAWAYS E RECENSIONE 3 August 2021
  • LIFESTYLE PSYCHIATRY 28 July 2021
  • LE DIVERSE FORME DI SINTOMO DISSOCIATIVO 26 July 2021
  • PRIMO LEVI, LA CARCERAZIONE E IL TRAUMA 19 July 2021
  • “IL PICCOLO PARANOICO” DI BERNARDO PAOLI. PARANOIA, AMBIVALENZA E MODELLO STRATEGICO 14 July 2021
  • RECENSIONE PER PUNTI DI “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE” 8 July 2021
  • I VIRUS: IL LORO RUOLO NELLE MALATTIE NEURODEGENERATIVE 7 July 2021
  • LA PLUSDOTAZIONE SPIEGATA IN BREVE 1 July 2021
  • COS’É LA COGNITIVE PROCESSING THERAPY? 24 June 2021
  • SULLA TERAPIA ESPOSITIVA PER I DISTURBI FOBICI: IL MODELLO DI APPRENDIMENTO INIBITORIO DI MICHELLE CRASKE 19 June 2021
  • É USCITO IL SECONDO EBOOK PRODOTTO DA AISTED 15 June 2021
  • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche -con il blog Psicologia Fenomenologica. 7 June 2021
  • PSICHIATRIA DI COMUNITÁ: LA SCELTA DI UN METODO 31 May 2021
  • PTSD E SPAZIO PERIPERSONALE: DA UN ARTICOLO DI DANIELA RABELLINO ET AL. 26 May 2021
  • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO ONLINE CON VALERIO ROSSO, MARCO CREPALDI, LUCA PROIETTI, BERNARDO PAOLI, GENNARO ROMAGNOLI 22 May 2021
  • MDMA PER IL PTSD: NUOVE EVIDENZE 21 May 2021
  • MAP (MULTIPLE ACCESS PSYCHOTHERAPY): IL MODELLO DI PSICOTERAPIA AD APPROCCI COMBINATI CON ACCESSO MULTIPLO DI FABIO VEGLIA 18 May 2021
  • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO GRATUITO ONLINE (21 MAGGIO) 13 May 2021
  • BALBUZIE: COME USCIRNE (il metodo PSICODIZIONE) 10 May 2021
  • PANICO: INTERVISTA AD ANDREA IENGO (PANICO.HELP) 7 May 2021
  • Psicologia digitale e pandemia COVID19: il report del Centro Medico Santagostino di Milano dall’European Conference on Digital Psychology (ECDP) 4 May 2021
  • SOLCARE IL MARE ALL’INSAPUTA DEL CIELO. Liberalizzare come terapia: il problema dell’autocontrollo in clinica 30 April 2021
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO” 25 April 2021
  • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche 25 April 2021
  • 3 STRUMENTI CONTRO IL TRAUMA (IN BREVE): TAVOLA DISSOCIATIVA, DISSOCIAZIONE VK E CAMBIO DI STORIA 23 April 2021
  • IL MALADAPTIVE DAYDREAMING SPIEGATO PER PUNTI 17 April 2021
  • UN VIDEO PER CAPIRE LA DISSOCIAZIONE 12 April 2021
  • CORRELATI MORFOLOGICI E FUNZIONALI DELL’EMDR: UNA PANORAMICA SULLA NEUROBIOLOGIA DEL TRATTAMENTO DEL PTSD 4 April 2021
  • TRAUMA E DISSOCIAZIONE IN ETÁ EVOLUTIVA: (VIDEO)INTERVISTA AD ANNALISA DI LUCA 1 April 2021
  • GLI EFFETTI POLARIZZANTI DELLA BOLLA INFORMATIVA. INTERVISTA A NICOLA ZAMPERINI DEL BLOG “DISOBBEDIENZE” 30 March 2021
  • SVILUPPARE IL PENSIERO LATERALE (EDWARD DE BONO) – RECENSIONE 24 March 2021
  • MDMA PER IL POST-TRAUMA: BEN SESSA E ALTRI RIFERIMENTI IN RETE 22 March 2021
  • 9 LIBRI FONDAMENTALI SU TRAUMA E DISSOCIAZIONE (aggiornato 2026) 14 March 2021
  • VIDEOINTERVISTA A CATERINA BOSSA: LAVORARE CON IL TRAUMA 7 March 2021
  • PRIMO SOCCORSO PSICOLOGICO E INTERVENTO PERI-TRAUMATICO: IL LAVORO DI ALAIN BRUNET ED ESSAM DAOD 2 March 2021
  • “SHARED LIVES” NEL REGNO UNITO: FORME DI PSICHIATRIA D’AVANGUARDIA 25 February 2021
  • IL TRAUMA (PTSD) NEGLI ANIMALI (PARTE 1) 21 February 2021
  • FLOW: una definizione 15 February 2021
  • NEUROBIOLOGIA DEL DISTURBO POST-TRAUMATICO (PTSD) 8 February 2021
  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE (SECONDA PARTE): FINE PENA MAI 3 February 2021
  • INTERVISTA A COSTANZO FRAU: DISSOCIAZIONE, TRAUMA, CLINICA 1 February 2021
  • LO SPETTRO IMPULSIVO COMPULSIVO. I DISTURBI OSSESSIVO COMPULSIVI SONO DISTURBI DA ADDICTION? 25 January 2021
  • ANATOMIA DEL DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO (E PSICOTERAPIA) 15 January 2021
  • LA STRANGE SITUATION IN BREVE e IL TRAUMA COMPLESSO 11 January 2021
  • GIORNALISMO = ENTERTAINMENT 6 January 2021
  • SIMBOLIZZARE IL TRAUMA: IL RUOLO DELL’ATTO ARTISTICO 2 January 2021
  • PSICHIATRIA: IL MODELLO DE-ISTITUZIONALIZZANTE DI GEEL, BELGIO (The Openbaar Psychiatrisch Zorgcentrum) 28 December 2020
  • STABILIZZARE I SINTOMI POST TRAUMATICI: ALCUNI ASPETTI PRATICI 18 December 2020
  • Psicoterapia breve strategica del Disturbo ossessivo compulsivo (DOC). Intervista ad Andrea Vallarino e Luca Proietti 14 December 2020
  • CRONOFAGIA DI DAVIDE MAZZOCCO: CONTRO IL FURTO DEL TEMPO 10 December 2020
  • PODCAST: SPECIALIZZAZIONE IN PSICHIATRIA E CLINICA A CHICAGO, con Matteo Respino 8 December 2020
  • COME GESTIRE UNA DIPENDENZA? 4 PIANI DI INTERVENTO 3 December 2020
  • INTRODUZIONE A JAAK PANKSEPP 28 November 2020
  • INTERVISTA A DANIELA RABELLINO: LAVORARE CON RUTH LANIUS E NEUROBIOLOGIA DEL TRAUMA 20 November 2020
  • MDMA PER IL TRAUMA: VIDEOINTERVISTA A ELLIOT MARSEILLE (A CURA DI JONAS DI GREGORIO) 16 November 2020
  • PSICHIATRIA E CINEMA: I CINQUE MUST-SEE (a cura di Laura Salvai, Psychofilm) 12 November 2020
  • STRESS POST TRAUMATICO: una definizione e alcuni link di approfondimento 7 November 2020
  • SCOPRIRE IL FOREST BATHING 2 November 2020
  • IL TRAUMA COME APPRENDIMENTO A PROVA SINGOLA (ONE TRIAL LEARNING) 28 October 2020
  • IL PANICO COME ROTTURA (RAPPRESENTATA) DI UN ATTACCAMENTO? da un articolo di Francesetti et al. 24 October 2020
  • LE PENSIONI DEGLI PSICOLOGI: INTERVISTA A LORENA FERRERO 21 October 2020
  • INTERVISTA A JONAS DI GREGORIO: IL RINASCIMENTO PSICHEDELICO 18 October 2020
  • IL RITORNO (MASOCHISTICO?) AL TRAUMA. Intervista a Rossella Valdrè 13 October 2020
  • ASCESA E CADUTA DEI COMPETENTI: RADICAL CHOC DI RAFFAELE ALBERTO VENTURA 6 October 2020
  • L’EMDR: QUANDO USARLO E CON QUALI DISTURBI 30 September 2020
  • FACEBOOK IS THE NEW TOBACCO. Perchè guardare “The Social Dilemma” su Netflix 28 September 2020
  • SPORT, RILASSAMENTO, PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA: oltre la parola per lo stress post traumatico 21 September 2020
  • IL MODELLO TRIESTINO, UN’ECCELLENZA ITALIANA. Intervista a Maria Grazia Cogliati Dezza e recensione del docufilm “La città che cura” 15 September 2020
  • IL RITORNO DEL RIMOSSO. Videointervista a Luigi Chiriatti su tarantismo e neotarantismo 10 September 2020
  • FARE PSICOTERAPIA VIAGGIANDO: VIDEOINTERVISTA A BERNARDO PAOLI 2 September 2020
  • SUL MERCATO DELLA DOPAMINA: INTERVISTA A VALERIO ROSSO 31 August 2020
  • TARANTISMO: 9 LINK UTILI 27 August 2020
  • FRANCESCO DE RAHO SUL TARANTISMO, tra superstizione e scienza 26 August 2020
  • ATTACCHI DI PANICO: IL MODELLO SUL CONTROLLO 7 August 2020
  • SHELL SHOCK E PRIMA GUERRA MONDIALE: APPORTI VIDEO 31 July 2020
  • LA LUNA, I FALÒ, ANGUILLA: un romanzo sulla melanconia 27 July 2020
  • VIDEOINTERVISTA A FERNANDO ESPI FORCEN: LAVORARE COME PSICHIATRA A CHICAGO 20 July 2020
  • ALCUNI ESTRATTI DALLA RUBRICA “GROUNDING” (PDF) 14 July 2020
  • STRESS POST TRAUMATICO: IL MODELLO A CASCATA. Da un articolo di Ruth Lanius 10 July 2020
  • OTTO KERNBERG SUGLI OBIETTIVI DI UNA PSICOANALISI: DA UNA VIDEOINTERVISTA 3 July 2020
  • SONNO, STRESS E TRAUMA 27 June 2020
  • Il SAFE AND SOUND PROTOCOL, UNO STRUMENTO REGOLATIVO. Videointervista a GABRIELE EINAUDI 23 June 2020
  • IL CONTROLLO CHE FA PERDERE IL CONTROLLO: UNA VIDEOINTERVISTA AD ANDREA VALLARINO SUL DISTURBO DI PANICO 11 June 2020
  • STRESS, RESILIENZA, ADATTAMENTO, TRAUMA – Alcune definizioni per creare una mappa clinicamente efficace 5 June 2020
  • DA “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE”: COS’É LA NEUROCEZIONE 3 June 2020
  • AUTO-TRADIRSI. UNA DEFINIZIONE DI MORAL INJURY 28 May 2020
  • BASAGLIA RACCONTA IL COVID 26 May 2020
  • FONDAMENTI DI PSICOTERAPIA: LA FINESTRA DI TOLLERANZA DI DANIEL SIEGEL 20 May 2020
  • L’EBOOK AISTED: “AFFRONTARE IL TRAUMA PSICHICO: il post-emergenza.” 18 May 2020
  • NOI, ESSERI UMANI POST- PANDEMICI 14 May 2020
  • PUNTI A FAVORE E PUNTI CONTRO “CHANGE” di P. Watzlawick, J.H. Weakland e R. Fisch 9 May 2020
  • APPORTI VIDEO SUL TARANTISMO – PARTE 2 4 May 2020
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  • SULL’IMMOBILITÀ TONICA NEGLI ANIMALI. Alcuni spunti da “IPNOSI ANIMALE, IMMOBILITÁ TONICA E BASI BIOLOGICHE DI TRAUMA E DISSOCIAZIONE” 30 April 2020
  • FOBIE SPECIFICHE IN BREVE 25 April 2020
  • JEAN PIAGET E LA SHARING ECONOMY 25 April 2020
  • LO STATO DELL’ARTE INTORNO ALLA DIMENSIONE SOCIALE DELLA MEMORIA: SUL MODO IN CUI SI E’ ARRIVATI ALLA CREAZIONE DEL CONCETTO DI RICORDO CONGIUNTO E SU QUANTO LA VITA RELAZIONALE INFLUENZI I PROCESSI DI SVILUPPO DELLA MEMORIA 25 April 2020
  • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.3 – MODELLO ITALIANO E MODELLO BELGA A CONFRONTO, CON GIOVANNA JANNUZZI! 22 April 2020
  • RISCOPRIRE PIERRE JANET: PERCHÉ ANDREBBE LETTO DA CHIUNQUE SI OCCUPI DI TRAUMA? 21 April 2020
  • AGGIUNGERE LEGNA PER SPEGNERE IL FUOCO. TERAPIA BREVE STRATEGICA E DISTURBI FOBICI 17 April 2020
  • INTERVISTA A NICOLÓ TERMINIO: L’UOMO SENZA INCONSCIO 13 April 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.3 10 April 2020
  • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.2 – MODELLO ITALIANO E MODELLO SVIZZERO A CONFRONTO, CON OMAR TIMOTHY KHACHOUF! 6 April 2020
  • ANTONELLO CORREALE: IL QUADRO BORDERLINE IN PUNTI 4 April 2020
  • 10 ANNI DI E.J.O.P: DOVE SIAMO? 31 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.2 27 March 2020
  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE: RISTRETTI.IT 25 March 2020
  • NELLE CORNA DEL BUE LUNARE: IL LAVORO DI LIDIA DUTTO 16 March 2020
  • LA COLPA NEL DOC: LA MENTE OSSESSIVA DI FRANCESCO MANCINI 12 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.1 6 March 2020
  • PREFAZIONE DI “PTSD: CHE FARE?”, a cura di Alessia Tomba 5 March 2020
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO”: EP.1 – FERNANDO ESPI FORCEN 29 February 2020
  • NERVATURE TRAUMATICHE E PREDISPOSIZIONE AL PTSD 13 February 2020
  • RIMOZIONE E DISSOCIAZIONE: FREUD E PIERRE JANET 3 February 2020
  • TEORIA DEI SISTEMI COMPLESSI E PSICOPATOLOGIA: DENNY BORSBOOM 17 January 2020
  • LA CULTURA DELL’INDAGINE: IL MASTER IN TERAPIA DI COMUNITÀ DEL PORTO 15 January 2020
  • IMPATTO DELL’ESERCIZIO FISICO SUL PTSD: UNA REVIEW E UN PROGRAMMA DI ALLENAMENTO 30 December 2019
  • INTRODUZIONE AL LAVORO DI GIULIO TONONI 27 December 2019
  • THOMAS INSEL: FENOTIPI DIGITALI IN PSICHIATRIA 19 December 2019
  • HPPD: HALLUCINOGEN PERCEPTION PERSISTING DISORDER 12 December 2019
  • SU “LA DIMENSIONE INTERPERSONALE DELLA COSCIENZA” 24 November 2019
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  • UNA DEFINIZIONE DI “TRAUMA DA ATTACCAMENTO” 18 October 2019
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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
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  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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