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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

27 April 2023

SI PUÓ DIRE MORTE? INTERVISTA A DAVIDE SISTO

di Raffaele Avico

Un’intervista a Davide Sisto, fondatore del blog Si può dire morte. Buona lettura!

  • Davide, ci racconti qual è la tua figura,e di cosa ti occupi?

Sono un ricercatore universitario in ambito filosofico e mi sono specializzato, nel corso degli ultimi dieci-quindici anni, nella cosiddetta “tanatologia digitale”. Mi occupo cioè di come le tecnologie digitali hanno modificato il nostro rapporto con la morte, con l’elaborazione del lutto, con la memoria e con l’immortalità. Collaboro anche con associazioni e fondazioni che si occupano di lutto e, in generale, che cercano di riportare il discorso della morte nello spazio pubblico. Infine, faccio consulenze per start up impegnate nel campo dell’eredità digitale. Diciamo che, oltre alle canoniche attività di natura accademica, mi piace sviluppare collaborazioni con ambiti differenti dal mio ma fortemente condizionati dalla metamorfosi antropologica in corso, a causa delle tecnologie digitali, e da modalità inedite di attribuire un senso e un significato al nostro rapporto con la morte.

  • Davide, cosa si intende con tanatologia, e attorno a quali temi verte il tuo lavoro di ricerca?

Il concetto di tanatologia ha un’origine abbastanza remota e indica quell’ambito specifico della medicina legale che si occupa dello studio delle cause di morte e delle modificazioni organiche che ne conseguono. In tal modo, è possibile accertare giuridicamente il momento del decesso. Nel Settecento, per esempio, il problema maggiore che riguardava la tanatologia medica era quello di non dichiarare come morta una persona che di fatto non lo era ancora. Nel corso dei secoli e, in particolare, nel Novecento la tanatologia ha cominciato ad affermarsi nel campo delle discipline umanistiche, sviluppando caratteristiche di natura psicologica, sociologica, antropologica, giuridica e filosofica. In altre parole, con il termine “tanatologia” si è cominciato a indicare tutto ciò che riguarda il nostro rapporto con la morte. Il mio lavoro di ricerca che, come dicevo sopra, è prevalentemente di natura filosofica mira a unire insieme le interpretazioni dei nostri comportamenti in merito alla relazione tra la vita e la morte, i percorsi di Death Education con partner lavorativi o formativi nei campi della psicologia, delle cure palliative, della pedagogia, ecc., lo studio della Digital Death o tanatologia digitale, come indicato nella risposta precedente. 

  • Davide, che rapporto intratteniamo con la morte, qui in Occidente? Che differenze noti con il modo di concettualizzare la morte presso altre culture?

Un discorso generale è alquanto difficile da fare, tenuto conto delle differenze territoriali, religiose e culturali. Tuttavia, è abbastanza riconosciuto tra gli studiosi nel campo della tanatologia il problema della rimozione sociale e culturale della morte nel corso del Novecento. Ci sono studiosi fondamentali che ne hanno parlato, da Philippe Aries a Norbert Elias, da Geoffrey Gorer a Bauman. In ambito filosofico resta, senza dubbio, centrale il pensiero di Martin Heidegger ispirato dal grande classico letterario “La morte di Ivan Il’Ich” di Tolstoj. Diciamo che il problema della rimozione sociale e culturale della morte l’ha trasformata in un tabù, di cui si parla il meno possibile. Si cerca di non pronunciare nemmeno la parola “morte”, quasi fosse una bestemmia o un termine inopportuno e inelegante. Insieme a Marina Sozzi e ad Ana Cristina Vargas gestisco un blog chiamato opportunamente “Si può dire morte”. Le ragioni della rimozione della morte sono numerose e collegate alle trasformazioni mediche, scientifiche, economiche e politiche della nostra società contemporanea. L’ospedalizzazione dei morenti ci ha abituato a non vederne traccia negli spazi in cui svolgiamo le attività quotidiane. L’aumento vertiginoso della durata media della vita ha fatto sì che ci abituiamo a pensarci quasi immortali e a non esperire fino all’età adulta a morti dolorose nel cerchio delle nostre famiglie, ovviamente tenendo conto di tutte le eccezioni possibili. La difficoltà maggiore che ne deriva è l’accettazione della nostra fragilità costitutiva, per cui seguono comportamenti malsani sia in ambito medico che in quello socio-culturale. Ne abbiamo fatto esperienza durante il Covid-19. Moltissime persone hanno manifestato forme di grave ansia personale nel momento in cui hanno preso coscienza del pericolo mortale. Al tempo stesso, la non abitudine a scendere a patti con la propria mortalità e con l’idea che si può morire da un momento all’altro produce comportamenti di autentico terrore, nell’istante in cui si ragiona su questo fatto, o di onnipotenza, là dove si rimuove completamente da sé l’opzione della mortalità. Non è un caso che oggi si stiano sviluppando sempre più iniziative pubbliche per recuperare il discorso relativo al fine vita: Death Cafè, letture specifiche nelle biblioteche, percorsi di Death Education nelle scuole e nelle Università, ecc. 

  • Davide, hai spunti di lettura, film o articoli da consigliare? 

Per quanto riguarda i film e le serie televisive, meritano senz’altro “After Life” di Ricky Gervais su Netflix, serie che affronta con intelligenza il tema del lutto, “Truman. Un amico è per sempre” e “Il quaderno di Tomy”, due film argentini che si soffermano sul rapporto con la malattia tumorale. Il secondo film è ispirato a una storia vera. Per quanto riguarda le letture, oltre ai nomi che ho già menzionato, consiglio certamente di leggere tutti quegli studiosi e quelle studiose italiane che si stanno impegnando nel campo dei Death Studies: Ines Testoni, Marina Sozzi, Ana Cristina Vargas, Laura Campanello, Nicola Ferrari, Maria Angela Gelati e tanti altri che collaborano con queste persone. Meritano anche di essere seguite le principali attività pubbliche nel campo: dal Rumore del Lutto al Master “Death Studies & the End of Life” dell’Università di Padova, così come quelle dell’Associazione Zero K di Carpi e della Fondazione Ariodante Fabretti


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5 December 2022

SUPERHERO THERAPY. INTERVISTA A MARTINA MIGLIORE

di Raffaele Avico

Abbiamo intervistato la Dott.ssa Martina Migliore, psicoterapeuta CBT, a proposito di Superhero Therapy e ACT.

La Superhero Therapy è un approccio psicoterapico pensato per il lavoro con ragazzi (ma non solo), mutuato dall’Acceptance and Commitment Therapy, compreso negli strumenti di intervento appartenenti alla cosiddetta “terza onda” dell’approccio cognitivo comportamentale.

Per integrare i contenuti di questa intervista, si veda anche questo.

Buona visione!



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15 November 2022

FUGA DI CERVELLI

di Raffaele Avico

Sul podcast di questo blog abbiamo caricato diversi interventi, per lo più inerenti il trauma e la psicoterapia delle sindromi post-traumatiche. Nel corso dei mesi del primo lockdown (prima metà del 2020) abbiamo intervistato diversi professionisti emigrati all’estero (per lo più psichiatri), nel tentativo di fare un confronto tra “modelli” diversi nei termini di presa in carico della malattia mentale.

Come viene preso in carico un paziente in Belgio? E in Svizzera? Come si lavora con pazienti psichiatrici a Chicago?

La serie si chiama Fuga di Cervelli, e qui di seguito alleghiamo le varie interviste fatte fino ad ora. C’è anche un approfondimento sul “modello triestino”, qui approfondito.

  1. FUGA DI CERVELLI EP.1 Modello italiano e modello statunitense a confronto, con Fernando Espi Forcen!
  2. FUGA DI CERVELLI EP.2 Modello italiano e modello svizzero a confronto, con Omar Timothy Khachouf!
  3. FUGA DI CERVELLI EP.3 Modello italiano e modello belga a confronto, con Giovanna Jannuzzi!
  4. FUGA DI CERVELLI (SPECIALE TRIESTE) Modello triestino, PARTE 1, con Roberta Balestra!
  5. FUGA DI CERVELLI (SPECIALE TRIESTE) Modello triestino, PARTE 2, con Mariagrazia Cogliati Dezza!
  6. FUGA DI CERVELLI EP.6 Modello italiano e modello statunitense a confronto, con Matteo Respino!

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10 October 2022

INTERVISTA A MAURO BOLOGNA, PRESIDENTE SIPNEI

di Raffaele Avico

Qui di seguito un’intervista a Mauro Bologna, presidente della Società italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia (SIPNEI).

In questa video, Bologna illustra le caratteristiche principali della SIPNEI (che conta al momenti circa 300 soci), le diverse aree di indagine oggetto del lavoro di diverse sottogruppi della Società stessa, i criteri con cui è stato organizzato il congresso nazionale SIPNEI svoltosi a Firenze a inizio ottobre 2022, luogo dove questa intervista è stata girata. Descrive inoltre la situazione europea a riguardo del paradigma PNEI, portato in Italia -tra i primi- da Francesco Bottaccioli (che abbiamo qui intervistato).

Qui è possibile raggiungere la playlist intera con altre interviste fatte in occasione del congresso (Lorenzo Chiariotti a proposito di epigenetica, Giuseppe Salamone a proposito di bio-architettura e Roberto Esposito a proposito del concetto di “immunità”).

Buona visione!


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10 August 2022

NEUROFEEDBACK: INTERVISTA A SILVIA FOIS

di Raffaele Avico

Qui un’intervista a Silvia Fois, presidente della Società SINQ (https://sinq.org/), a proposito dell’utilizzo di neurofeedback nella pratica clinica.

La neuro-regolazione mediata da strumenti “a feedback” assume valore terapeutico in molteplici ambiti, dall’ADHD allo stress post-traumatico; fornire infatti al soggetto feedback chiari sul suo stato di funzionalità neuronale, gli o le consente di apprendere, per prove ed errori, migliori modalità di auto-regolazione.

Questa intervista fa parte della rubrica CONNETTOMA, incentrata sul neurofeedback, qui raggiungibile.

Buona lettura!

1) Silvia, chi sei e come ti sei avvicinata al neurofeedback?

Ciao, io sono una Psicoterapeuta con formazione di base Costruttivista. Già dai tempi della scuola di specializzazione ho avuto un enorme interesse per tutto quello che riguarda il rapporto mente-corpo. Stiamo parlando di oltre un decennio fa e non fu facile all’epoca formarmi sul Neurofeedback. Non c’erano formazioni specifiche in Italia e dovetti formarmi a distanza, inizialmente con un terapeuta Americano che viveva a Milano. Ebbi inoltre la fortuna di fare un tirocinio al Centro Prescrittore per l’ADHD qui a Bologna, dove mi diedero la possibilità di seguire tanti bambini con il Neurofeedback, per i loro problemi attentivi.

Attualmente seguo prevalentemente adulti. Da allora ho integrato ulteriormente con i cosiddetti approcci bottom-up, terapia Sensomotoria, EMDR, e con l’utilizzo di tecniche ipnotiche. Le varie formazioni psicocorporee mi hanno portata a seguire in larga parte pazienti affetti da traumi e da disturbi psicosomatici.

Il Neurofeedback rimane una grande passione, che utilizzo sia da solo che soprattutto integrato all’interno dei percorsi di Psicoterapia, trovandone enorme vantaggio.

2) Silvia, cos’è il neurofeedback e in quali ambiti clinici si usa?

Il Neurofeedback è una metodologia che si è dimostrata in grado di modificare l’equilibrio tra i ritmi cerebrali, attraverso un feedback in tempo reale dei parametri indicativi della funzionalità neuronale. In pratica la persona riceve informazioni, attraverso suoni o immagini, di quello che accade nel proprio cervello, ed impara così a regolarlo.

Il Neurofeedback è una tipologia specifica di Biofeedback che lavora direttamente sul Sistema Nervoso Centrale, utilizzando i parametri tipici dell’EEG.

Un aspetto molto affascinante è che la mente impara ad autoregolarsi. Non è dunque una tecnica invasiva perché non ci sono percorsi obbligati che la mente debba seguire: quando trova un assetto che è a lei più funzionale, semplicemente lo segue.

É di provata efficacia su patologie come l’epilessia e l’ADD/ADHD ma c’è ormai un enorme corpus di ricerca per quanto riguarda diverse aree cliniche o ambiti di applicazione (disturbi d’ansia, disturbo da stress post-traumatico, dolore cronico, depressione, insonnia etc.).

Le applicazioni non sono unicamente di tipo clinico, essendo il Neurofeedback utilizzato anche per aumentare le performance nello sport, le prestazioni in determinate professioni, per il miglioramento della qualità della vita. In questi ambiti viene impiegato per migliorare la concentrazione, la tollerabilità allo stress, la memoria, la creatività..

3) Silvia, come si svolge una seduta di Neurofeedback e come può essere utile usare questo strumento – in senso di salute mentale?

Una sessione di Neurofeedback tipicamente comincia valutando lo stato di benessere della persona in quel momento, ed eventualmente passando in rassegna le manifestazioni notate successivamente alla seduta precedente (con eventuali check list o annotazioni manuali). Si prepara il paziente mettendolo a suo agio nella relazione con noi e nell’ambiente (regolando la temperatura, la posizione sulla poltrona ecc.). Eventualmente si può promuovere un maggiore contatto della persona con se stessa e un maggiore rilassamento attraverso l’uso ad esempio della Mindfulness o del Biofeedback, prima del training di neurofeedback vero e proprio.

Vengono poi collocati i sensori. Si può utilizzare il cosiddetto full-cap (cuffia che utilizza almeno 19 canali) se si lavora con tecniche 3D, oppure si possono posizionare alcuni sensori contemporaneamente, o ancora con un unico sensore posizionato sulla zona da regolare. Le aree da trattare vengono scelte precedentemente sulla base delle manifestazioni sintomatologiche da migliorare (e quindi delle aree cerebrali tipicamente associate a quelle funzioni) e sulla base di una mappatura iniziale, la brainmap. Si tratta di una registrazione eseguita ad occhi aperti e ad occhi chiusi, a riposo o durante un compito.

Una volta posizionati i sensori la persona prova in modo più o meno consapevole a modificare un determinato parametro, del quale è informata attraverso feedback visivi o uditivi. É un processo piacevole nella maggior parte dei casi, che può assumere la forma di un gioco soprattutto per i bambini. A fine seduta si possono vedere insieme le modificazioni ottenute rispetto ai valori iniziali (baseline) con l’ausilio di grafici che mostrano le variazioni nel tempo del parametro su cui si è lavorato.

Un valore aggiunto, che massimizza le potenzialità della tecnica, è senz’altro la qualità della relazione con il clinico, che diventa di enorme importanza con persone molto sofferenti, come ad esempio i pazienti affetti da trauma complesso.

4) Silvia, sappiamo che è da poco nata SINQ, la prima società scientifica italiana sul Neurofeedback, e che tu sei la presidente. Vuoi presentarla? Di cosa si occupa?

Certo con piacere. Con un gruppo di colleghi stiamo lavorando a SINQ da alcuni anni e finalmente siamo partiti con le attività.

SINQ è nata con l’esigenza di promuovere la diffusione del Neurofeedback e del qEEG (elettroencefalografia quantitativa) in Italia.

Chi si vuole avvicinare a questa meravigliosa disciplina al momento può trovarsi smarrito di fronte a una miriade di proposte, corsi di base, senza la possibilità di seguire dei percorsi che accompagnino verso un approfondimento progressivo delle competenze e delle conoscenze. Una volta completati questi corsi, spesso le persone si trovano un po’ abbandonate a se stesse, con dispositivi e software da padroneggiare e con conoscenze insufficienti per trattare casi articolati e complessi. Vorremmo invece favorire lo scambio e il sostegno reciproco. Stiamo lavorando per rendere SINQ una società viva, che promuova lo scambio tra colleghi attraverso attività di gruppo nelle quali possano via via coinvolgersi portando le loro preziose esperienze.

Vorremmo lavorare sulla qualità dei percorsi formativi e per questo stiamo promuovendo le certificazioni internazionali come via per garantire degli standard formativi. Siamo a contatto con i più importanti organismi internazionali: siamo unici affiliati Italiani di ISNR (International Society of Neuroregulation & Research) e siamo in continuo dialogo con gli altri affiliati internazionali.

Vorremmo inoltre che chi si occupa di questa materia possa essere facilitato al contatto con i colleghi esteri. Le Neuroscienze progrediscono in modo estremamente veloce ed è molto importante poter accedere alla ricerca e alle nuove metodiche direttamente.

Ci tengo particolarmente a citare gli altri membri del Consiglio Direttivo e del Comitato Scientifico che con me stanno portando avanti questo progetto. Sono tutto colleghi di enorme spessore e competenza, con background e formazioni diverse; chi vorrà unirsi a noi potrà conoscerli personalmente! Il Vice Presidente è il Dott. Marco Rotonda, Segretario e Tesoriere il Dott. Giulio Tarantino, sempre nel Comitato Direttivo la Dott.ssa Emanuela Russo e la Dott.ssa Luciana Lorenzon. Il Comitato Scientifico vede come Presidente il Prof. Giuseppe Augusto Chiarenza e come membri il Dott. Marco Congedo, la Dott.ssa Emanuela Russo, il Prof. Vilfredo de Pascalis.

Qui il sito della Società SINQ: https://sinq.org/.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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6 July 2022

SCOPRIRE LA SIPNEI. INTERVISTA A FRANCESCO BOTTACCIOLI

di Raffaele Avico

Questa intervista con Francesco Bottaccioli vuole introdurre al lavoro della SIPNEI (Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia), e portare alcuni spunti a proposito del paradigma PNEI (psico-neuro-endocrino-immunologia, appunto). Qui il sito della SIPNEI: https://sipnei.it/

La SIPNEI, nata nel 2001, si propone di promuovere un modo integrato di concettualizzare l’”essere umano” in quanto oggetto della medicina/psichiatria/psicologia clinica.

Bottaccioli, presidente onorario della SIPNEI e suo fondatore, è curatore di una rubrica su Psychiatry on line dal titolo “non solo Cartesio” (qui accessibile). La SIPNEI propone una visione sistemica, totale, olistica (nel senso non “new-age” del termine) dell’uomo. Declinato in ambito psicologico/psichiatrico, il “paradigma PNEI” introduce una modalità sistemica di comprensione e di concettualizzazione dei problemi psichiatrici.

La cosa di per sé non è nuova: l’attenzione tuttavia a una presa in carico integrata delle problematiche mediche diviene qui l’oggetto di studio, l’obiettivo centrale della proposta. La SIPNEI propone inoltre una diversa concezione della visita medica, che in quanto mossa da uno sguardo “comprensivo/olistico”, dovrebbe già da subito essere integrata, con un professionista in area medica affiancato da un professionista in area “psi” (psichiatra, psicologo, psicoterapeuta).

Consideriamo alcuni punti:

  • la mente è incarnata, si riflette nel corpo, ed è da esso influenzata in modo diretto. Alcuni dicono “il corpo è la mente” proponendo una lettura uguale, unificata dell’organismo corpo-mente. Esiste una molteplicità di problematiche psichiatriche originate da disturbi prima di tutto corporei, sperimentati in primis su quel piano. Le due cose spesso di fondono. La depressione per esempio viene descritta come una problematica fisica, corporea; allo stesso modo, soffrire di una patologia cronica a livello fisico espone allo sviluppo di problemi sul piano psicologico. Come in molteplici questioni attuali, esistono posizioni estreme e polarizzate, che il paradigma PNEI tende a rifiutare (come le posizioni biologiste per cui la psicopatologia sarebbe il risultato finale del solo alterarsi del panorama neurobiologico dell’individuo, o le posizioni all’opposto “psicologiste”, proposte per esempio da quegli psicoterapisti che in ragione di una visione riduzionistica -appunto- si pongono contro l’uso di psicofarmaci in psicoterapia). Si tratta qui di superare le posizioni polarizzate, per addentrarsi nel complesso ambito dell’integrazione/coesistenza di saperi e punti di vista diversi.
  • Due termini spesso confusi che ben descrivono la doppia direzione di influenza mente-corpo, sono disturbo psicosomatico e disturbo somatopsichico. Nel primo caso, rintracciamo conseguenze sul piano corporeo, di un problema originato in area psicologica. Contratture, dermatiti, gastriti psicosomatiche, ma anche certe forme di insonnia, possono essere considerate come problematiche causate, in origine, da un problema “mentale”. Al contrario (e in questo caso parliamo di disturbo somatopsichico), come prima accennato, soffrire di un problema corporeo cronico, conduce allo sviluppo di sofferenze anche sul piano mentale. Pensiamo a persone colpite da problematiche fisiche croniche difficilmente curabili: il riverbero di uno stato fisico alterato ricade velocemente anche sul piano psicologico, inducendo sbalzi d’umore, sensazione di impotenza, umore disforico.
  • Gli stessi sintomi psicologici andrebbero considerati come interconnessi tra di loro, entro una visione sistemica. Ne abbiamo scritto qui a proposito del lavoro di Denny Borsboom; si tratta di superare il concetto di causalità lineare (per cui A causa B) per abbracciare quello di causalità circolare, elemento questo fortemente spinto in particolare da alcune scuole di psicoterapia come la psicoterapia sistemica (A causa B che causa C che interferisce con A, e così via). Questa visione obbliga uno psicoterapeuta a interrogarsi non su un sintomo e sulle sue cause, ma su come questo sintomo si inserisca in un quadro complesso e ampio, poco determinabile a priori se non allargando la visuale, pensando quello stesso sintomo inserito tra altri sintomi o altri problemi.

Nell’intervista qui sotto riportata Francesco Bottaccioli racconta della sua formazione universitaria, facendo anche riferimento a un periodo di praticantato/studio relativo alla medicina tradizionale cinese. La SIPNEI, come società scientifica, muove i suoi passi a partire da questa idea di apertura e integrazione, nel tentativo di superare un certo riduzionismo soprattutto in area psichiatrico-psicoterapeutica: molteplici evidenze, dall’epigenetica allo studio degli effetti del microbiota agli effetti del cambio di “stile di vita” sulla psicologia degli individui (ne abbiamo scritto qui) , all’importanza dell’integrazione psicofarmacopsicoterapia, ci raccontano di una sorta di “cambio di paradigma” in atto (o almeno auspicato).

Si tratta di saper “sostare” nella non conoscenza, e in un territorio complesso con molteplici zone d’ombra poco conosciute, soprattutto in area “psi”, immaginando molteplici vertici osservativi da cui osservare un certo fenomeno clinico, e insieme molteplici punti di “ingresso” a partire dai quali tentarne il trattamento o la cura.

Rappresenta infine, la proposta della SIPNEI, un segnale incoraggiante e controcorrente in tempi di semplificazione, polarizzazione, paranoia e risposte facili a temi complessi: un tentativo di “complessificare“ e raffinare lo strumento di indagine in ragione della complessità stessa dell’oggetto di studio.

La SIPNEI organizza per ottobre il suo congresso nazionale; si terrà a Firenze il 1 e il 2 ottobre. Qui tutte le informazioni.

Per quanto riguarda la bibliografia e gli spunti di approfondimento citati da Bottaccioli in questa intervista, qui di seguito (con relativi link) alcuni dei libri e degli ultimi lavori pubblicati:

LIBRI:

  • Bottaccioli F, Bottaccioli AG (2022) Fondamenti di psiconeuroendocrinoimmunologia, RED
  • Bottaccioli F, Bottaccioli AG (2017) Psiconeuroendocrinoimmunologia e scienza della cura integrata. Il Manuale. EDRA
  • Bottaccioli F (2014) Epigenetica e Psiconeuroendocrinoimmunologia, EDRA

ARTICOLI SCIENTIFICI

  • Bottaccioli AG, Bottaccioli F, Minelli A. Stress and the psyche-brain-immune network in psychiatric diseases based on psychoneuroendocrine immunology: a concise review. Ann N Y Acad Sci. 2019 Feb;1437(1):31-42. doi: 10.1111/nyas.13728. Epub 2018 May 15. PMID: 29762862.
  • Bottaccioli AG, Bologna M, Bottaccioli F. Psychic Life-Biological Molecule Bidirectional Relationship: Pathways, Mechanisms, and Consequences for Medical and Psychological Sciences-A Narrative Review. Int J Mol Sci. 2022 Apr 1;23(7):3932. doi: 10.3390/ijms23073932. PMID: 35409300; PMCID: PMC8999976. FREE
  • Bottaccioli, F.; Bottaccioli, A.G.; Marzola, E.; Longo, P.; Minelli, A.; Abbate-Daga, G. Nutrition, Exercise, and Stress Management for Treatment and Prevention of Psychiatric Disorders. A Narrative Review Psychoneuroendocrine Immunology-Based. Endocrines 2021, 2, 226-240. FREE
  • Fioranelli M, Bottaccioli AG, Bottaccioli F, Bianchi M, Rovesti M, Roccia MG. Stress and Inflammation in Coronary Artery Disease: A Review Psychoneuroendocrine Immunology-Based. Front Immunol. 2018 Sep 6;9:2031. doi: 10.3389/fimmu.2018.02031. PMID: 30237802; PMCID: PMC6135895. FREE
  • Bottaccioli AG, Bottaccioli F, Carosella A, Cofini V, Muzi P, Bologna M. Psycho Neuro Endocrino Immunology-based meditation (PNEIMED) training reduces salivary cortisol under basal and stressful conditions in healthy university students: Results of a randomized controlled study. Explore (NY). 2020 May-Jun;16(3):189-198. doi: 10.1016/j.explore.2019.10.006. Epub 2019 Nov 14. PMID: 31982328. FREE
  • Bottaccioli F, Carosella A, Cardone R, Mambelli M, Cemin M, D’Errico MM, Ponzio E, Bottaccioli AG, Minelli A. Brief training of psychoneuroendocrine immunology-based meditation (PRIMED) reduces stress symptom ratings and improves control on salivary cortisol secretion under basal and stimulated conditions. Explore (NY). 2014 May-Jun;10(3):170-9. doi: 10.1016/j.explore.2014.02.002. Epub 2014 Feb 25. PMID: 24767264. FREE

Sulla meditazione a orientamento PNEI (PNEIMED):

  • Carosella A, Bottaccioli AG, Bottaccioli F (2020) Meditazione passioni e salute, II ed. Tecniche Nuove
  • Carosella A, Bottaccioli F (2012) Meditazione, psiche e cervello, II ed., Tecniche Nuove
  • I corsi Pneimed (si veda sul sito SIPNEI)

Per quanto riguada le riviste erogate dalla società SIPNEI, sono qui reperibili:

  1. PNEI NEWS
  2. SIPNEI REVIEWS (dalla rivista SIPNEI REVIEW è scariabile gratuitamente, qui, un lungo approfondimento a proposito del cambio di paradigma in area psicologico/psichiatrica, citato prima nell’articolo)

Qui di seguito l’intervista, buona visione!


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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6 June 2022

PERFEZIONISMO: INTERVISTA A VERONICA CAVALLETTI (CENTRO TAGES ONLUS)

di Raffaele Avico

Del Centro Tages Onlus di Firenze, su questo blog abbiamo in passato già intervistato Simone Cheli, qui.

In questa intervista, Veronica Cavalletti (direttrice del suddetto centro) fornisce alcune delucidazioni a proposito del cosiddetto “perfezionismo clinico“, un tratto di personalità caratterizzato da standard elevati richiesti a sè e agli altri, fonte di notevoli problematiche dal momento che questi standard appaiono per lo più irraggiungibili.

Il Centro Tages Onlus ha avviato un progetto di ricerca, studio e trattamento del perfezionismo, qui raggiungibile.

Vengono citati autori di punta, riferimenti bibliografici, modelli di concettualizzazione del problema, e molto altro.

Qui l’intervista:

  • Buongiorno Veronica, cosa si intende con perfezionismo clinico? Cosa lo distingue da quello “sano”?

Per quanto alcuni autori abbiano suggerito l’idea di poter distinguere tra perfezionismo sano e patologico, le ricerche condotte da quello che da molti è considerato il massimo esperto mondiale sul tema, ovvero Paul Hewitt, sembrano avvalorare l’idea che il perfezionismo sia sempre patologico. In tal senso possiamo avere manifestazioni subcliniche, ma mai una condizione sana e adattativa come ad esempio postulata per i tratti di personalità del Big Five.

Nei lavori di Paul Hewitt, Gordon Flett, Samuel Mikail e colleghi, il perfezionismo è un tratto o stile interpersonale caratterizzato dalla ricerca per sé o per gli altri di standard elevati irraggiungibili. Nella ricerca di questi standard le persone possono sperimentare varie forme di sofferenza, in particolare nei termini di criticismi inter- e intra-personali. Più specificamente, il Modello Comprensivo del Comportamento Perfezionistico (nella versione originale inglese “Comprehensive Model of Perfectionistic Behavior” – CMPB) descrive le manifestazioni del perfezionismo attraverso tre elementi: le componenti di tratto che spiegano come si orienti tale perfezionismo (auto-diretto; etero-diretto; socialmente prescritto); le componenti interpersonali di autopresentazione (autopromozione perfezionistica; non esposizione dell’imperfezione; non disvelamento dell’imperfezione); e le componenti intrapersonali (ovvero le cognizioni automatiche perfezionistiche).

Tutte queste complesse manifestazioni sono appunto sempre fonte di sofferenza per la persona, anche se a livelli diversi. Pertanto, Hewitt e colleghi non individuano mai una forma sana di perfezionismo.

  • Veronica, come si manifesta nella vita di un individuo, il perfezionismo? Può essere considerato un tratto di personalità?

Nella formulazione originaria fatta da Hewitt e Flett il perfezionismo era definito come una dimensione di tratto. Successivamente tale definizione si è ampliata includendo, come dicevo, nel CMPB anche componenti interpersonali e intrapersonali. Riassumendo possiamo considerare il perfezionismo come un complesso stile di personalità che può esporre la persona a forme anche molto gravi di sofferenza. Secondo una classica prospettiva diatesi-stress, l’interazione tra eventi di vita e vulnerabilità soggettiva possono portare a quello che definiamo psicopatologia. È a mio avviso importante sottolineare come le manifestazioni del perfezionismo (che ricordo abbiamo definito sempre problematico) siano assai difformi e spesso gravi. Da un lato, un recentissimo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Clinical Psychology Review da parte di Flett e Hewitt, suggerisce come il perfezionismo rappresenti una sorta di emergenza sanitaria della nostra società. Percepiamo infatti costantemente una pressione ad adeguarci a standard elevati e a mascherare la nostra identità. Dall’altro lato, il medesimo gruppo di ricerca ha pubblicato una mole impressionante di dati che evidenziano come il perfezionismo possa portare a gravi manifestazioni psicopatologiche e di sofferenza, fra cui anche il suicidio.

Le caratteristiche stesse del perfezionismo, basate sulla tendenza a percepire forti pressioni intra- e inter-personali e a mascherare la sofferenza che ne deriva, lo rendono estremamente “pericoloso” da un punto di vista clinico. Nel caso ad esempio del rischio suicidario, le persone con tratti perfezionistici mostrano un’alta letalità connessa alla loro ideazione. I tratti che generano in esse sofferenza, sono gli stessi che le portano a mascherare l’ideazione e a percepire come intollerabile il fallimento di un agito suicidario.

  • Veronica, la psicologia clinica ha spiegato in che modo nasce il perfezionismo?

Devo nuovamente fare riferimento al modello di Hewitt e colleghi per questo. Se infatti altri autori hanno riportato alcuni studi che correlano fattori prossimali e distali con l’insorgenza del perfezionismo, il gruppo canadese è l’unico ad aver integrato tali dati in un modello coerente, che hanno poi successivamente testato in numerosi studi su campioni clinici e non.

Il Modello della Disconnessione Sociale del Perfezionismo (“Perfectionism Social Disconnection Model” – PSDM) aiuta il clinico ad orientarsi nella comprensione del caso integrando elementi evolutivi su come sia emerso questo tratto di personalità e strategie terapeutiche per una concettualizzazione condivisa con il paziente. Il modello è particolarmente complesso e dettagliato. Riassumendo possiamo dire che il perfezionismo emerge a partire dalle prime interazione con il caregiver o altre figure significative. Senza offrire semplicistiche spiegazioni (es. “è tutta colpa dei genitori”), Hewitt e colleghi evidenziano come vi siano dei bisogni non soddisfatti – a causa delle asincronie nel rapporto con il caregiver – che divengono eccessivi e nel tempo portano alla manifestazione di comportamenti perfezionistici, nonché a svariate forme di sofferenza psicologica e ad una generale disconnessione sociale. Nel perfezionismo diviene evidente il ben noto paradosso nevrotico: per cercare di essere accettata e riconosciuta, la persona sviluppa strategie perfezionistiche rigide e immodificabili che in realtà la allontanano sempre più dagli altri.

  • Veronica, quali sono le forme di trattamento più efficaci? Si basano su quale razionale clinico?

I protocolli con maggiori evidenze sono sicuramente la Cognitive Behavioral Therapy (CBT) per il perfezionismo di Roz Shafran e la Dynamic Relational Therapy (DRT) di Hewitt e colleghi. Durante un recente simposio tenutosi a Losanna, per il congresso del SEPI (Society for the Exploration fo Psychotherapy Integration), David Kealey ha mostrato i dati preliminari di una recente meta-analisi in cui emerge come la CBT per il perfezionismo riveli ad oggi un’efficacia assai limitata. I dati invece a favore del DRT sembrano sottolineare l’importanza di tale protocollo. Il DRT è la declinazione pratica e clinica di quanto ho detto sinora in riferimento al CMPB e al PSDM. Integrando una prospettiva dinamica interpersonale con componenti cognitive, Hewitt e colleghi partono da una concettualizzazione condivisa del modello di sviluppo per poi individuare e trattare tutte le componenti inter- e intra-personali attraverso cui il perfezionismo si manifesta.

Negli ultimi due anni io e il dott. Simone Cheli (dei Centri Clinici Tages) abbiamo avviato una stretta collaborazione tra il “Centro per lo Studio e il Trattamento del Perfezionismo” di Tages Onlus e il “Perfectionism and Psychopathology Lab” fondato e diretto da Paul Hewitt. Da questa collaborazione, è nato un protocollo di gruppo che integra il DRT con le pratiche e il razionale evoluzionistico della Compassion-Focused Therapy (CFT). L’intervento (Mindful Compassion for Perfectionism – MCP) è stato oggetto di due pubblicazioni preliminari e sarà oggetto di un futuro trial clinico randomizzato controllato.

  • Veronica, ritieni che il perfezionismo rappresenti per il paziente un sintomo con dei vantaggi secondari per gestire altri problemi, per esempio l’ansia?

Diciamo che il perfezionismo instaura frequentemente un ciclo interpersonale maladattivo e autoperpetuantesi. Gli enormi sforzi a cui si sottopone la persona e il costante mascheramento della sofferenza che ne deriva, vengono spesso interpretati dagli altri come un limitato bisogno di supporto e una sorta di chirurgica freddezza. Secondo il paradosso nevrotico che citavo prima, la persona può arrivare ad esasperare ulteriormente tali manifestazioni nell’erronea convinzione che così facendo l’altro la accetterà e apprezzerà.

Nello studio che abbiamo condotto per validare gli strumenti di assessment di Hewitt e colleghi, abbiamo ad esempio evidenziato una elevata correlazione tra tutte le componenti perfezionistiche e la cosiddetta distress overtolerance, ovvero la convinzione di dover sopprimere e accettare la propria sofferenza. Tornando alla tua domanda, direi che le persone possono, attraverso il perfezionismo, rinforzare una credenza disfunzionale sulla necessità di sperimentare costantemente ansia, piuttosto che gestirla o ridurla in alcun modo!

Oltre a ciò, se vogliamo parlare di vantaggi secondari, mi verrebbe da dire che il perfezionismo – almeno in alcuni contesti (come performance, lavoro etc.) – è un atteggiamento socialmente rinforzato o comunque citato nel linguaggio comune come qualcosa di positivo, ma ciò non significa che permetta ‘davvero’ alla persona di funzionare meglio, anzi.

  • Veronica, ci consigli qualche spunto teorico? Nei vostri Centri Clinici Tages come ci lavorate?

Sicuramente consiglio a chi sia interessato all’argomento la lettura del manuale di Hewitt, Flett e Mikail (la traduzione italiana è pubblicata da Fioriti Editore). Nel libro trovate anche i riferimenti ai due Centri sul perfezionismo che citavo, quello canadese di Hewitt e quello di Tages Onlus.

Nei nostri Centri Clinici Tages cerchiamo di offrire, come per le altre problematiche, un intervento integrato e modulare. Utilizziamo dunque approcci diversi cercando di adattare le strategie più efficaci ai problemi presentati dal paziente, e lo facciamo lungo un percorso che può alternare professionisti e percorsi diversi. Per quanto riguarda nello specifico il trattamento del perfezionismo, nei due articoli che citavo abbiamo descritto quello che solitamente facciamo, ovvero un’integrazione tra la DRT, la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) e la CFT. Ad esempio, in un recente case study descriviamo una paziente con tendenza al mascheramento perfezionistico trattata prima attraverso una terapia individuale in cui abbiamo integrato la TMI con il modello di concettualizzazione della DRT, e poi tramite il percorso di gruppo della MCP.

In altri percorsi, il perfezionismo emerge durante l’assessment come uno dei diversi tratti presenti, ma non necessariamente il più prominente. In tal caso, valutiamo in sede di équipe come trattare questo aspetto alla luce della concettualizzazione complessiva del caso, ad esempio decidendo se affrontarlo specificamente nel percorso individuale (ad esempio perché rinforza o mantiene la problematica principale etc.) o valutando l’utilità di un gruppo MCP che supporti il percorso individuale del paziente.


Ps su questo blog le interviste possono essere aggregate a partire dal pulsante “interviste” nel menù principale, oppure da qui

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21 May 2022

GARBAGE IN, GARBAGE OUT.  INTERVISTA FIUME A ZIO HACK

di Raffaele Avico

In questa intervista “fiume” a Francesco, in arte “Zio Hack”, vengono introdotte alcuni temi a riguardo del biohacking, della produttività, della crescita personale.

La letteratura a proposito della crescita e del miglioramento personale è molto vasta, e si configura come una costola del corpus teorico psicologico “applicato”, a metà tra la clinica e la psicologia sperimentale/generale, nel tentativo di capire come funziona la mente umana per “agire” in modo pragmatico, con l’obiettivo di auto-migliorarsi. Questo modo di intervenire sulla psicologia individuale esclude la collettività e l’ambiente di sviluppo, i primi anni di vita e il “problema del trauma”, riducendo per così dire il lavoro terapeutico al momento presente e al “funzionamento dell’Io”.

Per questo, in ambito di letteratura sulla crescita personale ci troviamo spesso ad avere a che fare con testi estremamente pragmatici, applicati, procedurali, pervasi da un assunto di fondo comune a tutti, ovvero: “la tua vita dipende da ciò che sei, e ciò che sei dipende da ciò che fai”. Ne consegue che modificando il proprio comportamento, si dovrebbe arrivare a modellare la propria realtà e il proprio “stare nel mondo”. C’è inoltre, costante, l’invito a “internalizzare” il locus of control, ovvero ad assumersi la “totale responsabilità” di ciò che si è (pensiamo per esempio a derive estreme -molto “americane”- come il progetto “extreme ownership”).

Zio Hack è uno dei precursori in Italia della divulgazione in ambito di crescita personale, già presente in rete dalla fine degli anni ‘90 (1998). Siamo al punto più alto dell’attuale panorama underground sullo sviluppo personale in Italia.

In questa intervista parla di biohacking, time-management e produttività, raccontando del suo stesso percorso di crescita e soprattutto delle sue fonti.

Il punto centrale del suo lavoro, come emerge dall’intervista, è rappresentato dal concetto di piramide. Le piramidi rappresentano il risultato finale di un lungo lavoro di sistematizzazione di fonti a riguardo della crescita personale, divisi per area. Troviamo dunque la “piramide del benessere”, o la “piramide successo personale”, strutturate per “piani sovrapposti” organizzati secondo una logica gerarchica.

Prendendo per esempio la piramide del benessere, osserviamo vari livelli di intervento progressivo, partendo dall’abbandono delle dipendenze, proseguendo attraverso il “problema della gestione della stress”, per poi andare alla qualità del sonno, etc. Le piramidi rappresentano una sintesi del molto materiale raccolto da Francesco nel corso del tempo.

Qui l’intervista, editata in una forma piuttosto grezza, senza tagli.

Zio Hack rappresenta un “aggregatore” di fonti, che lui stesso sostiene aver raffinato nel tempo, attraverso un lavoro progressivo di “setaccio” e potatura di ciò che storicamente si rivelò “fuffa”.

Alcune fonti/spunti/takeaways presenti nel video:

  • portale MOM di Franco Fabbro (meditazione orientata alla mindfulness): http://www.medita-mom.it/
  • Rhonda Patrick e il portale FOUND MY FITNESS (divulgazione scientifica e biohacking di altissima qualità
  • il lavoro di David Sinclair a proposito della biotecnologia usata per contrastare l’invecchiamento
  • il lavoro di Derek Siver, a proposito del “decluttering”, della ripulitura del segnale (“se non è un super-sì, è un super-no”) →https://sive.rs/
  • l’incredibile lavoro di divulgazione di Huberman (professore a Stanford School of Medicine)
  • ambito crescita finanziaria→ Dave Ransey https://www.ramseysolutions.com/
  • ambito nutrizione: https://examine.com/ e Stefano Vendrame (miglior divulgazione in ambito nutrizione in Italia)
  • a proposito della scrittura espressiva, ZIo Hack cita gli studi e i lavori di Pennabeker (qui per approfondire). Scrivere ha il doppio beneficio di ridare una forma narrativa (consequenziale, con un prima, un durante e un dopo) a un pensiero eventualmente disorganizzato, e di aiutare nel processo di simbolizzazione di materiale emotivo “grezzo” (ne avevamo scritto qui a proposito del concetto di affect labeling ). É di fatto uno strumento di regolazione dell’emotività, che viene usato in senso terapeutico in moteplici ambiti, per esempio per il PTSD, per modulare la rabbia (soprattutto in psicoterapia strategica), o per consolidare l’identità (attraverso per esempio la scrittura di un’autobiografia)
  • il lavoro di Connirae Andreas e Steve Andreas come precursori del metodo PNL e della tecnica EMDR (havening.org, che nel protocollo EMDR viene chiamato butterfly hug, qui descritto in modo approfondito, e qui); sempre a proposito della psicolinguistica, interessante il passaggio a proposito delle strutture progressive attraverso cui “intervenire” nel lavoro sul cambiamento: 1) linguaggio 2) visione 3) corpo, che in effetti ricapitolano le fasi progressive dello sviluppo umano (nasciamo cinestesici, corporei, preverbali e precognitivi, tutto quello che esiste di “ulteriore”, come il linguaggio, viene dopo -come dire che un reale cambiamento, per essere veramente tale, deve essere incarnato, “ingrained” in inglese)

La visione di Zio Hack è pragmatica, utilitaristica, empirica, americana con però un sano, più che mai necessario scetticismo europeo, all’insegna del “va bene purchè funzioni”. Chiude l’intervista con 3 pratiche per la crescita personale, indiscutibilmente virtuose: “una pratica meditativa qualunque”, la lettura di qualità (dato che “garbage in, garbage out”) e il movimento/attività fisica, propedeutico agli altri due.

Qui il suo sito: migliorati.org


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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25 March 2022

L’APPROCCIO “OPEN DIALOGUE”. INTERVISTA A RAFFAELLA POCOBELLO (CNR)

di Raffaele Avico

L’Open Dialogue è un modello di intervento in ambito di salute mentale, di derivazione scandinava. Viene usato con pazienti psicotici (ma non solo) coinvolgendo molte persone in contemporanea in una sola stanza, per un tempo di massimo un’ora e mezza. Può essere usato -come tipologia di colloquio- “al bisogno” o in modo maggiormente strutturato. Permette una trasparenza totale del “pensiero” dei curanti di fronte al paziente e alla sua famiglia, fornendo agli utenti un affaccio sul perchè si decida di adottare quale strategia terapeutica, e con quali obiettivi.

Raffaella Pocobello coordina un progetto di ricerca multicentrico internazionale focalizzato sull’efficacia dell’Open Dialogue per il CNR. Qui alcune sue riflessioni e indicazioni utili per chi voglia approfondire il tema.

Buongiorno Raffaella, ci dà una breve definizione dell’Open Dialogue, per comprendere meglio di cosa si tratti?

Il Dialogo Aperto è un approccio terapeutico centrato sulla rete sociale e familiare sviluppato nel contesto dei servizi psichiatrici pubblici della Lapponia, che si caratterizza per due aspetti:

  • Organizzativo: i servizi di salute mentale sono organizzati in modo garantire una risposta tempestiva, flessibilità dell’intervento e continuità terapeutica;
  • Clinico: incontri terapeutici di rete che coinvolgono tutte le persone significative fin dalla prima richiesta di aiuto hanno l’obiettivo di migliorare la comprensione e la risoluzione della situazione critica attraverso il dialogo.

A partire dagli anni ‘90 questo approccio è stato studiato in modo sistematico, sia nei suoi aspetti di processo che di esito. La valutazione di processo ha permesso di individuare sette principi chiave che descrivono il dialogo aperto:

  1. Aiuto immediato: l’intervento avviene entro le 24 ore dalla richiesta di aiuto in caso di crisi;
  1. Prospettiva orientata alla rete sociale: i membri della rete sociale della persona in difficoltà e tutti i professionisti dei servizi coinvolti nella crisi sono invitati a partecipare agli incontri;
  1. Flessibilità e mobilità della equipe: gli incontri sono pianificati in base ai bisogni unici di ogni persona, famiglia e contesto. Questo implica che l’equipe è disponibile e pronta a spostarsi sul territorio e che molti interventi sono domiciliari;
  1. Responsabilità: chi riceve la richiesta di aiuto che ha il compito di organizzare il primo incontro, fino al quale non sarà presa nessuna decisione relativa al trattamento. Inoltre, la responsabilità è condivisa all’interno del team;
  1. Continuità psicologica: la stessa equipe integrata segue la rete sociale nel tempo. Almeno alcuni componenti del team rimangono gli stessi, mentre altri professionisti possono intervenire occasionalmente, se utile;
  1. Tollerare l’incertezza: si costruisce uno spazio “sicuro” in cui discutere apertamente anche delle proposte di trattamento ed evitando decisioni affrettate;
  1. Dialogismo: nel facilitare gli incontri, i terapeuti invitano tutte le “voci” a contribuire al dialogo. Per voci si intende sia quelle delle diverse persone che partecipano all’incontro (polifonia orizzontale), sia le voci interne e multiple evocate dalla conversazione in ogni singolo partecipante (polifonia verticale). Per esempio, il terapeuta partecipa al dialogo attraverso le voci che derivano dalle sue competenze professionali (come essere un medico o un assistente sociale o uno psicologo, seguire un certo orientamento, etc.), ma anche con quelle relative alla sua vita personale e il suo mondo interiore. Non nel senso di raccontare la propria vita, ma nel modo in cui risponde alla situazione presente (per esempio nel tono, nella postura, nei commenti). Questo ultimo aspetto, il dialogismo, è quello su cui più si concentra la formazione degli operatori.

Il razionale clinico di intervento: per quale motivo viene applicato e ponendosi quali obiettivi?

La prima volta che ho ascoltato Jaakko Seikkula, il principale referente del Dialogo Aperto, mi hanno colpito due concetti della sua presentazione:

  • l’obiettivo principale del Dialogo Aperto non è produrre un cambiamento, né dirigerlo, ma promuovere il dialogo. Attraverso il dialogo, emergeranno e si mobilizzeranno le risorse della persona in crisi, della sua rete sociale e dei servizi di salute mentale a supporto. Questo obiettivo secondo me è alla base anche del clima partecipato ed egualitario che si crea negli incontri, e che è forse l’aspetto che più mi ha motivato a studiare questo approccio;
  • non c’è una selezione delle persone per cui il dialogo Aperto è adatto, né altri servizi ai quali inviare persone con questo o quel disagio. Quando la persona chiama, se nella conversazione emerge un problema specifico, per esempio uso di alcol, si chiede se il servizio può invitare professionisti che sono esperti di questo problema a unirsi al team. Non c’è mai qualcuno a cui viene detto di chiamare altrove. Ricordo lo stupore in aula dei colleghi che raccontavano quanto invece nei servizi di salute mentale si faccia l’opposto, e quanto l’intervento sia spesso frammentato.

Steve Pilling (UCL), che ora sta sperimentando il Dialogo Aperto in UK, per esempio dice che in Inghilterra hanno servizi per tutti e posto per nessuno.

Come si svolge, in concreto, un colloquio svolto con un paziente usando il metodo Open Dialogue?

Più che un metodo, il Dialogo Aperto è un approccio, complesso e a molti livelli. Queste le fasi di un incontro:

  1. In un tipico incontro di Dialogo Aperto, la persona in crisi, alcune persone della sua rete sociale e almeno due professionisti della salute mentale si siedono in cerchio.
  2. Di solito, comincia a parlare il professionista che ha risposto alla richiesta di aiuto e ha organizzato l’incontro, che racconta l’idea dell’incontro, chi ha chiamato e chi è stato invitato e (spesso) chiede ai presenti come propongono di usare il tempo dell’incontro.
  3. Chi facilita l’incontro (ci sono diversi approcci) fa in modo che tutti possano essere ascoltati, facendo domande prevalentemente aperte, invitando i partecipanti a parlare di ciò che ritengono più rilevante in quel momento. I professionisti non preparano alcun piano/agenda per l’incontro e il loro compito è quello di adattare le loro domande e affermazioni a quello che è stato detto, riprendendo le parole usate e promuovendone un approfondimento, evitando interventi su temi non emersi e interpretazioni. Durante l’incontro possono avvenire una o più conversazioni riflessive, in cui i professionisti discutono tra loro (anche su questo ci sono diversi approcci, più o meno strutturati), utilizzando un linguaggio semplice e rispettoso. Durante il dialogo tra gli operatori, il paziente e la rete sociale rimangono in ascolto.
  4. Sebbene le parole rivestano un ruolo importante, una parte significativa del dialogo avviene senza parole, nella espressione delle sensazioni e delle reazioni che emergono spontaneamente, in particolare quelle che precedono le parole. Per questo la ricerca più recente di Seikkula si è focalizzata sull’embodiment, e nell’insegnamento del Dialogo Aperto in alcuni programmi è presente una componente di mindfulness. Infatti, una delle sfide principali del terapeuta è quella di essere presente nel qui e ora, in ascolto e responsivo del dialogo che avviene ma anche del proprio dialogo interno.
  5. Prima di chiudere l’incontro, si chiede ai partecipanti se ci sono questioni importanti che vorrebbero che emergessero prima della fine e se, quando e dove fissare un nuovo appuntamento. A questo punto, i contenuti più significativi dell’incontro vengono sintetizzati, soprattutto se ci sono decisioni importanti che sono state prese o da prendere. La durata dell’incontro è variabile, anche se viene indicato che di solito 90 minuti sono un tempo adeguato.

Negli ultimi anni, la pandemia ci ha spinto a sperimentare il Dialogo Aperto anche online. Anche se non ci sono ancora studi a riguardo, chi ha fatto questa esperienza è sorpreso che l’approccio sembri adattabile, e i feedback sono positivi.

Quali sono i riferimenti teorici di questa pratica, e quali i testi dove, volendo, approfondire il tema?

Il Dialogo Aperto è caratterizzato da un certo eclettismo.

Alle sue origini c’è il Need-Adapted Approach (approccio adattato al bisogno), il cui principale referente è Alanen. Negli Settanta lui e il suo team a Turku si dedicarono in particolare alla esperienza psicotica, proponendo interventi che integravano diversi modelli terapeutici (psicologici, psicodinamici, sistemici e psichiatrici, sociali e riabilitativi) a seconda delle esigenze del paziente.

Anche la scuola sistemica, in particolare l’approccio di Boscolo e Cecchin, hanno avuto una influenza nello sviluppo del Dialogo Aperto.

Ma l’influenza a mio avviso più significativa è quella del norvegese Tom Andersen, che si ritrova in due pratiche fondamentali:

  • Il rispetto della regola semplice ma rivoluzionaria, che a partire dal 1984 è stata adottata anche in Lapponia, di non parlare del paziente e della famiglia in loro assenza.
  • dalla applicazione di questa regola, deriva la pratica della “conversazione riflessiva” (o gruppo riflessivo, reflective team), in cui i professionisti parlano tra loro durante gli incontri terapeutici, dando sempre la possibilità ai pazienti e alla famiglia di ascoltare e rispondere a quanto detto.

Infine, il riferimento filosofico principale è quello del filosofo russo Mikhail Bakhtin sulla polifonia e il dialogismo. Un altro riferimento importante è Dostoevskij: cosi come il narratore non può fare altro che mettersi in relazione con le voci dei diversi protagonisti, modificando la trama del romanzo in base al loro contributo, così il terapeuta ha la responsabilità di fare emergere risorse e soluzioni dai partecipanti all’incontro, rinunciando a dirigerlo e ad avere un piano predefinito.

Tra le letture consigliate per saperne di più ci sono due libri in italiano:

  • Il dialogo aperto. L’approccio finlandese alle gravi crisi psichiatriche, del 2016. Di Jaakko Seikkula e curato da Chiara Tarantino, edito da Fioriti
  • Metodi dialogici nel lavoro di rete, di Tom Arkil e Jaakko Seikkula, del 2013, edito da Erickson.

Presto ne uscirà anche un nuovo sull’utilizzo del Dialogo Aperto nel trattamento della psicosi, in lingua inglese edito da Routledge, che sarà edito in Italia da Fioriti.

Una bibliografia estesa in lingua inglese è consultabile sul sito del progetto internazionale HOPEnDialogue, a questo link.

HOPEnDialogue è il primo studio multicentrico internazionale sul Dialogo Aperto, coordinato dal CNR.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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21 March 2022

IL CORPO, IL PANICO E UNA CORRETTA DIAGNOSI DIFFERENZIALE: INTERVISTA AD ANDREA VALLARINO

di Andrea Vallarino, Raffaele Avico


PER UNA CORRETTA DIAGNOSI DIFFERENZIALE (a cura di Andrea Vallarino)

La sindrome da attacchi di panico rappresenta la via finale di diverse condizioni patologiche.

Le fobie, i disturbi ossessivi, i disturbi ossessivi compulsivi, le paranoie, ma anche i disturbi alimentari come il vomiting, molto spesso, hanno come sintomatologia principale o di accompagnamento o come evento finale del percorso patogeno l’attacco di panico. Questo pone quindi molti problemi di diagnosi differenziale, complicati anche dal fatto che, nel gergo comune, l’attacco di panico ha preso il posto del cosiddetto esaurimento nervoso ed anche della depressione. I pazienti, anni fa, si presentavano dicendo che soffrivano da tempo di un “po’ di esaurimento nervoso”, o più recentemente si presentavano parlando di depressione; ora l’attacco di panico è il modo prevalente da parte dei pazienti di presentare i propri disagi.
Occorre quindi fare molta attenzione a discriminare i segnali di patologia dei pazienti, anche perché la logica dei vari disturbi che possono presentare panico è molto differente da problema e problema; e la logica della patologia è quella che deve guidare la logica della terapia.Per fare questo in terapia strategica diventa fondamentale individuare il Sistema Percettivo Reattivo della persona da cui parte la patologia.
Il Sistema Percettivo Reattivo è appunto un sistema ridondante di relazione tra la sensazione di base della persona e le soluzioni per gestirla. Nel caso ad esempio del panico tra la sensazione della paura e le soluzioni di gestione della paura che nel caso del panico sono il controllo che fa perdere il controllo, creando un circolo vizioso tra la paura e il tentativo di controllarla, creando ancora più paura che verrà ancora di più controllata in modo rigido, creando ancora più paura fuori controllo, con reazioni legate al panico contraddistinte da sudorazione fredda, tremore alle gambe, tachicardia, dispnea, senso di depersonalizzazione.
Di fronte ad un attacco di panico sperimentato dalla persona una prima volta, ci può essere la tentata soluzione dell’evitamento costante delle situazioni in cui si potrebbe ricreare il panico. La tentata soluzione prevalente diventa l’evitamento oppure l’affrontare la situazione con l’aiuto di un “angelo custode”: la moglie, il fidanzato, una figura costante di riferimento. Evitamento e richiesta di aiuti diventano le tentate soluzioni che configurano la patologia come una fobia pura. Molto spesso in queste persone l’attacco di panico resta uno solo, il primo ed unico. Con le tentate soluzioni dell’evitamento e dell’aiuto non sperimentano altri attacchi, ma costruiscono una vita sempre più ritirata e bloccata. Queste situazioni di fobia pura sono ormai delle rarità, in quanto la società e la patomorfosi delle sindromi psichiatriche è andata e va sempre più verso la soluzione del controllo.
La reazione verso il primo attacco di panico diventa quindi il controllo delle reazioni del panico. La persona non è tanto spaventata dalla paura di una situazione ma si spaventa per le sue stesse reazioni. La tachicardia, la dispnea, il tremore alle gambe, la sudorazione fredda diventano oggetto di controllo rigido talvolta in via preventiva, scatenando quello che definiamo il controllo che fa perdere il controllo. Controllando il cuore, la respirazione, la sudorazione ottengono in modo paradossale di alterare queste fondamentali reazioni altrimenti fisiologiche. Come dire che l’attacco di panico se lo portano da casa e lo mettono paradossalmente nelle situazioni percepite come paurose. Il controllo paradossalmente produce la perdita di controllo. In questo caso si produce un patologia che definiamo fobico ossessiva, laddove all’evitamento descritto prima si aggiunge il controllo oppure anche ossessivo fobica laddove il controllo reiterato nel tempo conduce ad un successivo incremento delle perdite di controllo tale per cui la persona in seguito arriverà ad evitare le situazioni percepite come pericolose.
Queste due situazioni sono le classiche situazione che descrivono la sindrome da attacco di panico, che però interviene anche in altre sindromi governate da altri sistemi percettivi reattivi.
É il caso dei disturbi ossessivi compulsivi che si caratterizzano per la presenza di rituali compulsivi. Pensiamo ai rituali di pulizia o a quelli scaramantici propiziatori o preventivi o di controllo come quelli di ripetere costantemente azioni per verificare di averle fatte bene. Il controllo dei rubinetti del gas per controllare che siano bene chiusi, la chiusura di porte e finestre ripetute ossessivamente che precludono una normale esistenza per le continue perdite di tempo causate dall’invasività dei rituali. Molto spesso, al termine di un esaurimento psicofisico legato al logorio causato dalle ritualità, può comparire l’attacco di panico. In questo caso il lavoro va fatto sui rituali e sulla credenza che sostiene i rituali. L’attacco di panico viene risolto in questo caso in maniera indiretta.
Similmente occorre lavorare se il panico è legato ad una paranoia. La paranoia, come la compulsione è legata ad un controllo, ma non è il controllo che fa perdere il controllo del classico attacco di panico, un controllo che fa ottenere qualcosa di meno. É il controllo dell’incontrollabile che crea un qualcosa di più, un nemico. Si pensi alla paranoia di gelosia in cui il marito, contrariamente alla realtà, è convinto che la moglie lo tradisca. Comincerà a cercar i segni del tradimento e li troverà anche in dettagli di nessuna importanza, comincerà a chiedere conto alla moglie dei movimenti e delle azioni producendo nella moglie l’idea di dover nascondere al marito anche le più innocenti azioni, confermando al marito che la moglie è reticente e che quindi gli sta nascondendo qualcosa. Il controllo dell’incontrollabile. Nessuna persona altra da noi è da noi controllabile al cento per cento, per cui qualunque controllo produrrà un qualcosa di inaspettato: un nemico. Il controllo produce qualcosa in più: la credenza di avere un nemico, un nemico a sua insaputa, che non vuole essere nemico, ma che noi consideriamo tale, una costruzione paranoica che creerà paura e panico, ma con una logica di credenza, diversa dalla logica dell’evitamento fobico e dal controllo ossessivo che fa perdere il controllo.
Queste distinzioni, che appaiono sottili, sono importanti perché guidano in modo chirurgico la terapia seguendo logiche differenti.
Nel caso degli evitamenti fobici occorrerà bloccare la tentata soluzione dell’evitamento attraverso ristrutturazioni che creeranno percezioni differenti che a cascata creeranno azioni differenti. Si dovrà mettere la paura dell’evitamento al posto della paura della situazione.
Nel caso del controllo del reazioni della paura che paradossalmente creano il panico si dovrà usare un contro-paradosso.
Nel caso dei rituali ossessivi compulsivi o della paranoia si dovrà con gradualità rompere la credenza del controllo perfetto o del nemico da combattere.
Nel caso dei disordini alimentari, in particolare il vomiting sia compulsivo che isterico, oltre alle tentate soluzioni cambia anche la sensazione di base che non è più la paura, ma il piacere e si dovrà lavorare in terapia per costruire piaceri normali al posto di piaceri perversi come appunto il mangiare per poi vomitare.


IL PANICO E IL CONTROLLO

In questa puntata del podcast del Foglio Psichiatrico, abbiamo chiesto alcuni chiarimenti ad Andrea Vallarino a proposito del tema del panico e a riguardo del tema del controllo.

Il problema del panico, così come delle altre tipologie di disturbo che Vallarino cita nel corso della conversazione, riguarda anche il rapporto con il proprio corpo, come ben sottolineato nelle parole sopra riportate di Andrea Vallarino.

Facciamo alcuni chiarimenti riassuntivi a riguardo di diverse problematiche:

  • Nel panico, a seguito di un attacco di forte ansia iniziale, il soggetto comincia a controllare ossessivamente il corpo e i suoi segnali, per scongiurare un successivo attacco. L’attenzione si rivolge in questo modo verso l’interno, in modo costante, nel tentativo di “controllare” reazioni in realtà spontanee del corpo (diventando per questo un “controllo che fa perdere il controllo”, come su questo blog abbiamo già approfondito)
  • nell’ipocondria, il soggetto vive ogni segnale proveniente dal corpo come un “prodromo”, un segnale cioè indicativo di un disturbo di gravità molto maggiore che starebbe per accadere
  • nel disturbo post-traumatico, il corpo diviene il teatro delle ripercussioni post-traumatiche, con molteplici livelli di compromissione, compresi cambi posturali, disturbi da iper-attivazione protratta e altri

In questi casi i problemi di natura psicologica trovano nel corpo il loro terreno di sviluppo.

In particolare nel panico e nell’ipocondria, l’aspetto centrale risulta essere il rapporto con il proprio corpo, la mente focalizzata costantemente sul corpo e il grado di controllo che su questo il soggetto intenda esercitare. Come abbiamo altrove approfondito, sono la memoria dell’evento e il controllo stesso (nel panico) e la credenza di essere destinati a sviluppare malattie gravi (nell’ipocondria) a mantenere in vita il problema.

Il risultato finale è, da parte del soggetto, il vivere in una realtà sempre più piccola, limitata dal “problema” onnipresente e pervasivo nella mente, estremamente invalidante.

Nel caso della terapia del disturbo di panico si giova di molteplici strumenti di intervento:

  1. l’abbandono del controllo e gli strumenti mutuati dalla terapia strategica e dalla psicoterapia CBT
  2. le tecniche comportamentali con funzione di doppio compito in grado di distrarre il paziente dallo stesso pensiero del panico, e insieme naturalmente calmanti, come la respirazione lenta
  3. la terapia espositiva: fare “come se” il problema non esistesse e fare quindi cose che fino a poco prima sembravano impossibili, così da creare dei precedenti positivi in grado di aumentare per il soggetto la fiducia nelle sue stesse possibilità di azione
  4. farmaci somministrati con diversi razionali clinici (tra cui anche l’effetto placebo)

Il rapporto con il rischio e con l’idea della morte rappresenta un elemento ulteriore da tenere in considerazione, dato che introiettare una quota di fatalismo e accettare il rischio rappresenta spesso un movimento liberatorio, sbloccante

Qui altro in collaborazione con Andrea Vallarino sui temi “controllo” e “panico”.

Qui l’intervista ad Andrea Vallarino, buon ascolto!

https://www.spreaker.com/user/psychiatryonlinepodcast/intervista-ad-andrea-vallarino

Article by admin / Generale / interviste, panico

3 February 2022

INTERVISTA A RICCARDO CASSIANI INGONI: “Metodo T.R.E.®” E TECNICHE BOTTOM-UP PER L’APPROCCIO AL PTSD

di Raffaele Avico

Un evento traumatico pone l’individuo nella situazione di confrontarsi quotidianamente con il suo ricordo; la mente si impegna nel gestire le recrudescenze della sindrome post-traumatica, il rivivere il momento del trauma, l’oscillare dello stato di allerta, che come sappiamo percorre un andamento a cascata, o a dente di sega.

Si parla spesso di cognizione negativa, di pensieri negativi rivolti a sé, a seguito di un trauma. Su questo blog abbiamo intervistato Rossella Valdrè (link) nel tentativo di comprendere se e in che modo esista, a seguito di un evento traumatico, una tendenza a ricercarne il ricordo dentro di sé, come presi da una forza masochistica, o paradossalmente per tentare di risolvere il trauma stesso -ricercandone appunto la presenza.

Abbiamo anche osservato come il ricordo traumatico sembri riempire il vuoto mentale quando la persona sta attraversando un momento di relativa tranquillità. Come accade per una dipendenza, è come se il ricordo traumatico tendesse a riempire ogni momento di libertà sperimentato dall’individuo. Alcuni individui sembrano addirittura insospettirsi a riguardo del loro sentirsi liberi, cosa che alimenta il ritorno del pensiero, in un meccanismo mentale ossessivo, con un bisogno estremo di controllo -che in realtà produce il perdere il controllo stesso.

Un aspetto relativamente poco esplorato, è l’evento traumatico come “elemento” agonistico, in grado di produrre in chi lo subisca un sentimento di resa. Il ricordo del trauma diviene talmente pervasivo e potente da generare negli individui un senso di sconfitta, di arrendevolezza, cosa che ricade immediatamente sul corpo.

La psicoterapia sensomotoria lavora per riportare nella mente del soggetto un senso di empowerment, a partire dal corpo.

Pensiamo solamente al lavoro che viene fatto sulla postura, sulla posizione della testa, sul lavoro di rinforzo del “core” del corpo dell’individuo, cosicché questo possa recuperare, psicologicamente, un senso di potere. Sembra in altre parole che una parte del lavoro di terapia, sia restituire potere all’individuo nei confronti del “nemico” interiore -verso cui questo percepisce una sensazione di resa impotente.

Lo stesso potremmo osservarlo negli approcci al PTSD tramite lo sport. Abbiamo qui approfondito le varie ipotesi sull’approccio al PTSD tramite l’attività fisica; i punti centrali sono due:

  • lo sport, rinforzando il corpo, procura una sensazione di auto-contenimento e maggiore potere percepito a livello anche psicologico; questo aiuta il soggetto a contrastare il senso di impotenza appresa nella traumatizzazione
  • lo sport espone il soggetto a variazioni nel tono di attivazione dell’arousal, a tachicardia indotta dall’allenamento; questo rappresenta un elemento di terapia espositiva in soggetti che temono il loro stesso attivarsi: parlando in prima persona, nel momento in cui l’attività fisica sarà cessata e mi troverò in uno stato di allarme indotto dal presentarsi del ricordo traumatico, sarà per me più semplice gestire il momento dell’allarme a livello corporeo, dato che padroneggio meglio le mie stesse alterazioni. É una forma di terapia espositiva (d’altronde in questi casi si parla di fobia degli stati interni)

Spesso si ha la sensazione in questi casi che il paziente fuoriesca dalla spirale del PTSD quando acquisisca sufficiente forza mentale da gestire il confronto con il ricordo traumatico, quando senta di aver raggiunto una posizione di dominanza su questo, rendendolo non più invalidante. Pensare che il ricordo scompaia o non esista più, non è realistico; ci troviamo invece spesso a che fare con persone che a un certo punto riferiscono di sentirsi sufficientemente corazzati per affrontare il ricordo traumatico, con meno conseguenze.

In altre parole, è come se nello scontro con un’entità nei confronti della quale ci sente in una posizione sottomessa, si acquisiscono nuove risorse, e una posizione “gerarchicamente”, progressivamente superiore.

A proposito delle modalità di fronteggiamento della sindrome post-traumatica per via “bottom-up”, ovvero a partire dal corpo per andare verso i pensieri, diversi studiosi nell’ambito (tra cui Peter Levine e Pat Ogden) osservano come il trauma rimanga per così dire “memorizzato” in senso somatico all’interno del corpo, e sostengono come sia proprio attraverso questo che dovrebbe essere “dissipato”.

Usare lo sport o la psicoterapia sensomotoria, rappresentano in realtà uno stesso strumento che viene modulato in modo differente; l’idea di fondo è che esistano delle tensioni/energie/movimenti rimasti “inespressi” nel corso della traumatizzazione, che debbano essere svincolati e liberati attraverso il corpo stesso.

In un certo senso, la sindrome “post-traumatica” rappresenta una forma di apprendimento che necessita di essere disappreso; le conseguenze di questo senso di minaccia e impotenza “appresi”, li notiamo nei macro-ambiti della mente (con tutti i vari sintomi più tipici del PTSD, come la riesperienza dell’evento traumatico, le cognizioni negative e il senso di “mortificazione”, l’arousal aumentato e il senso minato di sicurezza) e del corpo (con cambio della postura, alterazioni dell’arousal con diversi effetti sul corpo, senso di accelerazione e stato protratto di allerta, tachicardie indotte dall’accesso al ricordo traumatico, reazioni “fobiche” e contratture del corpo da iperattivazione dei sistemi di difesa, disturbi gastrici da attivazione del sistema nervoso autonomo simpatico, etc.).

La direzione del lavoro sul trauma andrà dunque intesa come un lavoro integrato che metta insieme il lavoro di psicoterapia partendo dai contenuti di pensiero per andare sul corpo (top-down), e il lavoro sul corpo che possa impattare sullo stato mentale (bottom-up).

Peter Levine osserva come negli animali esistano dei meccanismi innati che inducono un senso di “release” del vissuto post-traumatico, per via di un tremore “neurogeno”: ne abbiamo scritto qui.

Sulla scia di osservazioni di questo tipo esiste una metodologia bottom-up di approccio a particolari condizioni psichiche (compreso il PTSD), chiamato metodo TRE, fondato sull’induzione volontaria di tremore corporeo con una funzioni di scarico corporeo. Ne parla diffusamente David Berceli in questo libro tradotto da Riccardo Cassiani Ingoni, di cui pubblichiamo di seguito un’intervista:

In questa intervista, Riccardo Cassiani Ingoni spiega il razionale del metodo TRE, allargandosi anche su aspetti laterali della questione, coerenti con linee di ricerca psicotraumatologica molto attuali; nel corso dello sviluppo, per come avviene la maturazione in senso “neuro” del bambino, in caso di trauma è maggiormente probabile che quest’ultimo utilizzi difese “dissociative” che non invece una risposta di attacco/fuga, non possedendone i mezzi. In età adulta, di fronte a uno stimolo minaccioso, sappiamo che la prima risposta a essere messa in atto è una iperattivazione, quindi una risposta di fuga e, dove questa non sia possibile, di attacco. Solo nei casi dove questa non sia possibile, si arriva a una risposta di “collasso” concomitante a una dissociazione mentale. Nei casi dunque più complessi di trauma, maturati in ambito famigliare, è necessario tenere presente come un bambino che si adatti a un contesto vissuto come traumatico opterà più frequentemente per reazioni dissociative che non per reazioni di attacco/fuga -elemento questo da tenere in considerazione quando quello stesso bambino passi a un’età più adulta, magari avendo mantenuto lo stesso “stile“ di risposta.

A proposito del metodo TRE, che prevede l’induzione di tremori fisici al fine di arrivare a uno stato di “release” di tensioni accumulate nel corpo a seguito di (anche) eventi traumatizzanti, abbiamo posto alcune domande a Riccardo.

Ecco l’intervista.

Buongiorno Riccardo, ci vuoi raccontare chi sei, qual è stato il tuo percorso di formazione e di cosa ti occupi?

Ho conseguito la laurea in Scienze Biologiche a Pisa e poi un dottorato di ricerca in neurofisiologia negli USA, dove per sei anni ho lavorato come ricercatore presso il National Institutes of Health (NINDS-NIH), uno dei principali centri statunitense di ricerca biomedica. Mi occupavo prevalentemente di progetti clinici e di ricerca nell’ambito delle malattie neurodegenerative e delle lesioni cerebrali traumatiche.

Durante il mio soggiorno statunitense, oltre al mio impegno nella ricerca di base nel campo della neuroimmunologia, ho potuto frequentare numerosi corsi di formazione nel campo delle tecniche di gestione dello stress post-traumatico con varie metodiche di medicina integrata, di riflessoterapia, di massaggio, e di bio-neurofeedback.

Successivamente sono stato impegnato nel progetto NeuroLab del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI) e per cinque anni ho anche condotto a Roma una pratica privata incentrata sull’utilizzo del bio-neurofeedback e del tremore neurogeno nella preparazione atletica.

Negli USA, durante uno dei corsi da me frequentati, ho incontrato David Berceli e ho avuto modo di conoscere il suo metodo. Dal 2007, al suo fianco, il mio impegno è stato dedicato alla ideazione e alla realizzazione del programma didattico sul metodo TRE, di cui conduco laboratori pratici e corsi di formazione in numerosi paesi del mondo, generalmente nell’ambito dei percorsi formativi offerti da varie scuole di formazione, associazioni professionali ed enti per la promozione della salute e del benessere.

Mi appassiona formare i professionisti del settore, insegnando come integrare l’approccio del tremore neurogeno con le loro altre competenze specifiche. Trovo il TRE un approccio naturale alla salute, un metodo efficace, versatile e appassionante, capace di essere applicato in qualsiasi contesto e in tutti gli ambiti rivolti al benessere della persona. Ciò si sposa perfettamente con le mie altre competenze in ambito neurofisiologico e nelle terapie naturali.

Riccardo, ci vuoi raccontare brevemente il razionale che muove il metodo TRE? Molteplici studi relativi al trauma indagano la ricaduta sul corpo del trauma stesso; mi vengono in mente per esempio gli studi di Pat Ogden relativi alla psicoterapia sensomotoria, alle tendenze all’azione rimaste inespresse all’interno del corpo a seguito di un trauma. Il metodo TRE vuole indurre un tremore neurogeno, per aiutare il paziente a scaricare queste tendenze e queste tensioni intrappolate nel corpo. Ci dici qualcosa a riguardo?

Il metodo si sviluppa attraverso una serie di esercizi fisici che hanno il fine di attivare una risposta fisiologica di vibrazione muscolare. Una volta indotta, questa vibrazione tende a procedere in maniera autonoma e ad irradiarsi ai diversi distretti corporei: solitamente il tremore di prima istanza tende a manifestarsi nella zona iliaca e nelle gambe, ma successivamente l’attività muscolare involontaria si propaga anche nei distretti superiori (torace, spalle, collo, mandibola, muscoli facciali), zone nelle quali possono ristagnare le emozioni non espresse. Attraverso la vibrazione involontaria si sollecitano pertanto quelle aree di “blocco” che sono frequentemente soggette ad un controllo nervoso inconsapevole e che pertanto operano cronicamente in uno stato di iper- o ipotonicità.

Ogni individuo possiede un proprio schema corporeo e l’innesco della vibrazione muscolare può innanzitutto aiutare la persona a svilupparne consapevolezza. Frequentemente infatti accade che alcune parti del corpo inizieranno a vibrare con facilità mentre in altre la vibrazione sarà molto più lieve o anche del tutto assente; altre volte ancora la vibrazione magari sarà presente in maniera uniforme ma il soggetto invece si accorgerà di percepirla diversamente, o addirittura di non riuscire a percepirla affatto, in alcune parti rispetto alle altre. Magari sarà quella la prima volta che la persona si accorge di esercitare un controllo inconsapevole su alcune parti di se, e già questa diversa percezione dei vari distretti corporei sarà di aiuto affinchè il soggetto possa sviluppare un contatto più intimo con il corpo. Proseguendo potrà imparare a rilassare o ad attivare maggiormente determinati muscoli, e questo lo aiuterà via via a sviluppare una percezione più armonica di se.

Questo metodo è stato sviluppato anche in seguito all’osservazione che tutti i mammiferi, incluso l’uomo, dopo un trauma innescano meccanismi biologici di auto-riabilitazione basati sull’emergere di una reazione di vibrazione muscolare (es. il cavallo da corsa dopo una caduta; la gazzella dopo un inseguimento). Si ritiene che questa sia una reazione importante di scarica dell’eccitazione neurofisiologica e che, se o quando, ciò non accade completamente allora il soggetto diventa maggiormente suscettibile a sviluppare tensioni da accumulo e manifestare sindromi post traumatiche da stress. In casi simili si osserva che la pratica del TRE può permettere la completa scarica dell’eccitazione fin lì trattenuta nel corpo. Si cerca pertanto di mettere in atto – di “sbloccare” – una risposta naturale, fisiologica del corpo che può avvenire solo al di là del controllo cosciente dell’individuo. Al movimento autonomo di tali muscoli ne consegue un loro parziale rilassamento che è spesso accompagnato anche dal riemergere in maniera gestibile di immagini o di memorie legate alle esperienze emotivamente significative. La conseguente riduzione del livello di arousal porta a uno stato vigile e tranquillo percepito globalmente come un’esperienza piacevole, motivante e rinforzante.

Riccardo ci vuoi dare qualche informazione in più in termini neuroscientifici, relativamente a questo metodo?

Il trauma o lo stress ripetuto frammenta la mappa originale interna del nostro corpo, per cui il nostro cervello si riorganizzerà in una maniera non ottimale, anche disconoscendo alcune parti di se fino a creare l’esperienza di vivere in modo disgregato e disorganizzato il nostro corpo e le nostre emozioni. Quando si attiva la vibrazione miofasciale si produce un nuovo stimolo al cervello che permette una corretta riorganizzazione delle vie nervose.

Sono almeno tre i meccanismi neurologici che contribuiscono a tale processo:
L’attività propriocettiva dei fusi muscolari durante la vibrazione muscolare genera un importante flusso di informazioni dai recettori muscolari e tendinei, attraverso i nervi periferici, alla corteccia cerebrale nella zona associativa e somatosensitiva. La stimolazione delle terminazioni libere ampiamente rappresentate negli strati interconnettivali della fascia stimola ulteriormente e più a lungo le vie sensoriali ascendenti. Soprattutto quando lo scuotimento corporeo interessa la zona addominale e toracica si amplifica la stimolazione delle vie proprie della interocezione (si intende con questo termine la percezione delle informazioni “interne”, quali il respiro, la peristalsi gastrointestinale, il senso di fame e sazietà, ma anche la cognizione del dolore e delle altre emozioni). Infine, si presuppone che anche l’attivazione degli archi riflessi tra vie sensoriali e motorie dei muscoli striati, che si interfacciano nel midollo spinale, crei un ulteriore stimolo midollare che viene convogliato prontamente al tronco dell’encefalo e da li al resto del cervello.

Per mezzo di registrazioni elettroencefalografiche ho potuto misurare le modificazioni dei ritmi cerebrali stimolate dalla fase attiva della vibrazione muscolare involontaria; dimostrando anche che tali modificazioni perduravano nel tempo post-vibrazione. Il cambiamento di alcuni ritmi corticali (nello specifico incrementi significativi del ritmo alpha, gamma, e del ritmo sensorimotorio nelle cortecce e centrali e parietali) mi hanno permesso di validare come la pratica del metodo abbia un forte effetto di stimolazione a livello corticale in un senso che è contrario rispetto a quelle modificazione che solitamente si osservano nelle persone diagnosticate con il PTSD. Questa potrebbe essere una delle principali ragioni del successo del metodo. La vibrazione miofasciale indotta dagli esercizi rappresenta quindi un importante intervento di stimolazione endogena di gran parte del sistema nervoso centrale e specialmente di quelle aree la cui corretta funzionalità permette alla persona di percepire con maggior efficacia e accuratezza il proprio corpo. In questo modo si viene ad instaurare un maggiore senso di connessione tra mente e corpo, migliorando la stabilità emotiva del soggetto.

Riccardo, quali sono i punti di forza e limiti di questo approccio metodologico?

È un metodo particolarmente utile quando la persona desidera partecipare attivamente al processo di cura personale e sviluppare le proprie risorse interiori. Può essere proposto e utilizzato in modi diversi a seconda delle finalità e della fase del processo terapeutico. Una possibilità è quella di proporlo come esercizio di rilassamento per aiutare a risolvere o migliorare un determinato sintomo come l’insonnia o il dolore articolare. Il metodo può essere utilizzato, come gli esercizi di base della bioenergetica, anche per aumentare il radicamento a terra e per prendere coscienza e sciogliere la corazza muscolare. 

La sessione di tremore potrebbe poi offrire l’opportunità sia al paziente che al terapeuta di comprendere come la persona senta e si relazioni al proprio corpo e dunque, su un piano simbolico, come stia al mondo, con quali bisogni e modalità. Sentire il piacere o al contrario il timore di un movimento spontaneo nel corpo, osservare come, sotto forma di vibrazione, ci siano delle parti di esso nelle quali l’energia fluisce liberamente e altre in cui si blocca, imparare a gestire le pause nel corso della sessione o la sua durata complessiva, raccogliere i vissuti legati al passaggio dalle esperienze di tremore condotte dal terapeuta a quelle svolte in autonomia a casa, sono alcune delle esperienze che aprono territori di ulteriore approfondimento. 

Altri punti di forza ritengo siano il fatto non sia strettamente necessario un contatto fisico col il paziente, fattore importante nel caso si dovesse lavorare su traumi legati alla sfera sessuale. Inoltre il metodo può essere agilmente implementato in un contesto di gruppo rendendolo quindi uno strumento versatile anche di primo intervento sul campo, specialmente quando il trauma colpisce un ampio numero di persone, come ad esempio nel caso di un terremoto.

È frequente però che ad un osservatore esperto le prime esperienze di tremore indotte con il TRE appaiano meccaniche, “muscolari”: la persona è alle prese con una nuova espressione motoria, un pó riesce a lasciarsi andare e un pó sente la necessita di mantenersi saldamente in controllo. Il soggetto è come se fosse “combattuto”: appare così concentrato e desideroso di “eseguire il giusto modo di tremare” che invece di lasciarsi andare trattiene involontariamente tutto il corpo in una postura rigida, che faticosamente vibra per effetto di quello sforzo. Perdere il controllo, anche se solo per un breve istante, equivale a farci sentire privati di un supporto e di conseguenza a disagio. Pertanto, nonostante il TRE sia nato come metodo autosomministrato, specialmente nella fase iniziale di pratica è invece importante avere uno sguardo competente che sappia guidare e accompagnare anche al fine di evitare la sovrastimolazione del sistema nervoso, quindi contenendo il livello di stimolazione entro limiti appropriati.
Sensazioni ed emozioni eccessive non sono sempre utili al fine di rimodulare efficacemente le nostre risposte automatiche; solo riconducendo costantemente la persona ad una esperienza più focalizzata e profonda, assistendola nell’attivare un movimento spontaneo autentico, focalizzandone l’interocezione e calibrando i tempi con opportune pause di integrazione, si farà sì che la persona si senta accompagnata e al sicuro nell’esperienza di lasciarsi andare al tremore. Solo allora il suo sistema nervoso potrà veramente integrare le energie in eccesso e ripristinare in maniera duratura una condizione di rilassamento fisico e mentale.

Riccardo, quali sono i migliori autori e le fonti principali attraverso cui approfondire questa metodologia?

La vibrazione muscolare come meccanismo di reset psico-fisico è trattata esaustivamente nei testi di psicoterapia bioenergetica di Wilhelm Reich e di Alexander Lowen. Ci sono molti aspetti in comune con quanto applicato nel TRE e alcune delle differenze si identificano forse nella maggiore attenzione che nel TRE si pone sulla componente neurofisiologica rispetto a quella psicologica. Questa maggiore attenzione alla componente fisiologica è coerente con le metodiche sviluppate da Peter Levine, Pat Odgen, Bessel Van der Kolk. I libri di David Berceli (che si trovano online principalmente in lingua inglese) sono un buono strumento per iniziare a comprendere sia le basi applicative del metodo e sia la complessità della sua applicazione. Ulteriori informazioni si possono anche trovare sul nostro sito dedicato www.metodotreitalia.com

Qui una presentazione di Riccardo Cassiani Ingoni. Sul metodo TRE, questo libro rappresenta un ottimo punto di partenza.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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29 November 2021

PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA E DEEP BRAIN REORIENTING. INTERVISTA A PAOLO RICCI (AISTED)

di Raffaele Avico

Con questa intervista a Paolo Ricci, esploriamo alcune questioni inerenti la terapia del trauma.

Paolo è il referente dell’area ricerca dell’Associazione AISTED di Milano, nata per promuovere un approfondimento sulla terapia del trauma e della dissociazione.

Le domande dell’intervista sono riportate qui di seguito.

L’elemento da “portare a casa”, in generale, è che la psicoterapia focalizzata sul trauma deve avvalersi di strumenti che vanno al di là della parola. Lavorare in modo solamente verbale non sembra essere sufficiente, almeno quando il paziente abbia subito un evento traumatico che possa definirsi tale (quando si presentino insieme senso di minaccia per la vita, e immobilità -con un’impossibilità di reagire). Il corpo, come recita il celebre titolo, “accusa il colpo”.

Negli ultimi anni abbiamo osservato nella terapia del trauma l’imporsi di modelli a forte componente somatica (pensiamo per esempio all’EMDR, apparso sulla scena ormai più di 20 anni fa) o la psicoterapia sensomotoria di Pat Ogden (a sua volta ispirata al lavoro di Peter Levine, di cui abbiamo qui scritto). Recentemente, dal 2018, sentiamo parlare di Deep Brain Reorienting (qui il sito), a partire dagli studi di Frank Corrigan.

In questa intervista Paolo Ricci illustra i punti di interesse principali relativi a questi approcci psicoterapici “d’avanguardia”.

Le domande:

  • Gentile Paolo, ci dai una tua breve presentazione raccontandoci qual è stato il tuo percorso? Questa intervista ha l’obiettivo di approfondire, in ambito di trauma dissociazione, il tema della psicoterapia sensomotoria e la dbr. Qual è stata la tua esperienza riguardo?
  • Gentile Paolo, tu sei il referente per la ricerca dell’associazione aisted, dedicata al trauma e alla dissociazione. Ci racconti brevemente su quali piani si sta muovendo il lavoro di ricerca dell’associazione e intorno a quali nuclei clinici?
  • Gentile Paolo, ci dai una definizione di psicoterapia sensomotoria? Ci racconti come si lavora e con quali obiettivi all’interno della psicoterapia sensomotoria? Un paziente che abbia subito un trauma, che vantaggi può trovare da questo tipo di terapia? Funziona anche con la dissociazione?
  • Gentile Paolo, quali sono gli assunti clinici che stanno alla base della psicoterapia sensomotoria mi viene in mente il lavoro di Pat Ogden sulle tendenze all’azione. Cosa ci puoi dire a riguardo?
  • Gentile Paolo, passiamo alla DBR. In cosa consiste questa tecnica e su quali assunti si basa?
  • Gentile Paolo, a partire dalla tua esperienza clinica, lavorare con il trauma quanto necessita di un approccio non verbale e quanto invece può essere fatto anche in modo semplicemente verbale?
  • Gentile Paolo, quali ritieni essere gli sviluppi prossimi futuri della terapia sul trauma? In caso tu ne fossi a conoscenza, hai qualche riferimento bibliografico o sitografico che ci puoi consigliare? 

Qui l’intervista:



Per approfondire.

Qui un approfondimento sul Deep Brain Reorienting che facemmo nel 2019.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI).

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25 November 2021

INTERVISTA A SIMONE CHELI (ASSOCIAZIONE TAGES ONLUS)

di Raffaele Avico

Abbiamo intervistato Simone Cheli, presidente dell’Associazione Tages Onlus di Firenze.

Qui le domande:

  • Gentile Simone, ci racconti brevemente di cosa ti occupi e qual è stato il tuo percorso? Come presidente dell’Associazione Tages, cosa ci puoi dire sul vostro lavoro e la vostra attività clinica e di ricerca?
  • Gentile Simone, questa intervista ha l’obiettivo di promuovere in chi ascolterà un lavoro di approfondimento sulle ultime evidenze in tema di psicoterapia cognitivo-comportamentale. Come osservi il movimento della cosiddetta “terza onda“?
  • Quanto ritieni compatto il movimento psicoterapeutico cognitivo-comportamentale? Quali sono a tuo parere gli strumenti clinici imprescindibili ai diversi approcci, trasversali alle diverse formazioni teoriche? Tra questi, quali i migliori?
  • Si parla negli ultimi tempi di un possibile graduale passaggio a un approccio diagnostico dimensionale. Potresti definire il tema e raccontarci le tue impressioni a riguardo?
  • All’interno dei Centri Tages, come impostate il lavoro di assessment? Quali gli strumenti che usate e con quali razionali clinici?
  • Gli interventi basati su mindfulness e compassion sono molto frequenti e utilizzati in ambito CBT, che ruolo hanno nel vostro lavoro in Tages?
  • Come valuti la recente onda Psicotraumatologica che ha fatto esplodere la letteratura in ambito trauma? Quanto ritieni sovradiagnosticato un eventuale disturbo post-traumatico?
  • Per concludere, ci consigli qualche riferimento bibliografico o sitografico dal tuo punto di vista importante per approfondire i temi di cui sopra?

Qui l’intervista:



Tra i diversi spunti forniti da Cheli nell’intervista, da tenere in particolare considerazione sono l’importanza di raggiungere una visione unificata della psicoterapia cognitivo comportamentale, con strumenti trans-diagnostici da usare al di là dell’approccio teorico, e il bisogno di un superamento della diagnosi fatta utilizzando un criterio categoriale a favore di una diagnosi dimensionale.

Sulla diagnosi dimensionale avevamo scritto questo articolo  a proposito del costrutto HiTop (si veda qui per una rassegna esaustiva sul tema). Questo tipo di tassonomia dei disturbi sembra contemplare in misura maggiore l‘impatto di alcuni elementi sotto-stimati nelle altre modalità di categorizzazione dei disturbi, come lo sviluppo infantile “traumatico”; sembra inoltre leggere lo sviluppo dei disturbi in modo più naturale, tenendo conto dei problemi nel loro manifestarsi nel tempo.

In questa intervista Cheli cita alcuni testi da usare per approfondire i temi citati, e in particolare:

  1. Barlow, D.H., Sauer-Zavala, S., Farchione, T.J., et a. (2021). Il protocollo unificato per il trattamento transdiagnostico dei disturbi emotivi (Edizione italiana a cura di V. Cavalletti). Franco Angeli.
  2. Boyle, M., Johnstone. L. (2022). Un nuovo modo di pensare la diagnosi psichiatrica, con il Power Threat Meaning Framework (Edizione italiana a cura di S. Cheli). Franco Angeli (in uscita a marzo 2022).
  3. Gilbert, P., Choden (2019). Mindful compassion (Edizione italiana a cura di S. Cheli & N. Petrocchi). Giovanni Fioriti.
  4. Hayes, S.C., Hofmann, S.G. (2020). Process-based CBT (Edizione italiana a cura di S. Cheli & E. Rossi). Giovanni Fioriti.
  5. Hewitt, P.L., Flett, G.L., Mikail, S. (2020). Perfezionismo Edizione italiana a cura di V. Cavalletti & S. Cheli). Giovanni Fioriti.
  6. Hopwood, C.J., Mulay, A.L., Waugh, M.H. (2019). The DSM-5 alternative model of personality disorders. Routledge.

È inoltre previsto per il 2022 (5 marzo 2022) un congresso gratuito sui modelli dimensionali e il superamento della diagnosi categoriale; il congresso è promosso da Tages Onlus e APC/SPC con il patrocinio della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva e di Compassionate Mind Italia. Per iscriversi.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI).

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7 May 2021

PANICO: INTERVISTA AD ANDREA IENGO (PANICO.HELP)

di Raffaele Avico

Su questo blog abbiamo già parlato di panico, facendo riferimento al modello sul controllo.

Abbiamo inoltre approfondito un articolo sulla concettualizzazione del panico inteso come di “momento di rottura (rappresentata) di un attaccamento”.

Il disturbo di panico è conseguente ai primi, pseudocasuali attacchi di panico reali: la persona rimane incastrata nella paura di ritornare ad aver paura, e la cosa può andare avanti per molto tempo.

Il disturbo di panico non coincide dunque con il panico, ma si crea in conseguenza all’aver vissuto uno o più attacchi di panico “veri” nella fase iniziale del disturbo.

In tutto questo, come si accennava, il problema del controllo è centrale. Si tratta in questi casi di un controllo che fa perdere il controllo.

Abbiamo a proposito di questi temi intervistato Andrea Iengo, curatore del servizio Panico.help, su alcuni aspetti generali e di terapia inerenti il disturbo di panico.

Quindi seguito l’intervista:

  1. Andrea, cos’è un attacco di panico? Si può manifestare in diverse forme?
    L’attacco di panico è una reazione psico-fisiologica, cioè una reazione fisica, molto forte, attivata dalla mente. Potremmo definirlo come una sorta di ‘corto circuito’ tra mente e corpo, in cui la mente cerca di controllare le reazioni del corpo, ad esempio le reazioni di paura (tachicardia, sudorazione, respirazione, tensione muscolare), e più ci prova più queste vanno fuori controllo, aumentando quindi la paura stessa, in un circolo vizioso che termina nella ‘scarica’ corporea dell’attacco di panico.
    Da manuale esistono alcune caratteristiche che devono presentare gli attacchi di panico per potersi dire tali, ma è importante sottolineare come, moltissime persone che soffrono di un disturbo da attacchi di panico, dopo aver avuto un primo attacco di panico in gioventù, abbiano strutturato la propria vita per evitare gli attacchi di panico per paura di poterne avere nuovamente uno. Queste sono situazioni in cui, anche se tecnicamente non sono presenti attacchi di panico, osserviamo condizioni di vita che sono pesantemente compromesse da questa paura.
    Attenzione: parlando di attacchi di panico è importante differenziare le situazioni in cui ci troviamo davanti ad un ‘panico primario‘ e quando invece il panico è un sintomo ‘secondario’  di un altro disturbo.
    Un esempio che ho incontrato piuttosto di frequente sono i disturbi ossessivo compulsivi con attacchi di panico, in cui il paziente, quando non riesce ad eseguire correttamente le proprie compulsioni finisce con l’avere degli attacchi di panico. Situazioni analoghe possono sussistere anche con i dubbi ossessivi (vedi ad esempio il DOC da relazione). Un’altra condizione frequente negli attacchi di panico è la preoccupazione per le malattie, molto di frequente quelle cardiache.
    Esistono diverse forme in cui possono manifestarsi gli attacchi di panico, nella definizione del DSM-5 un attacco di panico si presenta come un periodo preciso di intensi paura o disagio, durante il quale quattro (o più) dei seguenti sintomi si sono sviluppati improvvisamente ed hanno raggiunto il picco nel giro di 10 minuti:

    1. palpitazioni, cardiopalmo, o tachicardia
    2. sudorazione
    3. tremori fini o a grandi scosse
    4. dispnea o sensazione di soffocamento
    5. sensazione di asfissia (mancanza d’aria)
    6. dolore o fastidio al petto
    7. nausea o disturbi addominali
    8. parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio)
    9. brividi o vampate di calore.
    10. sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento
    11. derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da sé stessi)
    12. paura di perdere il controllo o di impazzire
  2. Andrea, in che modo il problema del controllo si collega al problema del panico?
    Il panico è l’esasperazione del tentativo di controllare le proprie sensazioni fino ad arrivare ad una situazione in cui queste sensazioni corporee siamo noi stessi ad alimentarle. È quindi proprio il controllo ad essere alla base del panico.
  3. Andrea, solitamente quali sono i passaggi con cui il ddp si struttura?
    Parliamo qui degli attacchi di panico ‘primari’ poichè quelli legati ad altri disturbi vanno inquadrati a partire dal disturbo principale per poter essere compresi.
    Si stima che l’13,2% della popolazione generale abbia avuto almeno un attacco di panico nel corso della propria vita, ma di questi solo il 12,8% soddisfa i criteri del DSM-5 per un disturbo da attacchi di panico (1). Che cosa fanno di diverso le persone che non sviluppano un disturbo rispetto a chi lo sviluppa? In base alla mia esperienza la differenza principale tra queste due categorie di persone è la spiegazione che danno a quell’evento. Chi trova una spiegazione non patologizzante a quell’evento (ad esempio “forse avrò mangiato una cosa che mi ha fatto male”) tenderà a dimenticarsi dell’accaduto dopo pochi giorni e non svilupperà alcun disturbo, chi invece troverà una spiegazione ‘patologizzante’ (“mi sono sentito male perchè ero in uno spazio aperto, quindi sono agorafobico”) tenderà a sviluppare un disturbo.
    Ricordo il caso di un giovane paziente che si è rivolto a me dopo qualche mese dal suo primo attacco di panico. In quell’occasione era scaturito probabilmente da un abuso di alcool (e forse altro) ad una festa, da quel momento in poi si era interrogato tantissimo su quella situazione e aveva letto su internet che gli attacchi di panico sono spesso legati alla paura di prendere i mezzi pubblici (ricordiamo che a lui era accaduto ad una festa, nulla a che vedere con mezzi pubblici). In seguito a questa sua interpretazione degli eventi aveva iniziato a sviluppare quindi un evitamento e successivamente una vera e propria fobia per i mezzi pubblici.
    Quindi, tornando alla domanda, un disturbo da panico si struttura solitamente secondo questa scaletta:

    1. Primo episodio di panico
    2. Analisi delle possibili cause
    3. Evitamento delle situazioni che potrebbero causarlo
    4. Strutturazione di una vita basata su evitamenti e richieste di aiuto
    5. Questo porta all’aumento della paura e alla riduzione sempre maggiore dei propri margini di movimento
    6. Esistono ovviamente situazioni in cui il meccanismo principale non è l’evitamento, e la persona affronta comunque le situazioni, stando però molto male ed organizzandosi in modo da prendere precauzioni di vario genere o chiedendo aiuto a delle altre persone, che queste siano o meno consapevoli del problema.
    7. Anche questi comportamenti contribuiscono alla cronicizzazione del disturbo.
  4. Andrea, quali sono le linee guida più autorevoli al momento pubblicate, per il suo trattamento?
    Le linee guida internazionali per il trattamento degli attacchi di panico prevedono l’utilizzo di terapia espositiva, in cui i pazienti vengono messi di fronte agli stimoli che provocano attacchi di panico, e la terapia cognitivo comportamentale, in cui invece si insegna al paziente a riconoscere e controllare i propri pensieri distorti (2). Purtroppo però alcune categorie di pazienti abbandonano questi tipo di terapia perché non riescono a reggere l’impatto emotivo delle esposizioni oppure dichiarano di sapere bene che quei pensieri sono distorti, ma di non riuscire a fare altrimenti. Negli ultimi 30 anni presso il Centro di terapia strategica di Arezzo è stato sviluppato e sperimentato un protocollo per il trattamento degli attacchi di panico che mira a superare le criticità della terapia dell’esposizione e della terapia cognitivo comportamentale, nello specifico si parte dal presupposto che per ottenere dei risultati in terapia è prima di tutto necessario minimizzare le resistenze del paziente, che altrimenti non seguirà affatto le indicazioni. Per questo le esposizioni e le spiegazioni razionali vengono utilizzate solo dopo aver fatto toccare con mano alla persona il fatto che, con l’utilizzo di tecniche specifiche, è in grado di controllare i suoi attacchi di panico. Si parte quindi prima dall’esperienza diretta, per poi spiegare alla persona come usare quell’esperienza per superare il proprio problema (3).
  5. Andrea, andando sul tuo lavoro, quali prassi hai trovato più utili e soprattutto efficaci?
    Nello specifico mi occupo di terapia breve strategica online, per cui parlerò di questa modalità di intervento. La tecnica sicuramente più efficace che abbia sperimentato nel trattamento degli attacchi di panico è quella della peggiore fantasia, che consiste nel chiedere alla persona di evocare volontariamente le cose che la spaventano di più per ottenere l’effetto paradossale che più provano ad evocarle meno ci riescono. So bene che questa tecnica sembri ‘incredibile’ nel senso che si fa fatica a credere che funzioni, e ammetto di essere stato anche io fortemente scettico nei confronti di questa metodologia finchè non ho avuto modo di verificare in prima persona quanto effettivamente fosse efficace. Un altro aspetto che non bisogna, a mio avviso, mai sottovalutare per il trattamento del disturbo da attacchi di panico, è il coinvolgimento familiare: molto spesso la famiglia convivente è fortemente condizionata da questo disturbo e, sebbene non ce ne si renda conto, contribuisce ad alimentarlo. Nello specifico le due dinamiche più dannose che si mettono in atto sono quelle del parlare continuamente del problema e quella di accorrere in aiuto sostituendosi alla persona che soffre di panico. Così facendo infatti il disturbo diventa completamente invalidante in poco tempo. Per questo motivo trovo molto utile coinvolgere i familiari, anche direttamente, nelle prime fasi del trattamento, per accordarci su delle modalità più corrette di gestione del problema.
  6. Andrea, hai qualche film, documentario o libro da suggerire?
    Il libro che suggerisco di leggere a chi soffre di questo disturbo è
    La terapia degli attacchi di panico: Liberi per sempre dalla paura patologica di Giorgio Nardone.

NOTE

  1. De Jonge, P., Roest, A. M., Lim, C. C., Florescu, S. E., Bromet, E. J., Stein, D. J., … & Scott, K. M. (2016). Cross‐national epidemiology of panic disorder and panic attacks in the world mental health surveys. Depression and anxiety, 33(12), 1155-1177.
  2. https://www.msdmanuals.com/it-it/professionale/disturbi-psichiatrici/ ansia-e-disturbi-correlati-allo-stress/attacchi-di-panico-e-disturbo-di-panico
  3.  Nardone, G. (2016). La terapia degli attacchi di panico: Liberi per sempre dalla paura patologica. Ponte alle Grazie.

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Article by admin / Generale / interviste, panico

1 April 2021

TRAUMA E DISSOCIAZIONE IN ETÁ EVOLUTIVA: (VIDEO)INTERVISTA AD ANNALISA DI LUCA

di Raffaele Avico

In questa intervista con Annalisa di Luca (psicologa psicoterapeuta AISTED, ESTD – Milano), vengono toccati alcuni punti inerenti il lavoro con il trauma nell’età evolutiva.

Annalisa ha una formazione sistemica e lavora da anni usando un approccio trauma-informed; in questa intervista le abbiamo posto 3 domande sintetiche, incentrate sul suo lavoro quotidiano con utenti compresi tra i 6 e i 18 anni.

Le domande sono:

  • qual è la tua definizione di trauma e la tua idea di dissociazione?
  • come lavori con il trauma e quali sono le tue migliori prassi cliniche?
  • qual è il riferimento per te centrale nel lavoro clinico, o la teoria a cui più ti ispiri?

Qui l’intervista:



Per quanto riguarda i testi consigliati (per chi sia interessato ad approfondire il tema trauma in età evolutiva):

  1. Sandra Baita, Puzzles (qui il link ad Amazon)
  2. Entrare in terapia di Cirillo, Selvini e Sorrentino (qui il link ad Amazon)

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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
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  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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a cura di Raffaele Avico ‭→ logo
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