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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

18 May 2026

La controversia sul servizio di Le Iene sulla psicoterapia assistita da psichedelici (PAP)

di Raffaele Avico

Ripubblichiamo sul nostro portale un commento fatto da Studio Aegle a proposito di un recente servizio de Le Iene sull’utilizzo della psilocibina in ambito ospedaliero.

Lo studio clinico a cui fa riferimento il servizio, è quello coordinato da Giovanni Martinotti.

Il commento di Studio Aegle assume un tono parecchio critico, allineandosi con alcuni esperti che hanno trovato il servizio televisivo sensazionalistico e “grossolano”.

Fabio Villa (che abbiamo intervistato in passato, e che sulla PAP –Psicoterapia Assistita da Psichedelici– ci ha scritto un libro, “L’oceano della mente” -che abbiamo recensito), ha usato proprio questo termine -”grossolano”- nel suo commento al servizio, servizio che risulta per lo meno “problematico” alla luce dei vistosi errori comunicativi (e di metodo scientifico) fatti, come negarsi totalmente la domanda: “ma non è che entrando in uno studio medico con una paziente sotto psilocibina con un’intera troupe televisiva, si andranno ad alterare il setting e le condizioni necessarie all’effetto psicoterapico del farmaco??”. Sempre di Villa, pubblichiamo un commento scritto a fondo articolo.

Qui di seguito il commento di Studio Aegle (che aveva scritto per noi un approfondimento sulla ricerca scientifica in ambito psichedelici, recuperabile qui).


COMMENTO 1: Studio Aegle

Ho lasciato sedimentare qualche giorno prima di scrivere questa newsletter perché volevo essere sicura di dire qualcosa di utile e non di sfogarmi. Il risultato, temo, è che devo comunque sfogarmi, ma proverò a farlo con metodo.

Le Iene hanno mandato in onda un servizio sul trial di psilocibina del Prof. Giovanni Martinotti. Le Iene fanno Le Iene, e non lo dico come critica: è il loro mestiere, hanno fatto il loro lavoro. I problemi credo siano altri.

Visto che non è stato detto chiaramente in venti minuti di video, lo dico io: la psilocibina è una sostanza illegale in Italia, il suo uso al di fuori di un contesto clinico controllato è un reato, e un servizio televisivo di questo tipo, per quanto non intenzionalmente, può alimentare il rischio di emulazione con conseguenti possibili danni.

La prima cosa che ho pensato guardandolo è stata: è come trasmettere in diretta una seduta dallo psicologo, o una confessione al prete. Puoi firmare qualsiasi liberatoria, per carità, ma le mie perplessità non riguardano le pazienti che hanno scelto di farsi riprendere, è più cosa è eticamente ammissibile fare all’interno di un trial clinico. La riservatezza dei partecipanti durante tutta la durata di uno studio non è una cortesia, è un requisito codificato nelle buone pratiche cliniche internazionali, a partire dalla Dichiarazione di Helsinki. A un certo punto del servizio è comparsa sullo schermo una risonanza magnetica con il nome e cognome della paziente, che avrà (spero) certamente acconsentito, ma rimangono dati di privacy sensibili. Il consenso informato è uno strumento prezioso e necessario, ma è una procedura, non un’etica.

C’è poi tutta una questione scientifica che credo debba essere affrontata. Martinotti ha costruito il suo disegno sperimentale attorno a un’ipotesi specifica: isolare la molecola, eliminare le variabili di contesto, niente psicoterapia, niente mascherina, niente musica, setting ridotto. È una posizione legittima e coerente con una certa visione della farmacologia psichedelica, su cui si può discutere, ma che ha una sua logica interna.
Se però l’obiettivo dichiarato è isolare la molecola da tutto il resto, allora mettere una troupe televisiva dentro la stanza non è solo un problema etico, è anche una scelta metodologicamente catastrofica. E dentro quella stanza c’era una Iena sul letto, microfono in mano, durante quello che avrebbe dovuto essere il momento più privato e vulnerabile dell’intero protocollo. Non è un dettaglio minore.

La presenza delle telecamere introduce multipli ordini di problemi, come per esempio l’expectancy effect, per cui i pazienti che sanno di essere filmati e di partecipare a un evento mediatico tendono ad aspettarsi di più dall’esperienza e a interpretarla di conseguenza; l’observer effect, per cui il semplice fatto di essere osservati modifica il comportamento; il social desirability bias, che in una sessione psichedelica ripresa da una telecamera raggiunge livelli difficilmente quantificabili.
Potrei pure proseguire… proseguo va.
Ci sono anche le demand characteristics: quando i partecipanti captano, anche inconsapevolmente, cosa ci si aspetta da loro e vi si conformano. In un contesto con telecamere, giornalista e il miracolo della guarigione a portata di pillola, è forse il bias più insidioso di tutti. Qualcuno potrebbe perfino credere di essere in pieno trip senza esserlo davvero, trascinato dall’hype del contesto.
Il setting che Martinotti voleva tenere fuori dalla porta è rientrato dalla finestra con tutta la sua potenza amplificata.
È come voler scoprire la temperatura esatta di una stanza e nel frattempo far partire l’aria condizionata, accendere un termosifone e far entrare dieci persone: a quel punto non stai più considerando solo la temperatura, stai valutando il caos. Chiedersi cosa stiano misurando questi dati diventa una domanda scientificamente legittima, e la risposta onesta è che non lo sappiamo con certezza. Di sicuro non stanno misurando “solo la molecola”. Per mantenere le variabili invariate nella prossima somministrazione, tanto vale chiamare Striscia la Notizia.

La ricerca sugli psichedelici esiste da settant’anni, ci sono centinaia di studi pubblicati, trial in corso in mezzo mondo, istituzioni che stanno costruendo linee guida pezzo per pezzo. Presentarla come se stesse nascendo adesso, attorno a uno “scienziato visionario”, dice già molto sulle priorità di questo servizio: la narrazione prima di tutto, la scienza dopo. Ed è la stessa logica che ha portato a decidere di aprire la porta alle telecamere durante la raccolta dati. La risposta giusta, con tutto il rispetto, era non aprirla, o per lo meno non in quel momento: c’è un tempo per la narrazione e un tempo per la scienza, e durante un trial attivo le due non vanno molto d’accordo. Ogni contaminazione esterna ha conseguenze che nessuna analisi statistica può correggere dopo.

Quello che mi rimane, alla fine, è un dilemma che non riguarda né i bias né il protocollo. Riguarda cosa succede dentro una persona durante un’esperienza psichedelica, e cosa significa essere lì in quel momento.

Uno stato espanso di coscienza non è un prelievo di sangue. Non è nemmeno una risonanza magnetica, dove stai fermo in un tubo e il tuo contributo è non muoverti. È un momento in cui i confini abituali tra dentro e fuori si allentano, in cui emergono cose che normalmente restano sepolte, in cui la persona è esposta in un modo che in condizioni ordinarie non sarebbe mai disposta ad accettare. Questo vale indipendentemente dal setting e dall’ipotesi di ricerca. Richiede un contenitore umano adeguato non perché lo dica un protocollo terapeutico, ma perché fa parte della natura stessa di quell’esperienza. Diciamo che richiede che per lo meno si sappia cosa sia un’esperienza psichedelica, una consapevolezza che, se c’è, di certo non si lascia sotto il tappeto perché oggi viene la TV a filmarci.

Quella Iena sul letto non era solo una variabile confondente. Era qualcuno dentro uno spazio che avrebbe dovuto essere protetto, in un momento in cui quella protezione non era un optional metodologico ma una responsabilità elementare verso una persona che si era affidata ai propri medici.

La ricerca psichedelica sta costruendo la sua reputazione scientifica studio dopo studio, da decenni, e c’è chi lo fa con rigore e rispetto per quello che queste sostanze sono. Credo che chi la racconta, e chi la conduce, dovrebbe trattare l’esperienza psichedelica con la stessa cura, anche se si è convinti che la molecola basti da sola. Anche in Italia, con tutto quello che abbiamo e tutto quello che ci manca, se vogliamo sappiamo farlo.


COMMENTO 2: Fabio Villa

Se ho capito bene lo studio di Martinotti sulla psilocibina ha parecchie criticità metodologiche da discutere.
Partiamo dalla selezione dei pazienti.
Negli studi sugli psichedelici struttura di personalità, traumi, dissociazione, stile di attaccamento, funzionamento emotivo, aspettative, vulnerabilità psicotiche possono influenzare enormemente il tipo di esperienza, la risposta antidepressiva, gli effetti collaterali. Eppure non mi sembra chiaro quanto queste variabili siano state normalizzate, stratificate e controllate statisticamente. Con una sostanza come la psilocibina questo è un problema enorme, perché l’esperienza soggettiva non è “rumore”: è probabilmente parte del meccanismo terapeutico.
Poi Martinotti userebbe il trazodone per attenuare gli effetti percettivi ed esperienziali del trip.
L’idea sembra ricalcare studi internazionali che usano antagonisti 5HT2A come la ketanserina insieme alla psilocibina. La differenza è che la ketanserina è un antagonista 5HT2A relativamente “pulito”; il trazodone invece è un farmaco molto più promiscuo dal punto di vista recettoriale. In teoria il razionale sarebbe rendere meno disponibili i recettori 5HT2A alla psilocibina, mantenendo però eventuali effetti antidepressivi legati alla neuroplasticità (dovuta a meccanismi alternativi ai 5HT2A). Tradotto: non serve il viaggio psichedelico, basta la neuroplasticità. Dal video de Le Iene non sembra nemmeno funzionare benissimo nel sopprimere l’esperienza psichedelica.
Forse l’assunzione di trazodone riguarda una fase dello studio che partirà più avanti?

Il problema è che il trazodone NON è un semplice “bloccante del trip”. Il trazodone è antidepressivo, ansiolitico, sedativo, antagonista H1, antagonista α1, modulatore serotoninergico. Quindi, se un paziente migliora… grazie a cosa sta migliorando davvero? Psilocibina? Trazodone? Sedazione? Effetto anti-impulsivo? Miglioramento del sonno? Riduzione dell’ansia? Interazione fra farmaci? Aspettative? Quest’ultimo bias è già stato descritto nel podcast.
Inoltre non puoi quantificare davvero né quanta occupazione 5HT2A stai ottenendo, né quanta psilocibina stai “bloccando”, o quanto l’esperienza soggettiva venga attenuata. Usare l’esperienza riportata dal paziente come proxy biologico è estremamente debole perché la variabilità interindividuale è gigantesca.
Quindi, se ho capito bene: si rischia un’enorme quantità di bias metodologici in un’area dove set, setting, esperienza, relazione, trauma, significato soggettivo potrebbero essere parte centrale della terapia.
Mi pare si tenti di trasformare la psichedelia in una procedura farmacologica standardizzata, sterilizzata, ridotta alla sola neuroplasticità misurabile, con il rischio di trascurare l’esperienza umana e la dimensione trasformativa, lasciando solo il modello biochimico industrializzabile.
Riguardo gli outcome, nello studio di Martinotti, la “neuroplasticità” data dalla psilocibina non sembra essere misurata direttamente. Non sembrano esserci previsti PET recettoriali, marker biologici di plasticità, misure dirette sinaptiche, biomarcatori tipo BDNF etc. nel protocollo. Gli outcome principali sembrano restare scale depressive e questionari clinici vari. Quindi la “plasticità” viene inferita indirettamente. Il confronto sembra essere psilocibina vs TMS con uso di EEG, fMRI, connettività cerebrale, network analysis. Il razionale dello studio pare basarsi sul cambiamento dei network cerebrali e della loro associazione con un eventuale miglioramento della depressione. Ma qui c’è un problema: cambiare oscillazioni EEG, connettività fMRI, attività del default mode network non significa automaticamente crescita sinaptica, rimodellamento neurale stabile, né plasticità antidepressiva profonda. Sono proxy molto indiretti. Inoltre sia psilocibina che trazodone, che TMS modificano arousal, ansia, attenzione, salience, oscillazioni corticali, stato di coscienza. Quindi se trovi differenze EEG/fMRI che cosa stai davvero misurando? Neuroplasticità o semplice neuromodulazione transitoria? Si usa il termine “neuroplasticità” in modo molto largo.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

 

Article by admin / Generale / psichedelici

1 May 2026

Forgiare una “mente espositiva” per estinguere la paura. Intervista ad Emiliano Toso

di POPMed

Emiliano Toso si occupa da tempo di terapia espositiva, e in questa intervista ci ha presentato un articolo che ha recentemente pubblicato, reperibile gratuitamente (dopo registrazione) qui.

Toso si occupa di estinzione della paura, sulla scia di autori internazionali di enorme impatto sulla scena della psicologia clinica (viene in mente subito LeDoux e i sui studi sull’amigdala e sull’ansia). Uno dei problemi dei disturbi fobici è che, anche dopo l’esposizione, la paura ritorna (e sembra sempre tornare). Negli ultimi anni Toso ha sviluppato un modello personale, per via di un lavoro di ricerca indipendente che ha sintetizzato in un volume corto e di (relativa) facile lettura, “Verso una terapia espositiva di precisione. Dalla scienza dell’estinzione della paura alla clinica”.

Questo articolo, di cui ci ha parlato, ne rappresenta un’ideale estensione, un pezzo in più ruotante sul tema del rinforzo e su come lavorare bene con il rinforzo nella psicoterapia dei disturbi fobici.

Interessante il passaggio sulla necessità di integrare il rinforzo positivo anche nel processo dell’esposizione, nell’idea di “forgiare una mente espositiva”. Se infatti la mente di un paziente evitante viene rinforzata costantemente dai vantaggi del non-esporsi -evitando situazioni temute o stimoli fobici-, in psicoterapia sarà possibile lavorare per crearne una versione alternativa, speculare in positivo: usare i rinforzi per, appunto, forgiare un’attitudine all’esposizione costante, una forma mentis anti-evitamento, ovvero una fuoriuscita dalla gabbia delle fobie e dal “mondo rimpicciolito” che ad esse si accompagna.

Questo lavoro si pone in continuità con un’intervista che su POPMed abbiamo già pubblicato qui. Per approfondire ulteriormente, si veda il lavoro di Michelle Craske.

Buona visione!

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Qui per raccogliere il materiale pubblicato insieme a Emiliano Toso su questo blog. Qui per accedere alla newsletter di divulgazione: POPMed.

Article by admin / Generale / interviste

15 April 2026

L’OCEANO DELLA MENTE (FABIO VILLA): RECENSIONE APPROFONDITA

di POPMed

Abbiamo citato Fabio Villa nel recente passato a proposito di psicoterapia assistita da psichedelici (PAP).

Villa è autore del volume “L’oceano della mente”, che intendiamo qui presentare brevemente -in particolare indicando i temi su cui si snoda il volume, in relazione al lavoro clinico.

Tendenzialmente il cuore del lavoro è rappresentato dai capitoli centrali, riguardanti l’effettivo svolgersi delle sessioni di PAP: stiamo parlando di esperienza cliniche per ora di confine, assolutamente avanguardistiche anche per un paese aperto alla sperimentazione come la Svizzera (nb: cuore del rinascimento psichedelico europeo).

Il terapeuta, come leggiamo dalle parole di Villa, spesso si occupa “solamente” di assistere e praticare una “vigile attesa”, fino alla fine dell’esperienza del paziente: il grosso del lavoro verrà fatto dal paziente stesso durante il suo viaggio, così come attraverso i suoi “incontri”.

La promessa della PAP è quella di aiutare il paziente a prendere contatto con simboli/parti di sé/memorie di sé, contatto in grado di svolgere un lavoro traumatolitico e simbolizzante su un piano psicologico, direttamente a contatto con la fenomenologia del suo vissuto, intervenendo sul modo di percepire la realtà del paziente e di promuovere una rilfessione su sé stesso all’interno di essa.

A differenza di una terapia farmacologica semplice, ci si aspetta che il lavoro del farmaco psichedelico possa portare il paziente a vivere sè stesso e il suo mondo da prospettive profondamente, radicalmente differenti -è d’altronde documentato l’effetto entropico della sostanza psichedelica, così come il suo potere neuroplastogeno.

–>continua su POPMed

Article by admin / Generale / recensioni

9 April 2026

DAL BLOG DI LUCA CONTI: “Il collasso dell’orizzonte temporale e la perdita di significato”

di Raffaele Avico

Ripostiamo qui un articolo dal blog di Luca Conti, blogger venuto a mancare poche settimane fa. Conti ha dettagliato in modo molto aperto e autentico la sua battaglia contro una malattia terminale, in particolare aprendosi ad aspetti psicologici che qui possono essere di grande interesse. In particolare, nel seguente post, Conti raccontava di come la diagnosi infausta della sua malattia avesse distrutto il “senso” del suo agire quotidiano.
Conti ne parla come di “collasso dell’orizzonte temporale“.
Esisterebbe la necessità di considerare come indirizzati a una sorta di chiusura/risoluzione non solo l’agire, ma anche il pensare umano, come se immaginarli guidati da una parabola con un inizio, una curva e una fine concedesse agli investimenti energetici un’ontologia con una sua dignità, una sorta di senso -appunto.
Togliendo il futuro in modo “certo”, la mancanza di un finale arriverebbe a degradare/distruggere la trama in sé.
Conti si chiedeva -con una lucidità spietata- che senso avrebbe avuto continuare a informarsi su cose di cui non avrebbe visto l’evoluzione, una volta “collassato il futuro”.

Fabio Veglia, clinico di grande finezza, immaginava il “dispositivo” in grado di produrre senso in un essere umano come formato da due elementi centrali, la relazione e il racconto. Entrambi questi elementi (la relazione interpersonale e il racconto) contengono un’idea di connessione, una dialettica, la costruzione di un segno a partire da due punti (due individui che comunicano, due momenti diversi di una trama). Osservava come fosse il tempo a strutturare il senso e il significato: “è difficile pensare alla nostra vita”, diceva, “nel non-tempo”, come se tutto, nell’esperienza umana, necessitasse “direzione” o almeno una forma narrativa. La mente, osservava, produce continuamente attribuzioni di significato a partire da elementi sconnessi, in una sorta di “apofenia” perpetua necessaria a tenere insieme la trama del pensiero.

La mente dei bambini -anche in epoca prelinguistica- si nutre continuamente di narrazioni, anche quando il bambino stesso non comprenda il contenuto della storia raccontata (o quando la storia venga raccontata solo per immagini): questo ci porta nuovamente a riflettere su come la mente e il pensiero sembrino poggiare su di una struttura costituente orientata in senso narrativo -la cui direzione di sviluppo preveda un prima, un durante e un dopo.
Il pensiero trova più forza e senso quanto è implicitamente indirizzato a un oggetto (incluso lo stesso sè, rappresentato come interlocutore) così come le emozioni, implicitamente, naturalmente teleonomicamente orientate (si veda a proposito questa intervista a Lucia Tombolini). Usando la lettura freudiana, è come se l’investimento libidico necessitasse di trovare un aggancio, e che il possedere un aggancio strutturasse e rendesse sensato l’investimento libidico stesso.

Conti scrive: “Il significato è un concetto relazionale: ha bisogno di un soggetto che si relaziona a un oggetto nel tempo. Se togli il tempo, la relazione si spezza.“

Tornando a Conti, osservava nell’articolo sotto riportato come una diagnosi di quel tipo fosse stata in grado di produrgli uno smembramento dei “ponti”/connessioni di cui sopra, cosa che quindi sembrava avergli creato un collasso dell’orizzonte temporale, come lo definisce.
Nelle sue osservazioni troviamo un’incredibile lucidità, secondariamente utile tra l’altro a chi lavora, per esempio, con il trauma, non tanto qui da intendersi come materiale psichico non simbolizzabile (il reale in senso lacaniano in grado di squarciare il velo dei simboli, troppo naturale, “puramente fenomenico” ed “extramorale”), quanto da considerarsi nelle conseguenze sul senso di sicurezza sperimentato da un individuo: l’avergli tolto in modo definitivo un posto sicuro al mondo e, in assenza di una base sicura, la capacità di esplorare.
Il trauma produce un collasso del futuro non perché qualcuno o qualcosa abbia decretato il suo non esistere, ma per l’effetto di “ritiro” che il terrore indotto da esso sembra generare sull’individuo -per la paura che lo stesso possa ripetersi, per non poter “investire” su un futuro divenuto spaventoso e potenzialmente ritraumatizzante- il che ci riporta nuovamente alla sensazione di “collasso dell’orizzonte temporale” di cui si scriveva in precedenza.
É un presente che si accorcia -non tanto per un tempo divenuto “limitato”, ma per uno “spazio”/territorio divenuto all’improvviso pericoloso, inesplorabile. Da qui, di nuovo, l’impossibilità di “collegare il punto A e il punto B” -potenzialmente fino a inciampare in una voragine di assenza di senso.

Gli psicologi strategici, così come  alcuni lacanisti, consigliano di scrivere il trauma, di produrne una trama, come a forzare la mano sul processo di attribuzione di senso e di ri-appropriazione del futuro.
Luca Conti, come leggiamo, consulta Viktor Frankl e le sue domande su Auschwitz, Marco Aurelio e le sue riflessioni sulla morte e sulla vita. L’assenza di senso entro un tempo limitato, è argomento centrale ne Il Mito di Sisifo.
Primo Levi, sempre dal Lager, osservava come la ricerca di cibo e il “mettere insieme il pranzo con la cena” producessero una paradossale, minima azione di ri-appropriazione del senso (di nuovo l’elemento narrativo e una pseudotrama che tornano in aiuto) e come il vero problema, ad Auschwitz, fosse rappresentanto dalla domenica, desolante giornata di emersione del nonsenso e di tutto ciò che la fame riusciva a eclissare, in un gioco terribile di gerarchie e prospettiva (parola usata da Levi) tra elementi di dolore. (R.A.)


Il collasso dell’orizzonte temporale e la perdita di significato

di Luca Conti

Con alcuni amici selezionati mi posso permettere di condividere i pensieri più profondi e difficili da comprendere dai più. Ieri sera, dopo la prima giornata di stanchezza estrema a seguito della seconda sessione di chemioterapia, mi sono lasciato andare con T. e con S., frustrato della qualità della vita nella fase attuale di recupero dall’intervento di emicolectomia destra e di contemporaneo avvio della chemioterapia per contrastare le metastasi al fegato. Un percorso lungo e incerto – il miglioramento non è lineare e passeranno settimane in cui mi sentirò peggio prima di sentirmi meglio – che si aggiunge a un altro percorso precedente alla diagnosi e all’intervento, che si protrae ormai da oltre 3 mesi. Momenti di sconforto sono più che normali, logici, comprensibili, quasi prevedibili. Soffrire senza prospettiva non è qualcosa facile da accettare per nessuno.

A seguito di questi pensieri, T. mi ha chiesto, come intelligente esercizio, di stilare una lista di attività che davano significato alla mia vita prima della malattia, con l’intento di mostrare come almeno una parte di queste possa dare significato alla mia vita anche oggi e da qui in avanti. Ho svolto questo esercizio e poi mi è nata una riflessione sul futuro.

Il futuro che non c’è più

Nel momento in cui hai una diagnosi per cui sai che il tempo che ti rimane si riduce di molto rispetto a quella di chiunque altro e la fine si avvicina, il primo effetto è che non hai più futuro. Non potendo vedere un futuro, tutto ciò che si posiziona nel futuro perde di significato. Se ancora leggo le notizie, perdo del tempo nell’informarmi su ciò che succede nel mondo, in Ucraina, in Europa, nel mondo della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, nelle uscite librarie e cinematografiche e in vari altri ambiti, è perché me ne sono sempre interessato. Col passare del tempo però l’attaccamento a questi temi viene progressivamente meno e mi trovo a chiedermi “perché mi interesso di qualcosa di cui non vedrò la fine?”. Più ci penso, più la fine si avvicina – quest’ultimo è il fattore incerto e non ancora ravvicinato che mi tiene aggrappato, probabilmente – più mi rendo conto che un motivo valido non esiste. Il senso non c’è, se non c’è la dimensione temporale e la prospettiva del futuro.

Il cambiamento di prospettiva è fatale in questo senso. Se sei sano e hai un futuro, per quanto incerto come tutti, puoi proiettarti nell’evoluzione di qualsiasi tema che ti appassiona e trovare significato. Puoi pensare e ragionare su ciò che succederà tra un anno o tra cinque. Puoi seguire la produzione di un film previsto in uscita tra due anni. Puoi ragionare sulla denatalità e l’effetto socioeconomico nazionale e globale dei prossimi 10-20 anni. Puoi preoccuparti, a ragione, delle norme sulle pensioni, anche se non ci andrai prima dei prossimi 10-20-30 anni. Puoi pensare a come investire i tuoi soldi per la vecchiaia. Puoi impegnarti in un mutuo trentennale.

Se invece sai, con ragionevole certezza, che tra 18-24-36-48 mesi non ci sarai più, più questo numero si riduce e diventa preciso, meno sei proiettato in avanti. Logico, no?

La filosofia del collasso del futuro

Ho indagato su quali filosofie potessero aver affrontato questo tema e ne è emerso qualcosa di molto interessante.

1. Martin Heidegger e l’ “Essere-per-la-morte”

Heidegger sostiene che l’essere umano è definito dalla sua proiezione nel futuro (progetto). Noi siamo ciò che stiamo per diventare. La prospettiva della morte ravvicinata rende questo progetto impossibile.

Heidegger la chiama angoscia autentica: la consapevolezza che i significati della quotidianità, il seguire l’evoluzione degli interessi personali dipendono dall’esistenza del futuro. Senza futuro, il presente perde il suo contesto.

2. Viktor Frankl e la “Volontà di Significato”

Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento, sosteneva che l’uomo può sopportare qualsiasi “come” (sofferenza) se ha un “perché” (significato/futuro). Il significato è spesso legato a un compito futuro da svolgere o a qualcuno che ci aspetta.

Nel mio caso, non c’è un compito futuro da svolgere perché io stesso non esisterò più tra non molto. Il futuro prossimo in cui l’intelligenza artificiale sarà così potente da semplificarci la vita è un futuro così lontano da non interessarmi più. Conoscere quindi lo sviluppo dell’IA perde di senso.

Il significato è un concetto relazionale: ha bisogno di un soggetto che si relaziona a un oggetto nel tempo. Se togli il tempo, la relazione si spezza. Il mio essere nel mondo, senza l’orizzonte temporale del futuro, si appiattisce sul presente. Ciò che aveva significato prima, ora non lo ha più, pur con lo stesso oggetto (i miei interessi) e lo stesso soggetto (io).

3. Lo Stoicismo e l’Indifferenza (Adiaphora)

Gli stoici insegnano a distinguere tra ciò che è essenziale (la virtù, il proprio carattere) e ciò che è “indifferente” (il mondo esterno, la politica, il futuro della società).

La mia reazione di indifferenza rispetto a temi che prima mi interessavano e appassionavano diventa un distacco stoico radicale. Il mio investimento emotivo, nel momento finale, si concentra su ciò che è essenziale, tralasciando tutto il resto. Il mondo esterno diventa una distrazione, una perdita di tempo, un rimandare l’inevitabile, un tirare a campare, quasi più per gli altri che per me stesso. Naturale quindi che la sfera del futile, del non essenziale, si espanda fino a comprendere anche l’universo che dava significato alla mia fase di vita precedente.

4. L’Epicureismo e la Privazione del Futuro

La massima di Epicuro che preferisco è sempre stata: “Quando ci siamo noi, non c’è la morte; quando c’è la morte, non ci siamo noi”. In parte è consolatorio e aiuta a porsi verso la morte senza paura. Rispetto al mio ragionamento, tutto ciò implica che non c’è connessione tra noi e il dopo.

Proprio qui sta il cambio di prospettiva. Il mondo “dopo di me” è un mondo in cui io non esisto. Preoccuparsene diventa, letteralmente, insensato.

Questa immersione nella filosofia mi ha in parte rincuorato. Il significato umano è costruito su una trama narrativa: passato -> presente -> futuro. Quando elimini il finale della storia (il futuro), la trama si disintegra. Senza gli ultimi capitoli dei libri che sto leggendo – gli interessi sul mondo esterno che mi hanno sempre contraddistinto – che senso ha continuare a leggere? Non ce l’ha.

La vera sfida diventa un’altra. Se il significato non può più venire dal futuro, dove trovarlo? Le risposte sono due:

  • densità del presente (far contare il tempo che rimane);
  • chiusura del passato (dare un senso a ciò che è stato).

Su questi due aspetti proverò a concentrarmi da qui in avanti.


Qui il blog intero.

Article by admin / Generale / ptsd

2 April 2026

Intervista a Fabio Villa sulla Psicoterapia Assistita da Psichedelici (PAP) in Svizzera

di POPMed

Fabio Villa è uno psichiatra e psicoterapeuta di Losanna, con un passato da chirurgo.

Attualmente, come si ascolta nell’intervista, il suo lavoro a contatto con gli psichedelici l’ha reso il più “attivo” sperimentatore di Psicoterapia Assistita da Psichedelici (PAP) in Svizzera, nel suo studio, insieme alla collega Magdalena.

La Svizzera è il cuore psichedelico d’Europa, di gran lunga “avanti” sotto tutti i punti di vista in ambiente europeo. Ne abbiamo qui scritto estesamente.

Fabio ha recentemente scritto un libro, “L’oceano della mente”, di cui faremo uscire a metà mese una recensione approfondita.

In questo video ci ha parlato di simboli, di Byung Chul Han, di potere trasformativo e mitopoietico delle sostanze, introducendoci al suo lavoro quotidiano.

Un professionista che, come si osserva -e si osserva ancora di più leggendo il suo libro- parte dal “dato reale”, dai pazienti, per trarre conclusioni a riguardo del potere psicoterapico degli psichedelici, senza ideologismi di sorta.

Ci ha inoltre consigliato alcuni volumi da leggere, come i classici di Hoffman e Huxley (Le porte della percezione) e Il saggio su Pan di Hillman.

Qui la sua intervista.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Generale / interviste

31 March 2026

Riflessioni a partire dal convegno internazionale “Building Foundations Together: The Future of Complex Dissociation in the UK”

PREMESSA: pubblichiamo un report a cura di Costanzo Frau da un convegno tenutosi a fine marzo 2026 a Derby, in Uk, a proposito di dissociazione. Come leggiamo, il “fattore trauma” sembra sempre di più un elemento transdiagnostico, dai disturbi di personalità gravi (come sostiene Clara Mucci e argomentava Russell Meares) a forme di ansia legate a fallimenti di strategie di controllo maturate in ambito di sviluppo traumatico (come sosteneva Giovanni Liotti), a forme più palesi di stress post-traumatico come il DID. In Italia l’AISTED da anni divulga e spinge la conoscenza a proposito delle ricadute sul corpo e sulla mente degli eventi traumatici, singoli o ripetuti.
Di recente abbiamo scritto su questo blog di uno dei due “padri fondatori” -insieme a Pierre Janet- della psicotraumatologia in Europa, Sandor Ferenczi (uscirà prossimamente un’intervista a Judit Meszaros, da Budapest). (R.Avico)

Riflessioni a partire dal convegno internazionale “Building Foundations Together: The Future of Complex Dissociation in the UK”

di Costanzo Frau, 26 Marzo 2026

Negli ultimi anni il trauma è diventato sempre più centrale nel discorso psicologico e psicoterapeutico. Tuttavia, un aspetto fondamentale continua spesso a rimanere ai margini: la dissociazione.

Nonostante la sua rilevanza clinica, la dissociazione è ancora oggi frequentemente sottoriconosciuta, fraintesa o non adeguatamente valutata nella pratica quotidiana. Eppure, diventa sempre più evidente che comprenderla non è un dettaglio specialistico, ma una condizione necessaria per lavorare in modo efficace e sicuro con il trauma.

Questa consapevolezza è emersa con particolare chiarezza durante il convegno internazionale “Building Foundations Together: The Future of Complex Dissociation in the UK”, un evento organizzato da esperti nel trattamento dei disturbi dissociativi e tenutosi presso l’Università di Derby in UK. Esso ha rappresentato un raro spazio di integrazione autentica tra ricerca scientifica, pratica clinica ed esperienza vissuta. Il valore dell’incontro non è stato caratterizzato soltanto dalla qualità dei contenuti, ma anche dal clima di condivisione: da un lato, il riconoscimento delle fondamenta costruite da chi ha contribuito allo sviluppo del campo; dall’altro, la percezione concreta di un movimento collettivo verso una fase più matura e integrata.

In un ambito in cui la dissociazione continua a essere spesso invisibile, questo tipo di convergenza segna un passaggio importante. Tra i messaggi più rilevanti emersi dal convegno vi è l’idea che il trauma debba essere considerato un fattore transdiagnostico. Non appartiene cioè a una singola categoria diagnostica, ma attraversa molte forme di sofferenza psicologica, dall’ansia alla depressione, fino ai disturbi di personalità e alle manifestazioni somatiche. Questa prospettiva implica la necessità di un approccio realmente trauma-informed in tutti i contesti clinici, e non solo in quelli specialistici.

Allo stesso tempo, è stato sottolineato con forza quanto sia cruciale valutare sistematicamente la dissociazione. Non si tratta di un fenomeno raro, ma piuttosto di qualcosa che tende a non essere visto. Quando non viene riconosciuta, le conseguenze possono essere significative: trattamenti inefficaci, peggioramenti inattesi, o interventi che attivano il sistema senza favorire integrazione. In questo senso, il rischio non è solo quello di non aiutare, ma anche di destabilizzare. Diventa quindi fondamentale sviluppare una sensibilità clinica capace di intercettare i segnali, anche sottili, della dissociazione.

Un altro punto centrale riguarda il tema della sicurezza. Il convegno ha ribadito con chiarezza che non tutto ciò che è terapeutico è automaticamente sicuro. Nel lavoro con il trauma, la priorità non è andare rapidamente in profondità, ma creare le condizioni affinché il sistema possa tollerare ciò che emerge. Questo significa lavorare con attenzione al ritmo, nella finestra di tolleranza e al livello di prontezza della persona, evitando il rischio di retraumatizzazione. La sicurezza non è un passaggio preliminare da superare, ma un principio che deve accompagnare l’intero processo terapeutico.

Un ulteriore elemento di grande rilievo è stato il riconoscimento del valore dell’esperienza vissuta.

L’integrazione tra dati empirici, competenza clinica ed esperienza soggettiva delle persone porta a esiti migliori, sia in termini di efficacia che di sostenibilità dei servizi. Questo rappresenta un cambiamento culturale significativo: le persone non sono più considerate solo destinatari di interventi, ma portatrici di conoscenza fondamentale per comprendere e trattare la dissociazione.

In questo contesto, il convegno ha anche segnato il lancio del volume “Working with Dissociation in Clinical Practice”, di Helena Crockford, Melanie Goodwin e Paul Langthorne promosso da ACP-UK, che raccoglie linee guida cliniche aggiornate per lavorare in modo più consapevole, inclusivo ed efficace con i fenomeni dissociativi. Parallelamente, sono stati presentati contributi di ricerca che mettono al centro l’esperienza soggettiva, come studi sulla vita interna delle parti nel Disturbo Dissociativo dell’Identità. Questi lavori evidenziano quanto sia essenziale comprendere la dissociazione non solo come insieme di sintomi, ma come organizzazione adattiva sviluppata nel tempo.

In questa cornice, il Deep Brain Reorienting (DBR) sta offrendo un contributo sempre più rilevante nel trattamento dei disturbi trauma-correlati. Focalizzandosi sui meccanismi neurofisiologici precoci della risposta orientativa e dello shock, consente un accesso estremamente preciso agli strati più profondi dell’esperienza traumatica, in particolare ai livelli impliciti e sottocorticali che spesso sfuggono ad approcci più cognitivi. Nel 2023, un RCT pubblicato da Ruth Lanius ne ha mostrato le potenzialità terapeutiche.

Le indicazioni emerse dal recente dibattito internazionale sulla dissociazione complessa sottolineano tuttavia la necessità di bilanciare tale profondità con un’attenzione costante alla stabilità del sistema. Se la dissociazione rappresenta una forma di protezione rispetto a livelli di attivazione eccessivi, diventa evidente che anche un approccio sofisticato come il DBR richiede una chiara mappatura delle dinamiche dissociative e una particolare sensibilità al timing clinico. Non si tratta solo di accedere ai nuclei traumatici, ma di farlo quando il sistema è sufficientemente stabile da poterne sostenere l’elaborazione.

In questo senso, il DBR si integra in modo coerente con una prospettiva contemporanea che valorizza gli stati sottocorticali non solo come sede delle memorie traumatiche implicite, ma anche come risorsa terapeutica per la regolazione e la stabilizzazione.

Tra i temi centrali del Secondo Meeting Italiano DBR (organizzato il 20 e il 21 giugno 2026 a Cagliari), verranno approfonditi proprio la connessione tra processi cerebrali profondi e consapevolezza somatica, il ruolo del Where-Self e del Protoself nell’ancoraggio dell’esperienza, e l’utilizzo degli stati sottocorticali come spazio clinico sicuro.

Questi elementi si inseriscono in una visione più ampia che considera la modificazione delle tracce somatiche e il loro impatto sia sui livelli corticali sia su quelli sottocorticali, evidenziando come il lavoro terapeutico coinvolga l’intera organizzazione del sistema nervoso, e non soltanto i processi cognitivi.

Il cambiamento in atto è anche culturale. Si sta progressivamente passando da un modello centrato sui sintomi a uno che mette al centro l’organizzazione neurobiologica e l’esperienza soggettiva. Questo spostamento ha implicazioni che vanno ben oltre gli ambiti specialistici, influenzando il modo in cui comprendiamo la sofferenza psicologica, strutturiamo gli interventi e, soprattutto, preveniamo il rischio di interventi iatrogeni.

Si tratta di un’occasione particolarmente rilevante non solo per aggiornarsi, ma anche per approfondire in modo esperienziale e condiviso l’integrazione tra approcci corporei, neuroscienze e pratica clinica. I posti in presenza sono limitati, mentre resta aperta la possibilità di partecipazione anche online per la giornata del 20 giugno.

Per informazioni e iscrizioni è possibile consultare il sito ufficiale, oppure contattare direttamente:
deepbrainreorienting@gmail.com.

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30 March 2026

Workshop (Firenze, maggio 2026) – Sbloccare i casi difficili in psicoterapia e psichiatria (a cura di Luca Proietti)

di Raffaele Avico, Luca Proietti

Luca Proietti è uno dei fondatori di questo blog, psichiatra e psicoterapeuta breve-strategico; ha organizzato attraverso la sua piattaforma Psikico un workshop dal vivo a Firenze. Qui di seguito la sua presentazione della formazione:

Workshop –  Sbloccare i casi difficili in psicoterapia e psichiatria

Due giornate di lavoro pratico a Firenze il 16 e 17 Maggio 2026.

22 Crediti ECM

Cosa fai quando il tuo paziente non risponde alle tecniche e agli interventi? Quando le diagnosi e i protocolli non bastano?

Come gestire la relazione terapeutica quando diventa scomoda o difficile? 

Ho costruito questo workshop per darti un metodo e degli strumenti pratici per affrontare al meglio queste situazioni e migliorare la tua efficacia terapeutica nei casi difficili.

Lavoreremo concretamente sui tuoi casi clinici per superare le criticità che incontri nella loro gestione.

È possibile frequentare solamente il primo giorno, oppure partecipare anche al secondo (massimo 8 posti) per un laboratorio clinico di pratica guidata.

Iscrizioni agevolate fino al 10 Aprile.

Clicca su questo link per tutte le informazioni.


Qui altri contenuti con Luca Proietti su questo blog

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20 March 2026

INTRODUZIONE AL LAVORO DI COLIN ROSS e takeaways da “Come curare il Disturbo Dissociativo dell’Identità”

di Raffaele Avico

In questo articolo presentiamo brevemente il lavoro di Colin Ross, uno degli esperti di DID (Disturbo Dissociativo dell’Identità) più riconosciuti a livello internazionale, e recensiamo per punti di interesse il suo breve volume “Come curare il Disturbo Dissociativo dell’Identità”. Avevamo in passato pubblicato un “eserciziario” per lavorare sulle sotto-parti dissociate del sè nel contesto di gravi disturbi post-traumatici, qui.

Colin Ross è stato introdotto in Italia da Costanzo Frau, dell’AISTED. Il suo sito, con raccolti i suoi lavori, è qui.

La prima cosa che è importante segnalare, sfatando una generale mancanza di conoscenza a riguardo, è che il DID esiste. Chi ne mette in discussione l’esistenza, non l’ha mai incontrato in senso clinico. Esistono pazienti che presentano apparenti personalità multiple, con switch tra una sottopersonalità e l’altra, e che manifestano la presenza di un sistema di alter, di parti interne che tra di loro sembrano non riuscire a comunicare. Recentemente, con il diffondersi di una generale cultura psicologica/psicopatologica sui canali social, abbiamo assistito a un fenomeno di “spettacolarizzazione” del disturbo, e a pazienti che si aiuto-diagnosticano il disturbo creandone una narrazione anche molto articolata -in assenza però di una dissociazione vera e propria, e di amnesie. Qui sta il punto centrale, l’aspetto dirimente per eseguire una diagnosi differenziale tra una DID reale e un DID simulato: la presenza di amnesie; quando infatti un alter prende il controllo del “contenitore”/host, nei pazienti osserviamo un’alterazione delle modalità espressive, come un cambio di sguardo/voce, e una generale attitudine, un piglio differente: quando tornerà presente l’host (ovvero la personalità “ospitante”), quest’ultimo non avrà ricordo di cosa è fino a poco prima stato detto, né cosa è stato fatto. Non è essenziale d’altronde avvitarsi sulla diagnosi: è importante però tenere conto che la presenza di amnesie risulta assolutamente dirimente, e patognomonica.

Nel suo volume “Come curare il disturbo dissociativo dell’identità”, Colin Ross sintetizza anni di lavoro con questa tipologia di problematica, creandone un manuale operativo ricco di spunti.

Ne sintetizziamo qui i takeaways più importanti per uno psicoterapeuta:

  • secondo Ross, il trauma produce una frammentazione della personalità per ragioni difensive, ma la personalità rimane una: è incorretto dunque parlare di personalità multiple -risulta più corretto osservare la presenza di sotto-personalità distinte che aiutano l’individuo a processare elementi separati del trauma. Siamo di fronte a un meccanismo dissociativo “limite”, un estremo del continuum dello spettro dissociativo, come un blocco di marmo che si frammenta, all’interno del quale ogni parte elabora separatamente elementi diversi delle vicende traumatiche (il blocco di marmo, come si diceva, rimane però uno).
    Molto diverso dunque dal rappresentare il trauma come in grando di “venare”, di diventare una “nervatura” della personalità: si tratta qui di immaginare un gruppo di “individui” contenuti nel sistema di una persona, di un paziente, con ognuno una funzione, un suo “posto nel mondo interno”. La letteratura sulle introiezioni (per esempio la teoria sul trauma di Ferenczi), sulle parti persecutorie, ci racconta di casi simili ma molto meno estremi, con le parti molto meno personificate, e con i confini tra di esse molto meno rigidi. Verso la fine del volume Ross osserva una generale continuità/somiglianza tra il semplice PTSD e il DID, come fossero su un sorta di continuum. A riguardo di questo, Ross propone, per capire l’entità del fenomeno dissociativo, il “continuum del bambino interiore”, proponendo al clinico una lettura della gravità del disturbo partendo da come venga “presentificato” e “sentito” il bambino interiore da parte del paziente:
  1. nessun bambino interiore
  2. un bambino interiore metaforico
  3. un senso di bambino interiore
  4. una conoscenza specifica che ci sia un bambino interiore
  5. il bambino interiore è visualizzato internamente
  6. la persona può ascoltare e parlare con il bambino interiore
  7. DDI
  • il lavoro del terapeuta dovrà essere un lavoro da diplomatico: l’obiettivo generale sarà promuovere una comunicazione tra le parti, la creazione di un’alleanza all’interno del team di alter interni, con incursioni da parte del terapeuta e dialoghi continui con le varie parti, e un invito costante al negoziato e al dialogo tra le parti stesse. Questo fino al punto in cui il paziente non sia in grado di portare avanti da solo/a i negoziati. Per fare questo, si coinvolgerà l’host in prima battuta, usandolo come mediatore nel dialogo con le varie parti
  • soprattutto in fase iniziale del lavoro, l’obiettivo sarà quello (come da terapia trifasica) di stabilizzare e creare grounding, lavorando parte per parte, come se ogni parte interna fosse un individuo con caratteristiche proprie (Ross dice spesso che lavorare con pazienti con DID è come lavorare con pazienti non-DID, ma con alcuni accorgimenti in più, intendendo che va considerato il complesso/sistema nella sua interezza, ma che ogni singola parte va presa a sé)
  • interessante il discorso sul locus of control: a seguito di traumi (ma in generale nell’infanzia) i bambini hanno la tendenza a internalizzare il locus of control: risulta essere questo un movimento per recuperare quote di controllo, e per non sentirsi in balìa di qualcosa di estremo/folle proveniente dall’esterno (la colpa è mia->il trauma dipende da me->se cambierò comportamento il trauma potrà cessare); un aspetto del lavoro sarà quello di esternalizzarlo, di portare il paziente a percepirsi/ricordarsi come totalmente deresponsabilizzato durante la traumatizzazione, in qualche modo ristabilendo un confine forte tra “i buoni e i cattivi”
  • Ross insiste molto sul dialogo tra le diverse parti: spesso si può pregare gentilmente una parte di parlare con un’altra parte che magari soffre, per farla “ragionare” o per rassicurarla: Ross parla in questo senso di co-coscienza, la compresenza all’interno del sistema di più parti tra di loro presenti insieme e coscienti insieme -come a costruire un campo psichico, una maggiore continuità nella coscienza, frammentata dal trauma per ragioni difensive (nel trauma, in generale, si lavora per rendere non necessaria la dissociazione).
  • Come esercizio da fare per lavorare su questo, Ross propone tra gli altri (disegno, lettere terapeutiche, compiti a casa) il diario di bordo: produrre un documento scritto dove le diverse parti possano parlarsi, e possano creare una sorta di “mosaico” scritto, anche senza switch totali (è possibile che l’host coordini il lavoro, e che si occupi della scrittura anche alla presenza di altre parti “al comando”): l’obiettivo risulta sempre essere “creare il campo”, creare una condizione di coscienza condivisa in cui le parti possano trovare un modo di dialogare e convivere in modo organico/fluido, senza che la mente del paziente debba ricorrere alla dissociazione.
    Le parti, come si intuisce, non vanno “uccise”, ma integrate nel sistema in modo il più organico possibile.
  • Ross spesso sottolinea come non sia per forza necessario lavorare sui ricordi traumatici in modo diretto: spesso infatti si rischia di accelerare troppo il lavoro, e di portare a scompensi del paziente: è più importante tenere a mente il ritmo di lavoro, la necessità di effettuare grounding e ragionare sui processi più che sui contenuti. Il terapeuta che riesca a creare dialogo e diplomazia tra le parti, creerà le condizioni affinché le memorie traumatiche possano “entrare in circolo” in modo maggiormente organico, con meno compartimentazioni.
    Ross a proposito di questo sconsiglia di fare abreagire i traumi ai pazienti: quelle che chiama “abreazioni maligne” sono il risultato di un’emersione incontrollata ed eccessiva dei ricordi traumatici (Ross le mette su un continuum all’estremo, dove all’estremo opposto si ha la sensazione che il paziente sia un “robot reporter”, con ogni aspetto emotivo disattivato). Interessante il riferimento alla tecnica dell’abreazione frazionata.
  • A proposito di questo, efficace comunicativamente lo slogan “il problema non è il problema”, nel senso che è necessario tenere a mente che la pletora dei sintomi riportati dal paziente rimandano a meccanismi di sopravvivenza psicologica, utili a “funzionare” nonostante il trauma: è importante che lentamente il paziente prenda consapevolezza, il più possibile, della “funzione dei sintomi” e dei diversi ruoli delle varie parti del sistema.

Tendenzialmente, osserviamo come il DID rappresenti una strategia di gestione di ricordi di eventi assolutamente problematici, strategia in questo caso portata agli estremi.

Lavorando però con questi tipi di pazienti, ci si rende conto di come la loro mente abbia estremizzato movimenti difensivi a fronte di materiale psicologico “indigeribile”, che li pone però su un continuum in continuità con le persone cosiddette “normali”: anche nei soggetti “sani” esistono meccanismi di dissociazione e compartimentalizzazione più o meno temporanea, più o meno forte, più o meno transitoria, con parti interne in aiuto, parti disturbanti, parti “che parlano”: la differenza sta nell’intensità della fenomenologia, nel volume e nella forza di questi processi difensivi. Anche nei soggetti esenti da DID esistono voci, dialoghi interni tra parti diverse di sé, figure interiorizzate benigne e maligne: quando ci si interfacci con un paziente con DID -sospendendo il giudizio e senza farsi spaventare dall’alterità del fenomeno-, si noterà una continuità dimensionale con i vissuti quotidiani relativi alle “nostre” vite, ma con punti di radicalizzazione e processi portati all’estremo.

Tuttavia, la trasfigurazione della realtà che caratterizza un paziente psicotico, è assente: da questi elementi hanno preso piede molte osservazioni a riguardo della natura delle voci, da molti autori declassate a sintomo non necessariamente psicotico. Alcune volte, tuttavia, terapeuti poco esperti possono tentare di reprimere le voci -compiendo sostanzialmente un errore diagnostico (su questo si veda anche questa rubrica a proposito dei gruppi di uditori di voci a cura di Francesca Spinozzi).

Interessante infine osservare come la produzione di un sistema, la frammentazione della personalità in sotto-parti, permetta la costruzione di una narrazione sul funzionamento del mondo interno: crea una sorta di storia, un mondo in qualche modo più ordinato (ci viene qui in aiuto la formula lacaniana: “dal trauma alla trama“); da qui potremmo tentare un parallelismo con quegli individui creativamente dotati che hanno usato l’arte per produrre una narrazione -ordinata e maggiormente psichicamente digeribile- dei propri traumi, come si dice di Tolkien e del Signore degli Anelli, un romanzo di guerra pieno di riferimenti reali a scene vissute da Tolkien stesso durante la Battaglia della Somme (si veda qui per approfondire).

A riguardo degli studi relativi alla dissociazione, si veda il progetto “Top DD Studies”.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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10 March 2026

21 delle 66 interviste presenti su questo blog

di Raffaele Avico

Su questo blog sono state pubblicate circa 65 interviste, in circa 5 anni. Alcune di queste sono state condotte per POPMed, altre risalgono a un periodo precedente.

Come si nota dal taglio editoriale e dai contenuti, le interviste non raccontano di un’adesione a una scuola di pensiero unica, ma promuovono una pluralità di punti di vista (non frammentazione, ma molteplicità), tentando di evitare di semplificare problemi complessi e di fornire, al contempo, informazioni utili al lettore. 

Il modello comunicativo fondamentale che muove questo blog è il giornalismo utile, con un’attenzione particolare alla bontà delle fonti e alle ricadute pragmatiche delle informazioni portate.

Le interviste, tutte, si possono raggruppare qui.
Qui di seguito alcune delle più recenti, presentate dall’AI:

  1. Giorgio Nespoli – La ricerca in psicoanalisi oggi (2 febbraio 2026) – Intervista al docente torinese Giorgio Nespoli, che discute le “frontiere” della psicoanalisi contemporanea. Nespoli parla dell’importanza del campo interpersonale, del modello post‑bioniano e delle narrative derivate; spiega che l’interpretazione diventa più “debole” per favorire l’autointerpretazione del paziente e che la terapia è co‑costruita dal paziente e dal terapeuta. Offre inoltre una bibliografia sui lavori di Civitarese, Ferro e altri. Leggi l’intervista.
  2. Bernardo Paoli – Lavorare per obiettivi in psicoterapia (1 dicembre 2025) – Lo psicoterapeuta Bernardo Paoli presenta il libro Qual è il tuo obiettivo?, scritto con Maria Sperotto, spiegando come il “cerchio risorse/obiettivi” possa aiutare i pazienti a chiarire i propri conflitti interni. Descrive tecniche espressive come l’uso delle carte Dixit, camminte artistiche e cut‑up per far emergere contenuti implicitii. Leggi l’intervista.
  3. Mauro Semenzato – Introduzione al Somatic Experiencing (2 ottobre 2025) – Il terapeuta Mauro Semenzato introduce il metodo Somatic Experiencing di Peter Levine. Spiega che il metodo mira a completare le risposte motorie congelate durante il trauma e collega questa pratica alla teoria polivagale e agli studi etologici di Tinbergen. Leggi l’intervista.
  4. Gianandrea Giacoma – Being Sapiens (1 settembre 2025) – Intervista al divulgatore Gianandrea Giacoma, creatore del canale YouTube “Being Sapiens” e della rubrica “Psicoterapeuti italiani”. Giacoma utilizza una serie fissa di domande per confrontare le risposte di psicoterapeuti provenienti da diverse scuole e si ispira alla teoria della complessità. Leggi l’intervista.
  5. Claudia Ricco e Alessandro Sommacale – Psicologia dell’aviazione (1 luglio 2025) – La psicologa Claudia Ricco e il pilota Alessandro Sommacale illustrano il ruolo emergente dello psicologo dell’aviazione: screening psicologico del personale, gestione delle emergenze e del comportamento dei passeggeri, con un’attenzione alla formazione tramite simulazioni. Leggi l’intervista.
  6. Simone Cheli – Modello diagnostico HiTop (3 giugno 2025) – Lo psicoterapeuta Simone Cheli spiega il modello HiTop, un sistema diagnostico gerarchico che considera spettro interno (internalizing), esterno (externalizing) e somatizzazione. Discute il “fattore P” come vulnerabilità generale e le ricadute cliniche del modello. Leggi l’intervista.
  7. Francesca Belgiojoso – Le fotografie in psicoterapia (1 luglio 2024) – La psicoanalista Francesca Belgiojoso spiega come usa la fotografia in clinica. Chiede ai pazienti di scegliere foto con forte salienza emotiva (“punctum”) e, in terapia, le aiuta a costruire un contesto e una cornice di significato; la fotografia diventa un dispositivo evocativo. Leggi l’intervista.
  8. Costanza Jesurum – L’autrice di “bei zauberei” (3 giugno 2024) – Intervista alla psicoanalista junghiana Costanza Jesurum. Racconta come il blog “bei zauberei” sia uno strumento per l’autoformazione e spiega che scrivere la aiuta a studiare. Cita le teorie psicodinamiche che ritiene più utili nella pratica quotidiana. Leggi l’intervista.
  9. Federico Seragnoli – Psicoterapia assistita da psichedelici (18 aprile 2024) – Il dottorando Federico Seragnoli racconta il programma di psicoterapia assistita da psichedelici a Ginevra. Descrive come accedere a questo servizio (riservato ai cittadini svizzeri), spiega il razionale per i pazienti e offre spunti di riflessione sull’uso terapeutico dei psichedelici. Leggi l’intervista.
  10. Matteo Buonarroti – Psicoterapia assistita da psichedelici (14 marzo 2024) – Primo medico italiano ad aver completato il training della Mind Foundation. Racconta il suo percorso di due anni a Berlino, sottolineando che i corsi europei sono rari; spiega che la formazione è centrata su aspetti teorici e preparatori e cita i centri di ricerca più avanzati. Ricorda che, in Europa, l’unico luogo dove la terapia psichedelica si pratica su pazienti è Ginevra. Leggi l’intervista.
  11. Massimo Agnoletti ed Emiliano Toso – Trattamento integrato dell’ansia (9 novembre 2023) – Intervista sul superamento della tradizionale terapia espositiva. Gli autori spiegano che l’abituazione semplice non funziona: bisogna “spiazzare” il cervello del paziente creando aspettative disattese e memorie inibitorie. Sottolineano l’importanza di sonno, attività aerobica, alimentazione e microbiota per consolidare l’apprendimento. Leggi l’intervista.
  12. Emiliano Toso – Le frontiere della terapia espositiva (12 agosto 2023) – Toso, psicoterapeuta di Rovigo, descrive come il modello di “apprendimento inibitorio” di Michelle Craske stia sostituendo l’abituazione nella terapia espositiva. Il nuovo approccio mira a creare memorie antagoniste alla paura e considera fattori come qualità del sonno e microbiota. Leggi l’intervista.
  13. Sara Carletto – Embodied Minds (21 giugno 2023) – La ricercatrice Sara Carletto descrive il gruppo Embodied Minds dell’Università di Torino. Il team integra nella psicoterapia tecniche a mediazione corporea come EMDR e mindfulness e studia la comunicazione terapeutica; hanno sviluppato il progetto “Nevermind”, una maglietta con sensori collegata a un’app per monitorare parametri di stile di vita. Leggi l’intervista.
  14. Davide Sisto – Tanatologia digitale (27 aprile 2023) – Il filosofo Davide Sisto parla di tanatologia digitale: studia come le tecnologie cambiano il rapporto con la morte e il lutto. Spiega che la tanatologia è nata nella medicina legale e si è poi estesa alle scienze umane; denuncia la rimozione culturale della morte in Occidente e consiglia letture e film sul tema. Leggi l’intervista.
  15. Un ricordo di Luigi Chiriatti – studioso di tarantismo (30 maggio 2023) – L’autore racconta una visita a Luigi Chiriatti e rimanda a un’intervista video. Ricorda il suo contributo alla preservazione della cultura salentina, il ruolo nel Canzoniere Grecanico Salentino e il ricco archivio acquisito dal comune di Melpignano. Leggi l’articolo.
  16. Martina Migliore – Superhero Therapy (5 dicembre 2022) – La psicoterapeuta CBT Martina Migliore presenta la “Superhero Therapy”, approccio derivato dall’Acceptance and Commitment Therapy che utilizza i supereroi per lavorare con adolescenti e giovani adulti. Leggi l’intervista.
  17. Serie “Fuga di cervelli” (15 novembre 2022) – Articolo che introduce la serie di podcast “Fuga di Cervelli”, in cui professionisti emigrati (psichiatri, psicologi) confrontano i modelli di presa in carico della salute mentale in Belgio, Svizzera e Stati Uniti . Comprende link agli episodi. Leggi l’articolo.
  18. Costanzo Frau – Trauma e dissociazione (1 febbraio 2021) – Intervista al terapeuta Costanzo Frau. L’autore gli chiede definizione di trauma e dissociazione, le migliori prassi cliniche e la teoria di riferimento; Frau cita il lavoro di Colin Ross e Remy Acquarone e parla della diagnosi differenziale tra disturbi dissociativi e psicosi. Leggi l’intervista.
  19. Mauro Bologna – Presidente SIPNEI (10 ottobre 2022) – Intervista in video a Mauro Bologna, presidente della Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia (SIPNEI). Bologna illustra le attività della società, i temi del congresso nazionale e il panorama europeo della PNEI, introdotto in Italia da Francesco Bottaccioli. Leggi l’intervista.
  20. Jonas di Gregorio – Il rinascimento psichedelico (18 ottobre 2020) – Intervista al ricercatore Jonas di Gregorio in cui illustra l’uso clinico dei psichedelici, in particolare per il PTSD. Sottolinea che nessun farmaco attuale risolve il PTSD e consiglia i documentari A New Understanding e Trip of Compassion. Leggi l’intervista.
  21. Rossella Valdrè – Il ritorno (masochistico?) al trauma (13 ottobre 2020) – Articolo‑intervista alla psicoanalista Rossella Valdrè che analizza il ritorno attivo al trauma come fenomeno borderline tra dipendenza e masochismo. Valdrè spiega che alcuni sopravvissuti cercano volontariamente luoghi o pensieri legati al trauma; questo comportamento contrasta con il principio di piacere freudiano e richiede una rilettura economica e clinica del masochismo. Leggi l’intervista.

NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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2 March 2026

Intervista a Carlo Bonomi (rinascimento ferencziano e trauma)

di POPMed

PREMESSA: le interviste di POPMed (“POPMed Talks”) sono raggiungibili qui

Abbiamo intervistato Carlo Bonomi a proposito del pensiero di Sándor Ferenczi. Bonomi è presidente dell’International Sándor Ferenczi Network (ISFN), è stato uno dei sostenitori della “prima ora” di Ferenczi e ha contribuito -in Europa prima, e in Italia poi-, al “rinascimento” ferencziano (in Italia c’è stato insieme a lui, come si evince dall’intervista, Franco Borgogno, insieme al quale ha pubblicato La catastrofe e i suoi simboli).

Ferenczi fu ostracizzato dalla società psicoanalitica degli inizi, e considerato “malato di mente” dai colleghi dell’epoca, per poi essere lentamente “rievocato” e riabilitato, un po’ come è stato per Pierre Janet.

Proprio insieme a Janet, ora, è considerato un padre nobile dell’approccio al trauma e della psicotraumatologia in generale. Insieme a Janet ha infatti bonificato il concetto di trauma, riconsegnandone le cause all’ambiente di sviluppo del bambino.

Il suo articolo più conosciuto e famoso è universalmente considerato Confusione delle lingue tra adulti e bambini (1932), che si può scaricare qui in PDF.

Bonomi ci ha parlato in modo approfondito del suo percorso e di cosa significava, al tempo, occuparsi del pensiero dello psicoanalista ungherese.

Per approfondire, ha consigliato questo materiale, che linkiamo qui:

  1. Dupont, J. (Arpa Edizioni). Sul filo della memoria. Un itinerario psicoanalitico in compagnia di Ferenczi e Balint.
  2. The Wise Baby / Il poppante saggio. Rivista ferencziana (SIPeP-SF).
  3. Bonomi, C. Sito ufficiale. https://www.carlobonomi.it/
  4. Ferenczi House & International Sándor Ferenczi Network (Budapest). https://www.sandorferenczi.org/the-ferenczi-house/
  5. Carlo Bonomi, Il trauma cancellato. Breve storia apocalittica della psicoanalisi. Arpa edizioni. In via di pubblicazione.

EXTRA: dal canale youtube della SIPeP-SF, Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia SÁNDOR FERENCZI

Buona visione!



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24 February 2026

LEONARDO ERA NEURODIVERGENTE?

di Elisa Canavese (articolo originale su https://www.studiosem.org/)

Uscendo dalla mostra sul Codice Atlantico mi è rimasto in mente un pensiero che probabilmente molti fanno davanti a quegli appunti: la sensazione che il funzionamento di Leonardo non fosse soltanto quello di una persona molto intelligente, ma qualcosa di più complesso. Guardando le pagine, con la loro densità di annotazioni, schizzi, rimandi, cambi improvvisi di argomento e connessioni tra campi apparentemente lontani, viene spontaneo chiedersi come interpreteremmo oggi uno stile cognitivo di questo tipo. In particolare, viene in mente la doppia eccezionalità, cioè la coesistenza di alto potenziale e difficoltà del neurosviluppo nello stesso profilo.

Naturalmente non è possibile formulare diagnosi retrospettive. Le categorie cliniche contemporanee non erano disponibili, i contesti sociali e culturali erano completamente diversi e qualsiasi tentativo di classificazione rischia di essere anacronistico. Tuttavia questo non impedisce di utilizzare le conoscenze attuali per leggere alcuni pattern di funzionamento, con l’obiettivo di riflettere sul presente più che di etichettare il passato.

Nel caso di Leonardo da Vinci l’ipotesi più discussa in ambito scientifico riguarda l’ADHD. Alcuni neurologi hanno messo in relazione aspetti biografici ben documentati con caratteristiche compatibili con questo profilo: la tendenza a iniziare molti progetti e a non portarli a termine, la procrastinazione, il passaggio rapido tra interessi, i ritmi di sonno irregolari. Si tratta di una lettura interpretativa e non diagnostica, ma consente di osservare il Codice Atlantico da una prospettiva diversa. Le pagine non restituiscono l’immagine di una mente disorganizzata; mostrano piuttosto un funzionamento esplorativo, orientato alla generazione di connessioni, poco incline alla linearità: in altre parole una mente neurodivergente.

In questo senso la doppia eccezionalità offre una chiave utile. Oggi sappiamo che alcune persone plusdotate presentano difficoltà nelle funzioni esecutive, soprattutto nella pianificazione, nella gestione del tempo e nel mantenimento dell’attenzione su compiti poco motivanti. Il profilo che ne deriva non è uniforme: a prestazioni molto elevate in alcuni ambiti si affiancano fragilità in altri. Questa asimmetria può creare un divario tra il potenziale osservato e il funzionamento quotidiano, con la conseguenza che l’ambiente interpreta tali difficoltà come mancanza di impegno o inconcludenza.

Per quanto riguarda lo spettro autistico, le argomentazioni riferite a Leonardo risultano meno solide. In letteratura si trovano ipotesi, ma con un livello di supporto inferiore rispetto all’ADHD. Questo non significa che l’ipotesi sia impossibile; significa piuttosto che la cautela è ancora maggiore. Il rischio di selezionare retrospettivamente elementi compatibili con un’etichetta contemporanea è ben noto nella ricerca storica e clinica.

Il punto più interessante non riguarda comunque la classificazione di Leonardo. La questione centrale riguarda il modo in cui la nostra cultura interpreta la differenza cognitiva. Quando si parla di neurodivergenza, il discorso tende spesso a concentrarsi sul deficit, mentre la storia mostra numerosi esempi di innovazione prodotta da persone con traiettorie non lineari, interessi intensi e modalità di pensiero atipiche. Le stesse caratteristiche che in alcuni contesti vengono percepite come difficoltà possono diventare risorse in ambienti che valorizzano la curiosità, l’esplorazione e la tolleranza per l’errore.

Osservare il Codice Atlantico in questa prospettiva non serve quindi a stabilire se Leonardo fosse neurodivergente: può invece aiutare a mettere in discussione un’idea implicita, cioè che esista un unico modo corretto di apprendere, lavorare e produrre conoscenza. La variabilità del funzionamento umano è sempre esistita e continua a esistere. Cambiano le categorie e i contesti, ma la diversità cognitiva rimane una costante. Riconoscerlo può contribuire a ridurre il giudizio e ad aumentare la curiosità verso le differenze che incontriamo nella pratica clinica, nella scuola e nella vita di ogni giorno.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

 

Article by admin / Generale

15 February 2026

Freud, illusioni e delusioni (Maria Chiara Risoldi), recensione

di POPMed

Il libro Freud, illusioni e delusioni, è un memoir su 30 anni di professione psicoanalitica, scritto da Maria Chiara Risoldi, che ha presentato di recente il volume in eventi disponibili in rete -per esempio questo:

Traccia la linea del percorso di formazione e professione della Risoldi, inframmezzandolo con casi clinici che divengono nel corso della lettura “pietre” miliari, in grado di catalizzare cambiamento e riflessioni.

Il libro è un atto di accusa contro la “teologia kleiniana” (testuali parole) e una riflessione amara sulla rigidità del sistema psicoanalitico nostrano (soprattutto negli anni ‘80/’90) pregno di clientelismo, ortodossia, “parrocchianesimo”, adesione fideistica e -fondamentalmente- assenza di pensiero realmente critico (cosa che invece dimostra l’autrice con questo scritto).

Già nel percorso di adesione alla SPI, la Risoldi scrive di requisiti incredibilmente onerosi, di scogli impossibili da superare, di colloqui di ammissione fatti con persone diverse e tra di loro non comunicanti -e spesso rigide-, ci racconta di rifiuti, dell’obbligo di certificare analisi svolte con pazienti al ritmo di 4 sedute a settimana (pazienti quindi, per forza di cose, benestanti) -al fine di poter accedere al “sacro cerchio” (cerchio che, spoiler, si rivelerà un “torre di babele” delle diverse correnti psicoanalitiche, tra di loro scarsamente integrate ma tutte coperte dall’ombrello freudiano).

L’ambiente psicoanalitico pareva essere, ai tempi, un ambiente chiuso e fondato sulla teologia, con una scarsa attitudine al pensiero critico, molta ideologia e regole imposte ai futuri “adepti”.
La Risoldi attraverso questo volume ragiona amaramente sul “kleinismo” degli inizi, un coacervo di prassi cliniche che oggi forse riterremmo incredibili, assurde o per lo meno “problematiche”, come la regola dell’astensione totale anche con i bambini, il divieto di interagire in seduta, interpretazioni colpevolizzanti verso il bambino (pensato dalla Klein come contenitore di invidie e aggressività innate) e di enormi errori clinici compiuti aderendo a questa corrente di pensiero senza metterla in discussione, spesso sotto ricatto morale da parte di supervisori pieni di prestigio.

-> continua su POPMed

Article by admin / Generale

2 February 2026

GIORGIO NESPOLI: LA RICERCA IN PSICOANALISI, OGGI (INTERVISTA)

di POPMed

Un’intervista approfondita a Giorgio Nespoli dell’Università di Torino, a proposito di ricerca e “frontiere” in ambito di psicoanalisi, in particolare ispirata dal testo “PSICOANALISI CONTEMPORANEA – La Teoria del Campo Analitico post-bioniano”.

Nespoli è anche autore di “Costrutti e paradigmi della psicoanalisi contemporanea“, che abbiamo recensito qui.

Parlare di campo interpersonale, mondo teorico/clinico post-bion, “personaggi” in seduta e derivati narrativi, significa fare i conti con un modo di vivere il rapporto terapeutico diverso, post-freudiano. Rappresenta il superamento della postura “interpretativa” e astinente dell’analista/terapeuta, un modo di intendere lo stare in psicoterapia più cooperativo, maggiormente orizzontale, verso una concettualizzazione della psicoterapia come co-costruzione in costante evoluzione. Le interpretazioni divengono insature, deboli, meglio se formulate dallo stesso paziente (auto-interpretazioni, dunque, provenienti dallo stesso soggetto e -per questo- più autentiche).

Nespoli insegna psicologia dinamica progredita all’Università di Torino, e in questa intervista-fiume ci ha parlato di campo psicoanalitico co-costruito tra paziente e terapeuta, “pensiero onirico della veglia” secondo la formulazione di Antonino Ferro, Bion, “fasi” dell’interpretazione, derivati narrativi e molto altro.

Un affaccio sulla psicoanalisi più attuale, con queste domande a fare da “traccia”:

  1. Introduzione – I temi principali della ricerca psicoanalitica contemporanea
  2. Quale inconscio oggi?
  3. Il pensiero onirico della veglia e la deconcretizzazione narrativa
  4. Il campo analitico come modello teorico
  5. Dal transfert totale alla diffrazione del transfert-controtransfert
  6. Le funzioni interpretative

Qui una bibliografia ragionata a cura dello stesso Nespoli:

  1. Introduzione alla teoria del campo analitico
  2. Il campo analitico e le sue trasformazioni
  3. Campo analitico (Modello), dal sito Spiweb
  4. Civitarese, G., & Ferro, A. (2020). A Short Introduction to Psychoanalysis. Routledge. ISBN 9780367415501. (pp. 144).
  5. Civitarese, G. (2022). Psychoanalytic Field Theory: A Contemporary Introduction. Routledge. ISBN 9781032114514. (pp. 192).
  6. Snell, R. (2024). Antonino Ferro: A Contemporary Introduction (1st ed.). Routledge. (pp. 196).
  7. Levine, H. B. (Ed.). (2021). The Post-Bionian Field Theory of Antonino Ferro: Theoretical Analysis and Clinical Application (1st ed.). Routledge. DOI 10.4324/9781003168034. (pp. 151).

Buona visione!



PS: su questo blog, le interviste sono raccolte qui.

Article by admin / Generale / interviste

26 January 2026

“LIFESTYLE MEDICINE”, il nuovo libro di Valerio Rosso

di Raffaele Avico

Abbiamo su questo blog parlato spesso del lavoro di divulgazione di Valerio Rosso, che ha pubblicato da poco un libro con Mondadori a proposito della Lifestyle Medicine.

Il suo lavoro ha raggiunto proporzioni enormi, soprattutto a livello di riscontro sui social media (qui il canale youtube), sui quali quotidianamente diffonde contenuti riguardanti neuroscienza, medicina dello stile di vita, prevenzione a livello di salute mentale e tematiche di psicopatologia.

La “consistenza” del suo lavoro e il seguito sempre più nutrito gli hanno consentito di fornire un costante servizio di divulgazione senza cadere in facili meccanismi da “social”, senza piegarsi a temi “da algoritmo”, senza insomma obbligarlo a calarsi nel “mare di fango” e marketing che caratterizzano pressoché ogni piattaforma nel momento presente, ma di -progressivamente- smontare quegli stessi meccanismi, criticandoli “dall’interno”. Valerio Rosso quotidianamente parla di di stile di vita, di movimento fisico, di controllare l’alimentazione, e lo fa dal giorno “zero” affidandosi a fonti scientifiche, senza allarmismi nè “mistificazioni” da social: procedere in questo modo gli ha conferito una credibilità che progressivamente, come accennato, lo ha “liberato” dalla necessità di piegarsi a logiche da algoritmo, arrivando a una posizione di “libertà totale” di espressione, il che gli consente di fornire un servizio NON “enshittificato” nè inquinato da esigenze economiche.

Quindi, per esempio:

  1. assenza di ricette miracolose in tema salute mentale, ma lavoro multimodale, integrato, lento e progressivo
  2. assenza di ricette miracolose per la longevità, grande tema dell’oggi, e divulgazione sul mantenimento di uno stile salutare di vita, per “aumentare la vita negli anni” e non “aumentare gli anni di vita”; intorno al tema longevità si rapprendono molte questioni inerenti la morte, la paura di vivere una vita vuota di relazioni che dev’essere quindi allungata a oltranza -tutti temi che Valerio osserva
  3. assenza di ricette miracolose inerenti gli integratori, che permetterebbero un miglioramente della qualità della vita, per lo più “mangime per followers” e che -senza un cambio dello stile di vita- sono per lo più inutili
  4. pensiero critico sulla questione farmaci (quindi: da usare quando realmente utili, con razionale medico)

Negli ultimi tempi ha spinto in particolare il tema della “diffusione patologica dell’attenzione” (qui un approfondimento) così da allertare il pubblico a proposito dei rischi dell’iperconnessione, e criticando pesantemente l’utilizzo di smartphone e schermi.
Sulla sofferenza giovanile, a differenza di altri divulgatori molto in voga come Matteo Lancini -che costantemente ripropone l’antico adagio “non siamo capaci di ascoltarli” (cit. Crepet nel 2006)- Valerio allarga il campo dell’analisi e legge fenomeni di isolamento e overload cognitivo come intrecciati a fenomeni economico-sociali, parlando di turbocapitalismo, assenza di spazi di socialità, senso&significato, dipendenza da contenuti online, algoritmi pensati per essere dipendentogeni e stile di vita tossico (parlando per esempio di come si vive nelle grandi città): insomma, tentando una lettura allargata dei fenomeni di psicopatologia, come fanno anche altri pensatori -vd. Massimo Recalcati- che intrecciano il disagio individuale al disagio sociale (si veda anche questo approfondimento su Marco Rovelli e la politicizzazione del disagio psichico).

Di recente, Valerio ho pubblicato un video a proposito della salute mentale come “tema dei prossimi 10 anni”, che alleghiamo di seguito.

Qui invece, alcuni contenuti a proposito del suo lavoro che abbiamo pubblicato negli scorsi anni:

  1. UN FREE EBOOK (SUL TRAUMA) IN COLLABORAZIONE CON VALERIO ROSSO
  2. DIFFUSIONE PATOLOGICA DELL’ATTENZIONE E SUPERFICIALITÀ DIGITALE. UN ESTRATTO DA “PSIQ” di VALERIO ROSSO
  3. SUL MERCATO DELLA DOPAMINA: INTERVISTA A VALERIO ROSSO
  4. LIFESTYLE PSYCHIATRY
  5. altro

NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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13 January 2026

Alcuni video dal convegno “NIENT’ALTRO CHE PULSIONE DI VITA” della Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia SÁNDOR FERENCZI (maggio 2025, Firenze)

di Raffaele Avico

La SIPeP-SF, Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia SÁNDOR FERENCZI ha recentemente pubblicato su youtube alcuni interventi congressuali interi, tra cui quello di Clara Mucci, che come osserviamo dalla sua presentazione si porta in una posizione sempre più post-freudiana (se non anti-freudiana), rigettando l’idea di una pulsione di morte innata -così come rifiutando l’idea di un trauma “fantasticato”.

Ferenczi è stato un pioniere dello studio del trauma, e insieme a Pierre Janet rappresenta un padre della moderna psicotraumatologia. Giovanni Tagliavini, fondatore dell’AISTED, l’associazione italiana per lo studio del trauma e della dissociazione, ha negli ultimi mesi raccolto su Linkedin alcuni contributi di Ferenczi a proposito del trauma, che si possono recuperare, raccolti, in questo PDF.
Per introdursi al pensiero di Ferenczi.

Qui, invece, i contributi video del congresso, tenutosi a Firenze a maggio 2025:


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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  • Considerazioni sul trattamento di bambini e adolescenti traumatizzati 11 April 2022
  • IL COLLASSO DEL CONTESTO NELLA PSICOTERAPIA ONLINE 31 March 2022
  • L’APPROCCIO “OPEN DIALOGUE”. INTERVISTA A RAFFAELLA POCOBELLO (CNR) 25 March 2022
  • IL CORPO, IL PANICO E UNA CORRETTA DIAGNOSI DIFFERENZIALE: INTERVISTA AD ANDREA VALLARINO 21 March 2022
  • RECENSIONE: L’EREDITÁ DI BION (A CURA DI ANTONIO CIOCCA) 20 March 2022
  • GLI PSICHEDELICI COME STRUMENTO TRANSDIAGNOSTICO DI CURA, IL MODELLO BIPARTITO DELLA SEROTONINA E L’INFLUENZA DELLA PSICOANALISI 7 March 2022
  • FOTOTERAPIA: JUDY WEISER e il lavoro con il lutto 1 March 2022
  • PLACEBO E DOLORE: IL POTERE DELLA MENTE (da un articolo di Fabrizio Benedetti) 14 February 2022
  • INTERVISTA A RICCARDO CASSIANI INGONI: “Metodo T.R.E.®” E TECNICHE BOTTOM-UP PER L’APPROCCIO AL PTSD 3 February 2022
  • SPIDER, CRONENBERG 26 January 2022
  • LE TEORIE BOTTOM-UP NELLA PSICOTERAPIA DEL POST-TRAUMA (di Antonio Onofri e Giovanni Liotti) 17 January 2022
  • 24 MESI DI PSICOTERAPIA ONLINE 10 January 2022
  • LA TOSSICODIPENDENZA COME TENTATIVO DI AMMINISTRARE LA SINDROME POST-TRAUMATICA 7 January 2022
  • La Supervisione strategica nei contesti clinici (Il lavoro di gruppo con i professionisti della salute e la soluzione dei problemi nella clinica) 4 January 2022
  • PSICHEDELICI: LA SCIENZA DIETRO L’APP “LUMINATE” 21 December 2021
  • ASYLUMS DI ERVING GOFFMAN, PER PUNTI 14 December 2021
  • LA SINDROME DI ASPERGER IN BREVE 7 December 2021
  • IL CONVEGNO DI SAN DIEGO SULLA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI (marzo 2022) 2 December 2021
  • PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA E DEEP BRAIN REORIENTING. INTERVISTA A PAOLO RICCI (AISTED) 29 November 2021
  • INTERVISTA A SIMONE CHELI (ASSOCIAZIONE TAGES ONLUS) 25 November 2021
  • TRAUMA: IMPOSTAZIONE DEL PIANO DI CURA E PRIMO COLLOQUIO 16 November 2021
  • TEORIA POLIVAGALE E LAVORO CON I BAMBINI 9 November 2021
  • INTRODUZIONE A BYUNG-CHUL HAN: IL PROFUMO DEL TEMPO 3 November 2021
  • IT (STEPHEN KING) 27 October 2021
  • JUDITH LEWIS HERMAN: “GUARIRE DAL TRAUMA” 22 October 2021
  • ANCORA SU PIERRE JANET 15 October 2021
  • PSICONUTRIZIONE: IL LAVORO DI FELICE JACKA 3 October 2021
  • MEGLIO MALE ACCOMPAGNATI CHE SOLI: LE STRATEGIE DI CONTROLLO IN INFANZIA (PTSDc) 30 September 2021
  • OVERLOAD COGNITIVO ED ECOLOGIA MENTALE 21 September 2021
  • UN LUOGO SICURO 17 September 2021
  • 3MDR: UNO STRUMENTO SPERIMENTALE PER COMBATTERE IL PTSD 13 September 2021
  • UN LIBRO PER L’ESTATE: “COME ANNOIARSI MEGLIO” DI PIETRO MINTO 6 August 2021
  • “I fondamenti emotivi della personalità”, JAAK PANKSEPP: TAKEAWAYS E RECENSIONE 3 August 2021
  • LIFESTYLE PSYCHIATRY 28 July 2021
  • LE DIVERSE FORME DI SINTOMO DISSOCIATIVO 26 July 2021
  • PRIMO LEVI, LA CARCERAZIONE E IL TRAUMA 19 July 2021
  • “IL PICCOLO PARANOICO” DI BERNARDO PAOLI. PARANOIA, AMBIVALENZA E MODELLO STRATEGICO 14 July 2021
  • RECENSIONE PER PUNTI DI “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE” 8 July 2021
  • I VIRUS: IL LORO RUOLO NELLE MALATTIE NEURODEGENERATIVE 7 July 2021
  • LA PLUSDOTAZIONE SPIEGATA IN BREVE 1 July 2021
  • COS’É LA COGNITIVE PROCESSING THERAPY? 24 June 2021
  • SULLA TERAPIA ESPOSITIVA PER I DISTURBI FOBICI: IL MODELLO DI APPRENDIMENTO INIBITORIO DI MICHELLE CRASKE 19 June 2021
  • É USCITO IL SECONDO EBOOK PRODOTTO DA AISTED 15 June 2021
  • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche -con il blog Psicologia Fenomenologica. 7 June 2021
  • PSICHIATRIA DI COMUNITÁ: LA SCELTA DI UN METODO 31 May 2021
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  • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO ONLINE CON VALERIO ROSSO, MARCO CREPALDI, LUCA PROIETTI, BERNARDO PAOLI, GENNARO ROMAGNOLI 22 May 2021
  • MDMA PER IL PTSD: NUOVE EVIDENZE 21 May 2021
  • MAP (MULTIPLE ACCESS PSYCHOTHERAPY): IL MODELLO DI PSICOTERAPIA AD APPROCCI COMBINATI CON ACCESSO MULTIPLO DI FABIO VEGLIA 18 May 2021
  • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO GRATUITO ONLINE (21 MAGGIO) 13 May 2021
  • BALBUZIE: COME USCIRNE (il metodo PSICODIZIONE) 10 May 2021
  • PANICO: INTERVISTA AD ANDREA IENGO (PANICO.HELP) 7 May 2021
  • Psicologia digitale e pandemia COVID19: il report del Centro Medico Santagostino di Milano dall’European Conference on Digital Psychology (ECDP) 4 May 2021
  • SOLCARE IL MARE ALL’INSAPUTA DEL CIELO. Liberalizzare come terapia: il problema dell’autocontrollo in clinica 30 April 2021
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO” 25 April 2021
  • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche 25 April 2021
  • 3 STRUMENTI CONTRO IL TRAUMA (IN BREVE): TAVOLA DISSOCIATIVA, DISSOCIAZIONE VK E CAMBIO DI STORIA 23 April 2021
  • IL MALADAPTIVE DAYDREAMING SPIEGATO PER PUNTI 17 April 2021
  • UN VIDEO PER CAPIRE LA DISSOCIAZIONE 12 April 2021
  • CORRELATI MORFOLOGICI E FUNZIONALI DELL’EMDR: UNA PANORAMICA SULLA NEUROBIOLOGIA DEL TRATTAMENTO DEL PTSD 4 April 2021
  • TRAUMA E DISSOCIAZIONE IN ETÁ EVOLUTIVA: (VIDEO)INTERVISTA AD ANNALISA DI LUCA 1 April 2021
  • GLI EFFETTI POLARIZZANTI DELLA BOLLA INFORMATIVA. INTERVISTA A NICOLA ZAMPERINI DEL BLOG “DISOBBEDIENZE” 30 March 2021
  • SVILUPPARE IL PENSIERO LATERALE (EDWARD DE BONO) – RECENSIONE 24 March 2021
  • MDMA PER IL POST-TRAUMA: BEN SESSA E ALTRI RIFERIMENTI IN RETE 22 March 2021
  • 9 LIBRI FONDAMENTALI SU TRAUMA E DISSOCIAZIONE (aggiornato 2026) 14 March 2021
  • VIDEOINTERVISTA A CATERINA BOSSA: LAVORARE CON IL TRAUMA 7 March 2021
  • PRIMO SOCCORSO PSICOLOGICO E INTERVENTO PERI-TRAUMATICO: IL LAVORO DI ALAIN BRUNET ED ESSAM DAOD 2 March 2021
  • “SHARED LIVES” NEL REGNO UNITO: FORME DI PSICHIATRIA D’AVANGUARDIA 25 February 2021
  • IL TRAUMA (PTSD) NEGLI ANIMALI (PARTE 1) 21 February 2021
  • FLOW: una definizione 15 February 2021
  • NEUROBIOLOGIA DEL DISTURBO POST-TRAUMATICO (PTSD) 8 February 2021
  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE (SECONDA PARTE): FINE PENA MAI 3 February 2021
  • INTERVISTA A COSTANZO FRAU: DISSOCIAZIONE, TRAUMA, CLINICA 1 February 2021
  • LO SPETTRO IMPULSIVO COMPULSIVO. I DISTURBI OSSESSIVO COMPULSIVI SONO DISTURBI DA ADDICTION? 25 January 2021
  • ANATOMIA DEL DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO (E PSICOTERAPIA) 15 January 2021
  • LA STRANGE SITUATION IN BREVE e IL TRAUMA COMPLESSO 11 January 2021
  • GIORNALISMO = ENTERTAINMENT 6 January 2021
  • SIMBOLIZZARE IL TRAUMA: IL RUOLO DELL’ATTO ARTISTICO 2 January 2021
  • PSICHIATRIA: IL MODELLO DE-ISTITUZIONALIZZANTE DI GEEL, BELGIO (The Openbaar Psychiatrisch Zorgcentrum) 28 December 2020
  • STABILIZZARE I SINTOMI POST TRAUMATICI: ALCUNI ASPETTI PRATICI 18 December 2020
  • Psicoterapia breve strategica del Disturbo ossessivo compulsivo (DOC). Intervista ad Andrea Vallarino e Luca Proietti 14 December 2020
  • CRONOFAGIA DI DAVIDE MAZZOCCO: CONTRO IL FURTO DEL TEMPO 10 December 2020
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  • COME GESTIRE UNA DIPENDENZA? 4 PIANI DI INTERVENTO 3 December 2020
  • INTRODUZIONE A JAAK PANKSEPP 28 November 2020
  • INTERVISTA A DANIELA RABELLINO: LAVORARE CON RUTH LANIUS E NEUROBIOLOGIA DEL TRAUMA 20 November 2020
  • MDMA PER IL TRAUMA: VIDEOINTERVISTA A ELLIOT MARSEILLE (A CURA DI JONAS DI GREGORIO) 16 November 2020
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  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.2 27 March 2020
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  • NELLE CORNA DEL BUE LUNARE: IL LAVORO DI LIDIA DUTTO 16 March 2020
  • LA COLPA NEL DOC: LA MENTE OSSESSIVA DI FRANCESCO MANCINI 12 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.1 6 March 2020
  • PREFAZIONE DI “PTSD: CHE FARE?”, a cura di Alessia Tomba 5 March 2020
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO”: EP.1 – FERNANDO ESPI FORCEN 29 February 2020
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  • RIMOZIONE E DISSOCIAZIONE: FREUD E PIERRE JANET 3 February 2020
  • TEORIA DEI SISTEMI COMPLESSI E PSICOPATOLOGIA: DENNY BORSBOOM 17 January 2020
  • LA CULTURA DELL’INDAGINE: IL MASTER IN TERAPIA DI COMUNITÀ DEL PORTO 15 January 2020
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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
  • Nella sezione FORMAZIONE sono contenuti post a contenuto vario, che hanno l’obiettivo di (in)formare il lettore a proposito di un determinato argomento.
  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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