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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

29 June 2026

Il PTSD di Frodo Baggins

di Raffaele Avico

Gli eventi traumatici -nelle diverse forme in cui questi si presentano alla nostra vita- lasciano un’eredità nella mente e nel corpo di chi li vive.

Ne Il Signore degli anelli Tolkien scrive, a proposito del trauma vissuto da Frodo durante il suo viaggio:

“Finalmente il viso degli hobbit era rivolto verso casa. Erano impazienti di riveder la Contea; ma sulle prime cavalcarono solo lentamente, perché Frodo aveva dato segni di disagio. Giunti al Guado del Bruinen si era fermato, e sembrava restio ad avventurarsi in mezzo al fiume; e si accorsero che per un po’ i suoi occhi non vedevano né loro né le cose che lo circondavano. Era rimasto in silenzio tutta la giornata. Era il sei di ottobre.

“Soffri, Frodo?” disse Gandalf dolcemente mentre gli cavalcava a fianco.

“Be’, sì,” disse Frodo. “È la spalla. La ferita mi fa male, e il ricordo della tenebra pesa su di me. Oggi fa un anno.”

“Ahimè! ci sono ferite che non guariscono mai del tutto,” disse Gandalf.

“Temo che sia il mio caso,” disse Frodo. “Non c’è vero ritorno. Anche se rientro nella Contea, non mi sembrerà la stessa; perché io non sono più lo stesso. Sono ferito da pugnale, da aculeo e da dente, e da un lungo fardello. Dove troverò riposo?”

Gandalf non rispose.”

Non c’è un vero ritorno alla forma originaria, quella pre-traumatica: questo vuole farci intendere Tolkien -che scrive di sè stesso pensando alla prima guerra mondiale, a cui era sopravvissuto.
Il trauma ricade sul corpo e altera la forma del nostro tempo, creando un prima e un dopo, deforma inoltre la nostra coscienza increspandola, altre volte bucandola, altre volte ancora frammentandola.

Nel corso del suo viaggio, Frodo viene ferito in diverse occasioni: lungo il percorso che lo conduce a Mordor, viene prima pugnalato dal Re Stregone, poi dal signore dei Nazgul, tradito da Gollum, “seviziato” e punto dal ragno Aragne: sperimenta un livello di abuso fisico talmente estremo che al ritorno, dopo aver liberato la Contea e riportato l’”antico ordine”, è  costretto a lasciare la contea stessa e a imbarcarsi ai Grigi Approdi per “curarsi”.

Diversi lavori hanno esplorato il tema PTSD in relazione al viaggio di Frodo.

In Italia uno dei più esperti in tema Tolkien, è Paolo Nardi, che nutre un seguito canale youtube a tema Signore degli anelli e universo Tolkien.

In questo video, parla di Frodo e del suo PTSD, spiegandoci come lo stesso Tolkien, come prima accennato, avesse partecipato alla battaglia della Somme, una carneficina che con tutta probabilità sembrò traumatizzare l‘autore, spigendolo a costruire, da lì, un “universo simbolico” in grado -se vogliamo seguire questa lettura- di aiutarlo a digerire psichicamente i ricordi della prima guerra mondiale.

Non è d’altronde anomalo pensare che subìre uno o più traumi possa portare l’individuo sopravvissuto alla creazione di una sorta di “mondo”, di narrazione riparativa.

Chi lavora con traumatizzati gravi, sa che spesso i pazienti “rivestono” la loro frammentazione di una narrazione articolata, una sorta di pseudo-delirio in grado di giustificare “narrativamente” la frammentazione stessa. I pazienti con DID vero (non simulato) quindi con amnesie e slittamenti di personalità, producono narrazioni convincenti a riguardo di “parti” di sé, che chiamano “alter”, ognuno con una funzione diversa, entro una sorta di sistema/condominio.
Esiste dunque una parte protettiva, una o più parti identificate come “persecutori”, delle parti bambine, a volte una parte “terapeutica”, etc., con infinite variazioni sul tema a seconda della storia individuale, il che però ci fa pensare -di nuovo- a un tentativo della mente di produrre una narrazione coerente che risolva o aiuti a contenere gli effetti post-traumatici, costruendo “storie”.
Il delirio psicotico è spesso definito come una costruzione fantastica in grado di spiegare al soggetto la turbolenza del suo mondo emotivo in frantumi, o in grado di giustificare o spiegare l’irruzione di elementi “non simbolizzabili”.

Se vogliamo procedere con questa chiave di lettura del vissuto post-traumatico, possiamo giudicare l’opera di Tolkien come una costruzione iper-articolata in grado di aiutare l’autore nella rielaborazione del suo trauma: come leggiamo qui, è possibile che Tolkien abbia inserito nel racconto dei riferimenti espliciti a ricordi di guerra (per esempio le morte paludi, con i fantasmi/cadaveri visibili sotto il livello dell’acqua). Troviamo su questo aspetto un approfondimento dell’Associazione italiana di studi tolkeniani, qui.

Il Libro Rosso di Jung può essere riletto come un tentativo di articolare narrativamente una frammentazione post-traumatica, l’emergere di elementi emotivi “grezzi” e non simbolizzabili che -come sappiamo- colpì Jung in prossimità della guerra mondiale.

Se andiamo alla letteratura scientifica:

  1. uno dei riferimenti più espliciti al PTSD di Frodo, lo troviamo in questo articolo: The Posttraumatic Stress Disorder of Frodo Baggins, pubblicato su una rivista per tolkieniani

L’articolo scritto da Bruce Leonard e pubblicato su una rivista per nerd della saga di Tolkien, ci permette di rileggere molti degli avvenimenti vissuti da Frodo durante il suo viaggio, alla luce delle categorie diagnostiche del PTSD, dall’iperattivazione nel ptsd non dissociativo, ai momenti di numbing e “scollamento” dissociativo del ptsd dissociativo (si veda questo un approfondimento sui due sottotipi del PTSD, con e senza sintomi dissociativi).

L’autore si spinge a paragonare il peregrinare di Frodo, il suo viaggio, all’iter di un sopravvisuto all’olocausto, tracciando molti degli avvenimenti accaduti allo hobbit, progressivamente formulando una sorta di “diagnosi”. Come ci ricorda Paolo Nardi nel video prima citato, il Signore degli Anelli resta un romanzo di guerra, incentrato sulle vicende relative a una guerra “totale”, cosa che -Nardi sottolinea- non può non interrogarci su quanto lo stesso Tolkien si riferisse alla sua esperienza persona, come prima accennato.

Indicativo anche il riferimento puntuale di Frodo alla dimensione temporale, alla data precisa relativa all’evento traumatico (“oggi fa un anno”), elemento tipico -il ricordo traumatico si inscrive nel flusso del ricordo in modo puntuale, non diffuso: se ne ricorda la data precisa e la ricorrenza anno dopo anno, come se da quel punto nel tempo fosse nato un filone narrativo, una “storia”- la storia del post-trauma, appunto.

Sono frequenti i momenti di scollamento di Frodo dal momento presente, come assorbito dai flashback post-traumatici, così come gli “evitamenti”, le amnesie e in fase di chiusura del libro, i riferimenti a una sorta di “frattura della personalità” di Frodo (Frodo dichiara il suo dolore, e augura a Sam una lunga vita, di pace nella Contea, dove quest’ultimo si ristabilirà; il passaggio è questo: “You cannot be always torn in two. You will have to be one and whole, for many years. You have so much to enjoy and to be, and to do”). Il riferimento a una spaccatura interna non può non farci pensare alla dissociazione strutturale della personalità descritta da Onno Van Der Hart, alla parti che “continuano” e alle parti che si “congelano “ al momento del trauma.

Per approfondire ulteriormente, si veda questo già citato approfondimento dell’Associazione italiana di studi tolkeniani.

PS per chi volesse, qui scaricabile un riassunto fatto da AI sull’articolo di Bruce Leonard

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NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Generale / ptsd

15 June 2026

SANDOR FERENCZI A BUDAPEST: INTERVISTA SCRITTA A Judit Mészáros

di Raffaele Avico


Judit Mészáros è presidente della Sándor Ferenczi Society, vive e lavora a Budapest, e insieme ad alcuni psicoanalisti italiani interessati al lavoro di Sandor Ferenczi come Carlo Bonomi (che qui avevamo intervistato) e Franco Borgogno, ha nel 2011 curato l’acquisto e la trasformazione in casa/museo della storica dimora di Ferenczi (la casa a Budapest dove Ferenczi visse e scrisse il suo articolo Confusione delle lingue tra adulti e bambini).
La casa/museo di Sandor Ferenczi è visitabile su appuntamento: come scrive Judit, vuole rappresentare un corrispettivo ungherese di quelle che sono le dimore storicamente abitate da Freud a Vienna e Londra.
L’intervista che segue è una riflessione che va oltre il lavoro di Ferenczi, aprendoci anche a uno sguardo sul panorama psicoanalitico ungherese, che come leggeremo è stato ed è molto fecondo e fruttuoso.

Qui quattro articoli scritti da Judit (scaricabili cliccando sul titolo):

  1. Mészáros, J. (2010). Building blocks toward contemporary trauma theory: Ferenczi’s paradigm shift. The American Journal of Psychoanalysis, 70, 328–340.
  2. Mészáros, J. (2014). Ferenczi in Our Contemporary World. Psychoanalytic Inquiry, 34, 112–121.
  3. Mészáros, J. (2010). Progress and persecution in the psychoanalytic heartland: Antisemitism, communism and the fate of Hungarian psychoanalysis. Psychoanalytic Dialogues, 20, 600–622.
  4. Mészáros, J. (2004). Psychoanalysis is a two-way street. International Forum of Psychoanalysis, 13, 105–113.

Ecco la traduzione a partire dal file originale (scaricabile qui, in ungherese):
——–

Judit, ci racconteresti brevemente la tua formazione professionale e di cosa ti occupi oggi?

Mi sono laureata in Psicologia in un periodo in cui l’Ungheria apparteneva ancora al blocco sovietico, sebbene fossimo già nella fase della cosiddetta “dittatura morbida”. La psicoanalisi, precedentemente proibita, stava lentamente riemergendo dopo gli anni dell’underground. 

Lo spirito della Beat Generation, l’atteggiamento critico nei confronti del conformismo e il bisogno di conoscenza di sé cominciavano a penetrare nel Paese.

Provai e studiai tutti i metodi allora disponibili, tra cui l’ipnosi, lo psicodramma e la gruppoanalisi. Il mio primo impiego fu presso l’Istituto di Psicologia dell’Accademia Ungherese delle Scienze, dove svolsi ricerche in neuropsicologia e sulla specializzazione emisferica. Da questo lavoro nacque la mia prima tesi di dottorato. Conseguii il titolo di Doctor Universitatis (Dr. univ.), il precedente grado universitario di dottorato ungherese.

Mi resi presto conto che il mio interesse maggiore era rivolto al pensiero psicoanalitico, per cui continuai la mia formazione in questa direzione e iniziai a lavorare in un reparto di psicoterapia. 

Tuttavia non abbandonai mai il desiderio di fare ricerca, che successivamente sviluppai nell’ambito della storia della psicoanalisi.

Le mie ricerche mi portarono negli Stati Uniti, dove fui fellow presso il Woodrow Wilson International Center for Scholars di Washington D.C. (1995-1996). Da quel lavoro nacquero la mia tesi di PhD e il volume dedicato alle vicende dell’emigrazione psicoanalitica europea con particolare attenzione alla tradizione ungherese, pubblicato da Karnac nel 2014 con il titolo: Ferenczi and Beyond. Exile of the Budapest School and Solidarity in the Psychoanalytic Movement during the Nazi Years.

Parallelamente al lavoro psicoterapeutico ho insegnato all’università, ho ottenuto l’abilitazione accademica (habilitation) e successivamente il titolo onorifico di Professore Universitario. Ancora oggi insegno nei corsi post-laurea di psicoterapia; sono psicoanalista didatta e supervisore, oltre che analista didatta e supervisore in Psicoterapia Dinamica Breve (STDP).

Sono convinta che il pensiero psicoanalitico sia strettamente connesso agli effetti che i processi sociali esercitano sugli individui. Questo emerge nello sviluppo della personalità, nei disturbi psichici, nei comportamenti quotidiani, nei meccanismi difensivi e, in generale, in tutto ciò che riguarda il nostro modo di essere.

Considero la psicoanalisi un processo di liberazione: permette, attraverso l’elaborazione delle esperienze rimosse, represse o traumatiche e mantenendo la capacità di autoriflessione, di vivere con il massimo grado possibile di libertà interiore.

Ancora oggi ricerca, insegnamento e cura psicoterapeutica costituiscono un’unità nella mia vita: il lavoro clinico e quello accademico procedono parallelamente.

Poiché la cultura visiva mi è molto vicina, ho cercato di utilizzare anche questo linguaggio — come curatrice di mostre e consulente scientifica per documentari — per raccontare l’influenza di Ferenczi e della Scuola di Budapest sulla psicoanalisi moderna, all’interno del contesto sociale e politico in cui essa si sviluppò e attraverso il quale, grazie alle migrazioni forzate, contribuì alla diffusione del sapere psicoanalitico in altri Paesi e continenti.

Judit, insieme ad altri hai fondato la Sándor Ferenczi Society. Quali erano gli obiettivi originari e perché avete deciso di crearla?

La Sándor Ferenczi Society fu fondata nel 1988, alla vigilia della transizione democratica ungherese.

Oltre a studiare, valorizzare e diffondere l’eredità e lo spirito di Ferenczi, il nostro obiettivo principale era presentare la psicoanalisi come un sapere in dialogo con le scienze e con la cultura. Volevamo creare uno spazio per il confronto interdisciplinare.

Si tratta infatti di un processo a doppio senso: da una parte la psicoanalisi, oltre a contribuire alla cura dell’individuo, offre strumenti preziosi alla letteratura, al cinema e alle scienze sociali; dall’altra, essa stessa si arricchisce grazie a tali scambi interdisciplinari.

La Società inaugurò questo lavoro organizzando conferenze nazionali e internazionali e fondando la propria rivista, Thalassa (1990). Il primo numero della rivista fu dedicato al tema della prima conferenza dell’associazione (1989): Psicoanalisi e società.

Possono aderire alla Società persone ungheresi o straniere provenienti dai più diversi percorsi formativi — discipline umanistiche, medicina, economia e altri campi — purché interessate alla psicoanalisi.

La Società Ferenczi è quindi un’associazione interdisciplinare, non una scuola di formazione per analisti.

Di cosa si occupa oggi la Sándor Ferenczi Society? In quali ambiti è attualmente attiva?

Uno dei nostri principali obiettivi è stato acquistare la parte della villa di Ferenczi che comprendeva il suo studio professionale, affinché lo spirito di Ferenczi avesse un luogo fisico riconoscibile a Budapest, così come Freud lo ha a Vienna o a Londra.

Grazie a una raccolta fondi internazionale siamo riusciti a realizzare questo progetto. I colleghi italiani hanno avuto un ruolo molto importante e, insieme a Carlo Bonomi, ho coordinato l’iniziativa per diversi anni.

Le donazioni di quasi 300 persone e istituzioni permisero nel 2011 l’acquisto dello storico studio. Un contributo particolarmente significativo venne da Franco Borgogno, che destinò generosamente il premio Mary Sigourney Award ricevuto nel 2010. Anche il Mary Sigourney Award assegnato alla Società Ferenczi nel 2008 contribuì al progetto.

Presso l’International Ferenczi Center abbiamo creato un centro visitatori che, pur con risorse economiche limitate, accoglie studiosi provenienti da molti Paesi e continenti. Offriamo visite guidate personalizzate, abbiamo costituito un archivio psicoanalitico e ospitiamo piccoli seminari internazionali presso la Casa Ferenczi.

La Società organizza regolarmente conferenze. Dalla sua fondazione ha promosso quindici grandi incontri scientifici con centinaia di partecipanti, sette dei quali di carattere internazionale.

La prima grande conferenza internazionale di Budapest, The Talking Therapy: Ferenczi and the Psychoanalytic Vocation (1993), diede avvio a quella che oggi viene definita la “rinascita ferencziana”. Da allora conferenze dedicate a Ferenczi si sono diffuse in tutto il mondo, contribuendo alla valorizzazione della sua opera e alla costruzione di una rete internazionale di studiosi.

L’ultima conferenza internazionale organizzata dalla Società si è svolta nel 2023 per celebrare il 150° anniversario della nascita di Ferenczi: Ferenczi 150 Budapest: Dialogue. Una selezione degli interventi sarà presto pubblicata da Routledge.

Negli ultimi anni il progetto più importante è stato la pubblicazione critica delle opere complete di Ferenczi in lingua ungherese. I curatori principali sono Judit Mészáros, János Harmatta e Antal Bókay, tutti membri fondatori della Società.

Si tratta dell’edizione più completa mai realizzata, basata su quarant’anni di ricerche. Dei sette volumi previsti, sei sono già stati pubblicati tra il 2022 e il 2025, per oltre 2600 pagine complessive.

L’opera include anche gli scritti preanalitici di Ferenczi, precedenti al suo incontro con Freud nel 1908. Queste oltre cento pubblicazioni mostrano come temi quali il rispetto per il paziente, la comunicazione autentica e la sperimentazione terapeutica fossero già presenti nel suo pensiero.

Accanto a tutto ciò, da venticinque anni la Società organizza il ciclo gratuito Psicoanalisi e Arte, con dieci incontri annuali che arricchiscono la vita culturale di Budapest.

Quale posto occupa oggi Sándor Ferenczi a Budapest e nella psicoanalisi ungherese contemporanea?

Lo spirito di Ferenczi è rappresentato soprattutto dalla Sándor Ferenczi Society.

Nell’insegnamento universitario, Ferenczi e la Scuola di Budapest fanno parte del curriculum del Master in Psicologia dell’Università Eötvös Loránd (ELTE) di Budapest.

Allo stesso modo, Ferenczi occupa una posizione centrale nel Programma di Psicoanalisi Teorica della Scuola di Dottorato in Psicologia dell’Università di Pécs.

Questo è dovuto in larga misura al lavoro di due importanti studiosi di Ferenczi, Ferenc Erős e Antal Bókay, entrambi membri fondatori della Società Ferenczi nel 1989 e tra i fondatori del programma di dottorato di Pécs nel 1997.

Nella Società Psicoanalitica Ungherese Ferenczi viene certamente menzionato nei seminari di base, ma purtroppo la sua opera teorica e clinica non occupa ancora un posto sistematico nella formazione psicoanalitica.

Per concludere: qual è, secondo te, l’eredità di Sándor Ferenczi nella comprensione del trauma? Potresti consigliarci un libro o un articolo per approfondire?

L’approccio di Ferenczi al trauma rappresentò un vero cambiamento di paradigma.

Uno dei suoi punti fondamentali è che il trauma è sempre radicato nella realtà. Questa posizione si contrappone alla seconda teoria freudiana del trauma, nella quale la fantasia sostituisce progressivamente la realtà traumatica.

Per me questo è un aspetto essenziale: la realtà dell’esperienza vissuta da una persona non può essere messa in discussione. Potrei dire che la validità della verità soggettiva non è negoziabile.

Sebbene Ferenczi abbia elaborato la sua teoria a partire dall’osservazione degli abusi sessuali infantili, molte delle sue intuizioni hanno una portata generale.

Tra queste vi è il meccanismo di difesa dell’identificazione con l’aggressore, descritto per la prima volta nel 1932 e pubblicato nel 1933. Negli anni Settanta questa intuizione riemerse nella descrizione della cosiddetta Sindrome di Stoccolma.

Il nucleo del processo è che, in situazioni di abuso ripetuto da parte di una figura autorevole — che può persino possedere qualità positive — la vittima si sottomette inconsciamente alle intenzioni dell’aggressore per attenuare il dolore fisico, verbale o sessuale dell’abuso.

Questo fenomeno è molto diverso dal meccanismo che Anna Freud descrisse con lo stesso nome nel suo libro sui meccanismi di difesa dell’Io (1936).

Anche il concetto di resilienza psichica compare nelle intuizioni di Ferenczi: in alcuni casi il trauma non produce soltanto effetti distruttivi, ma può favorire uno sviluppo progressivo della personalità (progressione traumatica N.d.T)

Tutti questi temi sono presenti nel celebre saggio:

  • Confusion of Tongues Between Adults and the Child (Ferenczi, 1933/1980)

e nel mio articolo di sintesi:

  • Building Blocks Toward Contemporary Trauma Theory: Ferenczi’s Paradigm Shift (Mészáros, 2010).

Esistono inoltre diversi volumi disponibili anche in italiano. Tra questi segnalo:

  • La Catastrofe e i suoi Simboli di Carlo Bonomi e Franco Borgogno, un’opera fondamentale sul contributo di Ferenczi alla storia del trauma.

Infine qui alcune immagini dalla Ferenczi House:


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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23 May 2026

TAKEAWAYS DA: “Evolution and Posttraumatic Stress: Disorders of Vigilance and Defence” di Chris Cantor, 2005

di Raffaele Avico

Di seguito pubblichiamo una recensione di un libro di qualche anno fa (2005) di Chris Cantor, “Evolution and Posttraumatic Stress: Disorders of Vigilance and Defence“, fatta fare alla macchina a partire dal pdf originale (da Anna’s Archive, scaricabile qui).
La visione del PTSD che ne emerge, è in linea con il lavoro di approfondimento sul trauma che negli ultimi anni ho fatto a riguardo delle conseguenze del trauma, e che ho riassunto in un primo breve libro nel 2020 (PTSD: che fare?), e poi riproposto raccogliendo diversi articoli in “Le conseguenze del trauma psicologico” (2025). Niente di realmente nuovo, ma interessante se pensato calato nel contesto dell’epoca: il PTSD è un cronicizzarsi di uno stato di allarme mosso da risposte paleospicologiche, rispondenti a imperativi biologici, un disturbo che riguarda l’estinzione della paura e il “non poter dimenticare” il trauma. In ultima analisi una forma di apprendimento che imprigiona il corpo in stereotipie e reazioni automatiche, pensieri circolari riguardanti lo stimolo minacciante, difficili da “dissipare”. Il pensiero di un paziente post-traumatico viene deformato dallo stato di allarme protratto che il suo corpo vive a seguito del trauma. Questo ha spinto negli ultimi anni gli psicotraumatologi a occuparsi del corpo dei pazienti traumatizzati, come se limitarsi al pensiero sembrasse non sufficiente, una visione psicoterapica -quella “top-down”-da integrare ad approcci maggiormente bottom-up.
Chris Cantor ne parlava nel 2005, circa 10 anni prima del fondamentale “Il corpo accusa il colpo”.
Questo libro viene citato da Giovanni Liotti parlando di trauma nella lezione che abbiamo da poco pubblicato, per ora è reperibile solo in inglese.

Cantor è uno psichiatra formatosi in Inghilterra e poi in Australia: si definisce autore del “primo libro sul PTSD in chiave evoluzionistica” cosa che “rende il disturbo più comprensibile”. Il che è perfettamente vero: tra i vari disturbi, il concetto di PTSD raccoglie meglio l’eredità teorica di Darwin.
Sempre nell’intervista prima citata, Liotti osseva come Bowlby, ricordato per aver dato vita alla teoria dell’attaccamento, sul finire della sua carriera scrisse una biografia di Darwin, che qualcuno si è pure preso la briga di tradurre in italiano – cosa che chiude il cerchio, e ci ricorda ancora una volta di come Liotti tentasse di “tenere in sè” tutto questo, cercandone un’integrazione coerente. (R.A)


Sintesi estesa di Evolution and Posttraumatic Stress: Disorders of Vigilance and Defence — Chris Cantor

Il libro di Chris Cantor propone una rilettura evoluzionistica del PTSD: non soltanto come “disturbo” in senso clinico, ma come iperattivazione di sistemi difensivi antichi, selezionati nel corso dell’evoluzione perché utili alla sopravvivenza in contesti di predazione, aggressione, cattività, dominanza sociale e minaccia estrema. L’idea centrale è che molti sintomi apparentemente “irrazionali” del PTSD — ipervigilanza, evitamento, fuga, irritabilità, freezing, numbing, sottomissione, dissociazione — possano essere compresi come strategie difensive fuori tempo, fuori contesto o eccessivamente persistenti. Il volume è del 2005, quindi lavora soprattutto con DSM-IV e va letto tenendo conto del suo contesto storico-diagnostico.

1. Tesi centrale del libro

Cantor parte da una domanda molto semplice: se il PTSD è così invalidante, perché i meccanismi che lo producono esistono? La risposta non è che il PTSD “serve” in modo diretto, ma che i suoi sintomi derivano da sistemi difensivi originariamente adattivi.

In termini evolutivi, un organismo che dopo una minaccia estrema:

  • ricorda intensamente il pericolo;
  • evita luoghi o situazioni simili;
  • resta ipervigile;
  • reagisce rapidamente a segnali ambigui;
  • si rifugia;
  • si prepara alla fuga o all’attacco;
  • può congelarsi quando non esiste via di uscita;
  • può sottomettersi a un aggressore dominante se la fuga è impossibile,

ha maggiori probabilità di sopravvivere in ambienti ancestrali. Il problema nasce quando questi sistemi restano attivi in modo cronico, in ambienti moderni dove il pericolo non è più presente o non ha la stessa forma. Cantor definisce quindi il PTSD come un disturbo della vigilanza, della valutazione del rischio e della difesa.

La sua formulazione finale può essere riassunta così: il PTSD è una condizione in cui il soggetto rimane bloccato in una modalità difensiva persistente, dominata da vigilanza, risk assessment e attivazione di sei grandi difese mammaliane: evitamento, fuga/ritiro, difesa aggressiva, appeasement/sottomissione, immobilità attenta e immobilità tonica.

2. Parte I — Introduzione clinica e storica al PTSD

Capitolo 1 — Breve storia del PTSD

Cantor mostra che il PTSD non è un’invenzione recente, anche se come diagnosi ufficiale compare solo nel 1980 con il DSM-III. Prima di allora, fenomeni molto simili erano descritti con molti nomi diversi: railway spine, shell shock, war neurosis, battle fatigue, traumatic neurosis, soldier’s heart. L’autore insiste su tre aspetti: la storia del PTSD è lunga, perché esperienze traumatiche simili sono descritte da secoli; è breve, perché il riconoscimento diagnostico è recente; ed è confusa, perché trauma, isteria, depressione, dolore, perdita, codardia morale e vulnerabilità individuale sono stati spesso mescolati.

Un punto importante è il ruolo delle guerre. La Prima guerra mondiale produce un’enorme massa di soldati con sintomi da trauma psichico. Tuttavia, la risposta istituzionale è spesso ambivalente: da un lato compassione e curiosità clinica, dall’altro sospetto, stigma, accuse di debolezza. La Seconda guerra mondiale e poi il Vietnam consolidano il problema: la psichiatria non può più ignorare che l’esposizione estrema alla minaccia può trasformare profondamente la mente e il corpo.

Cantor critica anche la storia politica della diagnosi. Il PTSD non nasce solo da un avanzamento “puro” della scienza, ma anche da pressioni sociali, militari, politiche e culturali. In particolare, il riconoscimento dei veterani del Vietnam ha contribuito in modo decisivo all’ingresso del PTSD nel DSM-III.

Il capitolo distingue poi due grandi famiglie di reazione: le risposte alla minaccia e le risposte alla perdita. Per Cantor, questa distinzione è fondamentale. Il PTSD appartiene primariamente all’area del pericolo, della paura, della difesa. La depressione, invece, è più legata alla perdita, alla sconfitta, alla deprivazione, alla rottura di legami o status. Naturalmente nella clinica i due piani si sovrappongono, ma confonderli impedisce di capire il nucleo difensivo del PTSD.

Capitolo 2 — Prospettiva clinica sul PTSD

Il secondo capitolo presenta il PTSD come sindrome clinica. Cantor usa il DSM-IV, che organizza i sintomi in tre gruppi principali:

Cluster Significato clinico
Riesperienza ricordi intrusivi, incubi, flashback, distress davanti a stimoli associati al trauma
Evitamento/numbing evitamento di pensieri, luoghi, persone, riduzione dell’interesse, distacco, restrizione affettiva
Iperattivazione insonnia, irritabilità, difficoltà di concentrazione, ipervigilanza, startle esagerato

Cantor però ritiene che questa classificazione sia utile ma insufficiente. Secondo lui, il DSM-IV mescola fenomeni diversi: ad esempio inserisce il numbing dentro l’evitamento, quando invece il numbing può essere una difesa distinta, legata all’analgesia, alla dissociazione o alla sopravvivenza durante fuga e combattimento.

Un trauma, per Cantor, non è semplicemente “stress”. È una situazione in cui il soggetto sperimenta minaccia alla vita, impotenza, perdita di controllo, imprevedibilità, violenza o esposizione a morte, mutilazione, aggressione, tortura, stupro, guerra, disastro o crudeltà intenzionale. L’autore sottolinea inoltre il ruolo della percezione: due persone possono vivere lo stesso evento esterno, ma non attribuirgli lo stesso significato soggettivo. Preparazione, prevedibilità, controllo, esperienza precedente e supporto sociale modificano il rischio di PTSD.

Il capitolo discute poi tre forme importanti:

PTSD complesso

È associato a traumi ripetuti, prolungati, interpersonali, spesso in condizioni di cattività o dipendenza: abuso infantile, violenza domestica, prigionia, tortura, stalking, ostaggi. Cantor lo collega più avanti alla difesa di appeasement, cioè alla pacificazione/sottomissione verso un aggressore dominante da cui non si può fuggire.

PTSD ritardato

L’autore è cauto: molte presentazioni tardive non sono veri esordi ritardati, ma casi in cui i sintomi erano già presenti e vengono riconosciuti solo dopo anni. Nei veterani, ad esempio, può accadere che strategie di controllo emotivo funzionino per decenni e poi cedano.

PTSD sottosoglia

È un punto cruciale del libro. Cantor sostiene che il PTSD non vada pensato solo come categoria “tutto o nulla”. Molte persone sviluppano sintomi post-traumatici senza raggiungere i criteri diagnostici pieni. Questo è importante perché, in chiave evolutiva, i livelli lievi o moderati di ipervigilanza, evitamento e cautela potrebbero essere stati adattivi, mentre le forme estreme diventano patologiche.

Capitolo 3 — Le teorie convenzionali del PTSD

Cantor passa poi in rassegna le teorie dominanti: condizionamento, impotenza appresa, prevedibilità/controllabilità, preparedness, neuroscienze, memoria e information processing.

Condizionamento e apprendimento

Le teorie dell’apprendimento spiegano bene molti aspetti del PTSD: uno stimolo neutro associato al trauma può diventare minaccioso; l’evitamento riduce l’ansia a breve termine e quindi si rinforza; gli stimoli simili al trauma generalizzano la risposta di paura.

Ma Cantor ritiene insufficienti le versioni troppo semplici del condizionamento. Il PTSD non è una fobia semplice. Include irritabilità, aggressività, ipervigilanza costante, numbing, dissociazione, vergogna, sottomissione, perdita di fiducia, alterazione della visione del mondo. Serve quindi un modello più ampio.

Controllabilità e prevedibilità

Un punto forte del capitolo è l’idea che gli eventi incontrollabili e imprevedibili siano più traumatici. L’organismo soffre di più quando non può prevedere né modificare ciò che accade. Questo spiega perché torture, prigionia, aggressioni improvvise o minacce arbitrarie siano così devastanti.

Preparedness

Cantor recupera il concetto di preparedness: alcuni apprendimenti di paura sono biologicamente preparati, cioè più facili da acquisire e più difficili da estinguere. Paura dei serpenti, dei predatori, delle altezze, della cattività, della minaccia sociale o dell’aggressione possono poggiare su sistemi evolutivamente antichi.

Questo è decisivo per spiegare perché anche traumi moderni — incidenti d’auto, aerei, terrorismo, esplosioni — possano attivare paure arcaiche: caduta, intrappolamento, predazione, smembramento, inseguimento, impotenza davanti a una forza superiore.

Neuroscienze e cervello “triuno”

Cantor usa il modello del cervello rettiliano, paleomammaliano e neomammaliano non come verità anatomica rigida, ma come metafora utile: molte risposte traumatiche non nascono dalla deliberazione cosciente, ma da circuiti antichi, rapidi, automatici. L’amigdala, l’ippocampo, l’asse HPA, i sistemi noradrenergici, la memoria implicita e le reti di allarme sono coinvolti nella risposta post-traumatica.

Il punto teorico più importante è che i sintomi non sono solo “malfunzionamenti”: possono essere letti come tentativi del sistema nervoso di prioritizzare la sopravvivenza. La memoria traumatica, ad esempio, non è soltanto un ricordo disturbante: è anche un sistema che impedisce di dimenticare ciò che potrebbe uccidere.

3. Parte II — Evoluzione e disturbi post-traumatici

Capitolo 4 — Evoluzione dei comportamenti difensivi umani

La seconda parte è il cuore originale del libro. Cantor ricostruisce l’evoluzione delle difese partendo dagli organismi più antichi. La predazione è vista come una delle principali forze selettive della vita. Gli organismi devono nutrirsi, riprodursi e difendersi. Senza difesa non c’è sopravvivenza.

Cantor mostra che molte difese umane hanno radici antichissime:

  • il ritiro;
  • l’immobilità;
  • la fuga verso un rifugio;
  • la riduzione del movimento per non essere visti;
  • l’allarme rapido;
  • la vigilanza;
  • la scelta del gruppo;
  • l’uso di segnali aggressivi;
  • la sottomissione verso dominanti;
  • l’analgesia da stress.

Un concetto importante è quello di predator-sensitive foraging: gli animali devono bilanciare due bisogni opposti, mangiare e non essere mangiati. Troppa vigilanza impedisce di nutrirsi; troppo poca vigilanza espone al pericolo. La vita è quindi un continuo calcolo costi-benefici. Cantor applica questa logica al PTSD: chi ha vissuto un trauma può spostare drasticamente la soglia verso la sicurezza, sacrificando esplorazione, socialità, lavoro, piacere, autonomia.

Il capitolo discute poi primati e ominidi. Gli esseri umani non discendono da predatori invincibili: per larga parte della storia evolutiva siamo stati anche prede, scavenger, animali vulnerabili, lenti rispetto ai grandi carnivori. Il gruppo, i legami di fiducia, il rifugio, la cooperazione e la vigilanza hanno avuto quindi enorme valore adattivo.

Capitolo 5 — Difesa in overdrive: teoria evoluzionistica del PTSD

Qui Cantor formula esplicitamente la propria teoria.

La riesperienza traumatica viene interpretata come memoria difensiva ad alta priorità. L’organismo continua a riproporre immagini, sogni, sensazioni e flashback perché il trauma non deve essere dimenticato. In un ambiente ancestrale, dimenticare un pericolo mortale sarebbe stato disastroso.

L’iperarousal viene reinterpretato come ipervigilanza. Non è solo attivazione fisiologica: è uno stato di sorveglianza, scansione dell’ambiente, prontezza difensiva. Il soggetto cerca minacce anche dove non ce ne sono, ma dal punto di vista evolutivo l’errore “meglio falso allarme che morte” è comprensibile.

L’evitamento viene distinto da fenomeni che il DSM tendeva a sovrapporre:

  • evitamento vero e proprio: non andare dove potrebbe esserci pericolo;
  • fuga: allontanarsi quando il pericolo sembra già presente;
  • rifugio: ritirarsi in un luogo sicuro;
  • numbing: spegnere dolore o affetti per poter sopravvivere;
  • immobilità: congelarsi per valutare o perché non si può fare altro.

Cantor sostiene che il PTSD probabilmente usa circuiti difensivi già esistenti, non circuiti “inventati” dalla patologia. Questo spiega perché sia plausibile cercare analogie in altre specie. Inoltre, l’autore insiste sulla dimensionalità: il PTSD pieno è l’estremo di un continuum, mentre forme più lievi di cautela post-traumatica possono essere state adattive.

La conclusione del capitolo è una delle più chiare del libro: il PTSD è un disturbo della difesa, probabilmente basato su neurocircuiti antichi, potenzialmente presente anche in altre specie, adattivo in alcuni contesti e maladattivo in altri.

Capitolo 6 — Vigilanza, evitamento e immobilità attenta

Cantor organizza le difese in una sorta di sequenza “zonale”, cioè dipendente dalla distanza dalla minaccia.

Distanza / situazione Difesa prevalente
Pericolo possibile ma lontano vigilanza, evitamento
Pericolo vicino fuga, ritiro, rifugio
Fuga difficile difesa aggressiva
Aggressore dominante da cui non si può fuggire appeasement
Minaccia estrema, contatto, intrappolamento immobilità tonica

La vigilanza è il filo conduttore di tutte le difese. Non è solo un sintomo: è una funzione biologica. Serve a monitorare l’ambiente, valutare il rischio e scegliere la strategia difensiva. Nel PTSD questa funzione diventa eccessiva e generalizzata.

L’evitamento è la prima difesa perché costa meno della fuga o del combattimento. Non esporsi al rischio è più economico che dover scappare o lottare. In clinica questo aiuta a capire perché il paziente eviti supermercati, mezzi pubblici, strade, notizie, persone o situazioni apparentemente innocue.

L’immobilità attenta è diversa dall’immobilità tonica. È il freezing momentaneo dell’animale che sente un rumore e si blocca per capire. È uno stato di vigilanza estrema, transitorio, che prepara a una decisione: riprendere l’attività, fuggire, attaccare o sottomettersi.

Cantor suggerisce anche linee di ricerca molto speculative, ad esempio studiare eye movements, scansione visiva e pattern di vigilanza nei pazienti con PTSD. L’idea è che la vigilanza possa diventare non solo un sintomo riferito, ma anche un fenomeno osservabile.

Capitolo 7 — Ritiro, difesa aggressiva e numbing

Questo capitolo approfondisce tre difese centrali.

Ritiro e rifugio

Cantor distingue tra evitare e fuggire. Il paziente può evitare il supermercato; se costretto a entrarci, può fuggire. La fuga implica che il pericolo sia sentito come già presente. Il rifugio, invece, è il ritorno a un luogo sicuro: casa, stanza, famiglia, partner, gruppo ristretto.

Questa parte è clinicamente molto interessante. Cantor interpreta alcune forme di isolamento non solo come “evitamento sociale”, ma come refuging: il soggetto cerca un santuario. Chiudere porte e finestre, sedersi con le spalle al muro, non uscire da solo, voler restare vicino a familiari fidati possono essere lette come strategie difensive antiche.

Difesa aggressiva

L’irritabilità nel PTSD non è un dettaglio secondario. Cantor la considera una forma di difesa aggressiva. Non coincide necessariamente con l’attacco fisico: spesso è segnale, postura, minaccia, irritabilità, reazione sproporzionata. In molte specie, il segnale aggressivo serve proprio a evitare lo scontro reale.

Questo spiega perché la rabbia sia così importante per differenziare il PTSD da una fobia semplice. Il paziente traumatizzato non si limita ad avere paura: può sentirsi costantemente pronto a difendersi.

Numbing

Il numbing è interpretato come difesa fisiologica. In condizioni di fuga o lotta, percepire troppo dolore può essere svantaggioso. L’analgesia da stress permette di continuare a correre o combattere anche se feriti. In forma cronica, però, questo spegnimento diventa distacco emotivo, appiattimento, anestesia affettiva, dissociazione, difficoltà a sentire piacere o dolore psicologico.

Capitolo 8 — Il paradosso dell’appeasement

Uno dei contributi più originali del libro è l’attenzione all’appeasement, cioè alle strategie di pacificazione, sottomissione, conciliazione e compiacenza verso un aggressore dominante.

Cantor sostiene che la psichiatria abbia trascurato questo fenomeno. Eppure è fondamentale per capire molti traumi interpersonali: ostaggi, prigionieri, partner maltrattati, bambini abusati, vittime di stalking, prigionieri di guerra.

L’appeasement non serve contro un predatore esterno: serve soprattutto nei rapporti con membri della stessa specie, quando la fuga è impossibile e l’aggressore è più forte. Il messaggio implicito è: “non sono una minaccia, non attaccarmi, posso compiacerti, posso adattarmi a te”.

Qui Cantor rilegge anche la sindrome di Stoccolma. Il legame positivo verso il sequestratore non viene visto solo come bizzarria psicologica, ma come possibile strategia di sopravvivenza: se l’aggressore sviluppa sentimenti meno ostili verso la vittima, la probabilità di sopravvivere aumenta.

Il capitolo collega l’appeasement al PTSD complesso. Nei traumi prolungati e di cattività, la vittima non può semplicemente evitare o fuggire. Deve vivere dentro il sistema traumatico. Per questo può sviluppare sottomissione, vergogna, identificazione con l’aggressore, colpa, dipendenza, perdita di agency, vulnerabilità a nuove vittimizzazioni.

Questa è una parte molto utile clinicamente, perché permette di non leggere certe risposte come “collusione”, “masochismo” o “debolezza”, ma come strategie difensive nate in condizioni impossibili.

Capitolo 9 — Immobilità tonica: l’ultima difesa

L’immobilità tonica è la difesa estrema: quando non è possibile evitare, fuggire, combattere o sottomettersi efficacemente, l’organismo può bloccarsi. È una paralisi motoria temporanea in presenza di minaccia estrema, contatto fisico, intrappolamento o impossibilità di scampo.

Cantor distingue nettamente immobilità attenta e immobilità tonica:

Immobilità attenta Immobilità tonica
freezing vigile paralisi estrema
serve a valutare il rischio compare quando non ci sono vie d’uscita
può precedere fuga o attacco è ultima risorsa
stato attivo di monitoraggio stato di inibizione motoria profonda

L’autore la collega a esperienze riferite da vittime di stupro o aggressione: “ero paralizzata”, “non riuscivo a muovermi”, “ero cosciente ma bloccata”. Cantor sottolinea che non ogni mancata resistenza è immobilità tonica: può essere anche valutazione del rischio, appeasement o scelta consapevole di sopravvivenza. Però quando l’immobilità continua anche dopo la fine della minaccia, l’ipotesi dell’immobilità tonica diventa più plausibile.

Cantor propone anche un legame tra immobilità tonica e alcune forme di dissociazione. La soggettività può restare cosciente, ma il corpo non risponde. Questo aiuta a comprendere certe reazioni traumatiche che storicamente venivano classificate come isteriche o conversioni.

Capitolo 10 — Switching agonico, preparedness e pattern psicobiologici

L’ultimo capitolo teorico cerca di rispondere alla domanda classica: perché alcune persone sviluppano PTSD e altre no?

Cantor propone più fattori:

  • genetica;
  • storia di vita;
  • traumi precedenti;
  • percezione soggettiva;
  • prevedibilità;
  • controllabilità;
  • supporto sociale;
  • contesto della minaccia;
  • tipo di aggressore;
  • possibilità o impossibilità di fuga;
  • significato archetipico dell’evento;
  • disponibilità di strategie difensive.

Uno dei concetti principali è il passaggio da modalità edonica a modalità agonica. La modalità edonica è quella della socialità, esplorazione, legame, gioco, cooperazione, vita ordinaria. La modalità agonica è quella della dominanza, subordinazione, minaccia, controllo, difesa, aggressività e vigilanza.

Nel PTSD, secondo Cantor, il soggetto resta bloccato in una modalità agonica cronica. Non vive più il mondo come spazio di esplorazione, ma come campo minato. Anche la famiglia può diventare teatro di dinamiche agonistiche: irritabilità, controllo, sospetto, bisogno di sicurezza, riduzione della libertà dei familiari.

Cantor recupera poi la preparedness: alcuni stimoli attivano rapidamente risposte difensive perché assomigliano a minacce ancestrali. Anche traumi moderni, come incidenti aerei o automobilistici, possono evocare schemi arcaici: caduta, intrappolamento, predazione, smembramento, impotenza davanti a una forza incontrollabile.

Infine, il PTSD viene interpretato come pattern psicobiologico di risposta: non una reazione generica allo stress, ma una risposta organizzata, modulare, dipendente dal contesto. Per questo Cantor ritiene necessario studiare meglio quali sintomi emergono in quali tipi di trauma. Uno stupro in casa può produrre un profilo diverso da uno stupro fuori casa; la tortura produce risposte diverse da un incidente stradale; la cattività produce più appeasement; il combattimento più ipervigilanza, memoria intrusiva e aggressività.

4. Epilogo — PTSD in altre specie

Cantor chiude con un invito a veterinari, etologi, primatologi e ricercatori animali: se il PTSD nasce da sistemi difensivi evolutivamente antichi, allora fenomeni simili potrebbero essere presenti in altre specie. L’autore non afferma che gli animali abbiano PTSD nello stesso senso umano, ma sostiene che molti segnali — evitamento persistente, ipervigilanza, alterazioni dopo trauma, paura generalizzata, risposte da cattività — meritino ricerca comparativa.

L’epilogo serve anche a rafforzare la tesi generale: comprendere il trauma umano richiede di uscire da una visione esclusivamente cognitiva e linguistica. Molto del trauma è corporeo, automatico, preverbale, difensivo, radicato in sistemi condivisi con altri mammiferi.

5. Implicazioni cliniche principali

1. I sintomi hanno una logica difensiva

Cantor invita a vedere il PTSD non come somma caotica di sintomi, ma come organizzazione difensiva. Il paziente non è “irrazionale”: il suo sistema di difesa sta applicando regole antiche a un mondo attuale.

Questa prospettiva può essere molto utile in terapia perché riduce vergogna e auto-colpevolizzazione. Dire a un paziente che il suo freezing, la sua fuga, la sua rabbia o il suo bisogno di rifugio sono risposte difensive può avere un forte valore normalizzante.

2. La paura va distinta dalla perdita

Non tutto ciò che segue un trauma è PTSD. Alcuni sintomi appartengono alla paura e alla difesa; altri alla perdita, alla vergogna, alla depressione, alla sconfitta, al lutto, al crollo di status. Cantor insiste molto su questa distinzione perché permette formulazioni cliniche più precise.

3. Il contesto traumatico conta

Non basta chiedere “che cosa è successo?”. Bisogna chiedere:

  • quanto era vicina la minaccia?
  • c’era possibilità di fuga?
  • il soggetto era intrappolato?
  • l’aggressore era umano?
  • era un membro della famiglia?
  • c’era tradimento?
  • c’era dominanza?
  • c’era isolamento?
  • c’erano alleati?
  • il pericolo era prevedibile?
  • il soggetto poteva controllare qualcosa?
  • il trauma è stato singolo o ripetuto?

Queste variabili determinano quale difesa si attiva.

4. Il PTSD complesso può essere letto come disturbo dell’appeasement

Questa è forse una delle intuizioni più clinicamente fertili del libro. Nei traumi prolungati interpersonali, la vittima spesso non può usare fuga o lotta. Deve sopravvivere dentro la relazione traumatica. Da qui derivano sottomissione, compiacenza, vergogna, identificazione con l’aggressore, dipendenza, oscillazioni tra paura e bisogno dell’altro.

5. L’esposizione non è solo “estinzione della paura”

Nel modello di Cantor, l’esposizione terapeutica può essere pensata come una ricalibrazione del sistema difensivo: il paziente impara che certi contesti non richiedono più fuga, freezing, aggressività o rifugio. La terapia diventa quindi un lavoro di aggiornamento dei sistemi di vigilanza e risk assessment.

6. Limiti del libro

Il libro è molto originale, ma ha alcuni limiti importanti.

Primo: molte ipotesi sono speculative. Cantor lo riconosce spesso. Il valore del volume sta nel generare nuove domande, non nel fornire prove definitive.

Secondo: il testo è del 2005 e usa DSM-IV. Oggi il quadro diagnostico è cambiato, soprattutto per quanto riguarda trauma complesso, dissociazione, criteri DSM-5 e ICD-11.

Terzo: il linguaggio adattivo va usato con cautela. Dire che una risposta è “adattiva” in senso evolutivo non significa dire che sia buona, desiderabile o utile oggi. Molte risposte post-traumatiche possono essere state adattive in ambienti ancestrali e profondamente invalidanti nella vita contemporanea.

Quarto: il rischio di una lettura troppo biologizzante è presente, anche se Cantor cerca di integrarla con contesto, storia, percezione, cultura e relazioni.

7. Sintesi finale

Il contributo maggiore di Cantor è proporre una cornice unificante: il PTSD come difesa in eccesso, o meglio come sistema difensivo che continua a funzionare dopo che il contesto è cambiato.

La memoria intrusiva serve a non dimenticare.
L’ipervigilanza serve a intercettare il pericolo.
L’evitamento serve a non riesporsi.
La fuga serve a sottrarsi.
Il rifugio serve a proteggersi.
La rabbia serve a segnalare minaccia e tenere lontano l’altro.
Il numbing serve a sopportare dolore e orrore.
L’appeasement serve a sopravvivere al dominante.
L’immobilità attenta serve a valutare rapidamente.
L’immobilità tonica serve quando ogni altra difesa è fallita.

Il PTSD, in questa prospettiva, non è semplicemente un disturbo della memoria o dell’ansia. È un disturbo della vigilanza incarnata, della valutazione del rischio, della selezione delle difese e della persistenza del corpo in uno stato di minaccia. La sua clinica diventa più comprensibile se non la guardiamo solo dal punto di vista della psicopatologia, ma anche da quello dell’etologia, dell’evoluzione, della neurobiologia e della storia relazionale del soggetto.

Vigilanza, difesa e trauma. Una lettura evoluzionistica del PTSD

Sintesi di Evolution and Posttraumatic Stress di Chris Cantor

La domanda di partenza

Se il disturbo post-traumatico da stress è così invalidante, perché i meccanismi che lo producono esistono? È da questa domanda apparentemente semplice che Chris Cantor costruisce, nel suo volume del 2005, una delle proposte teoriche più originali nel panorama della psicologia del trauma. La risposta che offre non è che il PTSD “serva” in modo diretto, ma che i suoi sintomi derivino da sistemi difensivi antichi, selezionati nel corso dell’evoluzione perché utili alla sopravvivenza in contesti di predazione, aggressione, cattività e minaccia estrema.

L’idea centrale è tanto semplice quanto feconda: molti dei fenomeni che la clinica classifica come “irrazionali” — l’ipervigilanza, l’evitamento compulsivo, la fuga, l’irritabilità, il freezing, il numbing, la sottomissione, la dissociazione — possono essere compresi come strategie difensive fuori tempo, fuori contesto, o eccessivamente persistenti. Non errori del sistema nervoso, ma risposte giuste a un pericolo che non c’è più.

Una storia lunga e confusa

Il PTSD come diagnosi ufficiale nasce nel 1980, con il DSM-III, ma la sofferenza che descrive è molto più antica. Cantor ripercorre i nomi che nei secoli le sono stati dati — railway spine, shell shock, war neurosis, battle fatigue, soldier’s heart — e mostra come dietro ogni etichetta si nascondesse una realtà clinica riconoscibile, spesso però oscurata da pregiudizi morali, pressioni istituzionali e ambiguità diagnostiche.

Le grandi guerre del Novecento forzarono la mano: di fronte all’enormità del trauma bellico, la psichiatria non poteva continuare a confondere il crollo post-traumatico con la codardia o con l’isteria. Eppure il riconoscimento ufficiale del PTSD non è stato il frutto di una progressione scientifica lineare: dietro l’ingresso nel DSM-III c’erano anche le pressioni dei veterani del Vietnam, le battaglie culturali e politiche degli anni Settanta, il peso delle vittime che chiedevano riconoscimento.

Cantor distingue poi, con insistenza, due grandi famiglie di reazione post-traumatica. Da un lato le risposte alla minaccia, dominate da paura, vigilanza, difesa. Dall’altro le risposte alla perdita, legate a lutto, sconfitta, rottura di legami, crollo di status. Il PTSD appartiene primariamente al primo dominio. Confondere i due significa perdere di vista il nucleo difensivo del disturbo.

Il sistema difensivo e i suoi livelli

La parte più originale del libro è quella in cui Cantor ricostruisce la logica evoluzionistica delle difese. La predazione è stata, per miliardi di anni, una delle principali forze selettive della vita. Gli organismi che sopravvivevano erano quelli in grado di rilevare il pericolo, rispondervi rapidamente e modulare il comportamento in funzione della minaccia. Da questa pressione evolutiva sono emersi sistemi difensivi che l’essere umano condivide, almeno in parte, con moltissime altre specie.

Cantor organizza queste difese in una sequenza dipendente dalla distanza e dall’intensità del pericolo:

Quando la minaccia è lontana o possibile, l’organismo risponde con vigilanza e evitamento. Quando il pericolo è vicino, si attiva la fuga, seguita dalla ricerca di un rifugio. Se la fuga è difficile, emerge la difesa aggressiva. Se l’aggressore è dominante e la fuga impossibile, subentra l’appeasement, cioè la pacificazione. Quando ogni altra via è preclusa — quando il contatto fisico è già avvenuto, quando l’intrappolamento è totale — l’ultima difesa è l’immobilità tonica: una paralisi profonda, involontaria, che in molte specie può ridurre le probabilità di essere uccisi.

Queste non sono fasi rigide né sequenze obbligate. Sono risorse del repertorio difensivo, attivate in funzione del contesto, della percezione soggettiva e della storia del soggetto.

I sintomi riletti come difese

Nel PTSD, sostiene Cantor, questi sistemi rimangono attivi dopo che il pericolo è cessato. La prospettiva evolutiva permette di rileggere ciascun sintomo come una funzione difensiva persistente.

La riesperienza traumatica — i flashback, gli incubi, i ricordi intrusivi — non è soltanto un malfunzionamento della memoria. È, in una certa misura, una memoria ad alta priorità: il sistema nervoso continua a richiamare il pericolo perché in un ambiente ancestrale dimenticarlo sarebbe stato fatale. L’ipervigilanza è uno stato di sorveglianza continua dell’ambiente, uno scanning costante alla ricerca di segnali di minaccia. L’errore sistematico verso il falso allarme — meglio sbagliare per eccesso che per difetto — ha senso se si vive in un mondo in cui i predatori esistono davvero.

L’evitamento è la difesa più economica: non esporsi al rischio costa meno che dovervi rispondere. Questo aiuta a capire perché pazienti con PTSD evitino situazioni apparentemente innocue — un supermercato, un mezzo pubblico, una strada di notte — che hanno in comune qualche caratteristica formale con il contesto del trauma.

La rabbia e l’irritabilità non sono epifenomeni o complicazioni secondarie: sono forme di difesa aggressiva, segnali che tengono lontano l’altro, risposte pronte a una minaccia che il sistema continua a sentire come imminente.

Il numbing — l’appiattimento affettivo, il distacco, l’anestesia emotiva — viene letto come analgesia da stress: in condizioni di fuga o combattimento, percepire il dolore può essere svantaggioso. Il sistema riduce la segnalazione del dolore per permettere di continuare ad agire. In forma cronica, questa difesa diventa incapacità di sentire, di godere, di connettersi.

Il paradosso dell’appeasement

Uno dei contributi più originali e clinicamente preziosi del libro riguarda l’appeasement. Cantor sostiene che la psichiatria abbia a lungo trascurato questo fenomeno, concentrandosi quasi esclusivamente sulle difese da fuga e da combattimento.

L’appeasement non è una resa passiva. È una strategia attiva di sopravvivenza in condizioni in cui la fuga è impossibile e l’aggressore è più forte. I segnali di pacificazione — la sottomissione posturale, la compiacenza, l’obbedienza, il sorriso — comunicano implicitamente: non sono una minaccia, non c’è ragione di attaccarmi. In molte specie questa strategia riduce davvero la probabilità di essere aggrediti.

Cantor rilegge alla sua luce la cosiddetta sindrome di Stoccolma. Il legame positivo verso il sequestratore non è né bizzarria psicologica né identificazione patologica irrazionale: può essere, almeno in parte, una strategia di sopravvivenza. Se l’ostaggio riesce a diventare una persona agli occhi del sequestratore, le probabilità di essere ucciso diminuiscono.

Ma il contributo più rilevante è clinico. Nei traumi prolungati e interpersonali — abuso infantile, violenza domestica, prigionia, tortura, stalking — la vittima non può semplicemente evitare o fuggire. Deve vivere dentro il sistema traumatico. Da questa condizione derivano la sottomissione, la vergogna, la colpa, l’identificazione con l’aggressore, la dipendenza, la perdita progressiva di agency. Cantor invita a non leggere questi fenomeni come debolezza o collusione, ma come strategie difensive formatesi in condizioni impossibili. È in questa luce che va compreso il PTSD complesso.

L’immobilità tonica

Il capitolo sull’immobilità tonica è tra i più suggestivi del volume. Quando ogni altra difesa ha fallito — quando il contatto fisico è già avvenuto, quando l’intrappolamento è totale, quando non esiste via d’uscita — l’organismo può entrare in una paralisi motoria profonda e involontaria. In molte specie, questa risposta riduce la probabilità di essere uccisi: alcuni predatori non attaccano le prede immobili, o perdono interesse.

Cantor la distingue con precisione dall’immobilità attenta, che è invece un freezing vigile e transitorio, uno stato di massima concentrazione in cui l’organismo sospende il movimento per valutare rapidamente la situazione prima di scegliere la risposta. L’immobilità tonica è qualcosa di diverso: è l’ultima risorsa, uno stato di inibizione motoria profonda in cui la volontà sembra sospesa.

L’autore la connette alle testimonianze di vittime di stupro o aggressione che riferiscono di essere state “paralizzate”, di non aver potuto muoversi pur restando coscienti. Comprenderla come risposta difensiva — e non come mancata resistenza — ha implicazioni etiche e cliniche di enorme rilievo.

Perché alcune persone sviluppano PTSD e altre no

Cantor non propone una risposta semplice a questa domanda, ma individua una serie di variabili che modulano il rischio: la genetica, la storia di vita, la presenza di traumi pregressi, la percezione soggettiva, la prevedibilità e controllabilità dell’evento, la disponibilità di supporto sociale, il tipo di aggressore, la possibilità concreta di fuga.

Un concetto chiave è quello di preparedness: alcuni apprendimenti di paura sono biologicamente preparati, cioè si acquisiscono più facilmente e si estinguono con più difficoltà, perché fanno riferimento a categorie di minaccia ancestralmente rilevanti — predatori, altezze, cattività, minaccia sociale, aggressione. Anche traumi del tutto moderni — incidenti aerei, esplosioni, attacchi terroristici — possono evocare schemi arcaici: caduta, intrappolamento, smembramento, impotenza davanti a una forza superiore.

Un altro concetto fondamentale è il passaggio dalla modalità edonica a quella agonica. La prima è la modalità ordinaria della vita: socialità, esplorazione, gioco, cooperazione, legame. La seconda è la modalità della minaccia: vigilanza, dominanza, subordinazione, controllo, difesa. Nel PTSD, il soggetto rimane bloccato in una modalità agonica cronica. Il mondo non è più uno spazio di esplorazione, ma un campo minato. Anche i legami più stretti possono diventare teatro di dinamiche di controllo e sospetto.

Implicazioni per la clinica

La prospettiva di Cantor ha conseguenze concrete sul piano terapeutico.

Prima di tutto, i sintomi hanno una logica. Il paziente non è irrazionale: il suo sistema difensivo sta applicando regole antiche a un contesto attuale. Restituire questa logica — dire a qualcuno che il suo freezing, la sua rabbia, il suo bisogno di rifugio sono risposte difensive comprensibili — può avere un potente effetto normalizzante e ridurre la vergogna.

In secondo luogo, il contesto del trauma conta più del trauma in sé. Non basta sapere che cosa è successo. Occorre capire se c’era possibilità di fuga, se l’aggressore era un estraneo o un familiare, se il trauma era singolo o ripetuto, se c’era tradimento, se il soggetto era isolato o supportato, se aveva o meno controllo su qualcosa. Queste variabili determinano quali difese si sono attivate e in quale forma si manifesta il disturbo.

In terzo luogo, l’esposizione terapeutica va ripensata. Nel modello di Cantor, non si tratta solo di estinguere una risposta condizionata di paura. Si tratta di ricalibrare l’intero sistema di vigilanza e valutazione del rischio: il paziente impara che certi contesti non richiedono più fuga, freezing, aggressività o rifugio. La terapia diventa un aggiornamento del sistema difensivo, non una sua semplice soppressione.

Una prospettiva aperta

Il libro ha limiti che l’autore stesso riconosce. Molte delle ipotesi sono speculative; il testo è del 2005 e lavora con categorie diagnostiche oggi in parte superate; il linguaggio adattivo richiede cautela, perché ciò che era utile in ambienti ancestrali può essere profondamente invalidante nella vita contemporanea.

Ma il contributo principale di Cantor resta prezioso: una cornice unificante in cui il PTSD non è una somma caotica di sintomi, ma un’organizzazione difensiva con una propria coerenza interna. Una condizione in cui il corpo continua a fare esattamente ciò per cui è stato selezionato — sorvegliare, fuggire, congelarsi, sottomettersi, spegnere il dolore — in un contesto in cui quella stessa competenza è diventata il problema.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Generale / ptsd, recensioni

21 May 2026

UNA LEZIONE DI GIOVANNI LIOTTI (VARESE 2010)

di Raffaele Avico

Pubblichiamo un audio estratto da una registrazione di una lezione di Giovanni Liotti del 2010 a Varese.

Su questo blog abbiamo citato diverse volte Liotti, forse uno dei più grandi psicoterapeuti degli ultimi 50 anni in Italia, almeno in ambito trauma/dissociazione/sviluppi traumatici.

Qui per raccogliere altri contenuti dove Liotti viene citato sul blog. Qui per introdursi al suo modello teorico.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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9 April 2026

DAL BLOG DI LUCA CONTI: “Il collasso dell’orizzonte temporale e la perdita di significato”

di Raffaele Avico

Ripostiamo qui un articolo dal blog di Luca Conti, blogger venuto a mancare poche settimane fa. Conti ha dettagliato in modo molto aperto e autentico la sua battaglia contro una malattia terminale, in particolare aprendosi ad aspetti psicologici che qui possono essere di grande interesse. In particolare, nel seguente post, Conti raccontava di come la diagnosi infausta della sua malattia avesse distrutto il “senso” del suo agire quotidiano.
Conti ne parla come di “collasso dell’orizzonte temporale“.
Esisterebbe la necessità di considerare come indirizzati a una sorta di chiusura/risoluzione non solo l’agire, ma anche il pensare umano, come se immaginarli guidati da una parabola con un inizio, una curva e una fine concedesse agli investimenti energetici un’ontologia con una sua dignità, una sorta di senso -appunto.
Togliendo il futuro in modo “certo”, la mancanza di un finale arriverebbe a degradare/distruggere la trama in sé.
Conti si chiedeva -con una lucidità spietata- che senso avrebbe avuto continuare a informarsi su cose di cui non avrebbe visto l’evoluzione, una volta “collassato il futuro”.

Fabio Veglia, clinico di grande finezza, immaginava il “dispositivo” in grado di produrre senso in un essere umano come formato da due elementi centrali, la relazione e il racconto. Entrambi questi elementi (la relazione interpersonale e il racconto) contengono un’idea di connessione, una dialettica, la costruzione di un segno a partire da due punti (due individui che comunicano, due momenti diversi di una trama). Osservava come fosse il tempo a strutturare il senso e il significato: “è difficile pensare alla nostra vita”, diceva, “nel non-tempo”, come se tutto, nell’esperienza umana, necessitasse “direzione” o almeno una forma narrativa. La mente, osservava, produce continuamente attribuzioni di significato a partire da elementi sconnessi, in una sorta di “apofenia” perpetua necessaria a tenere insieme la trama del pensiero.

La mente dei bambini -anche in epoca prelinguistica- si nutre continuamente di narrazioni, anche quando il bambino stesso non comprenda il contenuto della storia raccontata (o quando la storia venga raccontata solo per immagini): questo ci porta nuovamente a riflettere su come la mente e il pensiero sembrino poggiare su di una struttura costituente orientata in senso narrativo -la cui direzione di sviluppo preveda un prima, un durante e un dopo.
Il pensiero trova più forza e senso quanto è implicitamente indirizzato a un oggetto (incluso lo stesso sè, rappresentato come interlocutore) così come le emozioni, implicitamente, naturalmente teleonomicamente orientate (si veda a proposito questa intervista a Lucia Tombolini). Usando la lettura freudiana, è come se l’investimento libidico necessitasse di trovare un aggancio, e che il possedere un aggancio strutturasse e rendesse sensato l’investimento libidico stesso.

Conti scrive: “Il significato è un concetto relazionale: ha bisogno di un soggetto che si relaziona a un oggetto nel tempo. Se togli il tempo, la relazione si spezza.“

Tornando a Conti, osservava nell’articolo sotto riportato come una diagnosi di quel tipo fosse stata in grado di produrgli uno smembramento dei “ponti”/connessioni di cui sopra, cosa che quindi sembrava avergli creato un collasso dell’orizzonte temporale, come lo definisce.
Nelle sue osservazioni troviamo un’incredibile lucidità, secondariamente utile tra l’altro a chi lavora, per esempio, con il trauma, non tanto qui da intendersi come materiale psichico non simbolizzabile (il reale in senso lacaniano in grado di squarciare il velo dei simboli, troppo naturale, “puramente fenomenico” ed “extramorale”), quanto da considerarsi nelle conseguenze sul senso di sicurezza sperimentato da un individuo: l’avergli tolto in modo definitivo un posto sicuro al mondo e, in assenza di una base sicura, la capacità di esplorare.
Il trauma produce un collasso del futuro non perché qualcuno o qualcosa abbia decretato il suo non esistere, ma per l’effetto di “ritiro” che il terrore indotto da esso sembra generare sull’individuo -per la paura che lo stesso possa ripetersi, per non poter “investire” su un futuro divenuto spaventoso e potenzialmente ritraumatizzante- il che ci riporta nuovamente alla sensazione di “collasso dell’orizzonte temporale” di cui si scriveva in precedenza.
É un presente che si accorcia -non tanto per un tempo divenuto “limitato”, ma per uno “spazio”/territorio divenuto all’improvviso pericoloso, inesplorabile. Da qui, di nuovo, l’impossibilità di “collegare il punto A e il punto B” -potenzialmente fino a inciampare in una voragine di assenza di senso.

Gli psicologi strategici, così come  alcuni lacanisti, consigliano di scrivere il trauma, di produrne una trama, come a forzare la mano sul processo di attribuzione di senso e di ri-appropriazione del futuro.
Luca Conti, come leggiamo, consulta Viktor Frankl e le sue domande su Auschwitz, Marco Aurelio e le sue riflessioni sulla morte e sulla vita. L’assenza di senso entro un tempo limitato, è argomento centrale ne Il Mito di Sisifo.
Primo Levi, sempre dal Lager, osservava come la ricerca di cibo e il “mettere insieme il pranzo con la cena” producessero una paradossale, minima azione di ri-appropriazione del senso (di nuovo l’elemento narrativo e una pseudotrama che tornano in aiuto) e come il vero problema, ad Auschwitz, fosse rappresentanto dalla domenica, desolante giornata di emersione del nonsenso e di tutto ciò che la fame riusciva a eclissare, in un gioco terribile di gerarchie e prospettiva (parola usata da Levi) tra elementi di dolore. (R.A.)


Il collasso dell’orizzonte temporale e la perdita di significato

di Luca Conti

Con alcuni amici selezionati mi posso permettere di condividere i pensieri più profondi e difficili da comprendere dai più. Ieri sera, dopo la prima giornata di stanchezza estrema a seguito della seconda sessione di chemioterapia, mi sono lasciato andare con T. e con S., frustrato della qualità della vita nella fase attuale di recupero dall’intervento di emicolectomia destra e di contemporaneo avvio della chemioterapia per contrastare le metastasi al fegato. Un percorso lungo e incerto – il miglioramento non è lineare e passeranno settimane in cui mi sentirò peggio prima di sentirmi meglio – che si aggiunge a un altro percorso precedente alla diagnosi e all’intervento, che si protrae ormai da oltre 3 mesi. Momenti di sconforto sono più che normali, logici, comprensibili, quasi prevedibili. Soffrire senza prospettiva non è qualcosa facile da accettare per nessuno.

A seguito di questi pensieri, T. mi ha chiesto, come intelligente esercizio, di stilare una lista di attività che davano significato alla mia vita prima della malattia, con l’intento di mostrare come almeno una parte di queste possa dare significato alla mia vita anche oggi e da qui in avanti. Ho svolto questo esercizio e poi mi è nata una riflessione sul futuro.

Il futuro che non c’è più

Nel momento in cui hai una diagnosi per cui sai che il tempo che ti rimane si riduce di molto rispetto a quella di chiunque altro e la fine si avvicina, il primo effetto è che non hai più futuro. Non potendo vedere un futuro, tutto ciò che si posiziona nel futuro perde di significato. Se ancora leggo le notizie, perdo del tempo nell’informarmi su ciò che succede nel mondo, in Ucraina, in Europa, nel mondo della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, nelle uscite librarie e cinematografiche e in vari altri ambiti, è perché me ne sono sempre interessato. Col passare del tempo però l’attaccamento a questi temi viene progressivamente meno e mi trovo a chiedermi “perché mi interesso di qualcosa di cui non vedrò la fine?”. Più ci penso, più la fine si avvicina – quest’ultimo è il fattore incerto e non ancora ravvicinato che mi tiene aggrappato, probabilmente – più mi rendo conto che un motivo valido non esiste. Il senso non c’è, se non c’è la dimensione temporale e la prospettiva del futuro.

Il cambiamento di prospettiva è fatale in questo senso. Se sei sano e hai un futuro, per quanto incerto come tutti, puoi proiettarti nell’evoluzione di qualsiasi tema che ti appassiona e trovare significato. Puoi pensare e ragionare su ciò che succederà tra un anno o tra cinque. Puoi seguire la produzione di un film previsto in uscita tra due anni. Puoi ragionare sulla denatalità e l’effetto socioeconomico nazionale e globale dei prossimi 10-20 anni. Puoi preoccuparti, a ragione, delle norme sulle pensioni, anche se non ci andrai prima dei prossimi 10-20-30 anni. Puoi pensare a come investire i tuoi soldi per la vecchiaia. Puoi impegnarti in un mutuo trentennale.

Se invece sai, con ragionevole certezza, che tra 18-24-36-48 mesi non ci sarai più, più questo numero si riduce e diventa preciso, meno sei proiettato in avanti. Logico, no?

La filosofia del collasso del futuro

Ho indagato su quali filosofie potessero aver affrontato questo tema e ne è emerso qualcosa di molto interessante.

1. Martin Heidegger e l’ “Essere-per-la-morte”

Heidegger sostiene che l’essere umano è definito dalla sua proiezione nel futuro (progetto). Noi siamo ciò che stiamo per diventare. La prospettiva della morte ravvicinata rende questo progetto impossibile.

Heidegger la chiama angoscia autentica: la consapevolezza che i significati della quotidianità, il seguire l’evoluzione degli interessi personali dipendono dall’esistenza del futuro. Senza futuro, il presente perde il suo contesto.

2. Viktor Frankl e la “Volontà di Significato”

Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento, sosteneva che l’uomo può sopportare qualsiasi “come” (sofferenza) se ha un “perché” (significato/futuro). Il significato è spesso legato a un compito futuro da svolgere o a qualcuno che ci aspetta.

Nel mio caso, non c’è un compito futuro da svolgere perché io stesso non esisterò più tra non molto. Il futuro prossimo in cui l’intelligenza artificiale sarà così potente da semplificarci la vita è un futuro così lontano da non interessarmi più. Conoscere quindi lo sviluppo dell’IA perde di senso.

Il significato è un concetto relazionale: ha bisogno di un soggetto che si relaziona a un oggetto nel tempo. Se togli il tempo, la relazione si spezza. Il mio essere nel mondo, senza l’orizzonte temporale del futuro, si appiattisce sul presente. Ciò che aveva significato prima, ora non lo ha più, pur con lo stesso oggetto (i miei interessi) e lo stesso soggetto (io).

3. Lo Stoicismo e l’Indifferenza (Adiaphora)

Gli stoici insegnano a distinguere tra ciò che è essenziale (la virtù, il proprio carattere) e ciò che è “indifferente” (il mondo esterno, la politica, il futuro della società).

La mia reazione di indifferenza rispetto a temi che prima mi interessavano e appassionavano diventa un distacco stoico radicale. Il mio investimento emotivo, nel momento finale, si concentra su ciò che è essenziale, tralasciando tutto il resto. Il mondo esterno diventa una distrazione, una perdita di tempo, un rimandare l’inevitabile, un tirare a campare, quasi più per gli altri che per me stesso. Naturale quindi che la sfera del futile, del non essenziale, si espanda fino a comprendere anche l’universo che dava significato alla mia fase di vita precedente.

4. L’Epicureismo e la Privazione del Futuro

La massima di Epicuro che preferisco è sempre stata: “Quando ci siamo noi, non c’è la morte; quando c’è la morte, non ci siamo noi”. In parte è consolatorio e aiuta a porsi verso la morte senza paura. Rispetto al mio ragionamento, tutto ciò implica che non c’è connessione tra noi e il dopo.

Proprio qui sta il cambio di prospettiva. Il mondo “dopo di me” è un mondo in cui io non esisto. Preoccuparsene diventa, letteralmente, insensato.

Questa immersione nella filosofia mi ha in parte rincuorato. Il significato umano è costruito su una trama narrativa: passato -> presente -> futuro. Quando elimini il finale della storia (il futuro), la trama si disintegra. Senza gli ultimi capitoli dei libri che sto leggendo – gli interessi sul mondo esterno che mi hanno sempre contraddistinto – che senso ha continuare a leggere? Non ce l’ha.

La vera sfida diventa un’altra. Se il significato non può più venire dal futuro, dove trovarlo? Le risposte sono due:

  • densità del presente (far contare il tempo che rimane);
  • chiusura del passato (dare un senso a ciò che è stato).

Su questi due aspetti proverò a concentrarmi da qui in avanti.


Qui il blog intero.

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31 March 2026

Riflessioni a partire dal convegno internazionale “Building Foundations Together: The Future of Complex Dissociation in the UK”

PREMESSA: pubblichiamo un report a cura di Costanzo Frau da un convegno tenutosi a fine marzo 2026 a Derby, in Uk, a proposito di dissociazione. Come leggiamo, il “fattore trauma” sembra sempre di più un elemento transdiagnostico, dai disturbi di personalità gravi (come sostiene Clara Mucci e argomentava Russell Meares) a forme di ansia legate a fallimenti di strategie di controllo maturate in ambito di sviluppo traumatico (come sosteneva Giovanni Liotti), a forme più palesi di stress post-traumatico come il DID. In Italia l’AISTED da anni divulga e spinge la conoscenza a proposito delle ricadute sul corpo e sulla mente degli eventi traumatici, singoli o ripetuti.
Di recente abbiamo scritto su questo blog di uno dei due “padri fondatori” -insieme a Pierre Janet- della psicotraumatologia in Europa, Sandor Ferenczi (uscirà prossimamente un’intervista a Judit Meszaros, da Budapest). (R.Avico)

Riflessioni a partire dal convegno internazionale “Building Foundations Together: The Future of Complex Dissociation in the UK”

di Costanzo Frau, 26 Marzo 2026

Negli ultimi anni il trauma è diventato sempre più centrale nel discorso psicologico e psicoterapeutico. Tuttavia, un aspetto fondamentale continua spesso a rimanere ai margini: la dissociazione.

Nonostante la sua rilevanza clinica, la dissociazione è ancora oggi frequentemente sottoriconosciuta, fraintesa o non adeguatamente valutata nella pratica quotidiana. Eppure, diventa sempre più evidente che comprenderla non è un dettaglio specialistico, ma una condizione necessaria per lavorare in modo efficace e sicuro con il trauma.

Questa consapevolezza è emersa con particolare chiarezza durante il convegno internazionale “Building Foundations Together: The Future of Complex Dissociation in the UK”, un evento organizzato da esperti nel trattamento dei disturbi dissociativi e tenutosi presso l’Università di Derby in UK. Esso ha rappresentato un raro spazio di integrazione autentica tra ricerca scientifica, pratica clinica ed esperienza vissuta. Il valore dell’incontro non è stato caratterizzato soltanto dalla qualità dei contenuti, ma anche dal clima di condivisione: da un lato, il riconoscimento delle fondamenta costruite da chi ha contribuito allo sviluppo del campo; dall’altro, la percezione concreta di un movimento collettivo verso una fase più matura e integrata.

In un ambito in cui la dissociazione continua a essere spesso invisibile, questo tipo di convergenza segna un passaggio importante. Tra i messaggi più rilevanti emersi dal convegno vi è l’idea che il trauma debba essere considerato un fattore transdiagnostico. Non appartiene cioè a una singola categoria diagnostica, ma attraversa molte forme di sofferenza psicologica, dall’ansia alla depressione, fino ai disturbi di personalità e alle manifestazioni somatiche. Questa prospettiva implica la necessità di un approccio realmente trauma-informed in tutti i contesti clinici, e non solo in quelli specialistici.

Allo stesso tempo, è stato sottolineato con forza quanto sia cruciale valutare sistematicamente la dissociazione. Non si tratta di un fenomeno raro, ma piuttosto di qualcosa che tende a non essere visto. Quando non viene riconosciuta, le conseguenze possono essere significative: trattamenti inefficaci, peggioramenti inattesi, o interventi che attivano il sistema senza favorire integrazione. In questo senso, il rischio non è solo quello di non aiutare, ma anche di destabilizzare. Diventa quindi fondamentale sviluppare una sensibilità clinica capace di intercettare i segnali, anche sottili, della dissociazione.

Un altro punto centrale riguarda il tema della sicurezza. Il convegno ha ribadito con chiarezza che non tutto ciò che è terapeutico è automaticamente sicuro. Nel lavoro con il trauma, la priorità non è andare rapidamente in profondità, ma creare le condizioni affinché il sistema possa tollerare ciò che emerge. Questo significa lavorare con attenzione al ritmo, nella finestra di tolleranza e al livello di prontezza della persona, evitando il rischio di retraumatizzazione. La sicurezza non è un passaggio preliminare da superare, ma un principio che deve accompagnare l’intero processo terapeutico.

Un ulteriore elemento di grande rilievo è stato il riconoscimento del valore dell’esperienza vissuta.

L’integrazione tra dati empirici, competenza clinica ed esperienza soggettiva delle persone porta a esiti migliori, sia in termini di efficacia che di sostenibilità dei servizi. Questo rappresenta un cambiamento culturale significativo: le persone non sono più considerate solo destinatari di interventi, ma portatrici di conoscenza fondamentale per comprendere e trattare la dissociazione.

In questo contesto, il convegno ha anche segnato il lancio del volume “Working with Dissociation in Clinical Practice”, di Helena Crockford, Melanie Goodwin e Paul Langthorne promosso da ACP-UK, che raccoglie linee guida cliniche aggiornate per lavorare in modo più consapevole, inclusivo ed efficace con i fenomeni dissociativi. Parallelamente, sono stati presentati contributi di ricerca che mettono al centro l’esperienza soggettiva, come studi sulla vita interna delle parti nel Disturbo Dissociativo dell’Identità. Questi lavori evidenziano quanto sia essenziale comprendere la dissociazione non solo come insieme di sintomi, ma come organizzazione adattiva sviluppata nel tempo.

In questa cornice, il Deep Brain Reorienting (DBR) sta offrendo un contributo sempre più rilevante nel trattamento dei disturbi trauma-correlati. Focalizzandosi sui meccanismi neurofisiologici precoci della risposta orientativa e dello shock, consente un accesso estremamente preciso agli strati più profondi dell’esperienza traumatica, in particolare ai livelli impliciti e sottocorticali che spesso sfuggono ad approcci più cognitivi. Nel 2023, un RCT pubblicato da Ruth Lanius ne ha mostrato le potenzialità terapeutiche.

Le indicazioni emerse dal recente dibattito internazionale sulla dissociazione complessa sottolineano tuttavia la necessità di bilanciare tale profondità con un’attenzione costante alla stabilità del sistema. Se la dissociazione rappresenta una forma di protezione rispetto a livelli di attivazione eccessivi, diventa evidente che anche un approccio sofisticato come il DBR richiede una chiara mappatura delle dinamiche dissociative e una particolare sensibilità al timing clinico. Non si tratta solo di accedere ai nuclei traumatici, ma di farlo quando il sistema è sufficientemente stabile da poterne sostenere l’elaborazione.

In questo senso, il DBR si integra in modo coerente con una prospettiva contemporanea che valorizza gli stati sottocorticali non solo come sede delle memorie traumatiche implicite, ma anche come risorsa terapeutica per la regolazione e la stabilizzazione.

Tra i temi centrali del Secondo Meeting Italiano DBR (organizzato il 20 e il 21 giugno 2026 a Cagliari), verranno approfonditi proprio la connessione tra processi cerebrali profondi e consapevolezza somatica, il ruolo del Where-Self e del Protoself nell’ancoraggio dell’esperienza, e l’utilizzo degli stati sottocorticali come spazio clinico sicuro.

Questi elementi si inseriscono in una visione più ampia che considera la modificazione delle tracce somatiche e il loro impatto sia sui livelli corticali sia su quelli sottocorticali, evidenziando come il lavoro terapeutico coinvolga l’intera organizzazione del sistema nervoso, e non soltanto i processi cognitivi.

Il cambiamento in atto è anche culturale. Si sta progressivamente passando da un modello centrato sui sintomi a uno che mette al centro l’organizzazione neurobiologica e l’esperienza soggettiva. Questo spostamento ha implicazioni che vanno ben oltre gli ambiti specialistici, influenzando il modo in cui comprendiamo la sofferenza psicologica, strutturiamo gli interventi e, soprattutto, preveniamo il rischio di interventi iatrogeni.

Si tratta di un’occasione particolarmente rilevante non solo per aggiornarsi, ma anche per approfondire in modo esperienziale e condiviso l’integrazione tra approcci corporei, neuroscienze e pratica clinica. I posti in presenza sono limitati, mentre resta aperta la possibilità di partecipazione anche online per la giornata del 20 giugno.

Per informazioni e iscrizioni è possibile consultare il sito ufficiale, oppure contattare direttamente:
deepbrainreorienting@gmail.com.

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20 March 2026

INTRODUZIONE AL LAVORO DI COLIN ROSS e takeaways da “Come curare il Disturbo Dissociativo dell’Identità”

di Raffaele Avico

In questo articolo presentiamo brevemente il lavoro di Colin Ross, uno degli esperti di DID (Disturbo Dissociativo dell’Identità) più riconosciuti a livello internazionale, e recensiamo per punti di interesse il suo breve volume “Come curare il Disturbo Dissociativo dell’Identità”. Avevamo in passato pubblicato un “eserciziario” per lavorare sulle sotto-parti dissociate del sè nel contesto di gravi disturbi post-traumatici, qui.

Colin Ross è stato introdotto in Italia da Costanzo Frau, dell’AISTED. Il suo sito, con raccolti i suoi lavori, è qui.

La prima cosa che è importante segnalare, sfatando una generale mancanza di conoscenza a riguardo, è che il DID esiste. Chi ne mette in discussione l’esistenza, non l’ha mai incontrato in senso clinico. Esistono pazienti che presentano apparenti personalità multiple, con switch tra una sottopersonalità e l’altra, e che manifestano la presenza di un sistema di alter, di parti interne che tra di loro sembrano non riuscire a comunicare. Recentemente, con il diffondersi di una generale cultura psicologica/psicopatologica sui canali social, abbiamo assistito a un fenomeno di “spettacolarizzazione” del disturbo, e a pazienti che si aiuto-diagnosticano il disturbo creandone una narrazione anche molto articolata -in assenza però di una dissociazione vera e propria, e di amnesie. Qui sta il punto centrale, l’aspetto dirimente per eseguire una diagnosi differenziale tra una DID reale e un DID simulato: la presenza di amnesie; quando infatti un alter prende il controllo del “contenitore”/host, nei pazienti osserviamo un’alterazione delle modalità espressive, come un cambio di sguardo/voce, e una generale attitudine, un piglio differente: quando tornerà presente l’host (ovvero la personalità “ospitante”), quest’ultimo non avrà ricordo di cosa è fino a poco prima stato detto, né cosa è stato fatto. Non è essenziale d’altronde avvitarsi sulla diagnosi: è importante però tenere conto che la presenza di amnesie risulta assolutamente dirimente, e patognomonica.

Nel suo volume “Come curare il disturbo dissociativo dell’identità”, Colin Ross sintetizza anni di lavoro con questa tipologia di problematica, creandone un manuale operativo ricco di spunti.

Ne sintetizziamo qui i takeaways più importanti per uno psicoterapeuta:

  • secondo Ross, il trauma produce una frammentazione della personalità per ragioni difensive, ma la personalità rimane una: è incorretto dunque parlare di personalità multiple -risulta più corretto osservare la presenza di sotto-personalità distinte che aiutano l’individuo a processare elementi separati del trauma. Siamo di fronte a un meccanismo dissociativo “limite”, un estremo del continuum dello spettro dissociativo, come un blocco di marmo che si frammenta, all’interno del quale ogni parte elabora separatamente elementi diversi delle vicende traumatiche (il blocco di marmo, come si diceva, rimane però uno).
    Molto diverso dunque dal rappresentare il trauma come in grando di “venare”, di diventare una “nervatura” della personalità: si tratta qui di immaginare un gruppo di “individui” contenuti nel sistema di una persona, di un paziente, con ognuno una funzione, un suo “posto nel mondo interno”. La letteratura sulle introiezioni (per esempio la teoria sul trauma di Ferenczi), sulle parti persecutorie, ci racconta di casi simili ma molto meno estremi, con le parti molto meno personificate, e con i confini tra di esse molto meno rigidi. Verso la fine del volume Ross osserva una generale continuità/somiglianza tra il semplice PTSD e il DID, come fossero su un sorta di continuum. A riguardo di questo, Ross propone, per capire l’entità del fenomeno dissociativo, il “continuum del bambino interiore”, proponendo al clinico una lettura della gravità del disturbo partendo da come venga “presentificato” e “sentito” il bambino interiore da parte del paziente:
  1. nessun bambino interiore
  2. un bambino interiore metaforico
  3. un senso di bambino interiore
  4. una conoscenza specifica che ci sia un bambino interiore
  5. il bambino interiore è visualizzato internamente
  6. la persona può ascoltare e parlare con il bambino interiore
  7. DDI
  • il lavoro del terapeuta dovrà essere un lavoro da diplomatico: l’obiettivo generale sarà promuovere una comunicazione tra le parti, la creazione di un’alleanza all’interno del team di alter interni, con incursioni da parte del terapeuta e dialoghi continui con le varie parti, e un invito costante al negoziato e al dialogo tra le parti stesse. Questo fino al punto in cui il paziente non sia in grado di portare avanti da solo/a i negoziati. Per fare questo, si coinvolgerà l’host in prima battuta, usandolo come mediatore nel dialogo con le varie parti
  • soprattutto in fase iniziale del lavoro, l’obiettivo sarà quello (come da terapia trifasica) di stabilizzare e creare grounding, lavorando parte per parte, come se ogni parte interna fosse un individuo con caratteristiche proprie (Ross dice spesso che lavorare con pazienti con DID è come lavorare con pazienti non-DID, ma con alcuni accorgimenti in più, intendendo che va considerato il complesso/sistema nella sua interezza, ma che ogni singola parte va presa a sé)
  • interessante il discorso sul locus of control: a seguito di traumi (ma in generale nell’infanzia) i bambini hanno la tendenza a internalizzare il locus of control: risulta essere questo un movimento per recuperare quote di controllo, e per non sentirsi in balìa di qualcosa di estremo/folle proveniente dall’esterno (la colpa è mia->il trauma dipende da me->se cambierò comportamento il trauma potrà cessare); un aspetto del lavoro sarà quello di esternalizzarlo, di portare il paziente a percepirsi/ricordarsi come totalmente deresponsabilizzato durante la traumatizzazione, in qualche modo ristabilendo un confine forte tra “i buoni e i cattivi”
  • Ross insiste molto sul dialogo tra le diverse parti: spesso si può pregare gentilmente una parte di parlare con un’altra parte che magari soffre, per farla “ragionare” o per rassicurarla: Ross parla in questo senso di co-coscienza, la compresenza all’interno del sistema di più parti tra di loro presenti insieme e coscienti insieme -come a costruire un campo psichico, una maggiore continuità nella coscienza, frammentata dal trauma per ragioni difensive (nel trauma, in generale, si lavora per rendere non necessaria la dissociazione).
  • Come esercizio da fare per lavorare su questo, Ross propone tra gli altri (disegno, lettere terapeutiche, compiti a casa) il diario di bordo: produrre un documento scritto dove le diverse parti possano parlarsi, e possano creare una sorta di “mosaico” scritto, anche senza switch totali (è possibile che l’host coordini il lavoro, e che si occupi della scrittura anche alla presenza di altre parti “al comando”): l’obiettivo risulta sempre essere “creare il campo”, creare una condizione di coscienza condivisa in cui le parti possano trovare un modo di dialogare e convivere in modo organico/fluido, senza che la mente del paziente debba ricorrere alla dissociazione.
    Le parti, come si intuisce, non vanno “uccise”, ma integrate nel sistema in modo il più organico possibile.
  • Ross spesso sottolinea come non sia per forza necessario lavorare sui ricordi traumatici in modo diretto: spesso infatti si rischia di accelerare troppo il lavoro, e di portare a scompensi del paziente: è più importante tenere a mente il ritmo di lavoro, la necessità di effettuare grounding e ragionare sui processi più che sui contenuti. Il terapeuta che riesca a creare dialogo e diplomazia tra le parti, creerà le condizioni affinché le memorie traumatiche possano “entrare in circolo” in modo maggiormente organico, con meno compartimentazioni.
    Ross a proposito di questo sconsiglia di fare abreagire i traumi ai pazienti: quelle che chiama “abreazioni maligne” sono il risultato di un’emersione incontrollata ed eccessiva dei ricordi traumatici (Ross le mette su un continuum all’estremo, dove all’estremo opposto si ha la sensazione che il paziente sia un “robot reporter”, con ogni aspetto emotivo disattivato). Interessante il riferimento alla tecnica dell’abreazione frazionata.
  • A proposito di questo, efficace comunicativamente lo slogan “il problema non è il problema”, nel senso che è necessario tenere a mente che la pletora dei sintomi riportati dal paziente rimandano a meccanismi di sopravvivenza psicologica, utili a “funzionare” nonostante il trauma: è importante che lentamente il paziente prenda consapevolezza, il più possibile, della “funzione dei sintomi” e dei diversi ruoli delle varie parti del sistema.

Tendenzialmente, osserviamo come il DID rappresenti una strategia di gestione di ricordi di eventi assolutamente problematici, strategia in questo caso portata agli estremi.

Lavorando però con questi tipi di pazienti, ci si rende conto di come la loro mente abbia estremizzato movimenti difensivi a fronte di materiale psicologico “indigeribile”, che li pone però su un continuum in continuità con le persone cosiddette “normali”: anche nei soggetti “sani” esistono meccanismi di dissociazione e compartimentalizzazione più o meno temporanea, più o meno forte, più o meno transitoria, con parti interne in aiuto, parti disturbanti, parti “che parlano”: la differenza sta nell’intensità della fenomenologia, nel volume e nella forza di questi processi difensivi. Anche nei soggetti esenti da DID esistono voci, dialoghi interni tra parti diverse di sé, figure interiorizzate benigne e maligne: quando ci si interfacci con un paziente con DID -sospendendo il giudizio e senza farsi spaventare dall’alterità del fenomeno-, si noterà una continuità dimensionale con i vissuti quotidiani relativi alle “nostre” vite, ma con punti di radicalizzazione e processi portati all’estremo.

Tuttavia, la trasfigurazione della realtà che caratterizza un paziente psicotico, è assente: da questi elementi hanno preso piede molte osservazioni a riguardo della natura delle voci, da molti autori declassate a sintomo non necessariamente psicotico. Alcune volte, tuttavia, terapeuti poco esperti possono tentare di reprimere le voci -compiendo sostanzialmente un errore diagnostico (su questo si veda anche questa rubrica a proposito dei gruppi di uditori di voci a cura di Francesca Spinozzi).

Interessante infine osservare come la produzione di un sistema, la frammentazione della personalità in sotto-parti, permetta la costruzione di una narrazione sul funzionamento del mondo interno: crea una sorta di storia, un mondo in qualche modo più ordinato (ci viene qui in aiuto la formula lacaniana: “dal trauma alla trama“); da qui potremmo tentare un parallelismo con quegli individui creativamente dotati che hanno usato l’arte per produrre una narrazione -ordinata e maggiormente psichicamente digeribile- dei propri traumi, come si dice di Tolkien e del Signore degli Anelli, un romanzo di guerra pieno di riferimenti reali a scene vissute da Tolkien stesso durante la Battaglia della Somme (si veda qui per approfondire).

A riguardo degli studi relativi alla dissociazione, si veda il progetto “Top DD Studies”.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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2 March 2026

Intervista a Carlo Bonomi (rinascimento ferencziano e trauma)

di POPMed

PREMESSA: le interviste di POPMed (“POPMed Talks”) sono raggiungibili qui

Abbiamo intervistato Carlo Bonomi a proposito del pensiero di Sándor Ferenczi. Bonomi è presidente dell’International Sándor Ferenczi Network (ISFN), è stato uno dei sostenitori della “prima ora” di Ferenczi e ha contribuito -in Europa prima, e in Italia poi-, al “rinascimento” ferencziano (in Italia c’è stato insieme a lui, come si evince dall’intervista, Franco Borgogno, insieme al quale ha pubblicato La catastrofe e i suoi simboli).

Ferenczi fu ostracizzato dalla società psicoanalitica degli inizi, e considerato “malato di mente” dai colleghi dell’epoca, per poi essere lentamente “rievocato” e riabilitato, un po’ come è stato per Pierre Janet.

Proprio insieme a Janet, ora, è considerato un padre nobile dell’approccio al trauma e della psicotraumatologia in generale. Insieme a Janet ha infatti bonificato il concetto di trauma, riconsegnandone le cause all’ambiente di sviluppo del bambino.

Il suo articolo più conosciuto e famoso è universalmente considerato Confusione delle lingue tra adulti e bambini (1932), che si può scaricare qui in PDF.

Bonomi ci ha parlato in modo approfondito del suo percorso e di cosa significava, al tempo, occuparsi del pensiero dello psicoanalista ungherese.

Per approfondire, ha consigliato questo materiale, che linkiamo qui:

  1. Dupont, J. (Arpa Edizioni). Sul filo della memoria. Un itinerario psicoanalitico in compagnia di Ferenczi e Balint.
  2. The Wise Baby / Il poppante saggio. Rivista ferencziana (SIPeP-SF).
  3. Bonomi, C. Sito ufficiale. https://www.carlobonomi.it/
  4. Ferenczi House & International Sándor Ferenczi Network (Budapest). https://www.sandorferenczi.org/the-ferenczi-house/
  5. Carlo Bonomi, Il trauma cancellato. Breve storia apocalittica della psicoanalisi. Arpa edizioni. In via di pubblicazione.

EXTRA: dal canale youtube della SIPeP-SF, Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia SÁNDOR FERENCZI

Buona visione!



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Article by admin / Generale / interviste, ptsd

13 January 2026

Alcuni video dal convegno “NIENT’ALTRO CHE PULSIONE DI VITA” della Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia SÁNDOR FERENCZI (maggio 2025, Firenze)

di Raffaele Avico

La SIPeP-SF, Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia SÁNDOR FERENCZI ha recentemente pubblicato su youtube alcuni interventi congressuali interi, tra cui quello di Clara Mucci, che come osserviamo dalla sua presentazione si porta in una posizione sempre più post-freudiana (se non anti-freudiana), rigettando l’idea di una pulsione di morte innata -così come rifiutando l’idea di un trauma “fantasticato”.

Ferenczi è stato un pioniere dello studio del trauma, e insieme a Pierre Janet rappresenta un padre della moderna psicotraumatologia. Giovanni Tagliavini, fondatore dell’AISTED, l’associazione italiana per lo studio del trauma e della dissociazione, ha negli ultimi mesi raccolto su Linkedin alcuni contributi di Ferenczi a proposito del trauma, che si possono recuperare, raccolti, in questo PDF.
Per introdursi al pensiero di Ferenczi.

Qui, invece, i contributi video del congresso, tenutosi a Firenze a maggio 2025:


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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22 December 2025

CORPI BORDERLINE DI CLARA MUCCI: recensione approfondita e osservazioni

di Raffaele Avico

Corpi Borderline ci porta all’interno del metodo di lavoro di Clara Mucci con i pazienti gravi.

Ne estraiamo qua alcuni takeaways, invitando chi volesse ad approfondire la lettura direttamente sul testo.

  1. La Mucci parte dalle teorizzazioni di Kernberg, Klein e di altri autori maggiori della psicoanalisi, compreso Freud, per elaborare un suo metodo di lavoro che supera quegli stessi ispiratori iniziali. In particolare rinforza l’idea di un trauma sempre esogeno, mai intrapsichico, rinnegando più volte l’idea di un’aggressività innata  e autodistruttiva. Il passaggio è abbastanza importante, visto che si lascia alle spalle di fatto sia l’idea di un trauma fantasmatico e intrapsichico (a un certo punto teorizzato da Freud) che l’idea di una pulsione di morte innata – che aveva fatto da basamento alla teorizzazione di Melanie Klein. Seguendo una sua linea di pensiero approda a Ferenczi e a Schore, veri “pilastri” teorici del volume, di fatto tenendo insieme la visione sul trauma e sulla nascita del disturbo di personalità grave di Sandor Ferenczi e la neuroscienza “degli emisferi destri” promossa da Schore
  2. Corpi borderline è un libro di neuropsicoanalisi: non basta più ragionare di oggetti interni, difese verticali o orizzontali, sogni: occorre integrare le conoscenze di psicoanalisi classica agli studi sull’attaccamento di Bowlby, ai seminali lavori di Mauro Mancia, alle scoperte di Schore, all’eredità di Ferenczi, addirittura alla teoria polivagale di Porges (oggi in parte messa in discussione, ritenuta da alcuni semplicistica) arrivando alle più recenti teorie sul trauma – integrando diversi modelli di lettura del complesso mentecervello.
  3. il cuore del lavoro con pazienti borderline è il ripristino di una sicurezza relazionale in vivo in terapia (un’”esperienza emozionale correttiva”) insieme al fondamentale lavoro sul perdono (che Mucci descrive come rinascita/superamento, distinguendolo dal perdono cattolico) al fine di “sciogliere la diade vittima/persecutore” nel mondo prima esterno e poi interno del paziente. Essere cresciuto/a in un ambiente abusante promuove nel paziente la creazione di una visione diadica stereotipata in senso relazionale, con -appunto- vittime e persecutori: superare questa visione coincide con l’approdo alla fase depressiva di Klein (in questo caso ripresa da Mucci) e con la creazione di uno spazio mentale “terzo” in grado di superare la suddetta visione diadica e di -elemento fondamentale- lasciare andare/elaborare la presenza di oggetti interni persecutori.
    Il percorso è il seguente, secondo Mucci: 1) infanzia traumatica/traumatizzante 2) introiezione di oggetti interni persecutori 3) conflitti psicologici interni che ripropongono la dinamica vittima-persecutore 4) sviluppo di sintomi. In terapia si dovrà procedere al contrario, partendo dai sintomi per leggerli in chiave psicodinamica o attraverso le lenti della psicotraumatologia, per arrivare a un’emancipazione del paziente dalla dinamica vittima-persecutore. Si veda a proposito di questo il suo lavoro “Trauma e perdono”.
  4. Seguendo questa linea di pensiero sull’introiezione della diade vittima/persecutore, la Mucci osserva che il corpo può divenire oggetto di scariche aggressive, o essere vissuto come altro/persecutore: da qui l’origine nei pazienti borderline delle tendenze anticonservative (lesioni, aggressività autodiretta, abusi di sostanze): si tratterebbe sempre del riproporsi di una dinamica vittima/persecutore, dunque, o del riattivarsi di una rabbia -pensata però come reazione a una frustrazione prima di tutto relazionale/interpersonale o -seguendo la visione di Russell Meares, reattiva a momenti di discontinuità dello stato della coscienza
  5. Sempre a proposito di questo, la Mucci acutamente osserva come un oggetto cattivo diviene buono in quanto esiste: è meglio per il bambino adattarsi a un oggetto cattivo ma esistente, che affacciarsi sul vuoto dell’oggetto inesistente o morto: a volte in psicoterapia ci si accorge di come il preservare il legame con un oggetto interno ingombrante/persecutorio difende il paziente dal vuoto e dal lavoro del lutto inerente la perdita di quello stesso oggetto. Nel volume Corpi Borderline, la Mucci esemplifica questo con un caso clinico in cui, una volta disciolta la dinamica vittima/persecutore, occorreva per la paziente in questione lavorare sul vuoto abissale della mancanza dell’oggetto materno (“Complesso della madre morta”), altrettanto pesante, forse ancora più difficoltoso. Mucci rinforza psicoanaliticamente un tema esplorato da Giovanni Liotti quando parla del bisogno primario del bambini di dipendere, anche in un contesto traumatico, “negante” o abusante (meglio male accompagnati che soli)
  6. A proposito della primiscuità sessuale dei pazienti borderline, la Mucci spiega in un interessante capitolo dedicato come attraverso il corpo il/la paziente tenti di ricostruire lo stato di sicurezza/intimità rassicurante anticamente perduto, o mai vissuto: non avrebbe il comportamento tanto a che fare -quindi- con la ricerca di una meta sessuale omo od eterosessuale, quanto con il contatto corporeo, una corporeità rinnovata, la ricerca di una condizione di sicurezza per via corporea
  7. La Mucci propone anche qui la sua idea a proposito dei 3 livelli di trauma.
    Esistono dal suo punto di vista 3 livelli di traumatizzazione che si possono “cumulare”, con conseguenze progressivamente peggiori: rimandiamo a questa recensione l’approfondimento, citando solo la definizione dei 3 livelli: “L’autrice distingue tre livelli di trauma: il primo derivante dalla mancata sintonizzazione tra caregiver e bambino (trauma relazionale precoce); un secondo livello, più strettamente collegato alla patologia borderline, vede la presenza di maltrattamenti, privazioni e abusi. Il terzo livello comprende traumi sociali come stermini, genocidi, guerre”.
    Riprendendo Liotti, la Mucci sostiene che solo il trauma per mano umana produce dissociazione, elemento clinico di particolare interesse per chi si occupi di trauma complesso.
  8. La Mucci attinge da Ferenczi a piene mani: negli ultimi anni, grazie anche ad autori come Franco Borgogno, assistiamo al recupero di un padre “minore” della psicoanalisi degli inizi, Sandor Ferenczi appunto, soprattutto in ambito di teoria e tecnica sul trauma. Citato più volte, il famoso articolo “La confusione delle lingue tra adulti e bambini”

MUCCI SUL NARCISISMO

Forse un po’ più debole contenutisticamente la parte del volume relativa al disturbo narcisistico di personalità, con riferimenti multipli e meno organizzati, di volta in volta shiftati tra teorie psicoanalitiche più o meno datate inerenti la patogenesi del narcisismo, e ricerche più attuali (neuroscientifiche) riguardanti possibili spiegazioni sulla nascita del disturbo. L’impressione è che il capitolo manchi di un punto di arrivo, e che non esista una formulazione chiara su di un “fattore primo” inerente l’eziopatogenesi del disturbo. Si parla di rispecchiamento problematico ma anche di scarsa interiorizzazione degli oggetti, di “trauma nella fase del riavvicinamento” usando i criteri di Mahler, di edipo risolto male con Super-io inespresso, ma anche di sviluppo problematico di aree del cervello fondamentali per l’empatia (Schore).
Degno di nota l’insistere sul tema della vergogna, emozione centrale nel narcisismo e in grado di regolare l’umore, e l’accenno -seppur breve- alla teoria di Liotti e Farina sul comportamento scarsamente empatico del narcisista letto come risultato di una strategia controllante punitiva (la Mucci sembra confondere qui il concetto di “strategia di controllo” di Liotti con il concetto -più largo- di Sistema Motivazionale Interpersonale).
L’impressione che se ne ricava è che leggere la genesi del disturbo narcisistico usando le lenti della teoria psicoanalitica classica sia problematico, ma che lo sia anche usare le lenti della psicotraumatologia di matrice “ferencziana”/liottiana -immaginando cioè che il narcisista sia figlio delle sue introiezioni taglienti e problematiche.
Setacciando il capitolo, l’idea mahleriana di un disturbo narcisistico come risultato di un rifiuto da parte del bambino all’idea di dipendenza, dipendenza vissuta come persecutoria e problematica a causa di caratteristiche intrinseche al caregiver, rimane la più plausibile. Rimando a questo approfondimento sul tema “strategie di controllo” di Liotti e Farina, che di fatto dice la stessa cosa usando termini diversi (al fine di controllare la relazione con il caregiver problematico il bambino impara a punire l’oggetto, rifiutandosi di porsi in una posizione di eccessiva dipendenza da esso -posizione vissuta come mortifera e umiliante).
In tutto questo, la Mucci ribadisce, non esiste nessuna aggressività innata né alcun temperamento che non sia epigeneticamente influenzato, superando dunque, come già accennato, le idee kleiniane e kernberghiane a proposito delle caratteristiche innate del bambino. La psicopatologia, ci ricorda l’autrice, è un affare interpsichico già da subito, o meglio, già da prima della nascita.

Sempre a proposito del tema “narcisismo”, nel capitolo successivo l’esemplificazione di un caso clinico (Fabian) aiuta a meglio comprendere e a sistematizzare i contenuti presentati nel capitolo precedente.
Tirando le fila del discorso, la Mucci presenta le sue idee più forti a riguardo della sua idea di narcisismo, che possono essere sintetizzate in questo modo:

  1. la patogenesi del disturbo deriva da un evento vissuto dal bambino come problematico, nel contesto della fase di “riavvicinamento” usando la teoria di Mahler (qui un approfondimento): si tratterebbe per il bambino di un processo di “rifiuto” della dipendenza, una compensazione al senso di umiliazione vissuta quando le sue esigenze di dipendenza furono frustrate o mortificate, nel contesto di un attaccamento problematico. Il bambino imparerebbe a “fare da sé”, o a rifiutare in sé l’idea di dipendere -e la creazione di un sé grandioso arriverebbe ad aiutarlo in questo processo di “rinuncia”. L’emozione centrale, in tutto questo, sarebbe come prima accennato la vergogna (vergogna di dipendere, di non farcela da solo, di dover appoggiarsi ad altri)
  2. tutto questo va di pari passo con la presenza di oggetti interni problematici: “ideali dell’io” ipertrofici e irraggiungibili, ma anche oggetti interni persecutori e aggressivi, umilianti: torna qui, come osserviamo, l’accento messo da Mucci sul tema diade “vittima/persecutore”, elemento a fare da “basamento” a molti disturbi di personalità in quanto risultante di un primevo, disturbato rapporto con le figure di accudimento primarie.
  3. la suicidalità del paziente narcisista è differente dalla suicidalità del paziente borderline. Nel primo caso può trattarsi del compiersi di un “destino” di mortificazione da parte delle figure interne (sadiche, o addirittura deliranti), altre volte di un gesto di affrancamento da figure vissute come persecutorie. Nel paziente borderline, d’altra parte, la suicidalità mantiene caratteristiche “interpsichiche” (meglio il nulla del vuoto relazionale) il che rende a volte i gesti suicidari del borderline delle “richieste d’attenzione”.
  4. Lavorare sulle relazioni oggettuali e sul corpo, rappresenta un punto fondamentale e basale. La Mucci parla anche di esercizio fisico come pratica virtuosa di recupero del corpo e creazione di un “clima di cura”, e dell’arte come dispositivo “traumatolitico”, funzionale alla simbolizzazione

Come osserviamo ritorna spesso la questione della diade interna, della dinamica persecutore/vittima, che in fondo rappresenta il messaggio centrale che estraiamo da questo volume: come terapeuti dobbiamo sempre andare a cercare la presenza di oggetti internalizzati in modo problematico e lavorare sullo sviluppo di un terzo polo, di un terzo spazio funzionale all’internalizzazione di oggetti buoni. La Mucci cita a un certo punto questo articolo di Liotti, dove è ben sintetizzato questo aspetto del “triangolo drammatico” (su questo aspetto, si veda anche questo).
Il disturbo nasce nella relazione e viene poi internalizzato, viene costruito internamente e riattualizzato nelle relazioni con le persone esterne, ma anche con il proprio corpo. Da esterno, diviene dunque interno.

MUCCI SU PSICOSOMATICA, ANTISOCIALITÁ E DISTURBO IPOCONDRIACO

Nei capitoli successivi la Mucci affronta il tema del disturbo psicosomatico e di conversione, anche in questo caso ponendo come pilastro patogenetico la difficoltosa sintonizzazione del bambino con la figura del caregiver e il precoce immagazzinamento di memorie relazionali “guaste”, problematiche -con diversi livelli di disturbo risultante, che la Mucci distingue principalmente in due macro-categorie:

  • il disturbo da conversione è più facilmente rintracciabile e racconta di una capacità di “simbolizzazione” da parte del paziente integra, mantenuta, nella cornice di un disturbo più moderato, nevrotico: in questo caso la capacità simbolica è relativamente buona, e ci si potrà lavorare usando modalità psicoanaliticamente più tradizionali: interpretazioni, sogni, gioco simbolico in seduta, uso di immagini o metafore, al fine di portare pensiero e “racconto” al posto dei sintomi
  • il disturbo da somatizzazione, invece, racconta di un passaggio al corpo del dolore originario, precoce e dissociato; in questo caso la capacità di simbolizzare è scarsa e occorrerà lavorare con il paziente come si fa con i disturbi gravi di personalità, promuovendo dunque un’alleanza solida in terapia e restituendo al paziente l’esperienza emozionale correttiva di cui prima si accennava, al fine di rendere possibile recuperare capacità di simbolizzazione in un contesto “sicuro”. Partendo da una sintonizzazione tra “emisferi destri”, si arriverà a parlare anche usando i “sinistri”, ma a seguito di un lavoro prima di tutto relazionale -nel qui ed ora.

In entrambi i casi, senza lavorare sulla struttura di personalità -la Mucci sottolinea- non si toccherà minimamente il portato problematico del sintomo.

Interessante l’accento posto dall’autrice sul sogno: nel caso della “semplice” nevrosi, sarà “interpretabile” e collegato in modo più diretto alla vita del paziente, nel caso del disturbo psicosomatico di origine traumatica, lo si osserverà più caotico e ripetitivo, simile a una sorta di “regolazione affettiva notturna”, come se quote di emotività grezza, per usare Bion, si riversassero sulla scena del sogno producendo sogni peculiari, “post-traumatici”, simili a “evacuazioni”.
Il materiale post-traumatico, come si osserva, sembra prendere vie peculiari nella mente dei pazienti con disturbi di personalità gravi, rientrando sulla scena della vita quotidiana in modi sub-simbolici, più corporei, meno “raffinati”, attraverso vie differenti: ricordiamoci in questo caso che la precocità delle traumatizzazioni implica un uso precoce dei registri di memoria procedurale, antica (si veda anche questa recensione al libro Inconscio non rimosso e memoria implicita, a cura tra l’altro della stessa Mucci con Giuseppe Craparo).

Nella parte finale del volume, La Mucci si concentra sul disturbo antisociale e sul disturbo ipocondriaco, che interpreta come margini estremi, deviazioni ulteriori del disturbo narcisistico, presentando due casi clinici a esemplificare le teorizzazioni.

In particolare risulta interessante la spiegazione sull’origine del disturbo ipocondriaco, presentando la Mucci, sulla scia di altri autori -primo di tutti, Freud-, una visione del problema basata sulla teoria delle pulsioni: la regressione al corpo, l’attenzione “totale” verso gli organi interni e la loro preservazione, testimonierebbe nel paziente ipocondriaco una regressione profonda in atto, il ritorno a un funzionamento infantile, pre-simbolico.
Viene presentata più volte l’idea che l’ipocondria sia una difesa nei confronti della perdita dell’oggetto, come un investimento sul o un attaccamento al corpo contestuale a una minaccia di perdita oggettuale. Come linee guida per il trattamento, l’autrice cita tre elementi di lavoro, la desomatizzazione, la verbalizzazione e la differenziazione dai legami fusionali, al fine di “rinforzare” la capacità di fare simbolo, di mettere parole dove il sub-simbolico non verbale (il corpo) e il simbolico non verbale (le immagini/i sogni) mantengono un posto di predominanza nella scena psichica (Wilma Bucci)

Insieme a questa visione, freudiana, la Mucci ripropone -nuovamente- l’idea di una patogenesi in linea con la teoria sugli “oggetti”, che di fatto la pongono nuovamente dalla parte di chi vede nella traumatizzazione e nell’abuso la maggiore causa di sviluppo di disturbo psicopatologici.
Come nel resto del volume, l’autrice torna all’idea di introiezioni problematiche che si attualizzano, ricadendo nella vita attuale del paziente e “drammatizzandosi”/riattualizzandosi nei suoi rapporti   interpersonali (compreso quello con il terapeuta).
Ci troviamo nei dintorni di una “sutura” tra due visioni riguardanti la causa della psicopatologia, interpersonale e interpsichica in primis, pulsionale in seconda battuta, con un’attenzione di volta in volta portata a entrambi gli aspetti, con però in prima linea l’attenzione alle traumatizzazioni precoci e -di nuovo- alle introiezioni problematiche. Quello delle introiezioni è in filigrana il tema più importante, che ritorna in tutto questo bellissimo lavoro della Mucci.

Il testo si chiude con un incredibile approfondimento sulla perversione e una riflessione sul tema della sessualità (più o meno pervertita): sta qui infatti, la Mucci osserva, l’esperienza più rivelatoria del “passaggio sulla Terra” di ogni individuo nella sua unicità, essendo che la sessualità, dal suo punto di vista, rappresenta una drammatizzazione, una “metafora” non solo della vita “a due”, ma dell’intero mondo oggettuale dei rispettivi membri della coppia: nell’atto sessuale si riattualizzerebbero rapporti con oggetti primari, approcci “primevi” al corpo del caregiver, identificazioni al corpo della madre o del padre, istanze culturali a “indirizzare” il comportamento sessuale (stereotipicamente maschile o femminile, per esempio), conflitti di potere. Il tema del potere e della “dominazione” dell’altro entro codici stabiliti culturalmente (maschile/dominante vs femminile/sottomesso) sembra, la Mucci chiude, precedere il tema della differenziazione di genere, ponendosi come cifra del rapporto sessuale emanato da, di nuovo, codici culturali, il che porta la Mucci a riflettere sulla “struttura potenzialmente distruttiva e disumanizzante e potenzialmente mortifera della cultura” e sulla l’immane potere del “simbolo”.

Come elemento che torna spesso, l’idea di un orientamento sessuale ingenerato in modo quasi-deterministico dal sovrapporsi delle identificazioni progressive dell’infante e dal rapporto con gli oggetti interni, sembra risentire di una visione un po’ troppo rigidamente psicoanalitica che rischia di sembrare a tratti limitante, alla luce degli studi a proposito della genesi dell’omosessualità (si veda questo approfondimento sul tema dell’omosessualità, fatto fare dall’AI in modalità deepresearch, che sintetizza gli studi più solidi degli ultimi 20 anni sul tema)


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Generale / ptsd, recensioni

25 November 2025

Terapia della regolazione affettiva di Allan Schore: INTRODUZIONE

PREMESSA: questo contenuto è scritto tramite AI e supervisionato, ed è basato su di una bibliografia fornita dallo stesso Allan Schore in occasione di questo convegno -bibliografia che troverete scaricabile a fondo pagina.
Allan Schore ha ispirato negli ultimi anni molti autori provenienti dall’ambito psicoanalitico, forzandoli a un’integrazione neuroscientifica, promuovendo una riflessione approfondita sul concetto di memoria implicita e inconscio non rimosso, in particolare approfondendo il ruolo dell’emisfero destro cerebrale.
Il lavoro di Schore si colloca in continuità con autori che su questo blog abbiamo spesso citato, Giovanni Liotti, Russell Meares, Mauro Mancia, in particolare Clara Mucci. Questi autori hanno (ri)proposto l’idea che il trauma sia sempre un evento esogeno, causato da distorsioni nel rapporto con le figure di attaccamento, magari collocato in epoche remotissime come quella prenatale ma sempre intersoggettivo, interpsichico.
Allan Schore ha ispirato direttamente il lavoro di Clara Mucci. Nel suo Corpi Borderline, per esempio, l’autrice prende le distanze più volte sia dal concetto di trauma intrapsichico di Freud, che dall’idea di aggressività innata formulata da
 Melanie Klein, proponendo un’idea di “aggressività infantile distruttiva” causata da una precoce identificazione con l’aggressore da parte del bambino -sposando in pieno dunque la tesi di un autore minore della psicoanalisi degli inizi, oggi rivalutato, Sandor Ferenczi.
(R. Avico)

IL MODELLO TEORICO E CLINICO DI ALLAN SHORE

Panoramica del modello teorico

Le prime interazioni faccia-a-faccia mediate da sguardi, voce e gesti tra il neonato e la madre generano una sincronizzazione emotiva reciproca. Queste “protoconversazioni” inducono una risonanza interpersonale che regola gli stati affettivi di entrambi e getta le basi dello sviluppo cerebrale del bambino, in particolare delle strutture dell’emisfero destro coinvolte nella regolazione emotiva. L’organizzazione del cervello in via di sviluppo avviene infatti all’interno di una relazione: il cervello del bambino si sintonizza con quello dell’adulto grazie a segnali emotivi impliciti, modellando la capacità di autoregolazione affettiva del piccolo.

Schore integra neuroscienze dello sviluppo e teoria dell’attaccamento, evidenziando il ruolo chiave dell’emisfero destro nel processare le esperienze emotive e relazionali precoci. A differenza dell’emisfero sinistro (dominante per il linguaggio e il pensiero cosciente), l’emisfero destro matura precocemente ed è specializzato nelle comunicazioni non verbali e nei processi affettivi inconsci. Schore propone che il “mentale inconscio” freudiano coincida in gran parte con il sistema psicobiologico dell’emisfero destro. In altre parole, la mente inconscia di una persona comunica costantemente con l’emisfero destro di un’altra attraverso segnali affettivi sottili (es. contatto visivo, tono della voce, posture) al di sotto della consapevolezza conscia – un concetto definito inconscio relazionale. Queste comunicazioni “da cervello destro a cervello destro” costituiscono un canale diretto di scambio emotivo tra due soggetti, analogo a quello che si instaura tra madre e bambino.

Un principio centrale della teoria della regolazione affettiva è che lo sviluppo del cervello e della personalità dipende dalla qualità delle prime relazioni di attaccamento. Un attaccamento sicuro con un caregiver sensibile e responsivo favorisce l’ottimale maturazione dei circuiti di regolazione dell’emisfero destro, promuovendo un’efficiente capacità di modulare le emozioni e un sano sviluppo del Sé.
Al contrario, attaccamenti insicuri o traumi relazionali precoci (come abusi o trascuratezze nell’infanzia) possono disturbare la maturazione di questi meccanismi regolatori, lasciando il bambino privo di strumenti per gestire lo stress emotivo. In tali casi il piccolo può rimanere bloccato in schemi di disregolazione affettiva – oscillando tra iper-arousal (ansia, collera, panico) e ipo-arousal (dissociazione, ottundimento) – che costituiscono terreno fertile per future psicopatologie. Schore sottolinea infatti che molti disturbi psichiatrici dell’età adulta (ad es. disturbi d’ansia, dell’umore o di personalità come il borderline) rappresentano, alla radice, esiti di fallimenti nelle prime regolazioni affettive del bambino.

Applicazioni cliniche

Le intuizioni di Schore hanno influenzato profondamente la pratica clinica, specialmente nelle aree legate al trauma dello sviluppo e ai disturbi dell’attaccamento. In ambito di trauma relazionale precoce (come abusi infantili, abbandono o trascuratezza), la teoria della regolazione affettiva offre un modello esplicativo della patogenesi: esperienze di accudimento traumatiche nei primi anni producono un arresto o disturbo nello sviluppo dell’emisfero destro, con conseguenti difficoltà di regolazione emotiva e difese dissociative (il bambino “spegne” le emozioni travolgenti per sopravvivere).

Clinicamente, ciò si traduce in adulti che presentano problemi di gestione degli affetti, flashback somatici e vuoti emotivi tipici del Disturbo da Stress Post-Traumatico complesso o di altri disturbi dissociativi. L’approccio di Schore viene applicato in psicoterapie trauma-focused (es. con sopravvissuti a maltrattamenti infantili), enfatizzando la creazione di un legame terapeutico sicuro attraverso cui il paziente possa, gradualmente, rielaborare e integrare le emozioni e i ricordi traumatici in modo tollerabile. In questo processo, il terapeuta funge da “caregiver sostitutivo” che aiuta il paziente a colmare le lacune nelle sue capacità di autoregolazione, spesso per la prima volta permettendogli di sentire e modulare affetti prima intollerabili.

Più in generale, la prospettiva della regolazione affettiva è considerata trasversale a molte forme di terapia e popolazioni cliniche. Schore e colleghi sostengono che la relazione terapeutica stessa sia il fattore curativo comune più importante in psicoterapia, oltre le specificità teoriche. In linea con ciò, ricerche meta-analitiche mostrano che una solida alleanza terapeutica – caratterizzata da empatia, collaborazione, autenticità e reciproca fiducia – predice esiti positivi del trattamento indipendentemente dall’approccio utilizzato. Questo rende il modello di Schore rilevante in contesti molto diversi: dalla psicoterapia individuale per disturbi d’ansia, depressione o personalità (dove spesso il nucleo del problema è una vulnerabilità nella regolazione emotiva), fino alla terapia familiare e di coppia (in cui ripristinare interazioni emotive più sintonizzate tra i membri è fondamentale per il cambiamento). Perfino in ambito di psicoterapia di gruppo o con popolazioni speciali (ad es. pazienti con autismo ad alto funzionamento), si è riscontrato che intervenire sui processi di attunzione e sincronizzazione emotiva fra partecipanti può migliorare significativamente la coesione e gli esiti del percorso terapeutico. In sintesi, il paradigma della regolazione affettiva fornisce una cornice unificante per comprendere e trattare un’ampia gamma di problematiche cliniche, facendo leva sul potere terapeutico della relazione e della modulazione degli affetti in tempo reale.

Tecniche e approcci terapeutici principali

In pratica, l’approccio di Schore non prescrive tecniche strutturate passo-passo, ma punta a sfruttare i processi relazionali e impliciti nel dialogo clinico. Lo stesso Schore afferma che al cuore dell’“arte” della psicoterapia vi è la capacità relazionale ed emotiva del terapeuta – ovvero sapersi sintonizzare con una vasta gamma di pazienti – più che la mera padronanza di protocolli tecnici standard.

I principi operativi fondamentali includono:

  • Costruzione di un’alleanza terapeutica sicura: il terapeuta si impegna attivamente a creare un clima di fiducia, accettazione e base sicura per il paziente. Ciò comporta un atteggiamento empatico, non giudicante e autentico, che trasmette al paziente la sensazione di essere compreso e al riparo da nuove ferite. Un’alleanza solida funge da “porto sicuro” (analogamente alla figura di attaccamento) entro cui il paziente può esplorare emozioni dolorose o vulnerabili senza esserne sopraffatto. La ricerca conferma che un buon legame terapeutico – caratterizzato da collaborazione, empatia e rispetto positivo – è associato a minori abbandoni della terapia e a risultati clinici migliori.
  • Comunicazione implicita e non verbale: la sintonizzazione avviene in larga parte attraverso segnali non verbali e modalità di comunicazione inconsce. Il modello di Schore dà grande importanza a elementi come il tono di voce, le pause, lo sguardo, la postura e la prosodia emotiva nel dialogo terapeutico. Il terapeuta presta attenzione a questi indicatori sottili dello stato interno del paziente e calibra intenzionalmente la propria comunicazione non verbale per promuovere sintonia (ad esempio abbassando la voce e parlando con calma quando il paziente è agitato, oppure mantenendo uno sguardo accogliente per trasmettere presenza e disponibilità). Queste comunicazioni “right brain-to-right brain” permettono uno scambio di informazioni emotive al di là delle parole, generando una sincronizzazione biologica tra paziente e terapeuta: studi recenti mostrano che durante una buona seduta i sistemi nervosi di entrambi tendono a sincronizzarsi (frequenza cardiaca, pattern respiratori, attivazione cerebrale), come due strumenti musicali che accordano le proprie note. Tale livello implicito di comunicazione crea un “canale nascosto” in cui il paziente percepisce sicurezza e comprensione a livello viscerale, anche senza bisogno di esplicitarlo verbalmente.
  • Sintonizzazione affettiva e coregolazione: il terapeuta agisce in modo simile a un genitore sufficientemente attento, rispecchiando e modulando gli stati emotivi del paziente. Questo implica percepire intuitivamente l’affetto prevalente nel momento (tristezza, rabbia, paura, vergogna, ecc.), tollerarlo senza evitarlo, e rispondere in modo sintonizzato – ad esempio con espressioni facciali, gesti o tonalità vocali che comunicano al paziente “ti sento, sono con te”. Attraverso questa presenza empatica, il terapeuta coregola le emozioni del paziente: se quest’ultimo è sopraffatto da un affetto intenso, il terapeuta può aiutarlo a ridurne gradualmente l’intensità (ad esempio rallentando il ritmo, mantenendo la calma, invitandolo a fare respiri profondi); viceversa, con un paziente emotivamente bloccato o dissociato, il terapeuta potrà introdurre calore, stimolazioni dolci o rievocare in modo sicuro il sentimento sopito, “riaccendendo” l’affetto attenuato. In entrambi i casi, il clinico funge da regolatore esterno stabile, offrendo all’organismo del paziente un’esperienza correttiva di regolazione interpersonale. Col tempo, ripetute esperienze di sintonizzazione e riparazione all’interno dell’alleanza terapeutica favoriscono l’interiorizzazione di nuove strategie di autoregolazione: il paziente impara, grazie alla relazione, a riconoscere e modulare i propri stati emotivi con maggiore efficacia.
  • Facilitazione dell’espressione e integrazione delle emozioni: un pilastro dell’intervento basato sulla regolazione affettiva è incoraggiare il paziente a vivere le proprie emozioni, piuttosto che evitarle o sopprimerle. Schore sottolinea che il cambiamento terapeutico non avviene tramite un controllo cognitivo “dall’alto” delle emozioni, bensì permettendo l’emergere e la regolazione “dal basso” degli affetti dolorosi o dissociati. In pratica, il terapeuta aiuta il paziente ad avvicinarsi gradualmente a sentimenti temuti o rimossi (tristezza profonda, rabbia repressa, paura del rifiuto, ecc.), fornendo al contempo un contenimento sicuro. Ad esempio, può legittimare e nominare l’emozione (“È comprensibile provare rabbia per quello che ha subito”), mostrarsi presente accanto al paziente mentre la sensazione affiora, e monitorare che il livello di attivazione resti tollerabile. Non si tratta di spingere il paziente al catharsis incontrollato, ma di integrare pian piano quei vissuti frammentati all’interno della finestra di tolleranza emotiva. Questa esposizione guidata alle emozioni precedentemente evitate, all’interno di una relazione empatica, consente al paziente di ampliare la propria capacità di tollerare e gestire gli affetti. Come afferma Schore, la terapia punta a “facilitare l’espressione di emozioni – incluse quelle evitate o dissociate – allo scopo di permettere al paziente di tollerarle e renderle emotivamente adattive”, costruendo nel contempo una competenza implicita più solida di regolazione interna. In altri termini, il paziente impara a sentire senza essere sopraffatto, trasformando gradualmente le emozioni da fonte di disorganizzazione psichica a risorse informative integrate nella personalità.

Evidenze scientifiche a supporto

Numerose ricerche empiriche negli ultimi decenni hanno corroborato il modello di Schore e l’efficacia clinica del focus sulla regolazione affettiva:

  • Neuroscienze dello sviluppo: Studi neurobiologici indicano che l’attività dell’emisfero destro è cruciale per l’elaborazione delle emozioni e dell’attaccamento fin dai primissimi anni di vita. Le moderne neuroimmagini funzionali hanno mostrato, ad esempio, che le interazioni emotive precoci attivano preferenzialmente specifiche aree del cervello destro del neonato (come la corteccia orbito-frontale destra, implicata nella regolazione degli affetti). Tali risultati supportano l’idea che il cervello sociale ed emotivo del bambino si sviluppi in risposta diretta al caregiving: le prime esperienze relazionali “plasmano” letteralmente i circuiti neurobiologici della regolazione emotiva. D’altro canto, evidenze da studi longitudinali suggeriscono che traumi relazionali infantili (come la deprivazione di cure o l’abuso) possono comportare alterazioni nelle strutture e funzioni dell’emisfero destro – ad esempio anomalie nell’asse limbico- orbitofrontale responsabile della modulazione dello stress – spiegando la maggiore vulnerabilità di questi individui a disturbi dissociativi e di personalità in età adulta.
  • Studi sull’attaccamento e sincronizzazione diadica: Osservazioni sistematiche delle diadi caregiver-bambino confermano i meccanismi descritti da Schore. Ricerche classiche (Cohn & Tronick, Trevarthen, Beebe e altri) hanno documentato che durante interazioni faccia-a-faccia sintonizzate – in cui madre e infante si scambiano sguardi, vocalizzazioni e gesti in modo contingente – si genera un’allineamento nei loro stati fisiologici ed emotivi. In altri termini, i due partner “risuonano” emotivamente: le variazioni nell’espressione dell’uno producono cambiamenti coordinati nell’altro, in un ciclo reciproco di regolazione. Questo coupling intersoggettivo è stato descritto come un vero e proprio meccanismo di collegamento tra cervelli: il caregiver e il bambino in sincronia “agganciano” le rispettive attività neurali, soprattutto nelle aree del cervello destro che elaborano gli stimoli socio-emotivi. Tali risultati empirici avvalorano il principio neurobiologico secondo cui “il cervello in via di sviluppo del bambino è adattato per essere accoppiato, tramite la comunicazione emotiva, ai processi regolativi del cervello adulto”. Di converso, studi sui pattern di attaccamento insicuro mostrano che bambini cresciuti con cure incoerenti o non responsività emotiva cronica manifestano, rispetto ai bambini con attaccamento sicuro, una maggiore reattività fisiologica allo stress e difficoltà a riprendersi da stati di attivazione elevata – indicatori di un sistema di regolazione affettiva meno efficiente. Queste evidenze sono coerenti con l’osservazione clinica che l’attaccamento insicuro rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di problemi di regolazione emotiva e sintomi psicopatologici.
  • Esiti clinici in psicoterapia: Anche la ricerca sull’efficacia delle psicoterapie ha fornito evidenze a sostegno dell’enfasi posta da Schore su relazione e regolazione. Una mole di studi ha identificato nei fattori comuni (relazionali) il principale predittore dell’esito terapeutico: aspetti come l’alleanza terapeutica, l’empatia percepita, la congruenza emotiva del terapeuta e la sintonizzazione affettiva con il paziente risultano associati in modo consistente al successo del trattamento, più della scelta di una tecnica specifica. In particolare, una revisione di Norcross e Lambert conclude che “decenni di evidenze convergono sul fatto che la relazione terapeutica dia un contributo sostanziale e costante all’esito, indipendentemente dal trattamento… La relazione può guarire… mentre alleanze povere predicono abbandono e fallimento terapeutico” . Queste scoperte empiriche risuonano con la premessa di Schore che la “relazione di cura” sia di per sé un agente di cambiamento neuropsicologico. A ulteriore conferma, nuovi studi neuroscientifici con metodiche di hyperscanning (registrazione simultanea dell’attività cerebrale di paziente e terapeuta durante la seduta) mostrano fenomeni di sincronizzazione neuronale interpersonale. Ad esempio, è stato osservato che nei diadi terapeuta-paziente con una buona alleanza vi è una sincronizzazione delle oscillazioni cerebrali nell’emisfero destro di entrambi, in particolari regioni (come la giunzione temporo-parietale destra) coinvolte nei processi di empatia, mentalizzazione e comprensione delle intenzioni altrui. Questo dato suggestivo indica che durante una terapia efficace si crea letteralmente un “collegamento cerebrale” tra i due individui, che rispecchia il loro profondo accordo emotivo. In sintesi, le ricerche contemporanee – spaziando dalla neurobiologia allo studio dell’alleanza in psicoterapia – convergono nel supportare la validità del modello di Allan Schore: lo sviluppo e la riparazione della mente umana passano attraverso la regolazione interattiva degli affetti, mediata dall’emisfero destro, sia nelle relazioni di attaccamento precoci che nel processo terapeutico stesso.

Qui per scaricare una bibliografia ragionata (a cura dello stesso Allan Schore).

Qui altro su emisfero destro/sinistro.
Qui il sito di Allan Schore.


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Article by admin / Generale / ptsd

19 November 2025

GRUPPI DI AUTO-MUTUO-AIUTO A TEMA TRAUMA E DISSOCIAZIONE

di Raffaele Avico

Ne Il Signore degli anelli Tolkien scrive, a proposito del trauma vissuto da Frodo durante il suo viaggio:

“Finalmente il viso degli hobbit era rivolto verso casa. Erano impazienti di riveder la Contea; ma sulle prime cavalcarono solo lentamente, perché Frodo aveva dato segni di disagio. Giunti al Guado del Bruinen si era fermato, e sembrava restio ad avventurarsi in mezzo al fiume; e si accorsero che per un po’ i suoi occhi non vedevano né loro né le cose che lo circondavano. Era rimasto in silenzio tutta la giornata. Era il sei di ottobre.

“Soffri, Frodo?” disse Gandalf dolcemente mentre gli cavalcava a fianco.

“Be’, sì,” disse Frodo. “È la spalla. La ferita mi fa male, e il ricordo della tenebra pesa su di me. Oggi fa un anno.”

“Ahimè! ci sono ferite che non guariscono mai del tutto,” disse Gandalf.

“Temo che sia il mio caso,” disse Frodo. “Non c’è vero ritorno. Anche se rientro nella Contea, non mi sembrerà la stessa; perché io non sono più lo stesso. Sono ferito da pugnale, da aculeo e da dente, e da un lungo fardello. Dove troverò riposo?”

Gandalf non rispose.”

Non c’è un vero ritorno alla forma originaria, quella pre-traumatica: questo vuole farci intendere Tolkien -che scrive di sè stesso pensando alla prima guerra mondiale, a cui era sopravvissuto.
Il trauma ricade sul corpo e altera la forma del nostro tempo, creando un prima e un dopo, deforma inoltre la nostra coscienza increspandola, altre volte bucandola, altre volte ancora frammentandola.

Credo che un gruppo di auto-mutuo-aiuto possa permettere a persone “sopravvissute” di sperimentare un senso di appartenenza e, attraverso un reciproco confronto, di imparare delle modalità di fronteggiamento nuove dei sintomi post traumatici. Cosa vuol dire fronteggiare il ricordo del trauma (o dei traumi)? Come ridare coerenza alla narrazione della propria vita?

Negli ultimi anni ho approfondito estesamente il tema del trauma e dei sintomi dissociativi: per chi fosse interessat* lascio qui un serpente di articoli che sviluppa molteplici declinazioni della questione. Ho inoltre scritto due libri a riguardo, PTSD: che fare? e Le conseguenze del trauma psicologico.

Sarò lieto di creare, con chi vorrà, un contenitore per progettare -insieme- una via di fuga dallo stress post-traumatico.

QUI per le informazioni necessarie.

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2 October 2025

INTRODUZIONE AL SOMATIC EXPERIENCING DI PETER LEVINE

di POPMed

Abbiamo intervistato Mauro Semenzato a proposito dell’approccio Somatic Experiencing.

Somatic Experiencing è un approccio ideato da Peter Levine, incentrato sulle ricadute corporee degli eventi traumatici.

L’obiettivo è aiutare i pazienti a “portare a compimento” i movimenti o le tendenze all’azione rimaste congelate/bloccate durante gli episodi traumatici.

L’idea di fondo è ci siano delle risposte comportamentali che durante il trauma vengono bloccate: l’operatore di SE dovrebbe idealmente aiutare a riconoscerle e sbloccarle, facendo in modo che la persona possa esprimerle. In questo un punto di contatto con la recente psicoterapia sensomotoria e le sue “tendenze all’azione” da “esaurire”/scaricare.

Peter Levine, come osserva Mauro, mette insieme le teorie di Stephen Porges (teoria polivagale) con le osservazioni etologiche di Nikolaas Tinbergen (qui per sapere chi è).

In questa intervista ci spiega come funziona il metodo in modo introduttivo, fornendoci anche spunti di lettura, per chi fosse interessato ad abbracciarlo o iniziare un percorso.

Per chi volesse, qui un approfondimento (molto ben fatto) sul Somatic Experiencing scritto dall’AI (supervisionato): “SE concettualizza il trauma proprio come il persistere di uno stato neurofisiologico di allarme o collasso non risolto, in cui il SNA resta bloccato in pattern disfunzionali di iperarousal (iperattivazione simpatica, es. ipervigilanza, ansia) o ipoarousal (iperattivazione vagale, es. torpore, depersonalizzazione) o fluttuante tra i due estremi“.

Infine, qui, uno studio randomizzato sul Somatic Experiencing, e una scoping review.


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24 September 2025

INTRODUZIONE AL LAVORO DI RUSSELL MEARES SU TRAUMA E DISSOCIAZIONE


di Raffaele Avico

INTRODUZIONE

Questo approfondimento su Russell Meares si integra a un lavoro più esteso sul modello neojacksoniano di mente. Come nelle conclusioni viene evidenziato, esiste un filone di autori che a partire dall’’800 hanno promosso una visione del complesso mentecervello costruita su di una logica gerarchica. Benedetto Farina e Russell Meares sono “illustri” neojacksonisti dell’epoca attuale, ultimi (in Italia) di una catena di autori che hanno sviluppato il tema, come chiarificato in questa immagine:

Per introdurre il pensiero e il lavoro di Russell Meares, partiremo da 3 articoli, che sono:

  • The Contribution of Hughlings Jackson to an Understanding of Dissociation di Russell Meares, del 1999
  • Il presente dissociato, di Benedetto Farina, del 2008 (qui scaricabile)
  • The traumatic disintegration dimension, del 2023

Questi articoli ci introdurranno alla visione dell’autore australiano (venuto a mancare l’anno scorso) che, insieme ad altri, propone un ripensamento di alcune forme di psicopatologia e del modo con cui le si possa approcciare in senso clinico, ponendo al centro della questione il presente, l’esperienza della dissociazione e delle discontinuità della coscienza, portando dunque l’attenzione più sui “processi” mentali che sui contenuti -partendo dall’assunto che il complesso mentecervello venga mosso da logiche istintuali e innate, giustificate in senso evoluzionistico -entro una cornice di gerarchia.
Come si nota, questi autori adottano la formulazione “complesso mentecervello”, non a caso
.

In ultimo verranno sintetizzati alcuni spunti “da portare a casa” e verrà allegato altro materiale di approfondimento, scaricabile o fruibile in rete.

Partiamo dal primo.

RUSSELL MEARES: LA MICROPATOLOGIA DEL PRESENTE E LE DISCONTINUITÁ DELLA COSCIENZA 

1: The Contribution of Hughlings Jackson to an Understanding of Dissociation (di Russell Meares, 1999)

In questo famoso articolo del 1999 Russell Meares, australiano, riprende la teoria di Jackson a proposito della concezione gerarchica del complesso mentecervello, ponendo alcune osservazioni a riguardo.
Questo articolo merita veramente di essere ripreso, analizzato nel dettaglio e scomposto per punti, al fine di comprendere a fondo le implicazioni che questo modo di vedere la mente possa avere sulla psicopatologia per come la intendiamo “comunemente”. Sulla concezione gerarchica del complesso mentecervello avevamo scritto qui in precedenza, e sul sito di Aisted può essere approcciato ulteriormente il tema.

Partendo da questo articolo (qui scaricabile in originale in PDF) possiamo dedurre la “visione” di Russell Meares sulla psicopatologia, descrivendola nei suoi punti centrali -elencati qui di seguito:

  • Nella prima parte dell’articolo Meares sintetizza il lavoro di Jackson, osservando come per il famoso neurologo il sistema nervoso fosse da pensare, nelle sue singole unità di funzionamento, come un organo atto a rappresentare le informazioni provenienti -primariamente- dagli organi di senso. In continuità con questo, il sistema nervoso sarebbe da pensare come un organo sensomotorio, fin da subito utilizzato dall’organismo per rappresentare le informazioni provenienti “dal basso” -dal corpo-, in un gioco progressivo via via più complesso, fino al punto “massimo” di ri-ri-ri-rappresentazione: la coscienza. Jackson sosteneva che non esistesse una configurazione del cervello umano che potesse far pensare a una sorta di organo “dedicato”, funzionale a “produrre” la coscienza: si trattava dal suo punto di vista di una progressiva complessificazione, e di livelli di “rappresentazione” sempre maggiori (localizzati -in senso anatomico- entro la corteccia prefrontale, da intendersi dunque come vero “organo della mente”)
  • sempre parlando di Jackson, Meares introduce il tema di “doppio” o di sdoppiamento: è necessario che la mente rappresenti le sensazioni che l’individuo percepisce, e per fare questo occorre che internamente si sviluppi un “occhio” che possa fare dei confronti tra sensazione e percezione della sensazione: questo sdoppiamento è centrale e rende possibile confrontare presente e passato, per via di ricordi episodici più o meno distanti nel tempo.
    Meares cita Tulving e i suoi fondamentali studi sui registri di memoria, stratificati e progressivamente sempre meno “incarnati” (procedurale, episodico, semantico/autobiografico), indipendenti tra loro e differenti per come si deteriorano durante le neurodegenerazioni (Legge di Ribot -che d’altra parte è una conferma implicita di come il complesso mentecervello, nuovamente, si strutturi per stratificazioni e gerarchie)
  • A questo punto Meares introduce la tesi dell’articolo, un’idea di psicopatologia in linea con Jackson, che sostanzialmente incentra uno degli eventi eziopatogenetici su di un processo di dissoluzione di strutture più recenti, funzioni mentali superiori che porterebbero la mente a regredire a forme più basiche/precedenti. Inoltre, Meares cita il concetto di concomitanza parallela, sempre di Jackson, un assunto sia sul funzionamento del complesso mentecervello che sui suoi disturbi, secondo il quale la mente e il cervello si influenzerebbero a vicenda, e un danno alla materia sarebbe in grado di generare un danno alla mente (un danno psicologico) e viceversa.
    Come leggiamo, lo stesso Jackson scrive: “La dottrina che io sostengo è la seguente: 1) gli stati della coscienza (ma è dire la stessa cosa, gli stati mentali) sono del tutto differenti dagli stati nervosi. 2) Le due cose accadono insieme: per ogni stato mentale c’è un correlativo stato nervoso. 3) Malgrado le due cose accadano in modo parallelo, non c’è intromissione dell’uno nell’altro [although the two things occur in parallelism, there is no interference of one with the other]. Questa può essere chiamata la dottrina della concomitanza “
  • Meares ragiona quindi a proposito del concetto di restringimento della coscienza, termine usato da Janet: lo sdoppiamento prima citato, la possibilità di pensare e ricordare quello che si vive, in alcuni momenti verrebbe perso, risultando in un processo di “anti-sdoppiamento”, una sorta di unificazione/restringimento della coscienza che porterebbe la persona a “entrare” nel “mero” agire, portandol* a non ricordare quello che fa in quello stato dissociato -dato che la possibilità di immagazzinare memorie episodiche viene meno.
    La dissociazione arriverebbe inoltre a seguito di uno shock o un’emozione veemente, non sarebbe da pensare dunque come un meccanismo difensivo -come in seguito teorizzato da Freud (qui uno dei punti di rottura tra Freud e Janet, come qui approfondito).
    Questo ci porta a riflettere su come alcuni pazienti sembrino aver dimenticato intere fette di esperienza: in alcuni periodi, seguendo questo modello esplicativo, gli accadimenti non sarebbero da pensare come pensati/cognitivizzati, ma vissuti e interiorizzati attraverso memorie procedurali (spesso si ha la sensazione che nella storia dei pazienti qualcosa “sia successo”, o che alcuni periodi siano stati vissuti con intensità eccessiva). Ci troviamo dinnanzi a memorie “impressionistiche”, mai dettagliate, che rimangono sul generico, che appunto dovrebbero spingerci a chiederci se possa esserci stata una spontanea tendenza a dissociare (o per meglio dire a non integrare, per via di fallimenti nelle funzioni di sintesi) emozioni troppo forti, in alcuni periodi di vita, con un conseguente difficoltoso intervento della memoria episodica (sempre per come la intende Tulving).
  • sempre a proposito del tema “sdoppiamento”, Meares ragiona su alcuni fenomeni inerenti la sensazione di “essere sé”: la possibilità di posizionarsi entro la realtà e di confrontare il passato con il presente, operando un’operazione di continua “cucitura”, dipende dalle funzioni mentali superiori prima descritte: nel momento in cui queste funzioni vengono meno, osserviamo secondo questo modo di ragionare alcune forme di psicopatologia peculiare, come la derealizzazione o anche il dejavù (come ben argomentato in questo articolo di Benedetto Farina). Una delle funzioni della coscienza, dunque, consterebbe in un’operazione di cucitura delle esperienze e di confronto continuo tra il “blocco” del passato dell’individuo con il suo presente. In alcune forme di restringimento delle coscienza (per usare il termine di Janet) -entro stati dissociativi-, questo strumento della mente verrebbe a perdersi (in modo più o meno temporaneo) procurando al paziente una pesante sensazione di non presenza, o di non riconoscere luoghi o cose a lui/lei precedentemente familiari

2: Il presente dissociato (di Benedetto Farina, 2008)

Anche in questo caso, prenderemo il lavoro di Farina e lo scomporremo nelle sue parti principali, riassumendole per punti; alla fine faremo alcune considerazioni conclusive.

  1. come prima considerazione, Farina parla di “disturbi della continuità della coscienza”. “Transizioni in cui non ci si sente sé stessi”, fenomeni di “scollamento” dall’esperienza e peculiari momenti di difficile spiegazione come il dejavù, sarebbero alterazioni dello stato di continuità della coscienza, concomitanti a un penoso senso di scollamento dall’esperienza presente: disturbi inerenti quella che Janet definì presentificazione. Farina osserva che certe forme di ansia o di sconforto potrebbero essere pensate come reazioni a queste discontinuità, e che alcuni disturbi di personalità -nella loro complessità-, andrebbero riletti a partire da questo fallimento delle funzioni di sintesi, che porterebbero la persona a sviluppare risposte problematiche (Russell Meares, come prima accennato, ma anche Clara Mucci, rileggono la psicologia borderline come il risultato di un fallimento di queste operazioni di cucitura continua nello stato della coscienza -per via di un indebolimento, di una scarsa “tenuta” delle già citate funzioni di sintesi, a seguito di esperienze avverse o attaccamenti traumatici primevi)
  2. come in precedenza osservato, affinché ci si senta a “proprio agio” nella realtà del presente, occorre che la coscienza operi un confronto continuo tra quello che si sperimenta e il passato prossimo del soggetto. Quando questa operazione di confronto fallisce, è possibile che il presente e il passato si “presentino” al soggetto in modo confuso, anomalo: è questo il caso del dejavù.
  3. Farina fa poi un commento a proposito del gruppo degli originatori del modello neojacksoniano (William James e Henri Bergson, Pierre Janet, Hughlings Jackson) e dei suoi più illustri e recenti promotori, Henri Ey e Russell Meares. Questo gruppo di pensatori, a suo modo di vedere, furono in grado di eseguire un’integrazione tra una psichiatria fortemente incentrata sugli aspetti biologici e una psichiatria fenomenologica a volte troppo “psicologista”, arrivando al modello neojacksoniano di cui qui scriviamo, in grado tenere insieme l’idea di un complesso mentecervello mosso da logiche evoluzionistiche e gerarchiche e gli aspetti fenomenologici più aderenti al vissuto “interno” dei pazienti stessi; entro questo modello di lettura, le funzioni mentali superiori, deputate al lavoro di sintesi e mediate da aree specifiche della corteccia cerebrale, avrebbero il potere di garantire un’esperienza soggettiva di continuità e presentificazione -al riparo da dolore e senso di perdita di “sé”-; allo stesso tempo, un vissuto psicologico eccessivo o un’emozione veemente, avrebbero il potere di corrompere questa funzione di sintesi, di fatto scardinando funzioni mentali di livello superiore, “toccando” il nostro cervello anche nella sua biologia, “precipitando sulla materia”: in questa bidirezionalità starebbe, a dire di Farina, la potenza euristica del modello, soprattutto quando si tratti di osservarne le ricadute psicopatologiche
  4. Proseguendo, Farina introduce il lavoro di ripresa di Jackson di Henri Ey e la sua teoria organodinamica, riassunta qui
  5. Degno di nota il riferimento a questo studio di Mesulam del 1998 e pubblicato su Brain -negli stessi anni dunque del prima citato lavoro di Meares-, una review di altri 250 articoli volti a rinforzare la tesi di un’organizzazione gerarchica delle funzioni cerebrali, con la coscienza a fare da aggregatore. Anatomicamente Mesulam individua, come aveva pionieristicamente fatto Jackson -e come molti studiosi oggi confermano, tra cui Damasio- la corteccia prefrontale come luogo dedicato.
  6. Entrando nel merito della psicopatologia, Farina osserva come Bergson avesse anticipato alcune concezioni di Jackson, per il quale la psicopatologia è da intendersi come la riorganizzazione del sistema mentecervello a seguito del fallimento della operazioni di sintesi. Bergson osservava acutamente come “un disturbo non può in alcun modo aggiungere qualcosa di nuovo alla mente”, volendo intendere con questo che il disturbo semplicemente slatentizzerebbe modalità insite nel paziente e in ogni individuo, fino a quel momento però gestite/controllate/integrate. Pensiamo per esempio ai disturbi ingenerati dalle sindromi prefrontali.
  7. Farina ci porta quindi un chiarimento a proposito del concetto di dissociazione, su cui tra l’altro -osserva- si era compiuta la rottura tra freudiani e janettiani nel corso del ‘900 (rottura che in seguito avrebbe eclissato Janet favorendo una concezione del trauma menomata di tutto il fondamentale apporto neojacksoniano, ora in fase di “recupero”). La dissociazione va distinta in disaggregazione/disintegrazione (un indebolimento generale delle funzioni di sintesi), e dissociazione vera e propria, con contenuti mentali riposti in un “altrove”, non integrabili nella coscienza. Liotti si era molto speso per evidenziare le due differenti concezioni di dissociazione, freudiana e janettiana (si veda qui per approfondire). Citando direttamente Farina, va evidenziato il necessario cambio di passo o di paradigma verso una concezione della psicopatologia più evoluzionisticamente giustificata, con l’ambiente in posizione di restituita centralità:
    “Al concetto di inconscio inteso come materiale rimosso o dissociato per “difesa” si oppone quello di livelli filogeneticamente e ontologicamente più primitivi ma non per questo meno importanti della coscienza. Le rappresentazioni mentali cui normalmente la coscienza non accede per organizzazione strutturale, la memoria procedurale che Tulving opponeva a quella dichiarativa e semantica, la conoscenza implicita dei neuropsicologi cognitivi (alcuni lo chiamano infatti inconscio cognitivo). Al meccanismo del conflitto intrapsichico si oppone quello di trauma relazionale reale. Alla dimensione difensiva si oppone quella strutturale”
  8. Farina quota quindi Meares, il quale come prima anticipato introduce l’idea che la rabbia dei pazienti borderline sia da pensare come una risposta a momenti di fallimento delle funzioni di sintesi entro il “reame” della coscienza (Meares chiama questa discontinuità della coscienza “micropsicopatologia del presente”), per poi ricordare Giovanni Liotti in uno dei suoi lasciti teorici centrali, fondamentali, l’idea cioè che un attaccamento problematico possa indebolire la sopra citata funzione di sintesi e inficiare le funzioni metacognitive in età adulta.
  9. A riguardo dei principi base della psicoterapia, Farina cita la “condivisione empatica dell’esperienza presente capace di riorganizzare la mente”, il che appunto saprebbe esercitare una forza contraria a quella scaturita dalle esperienze disorganizzanti: l’obiettivo è, in ultima analisi, rendere la dissociazione non necessaria, lavorando su metacognizione e funzioni mentali integrative, rinforzando la sintesi personale entro un contesto di sicurezza relazionale e intimità che -come ricorda Farina citando altri autori (Stern, Weiss, Liotti)-, fanno da base sicura a un processo di riorganizzazione del pensiero, esplorazione e ricordo, che nel caso dei disturbi post-traumatici potranno significare “elaborazione e superamento”.

3: The traumatic disintegration dimension (di Russell Meares e Benedetto Farina, del 2023)

Passiamo in ultimo a questo articolo più recente, pubblicato un anno prima della morte di Meares, firmato anche da Benedetto Farina. Il lavoro si apre con una definizione di dissociazione, per via di un distinguo tra diverse tipologie di dissociazione.
Gli autori evidenziano due tipologie di dissociazione, quella disinibita da quella inibitoria:

  1. La dissociazione disinibita, teorizzata in primis da Janet, è da pensare come risultato del fallimento di una funzione di sintesi: si avrà qui la sensazione di una “fuoriuscita” di materiale di difficile digestione psicologica
  2. la dissociazione inibitoria, per la quale la mente mette in atto attivamente meccanismi di separazione/scissione (per esempio generando episodi di amnesia o sintomi fisici, che un tempo venivano chiamati conversivi)

Gli autori notano anche che le due forme di dissociazione, possono presentarsi insieme. Nello specifico (tradotto):

“A volte sono attive insieme. Per esempio, la funzione protettiva della dissociazione inibitoria può essere reclutata per schermare dalla coscienza il materiale traumatico che sta al centro della dissociazione disinibita.”

Sui diversi modi di intendere la dissociazione, si veda anche questo.
Proseguendo nella lettura, gli autori affrontano il tema complesso del processo integrazione/separazione: la mente e il cervello necessitano costantemente di un bilanciamento tra spinte all’integrazione o alla segregazione di contenuti, mediate a livello biologico da interneuroni, funzionali a inibire o integrare segnale (qui per approfondire); quindi, propongono una tesi a riguardo del meccanismo di origine della disintegrazione, da intendersi secondo gli autori come un fallimento di funzioni inibitorie.
Ovvero, per chiarire: anche la forma “disintegrativa”/disinibita della dissociazione sarebbe da intendersi come un fallimento di funzioni inibitorie, elemento in precedenza già indagato da Meares, per esempio qui: The Sensory Filter in Schizophrenia: A Study of Habituation, Arousal, and the Dopamine Hypothesis, a proposito del concetto di abituazione, fallimentare in certi pazienti (come negli schizofrenici non paranoidi), il che -di nuovo- avrebbe a che fare con un fallimento di funzioni inibitorie, con funzioni mentali superiori che non riescono a operare in senso top-down.
Gli autori, citando Porges, proseguono quindi a osservare come nei momenti di fallimento delle funzioni inibitorie siano coinvolti rami diversi del sistema nervoso autonomo, attivato in senso simpatico ma fallimentare nelle funzioni inibitorie garantite dal sistema parasimpatico. Questo Porges lo aveva indagato nei pazienti borderline (The polyvagal theory: New insights into adaptive reactions of the autonomic nervous system), il che va a dare forza all’idea che -come prima introdotto- il disturbo borderline trovi la sua origine in un disturbo post traumatico complesso (anzi, che si configuri come la risposta dell’inidividuo a un PTSDc).

Proseguono poi introducendo gli studi di Liotti sull’attaccamento, che come sappiamo ha fortemente spinto l’idea che un attaccamento disorganizzato avrebbe il potere di intaccare le funzioni mentali superiori (inibizione e sintesi) alterando molteplici aspetti neurobiologici, compreso il funzionamento dei prima citati interneuroni inibitori, e alterando il meccanismo di separazione/integrazione (si veda qui per approfondire) così come di produrre rappresentazioni multiple e incoerenti di sé (si veda il modello liottiano, qui).

Non meno importante, il ruolo della corteccia prefrontale nella regolazione dell’attivazione post-traumatica, e dell’arousal: anche qui, le esperienze avverse in infanzia sembrano avere il potere di danneggiare queste funzioni inibitorie, lasciando l’individuo in balia di disregolazione, stati di allarme e agitazione indotti da -come si sarebbe detto anni fa- “riminiscenze” degli eventi traumatici “primevi”. Farina e Russell citano anche studi molto recenti su bambini maltrattati in relazione a una funzione chiamata di “pattern separation”, che in questi soggetti sarebbe alterata (Hippocampal pattern separation of emotional information determining risk or resilience in individuals exposed to childhood trauma: Linking exposure to neurodevelopmental alterations and threat anticipation), portandoli a un allarme ipergeneralizzato.

Gli autori passano quindi in rassegna alcuni studi a proposito delle esperienze avverse in infanzia (ACE), osservando come sia stata osservata (da diversi gruppi di lavoro, per esempio quello di Ruth Lanius) un’alterazione nel funzionametno di alcune reti neurali fondamentali nella coerenza narrativa di sè -raccolte in quello che chiamiamo Default Mode Network, una sorta di “baricentro” narrativo del Sè, un luogo di auto-narrazione e sintesi. Inoltre, citano gli studi sull’emisfero destro, resi celebri dai lavori di Shore.
In un passaggio particolarmente denso dell’articolo esplicano quindi, in modo esteso, un possibile meccanismo patogenetico del disturbo di personalità borderline, ingenerato da tentativi di adattarsi dell’individuo allo stato post-traumatico; merita qui riportarlo per intero:

“Finally, in the study of early relational trauma and disintegration processes we should consider the continuing interplay between alterations of biological structures (e.g., functional connectivity), the development of mental functions (e.g.,emotional control, continuity of self- experience or mentalization), the interpersonal environment (e.g., attachment figures) and pathogenic beliefs that take shape within the traumatic environment in an attempt to adapt to it. In this sense the traumatic disintegration could have a compounding negative impact on development: it hinders high-level mental functioning, leading to the above mentioned difficulties (e.g., executive functions, social cognition, self- consciousness), while it worsens, through a circular causation, the effects of the pathogenic beliefs and the relationship with the interpersonal and social environment, hampering “healthy personality functioning that should be characterized by openness to experience, flexibility, adaptability… flexibility of cognitive affective schemas… the capacity to constantly re- evaluate the sense of self and relatedness in the course of development” ( Luyten et al., 2020 , p. 90). The overall effect of these complex interactions is also the impairment of cooperative predisposition and trust (both epistemic and affiliative) that contribute to make these patients so resistant to psychotherapy (Liotti & Farina, 2016 )”

Como osserviamo, e come prima ricordato, Russell e Farina, così come altri autori provenienti da ambiti diversi (Liotti, Clara Mucci), spiegano il funzionamento borderline come un tentativo problematico di adattarsi agli stati disregolati e alle tendenze dissociative, di individui con storie traumatiche di sviluppo: da qui ipotizzano l’esistenza di una dimensione traumatica “disintegrativa”, un elemento da ricercare anche in altre forme cliniche (su tutti, alcune forme di disturbo di personalità).
É importante qui ricordare come parte del lavoro di Giovanni Liotti fosse incentrato su questi temi, in particolare pensiamo alle strategie di controllo, qui riassunte.
Concludendo, gli autori presentano il sunto del loro lavoro, che qui elenchiamo in due punti centrali:

  1. esisterebbe una dimensione traumatica disintegrativa da ricercare anche in altre forme di psicopatologia: una sorta di terreno fertile per l’emersione di altri quadri clinici
  2. la disintegrazione delle funzioni mentali superiori, sarebbe il primo processo patogenetico anche nelle altre forme di disturbo dissociativo: dal fallimento delle funzioni di sintesi nascerebbero sia la dissociazione disinibita, che quella inibitoria: “Trait disintegrative vulnerability is, thus, the precondition to develop both types of dissociation, regarded as the pathological “functional reorganization of the mind into enduring parallel- distinct structures which operate side by side without being fully integrated with each other”. Semplificando, le funzioni mentali superiori, a seguito di un uno o più eventi traumatici, verrebbero reclutate nel gestire la veemenza delle emozioni conseguenti al trauma stesso: da un loro funzionamento “difettoso” originerebbero sia la dissociazione disinibita che quella inibitoria, come due forme dello stesso disturbo.

CONCLUSIONI

Da questi 3 lavori possiamo farci un’idea del pensiero di Meares a proposito di diverse questioni inerenti la psicopatologia: come osserviamo, il modello neojacksoniano di mente è pienamente adottato, e da Meares complessificato: il complesso mentecervello si strutturerebbe in modo progressivo, crescendo, entro una logica gerarchica. I diversi registri di memoria, come teorizzato da Tulving, si svilupperebbero in modo sequenziale, progressivo, a partire dalla memoria procedurale per andare a quella episodica, e infine a quella autobiografica: la legge di Ribot e le osservazioni sulla neurodegenerazioni, confermerebbero un’architettura ancora una volta gerarchica, con elementi del sistema sovrapposti e in equilibrio dinamico, con aree deputate a inibire altre aree: dal fallimento di questo equilibrio e dal degenerare di queste operazioni di inibizione operato dalla funzioni mentali superiori, si svilupperebbero molte forme di psicopatologia, dalle dissociazioni disinibite a quelle inibitorie, fino a fenomeni di difficile interpretazione come il dejavù.

Quello che di Russell Meares dobbiamo evidenziare, in conclusione, è l’importante lavoro di rilancio del modello neojacksoniano e, attraverso esso, del lavoro di Henri Ey e Janet a proposito dell’architettura della mente e della psicopatologia.

Come abbiamo osservato, l’autore australiano ha esplorato a fondo le implicazioni fenomenologiche del modello, fornendo un importante contributo a riguardo di alcune “chiavi di lettura” di alcuni sintomi: si tratterebbe in molti casi di disturbi della stato della coscienza indotti da tentativi fallimentari da parte del paziente di adattarsi a vissuti post-traumatici di difficile gestione.

Con questo in mente, potremmo approcciare un paziente borderline con un’idea differente in mente, osservando i sintomi del disturbo di personalità come risultanti da penosi sentimenti di discontinuità della coscienza, a cui il paziente stesso tenterebbe di adattarsi. Al di là del quadro borderline, potremo infine ricercare nella storia clinica del paziente aspetti di “adattamento” a vissuti dolorosi, possedendo uno strumento in più per tentare di approcciarne i sintomi.
Da qui, poi, lavorare nella direzione di una maggiore coerenza narrativa e di una maggiore integrazione, con il fine ultimo di “rendere non necessaria la dissociazione“

—-

TAKEAWAYS

  1. la dissociazione deriva dal fallimento delle funzioni mentali superiori di sintesi
  2. il gruppo di originatori del modello neojacksoniano, e i successivi aderenti a questa visione della psicopatologia, sono: Spencer, Henri Bergson, Pierre Janet, Hughlings Jackson, William James,  Henri Ey, Russell Meares, Giovanni Liotti, Benedetto Farina
  3. il lavoro fatto da Giovanni Liotti e Benedetto Farina ha riguardato l’integrazione del modello neojacksoniano con la teoria dell’attaccamento. Quindi: neojacksonismo + Teoria dell’Attaccamento (“Sviluppi traumatici” è il testo di riferimento)
  4. la dissociazione, nella sue diverse forme, potrebbe essere collegata in modo diretto alle funzioni inibitorie (dissociazione inibitoria) o nel loro fallimento (dissociazione disinibita): tutto originerebbe da una dimensione traumatico-disintegrativa interdiagnostica

ALTRE FONTI

  1. Camilla Marzocchi sulla concettualizzazione del disturbo borderline per Meares
  2. Russell Meares: la ‘dolorosa incoerenza’ del Sé nel Disturbo Borderline di Personalità
  3. 3 MODI DI INTENDERE LA DISSOCIAZIONE, da un intervento di Farina
  4. le pubblicazioni di Russell Meares
  5. questi contributi video

Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA.

Article by admin / Generale / ptsd

28 July 2025

10 ESERCIZI PER LAVORARE CON LE SOTTOPERSONALITÀ GENERATE DAL TRAUMA (#PTSD)

di Raffaele Avico

Il trauma complesso può portare a quella che Janina Fisher definisce “frammentazione del sé”, cioè una divisione della personalità in parti interne separate.
Queste parti del sé spesso rappresentano diversi stati emotivi, ricordi traumatici o modalità di coping sviluppate per sopravvivere a esperienze avverse. In base alla teoria della dissociazione strutturale generalmente una parte della personalità tenta di funzionare nella vita quotidiana evitando di pensare al trauma, mentre un’altra parte rimane intrappolata nel “tempo del trauma”, rivivendo continuamente le emozioni e le difese di allora. Questa separazione è inizialmente un meccanismo adattivo di sopravvivenza di fronte a minacce estreme, ma a lungo andare impedisce di integrare l’esperienza traumatica nella storia personale, lasciando le parti traumatiche isolate e in conflitto con le altre.

Gli esperti nel trattamento del trauma – come Janina Fisher, Kathy Steele, Suzette Boon, Onno van der Hart e Dolores Mosquera – concordano sull’importanza di aiutare il paziente a riconoscere, comprendere e far comunicare fra loro le proprie parti dissociate, al fine di ottenere una maggiore integrazione e coesione interna. Ad esempio, Boon, Steele e van der Hart hanno sviluppato un manuale di abilità per pazienti con trauma complesso che include numerosi esercizi pratici proprio per favorire la comunicazione e la collaborazione interna tra le parti della personalità. Allo stesso modo, Fisher ha elaborato interventi focalizzati sul “ricongiungere i frammenti di sé”, integrando approcci come la psicoterapia sensomotoria, l’Internal Family Systems e la mindfulness. Dolores Mosquera sottolinea l’importanza di avvicinarsi alle proprie parti con curiosità e atteggiamento accudente, abbandonando la difesa e cercando di comprenderne i bisogni.

Nel seguente PDF, basato sulla lettura del volume La cura della dissociazione traumatica, sono riportati 10 esercizi da utilizzare per lavorare con le proprie parti del sè.

Sono stati raccolti dall’AI partendo da diverse fonti, tutte per lo più valide; il testo è stato poi supervisionato. Come si nota, i primi esercizi hanno a che fare con la stabilizzazione dei sintomi, la “fase 1” del processo trifasico del lavoro con il trauma: prevedono dunque esercizi di grounding e di “creazione di un luogo sicuro” (-sulla stabilizzazione, AISTED eroga un ebook qui reperibile). Gli esercizi seguenti, entrano nel vivo del lavoro di “integrazione” e sintesi.

QUI PER SCARICARE IL PDF.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE: RISTRETTI.IT 25 March 2020
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  • LA COLPA NEL DOC: LA MENTE OSSESSIVA DI FRANCESCO MANCINI 12 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.1 6 March 2020
  • PREFAZIONE DI “PTSD: CHE FARE?”, a cura di Alessia Tomba 5 March 2020
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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
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  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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a cura di Raffaele Avico ‭→ logo
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