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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

3 August 2021

“I fondamenti emotivi della personalità”, JAAK PANKSEPP: TAKEAWAYS E RECENSIONE

di Raffaele Avico

In questa recensione podcast abbiamo visto i principali “takeaways” del libro di Panksepp e altri “I fondamenti emotivi della personalità“, del 2017.

Panksepp ci aiuta a comprendere come funziona le mente, la sua logica gerarchica di funzionamento, aiutandoci a formulare interpretazioni più corrette a riguardo del tema “stress post traumatico”.

Panksepp, autore visionario e ricercatore entusiasta, si spese per gettare una luce “etologica”, “animale” sulla mente dell’uomo, a partire dal suo libro più importante, “Archeologia della mente“.

Abbiamo qui scritto un’introduzione al lavoro dello psicologo estone.

Buon ascolto!


https://www.spreaker.com/user/psychiatryonlinepodcast/patreon-novembre-2020

Article by admin / Neuroscienze e psichedelici / podcast

28 July 2021

LIFESTYLE PSYCHIATRY

di Raffaele Avico

É del 2020 questo articolo uscito per una delle più impattate riviste di psichiatria mondiali, World Psychiatry, a proposito della cosiddetta “lifestyle psychiatry”, la psichiatria cioè riguardante lo “stile di vita” nel suo senso più ampio.

L’articolo è firmato da molteplici autori provenienti da università diverse, compreso il qui già citato Simon Rosenbaum, che con il suo gruppo tenta di integrare l’attività fisica alla psicoterapia nelle sindromi post traumatiche, di cui abbiamo qui già scritto.

Il lavoro sullo stile di vita è argomento fortemente promosso da Valerio Rosso, in Italia, da parecchio tempo.

Tornando all’articolo, in questo caso l’obiettivo era fare una meta-review della letteratura esisente a proposito dell’impatto di diversi fattori (tabagismo, attività fisica, sonno, dieta) sulla salute mentale; furono inclusi una quarantina di studi (questi) a partire da una ricerca iniziale a dir poco imponente nella sua rigorosità, con alcune osservazioni interessanti relativi ai comportamenti “chiave” da adottare come prevenzione allo sviluppo di patologia psichiatrica.

In breve:

  • alcune condotte aumentano il rischio di sviluppare patologie psichiatriche di vario tipo (scarsa qualità del sonno, tabagismo, sedentarietà, assenza di attività fisica, dieta sbilanciata)
  • alcune condotte mostrano invece conseguenze positive dirette sullo stato psicopatologico dei soggetti coinvolti, in particolare l’esecuzione di attività fisica in soggetti colpiti da depressione moderata e disturbi d’ansia

Gli autori identificano quattro “strumenti” da usare per lavorare in modo “bottom-up” per così dire, partendo dunque dal comportamento per arrivare alla mente, sul proprio stato di salute mentale: la dieta, l’attività fisica, la cessazione del tabagismo e la qualità del sonno.

Concludono osservando come l’attività fisica, tra i diversi “modi”, sembri essere la più studiata e la più consigliata modalità per contrastare l’insorgenza e il mantenimento di alcune patologie psichiatriche comuni come depressione moderata e ansia nelle sue varie forme: “From the literature to date, physical activity emerges as the most widely researched lifestyle factor.”.

In particolare parliamo qui di attività aerobica e di fitness cardiorespiratorio, con però una nota su altre forme di attività fisica, inerenti lo sviluppo di “forza”:

“Current recommendations pertain largely to aerobic activity and cardiorespiratory fitness as the focus of exercise interventions, as the majority of observational and interventional research in this area has focused on overall physical activity levels. While this is well-supported by the literature (with growing evidence of cardiorespiratory fitness itself reducing risk of psychiatric disorders), it should also be noted that there is now some evidence that muscular strength and resistance training also are protective against mental illness, even independently of general physical activity.“

Se immaginiamo una gerarchia tra i diversi comportamenti salutari presi in considerazione dalla meta-analisi in questione, attività fisica e qualità del sonno emergono come prioritari e maggiormente necessari qualora si vogliano cambiare abitudini di vita in funzione di una migliore salute mentale raggiunta. Meno evidenze, pur presenti, le troviamo per dieta e tabagismo.

Per quanto riguarda i meccanismi neurobiologici di base che ci aiutino a spiegare le cause di un impatto così potente dei fattori “chiave” inerenti lo stile di vita sulla salute mentali (di nuovo: tabagismo, dieta, sonno, attività sportiva), gli autori citano:

  1. infiammazione
  2. triangolo stile di vita/microbiota/cervello (seppur si parli qui di un’area di ricerca ai suoi “primordi”)
  3. effetti secondari di stili di vita errati (come una dieta scorretta che rende l’inviduo obeso, con conseguenze sul piano sociale e quindi personale dell’individuo); le aree di vita di un individuo, dovrebbero essere d’altra parte considerate interconnesse, entro una logica complessa, tutte inter-relate (si veda su questo il lavoro di Denny Borsboom che abbiamo qui descritto)

Qui un riassunto grafico dei risultati dello studio:

Su “stile di vita” e salute mentale da segnalare anche il contributo di Donatella Masante su questo Ebook a cura di Aisted, con approfondimenti mirati a proposito dei quattro fattori inerenti lo stile di vita connessi alla salute mentale prima segnalati.

Aisted (Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione) ha nello scorso anno erogato 2 ebook di libera fruizione e diffusione a proposito del trauma epidemico (ebook n.1) e della stabilizzazione come strumento clinico (ebook n.2). Qui il sito: aisted.it


Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA.

Article by admin / Neuroscienze e psichedelici

7 July 2021

I VIRUS: IL LORO RUOLO NELLE MALATTIE NEURODEGENERATIVE

 di Marco Colamartino

Non possiamo negare che la parola “virus” sia ormai diventata di uso comune a causa della pandemia mondiale che stiamo vivendo.

Eppure, anche se il negazionismo di questi tempi è diffuso ed alcuni sostengono l’esistenza di strani complotti, i virus ci sono sempre stati e molti di questi sono molto pericolosi anche per il nostro sistema nervoso. Essendo dei parassiti endocellulari obbligati, i virus hanno bisogno delle nostre cellule per replicarsi e per diffondersi e mutano continuamente per adattarsi all’ospite che infettano.

I virus che possono infettare l’essere umano ed avere ripercussioni anche serie sul nostro sistema nervoso sono generalmente gli herpesvirus di tipo 1-2 o 3 (HHV1 e HHV2 sono anche conosciuti come “herpes simplex” mentre HHV3 è l’herpes zoster virus, responsabile della varicella), il citomegalovirus (CMV), l’HIV, l’Espstein Barr virus (EBV), l’Ebola e alcuni virus della rabbia. Una certo rilievo hanno anche il virus del morbillo e il coxsackievirus conosciuto per la “mani-bocca-piedi” che può provocare meningite asettica. (Dando et al., 2014).

Anche il SARS-CoV-2 sembra coinvolgere, con dei meccanismi ancora oggi in fase di studio, il nostro sistema nervoso.

Pericolosi per il nostro sistema nervoso sono anche alcuni batteri (basti pensare allo streptococco, responsabile della forma più diffusa di meningite) ma anche parassiti, miceti, e protozoi.

Ritornando a parlare dei virus, i meccanismi noti per cui un virus può riuscire ad entrare nel nostro sistema nervoso centrale sono tre:

  • Utilizzando i terminali nervosi periferici (molti virus utilizzano questo meccanismo, come per esempio alcuni herpesvirus e alcuni coronavirus) (van Riel et al., 2015)
  • Infettando e danneggiando le cellule endoteliali della Barriera Ematoencefalica (Verma et al., 2009; Fletcher et al., 2012)
  • Infettando le cellule immunitarie che attraversano la Barriera Ematoencefalica (questo meccanismo è utilizzato dal virus dell’HIV. Tale virus diventa un vero e proprio “cavallo di Troia” riuscendo così ad entrare nel SNC). (Larochelle et al., 2011; Takeshita and Ransohoff, 2012; Bostanciklioglu, 2020).

Una volta entrati nel SNC, questi virus possono provocare encefaliti, mieliti o meningiti virali. Anche se molto spesso l’azione virale sul SNC termina con la sconfitta del virus, alcuni di questi possono provocare dei danni progressivi a strutture cerebrali, alle funzioni cerebrali e alla cognizione; inoltre, questi virus possono provocare infezioni croniche o entrare in fase latente per riattivarsi poi in particolari condizioni (come per esempio il virus dell’HIV, il virus del morbillo e alcuni herpesvirus) (Rodriguez et al., 2020).

Ma quali sono i disturbi del sistema nervoso che possono essere influenzati da infezioni virali?

  • Disturbo neurodegenerativo da HIV = come scritto sopra, il virus dell’HIV riesce a infettare le cellule del sistema nervoso utilizzando i linfociti e i monociti come veicoli. Le principali cellule target dell’HIV sono quelle della microglia, gli astrociti ed i neuroni motori e corticali; per questo motivo il soggetto con HIV va incontro ad una progressiva demenza con associati disturbi motori, cognitivi e comportamentali (Almeida and Lautenschlager, 2005).
  • Il morbo d’Alzheimer = il morbo d’Alzheimer è un disturbo neurodegenerativo caratterizzato da un graduale declino cognitivo. Il morbo è associato ad un’attivazione del sistema immunitario e ad un’infiammazione periferica cronica (Culibrk and Hahn, 2020). Nei soggetti con l’Alzheimer si rileva la presenza di gomitoli neurofibrillari in alcune strutture cerebrali (dovuti all’alterazione della proteina TAU) e di placche senili (che sono accumuli della glicoproteina amiloide). Le funzioni cognitive più compromesse sono la memoria, l’attenzione, la capacità di organizzare ed elaborare informazioni complesse, di elaborare il pensiero astratto e la capacità di valutare e prendere delle decisioni. Studi recenti hanno osservato che alcuni virus possono contribuire al manifestarsi del morbo di Alzheimer, in modo particolare gli herpesvirus (HHV1 – HHV6 – HHV7) (Lovheim et al., 2015; Readhead et al.,2018), l’Epstein Barr virus e il citomegalovirus (Carbone et al., 2014). In modo particolare, tra questi, l’herpesvirus 1 (HHV1) sembra essere particolarmente coinvolto in specifici danni al DNA che possono facilitare l’insorgenza del morbo d’Alzheimer (Looker et al., 2015).
  • La Sclerosi Multipla = la sclerosi multipla è un disturbo neurodegenerativo e neuroinfiammatorio del sistema nervoso centrale caratterizzato da particolari lesioni della mielina del cervello che portano progressivamente a disabilità fisiche e cognitive. Alcuni studi hanno osservato che particolari virus possono facilitare l’insorgenza della Sclerosi Multipla; in modo particolare in soggetti con SM, sono stati trovati elevati livelli trascrizionali nel SNC degli herpesvirus HHV3 e HHV6 (Mancuso et al., 2007; Alvarez-Lafuente et al., 2008) ma anche di alcuni coronavirus (Burks et al., 1980) e dell’Epstein Barr virus (Mameli et al., 2012). Sembra che questi virus possano andare ad interagire con il processo di produzione della mielina nelle lesioni della Sclerosi Multipla (Kremer et al., 2013) ed in quello di demielinizzazione (Rolland et al., 2005).
  • La Sclerosi Laterale Amiotrofica = la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) è un disturbo neurodegenerativo caratterizzato da una progressiva perdita dei motoneuroni corticali e spinali. Anche se è noto oggi che la SLA è correlata a particolari mutazioni genetiche (Yousefian-Jazi et al., 2020) alcuni virus sono particolarmente coinvolti nell’insorgenza del disturbo, come il virus dell’HIV che sembra agire nei processi di neuroinfiammazione dei motoneuroni (Moulignier et al., 2001).
  • La Schizofrenia = la schizofrenia è un disturbo neuropsichiatrico caratterizzato da allucinazioni, psicosi e visioni. Si sa poco sulla schizofrenia oggi; le informazioni note sono che ha un esordio precoce (giovane età adulta) e che emerge da un’associazione di fattori genetici ed ambientali. Nei pazienti con schizofrenia è stata osservata una disregolazione della risposta immunitaria che porta ad uno stress neurale consistente (Pearce et al., 2019; Nettis et al., 2020) e sembra che questo possa essere influenzato anche dall’infezione di alcuni tipi di virus, come gli herpesvirus (HHV2) (Arias et al., 2012). Studi recenti hanno anche dimostrato che infezioni virali nel periodo perinatale (dovute ad esempio anche dal virus dell’influenza) possano aumentare i processi neuroinfiammatori e produrre neurotossicità, contribuendo all’insorgenza del disturbo (Perron et al. 2008).

Infine, concludiamo con un approfondimento proprio sul SARS-CoV-2.

Non si è ancora capito se il virus acceda o meno al nostro sistema nervoso: inizialmente si pensava che questo virus potesse giungere al cervello attraverso i nervi olfattivi e forse anche attraverso il nervo vago (Guadarrama-Ortiz et al., 2020; Liu et al., 2020) e che questo meccanismo potesse determinare una risposta neuroinfiammatoria al virus con associati sintomi neurologici come capogiri, cefalea, convulsioni, emorragia intracerebrale ed ictus (Benger et al., 2020; Guadarrama-Ortiz et al., 2020). Uno studio recente però, pubblicato su Nature (“Dysregulation of brain and choroid plexus cell types in severe COVID-19”) ha dimostrato come il virus del SARS-CoV-2 non entri direttamente nel nostro sistema nervoso centrale evidenziando però come i soggetti infettati presentassero una diminuzione della funzionalità dei neuroni della corteccia frontale e una sovraespressione di geni correlati alla depressione e alla schizofrenia. Lo studio però spiega come l’impatto di questo virus sul sistema nervoso centrale sia ancora sotto oggetto di studio; si ipotizza comunque un qualche tipo di coinvolgimento indiretto in quanto più di un terzo dei soggetti infettati presenta sintomi neurologici anche a distanza di molto tempo dall’infezione che si manifestano nella sindrome da fatica cronica ed encefalomielite mialgica (Nath and Smith, 2021).

BIBLIOGRAFIA

Almeida, O. P., and Lautenschlager, N. T. (2005). Dementia associated with infectious diseases. Int. Psychogeriatr. 17, S65–S77.

Alvarez-Lafuente, R., Garcia-Montojo, M., De Las Heras, V., Dominguez-Mozo, M. I., Bartolome, M., Benito-Martin, M. S., et al. (2008). Herpesviruses and human endogenous retroviral sequences in the cerebrospinal fluid of multiple sclerosis patients. Mult. Scler 14, 595–601. doi: 10.1177/ 1352458507086425

Arias, I., Sorlozano, A., Villegas, E., de Dios Luna, J., McKenney, K., Cervilla, J., et al. (2012). Infectious agents associated with schizophrenia: a meta-analysis. Schizophr. Res. 136, 128–136. doi: 10.1016/ j.schres.2011.10.026 

Benger, M., Williams, O., Siddiqui, J., and Sztriha, L. (2020). Intracerebral haemorrhage and COVID-19: Clinical characteristics from a case series. Brain Behav. Immun. 88, 940–944. doi: 10.1016/ j.bbi.2020.06.005

Bostanciklioglu, M. (2020). SARS-CoV2 entry and spread in the lymphaticdrainage system of the brain. Brain Behav. Immun. 87, 122–123. doi: 10.1016/j.

Burks, J. S., DeVald, B. L., Jankovsky, L. D., and Gerdes, J. C. (1980). Two coronaviruses isolated from central nervous system tissue of two multiple sclerosis patients. Science 209, 933–934. doi: 10.1126/ science.7403860

Culibrk, R. A., and Hahn, M. S. (2020). The Role of Chronic Inflammatory Bone and Joint Disorders in the Pathogenesis and Progression of Alzheimer’s Disease. Front. Aging Neurosci. 12:583884. doi: 10.3389/ fnagi.2020.583884

Dando, S. J., Mackay-Sim, A., Norton, R., Currie, B. J., St John, J. A., Ekberg, J. A., et al. (2014). Pathogens penetrating the central nervous system: infection pathways and the cellular and molecular mechanisms of invasion. Clin. Microbiol. Rev. 27, 691–726. doi: 10.1128/ cmr.00118-13

Fletcher, N. F., Wilson, G. K., Murray, J., Hu, K., Lewis, A., Reynolds, G. M., et al. (2012). Hepatitis C virus infects the endothelial cells of the blood-brain barrier. Gastroenterology 142:e636.

Guadarrama-Ortiz, P., Choreno-Parra, J. A., Sanchez-Martinez, C. M.,Pacheco-Sanchez, F. J., Rodriguez-Nava, A. I., and Garcia-Quintero, G. (2020). Neurological Aspects of SARS-CoV-2 Infection: Mechanisms andManifestations. Front. Neurol. 11:1039. doi: 10.3389/ fneur.2020.01039

Kremer, D., Schichel, T., Forster, M., Tzekova, N., Bernard, C., van der Valk, P., et al. (2013). Human endogenous retrovirus type W envelope protein inhibits oligodendroglial precursor cell differentiation. Ann. Neurol. 74, 721–732. doi: 10.1002/ ana.23970

Larochelle, C., Alvarez, J. I., and Prat, A. (2011). How do immune cells overcome the blood-brain barrier in multiple sclerosis? FEBS Lett. 585, 3770–3780. doi:10.1016/ j.febslet.2011.04.066

Liu, X., Liu, Y., Chen, K., Yan, S., Bai, X., Li, J., et al. (2020). Efficacy of ACEIs/ARBs vs CCBs on the progression of COVID-19 patients with hypertension in Wuhan: A hospital-based retrospective cohort study. J. Med. Virol. 93, 854–862.doi: 10.1002/ jmv.26315

Looker, K. J., Magaret, A. S., May, M. T., Turner, K. M., Vickerman, P., Gottlieb, S. L., et al. (2015). Global and Regional Estimates of Prevalent and Incident Herpes Simplex Virus Type 1 Infections in 2012. PLoS One 10:e0140765. doi: 10.1371/ journal.pone.0140765

Lovheim, H., Gilthorpe, J., Adolfsson, R., Nilsson, L. G., and Elgh, F. (2015). Reactivated herpes simplex infection increases the risk of Alzheimer’s disease. Alzheimers Dement 11, 593–599. doi: 10.1016/ j.jalz.2014.04.522

Mameli, G., Poddighe, L., Mei, A., Uleri, E., Sotgiu, S., Serra, C., et al. (2012). Expression and activation by Epstein Barr virus of human endogenous retroviruses-W in blood cells and astrocytes: inference for multiple sclerosis. PLoS One 7:e44991. doi: 10.1371/ journal.pone.0044991

Mancuso, R., Delbue, S., Borghi, E., Pagani, E., Calvo, M. G., Caputo, D., et al. (2007). Increased prevalence of varicella zoster virus DNA in cerebrospinal fluid from patients with multiple sclerosis. J. Med. Virol. 79, 192–199. doi: 10.1002/jmv.20777

Moulignier, A., Moulonguet, A., Pialoux, G., and Rozenbaum, W. (2001). Reversible ALS-like disorder in HIV infection. Neurology 57, 995–1001. doi:10.1212/wnl.57.6.995

Nath, A., and Smith, B. (2021). Neurological issues during COVID-19: An overview. Neurosci. Lett. 742:135533. doi: 10.1016/ j.neulet.2020.135533

Nettis, M. A., Pariante, C. M., and Mondelli, V. (2020). Early-Life Adversity,Systemic Inflammation and Comorbid Physical and Psychiatric Illnesses ofAdult Life. Curr. Top. Behav. Neurosci. 44, 207–225. doi:10.1007/7854_2019_89

Pearce, J., Murray, C., and Larkin, W. (2019). Childhood adversity and trauma: experiences of professionals trained to routinely enquire about childhoodadversity. Heliyon 5:e01900.

Perron, H., Mekaoui, L., Bernard, C., Veas, F., Stefas, I., and Leboyer, M. (2008). Endogenous retrovirus type W GAG and envelope protein antigenemia inserum of schizophrenic patients. Biol. Psych. 64, 1019–1023.

Readhead, B., Haure-Mirande, J. V., Funk, C. C., Richards, M. A., Shannon, P., Haroutunian, V., et al. (2018). Multiscale Analysis of Independent Alzheimer’s Cohorts Finds Disruption of Molecular, Genetic, and Clinical Networks by Human Herpesvirus. Neuron 99:e67. doi: 10.1016/ j.neuron.2018.05.023

Rodriguez, C., Gouilh, M. A., Weiss, N., Stroer, S., Mokhtari, K., Seilhean, D., et al. (2020). Fatal Measles Inclusion-Body Encephalitis in Adult with Untreated AIDS. France. Emerg. Infect. Dis. 26, 2231–2234. doi: 10.3201/eid2609.200366

Rolland, A., Jouvin-Marche, E., Saresella, M., Ferrante, P., Cavaretta, R., Creange, A., et al. (2005). Correlation between disease severity and in vitro cytokine production mediated by MSRV (multiple sclerosis associated retroviral element) envelope protein in patients with multiple sclerosis. J. Neuroimmunol. 160, 195–203. doi: 10.1016/j.jneuroim.2004.10.019

Takeshita, Y., and Ransohoff, R. M. (2012). Inflammatory cell trafficking across the blood-brain barrier: chemokine regulation and in vitro models. Immunol. Rev. 248, 228–239.

van Riel, D., Verdijk, R., and Kuiken, T. (2015). The olfactory nerve: a shortcut for influenza and other viral diseases into the central nervous system. J. Pathol. 235, 277–287. doi: 10.1002/ path.4461

Verma, S., Lo, Y., Chapagain, M., Lum, S., Kumar, M., Gurjav, U., et al. (2009). West Nile virus infection modulates human brain microvascular endothelial cells tight junction proteins and cell adhesion molecules: Transmigration across the in vitro blood-brain barrier. Virology 385, 425–433. doi: 10.1016/ j.virol. 2008.11.047

Yousefian-Jazi, A., Seol, Y., Kim, J., Ryu, H. L., Lee, J., and Ryu, H. (2020). Pathogenic Genome Signatures That Damage Motor Neurons in Amyotrophic Lateral Sclerosis. Cells 9:2687. doi: 10.3390/ cells9122687

Article by admin / Neuroscienze e psichedelici

21 May 2021

MDMA PER IL PTSD: NUOVE EVIDENZE

di Raffaele Avico

Abbiamo già qui scritto a proposito di MDMA e PTSD: siamo giunti ora al punto di arrivo dei trials di ricerca che hanno indagato l’effetto dell’uso di MDMA medico sullo stress post-traumatico, i cui risultati sono stato pubblicati poche settimane fa su Nature, qui.

Nei fatti, questo studio (condotto da un gruppo di ricerca afferente all’associazione MAPS, il punto di riferimento mondiale per gli studi sulle sostanze psichedeliche, che da anni si batte per introdurre i nomi di alcune sostanze psichedeliche nella farmacopea mondiale in ambito psichiatrico) rappresenta il punto di arrivo e l’ultimo stadio prima dell’approvazione da parte della FDA dell’MDMA per il PTSD.

I risultati dello studio vengono riassunti alla fine:

“Here, we demonstrate that three doses of MDMA given in conjunction with manualized therapy over the course of 18 weeks results in a significant and robust attenuation of PTSD symptoms and functional impairment as assessed using the CAPS-5 and SDS, respectively. MDMA also significantly mitigated depressive symptoms as assessed using the BDI-II. Of note, MDMA did not increase the occurrence of suicidality during the study.

These data illustrate the potential benefit of MDMA-assisted therapy for PTSD over the FDA-approved first-line pharmacotherapies sertraline and paroxetine, which have both exhibited smaller effect sizes in pivotal studies“.

L’MDMA sembra facilitare l’accesso alle memorie traumatiche, generando una finestra di tollerenza sufficentemente ampia da consentire ai pazienti di “approcciarle” evitando una fear-response (ovvero, un’attivazione somatica troppo forte):

“It is intriguing to speculate that the pharmacological properties of MDMA, when combined with therapy, may produce a ‘window of tolerance,’ in which participants are able to revisit and process traumatic content without becoming overwhelmed or encumbered by hyperarousal and dissociative symptoms. […] MDMA may catalyze therapeutic processing by allowing patients to stay emotionally engaged while revisiting traumatic experiences without becoming overwhelmed“

Si tratta dunque di esperimenti condotti integrando psicoterapia e MDMA su un arco di 18 settimane, con in tutto 3 sessioni da 8 ore l’una di psicoterapia sotto effetto di MDMA. Qui è scaricabile il protocollo di psicoterapia “MDMA-assisted”.

Su New England Journal of Medicine è stato pubblicato più o meno negli stessi giorni un importante articolo che ha messo in comparazione gli effetti sulla depressione resistente della psilocibina (funghi allucinogeni) e degli antidepressivi SSRI, trovando pressoché equivalenti gli effetti delle due molecole usate.

Seppur avvolto da un entusiasmo che a volte sembra eccessivo, il “ritorno” alle sostanze psichedeliche sembra avviarsi a un percorso sempre più tangibile e concreto.

MAPS sta già formando terapeuti da tutto il mondo alla psicoterapia assistita da MDMA.

Qui di seguito alcune risorse per approfondire, su questo blog e altrove, il tema “psichedelici”:

  • MDMA PER IL POST-TRAUMA: BEN SESSA E ALTRI RIFERIMENTI IN RETE
  • MDMA PER IL TRAUMA: VIDEOINTERVISTA A ELLIOT MARSEILLE (A CURA DI JONAS DI GREGORIO)
  • VERSO L’MDMA NEL TRATTAMENTO DEL PTSD
  • RUBRICA: TERAPIE PSICHEDELICHE
  • PODCAST: TERAPIE PSICHEDELICHE
  • PODCAST: ILLUMINISMO PSICHEDELICO

Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA. 

Article by admin / Neuroscienze e psichedelici / ptsd

22 March 2021

MDMA PER IL POST-TRAUMA: BEN SESSA E ALTRI RIFERIMENTI IN RETE

di Raffaele Avico

Sappiamo che lavorare con il trauma significa esporsi a persone con scompensi prima di tutto neurofisiologici. Ovvero: i pazienti sopravvissuti a un trauma singolo molto pesante, come un terremoto, o un’aggressione, vivono come intrappolati in uno stato fisico alterato, anomalo. La realtà è percepita come un carcere da cui sembra difficile uscire: spesso la stessa viene raccontata come una sorta di incubo, un brutto sogno.

Abbiamo più volte sottolineato che questo avviene perché la persona rimane congelata in un approccio difensivo nei confronti della realtà che lo o la circonda, soprattutto quando ci sia stato un trauma singolo.

Come sappiamo, il disturbo post traumatico contempla anche disturbi dissociativi: sappiamo anche però che questi li troveremo soprattutto quando l’individuo sia reduce da un disturbo protratto nel tempo, un trauma per esempio di sviluppo, cumulativo.

L’approccio psicoterapico, come abbiamo sottolineato altrove, è un approccio trifasico, composto da tre momenti: una prima fase di stabilizzazione dei sintomi, una seconda fase di lavoro sulle memorie e una terza fase di lavoro sulla ricostruzione dell’identità del paziente.

Uno dei principali problemi del lavoro sulle memorie, è il persistere delle risposte difensive, le “fear response” che non consentono al/la paziente di pensare/mentalizzare con tranquillità ciò che gli/le è successo.

Perchè l’MDMA è divenuto nel tempo un ideale strumento di risoluzione di questo problema?

Questo TED TALK potrebbe dare alcun spunti di riflessione interessanti:

Viene molto ben chiarito -inizialmente- come i farmaci al momento usati per il trattamento del trauma (per lo più antidepressivi SSRI) non sembrino agire alla radice del problema, ma riescano ad apportare benefici solo in modo sintomatico, attaccando il problema in modo superficiale.

Il Dr. Ben Sessa ben chiarisce come questo non aiuta nella reale risoluzione di uno stress post traumatico, dato che non va a toccare il nucleo centrale del problema, che consiste nella difficoltà di ripercorrere con la memoria il trauma, vista la fear response che genera uno scompenso in senso neurofisiologico.

Che fare dunque?

Altrove abbiamo appuntato alcune questioni sul tema uso di farmaci che aiutino nel prevenire la fear response.

Questo articolo sull’utilizzo dell’MDMA -visualizzabile in PDF- ci racconta alcune cose che in parte già sapevamo, corroborate dal comparire su una rivista ad alto impatto come il British Journal of Psychiatry.

É possibile reperire in rete un webinar condotto da Jonas Iaffaldano Di Gregorio (qui già in precedenza intervistato) e il già citato Ben Sessa, uno psichiatra di Bristol impegnato nella ricerca della psicoterapia integrata da psichedelici.

Il webinar è visualizzabile qui.

Emergono alcuni spunti interessanti:

  • Sessa definisce l’MDMA possibile “santo graal” della psicoterapia, visto l’effetto principale -come dicevamo, il favorire l’elaborazione delle memorie traumatiche e di tutto ciò che “nel mondo interno” procura reazioni di paura
  • l’MDMA usato per scopi clinici, è differente dall’MDMA usato in modo ricreativo, non tanto nella sostanza in sè (di certo più controllata), ma per la sua modalità di utilizzo, maggiormente “mirata”; l’mdma possiede la capacità paradossale di aumentare il livello di attività cerebrale in senso “dopaminergico” rendendo l’individuo più volitivo e produttivo in termini di pensiero, e allo stesso tempo di favorirne un rilassamento “senza paura”
  • i 3 ambiti di studio per ora sull’uso dell’MDMA sono il PTSD, l’alcolismo (lo stesso Sessa presenta nel webinar i risultati evidentemente incoraggianti dell’utilizzo di MDMA con pazienti alcolisti) e l’autismo in pazienti adulti (dato che l’MDMA possiede capacità “empatogene”, con un senso di aumentata connessione verso l’esterno -problema centrale nell’autismo- con però pochissimi studi al momento effettuati)
  • la tipologia di psicoterapia usata con l’ausilio dell’MDMA, è una tipologia di psicoterapia innovativa, che poco ha a che fare sia con la CBT che con le psicoterapie psicodinamiche. A riguardo della psicoterapia, qui troviamo il manuale ufficiale erogato da MAPS, risalente al 2017
  • a riguardo della formazione professionale per poter erogare psicoterapia assistita da MDMA, esistono alcuni enti erogatori negli USA. É sul sito di MAPS che troviamo le informazioni più accurate. Da quello che troviamo su questo portale, in USA si sta svolgendo la terza fase della sperimentazione del farmaco con pazienti traumatizzati gravi. Inoltre, si stanno appunto muovendo i primi passi verso il formare persone alla pratica psicoterapeutica assistita da mdma. Prima ancora di MAPS, l’unico ente in grado di erogare corsi certificati in psicoterapia assistita da psichedelici, è un centro di San Francisco, questo. Qui invece il training erogato da MAPS.
  • a confronto con gli anni ‘60, il “rinascimento” psichedelico citato da Sessa che osserviamo in questi anni, è di dimensioni enormi; non si tratta cioè di pochi clinici isolati che sperimentano psichedelici in ambito psichiatrico, ma di un movimento in rapida espansione con ricadute in termini operativi per ora soprattutto in USA, ma entro qualche anno anche in Italia
  • le proprietà d’azione dell’MDMA non si limitano a “estinguere” la “fear response”; viene citato diverse volte nel webinar l’effetto “mistico”/associativo del farmaco, in grado cioè di produrre “ristrutturazioni cognitive”, “nuove modalità di leggere la realtà”, punti di vista diversi sulla propria vita che andrebbero a giovamento (teorico) della psicoterapia stessa; questo aspetto, speculativo, è uno dei punti di interesse storici della letteratura che riguarda l’uso degli psichedelici in psichiatria

Ci troviamo di fronte qui ad alcuni spunti di quello che potrà essere il trattamento del trauma in futuro. Abbiamo più volte visto come il corpo verrà sempre più messo in mezzo, entro una visione olistica dell’individuo stesso; vediamo ora come è probabile verranno introdotti farmaci atti a produrre un intervento mirato, con la “psicoterapia” a fare da cornice di contorno (ovvero, il contesto della psicoterapia sarà il contesto elettivo, ma al suo interno troveremo molteplici altre forme cliniche, che avranno poco a che fare con l’utilizzo della sola parola).

Sul tema più vasto inerente l’uso degli psichedelici per la psicoterapia e la crescita personale/psicologica, si veda il podcast Terapie Psichedeliche su Spotify a cura di Jonas Iaffaldano Di Gregorio:


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Article by admin / Neuroscienze e psichedelici

15 February 2021

FLOW: una definizione

di Raffaele Avico

In ambito di psicologia dello sport, ma non solo, un particolare concetto merita di essere approfondito, soprattutto vista la tendenza attuale alla dispersione dell’attenzione e il successo che il concetto di “multitasking” riscuote: l’esperienza di flow, o “flusso ottimale”.

Lo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi, fu il primo a teorizzare questo stato mentale o posizione della mente, impegnata e assorbita nell’eseguire una serie di operazioni in modo sequenziale, una dopo l’altra, come appunto in un flusso.

Csikszentmihalyi ha fatto del flow l’oggetto principale delle sue ricerche inerenti la psicologia generale.

Lo psicologo definisce il flow come uno stato di assorbimento totale della mente in una serie di operazioni che sono una collegata all’altra: queste azioni sono svolte a una velocità sufficiente a far sì che la mente sia costretta a prestare attenzione all’atto eseguito, ma non così velocemente da frustrarla.

In ambito sportivo immaginiamo una sequenza di esercizi che si susseguano con la giusta velocità tale da necessitare un’attenzione completamente assorbita dal momento presente.

Esistono anche altri ambiti in cui può essere ricercato il flow: l’ambito dell’artigianato in tutte le sue forme o l’ambito musicale. Per fare un esempio, una scala può essere suonata sul manico di una chitarra a una velocità tale da non procurare ansia nel cercare “di “stare dietro” alla velocità di esecuzione, ma con sufficiente rapidità da impedire che la mente si distragga e “si allontani” durante l’esecuzione.

In questo modo, seguendo il flow, entriamo in uno stato mentale simil-alterato (lo psicologo lo paragona a uno stato di estasi, ovvero -come l’etimo del termine suggerisce- di entrata in una realtà “differente”), dato che l’attenzione e la nostra intera coscienza divengono l’atto stesso, incarnato durante il movimento. In quel momento, Csikszentmihalyi spiega, noi diveniamo quel gesto, la nostra intera esistenza si concentra in quel momento.

Lo psicologo, inoltre, sottolinea come per elicitare lo stato di flow, due condizioni possano favorire “innesco”: il fare qualcosa che si ama (il lavoro, un atto creativo, etc.) e il portare la mente in uno stato, come si diceva, di “tensione positiva”, ovvero di arousal lievemente alterato così da far convergere l’attenzione in quel solo gesto (come quando ci si sente coinvolti in una “sfida” e ci si sente sotto pressione).

MINDFULNESS E FLOW

Il successo che le pratiche di mindfulness hanno riscosso negli ultimi anni, testimonia la necessità e la voglia di molti di tornare al “mono-tasking”, di fare una cosa alla volta, con più calma e assorbimento.

Il flow è un esempio di pratica mindful dato che conduce a un’esperienza di mente “piena” e chiarificata, totalmente concentrata nel momento presente. Eseguire il flow, entrare nel flow, ha la stessa funzione ansiolitica di una pratica meditativa, poiché l’attenzione è allo stesso modo incatenata al momento presente. La differenza è che si sta svolgendo una sequenza di azioni.

Interessante in questo senso approfondire il concetto di craftfulness.

Qui il TED talk in cui Mihaly Csikszentmihalyi parla in modo molto chiaro dei suoi studi e dei suoi propositi di ricerca:


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28 November 2020

INTRODUZIONE A JAAK PANKSEPP

di Raffaele Avico


Jaak Panksepp fu un neuroscienziato e psicologo estone.

Introdursi al suo lavoro per punti rischia di essere riduzionistico; vale la pena però cercare di comprendere il portato del suo contributo teorico, che ha ripercussioni dirette sul lavoro psicoterapeutico, essendo di fatto molto concreto e immediato.

Abbiamo qui fatto una recensione del suo ultimo I fondamenti emotivi della personalità.

Un aspetto che troviamo nei suoi lavori e a proposito della sua idea di mente, riguarda i “sistemi d’azione”.

Cosa sono i sistemi d’azione?

I sistemi d’azione, secondo Panksepp, sono dei mandati evolutivi innati: ovvero, degli schemi di comportamento che ci accomunano agli animali, che possediamo dalla nascita e che ci orientano nel nostro quotidiano agire. Alcuni altri autori chiamano questi sistemi d’azione “sistemi motivazionali interpersonali” (come per esempio Giovanni Liotti, come qui approfondito): di fatto sono la stessa cosa, pur con sfumature differenti.

I sistemi d’azione sono mediati da emozioni primarie, che sono:

  1. RABBIA
  2. PAURA
  3. PANICO
  4. CURA
  5. GIOCO
  6. RICERCA
  7. RIPRODUZIONE SESSUALE

Come si osserva, tutto questo ci accomuna a qualsiasi altro animale, o almeno agli animali più simili a noi in senso evoluzionistico. Anche gli animali più semplici, tuttavia, sono in grado di mettere in campo sistemi d’azione ed apprendere da essi: anche un gambero, o un pesce, apprende dall’esperienza ed è in grado di ricercare, evitare stimoli minacciosi e combattere per le sue risorse. In animali lontani da noi in senso evoluzionistico, inoltre, troviamo anche il gioco (su questo, questo documentario è molto interessante, oltre a essere fatto molto bene).

Al di là dei tecnicismi inerenti la psicologia evoluzionistica e la paleopsicologia (che ci accomuna ai nostri progenitori così come agli animali da cui discendiamo), quali sono le nozioni spendibili in senso clinico, che mutuiamo dalla lettura di un autore come Panksepp?

Cerchiamo di vederlo per punti.

  • se il cervello è mosso da una logica gerarchica, con le parti più antiche a “energizzare” le parti superiori, e le parti superiori a frenare le parti sottostanti (Panksepp chiama questo modello gerarchia nidificata), in senso psicoterapeutico le direzioni da intraprendere per “intervenire”, concettualmente, sono due: dal basso verso l’alto, e dall’alto verso il basso. Ovvero: non sono sufficienti nè la parola nè il ragionamento logico/intellettuale (che pertengono a zone recenti, “alte” del cervello) per combattere, a volte, un disturbo: occorre approcciarlo da più punti di vista in contemporanea (sia dall’alto verso il basso, che dal basso verso l’alto). Ha sempre più senso, dunque, un approccio olistico, totale, al problema. Benvenga dunque tutto ciò che concerne il corpo, lo stile di vita, integrato al semplice lavoro di psicoterapia verbale.
  • Panksepp vede la personalità come una proprietà emergente, un sottoprodotto dell’espressione variegata dei sistemi d’azione e delle emozioni primarie ad essi collegate. Questo ci consente di cambiare sguardo su un particolare sintomo, andando a cercare le emozioni di sottofondo che, “dietro di esso”, si esprimano. Per esempio il panico, può essere letto come un’espressione parossistica di ansia da separazione, come un sentirsi troppo esposti a un mondo percepito come alieno (ne abbiamo parlato a fondo qui); oppure, alcuni sintomi di scarsa performance cognitiva potrebbero essere una conseguenza di un’attivazione anomala del sistema “paura” (che è in grado di bloccare tutti gli altri); una lettura di questo tipo, può inoltre farci immaginare una persona abulica, come una persona che si rappresenta sconfitta in una dinamica di rango sociale (come una sorta di animale dominante sconfitto/a). Questa lettura potrà sembrare forzata, ma ci permette di aprirci a nuove possibili letture di un particolare comportamento: la lettura di Panksepp ci aiuta in questo senso a immaginare l’animale uomo come mosso da spinte molto antiche che, quando ostacolate, deviate o non vissute, potrebbero portarlo/a ad un disturbo.
  • Gli autori dello stesso I fondamenti emotivi della personalità citano gli studi di William McDougall: questo psicologo inglese proponeva di teorizzare la psicopatologia a partire da una griglia costruita sulle emozioni primarie: nella sua lettura, i disturbi non sarebbero altro che espressioni eccessive di emozioni primarie sperimentate da tutti -ma in quantità minori.
  • Sulla linea di pensiero e ricerca di Panksepp, si inserisce anche il lavoro di Antonio Damasio (che ha ben chiarito come un uomo che non “ragioni” -per esempio a seguito di un trauma cranico- continuerà a sentire emozioni primarie, di fatto continuando a essere un individuo con sue caratteristiche primarie di personalità): questo ci dovrebbe far riflettere su come il pensiero stesso non sia altro che, di nuovo, un prodotto finale, un epifenomeno di processi che avvengono “prima”, o più in profondità -e che seguono logiche instintuali, animalesche.

Panksepp propone, di fatto, una metapsicologia costruita su assunti di tipo evoluzionistico. In qualche modo, una metapsicologia comparata sviluppata usando la teoria dell’evoluzione di Darwin come riferimento paradigmatico.

Nulla ci rende veramente diversi dagli animali che ci circondano. In questo senso potremo immaginare che gli animali sentano emozioni proprio come noi, pur mancando in essi un aspetto di auto-consapevolezza completa. Più ci allontaneremo da essi sulla linea dell’evoluzione, più il loro funzionamento sarà semplice: resterà comunque in essi un qualche tipo di funzionamento a noi sovrapponibile.

Questo ci autorizza a pensare che essi possano sviluppare psicopatologie e disturbi, di vario tipo. Ed è probabilmente ad essi (secondo la prospettiva di Panksepp) che dovremmo guardare per comprendere meglio alcuni nostri problemi (vd. la questione del PTSD negli animali).

Per approfondire: http://tomascipriani.it/panksepp/ e queste slide:

https://www.slideshare.net/imartini/4012file


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16 November 2020

MDMA PER IL TRAUMA: VIDEOINTERVISTA A ELLIOT MARSEILLE (A CURA DI JONAS DI GREGORIO)

di Raffaele Avico, Jonas Di Gregorio

L’MDMA molto probabilmente verrà approvato per l’uso terapeutico negli Stati Uniti nel 2022.

Si prevede l’apertura di nuovi scenari di psicoterapia, con setting nuovi (per esempio, l’uso di un lettino con il paziente disteso e a occhi chiusi, sotto effetto di MDMA “medicale”, osservato e seguito da una coppia di terapeuti formati a riguardo).

L’obiettivo primario dell’MDMA, è favorire la psicoterapia stessa, interrompendo (in teoria) la reazione di fear response del paziente quando si trovi ad aver a che fare con le memorie traumatiche.

Ne abbiamo già scritto altre volte su questo blog.

Questo studio pubblicato su PLOS, è il primo a formulare un’indagine sul rapporto costi/benefici di questo tipo di trattamento, mettendo a confronto il costo dei trattamenti tradizionali con il costo della terapia con MDMA.

Lo studio, che si basa su dati relativi alla spesa pubblica e privata negli Stati Uniti, rileva che grazie alla terapia con MDMA per il PTSD si risparmierebbero $103.2 milioni in 30 anni per ogni 1000 pazienti.

Inoltre, il direttore di MAPS, Rick Doblin, co-autore dello studio, ha dichiarato:

“L’oneroso bilancio personale del disturbo da stress post-traumatico può includere il deterioramento della salute fisica, delle relazioni e della capacità di partecipare ad attività sociali insieme all’ansia, all’insonnia e all’ideazione suicida che caratterizzano il PTSD. Dimostrando un ritorno in media di 5,5 quality-adjusted life-years in 30 anni, abbiamo dimostrato che la psicoterapia assistita da MDMA ha il potenziale non solo di ridurre il carico personale del PTSD, ma anche di contribuire a migliorare lo stato di salute e ridurre gli oneri per il contribuente e per le istituzioni che pagano per i trattamenti (come per esempio le assicurazioni sanitarie, N.d.T.)”

Venerdì 6 novembre 2020, Jonas Di Gregorio, da San Francisco, ha intervistato Elliot Marseille, lead author di questo studio realizzato in collaborazione con la Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies (MAPS).

Ricordiamo che Jonas ha da poco avviato una rubrica su Psychiatry on Line sul tema degli psichedelici e le nuove prassi di psicoterapia che si stanno sviluppando a riguardo, che trovate qui, che a breve verrà aggiornata con contenuti a tema.

Ecco l’intervista:



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18 October 2020

INTERVISTA A JONAS DI GREGORIO: IL RINASCIMENTO PSICHEDELICO


di Raffaele Avico

In questa intervista effettuata per il canale Youtube di Psychiatry on Line, Jonas di Gregorio parla di psichedelici e loro utilizzo in ambito clinico, e in particolare con il PTSD. Ricordiamo che al momento nessun farmaco si è dimostrato realmente efficace, o risolutivo, per il PTSD (qui un approfondimento per i Patreon).

Jonas fornisce nel corso dell’intervista molteplici spunti, tra cui, in particolare, due documentari:

  1. A new understanding
  2. Trip of compassion

Qui trovate alcuni approfondimenti sull’MDMA nel trattamento del PTSD semplice (cioè conseguente a un unico episodio traumatico):

  1. 1
  2. 2

Altro.


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25 April 2020

LO STATO DELL’ARTE INTORNO ALLA DIMENSIONE SOCIALE DELLA MEMORIA: SUL MODO IN CUI SI E’ ARRIVATI ALLA CREAZIONE DEL CONCETTO DI RICORDO CONGIUNTO E SU QUANTO LA VITA RELAZIONALE INFLUENZI I PROCESSI DI SVILUPPO DELLA MEMORIA

di Raffaele Avico

Abstract

La ricerca sul funzionamento della memoria è stata, a partire dalla nascita della scienza psicologica, oggetto di profondo interesse e fonte di molteplici spunti di riflessione e dibattito.

Il modo però con cui gli scienziati si sono avvicinati allo studio delle suddette tematiche ha subito nel corso della storia notevoli cambiamenti, parallelamente alla nascita di nuovi filoni di ricerca (la neuropsicologia o la psicologia cognitiva, per esempio) e alla creazione di nuovi paradigmi teorici (Kuhn, 1979) che hanno complessificato l’argomento, rendendolo sempre più affascinante anche da un punto di vista clinico.

Sembra importante dunque risalire all’epoca in cui la memoria umana veniva considerata come una facoltà intellettiva in grado di conservare informazioni nel tempo (engrammi), osservabile a partire da informazioni sul comportamento e sui limiti dei soggetti (per esempio quante informazioni un individuo potesse codificare in un lasso di tempo definito), per delineare il percorso evolutivo che ha portato i ricercatori odierni a considerarla in modo più complesso e multicomponenziale, in relazione anche alla possibile influenza esercitata su di essa da fattori sociali, relazionali ed emotivi.

1880-1936

La memoria come singolo processo

Agli inizi del ‘900 la memoria veniva studiata attraverso esperimenti che testassero la capacità di ritenzione di informazioni posseduta dall’individuo. Potevano essere distinte, in Europa, tre tendenze di ricerca sulla memoria, indipendenti:

  • un primo filone si concentrava sullo sviluppo della memoria infantile. La ricerca era effettuata attraverso l’osservazione sistematica dello sviluppo dei bambini, nel tentativo di valutare se e in quale misura la sviluppo mnestico fosse legato all’età.

  • Un secondo filone di ricerca era derivato dagli esperimenti effettuati su soggetti adulti: si voleva valutare quanto i risultati e le scoperte sulla memoria relative a questi soggetti potessero essere generalizzabili a bambini di differenti età. Il confronto tra il funzionamento mnestico di soggetti adulti con quello di bambini di diverse età aveva anche l’obiettivo di sfatare alcuni pregiudizi dell’epoca sul funzionamento della memoria, secondo cui, per esempio, i bambini avrebbero ottenuto migliori performance rispetto agli adulti in termini di memoria grazie all’esercizio cognitivo quotidiano a scuola, o il pregiudizio sul miglior funzionamento mestico dei bambini maschi rispetto a quello delle femmine.

  • Il terzo filone di ricerca si inseriva nel campo di indagine relativa al funzionamento mnestico del bambino applicato alle scienze giuridiche: quanto cioè in sede di testimonianza i bambini fossero suggestionabili e quanto fedeli alla realtà fossero le immagini e i resoconti da loro portati.

I ricercatori erano interessati a valutare quanto la memoria influenzasse pragmaticamente la vita dell’uomo e in che modo fosse possibile migliorare il rendimento cognitivo dei pazienti affetti da patologie comportanti oblio (e di conseguenza scarso funzionamento sociale).

Il pioniere degli studi sulla memoria è considerato Ebbinghaus (Ebbinghaus, 1885).

Nei suoi primi esperimenti sulla rievocazione, effettuati su se stesso, Ebbinghaus utilizzava sillabe senza senso (consonante-vocale-consonante, come DAK, MIF, PIF) dette logotomi: l’autore era convinto che si dovesse utilizzare materiale totalmente artificiale per non influenzare o distorcere i processi di codifica, ritenzione, rievocazione e oblio dell’informazione.

Ebbinghaus si occupò inoltre di studiare la modalità con cui un’informazione potesse essere recuperata attraverso la presenza di un ausilio cognitivo (rievocazione guidata da indizi), per esempio chiedendo a un soggetto di memorizzare coppie di sillabe senza senso, e in seguito di rievocare la sillaba mancate nel momento in cui gli venisse mostrato solo il primo membro della coppia (se il soggetto aveva codificato la coppia DAK-VOP, gli veniva chiesto in seguito di rievocare VOP a partire dalla sillaba DAK).

Questi primi esperimenti sul funzionamento della memoria consistevano in una rievocazione verbale di uno specifico contenuto mestico: le ragioni del prevalere di questo tipo di studi (sul materiale verbale codificato in memoria) furono ipotizzate da un’importante studioso della memoria umana, Baddeley (1982); la prima è che la codificazione verbale delle informazioni in entrata svolge un ruolo estremamente importante della memoria umana:

“Persino quando si ricordano immagini presentate visivamente […] c’è una forte tendenza a integrare altri aspetti della memoria mediante la verbalizzazione […] trasformando il compito visivo in un compito combinato, visivo e verbale al tempo stesso.” (Ibidem)

La seconda ragione individuata dall’autore è che la ricerca per mezzo del materiale verbale appariva molto più accessibile e semplice rispetto a quella effettuata prendendo in considerazione stimoli visivi, uditivi o tattili.

Ciò che veniva studiato era quindi l’aspetto più epifenomenico del funzionamento mnestico dell’individuo, in linea con le tendenze epistemologiche dell’epoca (un’attitudine a pensare alla memoria e alla mente come ad un elaboratore di informazioni complesse, al fine di rilevarne limiti e potenzialità, e un’attenzione particolare rivolta all’esperienza percettiva non mediata e alle sue caratteristiche fenomenologiche).

Queste prime ricerche sulla memoria erano di natura osservativa e descrittiva: l’obiettivo primario era quello di descrivere i cambiamenti relativi al funzionamento della memoria lungo l’arco della vita.

Un secondo autore ricordato per il suo contributo allo studio del funzionamento in infanzia della memoria è certamente Preyer (Preyer, 1882), pionieristico nelle sue osservazioni sistematiche effettuate sul figlio nei primi tre anni di vita. Preyer compì osservazioni etologiche sul figlio relative a più caratteristiche cognitive, tra cui le competenze sensomotorie, la percezione, l’acquisizione delle competenze linguistiche, l’apprendimento, l’acquisizione della funzione riflessiva e la memoria.

Il paradigma di ricerca da lui utilizzato, basato sull’osservazione il più possibile etologica e obiettiva dell’oggetto di studio, insieme a quello adottato da Ebbinghaus, posero le basi per lo sviluppo di un metodo che avrebbe contraddistinto le ricerche relative al recupero di materiale mnestico fino agli inizi degli anni ’50.

In queste prime ricerche, la memoria veniva studiata soprattutto relativamente al recupero di materiale depositato da lungo tempo (memoria a lungo termine, nella definizione che ne avrebbero dato Atkinson e Shiffrin negli anni ’70), al riconoscimento di materiale mnestico a partire da appigli cognitivi ausiliari, e all’immaginazione. La ricerca sulla memoria a breve termine (ibidem) era non specifica e scarsamente sviluppata.

Gli studi sulla memoria a lungo termine avevano rivelato profonde differenze di performance a seconda dell’età dei soggetti coinvolti nelle ricerche, del tipo di compito proposto e del tipo di materiale di cui era richiesta la memorizzazione durante gli esperimenti. Rispetto alla velocità di immagazzinamento di un particolare stimolo, fu notato che i bambini parevano impiegare più tempo degli adulti a codificare un’informazione, ma che erano in grado di mantenerla in memoria per più tempo. Inoltre, stimoli verbali dotati di significato sembravano essere acquisiti più in fretta e ritenuti più a lungo (Preyer, 1882) .

Gli autori interessati alle suddette tematiche distinsero la memoria visiva da quella verbale, a partire da osservazioni effettuate sul comportamento di bambini di pochi anni (la cui memoria verbale, cioè la memoria che si serve del linguaggio per la codifica delle informazioni, appariva soggetta a maggiori variazioni e sviluppo rispetto a quella solamente visiva).

Gli autori inoltre concordavano nel ritenere più precoce lo sviluppo della memoria di riconoscimento (la memoria che permette di associare a uno stimolo X uno stimolo Y quando sia stata memorizzata l’associazione XY, e la cui nascita secondo gli autori avverrebbe già intorno ai 4 mesi di vita), rispetto allo sviluppo della memoria di rievocazione (la memoria cioè utilizzata senza l’ausilio di mediatori cognitivi, ma semplicemente attraverso uno sforzo di rievocazione, appunto, e la cui nascita avverrebbe intorno ai 4 anni nel bambino).

Ebbinghaus stesso (1897) si occupò nei suoi studi dello sviluppo della memoria in relazione all’età. L’autore scoprì che le differenze relative alle performance mnestiche di bambini di differenti età erano ridotte nel caso di utilizzo dei logotomi e di parole senza senso.

Successive ricerche da parte di altri autori (Netschajeff, 1902, e Lobsien, 1902) confermarono questi risultati, che sembravano suggerire un funzionamento della memoria verbale differente a seconda che fossero ricordate parole con o senza senso: i bambini studiati nelle ricerche sembravano trovare più semplice ricordare frasi composte anche da molte parole che non brevi liste di parole senza senso (Binet e Hanri, 1894). Altri ricercatori (Meumann, 1907) osservarono una capacità rievocativa più efficace in soggetti alle prese con liste di parole sensate e addirittura con liste di numeri (un numero possiede di per sé una valenza semantica).

Funzionamento mnestico, valenza semantica di ciò che è ricordato e primi riferimenti alla dimensione sociale della memoria

Gli sviluppi successivi della ricerca si indirizzarono sempre più verso l’integrazione della dimensione semantica del materiale di rievocazione.

La sensazione era che i primi ricercatori avessero tralasciato di considerare un aspetto fondamentale del funzionamento della memoria, l’influenza cioè del significato e della valenza affettiva di ciò che doveva essere ricordato.

I segnali di una tale necessità di cambiamento di metodo di ricerca erano emersi già negli studi sulla rievocazione di liste di parole, e trovarono piena conferma nelle successive ricerche sullo sviluppo della memoria, effettuate da molteplici autori. Brunswick, Goldsheider e Pilek (1932) effettuarono uno studio su larga scala relativo allo sviluppo cognitivo del bambino in età compresa tra i 6 e i 18 anni. Il campione, composto da 700 soggetti, fu osservato relativamente a diverse capacità cognitive (in particolare la memoria a breve e lungo termine), utilizzando parole con e senza senso, colori, numeri e poesie.

Sempre nel 1932 Brunswik et al. (1932) effettuarono una serie di esperimenti in seguito ai quali tentarono di teorizzare l’andamento di una curva di sviluppo generale della memoria, costruita unificando i risultati ottenuti nel campione alle diverse prove di memoria. I risultati indicarono migliori performance e un’impennata nell’andamento della curva nella fascia di età compresa tra i 6 e gli 11 anni, con un plateau relativo alle performance nell’età della pre- e della prima adolescenza (ibidem). In accordo con gli studi precedenti, ci si aspettava inoltre che i bambini più piccoli si distinguessero all’interno del campione per un utilizzo più massivo della memoria non vincolata dal dato semantico (il cosiddetto mechanical learning), partendo dall’idea secondo cui l’utilizzo della logica e soprattutto l’attenzione da parte dell’individuo al dato semantico comparisse più tardivamente nel corso dello sviluppo. I risultati evidenziarono al contrario performance più basse relative alla memorizzazione e alla codifica di parole senza senso in tutti i soggetti del campione, con una curva di performance regolare e in crescita continua fino all’età di 18 anni.

Questo secondo i ricercatori poteva far pensare a una rilevanza dell’aspetto semantico in ciò che voleva essere ricordato già a partire dall’infanzia; in secondo luogo dimostrava, più generalmente, quanto l’evocatività e il significato del materiale da codificare giocassero un ruolo fondamentale nel processo di rievocazione.

Tali risultati avrebbero trovato successiva diffusa validazione in ambito di ricerca (Bartlett, 1932; Fetchner, 1965; Weinert, 1962).

L’importanza della dimensione semantica relativa al materiale implicato nei processi di memoria (codifica, ritenzione, recupero e oblio) fu approfondita nei primi anni ’30 da Bartlett (1932).

In uno dei suoi studi, Bartlett chiese ai soggetti del campione di leggere e tentare di memorizzare una storia breve ma molto complessa e bizzarra, “La guerra degli spettri”, sugli indiani della costa americana nord-occidentale. L’autore scelse questa storia in quanto sconosciuta ai più e proveniente da una cultura lontana: l’obiettivo dello studio era quello di scoprire se e in che modo le differenze culturali avrebbero influenzato il modo in cui i soggetti ricordavano la storia.

Bartlett notò che i soggetti del campione tendevano sistematicamente a distorcere, sottraendo o aggiungendo particolari, le caratteristiche della storia e il suo svolgimento, al fine di renderla meno strana e insolita (per esempio cacciare le foche poteva essere sostituito con andare a pescare, canoa poteva diventare barca, e così via). Bartlett osservò che nella rievocazione i soggetti procedevano a una sostanziale ricostruzione e rielaborazione del testo, in funzione del loro livello di comprensione e di particolari schemi cognitivi posseduti.

A tal proposito l’autore arrivò a considerare il ricordo più una costruzione immaginativa che non il risultato di un processo di rievocazione. Secondo Bartlett coloro che ritenevano di possedere una buona immaginazione sarebbero risultati più sicuri nella rievocazione, ma non necessariamente più aderenti al dato di realtà di ciò che voleva essere ricordato. L’autore inoltre fu anche uno dei primi sostenitori dell’intervento della dimensione sociale nello sviluppo della memoria: egli sosteneva che la rappresentazione del ricordo formulata dall’individuo fosse distorta dalle esigenze sociali più propriamente contestuali del soggetto.

Bartlett sosteneva infatti che la narrazione di un determinato ricordo sarebbe stata influenzata nel suo svolgersi da ciò che il frangente relazionale sembrava richiedere, acquisendo particolari caratteristiche al fine di rendere più semplice per l’individuo sentirsi partecipe di quella stessa situazione sociale (ibidem).

L’attenzione dei ricercatori stava lentamente spostandosi dalle caratteristiche dei processi implicati nella memoria umana all’ambito maggiormente rilevante dei suoi contenuti.

1936-1965

Questo periodo è ricordato come un periodo di relativa stabilità, se non di mancanza di evoluzione, della ricerca relativa ai processi cognitivi di memoria. Questa assenza di tensione di ricerca va contestualizzata soprattutto nella zona dell’Europa centrale (Shneider, 2000).

Importanti eccezioni si notarono tuttavia nella scena di ricerca statunitense e soprattutto in quella russa.

In America, negli anni dell’avvento della corrente comportamentista, gli studi sullo sviluppo della memoria erano finalizzati in prevalenza a descrivere il comportamento dei processi di codifica, ritenzione e oblio in soggetti di differenti età; gli studi condotti erano tuttavia spesso relativi a una sola fascia di età.

Fanno eccezione alcuni studi, come quello condotto da Koppenaal, Krul e Katz (1964) sui processi di interferenza osservabili durante utilizzo da parte dei soggetti della memoria di riconoscimento (altrimenti detta memoria logica o associativa). Gli autori considerarono un campione formato da bambini suddivisi per fasce d’età, a partire dai 4 fino agli 8 anni; l’ipotesi era che il grado di interferenza (intendendo per interferenza il disturbo sul processo di rievocazione causato dal ricordo di altre cose, tanto più nel caso in cui queste siano concettualmente legate al materiale da ricordare) sarebbe aumentato con il progredire dell’età. Gli studiosi avevano previsto l’esistenza di una correlazione tra il livello di interferenza e l’età dei bambini studiati, partendo dall’assunto secondo cui la maggiore quantità di informazioni posseduta dai bambini più grandi avrebbe reso più difficoltosi i loro processi di rievocazione. Queste ipotesi avrebbero trovato validazione empirica a fine ricerca (ibidem).

Altri autori americani dell’epoca (Bousfield, Esterson e Whitmarsh, 1958) si occuparono invece di studiare i processi di memoria non mediati (processi cosiddetti di free recall), arrivando a importanti risultati di ricerca relativi alla modalità di organizzare il materiale mnestico in funzione dell’età (l’organizzazione in clusters e la categorizzazione del materiale immagazzinato in memoria erano strategie cognitive sempre più utilizzate col progredire dell’età)(ibidem).

La scena russa dell’epoca presentava caratteristiche differenti, essendo più concentrata sugli aspetti relativi alla memoria in un contesto di sviluppo, con un’attenzione particolare rivolta all’integrazione della questione semantica e metodi di studio utilizzati differenti.

Le idee di Vigotskij erano state all’epoca già assimilate dalla comunità scientifica, avendo posto alcune questioni che parevano di grande importanza nello studio del funzionamento della memoria, soprattutto in relazione all’utilizzo del linguaggio e agli aspetti più sociali del suo sviluppo (1932). Altri autori dell’epoca, come Istomina (1948) e Korman (1944; 1945), puntavano invece a chiarire le differenze esistenti tra memoria involontaria (una memoria attivata senza la volontà del soggetto e relativa a materiale che non necessariamente si desiderava ricordare, più o meno attinente al contesto) e la memoria volontaria (attivata invece in modo cosciente dal soggetto e caratterizzata da più processi cognitivi funzionanti in parallelo). La maggior parte dei ricercatori dell’epoca sosteneva che le forme più evolute di memoria si sviluppassero proprio nel passaggio dalla memoria involontaria a quella controllata durante lo sviluppo dell’individuo, passaggio mediato dall’utilizzo di processi cognitivi ausiliari (come la categorizzazione, l’utilizzo di indizi o le mnemotecniche).

Leontjev, Smirnov e Zinchenco (in Schneider & Pressley, 1997) studiarono le dinamiche di funzionamento dei due tipi di memoria relativamente a differenti stadi evolutivi; nelle loro ricerche gli autori scoprirono che la memorizzazione involontaria di informazioni (per esempio, nel compito di memorizzazione di una storia, la codifica di informazioni di secondaria importanza) pareva garantire nei bambini in età prescolare (4-6 anni) performance migliori in compiti di rievocazione, in confronto a bambini di età superiore. In altre parole, la codifica di informazioni sembrava in questo stadio evolutivo avvenire in modo più o meno efficiente indipendentemente dal tipo di memoria implicata nei processi di codifica. Al contrario, bambini di età superiore ottenevano migliori performance se, nel momento in cui avessero dovuto memorizzare una certa quantità di informazioni, utilizzavano strategie di memorizzazione volontaria e in piena coscienza del compito richiesto (ibidem).

Gli studi di ricerca condotti in Russia tra il 1936 e il 1965 rappresentano il contributo più importante allo studio dello sviluppo della memoria dell’epoca. Fu implementata la conoscenza sul funzionamento della memoria nei bambini in età prescolare (ibidem), e particolare energia fu spesa nel tentativo di inserire nel campo d’indagine gli aspetti relativi all’utilizzo del linguaggio e alla dimensione più sociale dello sviluppo della memoria. Il periodo prescolare e il primo periodo scolare (tra i 4 e i 10 anni) fu consensualmente riconosciuto come il più critico nel percorso di sviluppo delle capacità cognitive relative alla memoria, in accordo con la letteratura precedente (Brunswik et al., 1932).

1965 – 1980

L’approccio storico allo studio della memoria era fortemente influenzato dal paradigma epistemologico dell’epoca, che si proponeva di osservare nel modo più naturalistico possibile i fenomeni, senza troppe mediazioni intellettuali. La memoria era quindi osservata nelle sue manifestazioni a livello di performance cognitive dei soggetti (quante informazioni riuscissero a memorizzare e quanto antichi potessero essere i ricordi di persone di differenti età, ecc.).

Negli anni ’60 tuttavia si impose agli occhi della comunità scientifica una corrente definita neo-comportamentista, nata come evoluzione di quella comportamentista, che abbandonava l’attenzione eccessiva per l’osservazione del comportamento e dei processi di stimolo-risposta (S-R) e ammetteva l’esistenza e l’azione di variabili intermedie, interne al soggetto e non direttamente osservabili, inserite nella catena delle associazioni S-R (S- mediazione cognitiva- R). I ricercatori che sostenevano questa nuova concezione della psicologia umana, antecedente alla creazione del paradigma cognitivista, prendevano spunto dalla scienza cibernetica per tentare di spiegare il funzionamento della mente, arrivando a paragonare il funzionamento psichico dell’uomo a quello di un computer, anche in relazione allo studio dei processi mnestici (processi legati all’hardware e al software dei sistemi di memoria, dove per hardware si intendeva la capacità di memoria e la velocità di processazione delle informazioni, e per software le strategia mnestiche utilizzate). La memoria cominciò inoltre a essere pensata come formata da sotto-sistemi deputati a specifiche attività, come l’elaborazione delle informazioni mnestiche sensoriali, la memoria a breve termine e quella a lungo termine (ipotesi che sarebbe stata successivamente confermata dagli studi di neuroimaging sulla differente attivazione di aree cerebrali a seconda del compito di memoria richiesto) (Schacter, 1992).

L’avvento di questa nuova corrente epistemologica provocò il riaccendersi dell’interesse per gli studi sulla memoria, e nuove correnti di ricerca si svilupparono in direzioni diverse.

Un autore che è impossibile non menzionare nell’ambito degli studi sulla memoria è Tulving, che nel 1972 teorizzò una sorta di disposizione concentrica di tre sistemi di memoria differenti: la memoria procedurale, la memoria semantica e la memoria episodica, relative a categorie di materiale ricordato differenti. Secondo l’autore, la memoria episodica consisteva in proposizioni riguardanti eventi singoli e specifici della propria esperienza personale; quella semantica era riferita invece al patrimonio di conoscenze possedute, ed era basata sul significato culturale delle informazioni; infine, la memoria procedurale consisteva nella conoscenza sul come fare qualcosa, e si sviluppava a partire dall’esercizio (Tulving, 1972).

Tulving sosteneva che la memoria semantica, insieme a quella episodica, andassero a costituire la cosiddetta memoria esplicita (o dichiarativa), la memoria cioè utilizzata attraverso proposizioni linguistiche implicanti una relazione fra due o più concetti in base ai criteri logici di verità, e funzionale alla rievocazione di nomi, luoghi, date, eventi. La memoria procedurale invece fu descritta dall’autore anche come memoria implicita, cioè non accessibile alla coscienza dell’individuo e implicata nella formazione degli schemi corporei e dei modelli operativi interni a partire da meccanismi di condizionamento classico (ibidem).

Secondo Tulving, la ricerca condotta sulla memoria fino agli anni ’70 era stata indirizzata in prevalenza verso lo studio della memoria episodica, a partire dagli studi pionieristici di Ebbinghaus. Per contro, gli studi di Bartlett (1932) avevano iniziato la tradizione di ricerca relativa alla memoria semantica che, insieme all’interesse dei ricercatori per la dimensione socio-relazionale, caratterizzano ancora oggi le tendenze di ricerca sul funzionamento mnestico.

Contributi importanti alla ricerca sulla memoria furono apportati da altri autori, sulla scia del rinato interesse verso lo studio della memoria che caratterizzò gli anni ’70 e l’avvento di nuovi paradigmi e modelli teorici trasversali alle scienze psicologiche.

Atkinson e Shiffrin (1971) teorizzarono la presenza di due tipologie di memoria, dando origine a una rappresentazione sociale tutt’ora in utilizzo: distinsero cioè una memoria a breve termine da una invece a lungo termine, caratterizzate da differenti capacità di immagazzinamento di materiale e diverse velocità di recupero. Molto conosciute, dei loro lavori, le intuizioni sui processi di reiterazione dell’informazione e la teoria multimodale della memoria, secondo la quale esisterebbero tre sistemi di memoria, con differenti caratteristiche (il registro sensoriale, la memoria a breve termine e quella a lungo termine)(ibidem).

DOPO IL 1980

La ricerca contemporanea sulla memoria, e in particolare sullo sviluppo della stessa, si presenta con le caratteristiche di una derivazione degli studi pionieristici sopra descritti. I mezzi di ricerca attuali, nell’ambito della psicologia cognitiva, hanno permesso di superare alcune difficoltà di metodo esistenti fino a poco tempo fa, soprattutto relative all’indagine sulla distinzione tra memoria esplicita ed implicita nei bambini (Rovee-Collier, 1995).

In particolare l’utilizzo di tecniche sperimentali innovative, come le prove di abitazione/disabituazione e le tecniche di condizionamento operante (Rovee-Collier, 1995) ha contribuito a facilitare lo studio dello sviluppo mnestico infantile, reso difficoltoso dall’impossibilità di usare il linguaggio verbale come mezzo di comunicazione, stimolando in modo vigoroso la ricerca relativa alle suddette tematiche.

La ricerca attuale si concentra sull’aspetto maggiormente dinamico dei processi cognitivi relativi alla memoria e sul suo funzionamento ecologico, calato cioè nel contesto sociale d’appartenenza.

Se per molto tempo la psicologia generale aveva considerato la memoria come un “deposito” in cui venissero depositati i cosiddetti engrammi, e aveva posto come centrale lo studio dei limiti della stessa (a che ritmo venissero dimenticati i dati in essa inseriti o quale fosse il grado di accuratezza), oggi è prioritario lo studio sui processi cognitivi implicati nel suo funzionamento e i fattori che possano influenzarlo.

Fornire un’immagine esaustiva del panorama di ricerca attuale appare molto difficile, essendosi complessificato il concetto stesso di memoria e specializzato lo studio dei suoi diversi processi e componenti.

Prima Infanzia (0-5 anni)

La memoria appare essere una facoltà cognitiva innata dell’individuo, presente già, in forma elementare, nel feto (DeCasper & Fifer, 1980). Gli studi dimostrano che attività di memoria basilari sono presenti nel bambino fin dalla nascita, come la capacità di distinguere tra stimoli vecchi e nuovi o quella di memorizzare l’associazione tra due stimoli (condizionamento operante). Bambini di 2 mesi persistono nel preferire la visione di stimoli nuovi anche dopo un periodo di abituazione a uno stesso stimolo di due settimane; altri studi hanno dimostrato invece la presenza di una memoria visiva per il movimento di oggetti in bambini di 3 mesi (Bahrick e Pickens, 1995).

Ulteriori studi hanno evidenziato la presenza di comportamenti imitativi in bambini di età compresa tra i 10 e i 20 mesi, a prova dello sviluppo in questo periodo delle capacità legate alla memoria a lungo termine (Meltzoff, 1995), soprattutto in termini di memorizzazione di scripts e sequenze di azioni stereotipate (Bauer, 1997).

Ciò che appare comunque rilevante e peculiare della tendenza di ricerca attuale è la maggiore attenzione agli aspetti sociali implicati nello sviluppo della memoria, già dopo la nascita.

Gli studi sulla memoria, a partire dagli anni ’70 e in concomitanza con il crescere di nuovi paradigmi teorici legati alla psicologia cognitiva e alle neuroscienze in generale, hanno inteso integrare lo studio dei processi mnestici, come le fasi di codifica, immagazzinamento e recupero (proseguendo quindi idealmente la linea di ricerca più tradizionale e comportamentista) con un’attenzione privilegiata all’influenza esercitata dal contesto sociale e dalle relazioni primarie intrattenute dal bambino nei primi anni di vita.

Il merito di aver complessificato l’argomento, oltre che di essersi opposto alla rigida regolamentazione intestina agli studi di laboratorio tradizionali, è consensualmente attribuito a Neisser (1978). Neisser fu uno dei primi studiosi della memoria a indagarne in modo approfondito la dimensione legata al linguaggio e alla narrazione.

Già Vigotskij (1932) aveva chiarito l’importanza dell’influenza del linguaggio sui processi cognitivi e sull’utilizzo della memoria, teorizzando la presenza di un linguaggio interno con funzione normativa e regolativa dei contenuti della mente. Neisser (1978) approfondì l’aspetto più legato alla somiglianza tra ricordare qualcosa e narrare una storia: dimostrò che, per esempio, l’attività del narrare un avvenimento pubblico veniva spesso mescolata a riferimenti alla vita personale dei narratori, come elaborando un secondo racconto, dettagliato e fornito di struttura narrativa e scenario (Neisser, 1982). Questo faceva pensare a una struttura narrativa della memoria, strettamente vincolata dall’utilizzo del linguaggio interno e funzionale alla gestione del materiale mnestico immagazzinato durante lo sviluppo.

Lo studio di queste dinamiche, sviluppato per lo più in ambito cognitivista e neuropsicologico, e relativo ai primi anni di sviluppo, è stato ulteriormente implementato dalle teorie riguardanti la memoria cosiddetta autobiografica, relativa cioè alle informazioni riferite al Sé (Brewer, 1986) e composta da narrazioni sulla propria storia di vita, considerata da alcuni autori come un sotto-sistema della memoria episodica teorizzata da Tulving, ma avente caratteristiche peculiari e aree cerebrali deputate proprie (Kapur, 1993).

La ricerca attuale sulla memoria dei bambini in fase di sviluppo ha dimostrato non solo l’esistenza di un funzionamento mnestico nel bambino a partire dall’osservazione di schemi e copioni motori imparati (e quindi memorizzati) dal bambino (Schank e Abelson, 1977): ha anche indagato i processi di memoria utilizzati dal bambino per ricordare episodi riferiti al Sé e crearne racconti coerenti (memoria autobiografica).

Rispetto allo sviluppo della memoria autobiografica, è stato notato che già intorno ai 16-18 mesi di età i bambini cominciano a conversare su episodi passati specifici (Eisenberg, 1985 e Harley & Reese,1999), tuttavia solo nel caso in cui accompagnati nella rievocazione del passato da una figura adulta. In questa fase dello sviluppo sarebbe l’adulto infatti a fornire la maggior parte del contenuto e della struttura del materiale rievocato, incoraggiando quindi o più in generale manipolando cognitivamente il bambino (quest’ultimo parteciperebbe semplicemente confermando, negando o ripetendo quanto detto dall’adulto). E’ stato osservato infatti che circa all’età di 3 anni il bambino arriva ad un livello di maturazione cognitiva tale da essere in grado di compiere accurate descrizioni di eventi passati, seppur ancor necessitando di un sostegno cognitivo da parte di una figura adulta funzionale al mantenimento della coerenza del racconto (Hamond & Fivush, 1991; Ornstein, 1995).

C’è consenso generale in ambito di ricerca sul ritenere l’acquisizione linguistica un passaggio evolutivo cruciale nello sviluppo della dimensione narrativa della memoria episodica e di quella autobiografica, a prova della grande influenza esercitata dal linguaggio verbale sull’organizzazione e sulla gestione dei ricordi.

Lo studio della memoria autobiografica si caratterizza da un’attenzione per gli aspetti narrativi della comunicazione (la modalità con cui il soggetto si descriva e organizzi i suoi ricordi in modo narrativo) e da un’osservazione della qualità e della natura del materiale ricordato (quanto accuratamente il ricordo sia recuperato e quali aspetti del ricordo siano maggiormente considerati, per esempio quelli contingenti alla situazione ricordata, o le sensazioni sperimentate, o altro).

Gli elementi di ricerca che si configurano come veramente innovativi nel panorama attuale, sono pertanto quelli relativi all’influenza del contesto sociale sul funzionamento della memoria, e in particolare della memoria autobiografica.

Lo studio sul funzionamento della memoria autobiografica è indicativo di un approccio più generale allo studio della memoria, più complesso e multi-fattoriale.

I ricercatori odierni studiano il funzionamento della memoria a partire dall’interazione non-lineare tra molte variabili, tra cui le dinamiche relazionali-affettive sperimentate dall’individuo, le competenze e le caratteristiche del linguaggio utilizzato dal soggetto (a partire per esempio dalle massime conversazionali di Grice o dalle teorie di Labov sulla natura dell’interazione verbale), le capacità cognitive possedute dall’individuo, le differenze di genere (Nelson, 1996; Davis, 1999; Flannagan, 1996; Fivush & Haden, 2003; Brody, 1999) e le capacità meta-mnemoniche possedute dal soggetto (Schneider, 1999).

Un autore di riferimento per gli studi sul funzionamento della memoria, e in particolare della memoria autobiografica, è oggi sicuramente Robyn Fivush.

La ricerca condotta da Fivush esplora le caratteristiche della memoria e del ricordo in bambini di differenti età, partendo dall’indagare in quale modo l’ambiente esterno possa influenzare il funzionamento della memoria stessa, con una particolare attenzione al contesto di comunicazione madre-bambino.

In un articolo del 2006 (Fivush, 2006), l’autrice descrive l’attività di ricordare come un fatto sostanzialmente sociale, co-costruito cioè nell’interazione con gli altri. La questione della comunicazione madre-bambino viene poi riletta alla luce di questo assunto e il ricordo, da questo punto di vista, viene posto come sempre costruito dalla madre insieme al bambino in fase di interazione verbale.

Fivush riprende e sviluppa le pur sporadiche teorie classiche che avevano approfondito l’aspetto della dimensione sociale del ricordo, in primo luogo le sopra citate ricerche di Bartlett (1932). Bartlett fu uno dei primi infatti a teorizzare che la costruzione di un ricordo potesse subire l’influenza di richieste culturali, contestuali all’ hic et nunc del soggetto. Le teorie formulate dall’autore illustravano come l’utilizzo della memoria e la rappresentazione (termine non scelto a caso) di un ricordo potessero essere distorti dall’utilizzo che, di questo stesso ricordo, il soggetto intendeva fare (ibidem).

Nel 2006, Fivush riprende queste considerazioni e allarga il campo d’indagine al funzionamento della memoria in ambito di sviluppo: considerando bambini in età prescolare (4-6 anni), l’autrice indaga come il processo di rievocazione di materiale mnestico si modifichi in funzione di variabili esterne, tra cui la qualità dei rapporti intrattenuti dal bambino con la madre e la sua cultura d’appartenenza (Fivush, 2006; Fivush e Haden, 2003).

Nell’ambito del funzionamento della memoria autobiografica del bambino, e al fine di studiarne i risvolti socio-relazionali, Fivush isola la questione sulla tipologia di stile narrativo utilizzato dalla madre nel comunicare con il figlio, in particolare nell’ambito della comunicazione su un evento che sia accaduto in passato ad entrambi (parent-child reminiscing o, in italiano, rievocazione congiunta).

L’autrice distingue due tipologie di stile narrativo utilizzato dalla madre insieme al figlio in ambito di rievocazione congiunta (dove per stile narrativo materno si intenda l’insieme delle caratteristiche che descrivono la modalità della madre di comunicare, in modo verbale e non, con il figlio): uno stile narrativo a bassa elaboratività ed uno ad alta elaboratività.

Secondo Fivush, una madre con uno stile narrativo a bassa elaboratività tenderebbe, nel comunicare con il figlio su un episodio di vita comune, a non stimolare o addirittura a bloccare il bambino al ricordo, per esempio non ponendogli domande, o svalutandolo. Una madre invece dotata di uno stile narrativo ad alta elaboratività tenderebbe, durante la comunicazione con il figlio, ad arricchire i contenuti del materiale rievocato dal bambino grazie a domande, approfondimenti e un’attenzione maggiore alla modalità del figlio di esporre il ricordo. Fivush ritiene inoltre che una madre ad alta elaboratività si preoccuperà di condurre il figlio a uno sforzo cognitivo maggiore, durante l’attività di rievocazione, rispetto a una madre non elaborativa, per esempio portandolo a focalizzare la sua attenzione sulle emozioni sperimentate nel là e allora dell’evento ricordato (ibidem).

Nei suoi esperimenti, Fivush dimostra che uno stile narrativo ad alta elaboratività influisce sulle capacità rievocative del bambino, potenziandole e rendendole più accurate (racconti più fedeli e completi sull’evento ricordato, con un maggior numero di riferimenti a vissuti interni ed emotivi); l’autrice sostiene inoltre che un maggior numero di riferimenti fatti dalla madre, in sede di rievocazione congiunta, a propri vissuti emotivi, “insegnerebbe” al bambino ad effettuare rievocazioni più complete e stimolerebbe lo sviluppo di una migliore teoria della mente nel bambino (Fivush & Fromhoff, 1988; Fivush, 1994, 2006; McCabe & Peterson, 1991; Reese, Haden & Fivush, 1993; Ruffman, Slade e Crowe, 2002).

Gli studi relativi alle suddette tematiche mostrano una tendenza attuale a considerare il funzionamento della memoria come profondamente influenzato da altri processi cognitivi, per esempio relativi al funzionamento sociale e allo stato emotivo di colui che ricorda.

Più che il processo singolo della memoria e i suoi limiti, si indaga oggi il funzionamento mnestico in relazione a molteplici fattori, ipotizzando che particolari situazioni a livello socio-relazionale ed emotivo possano migliorarne il funzionamento, cosa che in effetti è stato dimostrato negli esperimenti sul campo. In accordo con la teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1988; Thompson, 2000), questi studi dimostrano quanto la relazione madre-bambino, a partire dalle prime interazioni, sia di centrale importanza per lo sviluppo cognitivo, emotivo e sociale del bambino stesso lungo l’arco della vita (Cassidy, Shaver, 1999).

Lo sviluppo della memoria tra i 5 e i 15 anni

Se lo studio del funzionamento mnestico nel periodo neonatale e prescolare, da 0 ai 5 anni, come è stato scritto, si articola oggi in tendenze di ricerche relative a più fattori, di differente natura, considerati implicati nel funzionamento della memoria, la progressione delle capacità mnemoniche che si verifica dai 6 agli 11 anni è oggi spiegata tenendo in considerazione quattro fattori:

  1. In primo luogo, utilizzando la metafora cibernetica, l’hardware del sistema di memoria è considerato dai ricercatori attuali, in linea con le ricerche pionieristiche di Ebbinghaus, in espansione, con il progredire dell’età. Dempster (1981), effettuando prove di rievocazione su bambini di dai 2 ai 9 anni, ha mostrato come il numero di items ricordati dal bambino cresca con l’età, fino a stabilizzarsi sul “magico numero 7±2”, intorno ai 9 anni (ibidem). Inoltre, le informazioni immagazzinate in memoria sembrano essere processate dall’individuo con sempre maggiore velocità durante la crescita (Kail, 1991, 1993), anche se resta da chiarire se questo aumento di velocità sia provocato da una maggiore familiarità del soggetto nei confronti del materiale da ricordare o dall’utilizzo più frequente di strategie di memoria, oppure da un incremento della velocità di processazione delle informazioni slegato da fattori esterni (incremento di per sé della velocità di precessazione)(ibidem).

  2. Un secondo aspetto coinvolto nella crescita delle capacità di memoria è considerato essere l’utilizzo di strategie, da parte dei soggetti, durante le diverse fasi di codifica, ritenzione o rievocazione delle informazioni, osservato nel bambino, seppur con varianti individuali, a partire dai 5/6 anni di età (Kail, 1990; Scheider & Pressley, 1997). Una strategia di memoria è stata definita un comportamento intrapsichico o esterno al soggetto che ne favorisca l’utilizzo della memoria, potenzialmente conscio e controllato dall’individuo stesso (Flavell, Miller & Miller, 1993). Le strategie mnestiche si sviluppano dai 5 ai 10 anni di età (ibidem), e assumono forme diverse a seconda del meccanismo che ne sta alla base (la più comune, oltre ad essere una delle più studiate, è considerata la strategia di reiterazione; altre sono la strategia di organizzazione, quella di elaborazione, e altre)(McShane, 1991). C’è consenso diffuso nel ritenere che le differenze individuali nell’utilizzo di strategie mnestiche svolgano un ruolo importante nello sviluppo delle facoltà mnemoniche del bambino tra i primi anni di scuola elementare e quelli dell’adolescenza.

  3. Terzo fattore considerato implicato nella progressione delle capacità mnemoniche tra i 6 e gli 11 anni è sicuramente l’acquisizione della capacità meta-mnemonica, ovvero la capacità (dichiarativa o procedurale) di monitorare il proprio funzionamento mnestico, essendo in grado di descriverlo. Tale capacità è considerata essere influente sul funzionamento mnestico in genere e sulle strategie mnemoniche utilizzate dall’individuo (Schneider, 1999).

  4. Il quarto fattore considerato dai ricercatori è relativo alla cosiddetta domain knowledge, la conoscenza cioè posseduta dall’individuo relativamente a un determinato argomento (come per esempio il gioco degli scacchi o il cinema). I ricercatori hanno scoperto che una conoscenza approfondita di un determinato argomento facilita la codifica e il successivo recupero di informazioni semanticamente attinenti a quello stesso argomento, indipendentemente dall’utilizzo di strategie di memoria (Bjorklund, 1985).

In generale, c’è consenso nel ritenere l’aumento delle conoscenze specifiche possedute dall’individuo in fase di sviluppo predittivo di un miglioramento diffuso delle capacità di apprendimento e di memoria, anche in relazione all’utilizzo di strategie di memoria e allo sviluppo della meta-memoria (Siegler, 1998).

L’interazione tra molteplici fattori, a determinare la qualità delle performance cognitive dell’individuo, è stata enfatizzata nel model of good information processing, formulato negli anni ’90 da più autori (Pressley, Borkowski & Schneider, 1989; Schneider & Pressley, 1997), che sottolinea appunto l’interazione tra le capacità di base dell’individuo, anche a livello neurologico, la quantità di informazioni acquisite sul mondo, il suo utilizzo di strategie e l’aspetto motivazionale, nel determinare il grado di performance a compiti di memoria.

Nuove tendenze di ricerca

Negli ultimi decenni i ricercatori hanno osservato che i processi di memoria non sempre rispondono al controllo cosciente dell’individuo, ma che, al contrario, spesso ciò che è ricordato sembra essere frutto di un processo di codifica involontario (memoria cosiddetta involontaria e implicita) (Graf e Schacter, 1985; Glemberg, 1997). La prova dell’esistenza di un sotto-sistema di memoria non controllato coscientemente dall’individuo sembra palesarsi nel momento in cui affiorino alla coscienza ricordi o informazioni che il soggetto non aveva intenzione di ricordare. E’ stato notato infatti che molto di quello che bambini e adulti ricordano sembra essere immagazzinato in modo implicito nei sistemi di memoria, senza l’ausilio di risorse attentive controllate dal soggetto. Gli esperimenti sull’effetto di priming sembrano evidenziare questi processi (Ausley & Guttentag, 1993).

Il carattere involontario di tali processi di selezione delle informazioni, e la presenza di sotto-sistemi mnemonici in grado di auto-organizzarsi, ha fatto parlare di “sistema dinamico complesso non-lineare” in riferimento alla memoria (Siegel, 1999), accostando lo studio del funzionamento mnestico allo studio dei sistemi complessi.

Lo studio di queste dinamiche, relativo quindi a fattori non-strategici implicati nei processi di memoria, coinvolge una parte della scena attuale di ricerca, e ha portato a risultati interessanti: si è notato per esempio che lo sviluppo della memoria implicita sembra subire meno evoluzioni durante lo sviluppo rispetto a quella dichiarativa (l’effetto di priming, per esempio, non sembra essere dipendente dall’età del soggetto, cosa che farebbe pensare a una memoria implicita attiva già dalla nascita; al contrario si è notata per le funzioni più dichiarative della memoria, come l’utilizzo di strategie, una costante evoluzione con l’età) (Squire, Knowlton & Musen, 1993). Evidenze sperimentali dimostrano inoltre la presenza di aree deputate differenti per memoria esplicita ed implicita (Voss & Pallerm, 2007).

La questione dei fattori non-strategici implicati nei processi di memoria ha aperto la strada a un filone di ricerca che considera il funzionamento della memoria non solo regolato da processi lineari, ma anche da meccanismi di rievocazione di informazioni basati su criteri di somiglianza e convenienza. Reyna e Brainerd (1995), nella teoria delle cosiddette “tracce sfumate” (fuzzy-trace theory) sostengono per esempio che il carattere fluido e dinamico dei processi di memoria sarebbe caratterizzato da un’attivazione delle informazioni in modo parallelo, anziché sequenziale come nella logica, e da un successivo triage cognitivo compiuto implicitamente dal soggetto sulle diverse tracce relative ad uno stesso evento.

Parzialmente allontanandosi dalle ipotesi tradizionali, gli autori hanno inoltre ipotizzato un diverso funzionamento di base della memoria nel bambino e nell’adulto, quest’ultima considerata dagli stessi più influenzata dal fattore emotivo e semantico e nel complesso meno attendibile rispetto alla memoria del bambino, più diretta e “letterale”(ibidem).

Oltre ai processi non-strategici implicati nella memoria, attuale appare oggi l’interesse verso l’attendibilità dei resoconti portati in sede di testimonianza dai bambini (e quanto questi possano in definitiva essere suggestionabili), e l’acceso interesse verso lo studio della memoria autobiografica in relazione alla dimensione sociale.

Il dibattito sull’attendibilità dei resoconti portati dai bambini in sede legale si svolge tra i sostenitori delle teorie attuali derivate dalle scuole classiche (che per esempio individuano nel periodo prescolare la fase di maggiore suggestionabilità del bambino), e le ricerche più rivoluzionarie, come appunto quella delle “tracce sfumate”, che sostengono al contrario una maggiore attinenza al dato reale nei resoconti portati da bambini anche in età precoce (Reyna e Brainerd,1995).

INFLUENZA DELLA VITA RELAZIONALE SUI PROCESSI DI SVILUPPO DELLA MEMORIA

Come è stato detto, un filone di grande interesse nel panorama di ricerca attuale in psicologia cognitiva indaga lo sviluppo della memoria autobiografica del bambino in relazione alla vita relazionale da esso esperita all’interno del gruppo primario.

Questi studi fanno tesoro delle scoperte effettuate in ambito cognitivo relativamente ai processi di memoria, tradizionalmente considerati come facoltà distinte della mente, e col tempo pensati in relazione a fattori motivazionali, semantici e socio-relazionali.

Oggi, autori come Fivush, Low & Durkin (2001) e altri (Haden, Haine & Fivush, 1997), considerano il funzionamento della memoria autobiografica modulato nel bambino dalla tipologia di conversazione intrattenuta dallo stesso con la madre. Studi di ricerca dimostrano che madri dotate di uno stile narrativo altamente elaborativo consentirebbero ai propri figli di ricordare con maggiore precisione e completezza le vicende dalle propria autobiografia, insegnando loro a riferirsi a più aspetti del ricordo, e in particolare agli aspetti emotivi dello stesso. E’ stato dimostrato infatti che un maggior riferimento da parte della madre a emozioni di segno positivo e l’adozione di uno stile valutativo confermativo (Labov & Waletzky, 1997) durante la fase di parent-child reminiscing sembra accrescere le performance del bambino -in età prescolare- relativamente a compiti di rievocazione autobiografica (Fivush & Fromhoff, 1988; Fivush, 1994, 2006; McCabe & Peterson, 1991; Reese, Haden & Fivush, 1993).

I ricercatori coinvolti in questi studi propendono per collocare la nascita della memoria autobiografica nel contesto di interazione sociale dell’individuo (Fivush, 2006), e considerano il processo del ricordare come un costrutto interpersonale (Bretherton, 1993).

Gli studi sopra citati sottolineano inoltre che anche la tipologia di stile d’attaccamento costruito dal bambino verso la madre sembra essere correlata alla qualità dei resoconti autobiografici portati dal bambino in sede di parent-child reminiscing. Si sono osservate in particolare maggiori difficoltà nei bambini con stile d’attaccamento classificato come Disorganizzato (D) in compiti di narrazione di eventi autobiografici condivisi con la figura d’attaccamento, rispetto a quelli Sicuri (B) (ibidem; Reese e Farrant, 2003).

Alla questione dell’influenza esercitata sulla memoria dai rapporti di attaccamento con le figure primarie si affiancano gli studi relativi alle distorsioni dei ricordi provocati da particolari richieste sociali contestuali al soggetto. La memoria è stata recentemente definita una

“proprietà globale della nostra mente: la proprietà di leggere il presente in modo storico e dinamico, generando un’interpretazione della situazione/azione corrente che è contemporaneamente lettura del presente, ripristino delle situazioni/azioni che abbiamo esperito in passato e aspettativa di situazioni/azioni che potrebbero presentarsi in un tempo più o meno immaginario. Il nostro presente è dunque sempre sospeso tra un passato costantemente reinventato, riorganizzato e riutilizzato e un insieme di futuri possibili costantemente attesi, pianificati e rimaneggiati. Il passato, il futuro e i tempi possibili sono parte inestricabile del nostro comprendere il mondo e agire in esso, ma la memoria esiste solo nel presente.” (Carassa, Tirassa, 2005).

Si configura dunque una visione dei processi di memoria come in grado di generare significato nel presente a partire da un’attività di sintesi su informazioni relative al passato del soggetto.

Come è stato sopra evidenziato, quest’attività di sintesi (cioè il modo con cui si riportino alla mente una serie di informazioni, eventi, e come queste informazioni vengano organizzate dal soggetto) risulta essere suscettibile in particolari fasce d’età all’influenza delle richieste di agenti esterni, anche involontarie o implicite (per esempio gli studi sull’influenza dello stile narrativo materno sulla memoria autobiografica).

Ciò che viene però sottolineato da altri autori è il fatto che tale processo di sintesi possa subire, anche in età adulta, distorsioni (solitamente in termini di eccesso o difetto di informazioni ricordate) provocate dalla necessità dell’individuo di esibire socialmente un livello di confidence elevato (cioè il livello di fiducia di un soggetto verso le sue stesse capacità mnemoniche).

Questi autori sostengono che l’influenza della dimensioni relazionale influenzerebbe i processi di memoria sia distorcendo i contenuti a seconda dell’ambiente in cui il soggetto si trovi a interagire, sia modulando la quantità di informazioni attivate, sempre a seconda delle richieste dell’ambiente esterno (nel caso in cui, per esempio, ciò che dovesse essere ricordato non fosse importante, e non fosse necessaria l’aderenza “verbatim” ai dati di realtà, il soggetto eseguirebbe una ricerca poco raffinata, generalizzando o sintetizzando il materiale mnestico rievocato).

Le richieste provenienti dal contesto in cui l’individuo si trovi a interagire lungo tutto il percorso di sviluppo sembrano essere in grado dunque di influenzare la modalità con cui una certa informazione venga rievocata, e perfino di intaccarne i contenuti.

Si rendono necessari dunque ulteriori studi di ricerca che si muovano nella direzione di applicare queste conoscenze all’ambito psicoterapeutico, affinché il terapeuta non sottovaluti o banalizzi il problema delle evidenti ripercussioni provocate dalle dinamiche relazionali sul funzionamento mnestico, e nel tentativo di fornire al paziente quella protesi cognitivo-affettiva che gli consenta di recuperare una sua personale e indispensabile storia di vita (Veglia, 1999).

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Article by admin / Neuroscienze e psichedelici

27 December 2019

INTRODUZIONE AL LAVORO DI GIULIO TONONI

di Raffaele Avico e Matteo Grasso (University of Wisconsin – Madison, Department of Psychiatry)

Il lavoro di ricerca fatto presso il laboratorio coordinato da Giulio Tononi, a Madison (presso il dipartimento di psichiatria della University of Wisconsin-Madison, USA), si configura come riferimento mondiale per la ricerca su due filoni tematici portanti: il sonno e la coscienza.

Gli studi sul sonno condotti da Tononi (in collaborazione con la Prof.ssa Chiara Cirelli) hanno portato ad importanti scoperte sulla funzione del sonno a onde lente (il sonno profondo), sui meccanismi neurali che lo generano e sui suoi effetti a livello cellulare e sinaptico, e su varie patologie del sonno.

Il fenomeno della coscienza viene invece investigato sia in senso quantitativo (come si può misurare il livello di coscienza in vari stati come veglia, sonno, anestesia, stato vegetativo) che in senso qualitativo (cos’è la coscienza e come si può studiare scientificamente il suo contenuto qualitativo). A seguito dei risultati raggiunti insieme ai suoi collaboratori, il Prof. Tononi è stato insignito di molteplici premi di grande rilevanza nel mondo neuroscientifico; articoli a riguardo del sonno e del funzionamento della coscienza umana sono pubblicati sulle maggiori riviste scientifiche al mondo. Qui una breve rassegna delle pubblicazioni maggiori.

SONNO 

Le attività di indagine svolte sul sonno spaziano su temi di ricerca di base e di ricerca clinica.

Un grande tema di ricerca di base riguarda i meccanismi neurali che generano il sonno profondo a onde lente (onde delta), la funzione del sonno evolutiva e fisiologica, e gli effetti della deprivazione selettiva di questo stato su memoria e apprendimento. Il costrutto teorico formulato da Tononi nel suo laboratorio a riguardo del sonno è in breve chiamato Synaptic Homesostasis Hypotesis (SHY). Questo articolo pubblicato su Neuron lo esplica in modo approfondito.

I punti portanti di SHY possono essere riassunti (in modo semplificato) come segue:

  1. Durante la veglia, l’attività cerebrale porta alcuni neuroni a creare nuovi collegamenti sinaptici, e porta sinapsi pre-esistenti ad essere potenziate. Tuttavia, l’effetto di questo potenziamento non è efficiente: solo una piccola minoranza di sinapsi infatti è coinvolta nelle attività cognitive e comportamentali ottimali, mentre il resto delle sinapsi costituisce attività neurale di fondo non ottimale.
  2. Come dimostrato dagli esperimenti del gruppo di Tononi, il sonno a onde lente ha un effetto a livello delle singole sinapsi chiamato “downscaling sinaptico”, ovvero un depotenziamento generale delle sinapsi; tale depotenziamento agisce a tappeto su tutte le sinapsi, sia ottimali che sub-ottimali, mantenendo però i differenziali tra le diverse potenze sinaptiche.
  3. Il giorno successivo, l’attività cerebrale di veglia descritta al punto 1 si ripete ri-potenziando alcune sinapsi, che in congiunzione al downscaling sinaptico del sonno a onde lente porta ad un effetto iterativo e cumulativo di potenziamento selettivo delle sinapsi ottimali, e a un depotenziamento costante delle sinapsi sub-ottimali.
  4. Questo modello spiega i meccanismi sinaptici sottostanti al processo di apprendimento, strutturato in senso neurobiologico su processi di “riconferma” selettiva di alcune connessioni neurali e di depotenziamento globale durante il sonno profondo.
  5. In sintesi, il sonno a onde lente, secondo questa teoria, ha una funzione di regolazione omeostatica delle connessioni sinaptiche usate durante il giorno. Qui un approfondimento.

La ricerca sul sonno è anche indirizzata a investigare le sue relazioni con la coscienza. Vari studi sono condotti su parasonnie del sonno non-REM come il sonnambulismo (il soggetto svolge nel sonno attività motorie semplici o complesse ) e il sonniloquio (il soggetto parla nel sonno), e sul fenomeno del sogno lucido (nel lavoro di https://www.benjaminbaird.org/).

COSCIENZA

Per quanto riguarda invece il tema della coscienza, il costrutto teorico centrale è la Integrated Information Theory (IIT). Questo paradigma teoretico si propone l’ambizioso obiettivo di comprendere il sostrato neurobiologico della coscienza umana, di renderne quantificabile e misurabile l’espressione e di fornire gli strumenti teorici e sperimentali per lo studio dei contenuti qualitativi della coscienza – ciò che i filosofi chiamano qualia: l’esperienza di vedere colori, sentire suoni, percepire dolore, etc.

I principali filoni di ricerca sulla coscienza del Lab coordinato da Tononi sono i seguenti:

  1. I meccanismi neurofisiologici del sonno e degli stati alterati di coscienza (come l’anestesia, il coma e le crisi epilettiche), e la sua misurazione quantitativa. Il gruppo di Tononi ha sviluppato una procedura chiamata Perturbational Complexity Index (PCI) volta a misurare il livello di coscienza in un soggetto, basata sull’uso combinato di stimolazione magnetica transcranica ed elettroencefalogramma ad alta densità. Tale procedura consiste nello stimolare un’area corticale e nel registrare la risposta elettroencefalografica, e nel quantificare tramite algoritmi il livello di complessità di tale risposta in termini di informazione integrata. Questo strumento di misurazione della coscienza ha già portato ad effettuare in ambito clinico misurazioni sul livello di coscienza in pazienti con disordini di coscienza (per esempio in coma, stato vegetativo e stato di coscienza minima), mostrando un grande potenziale sia come strumento diagnostico (si stima che circa il 30% delle diagnosi di stato vegetativo non siano corrette) sia come strumento prognostico (in alcuni casi un incremento del valore di PCI ha preceduto un miglioramento nella responsività del paziente, permettendo di prevedere un recupero delle funzioni cognitive prima della comparsa di alcun miglioramento comportamentale osservabile), portando ad importanti applicazioni pratiche e grandi vantaggi clinici.
  2. Lo sviluppo dei costrutti fondanti della IIT, come la nozione di informazione integrata, e la definizione in termini matematici e formali delle procedure di calcolo dell’informazione integrata in modelli computazionali (reti neurali).
  3. Lo studio dei contenuti qualitativi di coscienza, del vissuto soggettivo: ci si interroga cioè sulla dimensione qualitativa della coscienza, e suoi suoi “elementi” costitutivi in senso fenomenologico (i qualia), aspetti difficili da investigare scientificamente e a tal punto complessi da necessitare un approccio integrato al problema che metta insieme filosofi della mente, neuroscienziati, informatici, e ricercatori provenienti dagli ambiti di ricerca più variegati. Un esempio paradigmatico di questo approccio si puo’ trovare in un primo pionieristico articolo (Haun & Tononi 2019) volto a mostrare come la IIT propone di spiegare l’esperienza qualitativa della spazio visivo: l’esperienza di una superficie estesa di fronte ai nostri occhi e su cui le scene visive sono (metaforicamente parlando) proiettate, e che rimane anche quando chiudiamo gli occhi o ci troviamo nell’oscurità (lo spazio visivo rimane esteso, e di fatto anche colorato, seppur di nero). Altri progetti in corso propongono di applicare questa metodologia ad altri contenuti qualitativi come l’esperienza del passare del tempo, l’esperienza di contenuti dell’esperienza visiva come il colore e la categorizzazione concettuale di oggetti, e l’esperienza del dolore.

Il lavoro pionieristico di Giulio Tononi si avvale di giovani ricercatori provenienti da tutto il mondo, spesso di età inferiore o prossima ai 30 anni (già pubblicati su riviste di altissimo impatto scientifico), il che ci racconta di una realtà, quella statunitense, in grado di creare ambienti stimolanti e protetti adatti alla prosecuzione della sperimentazione pre-clinica (su animali o uomini), fondamentale per l’evoluzione della pratica clinica applicata.

Qui approfondimenti:

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19 December 2019

THOMAS INSEL: FENOTIPI DIGITALI IN PSICHIATRIA

di Raffaele Avico

Il video sotto riportato rappresenta un affaccio su una possibile realtà inerente la psichiatria futura: vi si descrive una metodologia di raccolta di dati riguardanti il soggetto, per mezzo dell’utilizzo di un device come lo smartphone. Sappiamo che lo smartphone si è costituito come vero prolungamento non solo nel Sè (usando categorie prese in prestito alla psicodinamica), ma anche del Sistema Nervoso, per così dire, viste le molteplici funzioni neuro-regolative che riveste (il cellulare usato per lenire momenti di ansia, o per fuoriuscire da momenti di vuoto depressivo, l’uso del telefono come gesto di self-soothing).

Se consideriamo quanto il cellulare sia in grado di rilevare o “monitorare” il nostro funzionamento a riguardo di diversi domini esperienziali come il sonno o il movimento (dando per scontato che la sua manipolazione sia pressochè costante, cosa che permette alle applicazioni e ai rilevatori al suo interno di capire se siamo svegli o meno, se ci muoviamo o meno) potremo capire bene, come nel video sotto esplicato, quante informazioni sullo stato psicofisico di un paziente potremmo idealmente rilevare dal suo utilizzo per scopi clinici.

In questo video, viene chiarito come rilevare parametri antropometrici come mobilità, frequenza della manipolazione dello smartphone, qualità del sonno, frequenza del battito cardiaco (per esempio integrando strumenti come il fitbit alle applicazioni di un Iphone), potrà in futuro costituire un importante strumento di prevenzione del rischio suicidario, per esempio, oppure fornire informazioni continuative, quotidiane e costanti sulla vita e lo stato di salute di un paziente. Le implicazioni sono molto ampie, perchè mai si era posta la possibilità che un soggetto che ne desse il consenso potesse esser monitorato in modo così continuativo e dettagliato.

Thomas Insel, creatore del progetto Mindstrong ed ex dirigente Google Life Sciences, porta da tempo avanti la promozione di progetti di questo tipo, in cui vengano integrate strumentazioni d’avanguardia e tradizionali pratiche cliniche e di ricerca.

Ecco il video, da vedere:

Article by admin / Neuroscienze e psichedelici / video

12 December 2019

HPPD: HALLUCINOGEN PERCEPTION PERSISTING DISORDER

di Raffaele Avico

Si parla spesso di cannabis, sostanze psichedeliche e dei possibili effetti nocivi sulla salute di chi ne fruisca.

Uno dei possibili “strascichi” dell’uso di sostanze psichedeliche è rappresentato dai sintomi visivo/dissociativi. In particolare, testimonianze dirette di fruitori riportano effetti dissociativi di derealizzazione e depersonalizzazione. Leggere questa pagina può dare un’idea delle esperienze vissute dai fruitori. Vi si racconta di strascichi simil-dissociativi di lunga durata, fino a un anno, a seguito di utilizzo di “psichedelici”. Il termine scientifico per questa sindrome è HPPD.

Questo articolo pubblicato su Brain Sciences esegue un’analisi della letteratura esistente (46 articoli in tutto) sul tema HPPD, rilevando due livelli di disturbo:

  1. HPPD ti tipo 1, di entità lieve, a prognosi breve (massimo un anno)
  2. HPPD di tipo 2, di entità grave, a prognosi negativa e definito “difficilmente reversibile”

In questo studio vengono descritti alcuni punti centrali del disturbo:

  • EZIOLOGIA: l’ipotesi eziologica dominante al momento, è un danno al Sistema Nervoso Centrale (destruction or dysfunction of cortical serotonergic inhibitory interneurons with gamma-Aminobutyricacid (GABAergic) outputs, implicated in sensory filtering mechanisms of unnecessary stimuli), risultante in un effetto “disinibente”. La mente perderebbe in questo senso il suo “filtro” (il cervello è di per se stesso un filtro, con una certa quantità di stimoli esclusi dalla coscienza per ragioni di adattamento funzionale)
  • SOSTANZE MAGGIORI RESPONSABILI: LSD e cannabis (la cannabis è ascritta alla categoria di sostanze dette “dissociative”, al pari dell’LSD, particolare da non trascurare)
  • FENOMENOLOGIA:
    1)tipo 1: “aura”, lieve senso di distacco, senso di “smarrimento”, depersonalizzazione e derealizzazione sfumati
    2)tipo 2: “aura” grave, acuto senso di distacco, senso di “smarrimento”, depersonalizzazione e derealizzazione acuti
  • SINTOMI VISIVI: qui di seguito riassunti
  • COMORBILITÀ: non rilevante/necessaria all’insorgere di un HPPD (a indicare la natura “isolata” del disturbo, avente dignità di fenomeno psichico a se stante)
  • TRATTAMENTO FARMACOLOGICO: prima linea/seconda linea (vd.articolo)
  • ALTRE TIPOLOGIE DI TRATTAMENTO CONSIDERATE: rTMS (neuromodulazione)

In questo articolo viene sottolineata la natura “rara e imprevedibile” del disturbo.

Viene inoltre notato come uno degli effetti del disturbo sia un’alterata e ingigantita interpretazione di fatti “visivi” altrimenti ritenuti ordinari (In many cases, HPPD may also be explained in terms of a heightened awareness of and concern about ordinary visual phenomena, which is supported by the high rates of anxiety, obsessive-compulsive disorder, hypochondria, and paranoia seen in many patients), il che ci racconta di come, a seguito di un evento percepito come traumatico o altamente disturbante, un soggetto possa diventare “preoccupato” a riguardo dei suoi stessi sensi inaugurando un periodo di auto-osservazione ossessiva, drammatica e spasmodica (come accade a seguito di un singolo attacco di panico, in seguito “sospettato” e rintracciato/interpretato in qualunque sintomo fisico di qualunque entità arrivato a disturbare il soggetto), il che rappresenta una possibile deriva o un pervertimento “ansioso” del disturbo stesso.

Inoltre, viene notato come tra i molteplici trigger di innesco del disturbo, la cannabis rappresenti un elemento ricorrente (Among the innumerable triggers able to precipitate HPPD, prospectively, the use of natural and synthetic cannabinoids appears to be the most frequent). Già molto si sa sul potenziale “psicopatogeno” della cannabis: sembra però che questa conoscenza non si sia ancora trasformata in “consapevolezza”. The Lancet Psychiatry (non La Stampa o la Repubblica che sia) lo ricorda qui con forza.

Infine, viene citato un modello euristico utile a concettualizzare questo disturbo, questo. Qui un approfondimento video.

Article by admin / Neuroscienze e psichedelici

8 July 2019

THE MASTER AND HIS EMISSARY: PERCHÉ ABBIAMO DUE EMISFERI?

di Raffaele Avico, Marta Erba

The Master and his Emissary è un testo di neurobiologia scritto da Iain McGilchrist, psichiatra e ricercatore di Oxford, che affronta la questione della divisione del cervello in due emisferi aventi funzioni e compiti differenti. Il libro contiene puntuali approfondimenti in senso neurobiologico che riguardano le diverse peculiarità dei due emisferi, e si svolge intorno a un pilastro concettuale centrale: sulla scia di altri autori, McGilchrist presenta con forza la tesi secondo cui l’emisfero destro debba esser considerato il vero emisfero dominante, spodestato nel tempo da un progressivo intercedere dell’emisfero sinistro. Il titolo rimanda a una novella scritta da Nietzsche nella quale viene descritto un lento “golpe” operato da un delegato ai confini dell’impero, ai danni del suo stesso sovrano committente -il che sarebbe quello che è successo all’emisfero destro, detronizzato dall’emisfero sinistro per cause storico/culturali.

Iain McGilchrist ci racconta di come la raccolta di informazioni “ambientali” e la lettura in generale della realtà, debbano essere pensati come processi sottoposti a un costante rimbalzare da un emisfero all’altro, prendendo coloriture di significato diverse. Per esempio, al primo ascolto di un disco musicale, l’emisfero destro ci consentirà di intuire se il disco sarà di nostro gradimento, e ci spingerà a un eventuale riascolto dello stesso. Con il tempo, il disco verrà assunto dall’emisfero sinistro, imparato e sottoposto a un’analisi più accurata. L’emisfero destro “sa”, quello sinistro, invece, “conosce”.

Il libro prende in considerazione l’intera storia umana dal punto di vista artistico, leggendo i prodotti artistici dell’uomo attraverso la lente della doppia modalità emisferica: esistono cioè periodi in cui l’uomo pare aver dato maggiore spazio all’analisi dell’emisfero sinistro, altri invece in cui ha prediletto quello destro, con risultati artistici molto diversi. La dialettica, in questo percorso, è quindi quella tra impulso/approccio sensoriale e tra analisi logica più stretta, e si riflette, secondo l’autore, in un preciso alternarsi tra epoche “destre” e “sinistre” in termini di primato emisferico.

Per ora il libro è reperibile solo in lingua inglese. Qui un video che riassume in breve il contenuto del libro:

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NOTA 2023: a distanza di anni, nel frattempo, il libro è stato tradotto e pubblicato anche in italiano. É reperibile qui. Pubblichiamo di seguito un articolato e approfondito articolo di Marta Erba, reperibile in originale sul sito dell’autrice (R. Avico)

Perché abbiamo due emisferi (di Marta Erba)

Uno psichiatra scozzese, Iain McGilchrist, formula un’ipotesi affascinante: l’emisfero cerebrale destro è connesso alla realtà, il sinistro la interpreta. Ma che accade se l’interprete prende il potere?

Perché il cervello è diviso in due? Perché non possediamo un unico groviglio sferico di neuroni interconnessi, bensì due emisferi distinti, collegati tra loro da un fascio di fibre  (il “corpo calloso”)? Può sembrare una domanda oziosa, ma non lo è. La tesi di Iain McGilchrist, psichiatra scozzese autore del libro Il padrone e il suo emissario (Feltrinelli), è che questa divisione è necessaria non tanto per una “divisione di compiti” – come si riteneva in passato – quanto per una “divisione di ruoli”. Per essere ciò che siamo abbiamo bisogno di entrambi gli emisferi, evitando che uno prevalga sull’altro. Cosa niente affatto facile perché, avverte McGilchrist, l’emisfero sinistro sta usurpando il potere al destro. Con conseguenze potenzialmente gravi.

Proviamo a capire perché.

Sul funzionamento dei due emisferi le ricerche sono tante e parzialmente contraddittorie. Gli esperimenti negli anni ’60 di Roger Sperry sullo split-brain (il cervello di persone con rescissione del corpo calloso, in cui è stato possibile studiare i due emisferi separatamente) hanno mostrato alcune differenze. Da lì si è sviluppata la teoria, molto promossa da una certa divulgazione popolare, secondo cui ogni emisfero svolge compiti diversi: il sinistro è stato descritto come quello razionale, analitico, matematico, mentre il destro come quello creativo, immaginativo, emotivo. Un’ipotesi, questa, molto contestata nei decenni successivi da molti neuroscienziati: benché alcune attività appartengano più a un emisfero che all’altro (per esempio il “centro del linguaggio” è collocato generalmente a sinistra mentre la capacità di interpretare le espressioni umane risiede soprattutto a destra), la connessione tra le due parti è tale che la teoria della spartizione dei compiti ha poco senso. I dati sperimentali dimostrano infatti che la stragrande maggioranza delle nostre attività mentali coinvolge entrambi gli emisferi.
Resta il fatto che gli emisferi sono due, e che il corpo calloso è composto soprattutto da fibre che inibiscono la connessione più che favorirla. Perché? Ecco dunque l’ipotesi che sta emergendo, ben illustrata e documentata da McGilchrist: i due emisferi non differiscono tanto per i compiti eseguiti, quanto per la modalità con cui percepiscono la realtà. Anche se collaborano strettamente, ciascuno entra in relazione con il mondo in un modo sostanzialmente diverso. Per essere ciò che siamo servono entrambi, e la sintesi migliore si ottiene quando tra loro si verifica un buon equilibrio.

Padrone e servo

Ma come funziona questo equilibrio? Anzitutto McGilchrist ribalta una delle convinzioni più diffuse. Si è sempre detto che l’emisfero sinistro sia quello “dominante”, poiché guida la mano destra, cioè la mano che utilizziamo in modo preferenziale (va chiarito che le fibre provenienti dai due emisferi si incrociano nel tronco encefalico, quindi l’emisfero sinistro controlla la parte destra del corpo e quello destro la parte sinistra). Di tutt’altro avviso è lo psichiatra scozzese, che ritiene che sia l’emisfero destro il vero “padrone”, poiché è quello che si è formato per primo dal punto di vista evolutivo; il sinistro si è sviluppato in un secondo momento proprio per aiutare il “padrone” a muoversi nel mondo, è quindi un emissario, un servitore, quello che “fa ciò che è utile”. Purtroppo l’emisfero destro fatica a muoversi in una realtà sempre più complessa, e per placare l’angoscia cerca stasi, certezza, fissità: ha quindi bisogno di fidarsi del suo emissario, che però tende ad “allargarsi”.
Insomma, avverte McGilchrist, l’emisfero sinistro si è progressivamente impossessato del potere. Eppure è, per alcuni aspetti, il più “stupido”, quello che capisce meno la realtà anche se crede di capire tutto. È a causa di questo “squilibrio” di potere nella nostra mente che si è imposto, nel corso dei secoli, un modo di vedere il mondo sempre più meccanicistico, frammentario, decontestualizzato, segnato da un ottimismo ingiustificato misto a paranoia e a un senso di vuoto.
Non sarà facile spiegare tutto ciò, anche perché è soprattutto con l’emisfero sinistro che McGilchrist ha scritto il suo libro, io scrivo questo articolo e voi lo state leggendo. In altre parole, stiamo tutti provando a “smascherare l’inganno” e ad “aprire gli occhi” usando quella parte della mente che di quell’inganno è l’artefice e che, per sua natura, vede solo quello che vuole vedere. Ma proviamoci.

Il mistero del neglect

Per formulare questa tesi McGilchrist è partito da alcuni quadri clinici che interessano le persone che subiscono un esteso danno all’emisfero destro, in cui cioè è solo l’emisfero sinistro a funzionare (sul tema avevo scritto anch’io in passato in questo articolo al paragrafo “Stranezze… sinistre”).
Questi casi sono stati approfonditi, tra gli altri, dal neuroscienziato di origine indiana Vilayanur Ramachandran, colpito da due fenomeni bizzarri e apparentemente inspiegabili. Il primo è l’anosognosia: chi subisce un ictus all’emisfero destro, e quindi perde l’uso di braccio e gamba sinistri, nega la propria malattia; sostiene anzi di stare bene e che tutto funzioni perfettamente, facendo anche battute sciocche e divertite in proposito.
Il secondo fenomeno enigmatico è il neglect. Chi subisce un danno all’emisfero destro può ostinarsi a negare l’esistenza della parte sinistra del campo visivo (quella che non riesce a vedere): quindi, per esempio, mangia solo quello che trova a destra del piatto, o legge solo le pagine destre di un libro, o ritrae solo ciò che si trova a destra. Un comportamento assurdo, che non accade a chi subisce un danno all’altro emisfero.
In altre parole, l’emisfero sinistro sembra avere la tendenza a ignorare le discrepanze se non corrispondono ai suoi schemi. Non vedo una parte del mondo? Allora non esiste. Non riesco a muovere il braccio? Si sarà solo addormentato, fra un po’ riprenderà a funzionare come sempre. Insomma, l’emisfero sinistro sembra coltivare la convinzione distorta che quello che vede è corretto, che non c’è motivo di preoccuparsi, che c’è una buona spiegazione per tutto. “Se la racconta” ed è molto convinto di sapere ciò che in realtà non sa. È ingenuamente ottimista, inconsapevole dei propri limiti.
Da queste osservazioni ha origine la tesi di McGilchrist: è l’emisfero destro quello connesso con la realtà, in grado di valutarla nella sua interezza e di rilevarne le anomalie; l’emisfero sinistro si limita a interpretarla per poterla controllare. Per questo, quando viene meno il contributo dell’emisfero destro, la persona con il solo emisfero sinistro funzionante perde il contatto con la realtà, pur continuando a illudersi di averne il controllo e di poterla manipolare.
Ma vediamo nei dettagli come funzionano i due emisferi.

L’emisfero sinistro: la parte “osservante”

Possiamo immaginare l’emisfero sinistro come la “parte osservante”, emotivamente distaccata, che non si immischia con le cose ma cerca piuttosto di decifrarle e analizzarle. Il suo ruolo è quello di aiutarci a cogliere la realtà, guardandola per così dire dall’esterno, attraverso un’attenzione ristretta (che esclude il “superfluo”) e focalizzata. Per assolvere al suo compito tende per sua natura a cercare una coerenza a ciò che accade, a trovare risposte chiare e lineari a problemi complessi, e infatti non tollera le ambiguità e le contraddizioni (è l’emisfero dell’aut aut). Per capire le cose le spacchetta, le divide, le classifica, le categorizza, le analizza, le concettualizza. Per esempio il movimento, che per l’emisfero destro è un fenomeno continuo e fluido, per il sinistro è costituito da una sequenza di tanti momenti statici.
È l’emisfero che parla (l’area di Broca, sede del “centro del linguaggio”, si trova a sinistra): e in effetti il linguaggio è uno strumento formidabile per decifrare il mondo e per comunicarlo a sé e agli altri. Ed è autoreferenziale: tende ad autoconvincersi delle cose che pensa e che dice, si innamora dei propri ragionamenti trascurando le contraddizioni.
È anche l’emisfero che “manipola” le cose, sia con le parole, sia con le azioni. Poiché la sua funzione è quella di supportare il destro, il suo interesse principale è l’utilità: vede il mondo come risorsa da sfruttare ed è più interessato alle cose che alle persone. Vuole avere il “potere” sulla realtà, non connettersi con essa.
L’emisfero sinistro tende a percepirsi vincente, destinato al successo. È ottusamente ottimista: non vede i pericoli di ciò che fa e che dice.

L’emisfero destro: la parte “incarnata”

Se l’emisfero sinistro osserva in modo distaccato, quello destro “vive”, è “incarnato”, è strettamente connesso con i sistemi inconsci automatici di regolazione del corpo. Se il sinistro percepisce il corpo come diviso in parti (come se fosse qualcosa di inanimato, una “macchina”), il destro lo percepisce nella sua interezza.
È fondamentale in ogni aspetto del comportamento sociale: ha un ruolo centrale nel riconoscimento di sé e degli altri, sia facciale sia vocale, e distingue gli individui (e i luoghi) per la loro unicità, e non per le categorie a cui appartengono. Da lui dipendono l’autoconsapevolezza, l’empatia, i processi intersoggettivi e la comprensione emotiva: è il destro che interpreta le espressioni facciali, la prosodia, la gestualità. Ha un ruolo essenziale nell’espressione delle emozioni (con l’unica eccezione della rabbia, che è più connessa con l’emisfero sinistro).
È più interessato agli esseri viventi che agli oggetti creati dall’uomo. Non vede niente in astratto ma valuta sempre le cose nel loro contesto. Ha un’attenzione ampia, vigile e flessibile, sta “all’erta”: è sintonizzato sulla rilevazione delle anomalie e delle novità.
L’emisfero destro non “parla”, o meglio: non possiede la “lingua”. Il suo linguaggio è onirico, immaginativo, ineffabile. È comunque grazie all’emisfero destro che comprendiamo le poesie, le metafore, il senso dell’umorismo, gli aforismi basati sul paradosso, perché tutte queste esperienze richiedono di uscire dagli schemi della logica e del linguaggio, e di connettersi con la “realtà fuori di noi”. A differenza del sinistro, infatti, l’emisfero destro riesce a tollerare le ambiguità e le contraddizioni, tanto che è con il destro che riusciamo a cogliere il significato profondo e illuminante contenuto in alcuni aforismi o nei koan del buddismo zen.

It takes two to tango

Per non incorrere nell’errore di pensare che il cervello funzioni a compartimenti stagni, è utile ricordare che normalmente ogni attività umana coinvolge entrambi gli emisferi, anche grazie al corpo calloso e alle altre strutture che li connettono, ma che al contempo li tengono separati, proprio perché hanno due ruoli diversi e complementari. Il modo in cui operano ricorda una danza, o il movimento oscillante di un pendolo, o quello sinuoso di un serpente (come noterebbe Jung). È un po’ come se i due emisferi (il destro che si occupa della realtà, il sinistro che si occupa della sua astrazione) si passassero continuamente a vicenda la palla.
L’emisfero destro entra nel flusso dell’esperienza, è coinvolto in una relazione profonda con la realtà, vede le cose nella loro mutevolezza e impermanenza e nella loro interconnessione. L’emisfero sinistro permette di uscire dal flusso dell’esperienza e di vedere la realtà in una forma meno vera ma apparentemente più chiara, e soprattutto più utile.
In pratica ci sono due modi opposti di porsi nei confronti del mondo, entrambi necessari per il nostro equilibrio. Quello dell’emisfero sinistro è isolato, manipolatorio, competitivo, sicuro di sé, immotivatamente ottimista; il suo valore prevalente è l’utilità. Quello dell’emisfero destro punta a un’interconnessione e a un coinvolgimento con il mondo; favorisce la cooperazione, la sinergia e il vantaggio reciproco. L’emisfero sinistro osserva, controlla, usa, sfrutta; l’emisfero destro risuona, si connette, si prende cura e non ha mire di alcun tipo. Il mondo dell’emisfero sinistro è astratto, statico, frammentato, meccanico, decontestualizzato, esplicito, disincarnato, privo di vita. Il mondo dell’emisfero destro, invece, è mutevole, imprevedibile, in continua evoluzione, interconnesso, implicito, incarnato, inafferrabile e vivo. L’emisfero sinistro è rivolto a se stesso, il destro è rivolto all’altro. Il sinistro dice “mangia o sarai mangiato”, il destro condivide il pasto intorno al fuoco.

Come un mandala

Potremmo forse dire che l’emisfero sinistro è intelligente ma non è saggio, quello destro è saggio ma non è intelligente. L’emisfero destro vive l’esperienza, la incarna, mentre l’emisfero sinistro la estrapola dal contesto e la trasforma in concetto, esplicitando ciò che prima era implicito. L’emisfero sinistro offre un quadro preciso e dettagliato del mondo, e da un punto di vista distaccato che potrebbe sembrare per questo più attendibile, inducendoci a pensare che quello che osserva corrisponda alla verità. Ci tranquillizza ci rassicura. Mentre ciò che percepisce l’emisfero destro è più simile a un essere vivente, a un tutto interconnesso, e può sembrarci confuso e angosciante per la sua inafferrabilità.
Tuttavia ogni esplicitazione operata dal sinistro (compresa quella che sto facendo io ora nello scrivere e voi nel leggere) riduce la complessità da cui parte, è comunque una semplificazione della realtà, non coincide con la realtà. Anche per questo dopo la divisione operata dall’emisfero sinistro, occorre sempre perseguire una nuova unione, una sintesi, cioè riportare il processo nell’emisfero destro perché “prenda vita”, arricchendosi del “linguaggio” dell’emisfero destro, che è immaginativo, onirico (i sogni sono parte importante del processo) e corporeo. L’esperienza resa più “fruibile” dall’emisfero sinistro va cioè reintegrata nell’emisfero destro, al fine di vivere in modo sempre più consapevole. Non si arriva mai a comprendere la realtà, ma ci si avvicina progressivamente, come in un eterno processo circolare, “mandalico”, che tende verso il centro senza mai poterci arrivare.

Pillola rossa o pillola blu?

L’emisfero destro è dunque quello davvero connesso con la realtà, il sinistro si limita a “tradurla” in un linguaggio comprensibile (il neuroscienziato Michael Gazzaniga lo ha definito “l’interprete”) ma non la capisce veramente. Come si è detto, è con l’emisfero destro che comprendiamo la morale di una storia, o una metafora, o una barzelletta, o una poesia, cioè è col destro che riusciamo ad andare oltre il significato letterale (al di là della lingua) e a comprendere ciò che è implicito.
Tuttavia il ruolo del sinistro è fondamentale: è  molto utile avere una parte autocosciente, emotivamente distaccata che analizzi freddamente e lucidamente le cose, mettendo a punto le strategie di sopravvivenza migliori, e un linguaggio “disincarnato” è lo strumento migliore per farlo.
Il problema è che, in questa attività di supporto, l’emisfero sinistro si è fatto un po’ prendere la mano. L’abbiamo chiamato “emisfero dominante”, anzi, si è autodefinito “dominante” (perché è con l’emisfero sinistro che scegliamo le parole…), tradendo in fondo le sue naturali intenzioni: l’emisfero sinistro non è il più importante dei due, ma quello che, per propria natura, tende a manipolare la realtà per “dominarla”, e lo fa ignorando i propri limiti (abbiamo detto che è ottusamente ottimista e autoreferenziale: sa trovare spiegazioni piuttosto plausibili, benché false, per ciò che non rientra nella sua versione dei fatti), fino ad autoconvincersi di bastare a se stesso, di poter fare a meno della connessione con la “realtà vera” (che resta ineffabile e indecifrabile). Così finisce per usurpare il potere del destro senza rendersi conto che così si autocondanna alla propria rovina. Un po’ come nella favola della rana e lo scorpione: la rana (l’emisfero destro) attraversa il lago (l’esperienza) reggendo lo scorpione (l’emisfero sinistro) convinta che a lui non convenga farle del male perché morirebbero entrambi; ma lo scorpione segue ottusamente la propria natura e punge a morte la rana.
Il problema, insomma, è che noi, come individui e come specie, di fronte a una realtà sempre più complessa (anche per via della progressiva tecnologizzazione e burocratizzazione), tendiamo sempre più a cadere nella tentazione di dare retta al solo emisfero sinistro, che ci restituisce un’illusione di controllo tanto rassicurante quanto lontana dalla realtà. Come nel film Matrix, preferiamo scegliere la “pillola blu” (l’emisfero sinistro), che ci consente di vivere in un mondo immaginario e di cullarci nell’illusione di poterlo controllare, perché scegliere la “pillola rossa” (l’emisfero destro) ci porterebbe a “sprofondare nella tana del Bianconiglio”, cioè in un mondo che ci appare sempre più incomprensibile e imprevedibile, e quindi cupo e minaccioso.
La tesi di McGilchrist, insomma, è che l’emisfero sinistro sia diventato lo “stadio conclusivo” del processo di rimpallo. Invece che vivere, ci fermiamo alla rappresentazione del reale, alla sua frammentazione analitica, in un circolo vizioso ricorsivo come le figure di Escher: siamo sempre più inconsapevoli, e sempre più convinti di essere consapevoli.

Il musilinguaggio

Ma come è potuto succedere? McGilchrist cerca di mettere insieme i pezzi ripercorrendo i passi evolutivi del nostro cervello.
Prendiamo il linguaggio. Alcuni studi sembrerebbero suggerire che, prima che con la parola, la specie umana comunicasse attraverso la “musica”. Un po’ come gli uccelli, un tempo comunicavamo con l’intonazione, il fraseggio, il ritmo e la musicalità dei suoni emessi con le corde vocali, che oggi come allora sono pertinenza dell’emisfero destro, e che infatti sono alla base della comunicazione emotiva. Insomma, prima abbiamo imparato a comunicare con i suoni, i gesti, il canto, la danza. Se ci pensiamo, l’esperienza della musica e della danza (come, più in generale, l’esperienza artistica) è profondamente “vitale”, “incarnata”, emotiva. Aiuta a entrare in connessione con gli altri e con noi stessi. Ballare e cantare sono comportamenti spontanei, privi di scopo, che non hanno alcun fine ulteriore se non esprimere qualcosa che va oltre noi stessi.
La sintassi e il lessico sono arrivati dopo, con lo sviluppo dell’emisfero sinistro, la parte della mente osservante e analizzante. Gradualmente il linguaggio si è separato dalla musica e dal suo legame con il corpo (e qui vale la pena spezzare una lancia a favore della “gestualità italica”: benché fonte di ironia all’estero, di fatto favorisce l’integrazione tra i due emisferi). Una lingua “disincarnata” è infatti uno strumento più utile per un’analisi emotivamente distaccata, che dà un senso di chiarezza, precisione e lucidità. Ed è un mezzo più adatto a processare qualcosa che non è presente, che è lontano nel tempo e nello spazio. La lingua contribuisce a fissare i pensieri, ma può anche restringerli, plasmarl. Lo sviluppo poi della lingua scritta, sempre più autoreferenziale e finalizzata, ha inevitabilmente favorito l’affermarsi di un mondo competitivo (è più facile attaccare e abbattere un “nemico” con cui non si è emotivamente connessi), specialistico e compartimentalizzato.

Il mito di Prometeo: un presagio “sinistro”?

Nel corso della Storia, i due emisferi hanno favorito l’evoluzione dell’uomo permettendo il passaggio continuo dalla connessione con il mondo, a un’astrazione dal mondo, e di nuovo a un maggior coinvolgimento empatico con il mondo. Un esempio di buon equilibrio tra i due emisferi è la nascita del teatro nell’Antica Grecia, che segna la presenza di una parte osservante, che guarda a distanza per comprendere meglio, ma anche di una parte che empatizza con ciò che vede, poiché la rappresentazione risuona emotivamente dentro a chi vi assiste.
Del resto, come poi approfondì il filosofo Friedrich Nietzsche, i miti di Apollo e Dioniso ben esemplificano la contrapposizione e la collaborazione dei due emisferi. Apollo –  associato all’ordine, alla razionalità, alla chiarezza, alla perfezione, al controllo della natura – ricorda l’emisfero sinistro. Dioniso – associato all’intuizione, al superamento dei confini, al senso di totalità, al piacere e al dolore fisico, al contatto con la natura – ricorda l’emisfero destro. Le due divinità erano entrambe importanti, e avevano i loro templi e i loro rituali.
Il mito di Prometeo, che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, sembra invece un’efficace metafora di ciò che sarebbe poi avvenuto progressivamente nella mente umana: Prometeo è un po’ come l’emisfero sinistro che prende il potere, applicando alla natura un metodo ristretto e decontestualizzato, “oggettivo” (che guarda cioè alla realtà come un “oggetto” da sfruttare, allontanando dalla esperienza di connessione alle cose). Un mito che da una parte sottolinea i benefici di questo “furto”: è grazie all’astrazione operata dal sinistro che abbiamo la scrittura, le leggi, la filosofia, la cartografia, l’architettura, la scienza, la tecnologia. Ma che, d’altro canto, sembra avvertirci dei rischi: la hybris, la tracotanza di questo gesto viene infatti punita con la sofferenza eterna. Il dio incatenato e soggetto all’erosione dei visceri non ricorda forse la condizione umana incatenata negli schemi dell’emisfero sinistro, sempre meno connessa con la realtà e, per questo, internamente erosa?

Oscillazioni storiche

La prevalenza del sinistro, tuttavia, non è avvenuta in modo graduale, sembra piuttosto riportare continue oscillazioni nel corso della Storia. Durante il Rinascimento, per esempio, sembra esserci un “risveglio” dell’emisfero destro (nella Creazione di Adamo di Michelangelo, nota McGilchrist, Dio si connette con la mano sinistra dell’uomo, e quindi con il suo emisfero destro): nella scienza si tornò a guardare le cose come sono, nella pittura ciò che si vede. Si rivalutò l’individuo, la forza espressiva del volto umano, si rappresentò la profondità spaziale con la prospettiva, si diede importanza a ciò che è inconscio, involontario, intuitivo e implicito.
La Riforma protestante ha invece esaltato l’emisfero sinistro: è la prima grande espressione della ricerca di certezza, che ristabiliva il primato della parola, eterna e immutabile, mentre il corpo veniva rifiutato e mortificato. Mentre la Chiesa romana incoraggiava il movimento (i cammini spirituali, le processioni), la riforma impose la stasi, l’ordine e la gerarchia, enfatizzò l’azione individuale sminuendo ciò che è comunione e tradizione.
Ma è soprattutto con l’Illuminismo, “l’età della ragione”, che si affermò l’emisfero sinistro. La razionalità richiede l’esplicito, il chiaro, il compiuto, la luce che evoca chiarezza e precisione e la messa al bando di ciò che è implicito, ambiguo e irrisolto. L’emisfero sinistro tende a imporre ideali come la libertà, l’uguaglianza e la fraternità, invece che lasciare che emergano insieme a una disposizione tollerante verso il mondo, come farebbe l’emisfero destro. E quindi fallisce: la rivoluzione francese, benché attuata in nome della ragione, dell’ordine e della giustizia, fu irrazionale, disordinata, ingiusta, e per niente fraterna.
Il Romanticismo rappresentò un ritorno dell’emisfero destro: l’idea della differenza individuale tornava centrale e la riscoperta di Shakespeare (“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia”) riportava a una maggior connessione con la realtà: lo stupore nei confronti della vastità e della bellezza della natura, la poesia, l’affinità con la malinconia e la tristezza, l’attrazione per ciò che è mutevole, implicito ed essenzialmente inconoscibile, l’amore per la foschia e per il chiaro di luna, per la penombra e il crepuscolo, sono tutti aspetti cari all’emisfero destro.

Dove ci troviamo

Tornò tuttavia a prevalere il sinistro con il materialismo scientifico e il positivismo, che si basava sulla visione della scienza come unico fondamento della comprensione del mondo, con un senso di superiorità dell’Occidente, con il mito del metodo scientifico e di un progresso inarrestabile.
Ma è la rivoluzione industriale a permettere all’emisfero sinistro di sferrare al destro un attacco senza precedenti, costruendo un mondo a propria immagine e somiglianza: competitivo, tecnologico, basato sull’idea ingenuamente ottimista di un progresso inarrestabile, fondato su macchine che producono macchine, in un’autoproliferazione che è una parodia della vita pur mancando di tutte le qualità degli esseri viventi, e con un attacco al mondo naturale attraverso lo sfruttamento, l’inquinamento e l’urbanizzazione.
Accontentano il sinistro i totalitarismi (basati su un’ammirazione per la potenza più che per la bellezza, sulla mancanza di compassione e sull’erosione della pietà umana; perfino l’arte non era un valore di per sé ma aveva una finalità politica), è ancora di più il capitalismo e il consumismo, basati quasi esclusivamente sull’utilità, l’avidità e la competizione, con la perdita del senso di appartenenza portato dalla globalizzazione, la pervasività di un modo di pensare razionalistico, tecnico e burocratico, con la frammentazione promossa anche dai media, che ha svuotato progressivamente la vita di relazioni, di legami con l’altro, di significato. Anche l’arte oggi è prevalentemente concettuale (deve veicolare un messaggio), e la musica classica è diventata incomprensibile perché troppo astratta.
Ecco, dice McGilchirst, noi ci troviamo qua.

Un mondo sinistro

Solitari, annoiati, ansiosi, distaccati, passivi: questo siamo diventati. L’eccesso di consapevolezza e di esplicitazione ha preso il posto di ciò che dovrebbe restare intuitivo e implicito, portandoci a un’alienazione dal corpo e dal sentimento dell’empatia, alla frammentazione dell’esperienza e alla perdita della connessione con il mondo.  Siamo sempre più interessati alle cose che alle persone, al possesso che alla vita, al capitale che al lavoro. Le persone vengono giudicate per le proprie capacità di guadagno, e classificate come “vincenti” e “perdenti”.  Il rapporto tra persone è più improntato sullo sfruttamento che sulla cooperazione. Le individualità vengono appianate per far posto a un’identificazione per categorie, implicitamente o esplicitamente in competizione tra loro.
Abbiamo smesso di coinvolgerci in modo spontaneo e intuitivo con la vita per diventare passivi, iperconsapevoli ma sempre più alieni dal mondo, che diventa sempre più frammentario, inconsistente, privo di significato. Tendiamo a fuggire dal corpo e dalle emozioni: ci sentiamo svuotati se non per un pervasivo senso di ansia o di nausea di fronte all’esistenza (del resto nell’ansia, in particolare nella fobia sociale, c’è un eccesso di autocoscienza, un occhio che osserva e che paralizza rendendo impacciate e artificiali le normali abilità che dovrebbero restare intuitive e inconsce). Viriamo tra due posizioni apparentemente opposte ma che in realtà sono due aspetti della stessa posizione: l’onnipotenza e l’impotenza. Entrambe sono proprie dell’emisfero sinistro (quello polarizzato) e portano gradualmente a un ritiro dal mondo esterno e a un ripiegamento dell’attenzione verso l’interno.

La mente si ammala

La maggior diffusione della malattia mentale registrata negli ultimi anni sarebbe dovuta, secondo McGilchrist, a questo squilibrio emisferico. Del resto molti studi dimostrano che l’urbanizzazione e la globalizzazione favoriscono un aumento delle malattie mentali, e che la connessione sociale (i balli di gruppo, i riti collettivi) le riduce.
“L’emisfero sinistro, che avrebbe dovuto essere l’interprete, è diventato il creatore ottuso e presuntuoso di una realtà che di fatto è una rappresentazione senza vita, in un circuito autoreferenziale” avverte McGilchrist. “Siamo immersi in una cultura che mima certi aspetti tipici di un deficit dell’emisfero destro, con il risultato che le persone che hanno una propensione intrinseca a fare eccessivo affidamento sull’emisfero sinistro saranno meno indotte a correggerla. Questo spiegherebbe l’aumento della malattia mentale”.
Quali malattie stanno aumentando? Per esempio la schizofrenia, alla cui base c’è un eccesso di razionalità, che porta a un distacco dalla realtà per ritirarsi in una dimensione autoconsapevole, disincarnata, alienata e delirante. L’assenza di un coinvolgimento affettivo porta alla sensazione che il mondo sia una recita e induce a comportamenti bizzarri; l’aumento dell’attenzione focalizzata, particolaristica, intellettualizzante conduce all’idea – angosciosa – di essere l’unica cosa che esiste e di non essere niente.
In aumento anche il narcisismo, che segna lo stesso tipo di ritiro ma in una dimensione meno delirante e più strumentale: il narcisista manifesta un’assenza di sentimenti agghiacciante anche verso temi che suscitano spontaneamente forti emozioni umane; vuole controllare gli altri, farli sentire vulnerabili, mira cioè al potere e non alla connessione.
O ancora l’anoressia, che è un desiderio di disincarnarsi, di scomparire. O i disturbi dissociativi, caratterizzati da una perdita del senso di appartenenza al mondo: ci si sente automi, marionette, meri spettatori.
Del resto le osservazioni di McGilchrist sono in linea con la ricerca in psicoterapia e con i metodi che si stanno progressivamente affermando per far fronte alla crisi dell’uomo post-moderno. Se un tempo a dominare questo mondo erano le “terapie della parola” (dalla psicoanalisi al cognitivismo), oggi si stanno affermando terapie che coinvolgono il corpo e l’espressione delle emozioni (come l’emdr o la psicoterapia sensomotoria) e che danno importanza alla relazione “intersoggettiva”, cioè alla connessione tra terapeuta e paziente, oltre che alla connessione interna tra le varie parti di sé (come nel lavoro con le parti). A conferma che oggi il lavoro della psicoterapia punta a favorire l’integrazione dei due emisferi, e in particolare a stimolare l’emisfero destro.
Anche l’occidentalizzazione della meditazione buddista, la mindfulness, va in quella direzione: mira infatti a sviluppare una visione duale, a tenere insieme la parte osservante e la parte incarnata della mente (“porta la tua attenzione sul tuo respiro”). La meditazione, che tende a portare la mente sul corpo, sulla realtà del qui e ora, è una sorta di esercizio di “equilibrio emisferico” quotidiano.

Da dove ripartire

Più in generale, di fronte a questo scenario apocalittico, da che cosa possiamo ripartire? Si è parlato della meditazione buddista, ma per noi occidentali è anche possibile, suggerisce McGilchrist, riscoprire la religione, che è stata espulsa dalla nostra società in quanto generatrice di false illusioni, ma con il risultato “che è stato buttato via il bambino con l’acqua sporca”. Il cristianesimo (non quello gestito dalla chiesa occidentale, che si è convertito in parte al materialismo, ma quello raccontato nei vangeli, compresi quelli apocrifi) concepisce un divino che non è estraneo, ma coinvolto e vulnerabile, incarnato (“il Verbo che si fa carne”) e che accetta di soffrire (è solo attraverso l’esperienza della sofferenza che possiamo “rinascere”): il ritratto dell’emisfero destro. Riconosce il divino dentro di sé (“Il regno di Dio è dentro di voi”) e nell’altro (“Ama il prossimo tuo come te stesso”). Molte parabole parlano all’emisfero destro (“Gli ultimi saranno i primi”, “Bisogna ritornare come bambini”, “Abbandona tutto e seguimi”).
Anche le religioni orientali, come il buddismo zen, sono legate all’emisfero destro: vedono il mondo più come un processo che un insieme di cose, hanno un approccio più olistico e dialettico. In generale, le culture orientali sono più interdipendenti, più portate alla connessione e al senso di appartenenza; non sovrastimano le proprie abilità come gli occidentali.
Le religioni non portano certezze e il loro linguaggio può risultare ambiguo, contraddittorio e incomprensibile all’emisfero sinistro, che tende a rifiutarle perché non restituiscono chiarezza e certezze, o a strumentalizzarle per fini che nulla hanno a che fare con il messaggio originale (come nelle guerre di religione). La certezza è la più grande delle illusioni, ed è alla base di qualsiasi fondamentalismo (non solo religioso, ma anche, per esempio, scientifico o politico). Per gli antichi greci, la tracotanza di chi pensa sempre di aver ragione, la hybris, era la cosa peggiore, la più pericolosa, quella da cui guardarsi: chi crede di essere certamente nella ragione è certamente nel torto.

Senza parole
La vera difficoltà, oggi, è abbandonare la visione dell’emisfero sinistro, che è per molti versi vantaggiosa in quanto seduttiva e rassicurante. Permette infatti di ignorare il quadro generale, troppo nebuloso e inafferabile, per concentrarsi sulle parti che conosciamo e maneggiamo bene, e infatti spinge all’iperspecializzazione e alla tecnicizzazione della conoscenza. Il mondo amato dall’emisfero sinistro è virtuale e tecnologico: del resto la tecnologia permette di manipolare e controllare il mondo. Al sinistro non interessano la coesione sociale, i legami fra le persone, ma anche fra le persone e i luoghi, troppo complessi e destabilizzanti. Il suo focus è sulle cose materiali, più “controllabili” .
Il problema è che questa rassicurazione è illlusoria, perché porta a evitare la realtà, che diventa così sempre più minacciosa e incomprensibile. La paranoia e la sfiducia stanno perciò diventando atteggiamenti pervasivi. È paranoico perfino l’atteggiamento del governo nei confronti del popolo, nota McGilchrist, con il rischio che si affermino politiche che mirano al controllo totale, partendo dalla limitazione delle libertà individuali. I ruoli che trascendono la quantificazione e dipendono in una certa misura dall’altruismo, come i sacerdoti, gli insegnanti o i medici, vengono costantemente sminuiti o visti con sospetto.
Resta una domanda: questo scenario apocalittico descritto da McGilchrist è reale o è l’ennesima mistificazione dell’emisfero sinistro? E, se così fosse, perché non pensare che prima o poi, come è sempre avvenuto nella Storia, l’emisfero destro possa accorgersi del “problema” e riprendere spazio e voce nella nostra mente? Oppure quest’ultima è solo un’illusione dettata dall’emisfero sinistro, che vuole sempre convincersi che alla fine “andrà tutto bene”?
Rispondere è impossibile. Intanto potremmo lasciar risuonare dentro di noi la tesi suggestiva di McGilchrist, che potrebbe essere un po’ vera e un po’ no, un po’ affascinante e un po’ angosciante. Forse queste riflessioni potrebbero spingerci a riscoprire ciò che abbiamo perduto o trascurato. Forse potrebbero cambiare il nostro sguardo sul mondo. Ma non inseguiamo certezze né coerenza logica. E nemmeno parole. Perché, come diceva Ludwig Wittgenstein (forse proprio per aprirsi all’ascolto dell’emisfero destro): “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”.

(Marta Erba)

Article by admin / Neuroscienze e psichedelici / recensioni

18 May 2019

L’IMPORTANZA DEGLI SPAZI DI ELABORAZIONE E IL “DEFAULT MODE”

di Raffaele Avico

Cosa significa “Default Mode”? Qui ne avevamo dato una definizione generale. Proliferano intanto le offerte formative che offrono introduzioni a discipline come mindfulness, meditazione: troviamo inoltre un certo filone di Youtubers (per lo più interessati al tema della crescita personale) che incitano alla lettura come strumento di crescita -a quanto sembra sottovalutato.

Cosa ci dice, questo, sul tempo di oggi e sul modo di recepire la quantità di informazioni che ci arrivano dalla rete e da una società sempre più intrinsecamente contraddittoria e difficile da interpretare?

Quello che sembra importante recuperare, difficile da trovare, è uno spazio elaborativo, entro il quale far sedimentare la mole di informazioni che quotidianamente ci arrivano. Tornando alla questione del Default Mode Network: come abbiamo scritto, il vantaggio di permanere in un momento di “sosta cognitiva” o vuoto, è quello di promuovere dei movimenti o processi associativi a livello di reti neurali.

Il saltare da uno stimolo cognitivo all’altro, come rischiamo di fare, quotidianamente, per galleggiare nel mare magno dei dati e delle informazioni di cui siamo bombardati, rischia di non concederci la possibilità di trovare questi momenti di “fluttuazione” cognitiva necessaria all’elaborazione di ciò che dentro e fuori di noi capita. Rischia di eliminare, appunto, il “default-mode”, necessario ad associare, rielaborare, lasciar sedimentare (che di fatto rende il Default Mode simile al lavoro che si fa in una psicoterapia).

Dove troviamo, oggi, i “dispositivi di pensiero”, o gli “spazi elaborativi” necessari a promuovere questo lavoro associativo? La tecnologia non ce ne offre in pratica nessuno. Occorre guardare altrove; facciamo qualche esempio:

  • pratiche di mindfulness mediata da esseri umani
  • suonare uno strumento musicale (che, come qui approfondito, è considerata una delle attività più associative ed efficaci in termini di “training cognitivo” in assoluto)
  • lettura su carta prolungata e immersiva
  • contatto prolungato senza distrazioni con la natura*
  • psicoterapia mediata da esseri umani
  • psicoanalisi mediata da esseri umani
  • ozio creativo, ovvero obbligarsi a “non fare nulla” per un tempo prolungato, “attendendo”, come quando si pesca
  • dedicare del tempo allo sport

L’idea che la mente, per produrre di più, debba saper “fluttuare”, sembra contro-intuitiva; in realtà è molto naturale se pensiamo quanto idee brillanti, associazioni importanti, vecchi ricordi che conferiscono un senso a quanto nel momento presente ci accade, collegamenti inaspettati, nascano dal nostro saper fluttuare o aspettare. Ovvero, abbiamo bisogno di “spazi” protetti e dedicati per poter darci il giusto tempo di riflettere e trasformare “l’esperienza in saggezza”. Nella rivoluzione digitale solo ai suoi inizi, questi spazi acquisiranno sempre più valore, divenendo indispensabili. Nel disordine generato da un sovraccarico di informazione, dovremo cioè saperci ritagliare degli spazi dedicati al “lavoro di associazione”, protetti dal resto, come scrivanie vuote nel contesto di laboratori artigianali caotici votati alla creazione e al solo “fare”.

*

Un gruppo di ricercatori della Stanford University ha dimostrato come 90 minuti di passeggiata nella natura, rispetto a 90 minuti di passeggiata in città, riducano significativamente 1) i Iivelli di ‘ruminazione mentale’ e 2) l’attività neurale di un’area cerebrale implicata nella ‘ruminazione mentale’ (la corteccia prefrontale subgenuale). Considerando che un’eccessiva ruminazione si accompagna di regola a stati emotivi negativi e che entro il 2050 il 70% della popolazione vivrà in città, investire in maggiori aree verdi e praticare il contatto con la natura ci aiuterà a rimuginare di meno e, semplicemente, stare meglio.

Article by admin / Neuroscienze e psichedelici

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  • LA PLUSDOTAZIONE SPIEGATA IN BREVE 1 July 2021
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  • “SHARED LIVES” NEL REGNO UNITO: FORME DI PSICHIATRIA D’AVANGUARDIA 25 February 2021
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  • OTTO KERNBERG SUGLI OBIETTIVI DI UNA PSICOANALISI: DA UNA VIDEOINTERVISTA 3 July 2020
  • SONNO, STRESS E TRAUMA 27 June 2020
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  • AGGIUNGERE LEGNA PER SPEGNERE IL FUOCO. TERAPIA BREVE STRATEGICA E DISTURBI FOBICI 17 April 2020
  • INTERVISTA A NICOLÓ TERMINIO: L’UOMO SENZA INCONSCIO 13 April 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.3 10 April 2020
  • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.2 – MODELLO ITALIANO E MODELLO SVIZZERO A CONFRONTO, CON OMAR TIMOTHY KHACHOUF! 6 April 2020
  • ANTONELLO CORREALE: IL QUADRO BORDERLINE IN PUNTI 4 April 2020
  • 10 ANNI DI E.J.O.P: DOVE SIAMO? 31 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.2 27 March 2020
  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE: RISTRETTI.IT 25 March 2020
  • NELLE CORNA DEL BUE LUNARE: IL LAVORO DI LIDIA DUTTO 16 March 2020
  • LA COLPA NEL DOC: LA MENTE OSSESSIVA DI FRANCESCO MANCINI 12 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.1 6 March 2020
  • PREFAZIONE DI “PTSD: CHE FARE?”, a cura di Alessia Tomba 5 March 2020
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO”: EP.1 – FERNANDO ESPI FORCEN 29 February 2020
  • NERVATURE TRAUMATICHE E PREDISPOSIZIONE AL PTSD 13 February 2020
  • RIMOZIONE E DISSOCIAZIONE: FREUD E PIERRE JANET 3 February 2020
  • TEORIA DEI SISTEMI COMPLESSI E PSICOPATOLOGIA: DENNY BORSBOOM 17 January 2020
  • LA CULTURA DELL’INDAGINE: IL MASTER IN TERAPIA DI COMUNITÀ DEL PORTO 15 January 2020
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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
  • Nella sezione FORMAZIONE sono contenuti post a contenuto vario, che hanno l’obiettivo di (in)formare il lettore a proposito di un determinato argomento.
  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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