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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

9 April 2026

DAL BLOG DI LUCA CONTI: “Il collasso dell’orizzonte temporale e la perdita di significato”

di Raffaele Avico

Ripostiamo qui un articolo dal blog di Luca Conti, blogger venuto a mancare poche settimane fa. Conti ha dettagliato in modo molto aperto e autentico la sua battaglia contro una malattia terminale, in particolare aprendosi ad aspetti psicologici che qui possono essere di grande interesse. In particolare, nel seguente post, Conti raccontava di come la diagnosi infausta della sua malattia avesse distrutto il “senso” del suo agire quotidiano.
Conti ne parla come di “collasso dell’orizzonte temporale“.
Esisterebbe la necessità di considerare come indirizzati a una sorta di chiusura/risoluzione non solo l’agire, ma anche il pensare umano, come se immaginarli guidati da una parabola con un inizio, una curva e una fine concedesse agli investimenti energetici un’ontologia con una sua dignità, una sorta di senso -appunto.
Togliendo il futuro in modo “certo”, la mancanza di un finale arriverebbe a degradare/distruggere la trama in sé.
Conti si chiedeva -con una lucidità spietata- che senso avrebbe avuto continuare a informarsi su cose di cui non avrebbe visto l’evoluzione, una volta “collassato il futuro”.

Fabio Veglia, clinico di grande finezza, immaginava il “dispositivo” in grado di produrre senso in un essere umano come formato da due elementi centrali, la relazione e il racconto. Entrambi questi elementi (la relazione interpersonale e il racconto) contengono un’idea di connessione, una dialettica, la costruzione di un segno a partire da due punti (due individui che comunicano, due momenti diversi di una trama). Osservava come fosse il tempo a strutturare il senso e il significato: “è difficile pensare alla nostra vita”, diceva, “nel non-tempo”, come se tutto, nell’esperienza umana, necessitasse “direzione” o almeno una forma narrativa. La mente, osservava, produce continuamente attribuzioni di significato a partire da elementi sconnessi, in una sorta di “apofenia” perpetua necessaria a tenere insieme la trama del pensiero.

La mente dei bambini -anche in epoca prelinguistica- si nutre continuamente di narrazioni, anche quando il bambino stesso non comprenda il contenuto della storia raccontata (o quando la storia venga raccontata solo per immagini): questo ci porta nuovamente a riflettere su come la mente e il pensiero sembrino poggiare su di una struttura costituente orientata in senso narrativo -la cui direzione di sviluppo preveda un prima, un durante e un dopo.
Il pensiero trova più forza e senso quanto è implicitamente indirizzato a un oggetto (incluso lo stesso sè, rappresentato come interlocutore) così come le emozioni, implicitamente, naturalmente teleonomicamente orientate (si veda a proposito questa intervista a Lucia Tombolini). Usando la lettura freudiana, è come se l’investimento libidico necessitasse di trovare un aggancio, e che il possedere un aggancio strutturasse e rendesse sensato l’investimento libidico stesso.

Conti scrive: “Il significato è un concetto relazionale: ha bisogno di un soggetto che si relaziona a un oggetto nel tempo. Se togli il tempo, la relazione si spezza.“

Tornando a Conti, osservava nell’articolo sotto riportato come una diagnosi di quel tipo fosse stata in grado di produrgli uno smembramento dei “ponti”/connessioni di cui sopra, cosa che quindi sembrava avergli creato un collasso dell’orizzonte temporale, come lo definisce.
Nelle sue osservazioni troviamo un’incredibile lucidità, secondariamente utile tra l’altro a chi lavora, per esempio, con il trauma, non tanto qui da intendersi come materiale psichico non simbolizzabile (il reale in senso lacaniano in grado di squarciare il velo dei simboli, troppo naturale, “puramente fenomenico” ed “extramorale”), quanto da considerarsi nelle conseguenze sul senso di sicurezza sperimentato da un individuo: l’avergli tolto in modo definitivo un posto sicuro al mondo e, in assenza di una base sicura, la capacità di esplorare.
Il trauma produce un collasso del futuro non perché qualcuno o qualcosa abbia decretato il suo non esistere, ma per l’effetto di “ritiro” che il terrore indotto da esso sembra generare sull’individuo -per la paura che lo stesso possa ripetersi, per non poter “investire” su un futuro divenuto spaventoso e potenzialmente ritraumatizzante- il che ci riporta nuovamente alla sensazione di “collasso dell’orizzonte temporale” di cui si scriveva in precedenza.
É un presente che si accorcia -non tanto per un tempo divenuto “limitato”, ma per uno “spazio”/territorio divenuto all’improvviso pericoloso, inesplorabile. Da qui, di nuovo, l’impossibilità di “collegare il punto A e il punto B” -potenzialmente fino a inciampare in una voragine di assenza di senso.

Gli psicologi strategici, così come  alcuni lacanisti, consigliano di scrivere il trauma, di produrne una trama, come a forzare la mano sul processo di attribuzione di senso e di ri-appropriazione del futuro.
Luca Conti, come leggiamo, consulta Viktor Frankl e le sue domande su Auschwitz, Marco Aurelio e le sue riflessioni sulla morte e sulla vita. L’assenza di senso entro un tempo limitato, è argomento centrale ne Il Mito di Sisifo.
Primo Levi, sempre dal Lager, osservava come la ricerca di cibo e il “mettere insieme il pranzo con la cena” producessero una paradossale, minima azione di ri-appropriazione del senso (di nuovo l’elemento narrativo e una pseudotrama che tornano in aiuto) e come il vero problema, ad Auschwitz, fosse rappresentanto dalla domenica, desolante giornata di emersione del nonsenso e di tutto ciò che la fame riusciva a eclissare, in un gioco terribile di gerarchie e prospettiva (parola usata da Levi) tra elementi di dolore. (R.A.)


Il collasso dell’orizzonte temporale e la perdita di significato

di Luca Conti

Con alcuni amici selezionati mi posso permettere di condividere i pensieri più profondi e difficili da comprendere dai più. Ieri sera, dopo la prima giornata di stanchezza estrema a seguito della seconda sessione di chemioterapia, mi sono lasciato andare con T. e con S., frustrato della qualità della vita nella fase attuale di recupero dall’intervento di emicolectomia destra e di contemporaneo avvio della chemioterapia per contrastare le metastasi al fegato. Un percorso lungo e incerto – il miglioramento non è lineare e passeranno settimane in cui mi sentirò peggio prima di sentirmi meglio – che si aggiunge a un altro percorso precedente alla diagnosi e all’intervento, che si protrae ormai da oltre 3 mesi. Momenti di sconforto sono più che normali, logici, comprensibili, quasi prevedibili. Soffrire senza prospettiva non è qualcosa facile da accettare per nessuno.

A seguito di questi pensieri, T. mi ha chiesto, come intelligente esercizio, di stilare una lista di attività che davano significato alla mia vita prima della malattia, con l’intento di mostrare come almeno una parte di queste possa dare significato alla mia vita anche oggi e da qui in avanti. Ho svolto questo esercizio e poi mi è nata una riflessione sul futuro.

Il futuro che non c’è più

Nel momento in cui hai una diagnosi per cui sai che il tempo che ti rimane si riduce di molto rispetto a quella di chiunque altro e la fine si avvicina, il primo effetto è che non hai più futuro. Non potendo vedere un futuro, tutto ciò che si posiziona nel futuro perde di significato. Se ancora leggo le notizie, perdo del tempo nell’informarmi su ciò che succede nel mondo, in Ucraina, in Europa, nel mondo della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, nelle uscite librarie e cinematografiche e in vari altri ambiti, è perché me ne sono sempre interessato. Col passare del tempo però l’attaccamento a questi temi viene progressivamente meno e mi trovo a chiedermi “perché mi interesso di qualcosa di cui non vedrò la fine?”. Più ci penso, più la fine si avvicina – quest’ultimo è il fattore incerto e non ancora ravvicinato che mi tiene aggrappato, probabilmente – più mi rendo conto che un motivo valido non esiste. Il senso non c’è, se non c’è la dimensione temporale e la prospettiva del futuro.

Il cambiamento di prospettiva è fatale in questo senso. Se sei sano e hai un futuro, per quanto incerto come tutti, puoi proiettarti nell’evoluzione di qualsiasi tema che ti appassiona e trovare significato. Puoi pensare e ragionare su ciò che succederà tra un anno o tra cinque. Puoi seguire la produzione di un film previsto in uscita tra due anni. Puoi ragionare sulla denatalità e l’effetto socioeconomico nazionale e globale dei prossimi 10-20 anni. Puoi preoccuparti, a ragione, delle norme sulle pensioni, anche se non ci andrai prima dei prossimi 10-20-30 anni. Puoi pensare a come investire i tuoi soldi per la vecchiaia. Puoi impegnarti in un mutuo trentennale.

Se invece sai, con ragionevole certezza, che tra 18-24-36-48 mesi non ci sarai più, più questo numero si riduce e diventa preciso, meno sei proiettato in avanti. Logico, no?

La filosofia del collasso del futuro

Ho indagato su quali filosofie potessero aver affrontato questo tema e ne è emerso qualcosa di molto interessante.

1. Martin Heidegger e l’ “Essere-per-la-morte”

Heidegger sostiene che l’essere umano è definito dalla sua proiezione nel futuro (progetto). Noi siamo ciò che stiamo per diventare. La prospettiva della morte ravvicinata rende questo progetto impossibile.

Heidegger la chiama angoscia autentica: la consapevolezza che i significati della quotidianità, il seguire l’evoluzione degli interessi personali dipendono dall’esistenza del futuro. Senza futuro, il presente perde il suo contesto.

2. Viktor Frankl e la “Volontà di Significato”

Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento, sosteneva che l’uomo può sopportare qualsiasi “come” (sofferenza) se ha un “perché” (significato/futuro). Il significato è spesso legato a un compito futuro da svolgere o a qualcuno che ci aspetta.

Nel mio caso, non c’è un compito futuro da svolgere perché io stesso non esisterò più tra non molto. Il futuro prossimo in cui l’intelligenza artificiale sarà così potente da semplificarci la vita è un futuro così lontano da non interessarmi più. Conoscere quindi lo sviluppo dell’IA perde di senso.

Il significato è un concetto relazionale: ha bisogno di un soggetto che si relaziona a un oggetto nel tempo. Se togli il tempo, la relazione si spezza. Il mio essere nel mondo, senza l’orizzonte temporale del futuro, si appiattisce sul presente. Ciò che aveva significato prima, ora non lo ha più, pur con lo stesso oggetto (i miei interessi) e lo stesso soggetto (io).

3. Lo Stoicismo e l’Indifferenza (Adiaphora)

Gli stoici insegnano a distinguere tra ciò che è essenziale (la virtù, il proprio carattere) e ciò che è “indifferente” (il mondo esterno, la politica, il futuro della società).

La mia reazione di indifferenza rispetto a temi che prima mi interessavano e appassionavano diventa un distacco stoico radicale. Il mio investimento emotivo, nel momento finale, si concentra su ciò che è essenziale, tralasciando tutto il resto. Il mondo esterno diventa una distrazione, una perdita di tempo, un rimandare l’inevitabile, un tirare a campare, quasi più per gli altri che per me stesso. Naturale quindi che la sfera del futile, del non essenziale, si espanda fino a comprendere anche l’universo che dava significato alla mia fase di vita precedente.

4. L’Epicureismo e la Privazione del Futuro

La massima di Epicuro che preferisco è sempre stata: “Quando ci siamo noi, non c’è la morte; quando c’è la morte, non ci siamo noi”. In parte è consolatorio e aiuta a porsi verso la morte senza paura. Rispetto al mio ragionamento, tutto ciò implica che non c’è connessione tra noi e il dopo.

Proprio qui sta il cambio di prospettiva. Il mondo “dopo di me” è un mondo in cui io non esisto. Preoccuparsene diventa, letteralmente, insensato.

Questa immersione nella filosofia mi ha in parte rincuorato. Il significato umano è costruito su una trama narrativa: passato -> presente -> futuro. Quando elimini il finale della storia (il futuro), la trama si disintegra. Senza gli ultimi capitoli dei libri che sto leggendo – gli interessi sul mondo esterno che mi hanno sempre contraddistinto – che senso ha continuare a leggere? Non ce l’ha.

La vera sfida diventa un’altra. Se il significato non può più venire dal futuro, dove trovarlo? Le risposte sono due:

  • densità del presente (far contare il tempo che rimane);
  • chiusura del passato (dare un senso a ciò che è stato).

Su questi due aspetti proverò a concentrarmi da qui in avanti.


Qui il blog intero.

Article by admin / Generale / ptsd

2 April 2026

Intervista a Fabio Villa sulla Psicoterapia Assistita da Psichedelici (PAP) in Svizzera

di POPMed

Fabio Villa è uno psichiatra e psicoterapeuta di Losanna, con un passato da chirurgo.

Attualmente, come si ascolta nell’intervista, il suo lavoro a contatto con gli psichedelici l’ha reso il più “attivo” sperimentatore di Psicoterapia Assistita da Psichedelici (PAP) in Svizzera, nel suo studio, insieme alla collega Magdalena.

La Svizzera è il cuore psichedelico d’Europa, di gran lunga “avanti” sotto tutti i punti di vista in ambiente europeo. Ne abbiamo qui scritto estesamente.

Fabio ha recentemente scritto un libro, “L’oceano della mente”, di cui faremo uscire a metà mese una recensione approfondita.

In questo video ci ha parlato di simboli, di Byung Chul Han, di potere trasformativo e mitopoietico delle sostanze, introducendoci al suo lavoro quotidiano.

Un professionista che, come si osserva -e si osserva ancora di più leggendo il suo libro- parte dal “dato reale”, dai pazienti, per trarre conclusioni a riguardo del potere psicoterapico degli psichedelici, senza ideologismi di sorta.

Ci ha inoltre consigliato alcuni volumi da leggere, come i classici di Hoffman e Huxley (Le porte della percezione) e Il saggio su Pan di Hillman.

Qui la sua intervista.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Generale / interviste

31 March 2026

Riflessioni a partire dal convegno internazionale “Building Foundations Together: The Future of Complex Dissociation in the UK”

PREMESSA: pubblichiamo un report a cura di Costanzo Frau da un convegno tenutosi a fine marzo 2026 a Derby, in Uk, a proposito di dissociazione. Come leggiamo, il “fattore trauma” sembra sempre di più un elemento transdiagnostico, dai disturbi di personalità gravi (come sostiene Clara Mucci e argomentava Russell Meares) a forme di ansia legate a fallimenti di strategie di controllo maturate in ambito di sviluppo traumatico (come sosteneva Giovanni Liotti), a forme più palesi di stress post-traumatico come il DID. In Italia l’AISTED da anni divulga e spinge la conoscenza a proposito delle ricadute sul corpo e sulla mente degli eventi traumatici, singoli o ripetuti.
Di recente abbiamo scritto su questo blog di uno dei due “padri fondatori” -insieme a Pierre Janet- della psicotraumatologia in Europa, Sandor Ferenczi (uscirà prossimamente un’intervista a Judit Meszaros, da Budapest). (R.Avico)

Riflessioni a partire dal convegno internazionale “Building Foundations Together: The Future of Complex Dissociation in the UK”

di Costanzo Frau, 26 Marzo 2026

Negli ultimi anni il trauma è diventato sempre più centrale nel discorso psicologico e psicoterapeutico. Tuttavia, un aspetto fondamentale continua spesso a rimanere ai margini: la dissociazione.

Nonostante la sua rilevanza clinica, la dissociazione è ancora oggi frequentemente sottoriconosciuta, fraintesa o non adeguatamente valutata nella pratica quotidiana. Eppure, diventa sempre più evidente che comprenderla non è un dettaglio specialistico, ma una condizione necessaria per lavorare in modo efficace e sicuro con il trauma.

Questa consapevolezza è emersa con particolare chiarezza durante il convegno internazionale “Building Foundations Together: The Future of Complex Dissociation in the UK”, un evento organizzato da esperti nel trattamento dei disturbi dissociativi e tenutosi presso l’Università di Derby in UK. Esso ha rappresentato un raro spazio di integrazione autentica tra ricerca scientifica, pratica clinica ed esperienza vissuta. Il valore dell’incontro non è stato caratterizzato soltanto dalla qualità dei contenuti, ma anche dal clima di condivisione: da un lato, il riconoscimento delle fondamenta costruite da chi ha contribuito allo sviluppo del campo; dall’altro, la percezione concreta di un movimento collettivo verso una fase più matura e integrata.

In un ambito in cui la dissociazione continua a essere spesso invisibile, questo tipo di convergenza segna un passaggio importante. Tra i messaggi più rilevanti emersi dal convegno vi è l’idea che il trauma debba essere considerato un fattore transdiagnostico. Non appartiene cioè a una singola categoria diagnostica, ma attraversa molte forme di sofferenza psicologica, dall’ansia alla depressione, fino ai disturbi di personalità e alle manifestazioni somatiche. Questa prospettiva implica la necessità di un approccio realmente trauma-informed in tutti i contesti clinici, e non solo in quelli specialistici.

Allo stesso tempo, è stato sottolineato con forza quanto sia cruciale valutare sistematicamente la dissociazione. Non si tratta di un fenomeno raro, ma piuttosto di qualcosa che tende a non essere visto. Quando non viene riconosciuta, le conseguenze possono essere significative: trattamenti inefficaci, peggioramenti inattesi, o interventi che attivano il sistema senza favorire integrazione. In questo senso, il rischio non è solo quello di non aiutare, ma anche di destabilizzare. Diventa quindi fondamentale sviluppare una sensibilità clinica capace di intercettare i segnali, anche sottili, della dissociazione.

Un altro punto centrale riguarda il tema della sicurezza. Il convegno ha ribadito con chiarezza che non tutto ciò che è terapeutico è automaticamente sicuro. Nel lavoro con il trauma, la priorità non è andare rapidamente in profondità, ma creare le condizioni affinché il sistema possa tollerare ciò che emerge. Questo significa lavorare con attenzione al ritmo, nella finestra di tolleranza e al livello di prontezza della persona, evitando il rischio di retraumatizzazione. La sicurezza non è un passaggio preliminare da superare, ma un principio che deve accompagnare l’intero processo terapeutico.

Un ulteriore elemento di grande rilievo è stato il riconoscimento del valore dell’esperienza vissuta.

L’integrazione tra dati empirici, competenza clinica ed esperienza soggettiva delle persone porta a esiti migliori, sia in termini di efficacia che di sostenibilità dei servizi. Questo rappresenta un cambiamento culturale significativo: le persone non sono più considerate solo destinatari di interventi, ma portatrici di conoscenza fondamentale per comprendere e trattare la dissociazione.

In questo contesto, il convegno ha anche segnato il lancio del volume “Working with Dissociation in Clinical Practice”, di Helena Crockford, Melanie Goodwin e Paul Langthorne promosso da ACP-UK, che raccoglie linee guida cliniche aggiornate per lavorare in modo più consapevole, inclusivo ed efficace con i fenomeni dissociativi. Parallelamente, sono stati presentati contributi di ricerca che mettono al centro l’esperienza soggettiva, come studi sulla vita interna delle parti nel Disturbo Dissociativo dell’Identità. Questi lavori evidenziano quanto sia essenziale comprendere la dissociazione non solo come insieme di sintomi, ma come organizzazione adattiva sviluppata nel tempo.

In questa cornice, il Deep Brain Reorienting (DBR) sta offrendo un contributo sempre più rilevante nel trattamento dei disturbi trauma-correlati. Focalizzandosi sui meccanismi neurofisiologici precoci della risposta orientativa e dello shock, consente un accesso estremamente preciso agli strati più profondi dell’esperienza traumatica, in particolare ai livelli impliciti e sottocorticali che spesso sfuggono ad approcci più cognitivi. Nel 2023, un RCT pubblicato da Ruth Lanius ne ha mostrato le potenzialità terapeutiche.

Le indicazioni emerse dal recente dibattito internazionale sulla dissociazione complessa sottolineano tuttavia la necessità di bilanciare tale profondità con un’attenzione costante alla stabilità del sistema. Se la dissociazione rappresenta una forma di protezione rispetto a livelli di attivazione eccessivi, diventa evidente che anche un approccio sofisticato come il DBR richiede una chiara mappatura delle dinamiche dissociative e una particolare sensibilità al timing clinico. Non si tratta solo di accedere ai nuclei traumatici, ma di farlo quando il sistema è sufficientemente stabile da poterne sostenere l’elaborazione.

In questo senso, il DBR si integra in modo coerente con una prospettiva contemporanea che valorizza gli stati sottocorticali non solo come sede delle memorie traumatiche implicite, ma anche come risorsa terapeutica per la regolazione e la stabilizzazione.

Tra i temi centrali del Secondo Meeting Italiano DBR (organizzato il 20 e il 21 giugno 2026 a Cagliari), verranno approfonditi proprio la connessione tra processi cerebrali profondi e consapevolezza somatica, il ruolo del Where-Self e del Protoself nell’ancoraggio dell’esperienza, e l’utilizzo degli stati sottocorticali come spazio clinico sicuro.

Questi elementi si inseriscono in una visione più ampia che considera la modificazione delle tracce somatiche e il loro impatto sia sui livelli corticali sia su quelli sottocorticali, evidenziando come il lavoro terapeutico coinvolga l’intera organizzazione del sistema nervoso, e non soltanto i processi cognitivi.

Il cambiamento in atto è anche culturale. Si sta progressivamente passando da un modello centrato sui sintomi a uno che mette al centro l’organizzazione neurobiologica e l’esperienza soggettiva. Questo spostamento ha implicazioni che vanno ben oltre gli ambiti specialistici, influenzando il modo in cui comprendiamo la sofferenza psicologica, strutturiamo gli interventi e, soprattutto, preveniamo il rischio di interventi iatrogeni.

Si tratta di un’occasione particolarmente rilevante non solo per aggiornarsi, ma anche per approfondire in modo esperienziale e condiviso l’integrazione tra approcci corporei, neuroscienze e pratica clinica. I posti in presenza sono limitati, mentre resta aperta la possibilità di partecipazione anche online per la giornata del 20 giugno.

Per informazioni e iscrizioni è possibile consultare il sito ufficiale, oppure contattare direttamente:
deepbrainreorienting@gmail.com.

Article by admin / Generale / ptsd

30 March 2026

Workshop (Firenze, maggio 2026) – Sbloccare i casi difficili in psicoterapia e psichiatria (a cura di Luca Proietti)

di Raffaele Avico, Luca Proietti

Luca Proietti è uno dei fondatori di questo blog, psichiatra e psicoterapeuta breve-strategico; ha organizzato attraverso la sua piattaforma Psikico un workshop dal vivo a Firenze. Qui di seguito la sua presentazione della formazione:

Workshop –  Sbloccare i casi difficili in psicoterapia e psichiatria

Due giornate di lavoro pratico a Firenze il 16 e 17 Maggio 2026.

22 Crediti ECM

Cosa fai quando il tuo paziente non risponde alle tecniche e agli interventi? Quando le diagnosi e i protocolli non bastano?

Come gestire la relazione terapeutica quando diventa scomoda o difficile? 

Ho costruito questo workshop per darti un metodo e degli strumenti pratici per affrontare al meglio queste situazioni e migliorare la tua efficacia terapeutica nei casi difficili.

Lavoreremo concretamente sui tuoi casi clinici per superare le criticità che incontri nella loro gestione.

È possibile frequentare solamente il primo giorno, oppure partecipare anche al secondo (massimo 8 posti) per un laboratorio clinico di pratica guidata.

Iscrizioni agevolate fino al 10 Aprile.

Clicca su questo link per tutte le informazioni.


Qui altri contenuti con Luca Proietti su questo blog

Article by admin / Generale

20 March 2026

INTRODUZIONE AL LAVORO DI COLIN ROSS e takeaways da “Come curare il Disturbo Dissociativo dell’Identità”

di Raffaele Avico

In questo articolo presentiamo brevemente il lavoro di Colin Ross, uno degli esperti di DID (Disturbo Dissociativo dell’Identità) più riconosciuti a livello internazionale, e recensiamo per punti di interesse il suo breve volume “Come curare il Disturbo Dissociativo dell’Identità”. Avevamo in passato pubblicato un “eserciziario” per lavorare sulle sotto-parti dissociate del sè nel contesto di gravi disturbi post-traumatici, qui.

Colin Ross è stato introdotto in Italia da Costanzo Frau, dell’AISTED. Il suo sito, con raccolti i suoi lavori, è qui.

La prima cosa che è importante segnalare, sfatando una generale mancanza di conoscenza a riguardo, è che il DID esiste. Chi ne mette in discussione l’esistenza, non l’ha mai incontrato in senso clinico. Esistono pazienti che presentano apparenti personalità multiple, con switch tra una sottopersonalità e l’altra, e che manifestano la presenza di un sistema di alter, di parti interne che tra di loro sembrano non riuscire a comunicare. Recentemente, con il diffondersi di una generale cultura psicologica/psicopatologica sui canali social, abbiamo assistito a un fenomeno di “spettacolarizzazione” del disturbo, e a pazienti che si aiuto-diagnosticano il disturbo creandone una narrazione anche molto articolata -in assenza però di una dissociazione vera e propria, e di amnesie. Qui sta il punto centrale, l’aspetto dirimente per eseguire una diagnosi differenziale tra una DID reale e un DID simulato: la presenza di amnesie; quando infatti un alter prende il controllo del “contenitore”/host, nei pazienti osserviamo un’alterazione delle modalità espressive, come un cambio di sguardo/voce, e una generale attitudine, un piglio differente: quando tornerà presente l’host (ovvero la personalità “ospitante”), quest’ultimo non avrà ricordo di cosa è fino a poco prima stato detto, né cosa è stato fatto. Non è essenziale d’altronde avvitarsi sulla diagnosi: è importante però tenere conto che la presenza di amnesie risulta assolutamente dirimente, e patognomonica.

Nel suo volume “Come curare il disturbo dissociativo dell’identità”, Colin Ross sintetizza anni di lavoro con questa tipologia di problematica, creandone un manuale operativo ricco di spunti.

Ne sintetizziamo qui i takeaways più importanti per uno psicoterapeuta:

  • secondo Ross, il trauma produce una frammentazione della personalità per ragioni difensive, ma la personalità rimane una: è incorretto dunque parlare di personalità multiple -risulta più corretto osservare la presenza di sotto-personalità distinte che aiutano l’individuo a processare elementi separati del trauma. Siamo di fronte a un meccanismo dissociativo “limite”, un estremo del continuum dello spettro dissociativo, come un blocco di marmo che si frammenta, all’interno del quale ogni parte elabora separatamente elementi diversi delle vicende traumatiche (il blocco di marmo, come si diceva, rimane però uno).
    Molto diverso dunque dal rappresentare il trauma come in grando di “venare”, di diventare una “nervatura” della personalità: si tratta qui di immaginare un gruppo di “individui” contenuti nel sistema di una persona, di un paziente, con ognuno una funzione, un suo “posto nel mondo interno”. La letteratura sulle introiezioni (per esempio la teoria sul trauma di Ferenczi), sulle parti persecutorie, ci racconta di casi simili ma molto meno estremi, con le parti molto meno personificate, e con i confini tra di esse molto meno rigidi. Verso la fine del volume Ross osserva una generale continuità/somiglianza tra il semplice PTSD e il DID, come fossero su un sorta di continuum. A riguardo di questo, Ross propone, per capire l’entità del fenomeno dissociativo, il “continuum del bambino interiore”, proponendo al clinico una lettura della gravità del disturbo partendo da come venga “presentificato” e “sentito” il bambino interiore da parte del paziente:
  1. nessun bambino interiore
  2. un bambino interiore metaforico
  3. un senso di bambino interiore
  4. una conoscenza specifica che ci sia un bambino interiore
  5. il bambino interiore è visualizzato internamente
  6. la persona può ascoltare e parlare con il bambino interiore
  7. DDI
  • il lavoro del terapeuta dovrà essere un lavoro da diplomatico: l’obiettivo generale sarà promuovere una comunicazione tra le parti, la creazione di un’alleanza all’interno del team di alter interni, con incursioni da parte del terapeuta e dialoghi continui con le varie parti, e un invito costante al negoziato e al dialogo tra le parti stesse. Questo fino al punto in cui il paziente non sia in grado di portare avanti da solo/a i negoziati. Per fare questo, si coinvolgerà l’host in prima battuta, usandolo come mediatore nel dialogo con le varie parti
  • soprattutto in fase iniziale del lavoro, l’obiettivo sarà quello (come da terapia trifasica) di stabilizzare e creare grounding, lavorando parte per parte, come se ogni parte interna fosse un individuo con caratteristiche proprie (Ross dice spesso che lavorare con pazienti con DID è come lavorare con pazienti non-DID, ma con alcuni accorgimenti in più, intendendo che va considerato il complesso/sistema nella sua interezza, ma che ogni singola parte va presa a sé)
  • interessante il discorso sul locus of control: a seguito di traumi (ma in generale nell’infanzia) i bambini hanno la tendenza a internalizzare il locus of control: risulta essere questo un movimento per recuperare quote di controllo, e per non sentirsi in balìa di qualcosa di estremo/folle proveniente dall’esterno (la colpa è mia->il trauma dipende da me->se cambierò comportamento il trauma potrà cessare); un aspetto del lavoro sarà quello di esternalizzarlo, di portare il paziente a percepirsi/ricordarsi come totalmente deresponsabilizzato durante la traumatizzazione, in qualche modo ristabilendo un confine forte tra “i buoni e i cattivi”
  • Ross insiste molto sul dialogo tra le diverse parti: spesso si può pregare gentilmente una parte di parlare con un’altra parte che magari soffre, per farla “ragionare” o per rassicurarla: Ross parla in questo senso di co-coscienza, la compresenza all’interno del sistema di più parti tra di loro presenti insieme e coscienti insieme -come a costruire un campo psichico, una maggiore continuità nella coscienza, frammentata dal trauma per ragioni difensive (nel trauma, in generale, si lavora per rendere non necessaria la dissociazione).
  • Come esercizio da fare per lavorare su questo, Ross propone tra gli altri (disegno, lettere terapeutiche, compiti a casa) il diario di bordo: produrre un documento scritto dove le diverse parti possano parlarsi, e possano creare una sorta di “mosaico” scritto, anche senza switch totali (è possibile che l’host coordini il lavoro, e che si occupi della scrittura anche alla presenza di altre parti “al comando”): l’obiettivo risulta sempre essere “creare il campo”, creare una condizione di coscienza condivisa in cui le parti possano trovare un modo di dialogare e convivere in modo organico/fluido, senza che la mente del paziente debba ricorrere alla dissociazione.
    Le parti, come si intuisce, non vanno “uccise”, ma integrate nel sistema in modo il più organico possibile.
  • Ross spesso sottolinea come non sia per forza necessario lavorare sui ricordi traumatici in modo diretto: spesso infatti si rischia di accelerare troppo il lavoro, e di portare a scompensi del paziente: è più importante tenere a mente il ritmo di lavoro, la necessità di effettuare grounding e ragionare sui processi più che sui contenuti. Il terapeuta che riesca a creare dialogo e diplomazia tra le parti, creerà le condizioni affinché le memorie traumatiche possano “entrare in circolo” in modo maggiormente organico, con meno compartimentazioni.
    Ross a proposito di questo sconsiglia di fare abreagire i traumi ai pazienti: quelle che chiama “abreazioni maligne” sono il risultato di un’emersione incontrollata ed eccessiva dei ricordi traumatici (Ross le mette su un continuum all’estremo, dove all’estremo opposto si ha la sensazione che il paziente sia un “robot reporter”, con ogni aspetto emotivo disattivato). Interessante il riferimento alla tecnica dell’abreazione frazionata.
  • A proposito di questo, efficace comunicativamente lo slogan “il problema non è il problema”, nel senso che è necessario tenere a mente che la pletora dei sintomi riportati dal paziente rimandano a meccanismi di sopravvivenza psicologica, utili a “funzionare” nonostante il trauma: è importante che lentamente il paziente prenda consapevolezza, il più possibile, della “funzione dei sintomi” e dei diversi ruoli delle varie parti del sistema.

Tendenzialmente, osserviamo come il DID rappresenti una strategia di gestione di ricordi di eventi assolutamente problematici, strategia in questo caso portata agli estremi.

Lavorando però con questi tipi di pazienti, ci si rende conto di come la loro mente abbia estremizzato movimenti difensivi a fronte di materiale psicologico “indigeribile”, che li pone però su un continuum in continuità con le persone cosiddette “normali”: anche nei soggetti “sani” esistono meccanismi di dissociazione e compartimentalizzazione più o meno temporanea, più o meno forte, più o meno transitoria, con parti interne in aiuto, parti disturbanti, parti “che parlano”: la differenza sta nell’intensità della fenomenologia, nel volume e nella forza di questi processi difensivi. Anche nei soggetti esenti da DID esistono voci, dialoghi interni tra parti diverse di sé, figure interiorizzate benigne e maligne: quando ci si interfacci con un paziente con DID -sospendendo il giudizio e senza farsi spaventare dall’alterità del fenomeno-, si noterà una continuità dimensionale con i vissuti quotidiani relativi alle “nostre” vite, ma con punti di radicalizzazione e processi portati all’estremo.

Tuttavia, la trasfigurazione della realtà che caratterizza un paziente psicotico, è assente: da questi elementi hanno preso piede molte osservazioni a riguardo della natura delle voci, da molti autori declassate a sintomo non necessariamente psicotico. Alcune volte, tuttavia, terapeuti poco esperti possono tentare di reprimere le voci -compiendo sostanzialmente un errore diagnostico (su questo si veda anche questa rubrica a proposito dei gruppi di uditori di voci a cura di Francesca Spinozzi).

Interessante infine osservare come la produzione di un sistema, la frammentazione della personalità in sotto-parti, permetta la costruzione di una narrazione sul funzionamento del mondo interno: crea una sorta di storia, un mondo in qualche modo più ordinato (ci viene qui in aiuto la formula lacaniana: “dal trauma alla trama“); da qui potremmo tentare un parallelismo con quegli individui creativamente dotati che hanno usato l’arte per produrre una narrazione -ordinata e maggiormente psichicamente digeribile- dei propri traumi, come si dice di Tolkien e del Signore degli Anelli, un romanzo di guerra pieno di riferimenti reali a scene vissute da Tolkien stesso durante la Battaglia della Somme (si veda qui per approfondire).

A riguardo degli studi relativi alla dissociazione, si veda il progetto “Top DD Studies”.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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10 March 2026

21 delle 66 interviste presenti su questo blog

di Raffaele Avico

Su questo blog sono state pubblicate circa 65 interviste, in circa 5 anni. Alcune di queste sono state condotte per POPMed, altre risalgono a un periodo precedente.

Come si nota dal taglio editoriale e dai contenuti, le interviste non raccontano di un’adesione a una scuola di pensiero unica, ma promuovono una pluralità di punti di vista (non frammentazione, ma molteplicità), tentando di evitare di semplificare problemi complessi e di fornire, al contempo, informazioni utili al lettore. 

Il modello comunicativo fondamentale che muove questo blog è il giornalismo utile, con un’attenzione particolare alla bontà delle fonti e alle ricadute pragmatiche delle informazioni portate.

Le interviste, tutte, si possono raggruppare qui.
Qui di seguito alcune delle più recenti, presentate dall’AI:

  1. Giorgio Nespoli – La ricerca in psicoanalisi oggi (2 febbraio 2026) – Intervista al docente torinese Giorgio Nespoli, che discute le “frontiere” della psicoanalisi contemporanea. Nespoli parla dell’importanza del campo interpersonale, del modello post‑bioniano e delle narrative derivate; spiega che l’interpretazione diventa più “debole” per favorire l’autointerpretazione del paziente e che la terapia è co‑costruita dal paziente e dal terapeuta. Offre inoltre una bibliografia sui lavori di Civitarese, Ferro e altri. Leggi l’intervista.
  2. Bernardo Paoli – Lavorare per obiettivi in psicoterapia (1 dicembre 2025) – Lo psicoterapeuta Bernardo Paoli presenta il libro Qual è il tuo obiettivo?, scritto con Maria Sperotto, spiegando come il “cerchio risorse/obiettivi” possa aiutare i pazienti a chiarire i propri conflitti interni. Descrive tecniche espressive come l’uso delle carte Dixit, camminte artistiche e cut‑up per far emergere contenuti implicitii. Leggi l’intervista.
  3. Mauro Semenzato – Introduzione al Somatic Experiencing (2 ottobre 2025) – Il terapeuta Mauro Semenzato introduce il metodo Somatic Experiencing di Peter Levine. Spiega che il metodo mira a completare le risposte motorie congelate durante il trauma e collega questa pratica alla teoria polivagale e agli studi etologici di Tinbergen. Leggi l’intervista.
  4. Gianandrea Giacoma – Being Sapiens (1 settembre 2025) – Intervista al divulgatore Gianandrea Giacoma, creatore del canale YouTube “Being Sapiens” e della rubrica “Psicoterapeuti italiani”. Giacoma utilizza una serie fissa di domande per confrontare le risposte di psicoterapeuti provenienti da diverse scuole e si ispira alla teoria della complessità. Leggi l’intervista.
  5. Claudia Ricco e Alessandro Sommacale – Psicologia dell’aviazione (1 luglio 2025) – La psicologa Claudia Ricco e il pilota Alessandro Sommacale illustrano il ruolo emergente dello psicologo dell’aviazione: screening psicologico del personale, gestione delle emergenze e del comportamento dei passeggeri, con un’attenzione alla formazione tramite simulazioni. Leggi l’intervista.
  6. Simone Cheli – Modello diagnostico HiTop (3 giugno 2025) – Lo psicoterapeuta Simone Cheli spiega il modello HiTop, un sistema diagnostico gerarchico che considera spettro interno (internalizing), esterno (externalizing) e somatizzazione. Discute il “fattore P” come vulnerabilità generale e le ricadute cliniche del modello. Leggi l’intervista.
  7. Francesca Belgiojoso – Le fotografie in psicoterapia (1 luglio 2024) – La psicoanalista Francesca Belgiojoso spiega come usa la fotografia in clinica. Chiede ai pazienti di scegliere foto con forte salienza emotiva (“punctum”) e, in terapia, le aiuta a costruire un contesto e una cornice di significato; la fotografia diventa un dispositivo evocativo. Leggi l’intervista.
  8. Costanza Jesurum – L’autrice di “bei zauberei” (3 giugno 2024) – Intervista alla psicoanalista junghiana Costanza Jesurum. Racconta come il blog “bei zauberei” sia uno strumento per l’autoformazione e spiega che scrivere la aiuta a studiare. Cita le teorie psicodinamiche che ritiene più utili nella pratica quotidiana. Leggi l’intervista.
  9. Federico Seragnoli – Psicoterapia assistita da psichedelici (18 aprile 2024) – Il dottorando Federico Seragnoli racconta il programma di psicoterapia assistita da psichedelici a Ginevra. Descrive come accedere a questo servizio (riservato ai cittadini svizzeri), spiega il razionale per i pazienti e offre spunti di riflessione sull’uso terapeutico dei psichedelici. Leggi l’intervista.
  10. Matteo Buonarroti – Psicoterapia assistita da psichedelici (14 marzo 2024) – Primo medico italiano ad aver completato il training della Mind Foundation. Racconta il suo percorso di due anni a Berlino, sottolineando che i corsi europei sono rari; spiega che la formazione è centrata su aspetti teorici e preparatori e cita i centri di ricerca più avanzati. Ricorda che, in Europa, l’unico luogo dove la terapia psichedelica si pratica su pazienti è Ginevra. Leggi l’intervista.
  11. Massimo Agnoletti ed Emiliano Toso – Trattamento integrato dell’ansia (9 novembre 2023) – Intervista sul superamento della tradizionale terapia espositiva. Gli autori spiegano che l’abituazione semplice non funziona: bisogna “spiazzare” il cervello del paziente creando aspettative disattese e memorie inibitorie. Sottolineano l’importanza di sonno, attività aerobica, alimentazione e microbiota per consolidare l’apprendimento. Leggi l’intervista.
  12. Emiliano Toso – Le frontiere della terapia espositiva (12 agosto 2023) – Toso, psicoterapeuta di Rovigo, descrive come il modello di “apprendimento inibitorio” di Michelle Craske stia sostituendo l’abituazione nella terapia espositiva. Il nuovo approccio mira a creare memorie antagoniste alla paura e considera fattori come qualità del sonno e microbiota. Leggi l’intervista.
  13. Sara Carletto – Embodied Minds (21 giugno 2023) – La ricercatrice Sara Carletto descrive il gruppo Embodied Minds dell’Università di Torino. Il team integra nella psicoterapia tecniche a mediazione corporea come EMDR e mindfulness e studia la comunicazione terapeutica; hanno sviluppato il progetto “Nevermind”, una maglietta con sensori collegata a un’app per monitorare parametri di stile di vita. Leggi l’intervista.
  14. Davide Sisto – Tanatologia digitale (27 aprile 2023) – Il filosofo Davide Sisto parla di tanatologia digitale: studia come le tecnologie cambiano il rapporto con la morte e il lutto. Spiega che la tanatologia è nata nella medicina legale e si è poi estesa alle scienze umane; denuncia la rimozione culturale della morte in Occidente e consiglia letture e film sul tema. Leggi l’intervista.
  15. Un ricordo di Luigi Chiriatti – studioso di tarantismo (30 maggio 2023) – L’autore racconta una visita a Luigi Chiriatti e rimanda a un’intervista video. Ricorda il suo contributo alla preservazione della cultura salentina, il ruolo nel Canzoniere Grecanico Salentino e il ricco archivio acquisito dal comune di Melpignano. Leggi l’articolo.
  16. Martina Migliore – Superhero Therapy (5 dicembre 2022) – La psicoterapeuta CBT Martina Migliore presenta la “Superhero Therapy”, approccio derivato dall’Acceptance and Commitment Therapy che utilizza i supereroi per lavorare con adolescenti e giovani adulti. Leggi l’intervista.
  17. Serie “Fuga di cervelli” (15 novembre 2022) – Articolo che introduce la serie di podcast “Fuga di Cervelli”, in cui professionisti emigrati (psichiatri, psicologi) confrontano i modelli di presa in carico della salute mentale in Belgio, Svizzera e Stati Uniti . Comprende link agli episodi. Leggi l’articolo.
  18. Costanzo Frau – Trauma e dissociazione (1 febbraio 2021) – Intervista al terapeuta Costanzo Frau. L’autore gli chiede definizione di trauma e dissociazione, le migliori prassi cliniche e la teoria di riferimento; Frau cita il lavoro di Colin Ross e Remy Acquarone e parla della diagnosi differenziale tra disturbi dissociativi e psicosi. Leggi l’intervista.
  19. Mauro Bologna – Presidente SIPNEI (10 ottobre 2022) – Intervista in video a Mauro Bologna, presidente della Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia (SIPNEI). Bologna illustra le attività della società, i temi del congresso nazionale e il panorama europeo della PNEI, introdotto in Italia da Francesco Bottaccioli. Leggi l’intervista.
  20. Jonas di Gregorio – Il rinascimento psichedelico (18 ottobre 2020) – Intervista al ricercatore Jonas di Gregorio in cui illustra l’uso clinico dei psichedelici, in particolare per il PTSD. Sottolinea che nessun farmaco attuale risolve il PTSD e consiglia i documentari A New Understanding e Trip of Compassion. Leggi l’intervista.
  21. Rossella Valdrè – Il ritorno (masochistico?) al trauma (13 ottobre 2020) – Articolo‑intervista alla psicoanalista Rossella Valdrè che analizza il ritorno attivo al trauma come fenomeno borderline tra dipendenza e masochismo. Valdrè spiega che alcuni sopravvissuti cercano volontariamente luoghi o pensieri legati al trauma; questo comportamento contrasta con il principio di piacere freudiano e richiede una rilettura economica e clinica del masochismo. Leggi l’intervista.

NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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2 March 2026

Intervista a Carlo Bonomi (rinascimento ferencziano e trauma)

di POPMed

PREMESSA: le interviste di POPMed (“POPMed Talks”) sono raggiungibili qui

Abbiamo intervistato Carlo Bonomi a proposito del pensiero di Sándor Ferenczi. Bonomi è presidente dell’International Sándor Ferenczi Network (ISFN), è stato uno dei sostenitori della “prima ora” di Ferenczi e ha contribuito -in Europa prima, e in Italia poi-, al “rinascimento” ferencziano (in Italia c’è stato insieme a lui, come si evince dall’intervista, Franco Borgogno, insieme al quale ha pubblicato La catastrofe e i suoi simboli).

Ferenczi fu ostracizzato dalla società psicoanalitica degli inizi, e considerato “malato di mente” dai colleghi dell’epoca, per poi essere lentamente “rievocato” e riabilitato, un po’ come è stato per Pierre Janet.

Proprio insieme a Janet, ora, è considerato un padre nobile dell’approccio al trauma e della psicotraumatologia in generale. Insieme a Janet ha infatti bonificato il concetto di trauma, riconsegnandone le cause all’ambiente di sviluppo del bambino.

Il suo articolo più conosciuto e famoso è universalmente considerato Confusione delle lingue tra adulti e bambini (1932), che si può scaricare qui in PDF.

Bonomi ci ha parlato in modo approfondito del suo percorso e di cosa significava, al tempo, occuparsi del pensiero dello psicoanalista ungherese.

Per approfondire, ha consigliato questo materiale, che linkiamo qui:

  1. Dupont, J. (Arpa Edizioni). Sul filo della memoria. Un itinerario psicoanalitico in compagnia di Ferenczi e Balint.
  2. The Wise Baby / Il poppante saggio. Rivista ferencziana (SIPeP-SF).
  3. Bonomi, C. Sito ufficiale. https://www.carlobonomi.it/
  4. Ferenczi House & International Sándor Ferenczi Network (Budapest). https://www.sandorferenczi.org/the-ferenczi-house/
  5. Carlo Bonomi, Il trauma cancellato. Breve storia apocalittica della psicoanalisi. Arpa edizioni. In via di pubblicazione.

EXTRA: dal canale youtube della SIPeP-SF, Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia SÁNDOR FERENCZI

Buona visione!



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24 February 2026

LEONARDO ERA NEURODIVERGENTE?

di Elisa Canavese (articolo originale su https://www.studiosem.org/)

Uscendo dalla mostra sul Codice Atlantico mi è rimasto in mente un pensiero che probabilmente molti fanno davanti a quegli appunti: la sensazione che il funzionamento di Leonardo non fosse soltanto quello di una persona molto intelligente, ma qualcosa di più complesso. Guardando le pagine, con la loro densità di annotazioni, schizzi, rimandi, cambi improvvisi di argomento e connessioni tra campi apparentemente lontani, viene spontaneo chiedersi come interpreteremmo oggi uno stile cognitivo di questo tipo. In particolare, viene in mente la doppia eccezionalità, cioè la coesistenza di alto potenziale e difficoltà del neurosviluppo nello stesso profilo.

Naturalmente non è possibile formulare diagnosi retrospettive. Le categorie cliniche contemporanee non erano disponibili, i contesti sociali e culturali erano completamente diversi e qualsiasi tentativo di classificazione rischia di essere anacronistico. Tuttavia questo non impedisce di utilizzare le conoscenze attuali per leggere alcuni pattern di funzionamento, con l’obiettivo di riflettere sul presente più che di etichettare il passato.

Nel caso di Leonardo da Vinci l’ipotesi più discussa in ambito scientifico riguarda l’ADHD. Alcuni neurologi hanno messo in relazione aspetti biografici ben documentati con caratteristiche compatibili con questo profilo: la tendenza a iniziare molti progetti e a non portarli a termine, la procrastinazione, il passaggio rapido tra interessi, i ritmi di sonno irregolari. Si tratta di una lettura interpretativa e non diagnostica, ma consente di osservare il Codice Atlantico da una prospettiva diversa. Le pagine non restituiscono l’immagine di una mente disorganizzata; mostrano piuttosto un funzionamento esplorativo, orientato alla generazione di connessioni, poco incline alla linearità: in altre parole una mente neurodivergente.

In questo senso la doppia eccezionalità offre una chiave utile. Oggi sappiamo che alcune persone plusdotate presentano difficoltà nelle funzioni esecutive, soprattutto nella pianificazione, nella gestione del tempo e nel mantenimento dell’attenzione su compiti poco motivanti. Il profilo che ne deriva non è uniforme: a prestazioni molto elevate in alcuni ambiti si affiancano fragilità in altri. Questa asimmetria può creare un divario tra il potenziale osservato e il funzionamento quotidiano, con la conseguenza che l’ambiente interpreta tali difficoltà come mancanza di impegno o inconcludenza.

Per quanto riguarda lo spettro autistico, le argomentazioni riferite a Leonardo risultano meno solide. In letteratura si trovano ipotesi, ma con un livello di supporto inferiore rispetto all’ADHD. Questo non significa che l’ipotesi sia impossibile; significa piuttosto che la cautela è ancora maggiore. Il rischio di selezionare retrospettivamente elementi compatibili con un’etichetta contemporanea è ben noto nella ricerca storica e clinica.

Il punto più interessante non riguarda comunque la classificazione di Leonardo. La questione centrale riguarda il modo in cui la nostra cultura interpreta la differenza cognitiva. Quando si parla di neurodivergenza, il discorso tende spesso a concentrarsi sul deficit, mentre la storia mostra numerosi esempi di innovazione prodotta da persone con traiettorie non lineari, interessi intensi e modalità di pensiero atipiche. Le stesse caratteristiche che in alcuni contesti vengono percepite come difficoltà possono diventare risorse in ambienti che valorizzano la curiosità, l’esplorazione e la tolleranza per l’errore.

Osservare il Codice Atlantico in questa prospettiva non serve quindi a stabilire se Leonardo fosse neurodivergente: può invece aiutare a mettere in discussione un’idea implicita, cioè che esista un unico modo corretto di apprendere, lavorare e produrre conoscenza. La variabilità del funzionamento umano è sempre esistita e continua a esistere. Cambiano le categorie e i contesti, ma la diversità cognitiva rimane una costante. Riconoscerlo può contribuire a ridurre il giudizio e ad aumentare la curiosità verso le differenze che incontriamo nella pratica clinica, nella scuola e nella vita di ogni giorno.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

 

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15 February 2026

Freud, illusioni e delusioni (Maria Chiara Risoldi), recensione

di POPMed

Il libro Freud, illusioni e delusioni, è un memoir su 30 anni di professione psicoanalitica, scritto da Maria Chiara Risoldi, che ha presentato di recente il volume in eventi disponibili in rete -per esempio questo:

Traccia la linea del percorso di formazione e professione della Risoldi, inframmezzandolo con casi clinici che divengono nel corso della lettura “pietre” miliari, in grado di catalizzare cambiamento e riflessioni.

Il libro è un atto di accusa contro la “teologia kleiniana” (testuali parole) e una riflessione amara sulla rigidità del sistema psicoanalitico nostrano (soprattutto negli anni ‘80/’90) pregno di clientelismo, ortodossia, “parrocchianesimo”, adesione fideistica e -fondamentalmente- assenza di pensiero realmente critico (cosa che invece dimostra l’autrice con questo scritto).

Già nel percorso di adesione alla SPI, la Risoldi scrive di requisiti incredibilmente onerosi, di scogli impossibili da superare, di colloqui di ammissione fatti con persone diverse e tra di loro non comunicanti -e spesso rigide-, ci racconta di rifiuti, dell’obbligo di certificare analisi svolte con pazienti al ritmo di 4 sedute a settimana (pazienti quindi, per forza di cose, benestanti) -al fine di poter accedere al “sacro cerchio” (cerchio che, spoiler, si rivelerà un “torre di babele” delle diverse correnti psicoanalitiche, tra di loro scarsamente integrate ma tutte coperte dall’ombrello freudiano).

L’ambiente psicoanalitico pareva essere, ai tempi, un ambiente chiuso e fondato sulla teologia, con una scarsa attitudine al pensiero critico, molta ideologia e regole imposte ai futuri “adepti”.
La Risoldi attraverso questo volume ragiona amaramente sul “kleinismo” degli inizi, un coacervo di prassi cliniche che oggi forse riterremmo incredibili, assurde o per lo meno “problematiche”, come la regola dell’astensione totale anche con i bambini, il divieto di interagire in seduta, interpretazioni colpevolizzanti verso il bambino (pensato dalla Klein come contenitore di invidie e aggressività innate) e di enormi errori clinici compiuti aderendo a questa corrente di pensiero senza metterla in discussione, spesso sotto ricatto morale da parte di supervisori pieni di prestigio.

-> continua su POPMed

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2 February 2026

GIORGIO NESPOLI: LA RICERCA IN PSICOANALISI, OGGI (INTERVISTA)

di POPMed

Un’intervista approfondita a Giorgio Nespoli dell’Università di Torino, a proposito di ricerca e “frontiere” in ambito di psicoanalisi, in particolare ispirata dal testo “PSICOANALISI CONTEMPORANEA – La Teoria del Campo Analitico post-bioniano”.

Nespoli è anche autore di “Costrutti e paradigmi della psicoanalisi contemporanea“, che abbiamo recensito qui.

Parlare di campo interpersonale, mondo teorico/clinico post-bion, “personaggi” in seduta e derivati narrativi, significa fare i conti con un modo di vivere il rapporto terapeutico diverso, post-freudiano. Rappresenta il superamento della postura “interpretativa” e astinente dell’analista/terapeuta, un modo di intendere lo stare in psicoterapia più cooperativo, maggiormente orizzontale, verso una concettualizzazione della psicoterapia come co-costruzione in costante evoluzione. Le interpretazioni divengono insature, deboli, meglio se formulate dallo stesso paziente (auto-interpretazioni, dunque, provenienti dallo stesso soggetto e -per questo- più autentiche).

Nespoli insegna psicologia dinamica progredita all’Università di Torino, e in questa intervista-fiume ci ha parlato di campo psicoanalitico co-costruito tra paziente e terapeuta, “pensiero onirico della veglia” secondo la formulazione di Antonino Ferro, Bion, “fasi” dell’interpretazione, derivati narrativi e molto altro.

Un affaccio sulla psicoanalisi più attuale, con queste domande a fare da “traccia”:

  1. Introduzione – I temi principali della ricerca psicoanalitica contemporanea
  2. Quale inconscio oggi?
  3. Il pensiero onirico della veglia e la deconcretizzazione narrativa
  4. Il campo analitico come modello teorico
  5. Dal transfert totale alla diffrazione del transfert-controtransfert
  6. Le funzioni interpretative

Qui una bibliografia ragionata a cura dello stesso Nespoli:

  1. Introduzione alla teoria del campo analitico
  2. Il campo analitico e le sue trasformazioni
  3. Campo analitico (Modello), dal sito Spiweb
  4. Civitarese, G., & Ferro, A. (2020). A Short Introduction to Psychoanalysis. Routledge. ISBN 9780367415501. (pp. 144).
  5. Civitarese, G. (2022). Psychoanalytic Field Theory: A Contemporary Introduction. Routledge. ISBN 9781032114514. (pp. 192).
  6. Snell, R. (2024). Antonino Ferro: A Contemporary Introduction (1st ed.). Routledge. (pp. 196).
  7. Levine, H. B. (Ed.). (2021). The Post-Bionian Field Theory of Antonino Ferro: Theoretical Analysis and Clinical Application (1st ed.). Routledge. DOI 10.4324/9781003168034. (pp. 151).

Buona visione!



PS: su questo blog, le interviste sono raccolte qui.

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26 January 2026

“LIFESTYLE MEDICINE”, il nuovo libro di Valerio Rosso

di Raffaele Avico

Abbiamo su questo blog parlato spesso del lavoro di divulgazione di Valerio Rosso, che ha pubblicato da poco un libro con Mondadori a proposito della Lifestyle Medicine.

Il suo lavoro ha raggiunto proporzioni enormi, soprattutto a livello di riscontro sui social media (qui il canale youtube), sui quali quotidianamente diffonde contenuti riguardanti neuroscienza, medicina dello stile di vita, prevenzione a livello di salute mentale e tematiche di psicopatologia.

La “consistenza” del suo lavoro e il seguito sempre più nutrito gli hanno consentito di fornire un costante servizio di divulgazione senza cadere in facili meccanismi da “social”, senza piegarsi a temi “da algoritmo”, senza insomma obbligarlo a calarsi nel “mare di fango” e marketing che caratterizzano pressoché ogni piattaforma nel momento presente, ma di -progressivamente- smontare quegli stessi meccanismi, criticandoli “dall’interno”. Valerio Rosso quotidianamente parla di di stile di vita, di movimento fisico, di controllare l’alimentazione, e lo fa dal giorno “zero” affidandosi a fonti scientifiche, senza allarmismi nè “mistificazioni” da social: procedere in questo modo gli ha conferito una credibilità che progressivamente, come accennato, lo ha “liberato” dalla necessità di piegarsi a logiche da algoritmo, arrivando a una posizione di “libertà totale” di espressione, il che gli consente di fornire un servizio NON “enshittificato” nè inquinato da esigenze economiche.

Quindi, per esempio:

  1. assenza di ricette miracolose in tema salute mentale, ma lavoro multimodale, integrato, lento e progressivo
  2. assenza di ricette miracolose per la longevità, grande tema dell’oggi, e divulgazione sul mantenimento di uno stile salutare di vita, per “aumentare la vita negli anni” e non “aumentare gli anni di vita”; intorno al tema longevità si rapprendono molte questioni inerenti la morte, la paura di vivere una vita vuota di relazioni che dev’essere quindi allungata a oltranza -tutti temi che Valerio osserva
  3. assenza di ricette miracolose inerenti gli integratori, che permetterebbero un miglioramente della qualità della vita, per lo più “mangime per followers” e che -senza un cambio dello stile di vita- sono per lo più inutili
  4. pensiero critico sulla questione farmaci (quindi: da usare quando realmente utili, con razionale medico)

Negli ultimi tempi ha spinto in particolare il tema della “diffusione patologica dell’attenzione” (qui un approfondimento) così da allertare il pubblico a proposito dei rischi dell’iperconnessione, e criticando pesantemente l’utilizzo di smartphone e schermi.
Sulla sofferenza giovanile, a differenza di altri divulgatori molto in voga come Matteo Lancini -che costantemente ripropone l’antico adagio “non siamo capaci di ascoltarli” (cit. Crepet nel 2006)- Valerio allarga il campo dell’analisi e legge fenomeni di isolamento e overload cognitivo come intrecciati a fenomeni economico-sociali, parlando di turbocapitalismo, assenza di spazi di socialità, senso&significato, dipendenza da contenuti online, algoritmi pensati per essere dipendentogeni e stile di vita tossico (parlando per esempio di come si vive nelle grandi città): insomma, tentando una lettura allargata dei fenomeni di psicopatologia, come fanno anche altri pensatori -vd. Massimo Recalcati- che intrecciano il disagio individuale al disagio sociale (si veda anche questo approfondimento su Marco Rovelli e la politicizzazione del disagio psichico).

Di recente, Valerio ho pubblicato un video a proposito della salute mentale come “tema dei prossimi 10 anni”, che alleghiamo di seguito.

Qui invece, alcuni contenuti a proposito del suo lavoro che abbiamo pubblicato negli scorsi anni:

  1. UN FREE EBOOK (SUL TRAUMA) IN COLLABORAZIONE CON VALERIO ROSSO
  2. DIFFUSIONE PATOLOGICA DELL’ATTENZIONE E SUPERFICIALITÀ DIGITALE. UN ESTRATTO DA “PSIQ” di VALERIO ROSSO
  3. SUL MERCATO DELLA DOPAMINA: INTERVISTA A VALERIO ROSSO
  4. LIFESTYLE PSYCHIATRY
  5. altro

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13 January 2026

Alcuni video dal convegno “NIENT’ALTRO CHE PULSIONE DI VITA” della Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia SÁNDOR FERENCZI (maggio 2025, Firenze)

di Raffaele Avico

La SIPeP-SF, Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia SÁNDOR FERENCZI ha recentemente pubblicato su youtube alcuni interventi congressuali interi, tra cui quello di Clara Mucci, che come osserviamo dalla sua presentazione si porta in una posizione sempre più post-freudiana (se non anti-freudiana), rigettando l’idea di una pulsione di morte innata -così come rifiutando l’idea di un trauma “fantasticato”.

Ferenczi è stato un pioniere dello studio del trauma, e insieme a Pierre Janet rappresenta un padre della moderna psicotraumatologia. Giovanni Tagliavini, fondatore dell’AISTED, l’associazione italiana per lo studio del trauma e della dissociazione, ha negli ultimi mesi raccolto su Linkedin alcuni contributi di Ferenczi a proposito del trauma, che si possono recuperare, raccolti, in questo PDF.
Per introdursi al pensiero di Ferenczi.

Qui, invece, i contributi video del congresso, tenutosi a Firenze a maggio 2025:


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22 December 2025

CORPI BORDERLINE DI CLARA MUCCI: recensione approfondita e osservazioni

di Raffaele Avico

Corpi Borderline ci porta all’interno del metodo di lavoro di Clara Mucci con i pazienti gravi.

Ne estraiamo qua alcuni takeaways, invitando chi volesse ad approfondire la lettura direttamente sul testo.

  1. La Mucci parte dalle teorizzazioni di Kernberg, Klein e di altri autori maggiori della psicoanalisi, compreso Freud, per elaborare un suo metodo di lavoro che supera quegli stessi ispiratori iniziali. In particolare rinforza l’idea di un trauma sempre esogeno, mai intrapsichico, rinnegando più volte l’idea di un’aggressività innata  e autodistruttiva. Il passaggio è abbastanza importante, visto che si lascia alle spalle di fatto sia l’idea di un trauma fantasmatico e intrapsichico (a un certo punto teorizzato da Freud) che l’idea di una pulsione di morte innata – che aveva fatto da basamento alla teorizzazione di Melanie Klein. Seguendo una sua linea di pensiero approda a Ferenczi e a Schore, veri “pilastri” teorici del volume, di fatto tenendo insieme la visione sul trauma e sulla nascita del disturbo di personalità grave di Sandor Ferenczi e la neuroscienza “degli emisferi destri” promossa da Schore
  2. Corpi borderline è un libro di neuropsicoanalisi: non basta più ragionare di oggetti interni, difese verticali o orizzontali, sogni: occorre integrare le conoscenze di psicoanalisi classica agli studi sull’attaccamento di Bowlby, ai seminali lavori di Mauro Mancia, alle scoperte di Schore, all’eredità di Ferenczi, addirittura alla teoria polivagale di Porges (oggi in parte messa in discussione, ritenuta da alcuni semplicistica) arrivando alle più recenti teorie sul trauma – integrando diversi modelli di lettura del complesso mentecervello.
  3. il cuore del lavoro con pazienti borderline è il ripristino di una sicurezza relazionale in vivo in terapia (un’”esperienza emozionale correttiva”) insieme al fondamentale lavoro sul perdono (che Mucci descrive come rinascita/superamento, distinguendolo dal perdono cattolico) al fine di “sciogliere la diade vittima/persecutore” nel mondo prima esterno e poi interno del paziente. Essere cresciuto/a in un ambiente abusante promuove nel paziente la creazione di una visione diadica stereotipata in senso relazionale, con -appunto- vittime e persecutori: superare questa visione coincide con l’approdo alla fase depressiva di Klein (in questo caso ripresa da Mucci) e con la creazione di uno spazio mentale “terzo” in grado di superare la suddetta visione diadica e di -elemento fondamentale- lasciare andare/elaborare la presenza di oggetti interni persecutori.
    Il percorso è il seguente, secondo Mucci: 1) infanzia traumatica/traumatizzante 2) introiezione di oggetti interni persecutori 3) conflitti psicologici interni che ripropongono la dinamica vittima-persecutore 4) sviluppo di sintomi. In terapia si dovrà procedere al contrario, partendo dai sintomi per leggerli in chiave psicodinamica o attraverso le lenti della psicotraumatologia, per arrivare a un’emancipazione del paziente dalla dinamica vittima-persecutore. Si veda a proposito di questo il suo lavoro “Trauma e perdono”.
  4. Seguendo questa linea di pensiero sull’introiezione della diade vittima/persecutore, la Mucci osserva che il corpo può divenire oggetto di scariche aggressive, o essere vissuto come altro/persecutore: da qui l’origine nei pazienti borderline delle tendenze anticonservative (lesioni, aggressività autodiretta, abusi di sostanze): si tratterebbe sempre del riproporsi di una dinamica vittima/persecutore, dunque, o del riattivarsi di una rabbia -pensata però come reazione a una frustrazione prima di tutto relazionale/interpersonale o -seguendo la visione di Russell Meares, reattiva a momenti di discontinuità dello stato della coscienza
  5. Sempre a proposito di questo, la Mucci acutamente osserva come un oggetto cattivo diviene buono in quanto esiste: è meglio per il bambino adattarsi a un oggetto cattivo ma esistente, che affacciarsi sul vuoto dell’oggetto inesistente o morto: a volte in psicoterapia ci si accorge di come il preservare il legame con un oggetto interno ingombrante/persecutorio difende il paziente dal vuoto e dal lavoro del lutto inerente la perdita di quello stesso oggetto. Nel volume Corpi Borderline, la Mucci esemplifica questo con un caso clinico in cui, una volta disciolta la dinamica vittima/persecutore, occorreva per la paziente in questione lavorare sul vuoto abissale della mancanza dell’oggetto materno (“Complesso della madre morta”), altrettanto pesante, forse ancora più difficoltoso. Mucci rinforza psicoanaliticamente un tema esplorato da Giovanni Liotti quando parla del bisogno primario del bambini di dipendere, anche in un contesto traumatico, “negante” o abusante (meglio male accompagnati che soli)
  6. A proposito della primiscuità sessuale dei pazienti borderline, la Mucci spiega in un interessante capitolo dedicato come attraverso il corpo il/la paziente tenti di ricostruire lo stato di sicurezza/intimità rassicurante anticamente perduto, o mai vissuto: non avrebbe il comportamento tanto a che fare -quindi- con la ricerca di una meta sessuale omo od eterosessuale, quanto con il contatto corporeo, una corporeità rinnovata, la ricerca di una condizione di sicurezza per via corporea
  7. La Mucci propone anche qui la sua idea a proposito dei 3 livelli di trauma.
    Esistono dal suo punto di vista 3 livelli di traumatizzazione che si possono “cumulare”, con conseguenze progressivamente peggiori: rimandiamo a questa recensione l’approfondimento, citando solo la definizione dei 3 livelli: “L’autrice distingue tre livelli di trauma: il primo derivante dalla mancata sintonizzazione tra caregiver e bambino (trauma relazionale precoce); un secondo livello, più strettamente collegato alla patologia borderline, vede la presenza di maltrattamenti, privazioni e abusi. Il terzo livello comprende traumi sociali come stermini, genocidi, guerre”.
    Riprendendo Liotti, la Mucci sostiene che solo il trauma per mano umana produce dissociazione, elemento clinico di particolare interesse per chi si occupi di trauma complesso.
  8. La Mucci attinge da Ferenczi a piene mani: negli ultimi anni, grazie anche ad autori come Franco Borgogno, assistiamo al recupero di un padre “minore” della psicoanalisi degli inizi, Sandor Ferenczi appunto, soprattutto in ambito di teoria e tecnica sul trauma. Citato più volte, il famoso articolo “La confusione delle lingue tra adulti e bambini”

MUCCI SUL NARCISISMO

Forse un po’ più debole contenutisticamente la parte del volume relativa al disturbo narcisistico di personalità, con riferimenti multipli e meno organizzati, di volta in volta shiftati tra teorie psicoanalitiche più o meno datate inerenti la patogenesi del narcisismo, e ricerche più attuali (neuroscientifiche) riguardanti possibili spiegazioni sulla nascita del disturbo. L’impressione è che il capitolo manchi di un punto di arrivo, e che non esista una formulazione chiara su di un “fattore primo” inerente l’eziopatogenesi del disturbo. Si parla di rispecchiamento problematico ma anche di scarsa interiorizzazione degli oggetti, di “trauma nella fase del riavvicinamento” usando i criteri di Mahler, di edipo risolto male con Super-io inespresso, ma anche di sviluppo problematico di aree del cervello fondamentali per l’empatia (Schore).
Degno di nota l’insistere sul tema della vergogna, emozione centrale nel narcisismo e in grado di regolare l’umore, e l’accenno -seppur breve- alla teoria di Liotti e Farina sul comportamento scarsamente empatico del narcisista letto come risultato di una strategia controllante punitiva (la Mucci sembra confondere qui il concetto di “strategia di controllo” di Liotti con il concetto -più largo- di Sistema Motivazionale Interpersonale).
L’impressione che se ne ricava è che leggere la genesi del disturbo narcisistico usando le lenti della teoria psicoanalitica classica sia problematico, ma che lo sia anche usare le lenti della psicotraumatologia di matrice “ferencziana”/liottiana -immaginando cioè che il narcisista sia figlio delle sue introiezioni taglienti e problematiche.
Setacciando il capitolo, l’idea mahleriana di un disturbo narcisistico come risultato di un rifiuto da parte del bambino all’idea di dipendenza, dipendenza vissuta come persecutoria e problematica a causa di caratteristiche intrinseche al caregiver, rimane la più plausibile. Rimando a questo approfondimento sul tema “strategie di controllo” di Liotti e Farina, che di fatto dice la stessa cosa usando termini diversi (al fine di controllare la relazione con il caregiver problematico il bambino impara a punire l’oggetto, rifiutandosi di porsi in una posizione di eccessiva dipendenza da esso -posizione vissuta come mortifera e umiliante).
In tutto questo, la Mucci ribadisce, non esiste nessuna aggressività innata né alcun temperamento che non sia epigeneticamente influenzato, superando dunque, come già accennato, le idee kleiniane e kernberghiane a proposito delle caratteristiche innate del bambino. La psicopatologia, ci ricorda l’autrice, è un affare interpsichico già da subito, o meglio, già da prima della nascita.

Sempre a proposito del tema “narcisismo”, nel capitolo successivo l’esemplificazione di un caso clinico (Fabian) aiuta a meglio comprendere e a sistematizzare i contenuti presentati nel capitolo precedente.
Tirando le fila del discorso, la Mucci presenta le sue idee più forti a riguardo della sua idea di narcisismo, che possono essere sintetizzate in questo modo:

  1. la patogenesi del disturbo deriva da un evento vissuto dal bambino come problematico, nel contesto della fase di “riavvicinamento” usando la teoria di Mahler (qui un approfondimento): si tratterebbe per il bambino di un processo di “rifiuto” della dipendenza, una compensazione al senso di umiliazione vissuta quando le sue esigenze di dipendenza furono frustrate o mortificate, nel contesto di un attaccamento problematico. Il bambino imparerebbe a “fare da sé”, o a rifiutare in sé l’idea di dipendere -e la creazione di un sé grandioso arriverebbe ad aiutarlo in questo processo di “rinuncia”. L’emozione centrale, in tutto questo, sarebbe come prima accennato la vergogna (vergogna di dipendere, di non farcela da solo, di dover appoggiarsi ad altri)
  2. tutto questo va di pari passo con la presenza di oggetti interni problematici: “ideali dell’io” ipertrofici e irraggiungibili, ma anche oggetti interni persecutori e aggressivi, umilianti: torna qui, come osserviamo, l’accento messo da Mucci sul tema diade “vittima/persecutore”, elemento a fare da “basamento” a molti disturbi di personalità in quanto risultante di un primevo, disturbato rapporto con le figure di accudimento primarie.
  3. la suicidalità del paziente narcisista è differente dalla suicidalità del paziente borderline. Nel primo caso può trattarsi del compiersi di un “destino” di mortificazione da parte delle figure interne (sadiche, o addirittura deliranti), altre volte di un gesto di affrancamento da figure vissute come persecutorie. Nel paziente borderline, d’altra parte, la suicidalità mantiene caratteristiche “interpsichiche” (meglio il nulla del vuoto relazionale) il che rende a volte i gesti suicidari del borderline delle “richieste d’attenzione”.
  4. Lavorare sulle relazioni oggettuali e sul corpo, rappresenta un punto fondamentale e basale. La Mucci parla anche di esercizio fisico come pratica virtuosa di recupero del corpo e creazione di un “clima di cura”, e dell’arte come dispositivo “traumatolitico”, funzionale alla simbolizzazione

Come osserviamo ritorna spesso la questione della diade interna, della dinamica persecutore/vittima, che in fondo rappresenta il messaggio centrale che estraiamo da questo volume: come terapeuti dobbiamo sempre andare a cercare la presenza di oggetti internalizzati in modo problematico e lavorare sullo sviluppo di un terzo polo, di un terzo spazio funzionale all’internalizzazione di oggetti buoni. La Mucci cita a un certo punto questo articolo di Liotti, dove è ben sintetizzato questo aspetto del “triangolo drammatico” (su questo aspetto, si veda anche questo).
Il disturbo nasce nella relazione e viene poi internalizzato, viene costruito internamente e riattualizzato nelle relazioni con le persone esterne, ma anche con il proprio corpo. Da esterno, diviene dunque interno.

MUCCI SU PSICOSOMATICA, ANTISOCIALITÁ E DISTURBO IPOCONDRIACO

Nei capitoli successivi la Mucci affronta il tema del disturbo psicosomatico e di conversione, anche in questo caso ponendo come pilastro patogenetico la difficoltosa sintonizzazione del bambino con la figura del caregiver e il precoce immagazzinamento di memorie relazionali “guaste”, problematiche -con diversi livelli di disturbo risultante, che la Mucci distingue principalmente in due macro-categorie:

  • il disturbo da conversione è più facilmente rintracciabile e racconta di una capacità di “simbolizzazione” da parte del paziente integra, mantenuta, nella cornice di un disturbo più moderato, nevrotico: in questo caso la capacità simbolica è relativamente buona, e ci si potrà lavorare usando modalità psicoanaliticamente più tradizionali: interpretazioni, sogni, gioco simbolico in seduta, uso di immagini o metafore, al fine di portare pensiero e “racconto” al posto dei sintomi
  • il disturbo da somatizzazione, invece, racconta di un passaggio al corpo del dolore originario, precoce e dissociato; in questo caso la capacità di simbolizzare è scarsa e occorrerà lavorare con il paziente come si fa con i disturbi gravi di personalità, promuovendo dunque un’alleanza solida in terapia e restituendo al paziente l’esperienza emozionale correttiva di cui prima si accennava, al fine di rendere possibile recuperare capacità di simbolizzazione in un contesto “sicuro”. Partendo da una sintonizzazione tra “emisferi destri”, si arriverà a parlare anche usando i “sinistri”, ma a seguito di un lavoro prima di tutto relazionale -nel qui ed ora.

In entrambi i casi, senza lavorare sulla struttura di personalità -la Mucci sottolinea- non si toccherà minimamente il portato problematico del sintomo.

Interessante l’accento posto dall’autrice sul sogno: nel caso della “semplice” nevrosi, sarà “interpretabile” e collegato in modo più diretto alla vita del paziente, nel caso del disturbo psicosomatico di origine traumatica, lo si osserverà più caotico e ripetitivo, simile a una sorta di “regolazione affettiva notturna”, come se quote di emotività grezza, per usare Bion, si riversassero sulla scena del sogno producendo sogni peculiari, “post-traumatici”, simili a “evacuazioni”.
Il materiale post-traumatico, come si osserva, sembra prendere vie peculiari nella mente dei pazienti con disturbi di personalità gravi, rientrando sulla scena della vita quotidiana in modi sub-simbolici, più corporei, meno “raffinati”, attraverso vie differenti: ricordiamoci in questo caso che la precocità delle traumatizzazioni implica un uso precoce dei registri di memoria procedurale, antica (si veda anche questa recensione al libro Inconscio non rimosso e memoria implicita, a cura tra l’altro della stessa Mucci con Giuseppe Craparo).

Nella parte finale del volume, La Mucci si concentra sul disturbo antisociale e sul disturbo ipocondriaco, che interpreta come margini estremi, deviazioni ulteriori del disturbo narcisistico, presentando due casi clinici a esemplificare le teorizzazioni.

In particolare risulta interessante la spiegazione sull’origine del disturbo ipocondriaco, presentando la Mucci, sulla scia di altri autori -primo di tutti, Freud-, una visione del problema basata sulla teoria delle pulsioni: la regressione al corpo, l’attenzione “totale” verso gli organi interni e la loro preservazione, testimonierebbe nel paziente ipocondriaco una regressione profonda in atto, il ritorno a un funzionamento infantile, pre-simbolico.
Viene presentata più volte l’idea che l’ipocondria sia una difesa nei confronti della perdita dell’oggetto, come un investimento sul o un attaccamento al corpo contestuale a una minaccia di perdita oggettuale. Come linee guida per il trattamento, l’autrice cita tre elementi di lavoro, la desomatizzazione, la verbalizzazione e la differenziazione dai legami fusionali, al fine di “rinforzare” la capacità di fare simbolo, di mettere parole dove il sub-simbolico non verbale (il corpo) e il simbolico non verbale (le immagini/i sogni) mantengono un posto di predominanza nella scena psichica (Wilma Bucci)

Insieme a questa visione, freudiana, la Mucci ripropone -nuovamente- l’idea di una patogenesi in linea con la teoria sugli “oggetti”, che di fatto la pongono nuovamente dalla parte di chi vede nella traumatizzazione e nell’abuso la maggiore causa di sviluppo di disturbo psicopatologici.
Come nel resto del volume, l’autrice torna all’idea di introiezioni problematiche che si attualizzano, ricadendo nella vita attuale del paziente e “drammatizzandosi”/riattualizzandosi nei suoi rapporti   interpersonali (compreso quello con il terapeuta).
Ci troviamo nei dintorni di una “sutura” tra due visioni riguardanti la causa della psicopatologia, interpersonale e interpsichica in primis, pulsionale in seconda battuta, con un’attenzione di volta in volta portata a entrambi gli aspetti, con però in prima linea l’attenzione alle traumatizzazioni precoci e -di nuovo- alle introiezioni problematiche. Quello delle introiezioni è in filigrana il tema più importante, che ritorna in tutto questo bellissimo lavoro della Mucci.

Il testo si chiude con un incredibile approfondimento sulla perversione e una riflessione sul tema della sessualità (più o meno pervertita): sta qui infatti, la Mucci osserva, l’esperienza più rivelatoria del “passaggio sulla Terra” di ogni individuo nella sua unicità, essendo che la sessualità, dal suo punto di vista, rappresenta una drammatizzazione, una “metafora” non solo della vita “a due”, ma dell’intero mondo oggettuale dei rispettivi membri della coppia: nell’atto sessuale si riattualizzerebbero rapporti con oggetti primari, approcci “primevi” al corpo del caregiver, identificazioni al corpo della madre o del padre, istanze culturali a “indirizzare” il comportamento sessuale (stereotipicamente maschile o femminile, per esempio), conflitti di potere. Il tema del potere e della “dominazione” dell’altro entro codici stabiliti culturalmente (maschile/dominante vs femminile/sottomesso) sembra, la Mucci chiude, precedere il tema della differenziazione di genere, ponendosi come cifra del rapporto sessuale emanato da, di nuovo, codici culturali, il che porta la Mucci a riflettere sulla “struttura potenzialmente distruttiva e disumanizzante e potenzialmente mortifera della cultura” e sulla l’immane potere del “simbolo”.

Come elemento che torna spesso, l’idea di un orientamento sessuale ingenerato in modo quasi-deterministico dal sovrapporsi delle identificazioni progressive dell’infante e dal rapporto con gli oggetti interni, sembra risentire di una visione un po’ troppo rigidamente psicoanalitica che rischia di sembrare a tratti limitante, alla luce degli studi a proposito della genesi dell’omosessualità (si veda questo approfondimento sul tema dell’omosessualità, fatto fare dall’AI in modalità deepresearch, che sintetizza gli studi più solidi degli ultimi 20 anni sul tema)


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Generale / ptsd, recensioni

1 December 2025

LAVORARE PER OBIETTIVI IN PSICOTERAPIA, CON BERNARDO PAOLI

di POPMed

Abbiamo intervistato Bernardo Paoli sul suo ultimo lavoro scritto con Maria Sperotto, “Qual è il tuo obiettivo?”. Le domande che gli abbiamo posto sono due:

  1. una definizione e un chiarimento a proposito del tema “conflitto”, in generale
  2. un affondo sul “cerchio risorse/obiettivi” (qui sotto raffigurato) uno strumento molto utile per lavorare con le persone in psicoterapia sugli obiettivi, mutuato e sviluppato da Arnaud Huibers

Bernardo ha uno stile di scrittura chiaro e rigoroso, con una vocazione pragmatica: alcuni testi di altri autori sembrano sempre “preparazioni” al lavoro, in questo caso il testo è pensato per essere usato nel vivo del lavoro con le persone, in modo estremamente concreto.

Ne avevamo già scritto in passato a proposito del suo Manuale delle tecniche psicologiche, così come del suo libercolo sulla paranoia.

Interessante la digressione di Bernardo sulle tecniche espressive di “ricerca” degli obiettivi, dall’uso di carte Dixit, alla passeggiata artistica, all’uso di libri d’arte, o al cut up burroughsiano: strumenti proiettivi, funzionali a “forzare la mano” sull’implicito.

Qui, per chi volesse, una recensione approfondita del volume “Qual è il tuo obiettivo?”.
Qui invece il sito di Barnardo Paoli,  e una intervista fatta in passato per Psychiatry on Line.

Buona visione!

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Article by admin / Generale / interviste

25 November 2025

Terapia della regolazione affettiva di Allan Schore: INTRODUZIONE

PREMESSA: questo contenuto è scritto tramite AI e supervisionato, ed è basato su di una bibliografia fornita dallo stesso Allan Schore in occasione di questo convegno -bibliografia che troverete scaricabile a fondo pagina.
Allan Schore ha ispirato negli ultimi anni molti autori provenienti dall’ambito psicoanalitico, forzandoli a un’integrazione neuroscientifica, promuovendo una riflessione approfondita sul concetto di memoria implicita e inconscio non rimosso, in particolare approfondendo il ruolo dell’emisfero destro cerebrale.
Il lavoro di Schore si colloca in continuità con autori che su questo blog abbiamo spesso citato, Giovanni Liotti, Russell Meares, Mauro Mancia, in particolare Clara Mucci. Questi autori hanno (ri)proposto l’idea che il trauma sia sempre un evento esogeno, causato da distorsioni nel rapporto con le figure di attaccamento, magari collocato in epoche remotissime come quella prenatale ma sempre intersoggettivo, interpsichico.
Allan Schore ha ispirato direttamente il lavoro di Clara Mucci. Nel suo Corpi Borderline, per esempio, l’autrice prende le distanze più volte sia dal concetto di trauma intrapsichico di Freud, che dall’idea di aggressività innata formulata da
 Melanie Klein, proponendo un’idea di “aggressività infantile distruttiva” causata da una precoce identificazione con l’aggressore da parte del bambino -sposando in pieno dunque la tesi di un autore minore della psicoanalisi degli inizi, oggi rivalutato, Sandor Ferenczi.
(R. Avico)

IL MODELLO TEORICO E CLINICO DI ALLAN SHORE

Panoramica del modello teorico

Le prime interazioni faccia-a-faccia mediate da sguardi, voce e gesti tra il neonato e la madre generano una sincronizzazione emotiva reciproca. Queste “protoconversazioni” inducono una risonanza interpersonale che regola gli stati affettivi di entrambi e getta le basi dello sviluppo cerebrale del bambino, in particolare delle strutture dell’emisfero destro coinvolte nella regolazione emotiva. L’organizzazione del cervello in via di sviluppo avviene infatti all’interno di una relazione: il cervello del bambino si sintonizza con quello dell’adulto grazie a segnali emotivi impliciti, modellando la capacità di autoregolazione affettiva del piccolo.

Schore integra neuroscienze dello sviluppo e teoria dell’attaccamento, evidenziando il ruolo chiave dell’emisfero destro nel processare le esperienze emotive e relazionali precoci. A differenza dell’emisfero sinistro (dominante per il linguaggio e il pensiero cosciente), l’emisfero destro matura precocemente ed è specializzato nelle comunicazioni non verbali e nei processi affettivi inconsci. Schore propone che il “mentale inconscio” freudiano coincida in gran parte con il sistema psicobiologico dell’emisfero destro. In altre parole, la mente inconscia di una persona comunica costantemente con l’emisfero destro di un’altra attraverso segnali affettivi sottili (es. contatto visivo, tono della voce, posture) al di sotto della consapevolezza conscia – un concetto definito inconscio relazionale. Queste comunicazioni “da cervello destro a cervello destro” costituiscono un canale diretto di scambio emotivo tra due soggetti, analogo a quello che si instaura tra madre e bambino.

Un principio centrale della teoria della regolazione affettiva è che lo sviluppo del cervello e della personalità dipende dalla qualità delle prime relazioni di attaccamento. Un attaccamento sicuro con un caregiver sensibile e responsivo favorisce l’ottimale maturazione dei circuiti di regolazione dell’emisfero destro, promuovendo un’efficiente capacità di modulare le emozioni e un sano sviluppo del Sé.
Al contrario, attaccamenti insicuri o traumi relazionali precoci (come abusi o trascuratezze nell’infanzia) possono disturbare la maturazione di questi meccanismi regolatori, lasciando il bambino privo di strumenti per gestire lo stress emotivo. In tali casi il piccolo può rimanere bloccato in schemi di disregolazione affettiva – oscillando tra iper-arousal (ansia, collera, panico) e ipo-arousal (dissociazione, ottundimento) – che costituiscono terreno fertile per future psicopatologie. Schore sottolinea infatti che molti disturbi psichiatrici dell’età adulta (ad es. disturbi d’ansia, dell’umore o di personalità come il borderline) rappresentano, alla radice, esiti di fallimenti nelle prime regolazioni affettive del bambino.

Applicazioni cliniche

Le intuizioni di Schore hanno influenzato profondamente la pratica clinica, specialmente nelle aree legate al trauma dello sviluppo e ai disturbi dell’attaccamento. In ambito di trauma relazionale precoce (come abusi infantili, abbandono o trascuratezza), la teoria della regolazione affettiva offre un modello esplicativo della patogenesi: esperienze di accudimento traumatiche nei primi anni producono un arresto o disturbo nello sviluppo dell’emisfero destro, con conseguenti difficoltà di regolazione emotiva e difese dissociative (il bambino “spegne” le emozioni travolgenti per sopravvivere).

Clinicamente, ciò si traduce in adulti che presentano problemi di gestione degli affetti, flashback somatici e vuoti emotivi tipici del Disturbo da Stress Post-Traumatico complesso o di altri disturbi dissociativi. L’approccio di Schore viene applicato in psicoterapie trauma-focused (es. con sopravvissuti a maltrattamenti infantili), enfatizzando la creazione di un legame terapeutico sicuro attraverso cui il paziente possa, gradualmente, rielaborare e integrare le emozioni e i ricordi traumatici in modo tollerabile. In questo processo, il terapeuta funge da “caregiver sostitutivo” che aiuta il paziente a colmare le lacune nelle sue capacità di autoregolazione, spesso per la prima volta permettendogli di sentire e modulare affetti prima intollerabili.

Più in generale, la prospettiva della regolazione affettiva è considerata trasversale a molte forme di terapia e popolazioni cliniche. Schore e colleghi sostengono che la relazione terapeutica stessa sia il fattore curativo comune più importante in psicoterapia, oltre le specificità teoriche. In linea con ciò, ricerche meta-analitiche mostrano che una solida alleanza terapeutica – caratterizzata da empatia, collaborazione, autenticità e reciproca fiducia – predice esiti positivi del trattamento indipendentemente dall’approccio utilizzato. Questo rende il modello di Schore rilevante in contesti molto diversi: dalla psicoterapia individuale per disturbi d’ansia, depressione o personalità (dove spesso il nucleo del problema è una vulnerabilità nella regolazione emotiva), fino alla terapia familiare e di coppia (in cui ripristinare interazioni emotive più sintonizzate tra i membri è fondamentale per il cambiamento). Perfino in ambito di psicoterapia di gruppo o con popolazioni speciali (ad es. pazienti con autismo ad alto funzionamento), si è riscontrato che intervenire sui processi di attunzione e sincronizzazione emotiva fra partecipanti può migliorare significativamente la coesione e gli esiti del percorso terapeutico. In sintesi, il paradigma della regolazione affettiva fornisce una cornice unificante per comprendere e trattare un’ampia gamma di problematiche cliniche, facendo leva sul potere terapeutico della relazione e della modulazione degli affetti in tempo reale.

Tecniche e approcci terapeutici principali

In pratica, l’approccio di Schore non prescrive tecniche strutturate passo-passo, ma punta a sfruttare i processi relazionali e impliciti nel dialogo clinico. Lo stesso Schore afferma che al cuore dell’“arte” della psicoterapia vi è la capacità relazionale ed emotiva del terapeuta – ovvero sapersi sintonizzare con una vasta gamma di pazienti – più che la mera padronanza di protocolli tecnici standard.

I principi operativi fondamentali includono:

  • Costruzione di un’alleanza terapeutica sicura: il terapeuta si impegna attivamente a creare un clima di fiducia, accettazione e base sicura per il paziente. Ciò comporta un atteggiamento empatico, non giudicante e autentico, che trasmette al paziente la sensazione di essere compreso e al riparo da nuove ferite. Un’alleanza solida funge da “porto sicuro” (analogamente alla figura di attaccamento) entro cui il paziente può esplorare emozioni dolorose o vulnerabili senza esserne sopraffatto. La ricerca conferma che un buon legame terapeutico – caratterizzato da collaborazione, empatia e rispetto positivo – è associato a minori abbandoni della terapia e a risultati clinici migliori.
  • Comunicazione implicita e non verbale: la sintonizzazione avviene in larga parte attraverso segnali non verbali e modalità di comunicazione inconsce. Il modello di Schore dà grande importanza a elementi come il tono di voce, le pause, lo sguardo, la postura e la prosodia emotiva nel dialogo terapeutico. Il terapeuta presta attenzione a questi indicatori sottili dello stato interno del paziente e calibra intenzionalmente la propria comunicazione non verbale per promuovere sintonia (ad esempio abbassando la voce e parlando con calma quando il paziente è agitato, oppure mantenendo uno sguardo accogliente per trasmettere presenza e disponibilità). Queste comunicazioni “right brain-to-right brain” permettono uno scambio di informazioni emotive al di là delle parole, generando una sincronizzazione biologica tra paziente e terapeuta: studi recenti mostrano che durante una buona seduta i sistemi nervosi di entrambi tendono a sincronizzarsi (frequenza cardiaca, pattern respiratori, attivazione cerebrale), come due strumenti musicali che accordano le proprie note. Tale livello implicito di comunicazione crea un “canale nascosto” in cui il paziente percepisce sicurezza e comprensione a livello viscerale, anche senza bisogno di esplicitarlo verbalmente.
  • Sintonizzazione affettiva e coregolazione: il terapeuta agisce in modo simile a un genitore sufficientemente attento, rispecchiando e modulando gli stati emotivi del paziente. Questo implica percepire intuitivamente l’affetto prevalente nel momento (tristezza, rabbia, paura, vergogna, ecc.), tollerarlo senza evitarlo, e rispondere in modo sintonizzato – ad esempio con espressioni facciali, gesti o tonalità vocali che comunicano al paziente “ti sento, sono con te”. Attraverso questa presenza empatica, il terapeuta coregola le emozioni del paziente: se quest’ultimo è sopraffatto da un affetto intenso, il terapeuta può aiutarlo a ridurne gradualmente l’intensità (ad esempio rallentando il ritmo, mantenendo la calma, invitandolo a fare respiri profondi); viceversa, con un paziente emotivamente bloccato o dissociato, il terapeuta potrà introdurre calore, stimolazioni dolci o rievocare in modo sicuro il sentimento sopito, “riaccendendo” l’affetto attenuato. In entrambi i casi, il clinico funge da regolatore esterno stabile, offrendo all’organismo del paziente un’esperienza correttiva di regolazione interpersonale. Col tempo, ripetute esperienze di sintonizzazione e riparazione all’interno dell’alleanza terapeutica favoriscono l’interiorizzazione di nuove strategie di autoregolazione: il paziente impara, grazie alla relazione, a riconoscere e modulare i propri stati emotivi con maggiore efficacia.
  • Facilitazione dell’espressione e integrazione delle emozioni: un pilastro dell’intervento basato sulla regolazione affettiva è incoraggiare il paziente a vivere le proprie emozioni, piuttosto che evitarle o sopprimerle. Schore sottolinea che il cambiamento terapeutico non avviene tramite un controllo cognitivo “dall’alto” delle emozioni, bensì permettendo l’emergere e la regolazione “dal basso” degli affetti dolorosi o dissociati. In pratica, il terapeuta aiuta il paziente ad avvicinarsi gradualmente a sentimenti temuti o rimossi (tristezza profonda, rabbia repressa, paura del rifiuto, ecc.), fornendo al contempo un contenimento sicuro. Ad esempio, può legittimare e nominare l’emozione (“È comprensibile provare rabbia per quello che ha subito”), mostrarsi presente accanto al paziente mentre la sensazione affiora, e monitorare che il livello di attivazione resti tollerabile. Non si tratta di spingere il paziente al catharsis incontrollato, ma di integrare pian piano quei vissuti frammentati all’interno della finestra di tolleranza emotiva. Questa esposizione guidata alle emozioni precedentemente evitate, all’interno di una relazione empatica, consente al paziente di ampliare la propria capacità di tollerare e gestire gli affetti. Come afferma Schore, la terapia punta a “facilitare l’espressione di emozioni – incluse quelle evitate o dissociate – allo scopo di permettere al paziente di tollerarle e renderle emotivamente adattive”, costruendo nel contempo una competenza implicita più solida di regolazione interna. In altri termini, il paziente impara a sentire senza essere sopraffatto, trasformando gradualmente le emozioni da fonte di disorganizzazione psichica a risorse informative integrate nella personalità.

Evidenze scientifiche a supporto

Numerose ricerche empiriche negli ultimi decenni hanno corroborato il modello di Schore e l’efficacia clinica del focus sulla regolazione affettiva:

  • Neuroscienze dello sviluppo: Studi neurobiologici indicano che l’attività dell’emisfero destro è cruciale per l’elaborazione delle emozioni e dell’attaccamento fin dai primissimi anni di vita. Le moderne neuroimmagini funzionali hanno mostrato, ad esempio, che le interazioni emotive precoci attivano preferenzialmente specifiche aree del cervello destro del neonato (come la corteccia orbito-frontale destra, implicata nella regolazione degli affetti). Tali risultati supportano l’idea che il cervello sociale ed emotivo del bambino si sviluppi in risposta diretta al caregiving: le prime esperienze relazionali “plasmano” letteralmente i circuiti neurobiologici della regolazione emotiva. D’altro canto, evidenze da studi longitudinali suggeriscono che traumi relazionali infantili (come la deprivazione di cure o l’abuso) possono comportare alterazioni nelle strutture e funzioni dell’emisfero destro – ad esempio anomalie nell’asse limbico- orbitofrontale responsabile della modulazione dello stress – spiegando la maggiore vulnerabilità di questi individui a disturbi dissociativi e di personalità in età adulta.
  • Studi sull’attaccamento e sincronizzazione diadica: Osservazioni sistematiche delle diadi caregiver-bambino confermano i meccanismi descritti da Schore. Ricerche classiche (Cohn & Tronick, Trevarthen, Beebe e altri) hanno documentato che durante interazioni faccia-a-faccia sintonizzate – in cui madre e infante si scambiano sguardi, vocalizzazioni e gesti in modo contingente – si genera un’allineamento nei loro stati fisiologici ed emotivi. In altri termini, i due partner “risuonano” emotivamente: le variazioni nell’espressione dell’uno producono cambiamenti coordinati nell’altro, in un ciclo reciproco di regolazione. Questo coupling intersoggettivo è stato descritto come un vero e proprio meccanismo di collegamento tra cervelli: il caregiver e il bambino in sincronia “agganciano” le rispettive attività neurali, soprattutto nelle aree del cervello destro che elaborano gli stimoli socio-emotivi. Tali risultati empirici avvalorano il principio neurobiologico secondo cui “il cervello in via di sviluppo del bambino è adattato per essere accoppiato, tramite la comunicazione emotiva, ai processi regolativi del cervello adulto”. Di converso, studi sui pattern di attaccamento insicuro mostrano che bambini cresciuti con cure incoerenti o non responsività emotiva cronica manifestano, rispetto ai bambini con attaccamento sicuro, una maggiore reattività fisiologica allo stress e difficoltà a riprendersi da stati di attivazione elevata – indicatori di un sistema di regolazione affettiva meno efficiente. Queste evidenze sono coerenti con l’osservazione clinica che l’attaccamento insicuro rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di problemi di regolazione emotiva e sintomi psicopatologici.
  • Esiti clinici in psicoterapia: Anche la ricerca sull’efficacia delle psicoterapie ha fornito evidenze a sostegno dell’enfasi posta da Schore su relazione e regolazione. Una mole di studi ha identificato nei fattori comuni (relazionali) il principale predittore dell’esito terapeutico: aspetti come l’alleanza terapeutica, l’empatia percepita, la congruenza emotiva del terapeuta e la sintonizzazione affettiva con il paziente risultano associati in modo consistente al successo del trattamento, più della scelta di una tecnica specifica. In particolare, una revisione di Norcross e Lambert conclude che “decenni di evidenze convergono sul fatto che la relazione terapeutica dia un contributo sostanziale e costante all’esito, indipendentemente dal trattamento… La relazione può guarire… mentre alleanze povere predicono abbandono e fallimento terapeutico” . Queste scoperte empiriche risuonano con la premessa di Schore che la “relazione di cura” sia di per sé un agente di cambiamento neuropsicologico. A ulteriore conferma, nuovi studi neuroscientifici con metodiche di hyperscanning (registrazione simultanea dell’attività cerebrale di paziente e terapeuta durante la seduta) mostrano fenomeni di sincronizzazione neuronale interpersonale. Ad esempio, è stato osservato che nei diadi terapeuta-paziente con una buona alleanza vi è una sincronizzazione delle oscillazioni cerebrali nell’emisfero destro di entrambi, in particolari regioni (come la giunzione temporo-parietale destra) coinvolte nei processi di empatia, mentalizzazione e comprensione delle intenzioni altrui. Questo dato suggestivo indica che durante una terapia efficace si crea letteralmente un “collegamento cerebrale” tra i due individui, che rispecchia il loro profondo accordo emotivo. In sintesi, le ricerche contemporanee – spaziando dalla neurobiologia allo studio dell’alleanza in psicoterapia – convergono nel supportare la validità del modello di Allan Schore: lo sviluppo e la riparazione della mente umana passano attraverso la regolazione interattiva degli affetti, mediata dall’emisfero destro, sia nelle relazioni di attaccamento precoci che nel processo terapeutico stesso.

Qui per scaricare una bibliografia ragionata (a cura dello stesso Allan Schore).

Qui altro su emisfero destro/sinistro.
Qui il sito di Allan Schore.


Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA.

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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
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  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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