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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

2 March 2026

Intervista a Carlo Bonomi (rinascimento ferencziano e trauma)

di POPMed

PREMESSA: le interviste di POPMed (“POPMed Talks”) sono raggiungibili qui

Abbiamo intervistato Carlo Bonomi a proposito del pensiero di Sándor Ferenczi. Bonomi è presidente dell’International Sándor Ferenczi Network (ISFN), è stato uno dei sostenitori della “prima ora” di Ferenczi e ha contribuito -in Europa prima, e in Italia poi-, al “rinascimento” ferencziano (in Italia c’è stato insieme a lui, come si evince dall’intervista, Franco Borgogno, insieme al quale ha pubblicato La catastrofe e i suoi simboli).

Ferenczi fu ostracizzato dalla società psicoanalitica degli inizi, e considerato “malato di mente” dai colleghi dell’epoca, per poi essere lentamente “rievocato” e riabilitato, un po’ come è stato per Pierre Janet.

Proprio insieme a Janet, ora, è considerato un padre nobile dell’approccio al trauma e della psicotraumatologia in generale. Insieme a Janet ha infatti bonificato il concetto di trauma, riconsegnandone le cause all’ambiente di sviluppo del bambino.

Il suo articolo più conosciuto e famoso è universalmente considerato Confusione delle lingue tra adulti e bambini (1932), che si può scaricare qui in PDF.

Bonomi ci ha parlato in modo approfondito del suo percorso e di cosa significava, al tempo, occuparsi del pensiero dello psicoanalista ungherese.

Per approfondire, ha consigliato questo materiale, che linkiamo qui:

  1. Dupont, J. (Arpa Edizioni). Sul filo della memoria. Un itinerario psicoanalitico in compagnia di Ferenczi e Balint.
  2. The Wise Baby / Il poppante saggio. Rivista ferencziana (SIPeP-SF).
  3. Bonomi, C. Sito ufficiale. https://www.carlobonomi.it/
  4. Ferenczi House & International Sándor Ferenczi Network (Budapest). https://www.sandorferenczi.org/the-ferenczi-house/
  5. Carlo Bonomi, Il trauma cancellato. Breve storia apocalittica della psicoanalisi. Arpa edizioni. In via di pubblicazione.

EXTRA: dal canale youtube della SIPeP-SF, Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia SÁNDOR FERENCZI

Buona visione!



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Article by admin / Generale / interviste, ptsd

13 January 2026

Alcuni video dal convegno “NIENT’ALTRO CHE PULSIONE DI VITA” della Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia SÁNDOR FERENCZI (maggio 2025, Firenze)

di Raffaele Avico

La SIPeP-SF, Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia SÁNDOR FERENCZI ha recentemente pubblicato su youtube alcuni interventi congressuali interi, tra cui quello di Clara Mucci, che come osserviamo dalla sua presentazione si porta in una posizione sempre più post-freudiana (se non anti-freudiana), rigettando l’idea di una pulsione di morte innata -così come rifiutando l’idea di un trauma “fantasticato”.

Ferenczi è stato un pioniere dello studio del trauma, e insieme a Pierre Janet rappresenta un padre della moderna psicotraumatologia. Giovanni Tagliavini, fondatore dell’AISTED, l’associazione italiana per lo studio del trauma e della dissociazione, ha negli ultimi mesi raccolto su Linkedin alcuni contributi di Ferenczi a proposito del trauma, che si possono recuperare, raccolti, in questo PDF.
Per introdursi al pensiero di Ferenczi.

Qui, invece, i contributi video del congresso, tenutosi a Firenze a maggio 2025:


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Generale / ptsd

22 December 2025

CORPI BORDERLINE DI CLARA MUCCI: recensione approfondita e osservazioni

di Raffaele Avico

Corpi Borderline ci porta all’interno del metodo di lavoro di Clara Mucci con i pazienti gravi.

Ne estraiamo qua alcuni takeaways, invitando chi volesse ad approfondire la lettura direttamente sul testo.

  1. La Mucci parte dalle teorizzazioni di Kernberg, Klein e di altri autori maggiori della psicoanalisi, compreso Freud, per elaborare un suo metodo di lavoro che supera quegli stessi ispiratori iniziali. In particolare rinforza l’idea di un trauma sempre esogeno, mai intrapsichico, rinnegando più volte l’idea di un’aggressività innata  e autodistruttiva. Il passaggio è abbastanza importante, visto che si lascia alle spalle di fatto sia l’idea di un trauma fantasmatico e intrapsichico (a un certo punto teorizzato da Freud) che l’idea di una pulsione di morte innata – che aveva fatto da basamento alla teorizzazione di Melanie Klein. Seguendo una sua linea di pensiero approda a Ferenczi e a Schore, veri “pilastri” teorici del volume, di fatto tenendo insieme la visione sul trauma e sulla nascita del disturbo di personalità grave di Sandor Ferenczi e la neuroscienza “degli emisferi destri” promossa da Schore
  2. Corpi borderline è un libro di neuropsicoanalisi: non basta più ragionare di oggetti interni, difese verticali o orizzontali, sogni: occorre integrare le conoscenze di psicoanalisi classica agli studi sull’attaccamento di Bowlby, ai seminali lavori di Mauro Mancia, alle scoperte di Schore, all’eredità di Ferenczi, addirittura alla teoria polivagale di Porges (oggi in parte messa in discussione, ritenuta da alcuni semplicistica) arrivando alle più recenti teorie sul trauma – integrando diversi modelli di lettura del complesso mentecervello.
  3. il cuore del lavoro con pazienti borderline è il ripristino di una sicurezza relazionale in vivo in terapia (un’”esperienza emozionale correttiva”) insieme al fondamentale lavoro sul perdono (che Mucci descrive come rinascita/superamento, distinguendolo dal perdono cattolico) al fine di “sciogliere la diade vittima/persecutore” nel mondo prima esterno e poi interno del paziente. Essere cresciuto/a in un ambiente abusante promuove nel paziente la creazione di una visione diadica stereotipata in senso relazionale, con -appunto- vittime e persecutori: superare questa visione coincide con l’approdo alla fase depressiva di Klein (in questo caso ripresa da Mucci) e con la creazione di uno spazio mentale “terzo” in grado di superare la suddetta visione diadica e di -elemento fondamentale- lasciare andare/elaborare la presenza di oggetti interni persecutori.
    Il percorso è il seguente, secondo Mucci: 1) infanzia traumatica/traumatizzante 2) introiezione di oggetti interni persecutori 3) conflitti psicologici interni che ripropongono la dinamica vittima-persecutore 4) sviluppo di sintomi. In terapia si dovrà procedere al contrario, partendo dai sintomi per leggerli in chiave psicodinamica o attraverso le lenti della psicotraumatologia, per arrivare a un’emancipazione del paziente dalla dinamica vittima-persecutore. Si veda a proposito di questo il suo lavoro “Trauma e perdono”.
  4. Seguendo questa linea di pensiero sull’introiezione della diade vittima/persecutore, la Mucci osserva che il corpo può divenire oggetto di scariche aggressive, o essere vissuto come altro/persecutore: da qui l’origine nei pazienti borderline delle tendenze anticonservative (lesioni, aggressività autodiretta, abusi di sostanze): si tratterebbe sempre del riproporsi di una dinamica vittima/persecutore, dunque, o del riattivarsi di una rabbia -pensata però come reazione a una frustrazione prima di tutto relazionale/interpersonale o -seguendo la visione di Russell Meares, reattiva a momenti di discontinuità dello stato della coscienza
  5. Sempre a proposito di questo, la Mucci acutamente osserva come un oggetto cattivo diviene buono in quanto esiste: è meglio per il bambino adattarsi a un oggetto cattivo ma esistente, che affacciarsi sul vuoto dell’oggetto inesistente o morto: a volte in psicoterapia ci si accorge di come il preservare il legame con un oggetto interno ingombrante/persecutorio difende il paziente dal vuoto e dal lavoro del lutto inerente la perdita di quello stesso oggetto. Nel volume Corpi Borderline, la Mucci esemplifica questo con un caso clinico in cui, una volta disciolta la dinamica vittima/persecutore, occorreva per la paziente in questione lavorare sul vuoto abissale della mancanza dell’oggetto materno (“Complesso della madre morta”), altrettanto pesante, forse ancora più difficoltoso. Mucci rinforza psicoanaliticamente un tema esplorato da Giovanni Liotti quando parla del bisogno primario del bambini di dipendere, anche in un contesto traumatico, “negante” o abusante (meglio male accompagnati che soli)
  6. A proposito della primiscuità sessuale dei pazienti borderline, la Mucci spiega in un interessante capitolo dedicato come attraverso il corpo il/la paziente tenti di ricostruire lo stato di sicurezza/intimità rassicurante anticamente perduto, o mai vissuto: non avrebbe il comportamento tanto a che fare -quindi- con la ricerca di una meta sessuale omo od eterosessuale, quanto con il contatto corporeo, una corporeità rinnovata, la ricerca di una condizione di sicurezza per via corporea
  7. La Mucci propone anche qui la sua idea a proposito dei 3 livelli di trauma.
    Esistono dal suo punto di vista 3 livelli di traumatizzazione che si possono “cumulare”, con conseguenze progressivamente peggiori: rimandiamo a questa recensione l’approfondimento, citando solo la definizione dei 3 livelli: “L’autrice distingue tre livelli di trauma: il primo derivante dalla mancata sintonizzazione tra caregiver e bambino (trauma relazionale precoce); un secondo livello, più strettamente collegato alla patologia borderline, vede la presenza di maltrattamenti, privazioni e abusi. Il terzo livello comprende traumi sociali come stermini, genocidi, guerre”.
    Riprendendo Liotti, la Mucci sostiene che solo il trauma per mano umana produce dissociazione, elemento clinico di particolare interesse per chi si occupi di trauma complesso.
  8. La Mucci attinge da Ferenczi a piene mani: negli ultimi anni, grazie anche ad autori come Franco Borgogno, assistiamo al recupero di un padre “minore” della psicoanalisi degli inizi, Sandor Ferenczi appunto, soprattutto in ambito di teoria e tecnica sul trauma. Citato più volte, il famoso articolo “La confusione delle lingue tra adulti e bambini”

MUCCI SUL NARCISISMO

Forse un po’ più debole contenutisticamente la parte del volume relativa al disturbo narcisistico di personalità, con riferimenti multipli e meno organizzati, di volta in volta shiftati tra teorie psicoanalitiche più o meno datate inerenti la patogenesi del narcisismo, e ricerche più attuali (neuroscientifiche) riguardanti possibili spiegazioni sulla nascita del disturbo. L’impressione è che il capitolo manchi di un punto di arrivo, e che non esista una formulazione chiara su di un “fattore primo” inerente l’eziopatogenesi del disturbo. Si parla di rispecchiamento problematico ma anche di scarsa interiorizzazione degli oggetti, di “trauma nella fase del riavvicinamento” usando i criteri di Mahler, di edipo risolto male con Super-io inespresso, ma anche di sviluppo problematico di aree del cervello fondamentali per l’empatia (Schore).
Degno di nota l’insistere sul tema della vergogna, emozione centrale nel narcisismo e in grado di regolare l’umore, e l’accenno -seppur breve- alla teoria di Liotti e Farina sul comportamento scarsamente empatico del narcisista letto come risultato di una strategia controllante punitiva (la Mucci sembra confondere qui il concetto di “strategia di controllo” di Liotti con il concetto -più largo- di Sistema Motivazionale Interpersonale).
L’impressione che se ne ricava è che leggere la genesi del disturbo narcisistico usando le lenti della teoria psicoanalitica classica sia problematico, ma che lo sia anche usare le lenti della psicotraumatologia di matrice “ferencziana”/liottiana -immaginando cioè che il narcisista sia figlio delle sue introiezioni taglienti e problematiche.
Setacciando il capitolo, l’idea mahleriana di un disturbo narcisistico come risultato di un rifiuto da parte del bambino all’idea di dipendenza, dipendenza vissuta come persecutoria e problematica a causa di caratteristiche intrinseche al caregiver, rimane la più plausibile. Rimando a questo approfondimento sul tema “strategie di controllo” di Liotti e Farina, che di fatto dice la stessa cosa usando termini diversi (al fine di controllare la relazione con il caregiver problematico il bambino impara a punire l’oggetto, rifiutandosi di porsi in una posizione di eccessiva dipendenza da esso -posizione vissuta come mortifera e umiliante).
In tutto questo, la Mucci ribadisce, non esiste nessuna aggressività innata né alcun temperamento che non sia epigeneticamente influenzato, superando dunque, come già accennato, le idee kleiniane e kernberghiane a proposito delle caratteristiche innate del bambino. La psicopatologia, ci ricorda l’autrice, è un affare interpsichico già da subito, o meglio, già da prima della nascita.

Sempre a proposito del tema “narcisismo”, nel capitolo successivo l’esemplificazione di un caso clinico (Fabian) aiuta a meglio comprendere e a sistematizzare i contenuti presentati nel capitolo precedente.
Tirando le fila del discorso, la Mucci presenta le sue idee più forti a riguardo della sua idea di narcisismo, che possono essere sintetizzate in questo modo:

  1. la patogenesi del disturbo deriva da un evento vissuto dal bambino come problematico, nel contesto della fase di “riavvicinamento” usando la teoria di Mahler (qui un approfondimento): si tratterebbe per il bambino di un processo di “rifiuto” della dipendenza, una compensazione al senso di umiliazione vissuta quando le sue esigenze di dipendenza furono frustrate o mortificate, nel contesto di un attaccamento problematico. Il bambino imparerebbe a “fare da sé”, o a rifiutare in sé l’idea di dipendere -e la creazione di un sé grandioso arriverebbe ad aiutarlo in questo processo di “rinuncia”. L’emozione centrale, in tutto questo, sarebbe come prima accennato la vergogna (vergogna di dipendere, di non farcela da solo, di dover appoggiarsi ad altri)
  2. tutto questo va di pari passo con la presenza di oggetti interni problematici: “ideali dell’io” ipertrofici e irraggiungibili, ma anche oggetti interni persecutori e aggressivi, umilianti: torna qui, come osserviamo, l’accento messo da Mucci sul tema diade “vittima/persecutore”, elemento a fare da “basamento” a molti disturbi di personalità in quanto risultante di un primevo, disturbato rapporto con le figure di accudimento primarie.
  3. la suicidalità del paziente narcisista è differente dalla suicidalità del paziente borderline. Nel primo caso può trattarsi del compiersi di un “destino” di mortificazione da parte delle figure interne (sadiche, o addirittura deliranti), altre volte di un gesto di affrancamento da figure vissute come persecutorie. Nel paziente borderline, d’altra parte, la suicidalità mantiene caratteristiche “interpsichiche” (meglio il nulla del vuoto relazionale) il che rende a volte i gesti suicidari del borderline delle “richieste d’attenzione”.
  4. Lavorare sulle relazioni oggettuali e sul corpo, rappresenta un punto fondamentale e basale. La Mucci parla anche di esercizio fisico come pratica virtuosa di recupero del corpo e creazione di un “clima di cura”, e dell’arte come dispositivo “traumatolitico”, funzionale alla simbolizzazione

Come osserviamo ritorna spesso la questione della diade interna, della dinamica persecutore/vittima, che in fondo rappresenta il messaggio centrale che estraiamo da questo volume: come terapeuti dobbiamo sempre andare a cercare la presenza di oggetti internalizzati in modo problematico e lavorare sullo sviluppo di un terzo polo, di un terzo spazio funzionale all’internalizzazione di oggetti buoni. La Mucci cita a un certo punto questo articolo di Liotti, dove è ben sintetizzato questo aspetto del “triangolo drammatico” (su questo aspetto, si veda anche questo).
Il disturbo nasce nella relazione e viene poi internalizzato, viene costruito internamente e riattualizzato nelle relazioni con le persone esterne, ma anche con il proprio corpo. Da esterno, diviene dunque interno.

MUCCI SU PSICOSOMATICA, ANTISOCIALITÁ E DISTURBO IPOCONDRIACO

Nei capitoli successivi la Mucci affronta il tema del disturbo psicosomatico e di conversione, anche in questo caso ponendo come pilastro patogenetico la difficoltosa sintonizzazione del bambino con la figura del caregiver e il precoce immagazzinamento di memorie relazionali “guaste”, problematiche -con diversi livelli di disturbo risultante, che la Mucci distingue principalmente in due macro-categorie:

  • il disturbo da conversione è più facilmente rintracciabile e racconta di una capacità di “simbolizzazione” da parte del paziente integra, mantenuta, nella cornice di un disturbo più moderato, nevrotico: in questo caso la capacità simbolica è relativamente buona, e ci si potrà lavorare usando modalità psicoanaliticamente più tradizionali: interpretazioni, sogni, gioco simbolico in seduta, uso di immagini o metafore, al fine di portare pensiero e “racconto” al posto dei sintomi
  • il disturbo da somatizzazione, invece, racconta di un passaggio al corpo del dolore originario, precoce e dissociato; in questo caso la capacità di simbolizzare è scarsa e occorrerà lavorare con il paziente come si fa con i disturbi gravi di personalità, promuovendo dunque un’alleanza solida in terapia e restituendo al paziente l’esperienza emozionale correttiva di cui prima si accennava, al fine di rendere possibile recuperare capacità di simbolizzazione in un contesto “sicuro”. Partendo da una sintonizzazione tra “emisferi destri”, si arriverà a parlare anche usando i “sinistri”, ma a seguito di un lavoro prima di tutto relazionale -nel qui ed ora.

In entrambi i casi, senza lavorare sulla struttura di personalità -la Mucci sottolinea- non si toccherà minimamente il portato problematico del sintomo.

Interessante l’accento posto dall’autrice sul sogno: nel caso della “semplice” nevrosi, sarà “interpretabile” e collegato in modo più diretto alla vita del paziente, nel caso del disturbo psicosomatico di origine traumatica, lo si osserverà più caotico e ripetitivo, simile a una sorta di “regolazione affettiva notturna”, come se quote di emotività grezza, per usare Bion, si riversassero sulla scena del sogno producendo sogni peculiari, “post-traumatici”, simili a “evacuazioni”.
Il materiale post-traumatico, come si osserva, sembra prendere vie peculiari nella mente dei pazienti con disturbi di personalità gravi, rientrando sulla scena della vita quotidiana in modi sub-simbolici, più corporei, meno “raffinati”, attraverso vie differenti: ricordiamoci in questo caso che la precocità delle traumatizzazioni implica un uso precoce dei registri di memoria procedurale, antica (si veda anche questa recensione al libro Inconscio non rimosso e memoria implicita, a cura tra l’altro della stessa Mucci con Giuseppe Craparo).

Nella parte finale del volume, La Mucci si concentra sul disturbo antisociale e sul disturbo ipocondriaco, che interpreta come margini estremi, deviazioni ulteriori del disturbo narcisistico, presentando due casi clinici a esemplificare le teorizzazioni.

In particolare risulta interessante la spiegazione sull’origine del disturbo ipocondriaco, presentando la Mucci, sulla scia di altri autori -primo di tutti, Freud-, una visione del problema basata sulla teoria delle pulsioni: la regressione al corpo, l’attenzione “totale” verso gli organi interni e la loro preservazione, testimonierebbe nel paziente ipocondriaco una regressione profonda in atto, il ritorno a un funzionamento infantile, pre-simbolico.
Viene presentata più volte l’idea che l’ipocondria sia una difesa nei confronti della perdita dell’oggetto, come un investimento sul o un attaccamento al corpo contestuale a una minaccia di perdita oggettuale. Come linee guida per il trattamento, l’autrice cita tre elementi di lavoro, la desomatizzazione, la verbalizzazione e la differenziazione dai legami fusionali, al fine di “rinforzare” la capacità di fare simbolo, di mettere parole dove il sub-simbolico non verbale (il corpo) e il simbolico non verbale (le immagini/i sogni) mantengono un posto di predominanza nella scena psichica (Wilma Bucci)

Insieme a questa visione, freudiana, la Mucci ripropone -nuovamente- l’idea di una patogenesi in linea con la teoria sugli “oggetti”, che di fatto la pongono nuovamente dalla parte di chi vede nella traumatizzazione e nell’abuso la maggiore causa di sviluppo di disturbo psicopatologici.
Come nel resto del volume, l’autrice torna all’idea di introiezioni problematiche che si attualizzano, ricadendo nella vita attuale del paziente e “drammatizzandosi”/riattualizzandosi nei suoi rapporti   interpersonali (compreso quello con il terapeuta).
Ci troviamo nei dintorni di una “sutura” tra due visioni riguardanti la causa della psicopatologia, interpersonale e interpsichica in primis, pulsionale in seconda battuta, con un’attenzione di volta in volta portata a entrambi gli aspetti, con però in prima linea l’attenzione alle traumatizzazioni precoci e -di nuovo- alle introiezioni problematiche. Quello delle introiezioni è in filigrana il tema più importante, che ritorna in tutto questo bellissimo lavoro della Mucci.

Il testo si chiude con un incredibile approfondimento sulla perversione e una riflessione sul tema della sessualità (più o meno pervertita): sta qui infatti, la Mucci osserva, l’esperienza più rivelatoria del “passaggio sulla Terra” di ogni individuo nella sua unicità, essendo che la sessualità, dal suo punto di vista, rappresenta una drammatizzazione, una “metafora” non solo della vita “a due”, ma dell’intero mondo oggettuale dei rispettivi membri della coppia: nell’atto sessuale si riattualizzerebbero rapporti con oggetti primari, approcci “primevi” al corpo del caregiver, identificazioni al corpo della madre o del padre, istanze culturali a “indirizzare” il comportamento sessuale (stereotipicamente maschile o femminile, per esempio), conflitti di potere. Il tema del potere e della “dominazione” dell’altro entro codici stabiliti culturalmente (maschile/dominante vs femminile/sottomesso) sembra, la Mucci chiude, precedere il tema della differenziazione di genere, ponendosi come cifra del rapporto sessuale emanato da, di nuovo, codici culturali, il che porta la Mucci a riflettere sulla “struttura potenzialmente distruttiva e disumanizzante e potenzialmente mortifera della cultura” e sulla l’immane potere del “simbolo”.

Come elemento che torna spesso, l’idea di un orientamento sessuale ingenerato in modo quasi-deterministico dal sovrapporsi delle identificazioni progressive dell’infante e dal rapporto con gli oggetti interni, sembra risentire di una visione un po’ troppo rigidamente psicoanalitica che rischia di sembrare a tratti limitante, alla luce degli studi a proposito della genesi dell’omosessualità (si veda questo approfondimento sul tema dell’omosessualità, fatto fare dall’AI in modalità deepresearch, che sintetizza gli studi più solidi degli ultimi 20 anni sul tema)


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Generale / ptsd, recensioni

25 November 2025

Terapia della regolazione affettiva di Allan Schore: INTRODUZIONE

PREMESSA: questo contenuto è scritto tramite AI e supervisionato, ed è basato su di una bibliografia fornita dallo stesso Allan Schore in occasione di questo convegno -bibliografia che troverete scaricabile a fondo pagina.
Allan Schore ha ispirato negli ultimi anni molti autori provenienti dall’ambito psicoanalitico, forzandoli a un’integrazione neuroscientifica, promuovendo una riflessione approfondita sul concetto di memoria implicita e inconscio non rimosso, in particolare approfondendo il ruolo dell’emisfero destro cerebrale.
Il lavoro di Schore si colloca in continuità con autori che su questo blog abbiamo spesso citato, Giovanni Liotti, Russell Meares, Mauro Mancia, in particolare Clara Mucci. Questi autori hanno (ri)proposto l’idea che il trauma sia sempre un evento esogeno, causato da distorsioni nel rapporto con le figure di attaccamento, magari collocato in epoche remotissime come quella prenatale ma sempre intersoggettivo, interpsichico.
Allan Schore ha ispirato direttamente il lavoro di Clara Mucci. Nel suo Corpi Borderline, per esempio, l’autrice prende le distanze più volte sia dal concetto di trauma intrapsichico di Freud, che dall’idea di aggressività innata formulata da
 Melanie Klein, proponendo un’idea di “aggressività infantile distruttiva” causata da una precoce identificazione con l’aggressore da parte del bambino -sposando in pieno dunque la tesi di un autore minore della psicoanalisi degli inizi, oggi rivalutato, Sandor Ferenczi.
(R. Avico)

IL MODELLO TEORICO E CLINICO DI ALLAN SHORE

Panoramica del modello teorico

Le prime interazioni faccia-a-faccia mediate da sguardi, voce e gesti tra il neonato e la madre generano una sincronizzazione emotiva reciproca. Queste “protoconversazioni” inducono una risonanza interpersonale che regola gli stati affettivi di entrambi e getta le basi dello sviluppo cerebrale del bambino, in particolare delle strutture dell’emisfero destro coinvolte nella regolazione emotiva. L’organizzazione del cervello in via di sviluppo avviene infatti all’interno di una relazione: il cervello del bambino si sintonizza con quello dell’adulto grazie a segnali emotivi impliciti, modellando la capacità di autoregolazione affettiva del piccolo.

Schore integra neuroscienze dello sviluppo e teoria dell’attaccamento, evidenziando il ruolo chiave dell’emisfero destro nel processare le esperienze emotive e relazionali precoci. A differenza dell’emisfero sinistro (dominante per il linguaggio e il pensiero cosciente), l’emisfero destro matura precocemente ed è specializzato nelle comunicazioni non verbali e nei processi affettivi inconsci. Schore propone che il “mentale inconscio” freudiano coincida in gran parte con il sistema psicobiologico dell’emisfero destro. In altre parole, la mente inconscia di una persona comunica costantemente con l’emisfero destro di un’altra attraverso segnali affettivi sottili (es. contatto visivo, tono della voce, posture) al di sotto della consapevolezza conscia – un concetto definito inconscio relazionale. Queste comunicazioni “da cervello destro a cervello destro” costituiscono un canale diretto di scambio emotivo tra due soggetti, analogo a quello che si instaura tra madre e bambino.

Un principio centrale della teoria della regolazione affettiva è che lo sviluppo del cervello e della personalità dipende dalla qualità delle prime relazioni di attaccamento. Un attaccamento sicuro con un caregiver sensibile e responsivo favorisce l’ottimale maturazione dei circuiti di regolazione dell’emisfero destro, promuovendo un’efficiente capacità di modulare le emozioni e un sano sviluppo del Sé.
Al contrario, attaccamenti insicuri o traumi relazionali precoci (come abusi o trascuratezze nell’infanzia) possono disturbare la maturazione di questi meccanismi regolatori, lasciando il bambino privo di strumenti per gestire lo stress emotivo. In tali casi il piccolo può rimanere bloccato in schemi di disregolazione affettiva – oscillando tra iper-arousal (ansia, collera, panico) e ipo-arousal (dissociazione, ottundimento) – che costituiscono terreno fertile per future psicopatologie. Schore sottolinea infatti che molti disturbi psichiatrici dell’età adulta (ad es. disturbi d’ansia, dell’umore o di personalità come il borderline) rappresentano, alla radice, esiti di fallimenti nelle prime regolazioni affettive del bambino.

Applicazioni cliniche

Le intuizioni di Schore hanno influenzato profondamente la pratica clinica, specialmente nelle aree legate al trauma dello sviluppo e ai disturbi dell’attaccamento. In ambito di trauma relazionale precoce (come abusi infantili, abbandono o trascuratezza), la teoria della regolazione affettiva offre un modello esplicativo della patogenesi: esperienze di accudimento traumatiche nei primi anni producono un arresto o disturbo nello sviluppo dell’emisfero destro, con conseguenti difficoltà di regolazione emotiva e difese dissociative (il bambino “spegne” le emozioni travolgenti per sopravvivere).

Clinicamente, ciò si traduce in adulti che presentano problemi di gestione degli affetti, flashback somatici e vuoti emotivi tipici del Disturbo da Stress Post-Traumatico complesso o di altri disturbi dissociativi. L’approccio di Schore viene applicato in psicoterapie trauma-focused (es. con sopravvissuti a maltrattamenti infantili), enfatizzando la creazione di un legame terapeutico sicuro attraverso cui il paziente possa, gradualmente, rielaborare e integrare le emozioni e i ricordi traumatici in modo tollerabile. In questo processo, il terapeuta funge da “caregiver sostitutivo” che aiuta il paziente a colmare le lacune nelle sue capacità di autoregolazione, spesso per la prima volta permettendogli di sentire e modulare affetti prima intollerabili.

Più in generale, la prospettiva della regolazione affettiva è considerata trasversale a molte forme di terapia e popolazioni cliniche. Schore e colleghi sostengono che la relazione terapeutica stessa sia il fattore curativo comune più importante in psicoterapia, oltre le specificità teoriche. In linea con ciò, ricerche meta-analitiche mostrano che una solida alleanza terapeutica – caratterizzata da empatia, collaborazione, autenticità e reciproca fiducia – predice esiti positivi del trattamento indipendentemente dall’approccio utilizzato. Questo rende il modello di Schore rilevante in contesti molto diversi: dalla psicoterapia individuale per disturbi d’ansia, depressione o personalità (dove spesso il nucleo del problema è una vulnerabilità nella regolazione emotiva), fino alla terapia familiare e di coppia (in cui ripristinare interazioni emotive più sintonizzate tra i membri è fondamentale per il cambiamento). Perfino in ambito di psicoterapia di gruppo o con popolazioni speciali (ad es. pazienti con autismo ad alto funzionamento), si è riscontrato che intervenire sui processi di attunzione e sincronizzazione emotiva fra partecipanti può migliorare significativamente la coesione e gli esiti del percorso terapeutico. In sintesi, il paradigma della regolazione affettiva fornisce una cornice unificante per comprendere e trattare un’ampia gamma di problematiche cliniche, facendo leva sul potere terapeutico della relazione e della modulazione degli affetti in tempo reale.

Tecniche e approcci terapeutici principali

In pratica, l’approccio di Schore non prescrive tecniche strutturate passo-passo, ma punta a sfruttare i processi relazionali e impliciti nel dialogo clinico. Lo stesso Schore afferma che al cuore dell’“arte” della psicoterapia vi è la capacità relazionale ed emotiva del terapeuta – ovvero sapersi sintonizzare con una vasta gamma di pazienti – più che la mera padronanza di protocolli tecnici standard.

I principi operativi fondamentali includono:

  • Costruzione di un’alleanza terapeutica sicura: il terapeuta si impegna attivamente a creare un clima di fiducia, accettazione e base sicura per il paziente. Ciò comporta un atteggiamento empatico, non giudicante e autentico, che trasmette al paziente la sensazione di essere compreso e al riparo da nuove ferite. Un’alleanza solida funge da “porto sicuro” (analogamente alla figura di attaccamento) entro cui il paziente può esplorare emozioni dolorose o vulnerabili senza esserne sopraffatto. La ricerca conferma che un buon legame terapeutico – caratterizzato da collaborazione, empatia e rispetto positivo – è associato a minori abbandoni della terapia e a risultati clinici migliori.
  • Comunicazione implicita e non verbale: la sintonizzazione avviene in larga parte attraverso segnali non verbali e modalità di comunicazione inconsce. Il modello di Schore dà grande importanza a elementi come il tono di voce, le pause, lo sguardo, la postura e la prosodia emotiva nel dialogo terapeutico. Il terapeuta presta attenzione a questi indicatori sottili dello stato interno del paziente e calibra intenzionalmente la propria comunicazione non verbale per promuovere sintonia (ad esempio abbassando la voce e parlando con calma quando il paziente è agitato, oppure mantenendo uno sguardo accogliente per trasmettere presenza e disponibilità). Queste comunicazioni “right brain-to-right brain” permettono uno scambio di informazioni emotive al di là delle parole, generando una sincronizzazione biologica tra paziente e terapeuta: studi recenti mostrano che durante una buona seduta i sistemi nervosi di entrambi tendono a sincronizzarsi (frequenza cardiaca, pattern respiratori, attivazione cerebrale), come due strumenti musicali che accordano le proprie note. Tale livello implicito di comunicazione crea un “canale nascosto” in cui il paziente percepisce sicurezza e comprensione a livello viscerale, anche senza bisogno di esplicitarlo verbalmente.
  • Sintonizzazione affettiva e coregolazione: il terapeuta agisce in modo simile a un genitore sufficientemente attento, rispecchiando e modulando gli stati emotivi del paziente. Questo implica percepire intuitivamente l’affetto prevalente nel momento (tristezza, rabbia, paura, vergogna, ecc.), tollerarlo senza evitarlo, e rispondere in modo sintonizzato – ad esempio con espressioni facciali, gesti o tonalità vocali che comunicano al paziente “ti sento, sono con te”. Attraverso questa presenza empatica, il terapeuta coregola le emozioni del paziente: se quest’ultimo è sopraffatto da un affetto intenso, il terapeuta può aiutarlo a ridurne gradualmente l’intensità (ad esempio rallentando il ritmo, mantenendo la calma, invitandolo a fare respiri profondi); viceversa, con un paziente emotivamente bloccato o dissociato, il terapeuta potrà introdurre calore, stimolazioni dolci o rievocare in modo sicuro il sentimento sopito, “riaccendendo” l’affetto attenuato. In entrambi i casi, il clinico funge da regolatore esterno stabile, offrendo all’organismo del paziente un’esperienza correttiva di regolazione interpersonale. Col tempo, ripetute esperienze di sintonizzazione e riparazione all’interno dell’alleanza terapeutica favoriscono l’interiorizzazione di nuove strategie di autoregolazione: il paziente impara, grazie alla relazione, a riconoscere e modulare i propri stati emotivi con maggiore efficacia.
  • Facilitazione dell’espressione e integrazione delle emozioni: un pilastro dell’intervento basato sulla regolazione affettiva è incoraggiare il paziente a vivere le proprie emozioni, piuttosto che evitarle o sopprimerle. Schore sottolinea che il cambiamento terapeutico non avviene tramite un controllo cognitivo “dall’alto” delle emozioni, bensì permettendo l’emergere e la regolazione “dal basso” degli affetti dolorosi o dissociati. In pratica, il terapeuta aiuta il paziente ad avvicinarsi gradualmente a sentimenti temuti o rimossi (tristezza profonda, rabbia repressa, paura del rifiuto, ecc.), fornendo al contempo un contenimento sicuro. Ad esempio, può legittimare e nominare l’emozione (“È comprensibile provare rabbia per quello che ha subito”), mostrarsi presente accanto al paziente mentre la sensazione affiora, e monitorare che il livello di attivazione resti tollerabile. Non si tratta di spingere il paziente al catharsis incontrollato, ma di integrare pian piano quei vissuti frammentati all’interno della finestra di tolleranza emotiva. Questa esposizione guidata alle emozioni precedentemente evitate, all’interno di una relazione empatica, consente al paziente di ampliare la propria capacità di tollerare e gestire gli affetti. Come afferma Schore, la terapia punta a “facilitare l’espressione di emozioni – incluse quelle evitate o dissociate – allo scopo di permettere al paziente di tollerarle e renderle emotivamente adattive”, costruendo nel contempo una competenza implicita più solida di regolazione interna. In altri termini, il paziente impara a sentire senza essere sopraffatto, trasformando gradualmente le emozioni da fonte di disorganizzazione psichica a risorse informative integrate nella personalità.

Evidenze scientifiche a supporto

Numerose ricerche empiriche negli ultimi decenni hanno corroborato il modello di Schore e l’efficacia clinica del focus sulla regolazione affettiva:

  • Neuroscienze dello sviluppo: Studi neurobiologici indicano che l’attività dell’emisfero destro è cruciale per l’elaborazione delle emozioni e dell’attaccamento fin dai primissimi anni di vita. Le moderne neuroimmagini funzionali hanno mostrato, ad esempio, che le interazioni emotive precoci attivano preferenzialmente specifiche aree del cervello destro del neonato (come la corteccia orbito-frontale destra, implicata nella regolazione degli affetti). Tali risultati supportano l’idea che il cervello sociale ed emotivo del bambino si sviluppi in risposta diretta al caregiving: le prime esperienze relazionali “plasmano” letteralmente i circuiti neurobiologici della regolazione emotiva. D’altro canto, evidenze da studi longitudinali suggeriscono che traumi relazionali infantili (come la deprivazione di cure o l’abuso) possono comportare alterazioni nelle strutture e funzioni dell’emisfero destro – ad esempio anomalie nell’asse limbico- orbitofrontale responsabile della modulazione dello stress – spiegando la maggiore vulnerabilità di questi individui a disturbi dissociativi e di personalità in età adulta.
  • Studi sull’attaccamento e sincronizzazione diadica: Osservazioni sistematiche delle diadi caregiver-bambino confermano i meccanismi descritti da Schore. Ricerche classiche (Cohn & Tronick, Trevarthen, Beebe e altri) hanno documentato che durante interazioni faccia-a-faccia sintonizzate – in cui madre e infante si scambiano sguardi, vocalizzazioni e gesti in modo contingente – si genera un’allineamento nei loro stati fisiologici ed emotivi. In altri termini, i due partner “risuonano” emotivamente: le variazioni nell’espressione dell’uno producono cambiamenti coordinati nell’altro, in un ciclo reciproco di regolazione. Questo coupling intersoggettivo è stato descritto come un vero e proprio meccanismo di collegamento tra cervelli: il caregiver e il bambino in sincronia “agganciano” le rispettive attività neurali, soprattutto nelle aree del cervello destro che elaborano gli stimoli socio-emotivi. Tali risultati empirici avvalorano il principio neurobiologico secondo cui “il cervello in via di sviluppo del bambino è adattato per essere accoppiato, tramite la comunicazione emotiva, ai processi regolativi del cervello adulto”. Di converso, studi sui pattern di attaccamento insicuro mostrano che bambini cresciuti con cure incoerenti o non responsività emotiva cronica manifestano, rispetto ai bambini con attaccamento sicuro, una maggiore reattività fisiologica allo stress e difficoltà a riprendersi da stati di attivazione elevata – indicatori di un sistema di regolazione affettiva meno efficiente. Queste evidenze sono coerenti con l’osservazione clinica che l’attaccamento insicuro rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di problemi di regolazione emotiva e sintomi psicopatologici.
  • Esiti clinici in psicoterapia: Anche la ricerca sull’efficacia delle psicoterapie ha fornito evidenze a sostegno dell’enfasi posta da Schore su relazione e regolazione. Una mole di studi ha identificato nei fattori comuni (relazionali) il principale predittore dell’esito terapeutico: aspetti come l’alleanza terapeutica, l’empatia percepita, la congruenza emotiva del terapeuta e la sintonizzazione affettiva con il paziente risultano associati in modo consistente al successo del trattamento, più della scelta di una tecnica specifica. In particolare, una revisione di Norcross e Lambert conclude che “decenni di evidenze convergono sul fatto che la relazione terapeutica dia un contributo sostanziale e costante all’esito, indipendentemente dal trattamento… La relazione può guarire… mentre alleanze povere predicono abbandono e fallimento terapeutico” . Queste scoperte empiriche risuonano con la premessa di Schore che la “relazione di cura” sia di per sé un agente di cambiamento neuropsicologico. A ulteriore conferma, nuovi studi neuroscientifici con metodiche di hyperscanning (registrazione simultanea dell’attività cerebrale di paziente e terapeuta durante la seduta) mostrano fenomeni di sincronizzazione neuronale interpersonale. Ad esempio, è stato osservato che nei diadi terapeuta-paziente con una buona alleanza vi è una sincronizzazione delle oscillazioni cerebrali nell’emisfero destro di entrambi, in particolari regioni (come la giunzione temporo-parietale destra) coinvolte nei processi di empatia, mentalizzazione e comprensione delle intenzioni altrui. Questo dato suggestivo indica che durante una terapia efficace si crea letteralmente un “collegamento cerebrale” tra i due individui, che rispecchia il loro profondo accordo emotivo. In sintesi, le ricerche contemporanee – spaziando dalla neurobiologia allo studio dell’alleanza in psicoterapia – convergono nel supportare la validità del modello di Allan Schore: lo sviluppo e la riparazione della mente umana passano attraverso la regolazione interattiva degli affetti, mediata dall’emisfero destro, sia nelle relazioni di attaccamento precoci che nel processo terapeutico stesso.

Qui per scaricare una bibliografia ragionata (a cura dello stesso Allan Schore).

Qui altro su emisfero destro/sinistro.
Qui il sito di Allan Schore.


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Article by admin / Generale / ptsd

19 November 2025

GRUPPI DI AUTO-MUTUO-AIUTO A TEMA TRAUMA E DISSOCIAZIONE

di Raffaele Avico

Ne Il Signore degli anelli Tolkien scrive, a proposito del trauma vissuto da Frodo durante il suo viaggio:

“Finalmente il viso degli hobbit era rivolto verso casa. Erano impazienti di riveder la Contea; ma sulle prime cavalcarono solo lentamente, perché Frodo aveva dato segni di disagio. Giunti al Guado del Bruinen si era fermato, e sembrava restio ad avventurarsi in mezzo al fiume; e si accorsero che per un po’ i suoi occhi non vedevano né loro né le cose che lo circondavano. Era rimasto in silenzio tutta la giornata. Era il sei di ottobre.

“Soffri, Frodo?” disse Gandalf dolcemente mentre gli cavalcava a fianco.

“Be’, sì,” disse Frodo. “È la spalla. La ferita mi fa male, e il ricordo della tenebra pesa su di me. Oggi fa un anno.”

“Ahimè! ci sono ferite che non guariscono mai del tutto,” disse Gandalf.

“Temo che sia il mio caso,” disse Frodo. “Non c’è vero ritorno. Anche se rientro nella Contea, non mi sembrerà la stessa; perché io non sono più lo stesso. Sono ferito da pugnale, da aculeo e da dente, e da un lungo fardello. Dove troverò riposo?”

Gandalf non rispose.”

Non c’è un vero ritorno alla forma originaria, quella pre-traumatica: questo vuole farci intendere Tolkien -che scrive di sè stesso pensando alla prima guerra mondiale, a cui era sopravvissuto.
Il trauma ricade sul corpo e altera la forma del nostro tempo, creando un prima e un dopo, deforma inoltre la nostra coscienza increspandola, altre volte bucandola, altre volte ancora frammentandola.

Credo che un gruppo di auto-mutuo-aiuto possa permettere a persone “sopravvissute” di sperimentare un senso di appartenenza e, attraverso un reciproco confronto, di imparare delle modalità di fronteggiamento nuove dei sintomi post traumatici. Cosa vuol dire fronteggiare il ricordo del trauma (o dei traumi)? Come ridare coerenza alla narrazione della propria vita?

Negli ultimi anni ho approfondito estesamente il tema del trauma e dei sintomi dissociativi: per chi fosse interessat* lascio qui un serpente di articoli che sviluppa molteplici declinazioni della questione. Ho inoltre scritto due libri a riguardo, PTSD: che fare? e Le conseguenze del trauma psicologico.

Sarò lieto di creare, con chi vorrà, un contenitore per progettare -insieme- una via di fuga dallo stress post-traumatico.

QUI per le informazioni necessarie.

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2 October 2025

INTRODUZIONE AL SOMATIC EXPERIENCING DI PETER LEVINE

di POPMed

Abbiamo intervistato Mauro Semenzato a proposito dell’approccio Somatic Experiencing.

Somatic Experiencing è un approccio ideato da Peter Levine, incentrato sulle ricadute corporee degli eventi traumatici.

L’obiettivo è aiutare i pazienti a “portare a compimento” i movimenti o le tendenze all’azione rimaste congelate/bloccate durante gli episodi traumatici.

L’idea di fondo è ci siano delle risposte comportamentali che durante il trauma vengono bloccate: l’operatore di SE dovrebbe idealmente aiutare a riconoscerle e sbloccarle, facendo in modo che la persona possa esprimerle. In questo un punto di contatto con la recente psicoterapia sensomotoria e le sue “tendenze all’azione” da “esaurire”/scaricare.

Peter Levine, come osserva Mauro, mette insieme le teorie di Stephen Porges (teoria polivagale) con le osservazioni etologiche di Nikolaas Tinbergen (qui per sapere chi è).

In questa intervista ci spiega come funziona il metodo in modo introduttivo, fornendoci anche spunti di lettura, per chi fosse interessato ad abbracciarlo o iniziare un percorso.

Per chi volesse, qui un approfondimento (molto ben fatto) sul Somatic Experiencing scritto dall’AI (supervisionato): “SE concettualizza il trauma proprio come il persistere di uno stato neurofisiologico di allarme o collasso non risolto, in cui il SNA resta bloccato in pattern disfunzionali di iperarousal (iperattivazione simpatica, es. ipervigilanza, ansia) o ipoarousal (iperattivazione vagale, es. torpore, depersonalizzazione) o fluttuante tra i due estremi“.

Infine, qui, uno studio randomizzato sul Somatic Experiencing, e una scoping review.


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24 September 2025

INTRODUZIONE AL LAVORO DI RUSSELL MEARES SU TRAUMA E DISSOCIAZIONE


di Raffaele Avico

INTRODUZIONE

Questo approfondimento su Russell Meares si integra a un lavoro più esteso sul modello neojacksoniano di mente. Come nelle conclusioni viene evidenziato, esiste un filone di autori che a partire dall’’800 hanno promosso una visione del complesso mentecervello costruita su di una logica gerarchica. Benedetto Farina e Russell Meares sono “illustri” neojacksonisti dell’epoca attuale, ultimi (in Italia) di una catena di autori che hanno sviluppato il tema, come chiarificato in questa immagine:

Per introdurre il pensiero e il lavoro di Russell Meares, partiremo da 3 articoli, che sono:

  • The Contribution of Hughlings Jackson to an Understanding of Dissociation di Russell Meares, del 1999
  • Il presente dissociato, di Benedetto Farina, del 2008 (qui scaricabile)
  • The traumatic disintegration dimension, del 2023

Questi articoli ci introdurranno alla visione dell’autore australiano (venuto a mancare l’anno scorso) che, insieme ad altri, propone un ripensamento di alcune forme di psicopatologia e del modo con cui le si possa approcciare in senso clinico, ponendo al centro della questione il presente, l’esperienza della dissociazione e delle discontinuità della coscienza, portando dunque l’attenzione più sui “processi” mentali che sui contenuti -partendo dall’assunto che il complesso mentecervello venga mosso da logiche istintuali e innate, giustificate in senso evoluzionistico -entro una cornice di gerarchia.
Come si nota, questi autori adottano la formulazione “complesso mentecervello”, non a caso
.

In ultimo verranno sintetizzati alcuni spunti “da portare a casa” e verrà allegato altro materiale di approfondimento, scaricabile o fruibile in rete.

Partiamo dal primo.

RUSSELL MEARES: LA MICROPATOLOGIA DEL PRESENTE E LE DISCONTINUITÁ DELLA COSCIENZA 

1: The Contribution of Hughlings Jackson to an Understanding of Dissociation (di Russell Meares, 1999)

In questo famoso articolo del 1999 Russell Meares, australiano, riprende la teoria di Jackson a proposito della concezione gerarchica del complesso mentecervello, ponendo alcune osservazioni a riguardo.
Questo articolo merita veramente di essere ripreso, analizzato nel dettaglio e scomposto per punti, al fine di comprendere a fondo le implicazioni che questo modo di vedere la mente possa avere sulla psicopatologia per come la intendiamo “comunemente”. Sulla concezione gerarchica del complesso mentecervello avevamo scritto qui in precedenza, e sul sito di Aisted può essere approcciato ulteriormente il tema.

Partendo da questo articolo (qui scaricabile in originale in PDF) possiamo dedurre la “visione” di Russell Meares sulla psicopatologia, descrivendola nei suoi punti centrali -elencati qui di seguito:

  • Nella prima parte dell’articolo Meares sintetizza il lavoro di Jackson, osservando come per il famoso neurologo il sistema nervoso fosse da pensare, nelle sue singole unità di funzionamento, come un organo atto a rappresentare le informazioni provenienti -primariamente- dagli organi di senso. In continuità con questo, il sistema nervoso sarebbe da pensare come un organo sensomotorio, fin da subito utilizzato dall’organismo per rappresentare le informazioni provenienti “dal basso” -dal corpo-, in un gioco progressivo via via più complesso, fino al punto “massimo” di ri-ri-ri-rappresentazione: la coscienza. Jackson sosteneva che non esistesse una configurazione del cervello umano che potesse far pensare a una sorta di organo “dedicato”, funzionale a “produrre” la coscienza: si trattava dal suo punto di vista di una progressiva complessificazione, e di livelli di “rappresentazione” sempre maggiori (localizzati -in senso anatomico- entro la corteccia prefrontale, da intendersi dunque come vero “organo della mente”)
  • sempre parlando di Jackson, Meares introduce il tema di “doppio” o di sdoppiamento: è necessario che la mente rappresenti le sensazioni che l’individuo percepisce, e per fare questo occorre che internamente si sviluppi un “occhio” che possa fare dei confronti tra sensazione e percezione della sensazione: questo sdoppiamento è centrale e rende possibile confrontare presente e passato, per via di ricordi episodici più o meno distanti nel tempo.
    Meares cita Tulving e i suoi fondamentali studi sui registri di memoria, stratificati e progressivamente sempre meno “incarnati” (procedurale, episodico, semantico/autobiografico), indipendenti tra loro e differenti per come si deteriorano durante le neurodegenerazioni (Legge di Ribot -che d’altra parte è una conferma implicita di come il complesso mentecervello, nuovamente, si strutturi per stratificazioni e gerarchie)
  • A questo punto Meares introduce la tesi dell’articolo, un’idea di psicopatologia in linea con Jackson, che sostanzialmente incentra uno degli eventi eziopatogenetici su di un processo di dissoluzione di strutture più recenti, funzioni mentali superiori che porterebbero la mente a regredire a forme più basiche/precedenti. Inoltre, Meares cita il concetto di concomitanza parallela, sempre di Jackson, un assunto sia sul funzionamento del complesso mentecervello che sui suoi disturbi, secondo il quale la mente e il cervello si influenzerebbero a vicenda, e un danno alla materia sarebbe in grado di generare un danno alla mente (un danno psicologico) e viceversa.
    Come leggiamo, lo stesso Jackson scrive: “La dottrina che io sostengo è la seguente: 1) gli stati della coscienza (ma è dire la stessa cosa, gli stati mentali) sono del tutto differenti dagli stati nervosi. 2) Le due cose accadono insieme: per ogni stato mentale c’è un correlativo stato nervoso. 3) Malgrado le due cose accadano in modo parallelo, non c’è intromissione dell’uno nell’altro [although the two things occur in parallelism, there is no interference of one with the other]. Questa può essere chiamata la dottrina della concomitanza “
  • Meares ragiona quindi a proposito del concetto di restringimento della coscienza, termine usato da Janet: lo sdoppiamento prima citato, la possibilità di pensare e ricordare quello che si vive, in alcuni momenti verrebbe perso, risultando in un processo di “anti-sdoppiamento”, una sorta di unificazione/restringimento della coscienza che porterebbe la persona a “entrare” nel “mero” agire, portandol* a non ricordare quello che fa in quello stato dissociato -dato che la possibilità di immagazzinare memorie episodiche viene meno.
    La dissociazione arriverebbe inoltre a seguito di uno shock o un’emozione veemente, non sarebbe da pensare dunque come un meccanismo difensivo -come in seguito teorizzato da Freud (qui uno dei punti di rottura tra Freud e Janet, come qui approfondito).
    Questo ci porta a riflettere su come alcuni pazienti sembrino aver dimenticato intere fette di esperienza: in alcuni periodi, seguendo questo modello esplicativo, gli accadimenti non sarebbero da pensare come pensati/cognitivizzati, ma vissuti e interiorizzati attraverso memorie procedurali (spesso si ha la sensazione che nella storia dei pazienti qualcosa “sia successo”, o che alcuni periodi siano stati vissuti con intensità eccessiva). Ci troviamo dinnanzi a memorie “impressionistiche”, mai dettagliate, che rimangono sul generico, che appunto dovrebbero spingerci a chiederci se possa esserci stata una spontanea tendenza a dissociare (o per meglio dire a non integrare, per via di fallimenti nelle funzioni di sintesi) emozioni troppo forti, in alcuni periodi di vita, con un conseguente difficoltoso intervento della memoria episodica (sempre per come la intende Tulving).
  • sempre a proposito del tema “sdoppiamento”, Meares ragiona su alcuni fenomeni inerenti la sensazione di “essere sé”: la possibilità di posizionarsi entro la realtà e di confrontare il passato con il presente, operando un’operazione di continua “cucitura”, dipende dalle funzioni mentali superiori prima descritte: nel momento in cui queste funzioni vengono meno, osserviamo secondo questo modo di ragionare alcune forme di psicopatologia peculiare, come la derealizzazione o anche il dejavù (come ben argomentato in questo articolo di Benedetto Farina). Una delle funzioni della coscienza, dunque, consterebbe in un’operazione di cucitura delle esperienze e di confronto continuo tra il “blocco” del passato dell’individuo con il suo presente. In alcune forme di restringimento delle coscienza (per usare il termine di Janet) -entro stati dissociativi-, questo strumento della mente verrebbe a perdersi (in modo più o meno temporaneo) procurando al paziente una pesante sensazione di non presenza, o di non riconoscere luoghi o cose a lui/lei precedentemente familiari

2: Il presente dissociato (di Benedetto Farina, 2008)

Anche in questo caso, prenderemo il lavoro di Farina e lo scomporremo nelle sue parti principali, riassumendole per punti; alla fine faremo alcune considerazioni conclusive.

  1. come prima considerazione, Farina parla di “disturbi della continuità della coscienza”. “Transizioni in cui non ci si sente sé stessi”, fenomeni di “scollamento” dall’esperienza e peculiari momenti di difficile spiegazione come il dejavù, sarebbero alterazioni dello stato di continuità della coscienza, concomitanti a un penoso senso di scollamento dall’esperienza presente: disturbi inerenti quella che Janet definì presentificazione. Farina osserva che certe forme di ansia o di sconforto potrebbero essere pensate come reazioni a queste discontinuità, e che alcuni disturbi di personalità -nella loro complessità-, andrebbero riletti a partire da questo fallimento delle funzioni di sintesi, che porterebbero la persona a sviluppare risposte problematiche (Russell Meares, come prima accennato, ma anche Clara Mucci, rileggono la psicologia borderline come il risultato di un fallimento di queste operazioni di cucitura continua nello stato della coscienza -per via di un indebolimento, di una scarsa “tenuta” delle già citate funzioni di sintesi, a seguito di esperienze avverse o attaccamenti traumatici primevi)
  2. come in precedenza osservato, affinché ci si senta a “proprio agio” nella realtà del presente, occorre che la coscienza operi un confronto continuo tra quello che si sperimenta e il passato prossimo del soggetto. Quando questa operazione di confronto fallisce, è possibile che il presente e il passato si “presentino” al soggetto in modo confuso, anomalo: è questo il caso del dejavù.
  3. Farina fa poi un commento a proposito del gruppo degli originatori del modello neojacksoniano (William James e Henri Bergson, Pierre Janet, Hughlings Jackson) e dei suoi più illustri e recenti promotori, Henri Ey e Russell Meares. Questo gruppo di pensatori, a suo modo di vedere, furono in grado di eseguire un’integrazione tra una psichiatria fortemente incentrata sugli aspetti biologici e una psichiatria fenomenologica a volte troppo “psicologista”, arrivando al modello neojacksoniano di cui qui scriviamo, in grado tenere insieme l’idea di un complesso mentecervello mosso da logiche evoluzionistiche e gerarchiche e gli aspetti fenomenologici più aderenti al vissuto “interno” dei pazienti stessi; entro questo modello di lettura, le funzioni mentali superiori, deputate al lavoro di sintesi e mediate da aree specifiche della corteccia cerebrale, avrebbero il potere di garantire un’esperienza soggettiva di continuità e presentificazione -al riparo da dolore e senso di perdita di “sé”-; allo stesso tempo, un vissuto psicologico eccessivo o un’emozione veemente, avrebbero il potere di corrompere questa funzione di sintesi, di fatto scardinando funzioni mentali di livello superiore, “toccando” il nostro cervello anche nella sua biologia, “precipitando sulla materia”: in questa bidirezionalità starebbe, a dire di Farina, la potenza euristica del modello, soprattutto quando si tratti di osservarne le ricadute psicopatologiche
  4. Proseguendo, Farina introduce il lavoro di ripresa di Jackson di Henri Ey e la sua teoria organodinamica, riassunta qui
  5. Degno di nota il riferimento a questo studio di Mesulam del 1998 e pubblicato su Brain -negli stessi anni dunque del prima citato lavoro di Meares-, una review di altri 250 articoli volti a rinforzare la tesi di un’organizzazione gerarchica delle funzioni cerebrali, con la coscienza a fare da aggregatore. Anatomicamente Mesulam individua, come aveva pionieristicamente fatto Jackson -e come molti studiosi oggi confermano, tra cui Damasio- la corteccia prefrontale come luogo dedicato.
  6. Entrando nel merito della psicopatologia, Farina osserva come Bergson avesse anticipato alcune concezioni di Jackson, per il quale la psicopatologia è da intendersi come la riorganizzazione del sistema mentecervello a seguito del fallimento della operazioni di sintesi. Bergson osservava acutamente come “un disturbo non può in alcun modo aggiungere qualcosa di nuovo alla mente”, volendo intendere con questo che il disturbo semplicemente slatentizzerebbe modalità insite nel paziente e in ogni individuo, fino a quel momento però gestite/controllate/integrate. Pensiamo per esempio ai disturbi ingenerati dalle sindromi prefrontali.
  7. Farina ci porta quindi un chiarimento a proposito del concetto di dissociazione, su cui tra l’altro -osserva- si era compiuta la rottura tra freudiani e janettiani nel corso del ‘900 (rottura che in seguito avrebbe eclissato Janet favorendo una concezione del trauma menomata di tutto il fondamentale apporto neojacksoniano, ora in fase di “recupero”). La dissociazione va distinta in disaggregazione/disintegrazione (un indebolimento generale delle funzioni di sintesi), e dissociazione vera e propria, con contenuti mentali riposti in un “altrove”, non integrabili nella coscienza. Liotti si era molto speso per evidenziare le due differenti concezioni di dissociazione, freudiana e janettiana (si veda qui per approfondire). Citando direttamente Farina, va evidenziato il necessario cambio di passo o di paradigma verso una concezione della psicopatologia più evoluzionisticamente giustificata, con l’ambiente in posizione di restituita centralità:
    “Al concetto di inconscio inteso come materiale rimosso o dissociato per “difesa” si oppone quello di livelli filogeneticamente e ontologicamente più primitivi ma non per questo meno importanti della coscienza. Le rappresentazioni mentali cui normalmente la coscienza non accede per organizzazione strutturale, la memoria procedurale che Tulving opponeva a quella dichiarativa e semantica, la conoscenza implicita dei neuropsicologi cognitivi (alcuni lo chiamano infatti inconscio cognitivo). Al meccanismo del conflitto intrapsichico si oppone quello di trauma relazionale reale. Alla dimensione difensiva si oppone quella strutturale”
  8. Farina quota quindi Meares, il quale come prima anticipato introduce l’idea che la rabbia dei pazienti borderline sia da pensare come una risposta a momenti di fallimento delle funzioni di sintesi entro il “reame” della coscienza (Meares chiama questa discontinuità della coscienza “micropsicopatologia del presente”), per poi ricordare Giovanni Liotti in uno dei suoi lasciti teorici centrali, fondamentali, l’idea cioè che un attaccamento problematico possa indebolire la sopra citata funzione di sintesi e inficiare le funzioni metacognitive in età adulta.
  9. A riguardo dei principi base della psicoterapia, Farina cita la “condivisione empatica dell’esperienza presente capace di riorganizzare la mente”, il che appunto saprebbe esercitare una forza contraria a quella scaturita dalle esperienze disorganizzanti: l’obiettivo è, in ultima analisi, rendere la dissociazione non necessaria, lavorando su metacognizione e funzioni mentali integrative, rinforzando la sintesi personale entro un contesto di sicurezza relazionale e intimità che -come ricorda Farina citando altri autori (Stern, Weiss, Liotti)-, fanno da base sicura a un processo di riorganizzazione del pensiero, esplorazione e ricordo, che nel caso dei disturbi post-traumatici potranno significare “elaborazione e superamento”.

3: The traumatic disintegration dimension (di Russell Meares e Benedetto Farina, del 2023)

Passiamo in ultimo a questo articolo più recente, pubblicato un anno prima della morte di Meares, firmato anche da Benedetto Farina. Il lavoro si apre con una definizione di dissociazione, per via di un distinguo tra diverse tipologie di dissociazione.
Gli autori evidenziano due tipologie di dissociazione, quella disinibita da quella inibitoria:

  1. La dissociazione disinibita, teorizzata in primis da Janet, è da pensare come risultato del fallimento di una funzione di sintesi: si avrà qui la sensazione di una “fuoriuscita” di materiale di difficile digestione psicologica
  2. la dissociazione inibitoria, per la quale la mente mette in atto attivamente meccanismi di separazione/scissione (per esempio generando episodi di amnesia o sintomi fisici, che un tempo venivano chiamati conversivi)

Gli autori notano anche che le due forme di dissociazione, possono presentarsi insieme. Nello specifico (tradotto):

“A volte sono attive insieme. Per esempio, la funzione protettiva della dissociazione inibitoria può essere reclutata per schermare dalla coscienza il materiale traumatico che sta al centro della dissociazione disinibita.”

Sui diversi modi di intendere la dissociazione, si veda anche questo.
Proseguendo nella lettura, gli autori affrontano il tema complesso del processo integrazione/separazione: la mente e il cervello necessitano costantemente di un bilanciamento tra spinte all’integrazione o alla segregazione di contenuti, mediate a livello biologico da interneuroni, funzionali a inibire o integrare segnale (qui per approfondire); quindi, propongono una tesi a riguardo del meccanismo di origine della disintegrazione, da intendersi secondo gli autori come un fallimento di funzioni inibitorie.
Ovvero, per chiarire: anche la forma “disintegrativa”/disinibita della dissociazione sarebbe da intendersi come un fallimento di funzioni inibitorie, elemento in precedenza già indagato da Meares, per esempio qui: The Sensory Filter in Schizophrenia: A Study of Habituation, Arousal, and the Dopamine Hypothesis, a proposito del concetto di abituazione, fallimentare in certi pazienti (come negli schizofrenici non paranoidi), il che -di nuovo- avrebbe a che fare con un fallimento di funzioni inibitorie, con funzioni mentali superiori che non riescono a operare in senso top-down.
Gli autori, citando Porges, proseguono quindi a osservare come nei momenti di fallimento delle funzioni inibitorie siano coinvolti rami diversi del sistema nervoso autonomo, attivato in senso simpatico ma fallimentare nelle funzioni inibitorie garantite dal sistema parasimpatico. Questo Porges lo aveva indagato nei pazienti borderline (The polyvagal theory: New insights into adaptive reactions of the autonomic nervous system), il che va a dare forza all’idea che -come prima introdotto- il disturbo borderline trovi la sua origine in un disturbo post traumatico complesso (anzi, che si configuri come la risposta dell’inidividuo a un PTSDc).

Proseguono poi introducendo gli studi di Liotti sull’attaccamento, che come sappiamo ha fortemente spinto l’idea che un attaccamento disorganizzato avrebbe il potere di intaccare le funzioni mentali superiori (inibizione e sintesi) alterando molteplici aspetti neurobiologici, compreso il funzionamento dei prima citati interneuroni inibitori, e alterando il meccanismo di separazione/integrazione (si veda qui per approfondire) così come di produrre rappresentazioni multiple e incoerenti di sé (si veda il modello liottiano, qui).

Non meno importante, il ruolo della corteccia prefrontale nella regolazione dell’attivazione post-traumatica, e dell’arousal: anche qui, le esperienze avverse in infanzia sembrano avere il potere di danneggiare queste funzioni inibitorie, lasciando l’individuo in balia di disregolazione, stati di allarme e agitazione indotti da -come si sarebbe detto anni fa- “riminiscenze” degli eventi traumatici “primevi”. Farina e Russell citano anche studi molto recenti su bambini maltrattati in relazione a una funzione chiamata di “pattern separation”, che in questi soggetti sarebbe alterata (Hippocampal pattern separation of emotional information determining risk or resilience in individuals exposed to childhood trauma: Linking exposure to neurodevelopmental alterations and threat anticipation), portandoli a un allarme ipergeneralizzato.

Gli autori passano quindi in rassegna alcuni studi a proposito delle esperienze avverse in infanzia (ACE), osservando come sia stata osservata (da diversi gruppi di lavoro, per esempio quello di Ruth Lanius) un’alterazione nel funzionametno di alcune reti neurali fondamentali nella coerenza narrativa di sè -raccolte in quello che chiamiamo Default Mode Network, una sorta di “baricentro” narrativo del Sè, un luogo di auto-narrazione e sintesi. Inoltre, citano gli studi sull’emisfero destro, resi celebri dai lavori di Shore.
In un passaggio particolarmente denso dell’articolo esplicano quindi, in modo esteso, un possibile meccanismo patogenetico del disturbo di personalità borderline, ingenerato da tentativi di adattarsi dell’individuo allo stato post-traumatico; merita qui riportarlo per intero:

“Finally, in the study of early relational trauma and disintegration processes we should consider the continuing interplay between alterations of biological structures (e.g., functional connectivity), the development of mental functions (e.g.,emotional control, continuity of self- experience or mentalization), the interpersonal environment (e.g., attachment figures) and pathogenic beliefs that take shape within the traumatic environment in an attempt to adapt to it. In this sense the traumatic disintegration could have a compounding negative impact on development: it hinders high-level mental functioning, leading to the above mentioned difficulties (e.g., executive functions, social cognition, self- consciousness), while it worsens, through a circular causation, the effects of the pathogenic beliefs and the relationship with the interpersonal and social environment, hampering “healthy personality functioning that should be characterized by openness to experience, flexibility, adaptability… flexibility of cognitive affective schemas… the capacity to constantly re- evaluate the sense of self and relatedness in the course of development” ( Luyten et al., 2020 , p. 90). The overall effect of these complex interactions is also the impairment of cooperative predisposition and trust (both epistemic and affiliative) that contribute to make these patients so resistant to psychotherapy (Liotti & Farina, 2016 )”

Como osserviamo, e come prima ricordato, Russell e Farina, così come altri autori provenienti da ambiti diversi (Liotti, Clara Mucci), spiegano il funzionamento borderline come un tentativo problematico di adattarsi agli stati disregolati e alle tendenze dissociative, di individui con storie traumatiche di sviluppo: da qui ipotizzano l’esistenza di una dimensione traumatica “disintegrativa”, un elemento da ricercare anche in altre forme cliniche (su tutti, alcune forme di disturbo di personalità).
É importante qui ricordare come parte del lavoro di Giovanni Liotti fosse incentrato su questi temi, in particolare pensiamo alle strategie di controllo, qui riassunte.
Concludendo, gli autori presentano il sunto del loro lavoro, che qui elenchiamo in due punti centrali:

  1. esisterebbe una dimensione traumatica disintegrativa da ricercare anche in altre forme di psicopatologia: una sorta di terreno fertile per l’emersione di altri quadri clinici
  2. la disintegrazione delle funzioni mentali superiori, sarebbe il primo processo patogenetico anche nelle altre forme di disturbo dissociativo: dal fallimento delle funzioni di sintesi nascerebbero sia la dissociazione disinibita, che quella inibitoria: “Trait disintegrative vulnerability is, thus, the precondition to develop both types of dissociation, regarded as the pathological “functional reorganization of the mind into enduring parallel- distinct structures which operate side by side without being fully integrated with each other”. Semplificando, le funzioni mentali superiori, a seguito di un uno o più eventi traumatici, verrebbero reclutate nel gestire la veemenza delle emozioni conseguenti al trauma stesso: da un loro funzionamento “difettoso” originerebbero sia la dissociazione disinibita che quella inibitoria, come due forme dello stesso disturbo.

CONCLUSIONI

Da questi 3 lavori possiamo farci un’idea del pensiero di Meares a proposito di diverse questioni inerenti la psicopatologia: come osserviamo, il modello neojacksoniano di mente è pienamente adottato, e da Meares complessificato: il complesso mentecervello si strutturerebbe in modo progressivo, crescendo, entro una logica gerarchica. I diversi registri di memoria, come teorizzato da Tulving, si svilupperebbero in modo sequenziale, progressivo, a partire dalla memoria procedurale per andare a quella episodica, e infine a quella autobiografica: la legge di Ribot e le osservazioni sulla neurodegenerazioni, confermerebbero un’architettura ancora una volta gerarchica, con elementi del sistema sovrapposti e in equilibrio dinamico, con aree deputate a inibire altre aree: dal fallimento di questo equilibrio e dal degenerare di queste operazioni di inibizione operato dalla funzioni mentali superiori, si svilupperebbero molte forme di psicopatologia, dalle dissociazioni disinibite a quelle inibitorie, fino a fenomeni di difficile interpretazione come il dejavù.

Quello che di Russell Meares dobbiamo evidenziare, in conclusione, è l’importante lavoro di rilancio del modello neojacksoniano e, attraverso esso, del lavoro di Henri Ey e Janet a proposito dell’architettura della mente e della psicopatologia.

Come abbiamo osservato, l’autore australiano ha esplorato a fondo le implicazioni fenomenologiche del modello, fornendo un importante contributo a riguardo di alcune “chiavi di lettura” di alcuni sintomi: si tratterebbe in molti casi di disturbi della stato della coscienza indotti da tentativi fallimentari da parte del paziente di adattarsi a vissuti post-traumatici di difficile gestione.

Con questo in mente, potremmo approcciare un paziente borderline con un’idea differente in mente, osservando i sintomi del disturbo di personalità come risultanti da penosi sentimenti di discontinuità della coscienza, a cui il paziente stesso tenterebbe di adattarsi. Al di là del quadro borderline, potremo infine ricercare nella storia clinica del paziente aspetti di “adattamento” a vissuti dolorosi, possedendo uno strumento in più per tentare di approcciarne i sintomi.
Da qui, poi, lavorare nella direzione di una maggiore coerenza narrativa e di una maggiore integrazione, con il fine ultimo di “rendere non necessaria la dissociazione“

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TAKEAWAYS

  1. la dissociazione deriva dal fallimento delle funzioni mentali superiori di sintesi
  2. il gruppo di originatori del modello neojacksoniano, e i successivi aderenti a questa visione della psicopatologia, sono: Spencer, Henri Bergson, Pierre Janet, Hughlings Jackson, William James,  Henri Ey, Russell Meares, Giovanni Liotti, Benedetto Farina
  3. il lavoro fatto da Giovanni Liotti e Benedetto Farina ha riguardato l’integrazione del modello neojacksoniano con la teoria dell’attaccamento. Quindi: neojacksonismo + Teoria dell’Attaccamento (“Sviluppi traumatici” è il testo di riferimento)
  4. la dissociazione, nella sue diverse forme, potrebbe essere collegata in modo diretto alle funzioni inibitorie (dissociazione inibitoria) o nel loro fallimento (dissociazione disinibita): tutto originerebbe da una dimensione traumatico-disintegrativa interdiagnostica

ALTRE FONTI

  1. Camilla Marzocchi sulla concettualizzazione del disturbo borderline per Meares
  2. Russell Meares: la ‘dolorosa incoerenza’ del Sé nel Disturbo Borderline di Personalità
  3. 3 MODI DI INTENDERE LA DISSOCIAZIONE, da un intervento di Farina
  4. le pubblicazioni di Russell Meares
  5. questi contributi video

Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA.

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28 July 2025

10 ESERCIZI PER LAVORARE CON LE SOTTOPERSONALITÀ GENERATE DAL TRAUMA (#PTSD)

di Raffaele Avico

Il trauma complesso può portare a quella che Janina Fisher definisce “frammentazione del sé”, cioè una divisione della personalità in parti interne separate.
Queste parti del sé spesso rappresentano diversi stati emotivi, ricordi traumatici o modalità di coping sviluppate per sopravvivere a esperienze avverse. In base alla teoria della dissociazione strutturale generalmente una parte della personalità tenta di funzionare nella vita quotidiana evitando di pensare al trauma, mentre un’altra parte rimane intrappolata nel “tempo del trauma”, rivivendo continuamente le emozioni e le difese di allora. Questa separazione è inizialmente un meccanismo adattivo di sopravvivenza di fronte a minacce estreme, ma a lungo andare impedisce di integrare l’esperienza traumatica nella storia personale, lasciando le parti traumatiche isolate e in conflitto con le altre.

Gli esperti nel trattamento del trauma – come Janina Fisher, Kathy Steele, Suzette Boon, Onno van der Hart e Dolores Mosquera – concordano sull’importanza di aiutare il paziente a riconoscere, comprendere e far comunicare fra loro le proprie parti dissociate, al fine di ottenere una maggiore integrazione e coesione interna. Ad esempio, Boon, Steele e van der Hart hanno sviluppato un manuale di abilità per pazienti con trauma complesso che include numerosi esercizi pratici proprio per favorire la comunicazione e la collaborazione interna tra le parti della personalità. Allo stesso modo, Fisher ha elaborato interventi focalizzati sul “ricongiungere i frammenti di sé”, integrando approcci come la psicoterapia sensomotoria, l’Internal Family Systems e la mindfulness. Dolores Mosquera sottolinea l’importanza di avvicinarsi alle proprie parti con curiosità e atteggiamento accudente, abbandonando la difesa e cercando di comprenderne i bisogni.

Nel seguente PDF, basato sulla lettura del volume La cura della dissociazione traumatica, sono riportati 10 esercizi da utilizzare per lavorare con le proprie parti del sè.

Sono stati raccolti dall’AI partendo da diverse fonti, tutte per lo più valide; il testo è stato poi supervisionato. Come si nota, i primi esercizi hanno a che fare con la stabilizzazione dei sintomi, la “fase 1” del processo trifasico del lavoro con il trauma: prevedono dunque esercizi di grounding e di “creazione di un luogo sicuro” (-sulla stabilizzazione, AISTED eroga un ebook qui reperibile). Gli esercizi seguenti, entrano nel vivo del lavoro di “integrazione” e sintesi.

QUI PER SCARICARE IL PDF.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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21 July 2025

IL PRIMO CONGRESSO AISTED A MILANO (24 E 25 OTTOBRE 2025)

di Raffaele Avico

A Milano, il 24 e il 25 ottobre 2025 si terrà il primo convegno AISTED, Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione, nata nel 2011.
L’idea di AISTED è quella di alternare un suo convegno al convegno dell’ESTD, l’organo europeo di studio sul trauma, di cui AISTED è appunto una costola italiana. Le due associazioni forniranno dunque a chi fosse interessato, ogni anno, un’occasione per approfondire tematiche relative al trauma e alla dissociazione, uno in Italia a cura di AISTED, l’altro in un luogo di volta in volta diverso in Europa (l’ultimo convegno ESTD è stato organizzato in Polonia).

Come si nota, nel convegno a relatori di spicco in ambito di trauma, vengono alternati workshop e seminari a cura dei soci AISTED.

Dal razionale di invito, inoltre, ci possiamo fare un’idea dello “stato dell’arte” relativo alla psicotraumatologia italiana: sempre più attenzione agli approcci bottom up, agli impatti dell’ambiente sul corpo, ai processi di adattamento degli individui a contesti traumatici. In particolare sono da mettere in evidenza i contributi di alcuni autori che abbiamo su questo blog ospitato, per esempio Andrea Zagaria che approfondirà il concetto di di attaccamento traumatico, uno dei riferimenti italiani per lo studio sulla dissociazione Benedetto Farina, l’attuale presidente ESTD Maria Paola Boldrini, e molti altri.

Insieme a Costanzo Frau (che presenterà la recente traduzione di un volume di Henri Ey), porterò un intervento sul modello neojacksoniano di mente, cercando di tratteggiare la linea di sviluppo del concetto.
Partendo dalle teorizzazioni di autori seminali nella concezione di un funzionamento stratificato e gerarchico del complesso corpo-mente, come Spencer, Ribot, lo stesso Jackson, passando poi per Janet, Russell Meares (autore eccezionale), fino ad arrivare ai nostri Giovanni Liotti e Benedetto Farina, l’idea di uno sviluppo gerarchico e stratificato della mente è in grado di giustificare il ritorno al corpo dell’attuale clinica del trauma, dato che un individuo traumatizzato sperimenta una regressione a stereotipie di pensiero e automatismi mossi da spinte più istintuali e animalesche, che non da semplici schemi di pensiero o tentativi di intellettualizzare il trauma. L’intuizione che ha dato avvio al filone della psicoterapia sensomotoria ha trovato negli autori neojacksoniani una base solida per ragionare su come tentare di lavorare con il trauma senza necessariamente passare per la mente o la cognizione, dato che il lavoro sembrava dovesse essere fatto in primis sugli automatismi e sulle “tendenze all’azione”, le risposte comportamentali che durante la traumatizzazione sembrano essere rimaste congelate, o bloccate.

Qui il programma ufficiale.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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30 June 2025

Clinica del trauma oggi: un approfondimento da POPMed

PREMESSA: da diversi anni questo blog si occupa di trauma e sindromi dissociative. Qui sono raccolti i contributi che fino ad ora abbiamo pubblicato sul tema. Ultimamente POPMed si è occupato di stilare una lista di 10 studi che raccontano le ultime evidenze a tema #ptsd, che troverete al link a fondo pagina.
 
di PopMed
 

Clinica del Trauma Oggi: Rassegna teorica, dati emergenti e applicazione terapeutica

Negli ultimi decenni, la comprensione clinica e neuroscientifica del trauma si è significativamente evoluta, portando a una ridefinizione del Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) e al riconoscimento della sua forma più grave e pervasiva: il Disturbo da Stress Post-Traumatico Complesso (C-PTSD). Questo documento propone una panoramica strutturata e critica dell’attuale conoscenza su questi disturbi, offrendo al lettore un accesso guidato e approfondito a tre componenti fondamentali: un’analisi teorico-clinica, una rassegna delle più recenti pubblicazioni accademiche, e un caso clinico rappresentativo con protocollo terapeutico completo.

La prima parte prende in esame una review clinica pubblicata su Frontiers in Psychiatry, che introduce e approfondisce un modello psicoterapico innovativo, noto come Cortina Method. Tale approccio si distacca dalle terapie espositive convenzionali e propone una via trasformativa indiretta per il trattamento del trauma, basata su processi di riconsolidamento della memoria e stati di plasticità neuropsicologica. Viene discusso il potenziale di questa metodologia per trattare pazienti affetti da C-PTSD, in particolare quelli con dissociazione, evitamento e trauma relazionale precoce. La review funge da base teorica per comprendere come le terapie possano essere adattate a quadri clinici complessi.

La seconda parte presenta una selezione ragionata di dieci articoli scientifici open access pubblicati tra il 2024 e il 2025, che esplorano il tema da prospettive cliniche, neuropsicologiche, sociali e terapeutiche. La rassegna include meta-analisi, studi clinici randomizzati, modelli di trattamento sperimentali, e approfondimenti su fattori culturali e relazionali che influenzano la risposta al trauma. Sono illustrati approcci evidence-based come TF-CBT, STAIR, MBT, Narrative Therapy e tecniche somatiche. Ogni studio è accompagnato da un riassunto critico che ne evidenzia contenuto, risultati e rilevanza clinica. Questa sezione ha l’obiettivo di orientare il lettore tra le evidenze più recenti e supportare una lettura comparativa tra i diversi modelli di intervento.

La terza parte si focalizza su un caso clinico documentato in letteratura (Elsevier, 2024) che descrive un trattamento intensivo basato sulla Trauma-Focused Art Therapy (TFAT). Si tratta di una giovane donna con trauma complesso, trattata attraverso un protocollo strutturato in tre fasi: stabilizzazione, esplorazione narrativa simbolica ed elaborazione. Il lavoro si svolge mediante tecniche non verbali – come disegno, collage e costruzione narrativa visiva – che permettono l’elaborazione di memorie traumatiche altrimenti inaccessibili. Il trattamento ha portato a una significativa riduzione dei sintomi PTSD, della depressione e a un miglioramento dell’autoefficacia e della resilienza. Questo caso illustra con chiarezza il potenziale delle modalità creative e sensomotorie nel trattamento del trauma complesso, e ne evidenzia l’integrazione possibile in protocolli strutturati.

In sintesi, il documento accompagna il lettore in un viaggio critico attraverso i modelli teorici, le evidenze empiriche recenti, e un esempio clinico applicato, con l’obiettivo di fornire una visione completa, aggiornata e integrata del trattamento del PTSD e del trauma complesso in ottica multidisciplinare. La struttura progressiva delle tre sezioni consente di passare dalla teoria alla pratica, offrendo strumenti di riflessione e applicazione clinica fondati scientificamente.


Parte 1: Sinossi di una Review/Meta-Analisi

Titolo: A New Psychotherapy That May Treat PTSD in One Session
Autore: E. G. Howe
Rivista: Frontiers in Psychiatry
Anno: 2024
Link all’articolo open access

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Introduzione

Il Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) rappresenta una condizione debilitante che, in una percentuale rilevante di pazienti, si rivela resistente ai trattamenti psicoterapeutici convenzionali, come la Terapia Cognitivo Comportamentale (CBT) o l’EMDR. In questo contesto si inserisce la Cortina Method (TCM), una nuova forma di psicoterapia breve che si propone di offrire sollievo immediato e duraturo ai sintomi del PTSD, anche in forme croniche e complesse. Secondo i dati aneddotici presentati, questa terapia può produrre risultati clinicamente significativi già dopo una singola seduta.

Metodo e Struttura del Trattamento

Contesto metodologico

La TCM si configura come una psicoterapia breve e non convenzionale, progettata per intervenire sul carico emotivo associato alle memorie traumatiche senza esporre direttamente il paziente alla narrazione dell’evento traumatico. La terapia si sviluppa in un formato semi-strutturato a sessione singola o breve ciclo, con una durata compresa tra 60 e 120 minuti.

Struttura e Tecniche Operative

La TCM non si fonda su un’unica tecnica, ma integra componenti multimodali, che includono:

  • Attivazione immaginativa guidata: il paziente è guidato in un percorso visivo e sensoriale interno per modificare il contenuto emotivo del ricordo senza riviverlo.
  • Tecniche somato-sensoriali: attività che coinvolgono il corpo (es. movimento sincronico, taping, respirazione guidata) per favorire il rilascio somatico del trauma.
  • Interventi di desensibilizzazione simbolica: utilizzo di immagini metaforiche per “ristrutturare” simbolicamente la scena traumatica (es. visualizzare la dissoluzione di un aggressore, la trasformazione di un ricordo in un oggetto neutro).
  • Azioni multitasking e non-semantiche: il paziente esegue compiti a bassa intensità cognitiva ma ad alta attivazione percettiva (es. movimento alternato, stimoli ripetitivi non verbali) per interferire con il circuito di consolidamento emotivo.

Meccanismo d’Azione Presunto

L’ipotesi teorica alla base del metodo è che tali tecniche attivino una finestra neurobiologica nota come reconsolidamento della memoria, in cui il ricordo, una volta “riattivato” in un contesto sicuro, può essere modificato prima di essere nuovamente consolidato nel sistema limbico.
In parallelo, l’attivazione di reti corporee (approccio bottom-up) consente al sistema nervoso autonomo di uscire da stati di freeze o iperarousal, creando le condizioni neurofisiologiche per un cambiamento duraturo.

Setting e Somministrazione

  • Ambiente terapeutico: deve essere calmo, contenitivo e guidato da un terapeuta formato. Non è necessaria la narrazione del trauma.
  • Ruolo del terapeuta: funge da facilitatore di sequenze esperienziali, non da interprete. L’approccio è centrato sulla fiducia implicita nelle risorse trasformative del paziente.
  • Materiale richiesto: solo la presenza fisica e attenzione condivisa del terapeuta e del paziente; non sono richiesti strumenti o software.

Evidenza empirica

Ad oggi non sono ancora disponibili studi RCT o protocolli manualizzati pubblicati in letteratura peer-reviewed. Tuttavia, l’articolo presenta testimonianze qualitative, osservazioni cliniche dirette e video di sessioni, che documentano miglioramenti significativi anche in pazienti refrattari.

Questa riformulazione rende chiara la natura composita e neuroesperienziale del metodo, ne chiarisce i fondamenti neurobiologici teorici, e lo distingue da approcci standard basati su esposizione e ristrutturazione cognitiva.

Risultati e Osservazioni Cliniche

Numerosi casi clinici, presentati sotto forma di testimonianze video e scritte, suggeriscono che il trattamento abbia effetti rapidi e profondi anche in pazienti con traumi gravi: veterani, vittime di torture, abusi sessuali e gravi incidenti. È riportata la riduzione o scomparsa dei sintomi ansiosi, flashback, dissociazione e iperarousal. Alcuni pazienti riferiscono un miglioramento superiore a quello ottenuto dopo anni di terapia tradizionale. Il trattamento sembra efficace anche in contesti complessi di trauma cumulativo e C-PTSD.

Impatto Teorico e Neuroscientifico

Il fondamento neurobiologico si rifà alle ricerche sul reconsolidamento della memoria (es. Kindt, Schiller), secondo cui ogni riattivazione mnestica è un’opportunità per la modificazione del contenuto emotivo della memoria. Inoltre, l’autore collega la TCM ai principi dell’ipnosi conversazionale di Milton Erickson e alle teorie di Bessel van der Kolk sull’impatto somatico del trauma. L’approccio integra dunque teoria dell’attaccamento, neurobiologia e tecniche esperienziali non invasive.

Rilevanza Clinica ed Etica

  • Efficacia percepita: risultati promettenti anche nei casi clinici più gravi e cronici.
  • Accessibilità: possibile apprendimento da parte di terapeuti con training breve.
  • Adattabilità: idoneo per pazienti con evitamento marcato, dissociazione o storia di fallimenti terapeutici.
  • Etica e limiti: mancano RCTs e studi longitudinali, ma l’assenza di effetti collaterali suggerisce l’opportunità di studi pilota in ambienti clinici protetti.

Conclusione

La Cortina Method rappresenta una potenziale innovazione nel trattamento del PTSD, soprattutto per forme complesse e refrattarie. La sua promessa terapeutica risiede nell’accesso indiretto alla memoria traumatica e nella valorizzazione delle risorse interne del paziente. Sebbene le evidenze attuali siano di natura aneddotica, l’interesse clinico e teorico è tale da giustificare lo sviluppo di studi sistematici.


Parte 2: Articoli Recenti

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10 June 2025

Il trauma indotto da perpetrazione (“un altro problema, meno noto, dell’industria della carne”)

PREMESSA: riportiamo per intero un articolo apparso recentemente su Il Post, a proposito di una forma peculiare di disturbo post-traumatico, il “trauma indotto da perpetrazione“, sofferto per lo più da lavoratori inseriti nella filiera della grande distribuzione di carne, impiegati tutto il giorno nell’uccisione di animali. Il disturbo è peculiare e non così nuovo (l’articolo citato dal Post che per primo lo “introduce”, risale al 2002). Avevamo scritto in precedenza su questo blog a proposito del moral injury, l’auto-traumatizzazione generata dal calpestare valori morali profondamente radicati: questo tipo peculiare di disturbo sembra accostarcisi, essendo che l’individuo è in qualche modo attivamente coinvolto nel processo di traumatizzazione. (R.A.)

L’articolo originale è qui. Qui di seguito lo riportiamo.

—

La produzione mondiale di carne è aumentata di oltre tre volte rispetto alla metà degli anni Settanta. Da allora è molto cambiato anche il modo in cui viene prodotta: è aumentata la distanza tra chi la mangia e chi, lontano da loro, si occupa di macellarla. In questo secondo gruppo ci sono persone che subiscono traumi psicologici anche molto gravi, perché esposte ogni giorno alla violenza di trattamenti spesso disumani sugli animali negli allevamenti intensivi.

Gli stimoli particolari a cui sono sottoposte le persone incaricate di controllare le varie fasi della macellazione industriale sono una delle possibili cause di un disturbo psicologico noto e studiato: il trauma indotto dalla perpetrazione (o PITS, acronimo di perpetration-induced traumatic stress). È un argomento oggetto di diversi racconti diretti ma di cui si tende in generale a parlare poco, per via delle reticenze dell’industria della carne e della riluttanza delle aziende a condividere dati e informazioni.

Definito nel 2002 dalla psicologa statunitense Rachel MacNair, è un sottotipo di disturbo da stress post-traumatico (PTSD) in cui il trauma deriva dalla partecipazione attiva a una violenza anziché dall’esserne vittime o testimoni. I sintomi sono gli stessi: insonnia, flashback, ricordi intrusivi, ansia, depressione. È diffuso principalmente tra i militari e le forze dell’ordine, ma in generale il rischio di soffrirne è maggiore in qualsiasi ambiente in cui causare morte sia socialmente accettato e normale, come i macelli.

In un articolo recente il giornalista di Vox Kenny Torrella ha citato il caso di un uomo, Tom, a cui fu diagnosticato il trauma indotto dalla perpetrazione, dopo aver lavorato per anni nell’industria della carne in diversi paesi in Europa. Uno dei suoi compiti lungo la catena di produzione era scuoiare la mucche da macello dopo che erano state stordite e appese. Ma a volte lo stordimento non funzionava correttamente.

Una volta gli capitò di dover scuoiare una mucca che stava partorendo ed era arrivata ancora cosciente alla fase della macellazione di cui lui era responsabile. Non poté arrestare il processo per assicurarsi che venisse uccisa correttamente (il vitello non sopravvisse). Secondo Tom, che ha detto che all’epoca faceva uso di sostanze dopo il lavoro e nei weekend, è «molto difficile assistere all’uccisione degli animali», ma alla fine ci si fa l’abitudine.

L’industria della macellazione della carne è un settore con un numero alto ma probabilmente sottostimato di infortuni sul lavoro. Oltre a quelli causati da incidenti, molti sono dovuti in generale alla velocità delle linee di produzione negli stabilimenti, che possono portare a lesioni da movimenti ripetitivi. I traumi psicologici sono ancora più difficili da stimare, e non sono conteggiati nelle statistiche sugli infortuni. Di conseguenza anche gli studi di psicologia sono pochi, perché i ricercatori non hanno a disposizione dati specifici condivisi dalle aziende.

Diversi sondaggi condotti tra i lavoratori del settore mostrano però livelli di ansia, depressione e aggressività più alti rispetto ad altri settori e rispetto alla popolazione generale. Sulla base di questi dati è possibile ipotizzare che anche il trauma indotto dalla perpetrazione sia un disturbo relativamente diffuso.

L’esposizione ai traumi riguarda anche professionisti non direttamente coinvolti nella produzione negli stabilimenti, come per esempio gli ispettori. Uno di loro, David Magna, attivista vegano ed ex ispettore dei macelli per il governo canadese, ha raccontato a Vox i suoi problemi di salute mentale. Qualche anno fa ha ricevuto una diagnosi di PTSD e di disturbo bipolare: ha frequenti flashback, incubi e pensieri suicidi.

Per un periodo si occupò dell’industria del pollame: uno dei suoi compiti era rimanere in piedi alle spalle dei dipendenti per ispezionare le loro attività lungo la catena di produzione, che lavorava circa 180 polli al minuto. A volte centinaia di polli arrivavano morti dopo essere rimasti per troppo tempo esposti al caldo o al freddo durante il trasporto dall’allevamento intensivo.

In seguito Magna lavorò per anni ai rapporti sulle violazioni delle leggi a protezione degli animali negli stabilimenti dell’industria della carne. In un rapporto apprese il caso di un camion che trasportava mucche verso un macello, tra cui una che aveva partorito in viaggio un vitello poi morto schiacciato per l’affollamento di mucche nel rimorchio. Magna ha detto che, nonostante l’impegno, il suo lavoro gli procurava grandi frustrazioni: i regolamenti erano deboli, i trasgressori rischiavano perlopiù qualche multa, e i suoi superiori non prendevano sul serio le sue preoccupazioni.

È un problema peraltro destinato ad aumentare nel tempo, visto che secondo le previsioni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) il consumo e quindi la domanda mondiale di carne continueranno a crescere.

Nel 2023 la rivista scientifica AMA Journal of Ethics dedicò un numero intero all’impatto delle pratiche dell’industria della carne sulla salute pubblica e sull’ambiente. MacNair, autrice di uno degli articoli, descrisse la complicità della società come un fattore rilevante nella diffusione dei disturbi psicologici. Scrisse che «la domanda pubblica di carne crea un’esposizione continua, presente e futura ai traumi»: traumi che secondo lei e altri non vengono eliminati dalla società, ma semplicemente appaltati a minoranze della popolazione.

A subire maggiori danni fisici e psicologici è spesso la popolazione con minori opportunità economiche: migranti e rifugiati, che sono una parte consistente dei lavoratori del settore dell’industria della carne. Questa è peraltro una delle ragioni per cui mancano dati sugli infortuni: chi li subisce tende a non denunciarli perché teme di mettere a rischio il suo lavoro e il suo sostentamento.

Lo sfruttamento delle comunità a basso reddito riguarda anche i territori in cui vivono, spesso scelti per l’agricoltura e per la costruzione degli allevamenti intensivi. La promessa di una probabile crescita economica è infatti una delle ragioni per cui gli abitanti di quelle aree sono più disposti ad accettare i disagi dovuti ai costanti cattivi odori e all’inquinamento dell’aria e dell’acqua.


Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile dal menù a tendina #TRAUMA.

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5 March 2025

“LE CONSEGUENZE DEL TRAUMA PSICOLOGICO”, UN LIBRO SUL PTSD

di Raffaele Avico

A partire dal 2017, si sono qui susseguiti su questo blog molti contributi che hanno indagato la natura del vissuto post-traumatico.

Ho raccolto e sistematizzato i contributi sul PTSD in un libro, di cui riporto qui l’introduzione e l’indice.

Come si legge, l’idea che connette i vari lavori è che il trauma interrompa il normale lavoro di immagazzinamento e costruzione della trama dei ricordi, e che si installi nella memoria come una “pietra dura”, indigesta in senso psichico.

Il lavoro che se ne fa in psicoterapia, è quindi quello di aiutare la persona a digerire il trauma in senso psicologico, il che equivale a restituirlo al “logos”.
Jacques Lacan, a proposito di questo, riteneva che il trauma avviene quando ciò che chiama Reale irrompe nella vita di un individuo squarciando il “velo di simboli” che coprirebbe ogni elemento e cosa della nostra vita, rendendola possibile e pensabile. Una violenza, la brutalità di un’aggressione da parte di un predatore, ma anche un forte spavento, un trauma morale o un incontro inaspettato e prematuro con la morte: tutti esempi di come la natura “minerale”, non pensabile e assurda (Reale) della realtà possa irrompere nella vita di un individuo, squarciando la copertura simbolica di cui prima scrivevo.

La psicoterapia dovrebbe in questo caso aiutare a ricucire questo squarcio, trasformando quindi -come sintetizza Recalcati- il trauma in unatrama.

Esistono però molti altri aspetti della questione, per esempio le ricadute sul corpo dello stress post-traumatico, il problema dell’allarme continuo, i trigger che riattivano il ricordo del trauma in sé: questo volume tenta di fornire una griglia di lettura per chi voglia introdursi al tema, o per chi viva in uno stato di post-trauma e voglia tentare di aiutarsi nell’operazione di “tessitura” e integrazione prima citato.

Uno degli aspetti centrali su cui questo libro si sofferma, è l’idea che la risposta post-traumatica sia una forma di apprendimento distorta; questo apprendimento -questa forma di anticipazione– ci consente di mantenerci vigili nel post-trauma e idealmente meglio preparati al “prossimo evento problematico”. Sarebbe auspicabile però, che l’apprendimento possa essere “disappreso“, e qui osserviamo il punto centrale del disturbo post-traumatico: l’apprendimento dell’allarme relativo al trauma fatica a essere estinto, lasciando l’individuo in balìa di una condizione di allarme protratto, con il corpo prostrato dagli angoscianti vissuti tipici del PTSD.

Qui è possibile acquistare il libro, che si pone in continuità con quello da me e Davide Boraso pubblicato in precedenza, PTSD: che fare?, del 2020. La copertina è di Andrea Pisano. Il libro presenta alcune imprecisioni relative all’impostazione grafica, essendo autopubblicato.
Di seguito l’introduzione.

Introduzione

Questo volume raccoglie una serie di approfondimenti a tema “trauma” che ho raccolto in un periodo di circa 5 anni, a partire dalla fondazione di un blog tematico (ilfogliopsichiatrico.it) nell’inverno del 2017, fino alla fine del 2022.

Gli anni 2020 e 2021 sono stati anni peculiari, essendosi abbattuta sulla popolazione umana una pandemia da coronavirus, superata per fasi progressive grazie a quarantene obbligate iniziate nel marzo 2020 -e alla diffusione di una serie di vaccini mirati, a partire dalla fine del 2020.

La pandemia da Covid19 è stata in grado di sdoganare in modo vigoroso la questione “salute mentale” e ha ulteriormente riacceso l’attenzione intorno al tema trauma, a cosa significhi vivere in una condizione di allarme protratto, a come sia possibile resistere in un contesto traumatizzante e a come ci si possa adattare “senza impazzire”.

Va notato che al momento del divampare del fuoco pandemico la tematica “trauma” era già da anni tornata prepotentemente alla ribalta, con una moltitudine di professionisti interessati al problema, libri di qualità pubblicati, associazioni nate e cresciute in modo sostenuto (come l’AISTED in Italia), una profusione di corsi di formazione e l’affermarsi di modalità di intervento psicoterapico mirate, come l’EMDR.

Uno dei libri più vecchi di Bessel Van Der Kolk, Psychological Trauma, risale al 1987. Leggendolo, ci si rende conto di come il linguaggio usato da quello che oggi è considerato uno degli psicotraumatologi più importanti al mondo fosse intriso di termini mutuati dall’approccio psicodinamico; una osservazione sul registro linguistico adottato per parlare di trauma ci consente di comprendere l’evoluzione del concetto che descrive: oggi in ambito di psicotraumatologia ci troviamo a fare i conti con una terminologia peculiare, emancipata, che ci fa comprendere quanto l’area del “trauma” rappresenti sempre di più un modo mirato, “unico” di leggere alcuni dei problemi portati dai pazienti -attraverso una lente dedicata, uno sguardo diverso.

Venendo a questo volume, sono sistematizzati e organizzati qui articoli e approfondimenti raccolti in cinque anni, relativi al “problema” del superamento di un evento traumatico o di una traumatizzazione protratta. Sono raccolti per macro-temi, dalla psicobiologia della traumatizzazione, agli autori più importanti che negli anni (a partire da Pierre Janet) hanno indagato il tema, per arrivare alle modalità di fronteggiamento delle sindromi post-traumatiche più o meno complesse. In chiusura ho costruito tre appendici su temi “di contorno”, tra cui alcune interviste a esperti del settore e alcuni consigli di approfondimento in senso bibliografico.

Lo studio sul trauma e sui fenomeni dissociativi è in continuo mutamento, credo però che il seguente lavoro possa fornire una panoramica di insieme e un approccio sufficientemente chiaro al problema.

Come si noterà dal materiale qui raccolto, e tirando le fila dei diversi filoni di approfondimento trattati, osserviamo come la traumatizzazione risponda a degli imperativi prima di tutto dettati dalla nostra natura animale, più profonda, strettamente connessa alle esigenze evoluzionistiche.

Il trauma è un evento che mette a repentaglio la nostra sensazione di sicurezza, e come tale viene potentemente impresso nella nostra memoria, al fine di salvaguardarci da una sua eventuale ripetizione: è in grado poi di produrre una distorsione dei nostri meccanismi di apprendimento, imprigionandoci in un eterno presente di ripetizione e permanenza all’interno della “vita post-traumatica”. Per questo motivo, viene spesso definito un problema collegato alla memoria, dato che sembra estremamente difficoltoso riconsegnarlo al passato, digerirlo in senso psichico e infine dimenticarlo.

Osserviamo inoltre come alcuni meccanismi tengano in vita questo processo di presentificazione del trauma e delle memorie traumatiche: la mente sembra voler “tornare sulla scena del crimine”, come attratta dal potere suggestivo e dal dolore provocato dalle memorie traumatiche stesse. Alla base di questo, modificazioni nel funzionamento dei distretti cerebrali funzionali alla regolazione degli stati emotivi, contribuiscono a rendere il superamento delle sindromi post-traumatiche un processo che spesso dura moltissimo tempo.

Come prima accennato, leggere le sindromi post-traumatiche in chiave evoluzionistica ci consente di capirne lo scopo ultimo, l’apprendimento che ci aiuta a non ripetere esperienze per noi dolorose, insieme ad un’immobilizzazione ai fini della guarigione, come succede nel dolore fisico. Esistono però molteplici casi in cui questo meccanismo si corrompe e complica, obbligando l’individuo a permanere per troppo tempo in uno stato di immobilità, di fiacchezza passiva, come soggiogato dal potere del ricordo. Sarebbe per questo di estremo interesse procedere a un’indagine comparata con altre specie animali, capire come alcune specie possano estinguere, dissipare i loro vissuti traumatici, al fine di capire meglio cosa -in noi- va così storto: troverete in questo lavoro alcuni spunti sul tema.

Particolare attenzione è stata data in questi contributi su trauma e dissociazione al concetto di approccio integrato, nell’idea che affrontare il problema da molteplici punti di vista (psichico e fisico insieme, banalmente) possa produrre un migliore risultato in senso clinico, e più veloce. Troverete dunque diversi riferimenti ad approcci non solamente psicologici, per affrontare i vissuti disturbanti della post-traumatizzazione.

Infine, troverete alcune parole sottolineate, all’interno del testo e nelle note: sono link che rimandano a pagine internet con approfondimenti ulteriori, ovviamente fruibili solo nella versione e-book di questo lavoro.

QUI É POSSIBILE SCARICARE L’INDICE DEL VOLUME.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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20 February 2025

Il ripassone. “Costrutti e paradigmi della psicoanalisi contemporanea”, di Giorgio Nespoli

di Raffaele Avico

Il monumentale volume curato da Giorgio Nespoli dell’Università di Torino, giustamente pensato per un pubblico di studenti universitari, dato il suo tono chiaro e divulgativo, si rivela  al contempo massimamente preciso e puntuale nell’articolare le diverse formulazioni teoriche, prestandosi benissimo a rappresentare un “ripassone” per chiunque desideri tornare indietro e gli “inizi” dell’avventura psicoanalitica, ripercorrendo a grandi falcate gli avvicendamenti teorici e gli autori che ne hanno segnato i punti di svolta, e i maggiori apporti.

Il volume ha un impianto organizzato in senso cronologico, vuole ripercorrere la storia della psicoanalisi e lo fa estrapolando i paradigmi ad essa sottesi, promuovendo un’operazione mentale di sintesi che consente a chiunque abbia un po’ di dimestichezza con la materia di ripercorrere con la mente i punti principali della teoria psicoanalitica, e trovare al contempo ulteriori spunti, idee dimenticate e centrali degli autori -magari studiati negli anni dell’università- e punti di convergenza tra teorie diverse.

A fine lettura si ha la sensazione di aver più chiaro, dentro la mente, il percorso originato “formalmente” dagli studi di Freud -con cui il volume si apre- ed evidenti i diversi contributi che dopo di lui hanno ingrossato il “fiume” della teoria psicoanalitica, il tutto espresso con una chiarezza veramente arricchente e molto lavoro fatto dall’autore “per noi”, di pre-masticamento e metabolizzazione dei contenuti psicoanalitici, distillati nei paradigmi fondamentali, che di fatto rappresentano il tema centrale del volume stesso.

Prima di entrare nei contenuti, una nota sulla forma: al di là della comoda strutturazione cronologica del testo, ideale per studenti universitari, il testo si articola alternando contenuti scritti da Nespoli che riassume e sintetizza la teoria, ad apporti di altri autori tratti sia da libri che -e qui il punto originale- da siti a tema, di assoluta attualità. Il testo è costellato da riquadri che riportano estratti da articoli letti su Spiweb, su Psychomedia, su Psychiatry on line e su altri siti minori -ma sempre di qualità. Si ha l’impressione in questo modo di un testo vivo e attuale, ampiamente moderno in questa ibridazione tra “classico” e “nuovo”, analogico e digitale. La lettura può dunque fermarsi al testo principale, e approfondirsi poi sui riquadri a tema, verticali su aspetti puntuali di teoria o di metodo, che rimangono “facoltativi”, per chi voglia approfondire una questione specifica.

A riguardo dei contenuto, osserviamo come Nespoli parta dalla teorizzazione freudiana -riassunta nei punti salienti, con spunti importanti anche per chi lavori già con pazienti e in ambito clinico-, per poi dirigersi speditamente al “mondo teorico” costruito da Klein, quindi al contributo fondamentale e attualissimo di Bion, a Lacan e al paradigma relazionale, verso una concettualizzazione sempre più “bipersonale” del lavoro psicoanalitico, passando per Winnicott, Mitchell, chiudendo su Kohut e su alcune riflessioni inerenti il metodo e la clinica.

Osserviamo, come da titolo, i diversi paradigmi alternarsi all’interno del lavoro di formulazione storica psicoanalitica, partendo dal paradigma pulsionale -con la pulsione a fare da “elemento organizzativo della mente” per Freud-, alla teoria sugli oggetti promossa da Melanie Klein, alla teoria sulla nascita del pensiero di Bion, per arrivare al paradigma relazionale, che permea la psicoanalisi più contemporanea.
A fine lettura si ha chiaramente la “visione” sui diversi apporti e sui segni da questi lasciati nel contesto della dottrina psicoanalitica, e chi volesse tentare un’integrazione -dentro di sé- dei diversi paradigmi, alla ricerca del “suo” modo di pensare al modello di mente, potrebbe con questo volume provare a lavorarci – attraverso una sorta di “ripassone”.

Alcune osservazione estemporanee:

  1. Nespoli, nel riassumere i diversi paradigmi psicoanalitici, si pone delle domande fondamentali, funzionali a meglio divulgare le teorie stesse, come quando si chiede quale sia l’elemento “che organizza la psiche” nel paradigma freudiano (la pulsione) e nel paradigma kleiniano (la difesa dall’angoscia): domande di questo tipo sono spesso formulate nel testo, e ci raccontano di un lavoro di riflessione fatto dall’autore a proposito della teoria stessa, come un ripensamento critico (funzionale -forse- al lavoro clinico) che aiuta a meglio comprendere la teoria stessa
  2. la spiegazione del paradigma freudiano è magistrale, per chiarezza ed esaustività; si ha chiara l’evidenza di come la teoria del trauma in Freud contenesse in nuce alcuni dei concetti centrali della psicotraumatologia di oggi -120 anni dopo-, pur mancando un riferimento forte e una digressione, che forse sarebbe stata importante, su Pierre Janet e il suo lavoro sugli automatismi, sulle funzioni di sintesi mentale e sulla concezione gerarchica della mente. Janet viene definito da Nespoli autore “pre-psicoanalitico”, forse per una questione cronologica
  3. il capitolo su Lacan si rivela il più complesso: troppi i termini specifici, ai limiti del criptico, troppi i passaggi logici dati per scontati nel tentativo di divulgare la formulazione teorica promossa da Lacan; d’altronde la teoria lacaniana si rivela, a quanto sembra, non divulgabile -a tratti astrusa-, e complessa per chiunque vi si approcci dall’esterno. A fine capitolo si ha la sensazione di aver colto poco, e mi chiedo quanto possa aver tratto da una lattura del genere uno studente sui 20 anni; il problema della divulgazione della teoria di Lacan rimane tangibile, dato che le idee sviluppate dal filosofo francese sono geniali, ma sembra esserci carenza di capacità divulgativa anche da parte di chi quella teoria sostenga di padroneggiarla
  4. Fondamentale anche il capitolo su Bion: il suo lavoro sul campo bipersonale, e il rilancio alla teoria di Antonino Ferro (che cura l’introduzione), rappresentano l’aggancio al proseguo ideale del volume stesso, il lavoro (sempre di Nespoli) “Psicoanalisi contemporanea. La teoria del campo analitico post-bioniano”. Il costrutto di campo, l’interpretazione “insatura” (usando un termine di Antonino Ferro), l’idea di una co-costruzione dei significati (e dell’inconscio stesso) rappresentano concetti centrali -insieme alla visione relazionale- della psicoanalisi più attuale, come ben evidenziato dall’autore stesso
  5. Due capitoli interi vengono dedicati rispettivamente alla posizione schizo/paranoide di Klein e alla posizione depressiva, il che ci dice dell’importanza centrale del costrutto di Klein, fondamentale per chi lavori con pazienti (gravi o meno), utilissimo a leggere oscillazioni manifestate dal paziente (pensiamo per esempio al concetto di “trionfo sull’oggetto” nel paziente maniacale)
  6. Molteplici autori rappresentano, in questo “ripassone”, punti di aggancio ad altre scuole di pensiero inerenti la psicologia clinica, in particolare due: a) Ferenczi come padre della psicoanalisi bipersonale e, insieme a Pierre Janet, della teoria sul trauma, e b) Bowlby come promotore della teoria dell’attaccamento, citato per il suo contributo all’infant research, per i suoi studi sull’etologia e sulla psicologia evoluzionistica e per aver costruito un ponte tra la psicoanalisi più classica e l’attuale neuropsicoanalisi. Schore e Giovanni Liotti rappresentano autori che negli ultimi anni hanno incarnato questa possibile “integrazione”, a cavallo tra psicoanalisi classica, ricerca sull’infanzia, etologia e neuroscienza.
  7. Assenti nella trattazione: Jung, Bromberg e il già citato Janet. Janet e Bromberg sono fondamentali per chiunque, oggi, si occupi di trauma (vd. Aisted.it)

In conclusione, questo incredibile, meraviglioso libro si distingue per chiarezza cristallina e puntualità divulgativa, e invoglia alla lettura del successivo lavoro di Nespoli “Psicoanalisi contemporanea. La teoria del campo analitico post-bioniano”, incentrato sul concetto di campo bipersonale, introdotto anch’esso da Antonino Ferro.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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4 February 2025

Henri Ey: “Allucinazioni e delirio”, la pubblicazione in italiano per Alpes, a cura di Costanzo Frau

PREMESSA: pubblichiamo l’introduzione italiana al libro “Allucinazioni e delirio. Le forme allucinatorie dell’automatismo verbale” di Henri Ey, a cura di Costanzo Frau, che ha anche tradotto il libro. Importare in Italia il lavoro di Henri Ey ha la funzione di promuovere la concettualizzazione gerarchica del modello di mente, che coniuga in sè importanti contributi di “padri” dell’attuale psicotraumatologia, e che ci aiuta a comprendere forme di psicopatologia di difficile lettura, come le voci simil-allucinatorie in gravi disturbi post-traumatici. L’idea centrale è che la mente proceda per elaborazioni di informazioni entro una logica gerarchica, e che -come sostiene Pierre Janet- alcune forme di psicopatologia vadano pensate come “fallimenti” delle funzioni di sintesi di aree del complesso mente/cervello più evolute, che non riuscirebbero a contenere l’attivazione delle aree sottostanti o precedenti -sempre entro lo schema gerarchico. Qui per un’introduzione al modello organodinamico di Henri Ey. Aisted ha attivato un gruppo di lavoro sul neo jacksonismo, qui raggiungibile. (R. Avico)
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Introduzione all’edizione italiana (di Costanzo Frau)

Il DSM-5 definisce le allucinazioni come “esperienze simil-percettive che si verificano senza uno stimolo esterno. Sono vivide e chiare, con il pieno impatto e tutta la forza delle percezioni normali, e non sono sotto il controllo volontario. Esse possono presentarsi in qualsiasi modalità sensoriale, ma le allucinazioni uditive sono le più comuni nella schizofrenia e nei disturbi correlati […]” (APA, 2013; p. 102).

Esistono diverse definizioni generali di allucinazione, che variano in base alla prospettiva teorica e scientifica. La definizione proposta da Esquirol nel 1817, ancora in uso oggi, descrive l’allucinazione come “una convinzione immediata di una sensazione percepita, pur in assenza di un oggetto esterno che possa stimolare tale sensazione” (Ey, 1939).

Jaspers, nel 1913, la considera come una percezione falsa che non è dovuta a una distorsione delle percezioni reali, ma piuttosto a una produzione mentale autonoma che si manifesta simultaneamente con le percezioni autentiche (Jaspers, 1913).

Per Smythies (1956, citato in Oyebode, 2008), un’allucinazione è un fenomeno percettivo che coinvolge stimoli sia interni che esterni, ma che non corrisponde a un oggetto concreto nel mondo reale.

Infine, Slade (1976, citato in Oyebode, 2008) distingue tre caratteristiche fondamentali delle allucinazioni: la percezione simulata si verifica senza uno stimolo esterno, ha un’intensità e un impatto simili a quelli di una percezione reale, ed è caratterizzata da involontarietà, spontaneità e da una totale incapacità del soggetto di controllarla.

Per lungo tempo, il sentire le voci è stato considerato un sintomo di- stintivo della schizofrenia, come indicato nelle edizioni precedenti del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-III e DSM- IV). La diagnosi di schizofrenia nel DSM-IV richiedeva la presenza di almeno due dei seguenti cinque sintomi: deliri, allucinazioni, eloquio disorganizzato, comportamento gravemente disorganizzato o catatonico, e sintomi negativi, che includevano appiattimento affettivo, alogia, abulia. In alternativa, bastava la presenza di deliri bizzarri o di allucinazioni uditive, come la percezione di una voce che commenta continuamente i pensieri o il comportamento del soggetto, oppure il sentire due o più voci che conversano tra loro (APA, 2000).

Tuttavia, a partire dalla quinta edizione del manuale, le allucinazioni verbali uditive non sono più considerate un sintomo esclusivo della schizofrenia (APA, 2013).

È stato evidenziato che le allucinazioni uditive possono manifestarsi anche in individui senza una diagnosi psichiatrica, fenomeno spesso definito in letteratura come “pseudoallucinazioni”. Questo termine viene utilizzato per distinguere tali voci da quelle tipicamente associate a disturbi psicotici, come nei casi di psicosi (Longden et al., 2019).

Tuttavia, la ricerca scientifica non ha fornito prove conclusive a sostegno di questa distinzione. Al contrario, le evidenze suggeriscono che non vi sia una separazione netta tra le allucinazioni uditive sperimentate da persone con e senza diagnosi psichiatrica.

Numerose ricerche hanno mostrato che una parte significativa della popolazione sperimenta allucinazioni uditive senza ricorrere a trattamenti terapeutici per psicosi. Solo una percentuale relativamente bassa di questi individui (compresa tra 1/3 e 1/5) cerca una consulenza psichiatrica in relazione a queste esperienze (Longden et al., 2012; Moskowitz & Corstens, 2007).

Inoltre, non sono state riscontrate differenze significative in relazione alla localizzazione delle voci, in quanto la percezione della provenienza esterna della voce non risulta essere più strettamente associata alla schizofrenia rispetto ad altri disturbi dello spettro schizofrenico e psicotici. Variabili come la prevalenza delle allucinazioni uditive, la loro personificazione, la vividezza percettiva, la durata e il contenuto negativo non mostrano differenze significative tra i pazienti con diagnosi di schizofrenia e quelli con altre diagnosi psichiatriche (Longden et al., 2012; Moskowitz & Corstens, 2007; Waters & Fernyhough, 2017).

Sono state osservate sia somiglianze che differenze nelle allucinazioni uditive tra popolazioni cliniche e non cliniche, un argomento che viene trattato in modo approfondito nella revisione di Longden e collaboratori, la quale si raccomanda per ulteriori approfondimenti (Longden et al., 2019).

Nel 2007, Moskowitz e Corstens furono i primi a proporre l’idea che l’udire voci potesse essere il risultato di un processo dissociativo. Gli autori evidenziano la mancanza di evidenze che suggerissero una differenza significativa tra le voci percepite da individui con diagnosi di schizofrenia, disturbi dissociativi o da persone senza disturbi psichici. Nelle loro conclusioni, gli autori sottolinearono alcuni punti fondamentali: a) le allucinazioni uditive dovrebbero essere interpretate come esperienze dissociative, tipiche di individui predisposti a percepire voci, in particolare in situazioni di stress; b) queste esperienze necessitano di un’analisi approfondita per comprendere appieno il loro significato; c) le allucinazioni uditive potrebbero risolversi quando l’individuo riesce a spostare la sua valutazione da un livello esterno a uno interno riguardo al processo in atto (Moskowitz & Corstens, 2007).

La tendenza a interpretare i fenomeni mentali in termini di determinismo biologico ha radici molto antiche. Questo approccio può essere visto come il risultato dell’attività incessante delle strutture cerebrali superiori, che cercano di attribuire un senso ai vari aspetti dell’esperienza umana, spesso cadendo però nell’errore dell’ipersemplificazione. Un esempio di questa dinamica si può osservare anche nel concetto di allucinazione, che, a partire dalla definizione iniziale di “percezione senza oggetto” proposta da Esquirol, ha subito una lenta evoluzione.

In questo contesto, Séglas, clinico di grande esperienza e figura di riferimento della Salpêtrière, si esprime riguardo all’allucinazione uditiva nella sua introduzione a questo libro di Henri Ey.

“Questo atteggiamento quasi generale di indifferenza da parte dei medici nei confronti della psicologia dell’allucinazione uditiva, e in particolare delle allucinazioni psichiche, era semplicemente il risultato dell’idea, emersa dal lavoro di Esquirol e divenuta una sorta di aforisma intangibile, che l’allucinazione fosse semplicemente una modalità patologica della percezione “una percezione senza oggetto”. Non sorprende quindi che le allucinazioni vengano classificate in tante varietà quanti sono i sensi e che si distinguano, accanto alle allucinazioni della vista e dell’udito, quelle dell’olfatto, del gusto e del tatto” (p. XXII).

In un passo successivo ne sottolinea il meccanismo dissociativo:

“In sintesi, la caratteristica di questi fenomeni non è che si manifestano come più o meno simili a una percezione esterna, ma che sono fenomeni di automatismo verbale, un pensiero verbale staccato dall’Io, un fatto, si potrebbe dire, di alienazione del linguaggio” (p. XXIV).

Ciò che emerge con chiarezza lungo tutto il testo è l’idea che le allucinazioni non debbano essere considerate semplicemente come il risultato di un danno biologico, ma piuttosto come fenomeni che si inseriscono in un quadro complesso e dinamico del funzionamento globale dell’individuo, e in particolare della sua personalità. Secondo Henri Ey, le allucinazioni sarebbero espressione di un livello di integrazione psicologica ridotto.

Nelle sue conclusioni, l’autore sottolinea che:

“Così, di fronte alle teorie che pongono l’allucinazione come una sensazione più o meno degradata, anormale ma primitiva, che di conseguenza im- maginano i fenomeni allucinatori come sensazioni imposte (dall’interno… e si potrebbe quasi dire dall’esterno!) sulla personalità del soggetto, la nostra concezione (anch’essa tradizionale, come abbiamo spesso sottolineato, da Mo- reau de Tours a Séglas) è che si tratti di un errore condizionato da una caduta di livello psichico con un determinismo organico o affettivo che gli conferisce una sensorialità più o meno chiara. È sempre costituito dall’impasto della personalità del soggetto e della sua stessa attività” (p. 122).

E ancora in passaggio successivo:

“In conclusione, affermiamo ancora una volta che l’allucinazione non è un oggetto, che non è un prodotto primitivo del cervello malato. È legata da una rete fitta e sottile all’intera personalità dell’allucinato, così come la più piccola delle nostre idee, il più piccolo dei nostri atti – anche il più automatico – è legato all’insieme dei nostri atti passati, delle nostre idee, delle nostre credenze, dei nostri desideri. Ogni immagine è un pezzo vivente di noi stessi. Ogni idea ha le sue radici nella sostanza del sé. È altrettanto stravagante credere a idee, immagini e oggetti (le cosiddette allucinazioni) che si producono al di fuori del sé e a cui il sé aderisce, quanto credere alla trasmissione del pensiero” (p. 125).

Questo lavoro preliminare del 1934 rappresenta un momento cruciale nella definizione delle allucinazioni secondo Henri Ey, un concetto che viene poi ampiamente trattato nel suo successivo trattato sulle allucinazioni. In quest’opera, Ey distingue due tipi principali di allucinazioni: le allucinazioni semplici (come le allucinosi), che possono essere ricondotte a disturbi neurologici, e le allucinazioni complesse, che si basano sul linguaggio interiore e sono legate a disfunzioni nell’organizzazione della coscienza (Ey, 1973).

In effetti, Henri Ey, insieme ad altri studiosi come Scröder e Janet, ha tracciato una distinzione tra allucinosi – intesa come una disintegrazione isolata delle percezioni – e le allucinazioni osservate nelle psicosi, che sono considerate espressioni cliniche del disturbo della coscienza e della personalità (Ey et al., 1972).

Il DSM-5 definisce i deliri come “convinzioni fortemente sostenute che non sono passibili di modifica alla luce di evidenze contrastanti” (APA, 2013; p. 101).

La definizione standard di delirio si rifà a Jasper (1913), il quale gli attribuiva queste caratteristiche:

  1. il fatto di essere un giudizio erroneo;
  2. l’essere sostenuto con straordinaria convinzione e impareggiabile certezza soggettiva;
  3. l’essere refrattario all’esperienza e ogni tipo di confronto con argomentazioni alternative oltre al fatto di non essere influenzato dall’esperienza concreta o dalle confutazioni stringenti;
  4. l’impossibilità del contenuto;

Jasper (1913) differenzia i veri deliri o deliri propri dalle idee simil- deliranti, laddove i primi diventano sinonimi di deliri primari mentre i secondi di deliri secondari.

Le idee simil-deliranti possono essere comprese in riferimento all’ambiente interno ed esterno del paziente, in particolare dal suo stato dell’umore.

I veri deliri non possono essere spiegati, sono irriducibili e sono classificati in: intuizioni deliranti, percezioni deliranti, atmosfera delirante e ricordi deliranti (Jasper, 1913; Oyebode, 2008).

Le teorie più recenti in ambito psichiatrico si sono evolute nel tentativo di fornire una spiegazione delle varie manifestazioni del delirio. I deliri pri- mari, definiti come “irriducibili” e non comprensibili, potrebbero sembrare privi di una spiegazione logica, poiché il clinico o l’osservatore potrebbe non possedere informazioni sufficienti sul contesto esistenziale e biografico da cui questi deliri emergono. Questo può accadere anche quando si è esplorata in profondità la possibilità di una loro interpretazione come fenomeni secondari. Secondo alcuni autori, diversi tipi di delirio potrebbero derivare da ricordi traumatici decontestualizzati o da esperienze precoci di attaccamento emotivo, per le quali non è possibile formare una memoria autobiografica congruente (Moskowitz & Montirosso, 2019).

Come viene concettualizzato il delirio in questo lavoro di Henri Ey?

Per l’autore, i disturbi allucinatori del linguaggio interiore (automatismo verbale) assumono la loro forma patologica diventando fenomeni for- zati o estranei attraverso il significato che viene conferito loro dal delirio.

Utilizzando le parole dello psichiatra francese, il delirio è “nella sua accezione più generale, quell’insieme di disturbi della coscienza, sentimenti patologici, credenze morbose, che fanno sempre da contorno a fenomeni isolati solo dall’astrattezza come le allucinazioni o le pseudo-allucinazioni verbali”.

Il delirio risulta quindi strettamente connesso all’allucinazione, come emerge chiaramente nella seconda sezione del testo, dove Ey fa riferimento a numerosi autori che condividono questa visione (vedi per esempio Falret e Chaslin). Tuttavia, il principale riferimento è a Séglas, che viene citato più volte e la cui riflessione fondamentale viene proposta come epigrafe all’inizio di questo lavoro: “L’allucinazione non deve essere considerata solo come un delirio delle sensazioni. Essa possiede tutte le caratteristiche di un vero e proprio delirio, nel senso più ampio del termine”.

La concezione del delirio di Ey si inserisce nella teoria organo-dinamica e si fonda su due aspetti principali, strettamente interconnessi: a) la dimensione negativa dell’esperienza delirante, che è caratterizzata da uno stato primordiale del delirio, conseguente alla destrutturazione della coscienza; b) la costruzione delirante positiva, che consiste nella costruzione di una finzione immaginaria a partire dalle esperienze deliranti, dando forma a una narrativa delirante coesa (Ey et al., 1972)

Tutto il lavoro di Ey si fonda sulla teoria di Jackson, in base alla quale la mente funziona secondo un principio gerarchico. In questo modello, la mente è in grado di integrare progressivamente in modo più complesso le informazioni provenienti dalle aree cerebrali inferiori. Le funzioni delle strutture cerebrali più primitive vengono riorganizzate e rappresentate all’interno delle reti neurali più avanzate (le neostrutture), le quali permettono forme più sofisticate e adattabili di elaborazione dell’informazione.

Come l’autore afferma in un passaggio in cui discute il concetto di automatismo:

“A un livello inferiore, la mente fluttuante è capace solo di attività associativa e spontanea. A un livello superiore, ma ancora inferiore all’attività riflessiva e volontaria, si organizza secondo un tipo di pensiero affettivo, primo abbozzo della sua finalità. È l’ipotesi di tale gerarchia che ci guiderà in tutto questo lavoro” (p. XLVI).

E ancora più avanti nel testo quando mette in evidenza come il costituirsi delle idee deliranti vada ricondotto all’attività mentale dei livelli inferiori:

“[…] ma esiste proprio nel dispiegamento delle funzioni psichiche un dominio molto considerevole in cui il pensiero indebolito è costretto a rimanere a questi livelli inferiori ed è, crediamo, in questi stati crepuscolari ipnoidi che dob- biamo vedere l’elaborazione di un certo numero di idee deliranti.” (p. LVII).

Il libro in esame affronta il tema delle allucinazioni e dei deliri, esplorandone la connessione.

Nell’introduzione, l’autore si concentra sulla definizione di “automatismo” in psicopatologia, esaminando la complessità e le ambiguità del termine, e considerando le diverse interpretazioni presenti in ambito psichiatrico. Successivamente, il concetto viene rielaborato attraverso una prospettiva organo dinamica, in accordo con le teorie di Jackson, Janet e Bleuler.

L’ipotesi che orienta le argomentazioni dei capitoli successivi è che i fenomeni allucinatori non debbano essere considerati manifestazioni automatiche e prive di significato, ma piuttosto “dei fenomeni in sé stessi intatti e che assumono una forma patologica (credenze deliranti e allucinatorie) una volta che si verifica una dissoluzione delle funzioni superiori che le regolano” e che questa dissoluzione cerebrale possa “essere realizzata da incidenti cerebrali o in certi casi essere provocata da avvenimenti dell’”ambiente” recenti (traumi affettivi) o antichi (organizzazione della personalità psichica, non cosciente)”.

La prima sezione del libro è incentrata sull’analisi delle allucinazioni psicomotorie verbali.

In questa parte, Henri Ey propone un excursus storico, esaminando l’evoluzione delle teorie a partire dai primi lavori di Séglas del 1888, per poi sviluppare una discussione in cui illustra, attraverso numerosi esempi clinici, come il linguaggio debba essere concepito come una funzione motoria complessa, strettamente interconnessa con i processi cognitivi del pensiero.

Ey esplora il rapporto tra immagine, linguaggio e movimento, evidenziando come la percezione, insieme all’immagine e al pensiero che ne derivano, siano intimamente connessi agli atti motori. In questa visione, la percezione non è solo un processo passivo di registrazione sensoriale, ma un atto dinamico che implica l’integrazione e la rappresentazione di stimoli all’interno di un contesto motorio, dove il linguaggio, come funzione complessa, emerge e si sviluppa in stretta relazione con il movimento. I fenomeni psichici possono quindi essere spiegati tramite il movimento, considerato “il vero motore dell’atto percettivo, del pensiero e dell’immagine seguendo i loro diversi livelli” (p. 27).

L’autore esamina le allucinazioni psicomotorie, distinguendo tra feno- meni di costrizione (forzati) e fenomeni di estraneità, e successivamente discute come tali manifestazioni possano essere comprese solo in relazione a uno stato mentale più ampio che le ingloba. In particolare, il sentimento di “influenzamento” si associa ai fenomeni forzati, mentre il sentimento di “automatismo” si lega ai fenomeni di estraneità.

Negli ultimi capitoli di questa prima parte, l’autore propone una valutazione critica della teoria di Morgue, argomentando la corrispondenza tra il sentimento di automatismo e il sentimento di influenzamento. Ey sottolinea come entrambi i fenomeni “non dipendano da scoppi, irruzioni, atti isolati e meccanicamente innescati” (p. 48) ma piuttosto siano il frutto di processi psichici più complessi. Inoltre, illustra come la dissoluzione delle funzioni psichiche che sta alla base di questi fenomeni possa essere indotta tanto da fattori organici, come alterazioni neurologiche, quanto da fattori affettivi, suggerendo una visione più integrata e meno riduzionista dei disturbi psichici.

La seconda parte del lavoro si focalizza sull’analisi del rapporto tra allucinazione e delirio. In particolare, il primo capitolo esplora come i fenomeni forzati e quelli estranei siano strettamente legati al pensiero e alle credenze deliranti. Il secondo capitolo, invece, è dedicato all’esame dei fenomeni psicomotori e all’evoluzione dei deliri, mentre il terzo capitolo offre una descrizione delle diverse tipologie di delirio, evidenziando le varie manifestazioni cliniche e le loro caratteristiche distintive.

In ambito psichiatrico, il fenomeno delle allucinazioni uditive viene generalmente interpretato come il risultato di un “danno” biologico, un’alterazione nei meccanismi cerebrali, e per questo motivo viene considerato trattabile esclusivamente tramite interventi farmacologici. In questo paradigma, il trattamento con antipsicotici è visto come la modalità terapeutica principale, accompagnato da interventi psicoeducativi, che si concentrano sull’informare il paziente riguardo alla natura del disturbo cerebrale e alla necessità di seguire una terapia farmacologica.

Al contrario, una prospettiva alternativa, concepisce le voci come fenomeni dissociativi, ossia come manifestazioni di aspetti del sé che sono stati dissociati o separati. In questa visione, le allucinazioni uditive vengono interpretate come strategie di adattamento e di sopravvivenza messe in atto dal cervello di fronte a difficoltà psichiche. In questo approccio, l’intervento primario consiste in una psicoterapia, con il trattamento farmacologico che gioca un ruolo di supporto (Ross, 2020; Mosquera & Ross, 2016).

In linea con questo modo di concepire le voci, studi recenti hanno messo in evidenza l’efficacia dei trattamenti che considerano le voci come aspetti del sé dissociati da re-integrare all’interno di un processo terapeutico (Corstens et al., 2019; Longden et al., 2022).

Molte teorie, purtroppo, non hanno ricevuto il riconoscimento scientifico che avrebbero meritato, venendo inizialmente ignorate per poi essere rivalutate in seguito. Sebbene le teorie di Henri Ey abbiano avuto un certo impatto nel contesto psichiatrico, è probabile che nel corso dei decenni successivi non abbiano ricevuto l’attenzione adeguata che il loro valore teorico e clinico avrebbe suggerito.

Si spera che il presente volume, che rappresenta il primo contributo dell’autore sull’interrelazione tra fenomeni allucinatori e psicosi, ripreso successivamente in un’opera più ampiamente sviluppata (Ey, 1973), possa suscitare nel lettore una rinnovata curiosità e stimolare nuove riflessioni, indirizzando la ricerca verso una concezione gerarchica del funziona- mento mentale, in opposizione a una visione dominante nella psichiatria contemporanea che, se non definita “meccanicistica”, risulta comunque di natura riduzionista.

Qui per acquistare il volume.

Article by admin / Generale / ptsd

17 October 2024

TRAUMA E PSICOSI: ALCUNI VIDEO DALLE “GIORNATE PSICHIATRICHE CERIGNALESI 2024”

di Raffaele Avico

Da poco è stato pubblicato sul canale youtube di Psychiatry On Line una playlist di video che raccoglie alcuni interventi specialistici sul tema “trauma e psicosi”.

L’occasione è stata quella delle “giornate psichiatriche cerignalesi“, evento che ogni anno raccoglie specializzandi e psichiatri sulla sua montagna dell’appennino ligure-piacentino, organizzato dalla Società Italiana per la Psicopatologia Fenomenologica.

Figurano in questa playlist diversi nomi interessanti, che hanno ragionato sul rapporto tra eventi traumatici singoli o ripetuti, e lo sviluppo di successive forme di psicosi. Carlo Ignazio Cattaneo, per esempio, porta il tema del “vuoto nosografico” relativo alle forme di psicosi post-traumatiche. Paolo Calini (membro AISTED) approfondisce gli incastri tra dissociazione e psicosi, ragionando sull’importanza di integrare la teoria di Janet (padre -ricordiamolo- dell’attuale psicotraumatologia) all’attuale concettualizzazione della psicosi.

Sulle implicazioni delle conseguenze del trauma sullo sviluppo di disturbi psicotici, si vedano anche questo lavoro e questo approfondimento, sempre a proposito del sintomo “voci”.

Un’apertura così forte al tema “psicosi post-traumatica” da parte di personaggi di spicco (e giovani) in seno alla “nuova” psichiatria, porta a riflettere su quanto erroneo possa essere declassare la teoria del trauma a semplice moda passeggera.

La playlist è qui raggiungibile.

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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
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  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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