di Costanzo Frau, psicologo psicoterapeuta, PHD
Nel linguaggio comune l’aggressività viene facilmente associata alla violenza e all’intenzione di danneggiare qualcuno. Il termine possiede tuttavia un significato più ampio: deriva dal latino adgredior, “avvicinarsi”, “andare verso”, ma anche “assalire” o “intraprendere”. In ambito psicologico ed etologico, il Vocabolario Treccani la definisce come una «tendenza istintiva, variamente definita, ipotizzata come causa di comportamenti caratterizzati da minaccia e attacco» (Treccani, s.d.). Aggressività e violenza, dunque, non sono necessariamente sinonimi: la prima può essere posta al servizio di finalità molto diverse.
È soprattutto la prospettiva etologica ad aver messo in luce le funzioni adattive e regolative dell’aggressività. Essa contribuisce alla difesa del territorio e delle risorse, favorendo la distribuzione degli individui nello spazio; interviene nella competizione e nella selezione sessuale e nella protezione della prole (Lorenz, 1963/2015). All’interno dei gruppi contribuisce inoltre alla regolazione dei rapporti di dominanza e rango, mentre la ritualizzazione di alcuni comportamenti aggressivi permette di ridurre il ricorso allo scontro diretto. Nell’essere umano, infine, l’aggressività può assumere anche funzioni esplorative e sociali, contribuendo all’apprendimento dei limiti e delle regole che governano l’interazione (Eibl-Eibesfeldt, 2001).
Konrad Lorenz ha dedicato un saggio importante all’aggressività sostenendo che “L’aggressività intraspecifica può certamente esistere senza la sua controparte, l’amore; al contrario, non esiste amore senza aggressività” (Lorenz, 1966)
L’aggressività è profondamente radicata nei sistemi più antichi del nostro cervello e svolge un ruolo importante anche nella regolazione delle relazioni interpersonali. Nei mammiferi assume forme più articolate e, nell’essere umano, raggiunge livelli di particolare complessità: possiamo rintracciarne alcune componenti all’interno di quella esperienza emotiva che definiamo rabbia.
Per gli scopi di questo breve saggio, vorrei soffermarmi su due sue funzioni fondamentali nelle relazioni umane. La prima riguarda il legame di attaccamento. Già John Bowlby, nella sua teoria dell’attaccamento, aveva attribuito alla rabbia una funzione importante nella regolazione della relazione tra il bambino e la figura di accudimento. Quando la disponibilità o la vicinanza di quest’ultima viene minacciata, per esempio durante una separazione, possono emergere protesta, rabbia e comportamenti aggressivi. Bowlby parlava, in questo senso, di “functional anger”, una rabbia funzionale perché orientata a superare l’ostacolo alla relazione e a favorire il ripristino della prossimità con la figura di attaccamento (Bowlby, 1973). In questa prospettiva, ciò che chiamiamo aggressività non rappresenta necessariamente una forza diretta a danneggiare l’altro: può essere posta al servizio del legame. Le risposte fisiologiche e comportamentali associate alla protesta e alla rabbia contribuiscono a segnalare il bisogno di vicinanza, cura e protezione. In termini evoluzionistici, questi meccanismi assumono un’importanza fondamentale in una specie, come quella umana, nella quale il piccolo dipende a lungo dalla disponibilità del caregiver per il proprio sviluppo e la propria sopravvivenza.
L’altro meccanismo fondamentale che coinvolge l’aggressività ha a che vedere con la motivazione al rango sociale. Anche in questo caso, l’aggressività non ha necessariamente lo scopo di danneggiare l’altro, ma assume una funzione regolativa. Nel corso dell’evoluzione, la vita in gruppo ha infatti richiesto lo sviluppo di meccanismi capaci di organizzare la competizione tra conspecifici per l’accesso alle risorse e per la posizione sociale. Il sistema motivazionale di rango, o sistema competitivo, ha proprio la funzione di regolare le relazioni di dominanza e sottomissione tra i membri del gruppo (Gilbert, 2017; Liotti, 2017).
In molte specie sociali, lo scontro diretto è stato progressivamente sostituito da forme di aggressività ritualizzata: posture, minacce e segnali di dominanza o sottomissione permettono ai contendenti di stabilire l’esito di una disputa senza arrivare necessariamente al combattimento. Chi riconosce la superiorità dell’altro può interrompere la competizione attraverso segnali di resa, mentre il dominante, riconosciuta la sottomissione, può cessare l’attacco. In questo modo entrambi possono continuare a vivere all’interno dello stesso gruppo. La gerarchia sociale, quindi, non deve essere considerata semplicemente come il risultato dell’aggressività. Da una prospettiva etologica rappresenta, al contrario, anche un meccanismo per regolarla: sapere chi occupa una posizione dominante e chi una subordinata riduce la necessità di mettere continuamente alla prova i rapporti di forza. Una gerarchia sufficientemente stabile può così diminuire la frequenza dei conflitti e contribuire alla coesione del gruppo, come osservato, per esempio, nelle società degli scimpanzé (Eibl-Eibesfeldt, 1995).
Nell’essere umano questi antichi meccanismi non sono scomparsi, ma si esprimono all’interno di relazioni sociali enormemente più complesse. Competere per il prestigio, cercare riconoscimento, confrontarsi con gli altri o percepirsi in una posizione di superiorità o inferiorità possono essere considerate espressioni moderne di questa antica motivazione. Quando ci sentiamo sfidati può emergere la rabbia, che sostiene la competizione; quando invece riconosciamo la superiorità dell’altro possono comparire paura, vergogna e comportamenti di sottomissione. Il rango sociale rappresenta così un secondo importante esempio di come l’aggressività possa essere al servizio della regolazione delle relazioni, anziché della loro distruzione.
In un articolo pubblicato nel 1950, The Illusion of Personal Individuality, Harry Stack Sullivan metteva in discussione l’idea che l’essere umano possa essere concepito come un Sé autonomo, autosufficiente e psicologicamente indipendente dalle relazioni. Per Sullivan, la personalità non può essere realmente compresa isolando l’individuo dal contesto relazionale nel quale vive: essa prende forma e acquista significato all’interno del campo interpersonale. Eppure, questa sorta di illusione narcisistica di una coscienza che possa esistere indipendentemente dall’intersoggettività continua in parte a sopravvivere. Nel campo medico, psicologico e sociale siamo ancora spesso portati a considerare i fenomeni fisici e mentali come proprietà del singolo individuo, astraendoli dal campo interpersonale nel quale emergono e vengono continuamente regolati. Una prospettiva che appare ancora più problematica alla luce delle conoscenze contemporanee sul carattere relazionale dello sviluppo umano.
L’essere umano è, prima di tutto, un essere relazionale: gran parte del suo sviluppo, della regolazione delle emozioni e della stessa costruzione del Sé avviene nell’incontro con l’altro. La ricerca della connessione non rappresenta quindi un elemento accessorio dell’esperienza umana, ma una necessità profondamente radicata nella nostra storia evolutiva.
Le radici evolutive di questa disposizione relazionale sono osservabili anche in numerose altre specie di mammiferi, comprese specie sociali appartenenti ai canidi e ai felidi. A tal proposito un recente studio di Demirbaş e collaboratori (2026) ha analizzato il modo in cui i gatti domestici salutano i propri caregiver al loro rientro a casa. Osservando direttamente 31 gatti nel loro ambiente domestico, gli autori hanno mostrato che il saluto è un comportamento complesso e multimodale, nel quale tendono ad associarsi segnali affiliativi come avvicinarsi alla persona, strofinarsi contro di essa e mantenere la coda sollevata. È interessante che i comportamenti legati al cibo risultassero sostanzialmente indipendenti da questi segnali sociali, suggerendo che il saluto non sia semplicemente motivato dall’aspettativa di essere nutriti. Un risultato curioso riguarda inoltre le vocalizzazioni: i gatti miagolavano e vocalizzavano più frequentemente con i caregiver maschi rispetto alle donne. Gli autori ipotizzano, con cautela, che ciò possa dipendere dal fatto che gli uomini tendano a rispondere meno alla comunicazione vocale del gatto, inducendo l’animale a rendere più esplicito il proprio richiamo.
Il rapporto tra esseri umani e animali da compagnia sembra inoltre aver acquisito una crescente centralità nella vita affettiva e relazionale contemporanea, in particolare nel caso del cane, una tendenza che sembra aver acquisito ulteriore visibilità durante e dopo la pandemia.
Il cane non rappresenta soltanto un animale con cui condividere gli spazi domestici, ma può diventare una vera e propria “figura relazionale”, capace di offrire prossimità, contatto corporeo, prevedibilità e reciprocità nell’interazione. Sarebbe tuttavia semplicistico interpretare questo fenomeno come una sostituzione delle relazioni umane. È forse più interessante domandarsi se la crescente ricerca della relazione uomo-cane possa essere letta anche nel contesto di una società nella quale alcune forme di interazione uomo-uomo stanno diventando meno frequenti o maggiormente mediate dalla tecnologia. In altre parole, la maggiore centralità del legame con il cane potrebbe rappresentare, almeno per alcune persone, anche una risposta alla crescente difficoltà di trovare occasioni di connessione interpersonale diretta?
È proprio da questa prospettiva della “connessione tra cervelli” che possiamo interrogarci anche sull’aggressività. Le crescenti difficoltà nella sua regolazione potrebbero essere collegate, almeno in parte, a un deficit di intersoggettività che attraversa la nostra società? Se la capacità di modulare l’aggressività si costruisce anche attraverso l’esperienza concreta dell’altro – ovvero il suo volto, la voce, la postura, la distanza, le sue reazioni alle nostre azioni – diventa importante chiedersi che cosa accada quando una parte crescente di queste esperienze viene trasferita all’interno di ambienti digitali.
La questione assume particolare rilevanza in almeno due momenti dello sviluppo. Il primo è l’infanzia, quando l’aggressività può assumere anche una funzione esplorativa e sociale: attraverso l’azione e la reazione dell’altro, il bambino sperimenta i limiti interpersonali e progressivamente apprende le regole che governano l’interazione. Il secondo è l’adolescenza, quando diventano centrali il confronto con i pari, la sperimentazione del rango sociale e la ricerca di una posizione e di un’appartenenza all’interno del gruppo. In entrambe queste fasi, smartphone, tablet e social media introducono una mediazione tecnologica in esperienze che, per gran parte della nostra storia evolutiva, si sono sviluppate nell’interazione diretta tra individui.
Rimane allora una domanda semplice, ma cruciale: se una parte della regolazione dell’aggressività si apprende nell’incontro reale con l’altro, cosa accade quando il mediatore principale diventa uno schermo?
Non possiamo ancora saperlo con certezza. Alcune indicazioni iniziano tuttavia a emergere dagli studi che hanno indagato l’associazione tra esposizione agli strumenti digitali e sviluppo cerebrale. È soprattutto nei primi anni di vita che questi interrogativi assumono un particolare rilievo, quando il cervello attraversa una fase di rapidissima organizzazione e le connessioni neurali vengono continuamente modellate dall’esperienza. Negli ultimi anni, alcuni studi di neuroimaging hanno iniziato a chiedersi se e come l’esposizione agli strumenti digitali possa associarsi a questo processo. Una recente review degli studi di neuroimaging condotti su bambini tra 0 e 12 anni ha individuato nove ricerche e ha rilevato che una maggiore esposizione agli schermi risultava, nella maggior parte degli studi, associata a indicatori neurobiologici meno favorevoli, tra cui differenze nello spessore corticale, nella sostanza grigia e bianca e nella connettività di reti coinvolte nel linguaggio, nell’attenzione, nelle funzioni esecutive e nella regolazione emotiva. Gli stessi autori sottolineano tuttavia che le evidenze sono ancora limitate e che non consentono di stabilire semplici rapporti di causa-effetto: molto dipende dal tipo di dispositivo, dal contenuto, dal tempo di esposizione e soprattutto dal contesto nel quale lo schermo viene utilizzato (Nimmo e Chau, 2026)
Tra gli studi inclusi in questa letteratura, particolarmente suggestivi sono i risultati ottenuti nei bambini in età prescolare. In uno studio di risonanza magnetica su 47 bambini tra i 3 e i 5 anni, Hutton e collaboratori hanno osservato che livelli più elevati di utilizzo degli schermi erano associati a una minore organizzazione microstrutturale della sostanza bianca in fasci cerebrali coinvolti nel linguaggio, nelle funzioni esecutive e nelle competenze necessarie per l’apprendimento della lettura. In particolare, un maggiore utilizzo degli schermi era associato a una minore anisotropia frazionaria e a una maggiore diffusività radiale in tratti come il fascicolo arcuato, il fascicolo longitudinale inferiore e il fascicolo uncinato. Parallelamente, i bambini con maggiore esposizione ottenevano punteggi inferiori nelle prove di linguaggio espressivo, velocità di elaborazione e prerequisiti della lettura (Hutton et al., 2020).
La questione non riguarda soltanto la struttura del cervello, ma anche il modo in cui le sue diverse aree comunicano tra loro. In bambini più grandi, tra 8 e 12 anni, il tempo trascorso leggendo libri è risultato associato a una maggiore connettività funzionale tra una regione fondamentale per il riconoscimento delle parole e le aree cerebrali coinvolte nel linguaggio e nel controllo cognitivo; al contrario, un maggiore tempo trascorso davanti agli schermi era associato a una minore connettività funzionale tra alcune di queste regioni. Sebbene questi risultati riguardino bambini più grandi e non possano essere automaticamente estesi alla prima infanzia, suggeriscono che esperienze diverse possano associarsi a differenti modalità di organizzazione delle reti cerebrali (Horowitz-Kraus e Hutton, 2018).
Una delle ipotesi più interessanti è quella della sostituzione delle esperienze (displacement). Il tempo trascorso davanti a uno schermo può sottrarre spazio ad attività che nei primi anni di vita rappresentano potenti occasioni di sviluppo cerebrale: parlare con un adulto, osservare il suo volto, seguire il suo sguardo, giocare fisicamente, manipolare oggetti, ascoltare una storia, sperimentare turni comunicativi e ricevere una risposta contingente ai propri comportamenti. Una review sullo sviluppo cognitivo nei primi tre anni di vita mostra infatti che gli effetti degli schermi dipendono fortemente dal contesto d’uso: presenza e partecipazione del caregiver, qualità e adeguatezza del contenuto, interattività e utilizzo dello schermo come sottofondo possono modificare sensibilmente gli esiti osservati (Guellai et al., 2022). Per esempio, la visione di programmi e la televisione lasciata accesa in sottofondo possono essere associate a esiti cognitivi meno favorevoli; contenuti non appropriati all’età e un elevato utilizzo degli schermi da parte del caregiver sarebbero associati a esiti psicosociali meno favorevoli. Al contrario, il co-use, cioè l’utilizzo dello schermo insieme a un adulto che commenta e interagisce con il bambino, mostrava associazioni positive con alcuni esiti cognitivi (Mallawaarachchi et al., 2024).
Il problema principale potrebbe quindi non essere soltanto ciò che il bambino guarda sullo schermo, ma ciò che, mentre guarda lo schermo, non sta sperimentando con un’altra persona. Nei primi anni di vita, il cervello non si sviluppa semplicemente ricevendo informazioni: si organizza attraverso esperienze ripetute di reciprocità, attesa, sorpresa, frustrazione, riparazione e risposta dell’altro. Lo smartphone può fornire stimoli estremamente ricchi dal punto di vista visivo e sonoro, ma non possiede quella stessa qualità di contingenza interpersonale attraverso la quale il bambino impara che una propria azione modifica l’altro e che la risposta dell’altro richiede, a sua volta, una modificazione del proprio comportamento. È proprio questa dimensione corporea e relazionale dell’esperienza a rendere particolarmente interessante il problema posto dalle nuove tecnologie.
Nel suo recente saggio Il Sé digitale, il neuroscienziato Vittorio Gallese riflette sulle trasformazioni che le tecnologie digitali stanno producendo nel nostro modo di costruire il Sé e di entrare in relazione con gli altri. La ricerca neuroscientifica ha mostrato come la comprensione dell’altro non sia un processo esclusivamente mentale, ma coinvolga profondamente il corpo: attraverso i neuroni specchio, ad esempio, si attivano nel nostro cervello meccanismi legati alle azioni e alle emozioni delle persone con cui interagiamo. Partendo dalla prospettiva della cognizione incarnata, Gallese sottolinea quindi che anche le esperienze digitali coinvolgono il corpo, le sensazioni e le emozioni, pur venendo rielaborate all’interno di un ambiente mediato dalla tecnologia. Il punto cruciale è che le tecnologie digitali non rappresentano più soltanto strumenti attraverso i quali comunichiamo, ma stanno diventando veri e propri ambienti nei quali costruiamo una parte della nostra identità e delle nostre relazioni. Le tecnologie digitali, quindi, non si limitano a fare da tramite tra noi e il mondo, ma contribuiscono a trasformare il modo stesso in cui lo percepiamo, lo conosciamo e ci relazioniamo con esso. Diventa quindi sempre più difficile separare nettamente il Sé che si sviluppa nelle relazioni corporee e interpersonali dal Sé digitale, costruito attraverso forme di interazione sempre più tecnologicamente mediate (Gallese, Il Sé digitale, Raffaello Cortina Editore; Ammaniti, 2026).
Il futuro è incerto, le istituzioni sembrano procedere lentamente e la tecnologia avanza alla velocità della luce. Sta a noi fare in modo che, mentre gli strumenti che ci connettono diventano sempre più sofisticati, non si impoverisca proprio ciò che dovrebbero aiutarci a mantenere: la relazione con l’altro.
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Per un approfondimento della prospettiva etologica sull’aggressività si veda Frau, C., (2025) Aggressività e trauma. Una prospettiva etologica. Franco Angeli Editore

