Ripostiamo qui un articolo dal blog di Luca Conti, blogger venuto a mancare poche settimane fa. Conti ha dettagliato in modo molto aperto e autentico la sua battaglia contro una malattia terminale, in particolare aprendosi ad aspetti psicologici che qui possono essere di grande interesse. In particolare, nel seguente post, Conti raccontava di come la diagnosi infausta della sua malattia avesse distrutto il “senso” del suo agire quotidiano.
Conti ne parla come di “collasso dell’orizzonte temporale“. Esisterebbe la necessità di considerare come indirizzati a una sorta di chiusura/risoluzione non solo l’agire, ma anche il pensare umano, come se immaginarli guidati da una parabola con un inizio, una curva e una fine concedesse agli investimenti energetici un’ontologia con una sua dignità, una sorta di senso -appunto.
Togliendo il futuro in modo “certo”, la mancanza di un finale arriverebbe a degradare/distruggere la trama in sé.
Conti si chiedeva -con una lucidità spietata- che senso avrebbe avuto continuare a informarsi su cose di cui non avrebbe visto l’evoluzione, una volta “collassato il futuro”.
Fabio Veglia, clinico di grande finezza, immaginava il “dispositivo” in grado di produrre senso in un essere umano come formato da due elementi centrali, la relazione e il racconto. Entrambi questi elementi (la relazione interpersonale e il racconto) contengono un’idea di connessione, una dialettica, la costruzione di un segno a partire da due punti (due individui che comunicano, due momenti diversi di una trama). Osservava come fosse il tempo a strutturare il senso e il significato: “è difficile pensare alla nostra vita”, diceva, “nel non-tempo”, come se tutto, nell’esperienza umana, necessitasse “direzione” o almeno una forma narrativa. La mente, osservava, produce continuamente attribuzioni di significato a partire da elementi sconnessi, in una sorta di “apofenia” perpetua necessaria a tenere insieme la trama del pensiero.
La mente dei bambini -anche in epoca prelinguistica- si nutre continuamente di narrazioni, anche quando il bambino stesso non comprenda il contenuto della storia raccontata (o quando la storia venga raccontata solo per immagini): questo ci porta nuovamente a riflettere su come la mente e il pensiero sembrino poggiare su di una struttura costituente orientata in senso narrativo -la cui direzione di sviluppo preveda un prima, un durante e un dopo.
Il pensiero trova più forza e senso quanto è implicitamente indirizzato a un oggetto (incluso lo stesso sè, rappresentato come interlocutore) così come le emozioni, implicitamente, naturalmente teleonomicamente orientate (si veda a proposito questa intervista a Lucia Tombolini). Usando la lettura freudiana, è come se l’investimento libidico necessitasse di trovare un aggancio, e che il possedere un aggancio strutturasse e rendesse sensato l’investimento libidico stesso.
Conti scrive: “Il significato è un concetto relazionale: ha bisogno di un soggetto che si relaziona a un oggetto nel tempo. Se togli il tempo, la relazione si spezza.“
Tornando a Conti, osservava nell’articolo sotto riportato come una diagnosi di quel tipo fosse stata in grado di produrgli uno smembramento dei “ponti”/connessioni di cui sopra, cosa che quindi sembrava avergli creato un collasso dell’orizzonte temporale, come lo definisce.
Nelle sue osservazioni troviamo un’incredibile lucidità, secondariamente utile tra l’altro a chi lavora, per esempio, con il trauma, non tanto qui da intendersi come materiale psichico non simbolizzabile (il reale in senso lacaniano in grado di squarciare il velo dei simboli, troppo naturale, “puramente fenomenico” ed “extramorale”), quanto da considerarsi nelle conseguenze sul senso di sicurezza sperimentato da un individuo: l’avergli tolto in modo definitivo un posto sicuro al mondo e, in assenza di una base sicura, la capacità di esplorare.
Il trauma produce un collasso del futuro non perché qualcuno o qualcosa abbia decretato il suo non esistere, ma per l’effetto di “ritiro” che il terrore indotto da esso sembra generare sull’individuo -per la paura che lo stesso possa ripetersi, per non poter “investire” su un futuro divenuto spaventoso e potenzialmente ritraumatizzante- il che ci riporta nuovamente alla sensazione di “collasso dell’orizzonte temporale” di cui si scriveva in precedenza.
É un presente che si accorcia -non tanto per un tempo divenuto “limitato”, ma per uno “spazio”/territorio divenuto all’improvviso pericoloso, inesplorabile. Da qui, di nuovo, l’impossibilità di “collegare il punto A e il punto B” -potenzialmente fino a inciampare in una voragine di assenza di senso.
Gli psicologi strategici, così come alcuni lacanisti, consigliano di scrivere il trauma, di produrne una trama, come a forzare la mano sul processo di attribuzione di senso e di ri-appropriazione del futuro.
Luca Conti, come leggiamo, consulta Viktor Frankl e le sue domande su Auschwitz, Marco Aurelio e le sue riflessioni sulla morte e sulla vita. L’assenza di senso entro un tempo limitato, è argomento centrale ne Il Mito di Sisifo.
Primo Levi, sempre dal Lager, osservava come la ricerca di cibo e il “mettere insieme il pranzo con la cena” producessero una paradossale, minima azione di ri-appropriazione del senso (di nuovo l’elemento narrativo e una pseudotrama che tornano in aiuto) e come il vero problema, ad Auschwitz, fosse rappresentanto dalla domenica, desolante giornata di emersione del nonsenso e di tutto ciò che la fame riusciva a eclissare, in un gioco terribile di gerarchie e prospettiva (parola usata da Levi) tra elementi di dolore. (R.A.)
Il collasso dell’orizzonte temporale e la perdita di significato
di Luca Conti
Con alcuni amici selezionati mi posso permettere di condividere i pensieri più profondi e difficili da comprendere dai più. Ieri sera, dopo la prima giornata di stanchezza estrema a seguito della seconda sessione di chemioterapia, mi sono lasciato andare con T. e con S., frustrato della qualità della vita nella fase attuale di recupero dall’intervento di emicolectomia destra e di contemporaneo avvio della chemioterapia per contrastare le metastasi al fegato. Un percorso lungo e incerto – il miglioramento non è lineare e passeranno settimane in cui mi sentirò peggio prima di sentirmi meglio – che si aggiunge a un altro percorso precedente alla diagnosi e all’intervento, che si protrae ormai da oltre 3 mesi. Momenti di sconforto sono più che normali, logici, comprensibili, quasi prevedibili. Soffrire senza prospettiva non è qualcosa facile da accettare per nessuno.
A seguito di questi pensieri, T. mi ha chiesto, come intelligente esercizio, di stilare una lista di attività che davano significato alla mia vita prima della malattia, con l’intento di mostrare come almeno una parte di queste possa dare significato alla mia vita anche oggi e da qui in avanti. Ho svolto questo esercizio e poi mi è nata una riflessione sul futuro.
Il futuro che non c’è più
Nel momento in cui hai una diagnosi per cui sai che il tempo che ti rimane si riduce di molto rispetto a quella di chiunque altro e la fine si avvicina, il primo effetto è che non hai più futuro. Non potendo vedere un futuro, tutto ciò che si posiziona nel futuro perde di significato. Se ancora leggo le notizie, perdo del tempo nell’informarmi su ciò che succede nel mondo, in Ucraina, in Europa, nel mondo della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, nelle uscite librarie e cinematografiche e in vari altri ambiti, è perché me ne sono sempre interessato. Col passare del tempo però l’attaccamento a questi temi viene progressivamente meno e mi trovo a chiedermi “perché mi interesso di qualcosa di cui non vedrò la fine?”. Più ci penso, più la fine si avvicina – quest’ultimo è il fattore incerto e non ancora ravvicinato che mi tiene aggrappato, probabilmente – più mi rendo conto che un motivo valido non esiste. Il senso non c’è, se non c’è la dimensione temporale e la prospettiva del futuro.
Il cambiamento di prospettiva è fatale in questo senso. Se sei sano e hai un futuro, per quanto incerto come tutti, puoi proiettarti nell’evoluzione di qualsiasi tema che ti appassiona e trovare significato. Puoi pensare e ragionare su ciò che succederà tra un anno o tra cinque. Puoi seguire la produzione di un film previsto in uscita tra due anni. Puoi ragionare sulla denatalità e l’effetto socioeconomico nazionale e globale dei prossimi 10-20 anni. Puoi preoccuparti, a ragione, delle norme sulle pensioni, anche se non ci andrai prima dei prossimi 10-20-30 anni. Puoi pensare a come investire i tuoi soldi per la vecchiaia. Puoi impegnarti in un mutuo trentennale.
Se invece sai, con ragionevole certezza, che tra 18-24-36-48 mesi non ci sarai più, più questo numero si riduce e diventa preciso, meno sei proiettato in avanti. Logico, no?
La filosofia del collasso del futuro
Ho indagato su quali filosofie potessero aver affrontato questo tema e ne è emerso qualcosa di molto interessante.
1. Martin Heidegger e l’ “Essere-per-la-morte”
Heidegger sostiene che l’essere umano è definito dalla sua proiezione nel futuro (progetto). Noi siamo ciò che stiamo per diventare. La prospettiva della morte ravvicinata rende questo progetto impossibile.
Heidegger la chiama angoscia autentica: la consapevolezza che i significati della quotidianità, il seguire l’evoluzione degli interessi personali dipendono dall’esistenza del futuro. Senza futuro, il presente perde il suo contesto.
2. Viktor Frankl e la “Volontà di Significato”
Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento, sosteneva che l’uomo può sopportare qualsiasi “come” (sofferenza) se ha un “perché” (significato/futuro). Il significato è spesso legato a un compito futuro da svolgere o a qualcuno che ci aspetta.
Nel mio caso, non c’è un compito futuro da svolgere perché io stesso non esisterò più tra non molto. Il futuro prossimo in cui l’intelligenza artificiale sarà così potente da semplificarci la vita è un futuro così lontano da non interessarmi più. Conoscere quindi lo sviluppo dell’IA perde di senso.
Il significato è un concetto relazionale: ha bisogno di un soggetto che si relaziona a un oggetto nel tempo. Se togli il tempo, la relazione si spezza. Il mio essere nel mondo, senza l’orizzonte temporale del futuro, si appiattisce sul presente. Ciò che aveva significato prima, ora non lo ha più, pur con lo stesso oggetto (i miei interessi) e lo stesso soggetto (io).
3. Lo Stoicismo e l’Indifferenza (Adiaphora)
Gli stoici insegnano a distinguere tra ciò che è essenziale (la virtù, il proprio carattere) e ciò che è “indifferente” (il mondo esterno, la politica, il futuro della società).
La mia reazione di indifferenza rispetto a temi che prima mi interessavano e appassionavano diventa un distacco stoico radicale. Il mio investimento emotivo, nel momento finale, si concentra su ciò che è essenziale, tralasciando tutto il resto. Il mondo esterno diventa una distrazione, una perdita di tempo, un rimandare l’inevitabile, un tirare a campare, quasi più per gli altri che per me stesso. Naturale quindi che la sfera del futile, del non essenziale, si espanda fino a comprendere anche l’universo che dava significato alla mia fase di vita precedente.
4. L’Epicureismo e la Privazione del Futuro
La massima di Epicuro che preferisco è sempre stata: “Quando ci siamo noi, non c’è la morte; quando c’è la morte, non ci siamo noi”. In parte è consolatorio e aiuta a porsi verso la morte senza paura. Rispetto al mio ragionamento, tutto ciò implica che non c’è connessione tra noi e il dopo.
Proprio qui sta il cambio di prospettiva. Il mondo “dopo di me” è un mondo in cui io non esisto. Preoccuparsene diventa, letteralmente, insensato.
Questa immersione nella filosofia mi ha in parte rincuorato. Il significato umano è costruito su una trama narrativa: passato -> presente -> futuro. Quando elimini il finale della storia (il futuro), la trama si disintegra. Senza gli ultimi capitoli dei libri che sto leggendo – gli interessi sul mondo esterno che mi hanno sempre contraddistinto – che senso ha continuare a leggere? Non ce l’ha.
La vera sfida diventa un’altra. Se il significato non può più venire dal futuro, dove trovarlo? Le risposte sono due:
- densità del presente (far contare il tempo che rimane);
- chiusura del passato (dare un senso a ciò che è stato).
Su questi due aspetti proverò a concentrarmi da qui in avanti.
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