
di Maria Valillo
1. Introduzione: Epoca Perinatale come Turning Point
La gravidanza si configura psicologicamente come un momento evolutivo essenziale, un vero e proprio “turning point” nello sviluppo dell’identità della donna, (Ammanniti, 1992)
Malgrado la gravidanza e il periodo successivo alla nascita non possono essere ridotti a un’esperienza uniforme e sebbene sia improprio divulgare un profilo universale dell’esperienza psicologica in questa fase, è evidente che ogni sforzo compiuto per migliorare la salute mentale delle madri rappresenti un contributo fondamentale per le generazioni future (Grussu, P., & Bramante, A. (2016)
L’eziopatogenesi della psicopatologia dei disturbi psicopatologici perinatali ha natura multifattoriale e si basa su un delicato equilibrio tra dinamiche biologiche, temperamentali, relazionali e sociali.
La gravidanza in quanto esperienza trasformativa profonda modifica radicalmente la realtà interna sia quella esterna della madre. Questo processo di riorganizzazione identitaria è accompagnato da significativi cambiamenti biologici e psicologici che trasformano le rappresentazioni mentali che la donna ha di se stessa e del nascituro. Entro un range di normalità, la componente ansiosa possiede persino significato adattivo specifico: serve infatti ad attivare e preparare la donna all’evento del parto e al successivo accudimento nel periodo post-natale; tuttavia, questo equilibrio può incrinarsi, dando luogo a diverse manifestazioni psicopatologiche che possono esordire per la prima volta proprio in questo lasso di tempo, oppure configurarsi come la ricaduta di una condizione preesistente. Per tale motivo, risulta imprescindibile effettuare un’accurata anamnesi psichiatrica, sia personale sia familiare. Le ricerche scientifiche evidenziano come il principale fattore predittivo per l’insorgenza di un disturbo perinatale sia proprio la storia clinica (personale o familiare) di patologia psichiatrica generale o specifica dell’epoca perinatale, a cui si aggiunge, come ulteriore indicatore di rischio, la precedente sofferenza da sindrome premestruale o da disturbo disforico premestruale.
A livello statistico, la letteratura concorda sul fatto che i disturbi d’ansia e i disturbi dell’umore siano le condizioni psicopatologiche di più frequente riscontro in epoca perinatale, all’interno di una classificazione più ampia che include anche i disturbi del comportamento alimentare, i disturbi di personalità, l’abuso di sostanze e la psicosi puerperale.
2. I Disturbi dell’Umore: Dal Maternity Blues alla Depressione Perinatale
Il Maternity Blues
Il quadro clinico più lieve e transitorio è rappresentato dal Maternity Blues (o Baby Blues).
Questa condizione non possiede una distinta collocazione diagnostica all’interno del DSM-5 o dell’ICD-10, e la natura sfumata delle sue variabili cliniche rende complessa la strutturazione di scale di rilevazione che siano ampiamente riconosciute come valide e attendibili (fatta eccezione per la scala Maternity Blues di Gath e Kennerly del 1989, composta da 28 item).
Il Maternity Blues può essere definito come un periodo caratterizzato da forti oscillazioni e improvvisi cambiamenti del tono dell’umore, accompagnato da lievi sintomi di tipo depressivo e da una sproporzionata reattività emozionale. Sorge generalmente tra il 3° e il 15° giorno successivo al parto e tende a risolversi in modo del tutto spontaneo. In termini clinici e diagnostici, è fondamentale differenziare con precisione il Maternity Blues dalla depressione post-natale vera e propria. Poiché i sintomi compaiono spesso in concomitanza temporale con la dimissione della paziente dall’ospedale, è compito degli operatori informarla della possibile comparsa fisiologica di tali manifestazioni. Sotto il profilo biologico, la ricerca ha evidenziato che molte donne che sperimentano il Maternity Blues presentano elevati livelli di cortisolo al mattino e hanno sofferto, in passato, di sindrome premestruale.
La Depressione Perinatale
Quando i sintomi persistono o si presentano in forma più severa si entra nell’ambito della depressione perinatale. Si parla propriamente di depressione perinatale quando la sintomatologia esordisce nel corso della gravidanza oppure entro i 12 mesi successivi al parto. Si tratta di un fenomeno di grande rilevanza epidemiologica: nei primi mesi successivi alla nascita di un bambino, l’incidenza di nuovi casi di depressione risulta essere tripla rispetto a qualsiasi altro momento della vita femminile.
Le manifestazioni cliniche del disturbo si declinano su più livelli: cognitivo, affettivo, neurodegenerativo e comportamentale. I vissuti delle pazienti fanno emergere una profonda mancanza di speranza per il futuro e un senso di perdita di controllo sugli eventi quotidiani che può rivelarsi fortemente invalidante. Inoltre, il disturbo può essere celato o assumere plurime configurazioni a seconda della specifica esperienza negativa che la madre sta attraversando in quel preciso momento del post-partum.
Conseguenze e Impatto sul Bambino
La depressione perinatale non colpisce soltanto la madre, ma ha ripercussioni significative sul neonato e sul sistema delle cure. I figli di madri che hanno sofferto di depressione durante la gestazione manifestano, nell’immediato post-parto, una maggiore irritabilità, minori espressioni facciali e una ridotta attività attentiva e neurocomportamentale. Sul piano pratico, le pazienti con depressione post-natale tendono a mancare maggiormente alle visite pediatriche di controllo e mostrano, di contro, un maggior ricorso ai servizi di pronto soccorso. Infine, se la depressione post-natale si protrae per lungo tempo senza interventi adeguati, può causare un limitato sviluppo delle competenze cognitive del bambino.
Screening, Prevenzione e Trattamento della Depressione
Per intercettare precocemente il disagio sono disponibili specifici strumenti di screening:
- EPDS (Edinburgh Postnatal Depression Scale): Utilizzata nel post-parto (e denominata Edinburgh Depression Scale se somministrata in gravidanza), è composta da 10 item focalizzati sugli ultimi 7 giorni. Indaga aree cruciali quali la capacità di ridere, l’approccio positivo verso gli eventi, i sentimenti immotivati di colpa, ansia, paura o panico, il sentirsi sopraffatte, i disturbi del sommo legati all’infelicità, la tristezza, il pianto e i pensieri di autolesionismo.
- Zung Self-Rating Depression Scale (Zung SDS): Composta da 20 item, viene impiegata insieme ad altri strumenti diagnostici mutuati dalle diverse fasi del ciclo di vita.
Una valutazione attenta è l’unico modo per differenziare la depressione perinatale sia dalle patologie fisiche o psichiatriche concomitanti, sia dalla fase transitoria del Maternity Blues.
Sul fronte della prevenzione, emerge un divario tra l’Italia e l’estero. In molti paesi stranieri, i corsi preparto (sia pubblici sia privati) integrano stabilmente la figura dello psicoterapeuta per offrire spazi di confronto sui vissuti emotivi legati al passaggio alla genitorialità, confermando l’importanza dell’intervento precoce fin dal concepimento. In Italia, invece, tali corsi rimangono ancora sbilanciati sugli aspetti medici della gestazione e del parto; un potenziamento dei contenuti emotivi sarebbe invece auspicabile per abbattere lo stigma associato agli stati d’animo negativi in questa fase.
Laddove il disturbo sia conclamato, le evidenze scientifiche dimostrano che la strategia terapeutica migliore consiste nel combinare la farmacoterapia con la psicoterapia. Tra i diversi approcci psicoterapeutici, i modelli cognitivo-comportamentale e interpersonale risultano i più efficaci. In particolare, la psicoterapia interpersonale (ispirata alla teoria dell’attaccamento di Bowlby e basata sul modello bio-psicosociale di Sullivan) si rivela particolarmente adatta.
Nell’ambito dell’approccio cognitivo-comportamentale, un pilastro è l’utilizzo del modello ABC (Antecedent, Belief, Consequence), in cui si analizza lo stimolo problematico (A), il pensiero o la convinzione con cui il paziente lo valuta (B) e l’emozione o il comportamento che ne consegue (C). Un esempio tipico è la madre che prende in braccio il figlio che piange (A), pensa di essere un’incapace poiché non riesce a calmarlo (B) e, sopraffatta da ansia e tristezza, si isola a piangere in bagno (C). Lo strumento d’elezione in questo senso è la compilazione di un diario giornaliero degli ABC. (Grussu, P., & Bramante, A. (2016)
3. I Disturbi d’Ansia in Epoca Perinatale
Sebbene storicamente meno indagati rispetto alla depressione, i disturbi della sfera ansiosa sono divenuti oggetto di studio sistematico solo in tempi recenti. L’ansia perinatale può manifestarsi lungo tutto l’arco temporale che va dall’inizio della gestazione fino al primo anno di vita del bambino, e include costrutti eterogenei come l’ansia di tratto, l’ansia di stato e i cosiddetti worries (preoccupazioni). Attualmente, la ricerca sconta ancora la mancanza di strumenti di valutazione ad hoc pienamente supportati da solide evidenze empiriche.
Principali Manifestazioni Cliniche dell’Ansia Perinatale
- Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD): Si caratterizza per timori, ansie e preoccupazioni eccessive incentrate prevalentemente sullo stato gestazionale e sulla salute e accudimento del bambino. I principali fattori predittivi includono una storia passata di GAD, traumi o abusi subiti nell’infanzia ed eventi di vita particolarmente stressanti.
- Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC): In epoca perinatale si presenta frequentemente in comorbilità con il disturbo depressivo maggiore. Durante la gravidanza, le ossessioni più comuni tendono a riguardare la contaminazione, con conseguenti rituali e compulsioni legati all’ordine e alla pulizia. Nel post-parto, invece, diventano preponderanti e fortemente angoscianti le ossessioni incentrate sulla paura di fare del male al bambino in modo incidentale.
- Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD): In questo contesto, il PTSD si declina quasi sempre in riferimento al trauma associato all’esperienza stessa del parto. Per lungo tempo questa condizione è stata confusa e sovrapposta a un quadro di depressione post-partum; tuttavia, una delle ripercussioni più specifiche di un parto vissuto come traumatico è il distacco emotivo e relazionale dal proprio bambino, in quanto la figura del neonato viene inevitabilmente associata al momento del trauma.
- Tocofobia (Paura del parto): La paura del parto è un vissuto comune, ma può raggiungere livelli patologici e debilitanti. Nonostante la sua rilevanza, il DSM-5 non contiene un riferimento specifico per la tocofobia, che viene classificata implicitamente tra le fobie specifiche o nei disturbi d’ansia NAS. Spesso si associa alla richiesta tassativa da parte della donna di ricorrere al taglio cesareo. L’origine della tocofobia è multifattoriale e può derivare dalla paura del dolore, da precedenti esperienze ostetriche negative, dalla paura di essere incapace di dare la vita o dalla riattualizzazione di traumi passati legati alla perdita di controllo e all’impotenza. Si divide in primaria (se esordisce ben prima della gravidanza, es. in adolescenza, talvolta legata ad abusi precoci o a traumi tramandati intergenerazionalmente), secondaria (conseguente a un parto precedente difficile) o secondaria alla depressione in gravidanza. La tocofobia può comportare l’evitamento della gravidanza, iperemesi gravidica, depressione e un aumento del cortisolo che altera la produzione di ossitocina, rallentando o interrompendo il travaglio e aumentando la percezione del dolore.
Andamento Temporale e Comorbilità
Le ricerche evidenziano che i sintomi ansiosi si presentano in forte comorbilità con la sintomatologia depressiva (in circa il 50% dei casi). Gli studi dimostrano che la sintomatologia ansiosa è spesso più intensa e diffusa durante la gravidanza rispetto al post-parto, registrando picchi significativi nel primo e nel terzo trimestre a causa delle specifiche sfide psicofisiche dell’inizio e della fine della gestazione. Nel post-parto, l’ansia di stato tende a rimanere elevata nei primissimi giorni a causa dell’attivazione legata alla nascita, per poi decrescere significativamente a partire dal primo mese. Le traiettorie di questi sintomi dipendono sia dalle vulnerabilità predisponenti della donna, sia dall’occorrenza di fattori scatenanti.
Ansie Specifiche e Fattori di Rischio
Esistono ansie specifiche della maternità, come la paura della morte in culla (SIDS), che può spingere a un’estenuante e patologica sorveglianza notturna, o le fobie per il sangue, le iniezioni o l’amniocentesi. Durante l’assessment è cruciale scindere le paure relative alla salute del bambino da quelle relative alla madre, prestando attenzione alle ansie legate all’acquisizione del ruolo genitoriale (paura di essere incompetente, aspettative negative). Evidenze recenti dimostrano che l’ansia specifica della gravidanza (Pregnancy Specific Anxiety – PSA) è un predittore neuroendocrino di complicazioni al parto, alterazioni gestazionali e problematiche nello sviluppo e nel temperamento del neonato nel primo anno di vita più potente rispetto alla comune ansia di stato o di tratto.
I fattori di rischio per l’ansia perinatale includono vulnerabilità personale, fattori ormonali e biologici, eventi scatenanti, fattori socio-culturali, di mantenimento e predittori relazionali e clinico-ostetrici (come gravidanze a rischio, multiparità, nascita prematura o esperienze stressanti precoci).
Effetti dell’Ansia sul Feto e sul Bambino
L’ansia di tratto in gravidanza incrementa sensibilmente il rischio di sviluppare una depressione post-partum. Sul piano biologico, l’ansia materna provoca una disregolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) della madre. L’elevata concentrazione di cortisolo danneggia l’ambiente fetale poiché l’ansia induce una down-regulation dell’enzima placenta-specifico 11beta-idrossisteroide deidrogenasi, alterando la funzionalità della placenta che non riesce più a inattivare il cortisolo.
Questo eccesso di glucocorticoidi comporta problemi comportamentali nei primi anni di vita del bambino, difficoltà di autoregolazione, problematiche psicosomatiche (coliche, rifiuto del cibo), temperamento difficile e un’elevata reattività ambientale (pianto a stimoli inaspettati). Gli studi confermano che l’ansia prenatale aumenta la probabilità che i figli sviluppino disturbi emotivi, comportamentali e ADHD in un’età compresa tra i 4 e i 7 anni, e mostrino risposte biologiche alterate allo stress (es. livelli elevati di cortisolo nella procedura della still-face a 7 mesi). Inoltre, nel post-parto, l’elevata ansia materna può tradursi in atteggiamenti intrusivi e in una spiccata difficoltà a sintonizzarsi affettivamente con gli stati emotivi del figlio.
Strumenti di Valutazione e Interventi per l’Ansia
Per l’assessment dell’ansia perinatale si ricorre a strumenti sia unidimensionali sia multidimensionali:
- GAD-2 e GAD-7: Le linee guida raccomandano l’uso del GAD-2 ad ogni primo incontro e nel primo post-parto; in alcuni casi si procede con la somministrazione del GAD-7.
- STAI (State-Trait Anxiety Inventory): 40 item utili a separare l’ansia transitoria (stato) da quella stabile (tratto).
- PSWQ (Penn State Worry Questionnaire): Misura la componente cognitiva dell’ansia (il worry), pur non essendo specifico per questa fase.
- Strumenti Multidimensionali ed Equiparati: L’Hospital Anxiety and Depression Scale (HADS), il General Health Questionnaire (GHQ) e la Symptoms Checklist-90-Revised (SCL-R 90). Anche all’interno dell’EPDS, gli item 3, 4 e 5 esplorano la componente ansiosa (colpa, ansia e panico immotivati).
- Strumenti Specifici per l’Epoca Gestazionale: Il Pregnancy Related Thoughts (PRT) e il Pregnancy Related Anxiety Questionnaire (PRAQ). Più di recente (2014) è stato introdotto il PASS (Perinatal Anxiety Screening Scale), focalizzato sull’ultimo mese della donna.
Oltre ai trattamenti psicoterapici ed eventualmente farmacologici classici, la ricerca ha introdotto protocolli innovativi come il CALM (Coping with Anxiety Living Mindfully) Pregnancy Intervention (Goodman et al., 2014), basato su sessioni di mindfulness che ha dimostrato un’eccellente efficacia sul campo.
4. Quadri Gravi: Psicosi Puerperale, Disturbo Bipolare e Schizofrenia
La Psicosi Puerperale
La psicosi puerperale rappresenta l’emergenza psichiatrica più grave del periodo perinatale. Ha un esordio acuto e ben definito che, nel 90% dei casi, si colloca entro le prime 4 settimane dal parto. Il legame biologico tra il puerperio e la psicosi affettiva/bipolare (caratterizzata da stati di eccitamento maniacale o quadri misti) è un’evidenza solidissima: il rischio di ricovero ospedaliero per disturbo bipolare in donne senza precedenti anamnestici è ben 20 volte superiore nel primo mese dopo il parto rispetto a tutto l’anno successivo. Gli studi genetici suggeriscono che la vulnerabilità alla psicosi puerperale identifichi un sottogruppo di donne affette da una forma di disturbo bipolare a trasmissione familiare, con una suscettibilità legata a un gene sul cromosoma 16.
La psicosi post-parto mostra un’associazione specifica e peculiare con la condizione di primiparità. I rischi più severi si riflettono inevitabilmente sulla relazione madre-bambino e sulla sicurezza di entrambi. Purtroppo, la sintomatologia può non emergere durante un colloquio breve, isolato o superficiale, richiedendo monitoraggi attenti. Sul piano assistenziale, in Italia si registra una grave carenza di MBU (Mother and Baby Units), ovvero di reparti psichiatrici specializzati che consentano il ricovero congiunto della madre e del bambino per preservarne il legame. Dal punto di vista psicologico, la paziente vive un drammatico conflitto interno legato alla fatica di gestire una duplice e faticosa identità: quella di neomadre e quella di donna affetta da un grave disagio mentale. Se la terapia farmacologica viene impostata e seguita correttamente, la prognosi a breve e lungo termine è positiva, sebbene l’impatto sul sistema familiare resti severo (il 18% dei casi va incontro a divorzio a seguito dell’episodio psicotico).
Il Disturbo Bipolare e la Schizofrenia in Gravidanza
Il 70% delle donne affette da disturbo bipolare sperimenta un episodio acuto (spesso di natura maniacale) durante il periodo perinatale, confermando lo stretto legame tra il parto e le oscillazioni patologiche dell’umore. Per intercettare tempestivamente i sintomi ipomaniacali, il clinico può avvalersi di specifici questionari come
- il Mood Disorder Questionnaire (MDQ),
- l’Hypomania Check List 32 (HCL-32)
- l’ High Scale.
Insieme alla terapia farmacologica stabilizzante, i programmi di psico-educazione strutturata si sono dimostrati estremamente efficaci per queste pazienti, coinvolgendo attivamente anche i partner.
Questo forte legame con il puerperio non trova invece riscontro nella schizofrenia, segnando una netta differenza biologica ed epidemiologica tra le due patologie. Le donne affette da schizofrenia presentano generalmente un tasso di fertilità inferiore rispetto alla popolazione generale e, laddove affrontino una maternità, l’intervento clinico deve necessariamente prevedere una precoce e stretta collaborazione con i servizi sociali territoriali.
5. La Relazione Madre-Bambino e le Dinamiche Familiari
La relazione madre-bambino non ha inizio al momento del parto, ma si sviluppa già durante la gestazione attraverso le idee, le fantasie e le emozioni che il feto attiva nella mente materna, traducendosi in comportamenti affettivi e protettivi. Per misurare la qualità di questo legame prenatale e postnatale esistono strumenti specifici come:
- la Maternal Foetal Attachment Scale (MFAS),
- il Prenatal Attachment Inventory (PAI),
- la Maternal Antenatal Attachment Scale (MAAS) e
- il Maternal Attachment Inventory (MAI).
Per il post-parto si utilizzano invece
- il Postpartum Bonding Questionnaire (PBQ),
- la Maternal Postnatal Attachment Scale (MPAS),
- la Postpartum Maternal Attachment Scale (PMAS),
- la Mother to Infant Bonding Scale (MIBS)
- e il Parent to Infant Attachment Questionnaire (PAQ).
Per lungo tempo si è teso a considerare i disturbi della relazione madre-bambino come una mera espressione della depressione post-partum. La ricerca moderna ha invece chiarito che una relazione disturbata non corrisponde necessariamente a un disturbo dell’umore: si tratta di due costrutti clinici distinti che richiedono valutazioni e interventi mirati. L’impatto clinico è significativo: studi longitudinali indicano ad esempio che una ridotta interazione verbale tra madre e bambino può causare, nel tempo, deficit strutturali dell’apprendimento nel figlio.
La Nuova Famiglia, traiettorie evolutive e la Continuità Assistenziale
Per comprendere pienamente le dinamiche perinatali è fondamentale non isolare la diade madre-bambino, ma allargare lo sguardo alla triade che include il padre, adottando una rigorosa prospettiva sistemica. Questo approccio permette di sostenere la transizione alla genitorialità della nuova famiglia e di assicurare al bambino, nel suo percorso di crescita, una graduale autonomia e una sana separazione psicologica dalla coppia genitoriale.
Infine, l’evidenza scientifica dimostra che per ottenere esiti prognostici favorevoli nel trattamento del disagio perinatale è cruciale garantire la continuità terapeutica tra la struttura ospedaliera e i servizi del territorio, avvalendosi anche dell’assistenza domiciliare. È necessario combattere la frammentazione dei percorsi di cura attraverso una sinergia totale e strutturata tra tutte le figure professionali coinvolte nel processo: il ginecologo, l’ostetrica, l’infermiere, lo psichiatra, lo psicoterapeuta, l’endocrinologo e il pediatra del bambino. Solo restituendo alla paziente una reale sensazione di continuità assistenziale e di presa in carico globale è possibile favorire il benessere della madre e delle generazioni future.
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