PREMESSA: questo contenuto è scritto tramite AI e supervisionato, ed è basato su di una bibliografia fornita dallo stesso Allan Schore in occasione di questo convegno -bibliografia che troverete scaricabile a fondo pagina.
Allan Schore ha ispirato negli ultimi anni molti autori provenienti dall’ambito psicoanalitico, forzandoli a un’integrazione neuroscientifica, promuovendo una riflessione approfondita sul concetto di memoria implicita e inconscio non rimosso, in particolare approfondendo il ruolo dell’emisfero destro cerebrale.
Il lavoro di Schore si colloca in continuità con autori che su questo blog abbiamo spesso citato, Giovanni Liotti, Russell Meares, Mauro Mancia, in particolare Clara Mucci. Questi autori hanno (ri)proposto l’idea che il trauma sia sempre un evento esogeno, causato da distorsioni nel rapporto con le figure di attaccamento, magari collocato in epoche remotissime come quella prenatale ma sempre intersoggettivo, interpsichico.
Allan Schore ha ispirato direttamente il lavoro di Clara Mucci. Nel suo Corpi Borderline, per esempio, l’autrice prende le distanze più volte sia dal concetto di trauma intrapsichico di Freud, che dall’idea di aggressività innata formulata da Melanie Klein, proponendo un’idea di “aggressività infantile distruttiva” causata da una precoce identificazione con l’aggressore da parte del bambino -sposando in pieno dunque la tesi di un autore minore della psicoanalisi degli inizi, oggi rivalutato, Sandor Ferenczi.
(R. Avico)
IL MODELLO TEORICO E CLINICO DI ALLAN SHORE
Panoramica del modello teorico
Le prime interazioni faccia-a-faccia mediate da sguardi, voce e gesti tra il neonato e la madre generano una sincronizzazione emotiva reciproca. Queste “protoconversazioni” inducono una risonanza interpersonale che regola gli stati affettivi di entrambi e getta le basi dello sviluppo cerebrale del bambino, in particolare delle strutture dell’emisfero destro coinvolte nella regolazione emotiva. L’organizzazione del cervello in via di sviluppo avviene infatti all’interno di una relazione: il cervello del bambino si sintonizza con quello dell’adulto grazie a segnali emotivi impliciti, modellando la capacità di autoregolazione affettiva del piccolo.
Schore integra neuroscienze dello sviluppo e teoria dell’attaccamento, evidenziando il ruolo chiave dell’emisfero destro nel processare le esperienze emotive e relazionali precoci. A differenza dell’emisfero sinistro (dominante per il linguaggio e il pensiero cosciente), l’emisfero destro matura precocemente ed è specializzato nelle comunicazioni non verbali e nei processi affettivi inconsci. Schore propone che il “mentale inconscio” freudiano coincida in gran parte con il sistema psicobiologico dell’emisfero destro. In altre parole, la mente inconscia di una persona comunica costantemente con l’emisfero destro di un’altra attraverso segnali affettivi sottili (es. contatto visivo, tono della voce, posture) al di sotto della consapevolezza conscia – un concetto definito inconscio relazionale. Queste comunicazioni “da cervello destro a cervello destro” costituiscono un canale diretto di scambio emotivo tra due soggetti, analogo a quello che si instaura tra madre e bambino.
Un principio centrale della teoria della regolazione affettiva è che lo sviluppo del cervello e della personalità dipende dalla qualità delle prime relazioni di attaccamento. Un attaccamento sicuro con un caregiver sensibile e responsivo favorisce l’ottimale maturazione dei circuiti di regolazione dell’emisfero destro, promuovendo un’efficiente capacità di modulare le emozioni e un sano sviluppo del Sé.
Al contrario, attaccamenti insicuri o traumi relazionali precoci (come abusi o trascuratezze nell’infanzia) possono disturbare la maturazione di questi meccanismi regolatori, lasciando il bambino privo di strumenti per gestire lo stress emotivo. In tali casi il piccolo può rimanere bloccato in schemi di disregolazione affettiva – oscillando tra iper-arousal (ansia, collera, panico) e ipo-arousal (dissociazione, ottundimento) – che costituiscono terreno fertile per future psicopatologie. Schore sottolinea infatti che molti disturbi psichiatrici dell’età adulta (ad es. disturbi d’ansia, dell’umore o di personalità come il borderline) rappresentano, alla radice, esiti di fallimenti nelle prime regolazioni affettive del bambino.
Applicazioni cliniche
Le intuizioni di Schore hanno influenzato profondamente la pratica clinica, specialmente nelle aree legate al trauma dello sviluppo e ai disturbi dell’attaccamento. In ambito di trauma relazionale precoce (come abusi infantili, abbandono o trascuratezza), la teoria della regolazione affettiva offre un modello esplicativo della patogenesi: esperienze di accudimento traumatiche nei primi anni producono un arresto o disturbo nello sviluppo dell’emisfero destro, con conseguenti difficoltà di regolazione emotiva e difese dissociative (il bambino “spegne” le emozioni travolgenti per sopravvivere).
Clinicamente, ciò si traduce in adulti che presentano problemi di gestione degli affetti, flashback somatici e vuoti emotivi tipici del Disturbo da Stress Post-Traumatico complesso o di altri disturbi dissociativi. L’approccio di Schore viene applicato in psicoterapie trauma-focused (es. con sopravvissuti a maltrattamenti infantili), enfatizzando la creazione di un legame terapeutico sicuro attraverso cui il paziente possa, gradualmente, rielaborare e integrare le emozioni e i ricordi traumatici in modo tollerabile. In questo processo, il terapeuta funge da “caregiver sostitutivo” che aiuta il paziente a colmare le lacune nelle sue capacità di autoregolazione, spesso per la prima volta permettendogli di sentire e modulare affetti prima intollerabili.
Più in generale, la prospettiva della regolazione affettiva è considerata trasversale a molte forme di terapia e popolazioni cliniche. Schore e colleghi sostengono che la relazione terapeutica stessa sia il fattore curativo comune più importante in psicoterapia, oltre le specificità teoriche. In linea con ciò, ricerche meta-analitiche mostrano che una solida alleanza terapeutica – caratterizzata da empatia, collaborazione, autenticità e reciproca fiducia – predice esiti positivi del trattamento indipendentemente dall’approccio utilizzato. Questo rende il modello di Schore rilevante in contesti molto diversi: dalla psicoterapia individuale per disturbi d’ansia, depressione o personalità (dove spesso il nucleo del problema è una vulnerabilità nella regolazione emotiva), fino alla terapia familiare e di coppia (in cui ripristinare interazioni emotive più sintonizzate tra i membri è fondamentale per il cambiamento). Perfino in ambito di psicoterapia di gruppo o con popolazioni speciali (ad es. pazienti con autismo ad alto funzionamento), si è riscontrato che intervenire sui processi di attunzione e sincronizzazione emotiva fra partecipanti può migliorare significativamente la coesione e gli esiti del percorso terapeutico. In sintesi, il paradigma della regolazione affettiva fornisce una cornice unificante per comprendere e trattare un’ampia gamma di problematiche cliniche, facendo leva sul potere terapeutico della relazione e della modulazione degli affetti in tempo reale.
Tecniche e approcci terapeutici principali
In pratica, l’approccio di Schore non prescrive tecniche strutturate passo-passo, ma punta a sfruttare i processi relazionali e impliciti nel dialogo clinico. Lo stesso Schore afferma che al cuore dell’“arte” della psicoterapia vi è la capacità relazionale ed emotiva del terapeuta – ovvero sapersi sintonizzare con una vasta gamma di pazienti – più che la mera padronanza di protocolli tecnici standard.
I principi operativi fondamentali includono:
- Costruzione di un’alleanza terapeutica sicura: il terapeuta si impegna attivamente a creare un clima di fiducia, accettazione e base sicura per il paziente. Ciò comporta un atteggiamento empatico, non giudicante e autentico, che trasmette al paziente la sensazione di essere compreso e al riparo da nuove ferite. Un’alleanza solida funge da “porto sicuro” (analogamente alla figura di attaccamento) entro cui il paziente può esplorare emozioni dolorose o vulnerabili senza esserne sopraffatto. La ricerca conferma che un buon legame terapeutico – caratterizzato da collaborazione, empatia e rispetto positivo – è associato a minori abbandoni della terapia e a risultati clinici migliori.
- Comunicazione implicita e non verbale: la sintonizzazione avviene in larga parte attraverso segnali non verbali e modalità di comunicazione inconsce. Il modello di Schore dà grande importanza a elementi come il tono di voce, le pause, lo sguardo, la postura e la prosodia emotiva nel dialogo terapeutico. Il terapeuta presta attenzione a questi indicatori sottili dello stato interno del paziente e calibra intenzionalmente la propria comunicazione non verbale per promuovere sintonia (ad esempio abbassando la voce e parlando con calma quando il paziente è agitato, oppure mantenendo uno sguardo accogliente per trasmettere presenza e disponibilità). Queste comunicazioni “right brain-to-right brain” permettono uno scambio di informazioni emotive al di là delle parole, generando una sincronizzazione biologica tra paziente e terapeuta: studi recenti mostrano che durante una buona seduta i sistemi nervosi di entrambi tendono a sincronizzarsi (frequenza cardiaca, pattern respiratori, attivazione cerebrale), come due strumenti musicali che accordano le proprie note. Tale livello implicito di comunicazione crea un “canale nascosto” in cui il paziente percepisce sicurezza e comprensione a livello viscerale, anche senza bisogno di esplicitarlo verbalmente.
- Sintonizzazione affettiva e coregolazione: il terapeuta agisce in modo simile a un genitore sufficientemente attento, rispecchiando e modulando gli stati emotivi del paziente. Questo implica percepire intuitivamente l’affetto prevalente nel momento (tristezza, rabbia, paura, vergogna, ecc.), tollerarlo senza evitarlo, e rispondere in modo sintonizzato – ad esempio con espressioni facciali, gesti o tonalità vocali che comunicano al paziente “ti sento, sono con te”. Attraverso questa presenza empatica, il terapeuta coregola le emozioni del paziente: se quest’ultimo è sopraffatto da un affetto intenso, il terapeuta può aiutarlo a ridurne gradualmente l’intensità (ad esempio rallentando il ritmo, mantenendo la calma, invitandolo a fare respiri profondi); viceversa, con un paziente emotivamente bloccato o dissociato, il terapeuta potrà introdurre calore, stimolazioni dolci o rievocare in modo sicuro il sentimento sopito, “riaccendendo” l’affetto attenuato. In entrambi i casi, il clinico funge da regolatore esterno stabile, offrendo all’organismo del paziente un’esperienza correttiva di regolazione interpersonale. Col tempo, ripetute esperienze di sintonizzazione e riparazione all’interno dell’alleanza terapeutica favoriscono l’interiorizzazione di nuove strategie di autoregolazione: il paziente impara, grazie alla relazione, a riconoscere e modulare i propri stati emotivi con maggiore efficacia.
- Facilitazione dell’espressione e integrazione delle emozioni: un pilastro dell’intervento basato sulla regolazione affettiva è incoraggiare il paziente a vivere le proprie emozioni, piuttosto che evitarle o sopprimerle. Schore sottolinea che il cambiamento terapeutico non avviene tramite un controllo cognitivo “dall’alto” delle emozioni, bensì permettendo l’emergere e la regolazione “dal basso” degli affetti dolorosi o dissociati. In pratica, il terapeuta aiuta il paziente ad avvicinarsi gradualmente a sentimenti temuti o rimossi (tristezza profonda, rabbia repressa, paura del rifiuto, ecc.), fornendo al contempo un contenimento sicuro. Ad esempio, può legittimare e nominare l’emozione (“È comprensibile provare rabbia per quello che ha subito”), mostrarsi presente accanto al paziente mentre la sensazione affiora, e monitorare che il livello di attivazione resti tollerabile. Non si tratta di spingere il paziente al catharsis incontrollato, ma di integrare pian piano quei vissuti frammentati all’interno della finestra di tolleranza emotiva. Questa esposizione guidata alle emozioni precedentemente evitate, all’interno di una relazione empatica, consente al paziente di ampliare la propria capacità di tollerare e gestire gli affetti. Come afferma Schore, la terapia punta a “facilitare l’espressione di emozioni – incluse quelle evitate o dissociate – allo scopo di permettere al paziente di tollerarle e renderle emotivamente adattive”, costruendo nel contempo una competenza implicita più solida di regolazione interna. In altri termini, il paziente impara a sentire senza essere sopraffatto, trasformando gradualmente le emozioni da fonte di disorganizzazione psichica a risorse informative integrate nella personalità.
Evidenze scientifiche a supporto
Numerose ricerche empiriche negli ultimi decenni hanno corroborato il modello di Schore e l’efficacia clinica del focus sulla regolazione affettiva:
- Neuroscienze dello sviluppo: Studi neurobiologici indicano che l’attività dell’emisfero destro è cruciale per l’elaborazione delle emozioni e dell’attaccamento fin dai primissimi anni di vita. Le moderne neuroimmagini funzionali hanno mostrato, ad esempio, che le interazioni emotive precoci attivano preferenzialmente specifiche aree del cervello destro del neonato (come la corteccia orbito-frontale destra, implicata nella regolazione degli affetti). Tali risultati supportano l’idea che il cervello sociale ed emotivo del bambino si sviluppi in risposta diretta al caregiving: le prime esperienze relazionali “plasmano” letteralmente i circuiti neurobiologici della regolazione emotiva. D’altro canto, evidenze da studi longitudinali suggeriscono che traumi relazionali infantili (come la deprivazione di cure o l’abuso) possono comportare alterazioni nelle strutture e funzioni dell’emisfero destro – ad esempio anomalie nell’asse limbico- orbitofrontale responsabile della modulazione dello stress – spiegando la maggiore vulnerabilità di questi individui a disturbi dissociativi e di personalità in età adulta.
- Studi sull’attaccamento e sincronizzazione diadica: Osservazioni sistematiche delle diadi caregiver-bambino confermano i meccanismi descritti da Schore. Ricerche classiche (Cohn & Tronick, Trevarthen, Beebe e altri) hanno documentato che durante interazioni faccia-a-faccia sintonizzate – in cui madre e infante si scambiano sguardi, vocalizzazioni e gesti in modo contingente – si genera un’allineamento nei loro stati fisiologici ed emotivi. In altri termini, i due partner “risuonano” emotivamente: le variazioni nell’espressione dell’uno producono cambiamenti coordinati nell’altro, in un ciclo reciproco di regolazione. Questo coupling intersoggettivo è stato descritto come un vero e proprio meccanismo di collegamento tra cervelli: il caregiver e il bambino in sincronia “agganciano” le rispettive attività neurali, soprattutto nelle aree del cervello destro che elaborano gli stimoli socio-emotivi. Tali risultati empirici avvalorano il principio neurobiologico secondo cui “il cervello in via di sviluppo del bambino è adattato per essere accoppiato, tramite la comunicazione emotiva, ai processi regolativi del cervello adulto”. Di converso, studi sui pattern di attaccamento insicuro mostrano che bambini cresciuti con cure incoerenti o non responsività emotiva cronica manifestano, rispetto ai bambini con attaccamento sicuro, una maggiore reattività fisiologica allo stress e difficoltà a riprendersi da stati di attivazione elevata – indicatori di un sistema di regolazione affettiva meno efficiente. Queste evidenze sono coerenti con l’osservazione clinica che l’attaccamento insicuro rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di problemi di regolazione emotiva e sintomi psicopatologici.
- Esiti clinici in psicoterapia: Anche la ricerca sull’efficacia delle psicoterapie ha fornito evidenze a sostegno dell’enfasi posta da Schore su relazione e regolazione. Una mole di studi ha identificato nei fattori comuni (relazionali) il principale predittore dell’esito terapeutico: aspetti come l’alleanza terapeutica, l’empatia percepita, la congruenza emotiva del terapeuta e la sintonizzazione affettiva con il paziente risultano associati in modo consistente al successo del trattamento, più della scelta di una tecnica specifica. In particolare, una revisione di Norcross e Lambert conclude che “decenni di evidenze convergono sul fatto che la relazione terapeutica dia un contributo sostanziale e costante all’esito, indipendentemente dal trattamento… La relazione può guarire… mentre alleanze povere predicono abbandono e fallimento terapeutico” . Queste scoperte empiriche risuonano con la premessa di Schore che la “relazione di cura” sia di per sé un agente di cambiamento neuropsicologico. A ulteriore conferma, nuovi studi neuroscientifici con metodiche di hyperscanning (registrazione simultanea dell’attività cerebrale di paziente e terapeuta durante la seduta) mostrano fenomeni di sincronizzazione neuronale interpersonale. Ad esempio, è stato osservato che nei diadi terapeuta-paziente con una buona alleanza vi è una sincronizzazione delle oscillazioni cerebrali nell’emisfero destro di entrambi, in particolari regioni (come la giunzione temporo-parietale destra) coinvolte nei processi di empatia, mentalizzazione e comprensione delle intenzioni altrui. Questo dato suggestivo indica che durante una terapia efficace si crea letteralmente un “collegamento cerebrale” tra i due individui, che rispecchia il loro profondo accordo emotivo. In sintesi, le ricerche contemporanee – spaziando dalla neurobiologia allo studio dell’alleanza in psicoterapia – convergono nel supportare la validità del modello di Allan Schore: lo sviluppo e la riparazione della mente umana passano attraverso la regolazione interattiva degli affetti, mediata dall’emisfero destro, sia nelle relazioni di attaccamento precoci che nel processo terapeutico stesso.
Qui per scaricare una bibliografia ragionata (a cura dello stesso Allan Schore).
Qui altro su emisfero destro/sinistro.
Qui il sito di Allan Schore.
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