di Raffaele Avico
Nella presentazione di questo blog abbiamo parlato di adesione a un tipo di web 2.0, con un’attenzione particolare al materiale clinico:
“Il modello comunicativo fondamentale che muove questo lavoro è il giornalismo utile, con un’attenzione particolare alla bontà delle fonti e alle ricadute pragmatiche delle informazioni portate (le “schegge” in gergo giornalistico, gli elementi utili o concretamente rintracciabili sul piano della realtà contenuti nei testi). […] Aderiamo a un approccio “web 2.0″ -da qui la forma blog-, con un tone of voice tecno-hippie entusiastico – come se il Web fosse ancora un’alternativa alla televisione e non ne fosse diventato la reincarnazione potenziata.”
I social e le piattaforme hanno progressivamente abdicato alla loro iniziale vocazione “inclusiva” e sociale, finendo per diventare, uno a uno, vetrine per inserzionisti, attirati dalla possibilità di piazzare pubblicità mirate -grazie ai dati da noi forniti. L’esperienza quotidiana di un qualunque feed, per esempio su instagram, è desolante -per questo parlavamo di “televisione reincarnata”: non dovevano funzionare, i social, da aggregatori, da strumenti rivoluzionari? Ciò che ci troviamo sotto gli occhi racconta una realtà ben diversa, come se sempre più avessimo la sensazione che fossero progettati contro di noi, sempre più ingegnerizzati per tenerci fissi sugli schermi, a svuotare il nostro tempo.
Kenobit ha di recente sviluppato e messo in rete un podcast che aiuta a prendere consapevolezza di questo processo di progressiva “capitalizzazione” dell’attenzione degli utenti a fini commerciali, disponibile per intero qui. Il consiglio che Kenobi porta, è quello di abbandonare ogni piattaforma, per re-indirizzare la propria energia sul pianeta fediverso.
Nonostante i recenti sviluppi negativi riguardanti la reputazione dei social (decisori politici impegnati a vietarli sotto una certa soglia di età, libri apertamente contro, divulgatori allarmati), lo spostamento progressivo di tutto il marketing/pubblicità sulle piattaforme ha reso pressoché impossibile evitarle, costruendo uno stallo diabolico che non ci premette di lasciarle a cuor leggero, soprattutto senza alternative valide. Per questo l’impressione è che ci porteremo questo assoggettamento avanti ancora per molto -chini sugli schermi.
Il podcast di Kenobit è qui reperibile, come dicevamo si chiama “assalto alle piattaforme”, e di fatto mette in voce il contenuto di questo libro scritto sempre da Kenobit, omonimo.
Per quanto riguarda il fediverso, qui una buona introduzione. Il fediverso vorrebbe idealmente riprendere l’idea iniziale, il concetto tecno-hippe-entusiastico del primo internet, il periodo “primevo” subito dopo la nascita dei social- quando gli algoritmi e le bacheche sembravano rispondere a un imperativo “connettivo”, con le persone al centro, e i contenuti non spinti o manipolati da algoritmi mossi da logiche di profitto. Tendenzialmente la cosa più interessante per un creatore di contenuti rimane l’acquisto di uno spazio proprio, privato, un dominio dove poter creare e pubblicare senza assistere alla generale “immerdificazione” di cui sopra.

