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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

29 November 2021

PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA E DEEP BRAIN REORIENTING. INTERVISTA A PAOLO RICCI (AISTED)

di Raffaele Avico

Con questa intervista a Paolo Ricci, esploriamo alcune questioni inerenti la terapia del trauma.

Paolo è il referente dell’area ricerca dell’Associazione AISTED di Milano, nata per promuovere un approfondimento sulla terapia del trauma e della dissociazione.

Le domande dell’intervista sono riportate qui di seguito.

L’elemento da “portare a casa”, in generale, è che la psicoterapia focalizzata sul trauma deve avvalersi di strumenti che vanno al di là della parola. Lavorare in modo solamente verbale non sembra essere sufficiente, almeno quando il paziente abbia subito un evento traumatico che possa definirsi tale (quando si presentino insieme senso di minaccia per la vita, e immobilità -con un’impossibilità di reagire). Il corpo, come recita il celebre titolo, “accusa il colpo”.

Negli ultimi anni abbiamo osservato nella terapia del trauma l’imporsi di modelli a forte componente somatica (pensiamo per esempio all’EMDR, apparso sulla scena ormai più di 20 anni fa) o la psicoterapia sensomotoria di Pat Ogden (a sua volta ispirata al lavoro di Peter Levine, di cui abbiamo qui scritto). Recentemente, dal 2018, sentiamo parlare di Deep Brain Reorienting (qui il sito), a partire dagli studi di Frank Corrigan.

In questa intervista Paolo Ricci illustra i punti di interesse principali relativi a questi approcci psicoterapici “d’avanguardia”.

Le domande:

  • Gentile Paolo, ci dai una tua breve presentazione raccontandoci qual è stato il tuo percorso? Questa intervista ha l’obiettivo di approfondire, in ambito di trauma dissociazione, il tema della psicoterapia sensomotoria e la dbr. Qual è stata la tua esperienza riguardo?
  • Gentile Paolo, tu sei il referente per la ricerca dell’associazione aisted, dedicata al trauma e alla dissociazione. Ci racconti brevemente su quali piani si sta muovendo il lavoro di ricerca dell’associazione e intorno a quali nuclei clinici?
  • Gentile Paolo, ci dai una definizione di psicoterapia sensomotoria? Ci racconti come si lavora e con quali obiettivi all’interno della psicoterapia sensomotoria? Un paziente che abbia subito un trauma, che vantaggi può trovare da questo tipo di terapia? Funziona anche con la dissociazione?
  • Gentile Paolo, quali sono gli assunti clinici che stanno alla base della psicoterapia sensomotoria mi viene in mente il lavoro di Pat Ogden sulle tendenze all’azione. Cosa ci puoi dire a riguardo?
  • Gentile Paolo, passiamo alla DBR. In cosa consiste questa tecnica e su quali assunti si basa?
  • Gentile Paolo, a partire dalla tua esperienza clinica, lavorare con il trauma quanto necessita di un approccio non verbale e quanto invece può essere fatto anche in modo semplicemente verbale?
  • Gentile Paolo, quali ritieni essere gli sviluppi prossimi futuri della terapia sul trauma? In caso tu ne fossi a conoscenza, hai qualche riferimento bibliografico o sitografico che ci puoi consigliare? 

Qui l’intervista:



Per approfondire.

Qui un approfondimento sul Deep Brain Reorienting che facemmo nel 2019.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI).

Article by admin / Generale / interviste, ptsd

25 November 2021

INTERVISTA A SIMONE CHELI (ASSOCIAZIONE TAGES ONLUS)

di Raffaele Avico

Abbiamo intervistato Simone Cheli, presidente dell’Associazione Tages Onlus di Firenze.

Qui le domande:

  • Gentile Simone, ci racconti brevemente di cosa ti occupi e qual è stato il tuo percorso? Come presidente dell’Associazione Tages, cosa ci puoi dire sul vostro lavoro e la vostra attività clinica e di ricerca?
  • Gentile Simone, questa intervista ha l’obiettivo di promuovere in chi ascolterà un lavoro di approfondimento sulle ultime evidenze in tema di psicoterapia cognitivo-comportamentale. Come osservi il movimento della cosiddetta “terza onda“?
  • Quanto ritieni compatto il movimento psicoterapeutico cognitivo-comportamentale? Quali sono a tuo parere gli strumenti clinici imprescindibili ai diversi approcci, trasversali alle diverse formazioni teoriche? Tra questi, quali i migliori?
  • Si parla negli ultimi tempi di un possibile graduale passaggio a un approccio diagnostico dimensionale. Potresti definire il tema e raccontarci le tue impressioni a riguardo?
  • All’interno dei Centri Tages, come impostate il lavoro di assessment? Quali gli strumenti che usate e con quali razionali clinici?
  • Gli interventi basati su mindfulness e compassion sono molto frequenti e utilizzati in ambito CBT, che ruolo hanno nel vostro lavoro in Tages?
  • Come valuti la recente onda Psicotraumatologica che ha fatto esplodere la letteratura in ambito trauma? Quanto ritieni sovradiagnosticato un eventuale disturbo post-traumatico?
  • Per concludere, ci consigli qualche riferimento bibliografico o sitografico dal tuo punto di vista importante per approfondire i temi di cui sopra?

Qui l’intervista:



Tra i diversi spunti forniti da Cheli nell’intervista, da tenere in particolare considerazione sono l’importanza di raggiungere una visione unificata della psicoterapia cognitivo comportamentale, con strumenti trans-diagnostici da usare al di là dell’approccio teorico, e il bisogno di un superamento della diagnosi fatta utilizzando un criterio categoriale a favore di una diagnosi dimensionale.

Sulla diagnosi dimensionale avevamo scritto questo articolo  a proposito del costrutto HiTop (si veda qui per una rassegna esaustiva sul tema). Questo tipo di tassonomia dei disturbi sembra contemplare in misura maggiore l‘impatto di alcuni elementi sotto-stimati nelle altre modalità di categorizzazione dei disturbi, come lo sviluppo infantile “traumatico”; sembra inoltre leggere lo sviluppo dei disturbi in modo più naturale, tenendo conto dei problemi nel loro manifestarsi nel tempo.

In questa intervista Cheli cita alcuni testi da usare per approfondire i temi citati, e in particolare:

  1. Barlow, D.H., Sauer-Zavala, S., Farchione, T.J., et a. (2021). Il protocollo unificato per il trattamento transdiagnostico dei disturbi emotivi (Edizione italiana a cura di V. Cavalletti). Franco Angeli.
  2. Boyle, M., Johnstone. L. (2022). Un nuovo modo di pensare la diagnosi psichiatrica, con il Power Threat Meaning Framework (Edizione italiana a cura di S. Cheli). Franco Angeli (in uscita a marzo 2022).
  3. Gilbert, P., Choden (2019). Mindful compassion (Edizione italiana a cura di S. Cheli & N. Petrocchi). Giovanni Fioriti.
  4. Hayes, S.C., Hofmann, S.G. (2020). Process-based CBT (Edizione italiana a cura di S. Cheli & E. Rossi). Giovanni Fioriti.
  5. Hewitt, P.L., Flett, G.L., Mikail, S. (2020). Perfezionismo Edizione italiana a cura di V. Cavalletti & S. Cheli). Giovanni Fioriti.
  6. Hopwood, C.J., Mulay, A.L., Waugh, M.H. (2019). The DSM-5 alternative model of personality disorders. Routledge.

È inoltre previsto per il 2022 (5 marzo 2022) un congresso gratuito sui modelli dimensionali e il superamento della diagnosi categoriale; il congresso è promosso da Tages Onlus e APC/SPC con il patrocinio della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva e di Compassionate Mind Italia. Per iscriversi.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI).

Article by admin / Generale / interviste

7 May 2021

PANICO: INTERVISTA AD ANDREA IENGO (PANICO.HELP)

di Raffaele Avico

Su questo blog abbiamo già parlato di panico, facendo riferimento al modello sul controllo.

Abbiamo inoltre approfondito un articolo sulla concettualizzazione del panico inteso come di “momento di rottura (rappresentata) di un attaccamento”.

Il disturbo di panico è conseguente ai primi, pseudocasuali attacchi di panico reali: la persona rimane incastrata nella paura di ritornare ad aver paura, e la cosa può andare avanti per molto tempo.

Il disturbo di panico non coincide dunque con il panico, ma si crea in conseguenza all’aver vissuto uno o più attacchi di panico “veri” nella fase iniziale del disturbo.

In tutto questo, come si accennava, il problema del controllo è centrale. Si tratta in questi casi di un controllo che fa perdere il controllo.

Abbiamo a proposito di questi temi intervistato Andrea Iengo, curatore del servizio Panico.help, su alcuni aspetti generali e di terapia inerenti il disturbo di panico.

Quindi seguito l’intervista:

  1. Andrea, cos’è un attacco di panico? Si può manifestare in diverse forme?
    L’attacco di panico è una reazione psico-fisiologica, cioè una reazione fisica, molto forte, attivata dalla mente. Potremmo definirlo come una sorta di ‘corto circuito’ tra mente e corpo, in cui la mente cerca di controllare le reazioni del corpo, ad esempio le reazioni di paura (tachicardia, sudorazione, respirazione, tensione muscolare), e più ci prova più queste vanno fuori controllo, aumentando quindi la paura stessa, in un circolo vizioso che termina nella ‘scarica’ corporea dell’attacco di panico.
    Da manuale esistono alcune caratteristiche che devono presentare gli attacchi di panico per potersi dire tali, ma è importante sottolineare come, moltissime persone che soffrono di un disturbo da attacchi di panico, dopo aver avuto un primo attacco di panico in gioventù, abbiano strutturato la propria vita per evitare gli attacchi di panico per paura di poterne avere nuovamente uno. Queste sono situazioni in cui, anche se tecnicamente non sono presenti attacchi di panico, osserviamo condizioni di vita che sono pesantemente compromesse da questa paura.
    Attenzione: parlando di attacchi di panico è importante differenziare le situazioni in cui ci troviamo davanti ad un ‘panico primario‘ e quando invece il panico è un sintomo ‘secondario’  di un altro disturbo.
    Un esempio che ho incontrato piuttosto di frequente sono i disturbi ossessivo compulsivi con attacchi di panico, in cui il paziente, quando non riesce ad eseguire correttamente le proprie compulsioni finisce con l’avere degli attacchi di panico. Situazioni analoghe possono sussistere anche con i dubbi ossessivi (vedi ad esempio il DOC da relazione). Un’altra condizione frequente negli attacchi di panico è la preoccupazione per le malattie, molto di frequente quelle cardiache.
    Esistono diverse forme in cui possono manifestarsi gli attacchi di panico, nella definizione del DSM-5 un attacco di panico si presenta come un periodo preciso di intensi paura o disagio, durante il quale quattro (o più) dei seguenti sintomi si sono sviluppati improvvisamente ed hanno raggiunto il picco nel giro di 10 minuti:

    1. palpitazioni, cardiopalmo, o tachicardia
    2. sudorazione
    3. tremori fini o a grandi scosse
    4. dispnea o sensazione di soffocamento
    5. sensazione di asfissia (mancanza d’aria)
    6. dolore o fastidio al petto
    7. nausea o disturbi addominali
    8. parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio)
    9. brividi o vampate di calore.
    10. sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento
    11. derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da sé stessi)
    12. paura di perdere il controllo o di impazzire
  2. Andrea, in che modo il problema del controllo si collega al problema del panico?
    Il panico è l’esasperazione del tentativo di controllare le proprie sensazioni fino ad arrivare ad una situazione in cui queste sensazioni corporee siamo noi stessi ad alimentarle. È quindi proprio il controllo ad essere alla base del panico.
  3. Andrea, solitamente quali sono i passaggi con cui il ddp si struttura?
    Parliamo qui degli attacchi di panico ‘primari’ poichè quelli legati ad altri disturbi vanno inquadrati a partire dal disturbo principale per poter essere compresi.
    Si stima che l’13,2% della popolazione generale abbia avuto almeno un attacco di panico nel corso della propria vita, ma di questi solo il 12,8% soddisfa i criteri del DSM-5 per un disturbo da attacchi di panico (1). Che cosa fanno di diverso le persone che non sviluppano un disturbo rispetto a chi lo sviluppa? In base alla mia esperienza la differenza principale tra queste due categorie di persone è la spiegazione che danno a quell’evento. Chi trova una spiegazione non patologizzante a quell’evento (ad esempio “forse avrò mangiato una cosa che mi ha fatto male”) tenderà a dimenticarsi dell’accaduto dopo pochi giorni e non svilupperà alcun disturbo, chi invece troverà una spiegazione ‘patologizzante’ (“mi sono sentito male perchè ero in uno spazio aperto, quindi sono agorafobico”) tenderà a sviluppare un disturbo.
    Ricordo il caso di un giovane paziente che si è rivolto a me dopo qualche mese dal suo primo attacco di panico. In quell’occasione era scaturito probabilmente da un abuso di alcool (e forse altro) ad una festa, da quel momento in poi si era interrogato tantissimo su quella situazione e aveva letto su internet che gli attacchi di panico sono spesso legati alla paura di prendere i mezzi pubblici (ricordiamo che a lui era accaduto ad una festa, nulla a che vedere con mezzi pubblici). In seguito a questa sua interpretazione degli eventi aveva iniziato a sviluppare quindi un evitamento e successivamente una vera e propria fobia per i mezzi pubblici.
    Quindi, tornando alla domanda, un disturbo da panico si struttura solitamente secondo questa scaletta:

    1. Primo episodio di panico
    2. Analisi delle possibili cause
    3. Evitamento delle situazioni che potrebbero causarlo
    4. Strutturazione di una vita basata su evitamenti e richieste di aiuto
    5. Questo porta all’aumento della paura e alla riduzione sempre maggiore dei propri margini di movimento
    6. Esistono ovviamente situazioni in cui il meccanismo principale non è l’evitamento, e la persona affronta comunque le situazioni, stando però molto male ed organizzandosi in modo da prendere precauzioni di vario genere o chiedendo aiuto a delle altre persone, che queste siano o meno consapevoli del problema.
    7. Anche questi comportamenti contribuiscono alla cronicizzazione del disturbo.
  4. Andrea, quali sono le linee guida più autorevoli al momento pubblicate, per il suo trattamento?
    Le linee guida internazionali per il trattamento degli attacchi di panico prevedono l’utilizzo di terapia espositiva, in cui i pazienti vengono messi di fronte agli stimoli che provocano attacchi di panico, e la terapia cognitivo comportamentale, in cui invece si insegna al paziente a riconoscere e controllare i propri pensieri distorti (2). Purtroppo però alcune categorie di pazienti abbandonano questi tipo di terapia perché non riescono a reggere l’impatto emotivo delle esposizioni oppure dichiarano di sapere bene che quei pensieri sono distorti, ma di non riuscire a fare altrimenti. Negli ultimi 30 anni presso il Centro di terapia strategica di Arezzo è stato sviluppato e sperimentato un protocollo per il trattamento degli attacchi di panico che mira a superare le criticità della terapia dell’esposizione e della terapia cognitivo comportamentale, nello specifico si parte dal presupposto che per ottenere dei risultati in terapia è prima di tutto necessario minimizzare le resistenze del paziente, che altrimenti non seguirà affatto le indicazioni. Per questo le esposizioni e le spiegazioni razionali vengono utilizzate solo dopo aver fatto toccare con mano alla persona il fatto che, con l’utilizzo di tecniche specifiche, è in grado di controllare i suoi attacchi di panico. Si parte quindi prima dall’esperienza diretta, per poi spiegare alla persona come usare quell’esperienza per superare il proprio problema (3).
  5. Andrea, andando sul tuo lavoro, quali prassi hai trovato più utili e soprattutto efficaci?
    Nello specifico mi occupo di terapia breve strategica online, per cui parlerò di questa modalità di intervento. La tecnica sicuramente più efficace che abbia sperimentato nel trattamento degli attacchi di panico è quella della peggiore fantasia, che consiste nel chiedere alla persona di evocare volontariamente le cose che la spaventano di più per ottenere l’effetto paradossale che più provano ad evocarle meno ci riescono. So bene che questa tecnica sembri ‘incredibile’ nel senso che si fa fatica a credere che funzioni, e ammetto di essere stato anche io fortemente scettico nei confronti di questa metodologia finchè non ho avuto modo di verificare in prima persona quanto effettivamente fosse efficace. Un altro aspetto che non bisogna, a mio avviso, mai sottovalutare per il trattamento del disturbo da attacchi di panico, è il coinvolgimento familiare: molto spesso la famiglia convivente è fortemente condizionata da questo disturbo e, sebbene non ce ne si renda conto, contribuisce ad alimentarlo. Nello specifico le due dinamiche più dannose che si mettono in atto sono quelle del parlare continuamente del problema e quella di accorrere in aiuto sostituendosi alla persona che soffre di panico. Così facendo infatti il disturbo diventa completamente invalidante in poco tempo. Per questo motivo trovo molto utile coinvolgere i familiari, anche direttamente, nelle prime fasi del trattamento, per accordarci su delle modalità più corrette di gestione del problema.
  6. Andrea, hai qualche film, documentario o libro da suggerire?
    Il libro che suggerisco di leggere a chi soffre di questo disturbo è
    La terapia degli attacchi di panico: Liberi per sempre dalla paura patologica di Giorgio Nardone.

NOTE

  1. De Jonge, P., Roest, A. M., Lim, C. C., Florescu, S. E., Bromet, E. J., Stein, D. J., … & Scott, K. M. (2016). Cross‐national epidemiology of panic disorder and panic attacks in the world mental health surveys. Depression and anxiety, 33(12), 1155-1177.
  2. https://www.msdmanuals.com/it-it/professionale/disturbi-psichiatrici/ ansia-e-disturbi-correlati-allo-stress/attacchi-di-panico-e-disturbo-di-panico
  3.  Nardone, G. (2016). La terapia degli attacchi di panico: Liberi per sempre dalla paura patologica. Ponte alle Grazie.

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Article by admin / Generale / interviste, panico

1 April 2021

TRAUMA E DISSOCIAZIONE IN ETÁ EVOLUTIVA: (VIDEO)INTERVISTA AD ANNALISA DI LUCA

di Raffaele Avico

In questa intervista con Annalisa di Luca (psicologa psicoterapeuta AISTED, ESTD – Milano), vengono toccati alcuni punti inerenti il lavoro con il trauma nell’età evolutiva.

Annalisa ha una formazione sistemica e lavora da anni usando un approccio trauma-informed; in questa intervista le abbiamo posto 3 domande sintetiche, incentrate sul suo lavoro quotidiano con utenti compresi tra i 6 e i 18 anni.

Le domande sono:

  • qual è la tua definizione di trauma e la tua idea di dissociazione?
  • come lavori con il trauma e quali sono le tue migliori prassi cliniche?
  • qual è il riferimento per te centrale nel lavoro clinico, o la teoria a cui più ti ispiri?

Qui l’intervista:



Per quanto riguarda i testi consigliati (per chi sia interessato ad approfondire il tema trauma in età evolutiva):

  1. Sandra Baita, Puzzles (qui il link ad Amazon)
  2. Entrare in terapia di Cirillo, Selvini e Sorrentino (qui il link ad Amazon)

Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA

Article by admin / Generale / interviste

30 March 2021

GLI EFFETTI POLARIZZANTI DELLA BOLLA INFORMATIVA. INTERVISTA A NICOLA ZAMPERINI DEL BLOG “DISOBBEDIENZE”

di Raffaele Avico

Da diversi anni si discute di come la pubblicità abbia cambiato aspetto, di come il marketing abbia assunto forme nuove, personalizzate, ritagliate intorno a noi.

Sappiamo che ciò che ci arriva dinnanzi agli occhi sui Social network, non arriva lì a caso: ci è introdotto per via di uno o più algoritmi che captano ciò che vorremmo vedere, ri-proponendocelo per fini commerciali.

Se quindi, fino a prima del 2009/2010 (biennio segnato dall’introduzione su larga scala di smartphone in grado di consentire all’utente di usare Internet “ovunque”, in un colpo uccidendo TV, giornali, guide turistiche, cataloghi di vario tipo, etc.etc.), ciò che proveniva dalla televisione poteva sì avere caratteristiche negative, ma era pur sempre “orizzontale”, democratico nel suo modo di essere spammato (tutto veniva proposito a tutti, se mai variato per possibili target di un dato programma in diverse fasce orarie della giornata), dopo quella data assistemmo a una progressiva “verticalizzazione” del marketing, alla nascita della comunicazione “profilata”, con la creazione di “bolle”.

Cos’è una bolla informativa? Una bolla informativa è un insieme di informazioni che ci vengono proposte sulle piattaforme digitali da noi usate in modo “ragionato”, ritagliate per noi. Consigli commerciali quindi, ma anche semplici proposte di visione di video, pagine Facebook o profili social a noi proposti a partire da ciò che già è per noi di interesse, spingendoci quindi entro terreni già noti, verso persone con i nostri stessi interessi.

Tutto questo ha alcune conseguenze che è importante osservare:

  1. spingerci innanzi agli occhi informazioni che confermano ciò che già sappiamo, ci porta a una radicalizzazione. L’assenza di dialettica e di fonti alternative, potrebbe portarci verso una progressiva miopia sull’”altro”, su ciò che non ci riguarda in modo diretto. Questo lo si osserva ogni giorno sui Social più “navigati”: sembra sparire il dialogo a proposito della complessità verso forme di scontro sempre più polarizzate, sempre più tossiche.
  2. il processo di radicalizzazione virtuale, una progressiva polarizzazione delle posizioni causate da questo meccanismo di feedback positivo continuo (mi arriva sotto gli occhi solo quello che già conosco/di cui sono già convinto, per cui me ne convinco sempre di più) ha sicure ripercussioni sulla vita “reale”. Al di là di quello che si possa dire a proposito della “distinzione” tra vita reale e vita virtuale, esiste un meccanismo di mimesi, di “contagio”, di “esondazione” della radicalizzazione –dal “contenitore virtuale” a quello “reale”. Lo descrive molto bene Raffaele Alberto Ventura nel suo “La guerra di tutti” (che abbiamo qui recensito). La violenza (virtuale) genera violenza (reale).
  3. Il “popolo della rete” si comporta come un sistema complesso. Un sistema complesso risponde a logiche di causalità circolare: significa che tutti i “nodi” del sistema si orientano osservando tutti gli altri. Uno stormo di uccelli, per esempio, mantiene una forma “apparentemente” costruita in modo ragionato, come ci fosse un’entità superiore in grado di fornirgliela, grazie a un costante lavoro di osservazione da parte di tutti i suoi membri verso tutti gli altri. La “forma” di uno stormo, in altre parole, è una “proprietà emergente” del lavoro di ogni singolo uccello impegnato a “comportarsi” in modo adeguato verso ogni singolo altro animale dello stormo. Questo crea -nel caso del Web- dei “trend”, delle forme nella complessità, captate da algoritmi in grado di rinforzarle e radicalizzarle nella loro diversità (e quindi torniamo al punto 1).

Disobbedienze è un blog curato da Nicola Zamperini, giornalista professionista e autore (qui la sua presentazione).

Vi si scrive in modo molto approfondito di sociologia della comunicazione, cultura digitale, impatto della tecnologia sull’opinione di massa, effetti della tecnologia sulla psiche collettiva e rivoluzione digitale.

Il blog consente a un tempo di mantenersi molto aggiornati sugli sviluppi più recenti della “rivoluzione” digitale e di sviluppare un occhio critico su temi centrali ad essa correlati -per la salvaguardia della salute mentale della cittadinanza (come la manipolazione a fini commerciali, il” furto dell’attenzione”, la creazione di dipendenza a fini di consumo, l’uso improprio di dati e molto altro).

Abbiamo posto alcune domande al suo curatore a proposito degli effetti delle “bolle di filtraggio” sulla mente del “popolo della Rete”, e sugli eventuali rischi ad esse connessi:

  1. Nicola, cos’è una bolla di informazioni? In cosa consiste?
    La bolla di filtraggio è un concetto sviluppato dal filosofo Eli Pariser, nel suo libro Filter bubble, tradotto in italiano con “Il filtro”. Si tratta di un effetto del processo di personalizzazione della navigazione degli utenti. Le preferenze espresse e inespresse (i like alle pagine, i commenti, le interazioni ripetute) “insegnano” agli algoritmi dei motori di ricerca e social network quali sono i nostri gusti. Per massimizzare la nostra presenza all’interno delle piattaforme e per consentirci una esperienza di navigazione confortante, le macchine tendono a sottoporci sempre le stesse pagine e sempre la stessa tipologia di contenuti. Questo meccanismo ci racchiude in una bolla, appunto. Oppure – come altrimenti la si definisce – in una camera di eco, in cui continuiamo a leggere, vedere, ascoltare le stesse idee, le stesse posizioni. Tutto questo rafforza i processi di polarizzazione sempre più evidente nelle società in cui una parte consistente dell’informazione viene fruita attraverso le fonti algoritmiche.
  2. Quanto il nostro cervello è per così dire “alterato” dagli algoritmi che in rete manipolano le informazioni che ci vengono sottoposte?
    Più che alterato direi sedotto. E più precisamente gli algoritmi non manipolano le informazioni, piuttosto ne determinano la visibilità. Strutturare un ordine, attribuire una priorità ai contenuti che un utente può vedere rappresenta una manifestazione di enorme potere. Chi conosce le dinamiche e le regole algoritmiche può invece manipolare l’informazione che arriva alle persone. Anche grazie a strumenti di pubblicità estremamente mirati, targettizzati, fino alle preferenze più specifiche.
    In generale direi che l’essere umano, e con esso anche il nostro cervello, subisce la lotta per l’attenzione che le piattaforme, e chi se ne serve, mettono in campo a ogni ora del giorno e della notte. Una lotta per l’attenzione combattuta anche grazie alle ricompense variabili attivate dalle notifiche, dai like, dalle interazioni più o meno reali che assediano gli utenti. La lotta per l’attenzione è funzionale a due obiettivi: vendere pubblicità e acquisire più dati possibile da parte degli utenti. Questi dati nutrono l’apprendimento automatico degli algoritmi, e cioè la capacità di questi di conoscere e prevedere i comportamenti degli stessi utenti.
  3. Quali sono a suo parere gli effetti della bolla sulla mente degli individui?
    Quando siamo vittime di una battaglia per l’attenzione, a cadere per prima è la nostra capacità di concentrazione. Lo smartphone è un vero proprio magnete dell’attenzione, ci sollecita continuamente e chiede con ostinazione di essere aperto, consultato, utilizzato, anche per non fare nulla. Molte volte apriamo e attiviamo questa specie di oracolo e cerchiamo risposte al nulla in tante applicazioni.
    Uno specifico effetto sulla mente delle persone credo sia l’evidente mistificazione del concetto di relazione. Stiamo scambiando, ormai da tempo, il fatto fisico della connessione, l’interazione all’interno di uno spazio digitale come un social network, per una relazione.
  4. Quali invece gli effetti sulla società in senso allargato?
    La polarizzazione credo sia un processo del quale non abbiamo ancora osservato tutte le possibili declinazioni. Più in generale, le società hanno oggi a che fare con nuove entità – le grandi piattaforme digitali – rispetto alle quali la definizione di azienda è insufficiente, incompleta. Per questo credo che le società debbano introdurre nuove categorie interpretative e continuare a fronteggiare quelle che io chiamo meta-nazioni digitali. Questa definizione, secondo me, è più calzante rispetto alla funzione e al ruolo che svolgono oggi. Le meta-nazioni digitali hanno una propria sovranità su un territorio ampio, multinazionale, hanno sudditi – gli utenti – e governanti, perseguono obiettivi politici ed economici, e soprattutto fin qui sono riuscite a fuggire a ogni tipo di regolamentazione.
  5. Come proteggersi?
    Non credo sia facile. Bisogna essere molto rigorosi ed evitare al massimo ogni inutile utilizzo delle applicazioni e delle piattaforme digitali. Soprattutto per quello che riguarda i più piccoli. Le raccomandazioni della Società italiana di pediatria sono molto chiare in questo senso.
    Credo che il modo migliore per sviluppare anticorpi sia la conoscenza. Una conoscenza dei meccanismi che stanno dietro le meta-nazioni digitali, ma anche degli interessi che le muovono e delle prospettive di crescita cui sono interessate. Il problema non è tanto la digitalizzazione della nostra esistenza, per quanto possa avere degli aspetti che turbano chi è cresciuto in un mondo analogico, quanto l’impressionante e pervasivo monopolio che alcune meta-nazioni digitali esercitano su una parte consistente dell’umanità. 

Qui, nuovamente, il blog Disobbedienze.

Article by admin / Generale / interviste

7 March 2021

VIDEOINTERVISTA A CATERINA BOSSA: LAVORARE CON IL TRAUMA

di Raffaele Avico

Con questa intervista a Caterina Bossa (link alla biografia) proseguiamo la serie di video brevi a tema trauma e dissociazione per Il Foglio Psichiatrico.

La precedente intervista era con Costanzo Frau (per ora solo accessibile tramite area Patreon –area che verrà prossimamente ri-progettata con differenti costi e altre modalità di abbonamento).

Le domande che vengono fatte agli intervistati nell’ambito di questa serie sono 3:

  • qual è la tua definizione di trauma e la tua idea di dissociazione?
  • come lavori con il trauma e quali sono le tue migliori prassi cliniche?
  • qual è il riferimento per te centrale nel lavoro clinico, o la teoria a cui più ti ispiri?

L’obiettivo è approfondire la natura teorica del concetto “trauma”, e osservare da vicino il lavoro di una persona esperta sul tema.

Qui il video (di libera fruizione):


Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA

Article by admin / Generale / interviste

1 February 2021

INTERVISTA A COSTANZO FRAU: DISSOCIAZIONE, TRAUMA, CLINICA

di Raffaele Avico

Con questa intervista a Costanzo Frau apriamo una serie di video brevi a tema trauma e dissociazione, che faranno parte dei contenuti extra in area Patreon.

Le domande che verranno fatte agli intervistati nell’ambito di questa serie sono 3:

  1. qual è la tua definizione di trauma e la tua idea di dissociazione?
  2. come lavori con il trauma e quali sono le tue migliori prassi cliniche?
  3. qual è il riferimento per te centrale nel lavoro clinico, o la teoria a cui più ti ispiri?

L’obiettivo è approfondire la natura teorica del concetto “trauma”, e osservare da vicino il lavoro di una persona esperta sul tema.

Costanzo in questa video cita il lavoro di Colin Ross  e di Remy Acquarone (intervistato in questo video), avendo avuto la possibilità di lavorare in presenza con entrambi questi clinici del trauma.

Costanzo si occupa in particolare di diagnosi differenziale tra disturbi dissociativi e psicosi; sappiamo infatti che alcuni sintomi dissociativi possono venire interpretati come sintomi di un disturbo psicotico, per esempio le “voci” (qui ne abbiamo scritto un approfondimento); ha scritto questo libriccino di cui consigliamo la lettura per chi fosse interessato al tema “disturbi dissociativi”; è inoltre curatore dell’edizione italiana di un volume di recente pubblicazione, questo:

Alcuni altri spunti bibliografici sul tema, in particolare a proposito di diagnosi differenziale tra sintomi dissociativi e sintomi psicotici:

  • riferimento bibliografico 1
  • riferimento bibliografico 2
  • Ross & Mosquera 2016 Treating voices (a psychotherapy approach to treating hostile voices, di Dolores Mosquera e Colin Ross, scaricabile in PDF)
  • Moskowitz et al. 2017 (Auditory verbal hallucinations and the differential diagnosis of schizophrenia and dissociative disorders: Historical, empirical and clinical perspectives, di Andrew Moskowitz, Dolores Mosquera, Eleanor Longden, scaricabile in PDF)

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14 December 2020

Psicoterapia breve strategica del Disturbo ossessivo compulsivo (DOC). Intervista ad Andrea Vallarino e Luca Proietti


di Raffaele Avico

Questa intervista ha lo scopo di chiarire alcuni aspetti della terapia del disturbo ossessivo compulsivo. Soffrire di DOC vuol dire essere intrappolati in pensieri ricorrenti, accompagnati o meno da comportamenti percepiti come compulsivi (non dipendenti dalla volontà). Il DOC è uno dei disturbi che più frequentemente si accompagnano al senso di “fallimento della volontà”: chi ne soffre è spesso “manipolato” dal suo stesso disturbo.

Tra l’altro il disturbo può prendere forme differenti: lo abbiamo approfondito estesamente qui.

In questa intervista fatta ad Andrea Vallarino e Luca Proietti, abbiamo cercato di approfondire alcuni aspetti della psicoterapia del DOC, e in particolare della psicoterapia a orientamento breve-strategico.

Alcuni punti toccati nell’intervista riguardano:

  1. la logica di funzionamento del DOC (come si esprime, seguendo quali percorsi di pensiero)
  2. le credenze che “puntellano” il DOC (per esempio un aspetto ricorrente nel DOC è l’iper-responsabilità su molteplici aspetti del mondo; oppure, esistono quote di pensiero magico che portano il soggetto a ritenere che pensando una cosa quella cosa accadrà, oppure di desiderare una certa cosa solo perchè la si pensa)
  3. l’uso di stratagemmi funzionali a far acquisire maggiore controllo sul sintomo da parte del paziente (per esempio il decidere insieme quando e in che modo violare la “legge” del sintomo)
  4. la personalità del terapeuta; Vallarino qui cita l’idea che il terapeuta debba essere percepito dal paziente come qualcuno che riesca a mettere in atto un controllo “più evoluto” di lui/lei; uno dei temi centrali su cui si imposta il DOC, è infatti il controllo.
  5. DOC e farmaci

Tendenzialmente emerge l’idea che la battaglia contro il DOC si giochi su di un piano logico: il paziente riuscirà ad abbandonare il sintomo solo raggiungendo una forma differente di pensiero, pur mantenendo il senso di controllo.

I teorici di Palo Alto (come Watzlawick, autore di Change, qui recensito) hanno compreso e approfondito la strutturazione logica della psicologia umana, arrivando a creare un approccio terapeutico al confine tra il maieutico e il suggestivo, nell’idea che il problema (in questo caso del disturbo ossessivo compulsivo, ma anche di altri disturbi) spesso poggi su “premesse” logiche errate e che, una volta risolte quelle, il disturbo costruito su di esse possa migliorare o risolversi.

Qui l’intervista:



Su questo blog, alcuni approfondimenti:

  • Farmacoterapia del DOC dal presente al futuro (Luca Proietti)
  • Recensione di La mente ossessiva

Per approfondire (libri):

  1. La mente ossessiva
  2. Cogito Ergo Soffro
  3. Avrò chiuso la porta di casa? (più divulgativo e breve)

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20 November 2020

INTERVISTA A DANIELA RABELLINO: LAVORARE CON RUTH LANIUS E NEUROBIOLOGIA DEL TRAUMA

di Raffaele Avico


Daniela Rabellino lavora nel gruppo di ricerca di Ruth Lanius.

Il lavoro di questo gruppo di ricerca è incentrato sulla neurobiologia dello stress post traumatico (PTSD). Ne abbiamo scritto qui:

  • il modello a cascata (qui riassunto)
  • le due tipologie di PTSD, con e senza sintomi dissociativi (qui approfondite)
  • il libro La cura del Sè traumatizzato, (qui recensito)

In questa intervista, vengono toccati diversi argomenti centrali nella neurobiologia del trauma. In particolare, Daniela Rabellino descrive gli intenti di ricerca del gruppo di Ruth Lanius, e alcune implicazioni neurobiologiche interessanti; se infatti il modello “neuro” dominante sembrava essere il modello Amigdala VS. Corteccia Prefrontale (con la corteccia prefrontale a fare da freno all’attivazione dell’amigdala in condizioni di allarme protratto, cosa che nel PTSD risultava non funzionante o problematico), ci avviciniamo progressivamente ora a una lettura del PTSD che coinvolge anche strutture più profonde del cervello (per esempio, la sostanza grigia periacqueduttale, come qui approfondito). Capire come il PTSD sia da considerarsi un disturbo proveniente da zone antiche del nostro cervello, ci dà l’idea del perché sia così tanto difficile affrontarlo ed estirparlo. La parola, inoltre, non sembra sufficiente.. o almeno, non la parola solamente.

Si parla inoltre di schema corporeo alterato e di strategie di cura innovative.

Qui l’intervista:


Di seguito alcuni riferimenti in letteratura consigliati dalla Dott.ssa Rabellino per approfondire le questioni emerse dall’intervista.

Su Jaak Panksepp abbiamo fatto questo mese un approfondimento e una recensione per punti del volume I fondamenti emotivi della Personalità, reperibile qui in area Patreon.

Articoli dal team Lanius (molti degli articoli sono accessibili su researchgate):

  1. Lanius, R. A., Rabellino, D., Boyd, J. E., Harricharan, S., Frewen, P. A., and McKinnon, M. C. (2016). The Innate Alarm System in PTSD: Conscious and Subconscious Processing of Threat. Curr. Opin. Psychol. 14, 109–115. doi:10.1016/j.copsyc.2016.11.006.
  2. Harricharan, S., Rabellino, D., Frewen, P. A., Densmore, M., Théberge, J., McKinnon, M. C., et al. (2016). fMRI functional connectivity of the periaqueductal gray in PTSD and its dissociative subtype. Brain Behav. 6. doi:10.1002/brb3.579
  3. Harricharan, S., Nicholson, A. A., Densmore, M., Théberge, J., McKinnon, M. C., Neufeld, R. W. J., et al. (2017). Sensory overload and imbalance: Resting-state vestibular connectivity in PTSD and its dissociative subtype. Neuropsychologia 106, 169–178.
  4. Rabellino, D., Densmore, M., Frewen, P. A., Théberge, J., and Lanius, R. A. (2016). The innate alarm circuit in post-traumatic stress disorder: Conscious and subconscious processing of fear- and trauma-related cues. Psychiatry Res. – Neuroimaging 248.
  5. Rabellino, D., Densmore, M., Theberge, J., McKinnon, M. C., and Lanius, R. A. (2018). The cerebellum after trauma: Resting-state functional connectivity of the cerebellum in posttraumatic stress disorder and its dissociative subtype Short title: Cerebellar functional connectivity in PTSD. Human Brain Mapping 39(1-3)  DOI: 10.1002/hbm.24081
  6. Rabellino, D., Harricharan, S., Frewen, P. A., Burin, D., McKinnon, M. C., and Lanius, R. A. (2016). “I can’t tell whether it’s my hand”: a pilot study of the neurophenomenology of body representation during the rubber hand illusion in trauma-related disorders. Eur. J. Psychotraumatol. 7, 1–11. doi:10.3402/ejpt.v7.32918.
  7. Rabellino, D., Boyd, J. E., McKinnon, M. C., and Lanius, R. A. (2019). The innate alarm system: A translational approach. doi:10.1016/B978-0-12-813146-6.00017-5.
  8. Rabellino, D., Burin, D., Harricharan, S., Lloyd, C., Frewen, P. A., McKinnon, M. C., et al. (2018). Altered sense of body ownership and agency in posttraumatic stress disorder and its dissociative subtype: A rubber hand illusion study. Front. Hum. Neurosci. 12. doi:10.3389/fnhum.2018.00163.
  9. Rabellino, D., D’Andrea, W., Siegle, G., Frewen, P. A., Minshew, R., Densmore, M., et al. (2017). Neural correlates of heart rate variability in PTSD during sub- and supraliminal processing of trauma-related cues. Hum. Brain Mapp. 00. doi:10.1002/hbm.23702.
  10. Terpou, B., Harricharan, S., Frewen, P. A., McKinnon, M. C., Jetly, R., Lanius, R. A. (2019) The effects of trauma on brain and body: A unifying role for the midbrain periaqueductal gray. Journal of Neuroscience Research 97(6). DOI: 10.1002/jnr.24447 

Modello di difesa a cascata:

  1. Schauer, M., and Elbert, T. (2010). Dissociation Following Traumatic Stress. Zeitschrift für Psychol. / J. Psychol. 218, 109–127. doi:10.1027/0044-3409/a000018.
  2. Kozlowska, K., Walker, P., McLean, L., and Carrive, P. (2015). Fear and the Defense Cascade. Harv. Rev. Psychiatry 23, 263–287.

Libri suggeriti:

  1. Panksepp, J., and Biven, L. (2012). The Archaeology of Mind: Neuroevolutionary Origins of Human Emotions. W. W. Nort. New York.
  2. Porges, S. W. (2011). The Polyvagal Theory: Neurophysiologcal Foundations of Emotions, Attachment, Communication and self-regulation. New York, NY: WW Norton & Company 
  3. Putnam, F. W. (2016). The Way We Are: How States of Mind Influence Our Identities, Personality and Potential for Change. Ipbooks.
  4. Frewen, P.A. & Lanius, R.A. (2017) La cura del Sé traumatizzato. Coscienza, neuroscienze, trattamento. Giovanni Fioriti Editore, Roma.
  5. Van der Kolk, B. (2015) Il corpo accusa il colpo. Raffaello Cortina Editore.
  6. Ogden P, Minton, K., Pain C. (2006) Trauma and the Body: a Sensorimotor Approach to Psychotherapy. Norton Series.
  7. Levine P., Frederick A. (1997) Waking the Tiger: Healing Trauma : The Innate Capacity to Transform Overwhelming Experiences. North Atlantic Books

Avanguardie:

  1. Schwarz L, Corrigan F, Hull A., Raju R. (2017) The Comprehensive Resource Model: Effective therapeutic techniques for the healing of complex trauma. Routledge.
  2. Corrigan, F.M., Christie-Sands, J. (2020). An innate brainstem self-other system involving orienting, affective responding, and polyvalent relational seeking: Some clinical implications for a “Deep Brain Reorienting” trauma psychotherapy approach. Medical Hypotheses, 136, 109502.

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16 November 2020

MDMA PER IL TRAUMA: VIDEOINTERVISTA A ELLIOT MARSEILLE (A CURA DI JONAS DI GREGORIO)

di Raffaele Avico, Jonas Di Gregorio

L’MDMA molto probabilmente verrà approvato per l’uso terapeutico negli Stati Uniti nel 2022.

Si prevede l’apertura di nuovi scenari di psicoterapia, con setting nuovi (per esempio, l’uso di un lettino con il paziente disteso e a occhi chiusi, sotto effetto di MDMA “medicale”, osservato e seguito da una coppia di terapeuti formati a riguardo).

L’obiettivo primario dell’MDMA, è favorire la psicoterapia stessa, interrompendo (in teoria) la reazione di fear response del paziente quando si trovi ad aver a che fare con le memorie traumatiche.

Ne abbiamo già scritto altre volte su questo blog.

Questo studio pubblicato su PLOS, è il primo a formulare un’indagine sul rapporto costi/benefici di questo tipo di trattamento, mettendo a confronto il costo dei trattamenti tradizionali con il costo della terapia con MDMA.

Lo studio, che si basa su dati relativi alla spesa pubblica e privata negli Stati Uniti, rileva che grazie alla terapia con MDMA per il PTSD si risparmierebbero $103.2 milioni in 30 anni per ogni 1000 pazienti.

Inoltre, il direttore di MAPS, Rick Doblin, co-autore dello studio, ha dichiarato:

“L’oneroso bilancio personale del disturbo da stress post-traumatico può includere il deterioramento della salute fisica, delle relazioni e della capacità di partecipare ad attività sociali insieme all’ansia, all’insonnia e all’ideazione suicida che caratterizzano il PTSD. Dimostrando un ritorno in media di 5,5 quality-adjusted life-years in 30 anni, abbiamo dimostrato che la psicoterapia assistita da MDMA ha il potenziale non solo di ridurre il carico personale del PTSD, ma anche di contribuire a migliorare lo stato di salute e ridurre gli oneri per il contribuente e per le istituzioni che pagano per i trattamenti (come per esempio le assicurazioni sanitarie, N.d.T.)”

Venerdì 6 novembre 2020, Jonas Di Gregorio, da San Francisco, ha intervistato Elliot Marseille, lead author di questo studio realizzato in collaborazione con la Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies (MAPS).

Ricordiamo che Jonas ha da poco avviato una rubrica su Psychiatry on Line sul tema degli psichedelici e le nuove prassi di psicoterapia che si stanno sviluppando a riguardo, che trovate qui, che a breve verrà aggiornata con contenuti a tema.

Ecco l’intervista:



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21 October 2020

LE PENSIONI DEGLI PSICOLOGI: INTERVISTA A LORENA FERRERO


di Raffaele Avico


PREMESSA

Questa intervista a Lorena Ferrero ha l’obiettivo di sensibilizzare rispetto a un tema circoscritto, ma importante: il futuro pensionistico e previdenziale del popolo degli psicologi italiani. É in particolare rivolta a liberi professionisti psicologi o psicoterapeuti sopra ai 30 anni di età, impegnati nella lotta per la conquista di un proprio spazio professionale, che vogliano gettare un occhio al proprio futuro in termini, appunto, di previdenza. Ne emerge un quadro fosco, in cui sembra necessario da subito puntare a differenziare, per il singolo professionista, le entrate economiche -all’insegna del metodo 1+1+1+1+1+1-, sganciati dall’idea -almeno al momento- di trovare una qualche forma di supporto attivo da parte degli enti previdenziali.

Gentile Lorena, ci dai una descrizione del tuo lavoro e di chi sei?

Sono una psicologa e psicoterapeuta piemontese, libera professionista, con un’attività lavorativa molto diversificata: oltre all’attività privata in studio sono professoressa invitata dell’Istituto Universitario Salesiano Rebaudengo di Torino; mi occupo inoltre di orientamento e politiche attive del lavoro. Psicologa scolastica e consulente tecnico di parte in perizie e CTU. Iscritta all’Albo degli esperti e dei collaboratori dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (AGENAS) e formatrice corsi ECM. In passato docente a contratto presso il Dipartimento di Psicologia di UNITO, esperta presso il Tribunale di Sorveglianza di Torino e consulente di un servizio pubblico sulle dipendenze. Ho collaborato con un’associazione di psicoterapia sociale, seguito la progettazione su bandi di finanziamento e ho lavorato come psicologa nei Centri di Accoglienza Straordinaria per migranti.

Gentile Lorena, come giudichi la situazione attuale italiana degli psicologi? Ci dai una fotografia sommaria dello stato di salute della categoria psicologi e psicoterapeuti?

Direi che come categoria stiamo male: c’è una richiesta del mercato del lavoro inferiore all’offerta degli psicologi, pubblica e privata, mancando un accesso programmato a livello nazionale all’Università come per le altre figure sanitarie. Siamo infatti una professione SANITARIA, più sulla carta che nella realtà. C’è BISOGNO di PSICOLOGI nel Servizio Pubblico, richiesta da parte dei cittadini, a cui spesso non si risponde perché mancano le risorse (la rete pubblica normalmente riesce a coprire mediamente solo il 25% dei bisogni psicologici previsti dai Livelli Essenziali di Assistenza anche attraverso gli specializzandi, che prestano gratuitamente la loro opera durante la formazione), quella che è bassa è la DOMANDA da parte della Sanità Pubblica, cioè vengono fatti pochi bandi e non vengono sostituiti i colleghi che vanno in pensione. Nel contempo non vengono forniti ai cittadini BONUS o attivate CONVENZIONI che consentano alle fasce deboli della popolazione di accedere al sostegno ed alle cure rivolgendosi direttamente agli psicologi liberi professionisti. Gli psicologi del lavoro e organizzazioni stanno un pochino meglio: una maggior richiesta della loro figura, però spesso le aziende preferiscono i coach anche con formazione non psicologica, questo dovrebbe farci nascere delle domande sul nostro percorso di studi forse non così professionalizzante.

Gentile Lorena, parlaci di previdenza e di pensione; recentemente hai avviato una polemica vivace sulle pensioni degli psicologi. Facendo un calcolo sommario, uno psicologo libero professionista di 30 anni, per avere una pensione di 1000€ al mese, dovrà smettere di lavorare a 70 anni avendo dichiarato ogni singolo mese più di 3000€. È così? Equivale a dire che una maggioranza dei professionisti avrà pensioni da fame.

Purtroppo la questione pensionistica degli psicologi liberi professionisti è una bomba sociale ad orologeria, che esploderà: occorre porsi il problema oggi come categoria ed interrogarsi sulle possibili soluzioni da mettere in campo a livello ENPAP, come cassa privata, e le richieste da portare a livello governativo. A 65 anni inizia l’erogazione della pensione ENPAP, se si continua l’attività privata nel contempo si versano ancora i contributi. Per arrivare ad una pensione mensile di 1.000 euro netti, occorre a 65 anni aver accumulato un montante di 250.000 euro di contributi. Attualmente le pensioni medie erogate si aggirano sui 180 euro mensili, con punte minime fino a 30 euro al mese. Previdenza&Solidarietà, la lista con cui mi candido nel CIG Nord alle prossime elezioni ENPAP, si impegna a lavorare per introdurre una pensione minima di 520 euro al mese. Si può fare, gli strumenti finanziari ci sono. Ora bisogna iniziare a lavorarci. Le pensioni basse nel sistema contributivo derivano, in gran parte, dalla bassa entità del montante nei primi 5/10 anni di attività professionale. Previdenza&Solidarietà si impegna a esplorare l’introduzione del “prestito d’onore” a valere sui montanti contributivi, a favore delle colleghe e dei colleghi più giovani. Partire con un montante di una certa consistenza garantisce nel tempo una pensione dignitosa.

Gentile Lorena, dove sono collocati, allo stato attuale, gli psicologi? Dove lavoravano, dove lavorano e dove lavoreranno?

Do alcuni dati. Siamo circa 120.000 iscritti all’Ordine in Italia, mentre solo 65.000 sono gli iscritti all’ENPAP. Quindi sembrerebbe che molti colleghi in realtà non lavorino come psicologi. Solo il solo il 20% degli psicologi, come psicoterapeuti, risulta attualmente invece operante in modo strutturato o in regime di convenzione all’interno del Sistema Sanitario Nazionale, pur essendo professione sanitaria. Quando siamo nati come professione il bacino del lavoro nel pubblico era naturale e senza ostacoli per chi non sceglieva la libera professione come interesse. Ad oggi i risultanti 80% degli iscritti all’Ordine dovrebbero distribuirsi tra liberi professionisti che spesso come la sottoscritta sono trasversali a più ambiti: clinico, forense, scolastico, lavoro e organizzazioni, migranti, sport, neuropsicologico e riabilitazione, disabilità e cronicità, anziani e RSA, ricerca e Università, e chi svolge mansioni come dipendenti che non richiedono l’iscrizione all’Albo degli psicologi, pur rimanendo iscritti per scelta personale, quali insegnanti di ruolo, precari, compresa la messa a disposizione ed educatori.  Cosa ci riserva il futuro lavorativamente parlando francamente non lo so, al di là che se non viene istituito il numero nazionale programmato di accesso all’Università i più giovani saranno destinati principalmente ad una prospettiva di sottoccupazione o riconversione ad altri ambiti professionali, come parzialmente sta già accadendo, vedasi i bassi redditi dei neopsicologi.

Gentile Lorena, quali soluzioni intravedi? Distingui le soluzioni dall’alto, da quelle dal basso: cosa chiedere agli organi istituzionali, e cosa consigliare a un giovane collega? É chiaro che un professionista, a meno che non sappia differenziare o reinventarsi, impiegherà molto tempo prima di riuscire a camminare con le sue sole gambe, versando nel frattempo troppo poco.

Le soluzioni dall’alto e dal basso dovrebbero essere entrambe guidate da una logica di CATEGORIA: appartenenza, comunione di intenti, partecipazione attiva. Come tradursi nei comportamenti e azioni? Gli Organi Istituzionali, che ci rappresentano, CNOP, Ordini regionali e provinciali, ENPAP, si auspica, si muovano in sinergia. In particolare sono il CNOP a livello nazionale e gli Ordini a livello locale che dovrebbero impegnarsi per lo sviluppo professionale degli psicologi: assumendo anche posizioni ferme. Faccio un esempio: nell’emergenza Covid-19 sono stati previsti gli psicologi nelle USCA, al momento però non ci sono stati bandi al riguardo e nel contempo il Ministero della Salute aveva chiesto il contributo volontario e gratuito al numero verde di supporto psicologico, nel caso specifico il CNOP, a mio avviso avrebbe dovuto ostacolare questa iniziativa. I giovani colleghi avrebbero necessità di un orientamento all’uscita del percorso universitario rispetto alle opportunità reali e potenziali. Un’idea che mi piacerebbe implementare, lo si può fare però solo a livello di Ordine, è un progetto di mentoring tra liberi professionisti old e junior, come scambio intergenerazionale. Intanto il neopsicologo sia curioso e si informi per costruire il suo presente e futuro, si costruisca un proprio progetto professionale.

Gentile Lorena, hai indicazioni su libri o blog che ci aiutino a farci un’idea più reale dello stato delle cose?

A livello nazionale consiglio il blog del collega Rolando Ciofi una finestra sul mondo della psicologia, tendenze, sviluppi e criticità. In regione Piemonte ho cercato di creare con il gruppo Informazioni per gli Psicologi del Piemonte una comunità viva ed interattiva, che dibatte di temi locali e nazionali, opportunità lavorative e formative: operazione riuscita con la collaborazione degli oltre 3.000 membri su Facebook.

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18 October 2020

INTERVISTA A JONAS DI GREGORIO: IL RINASCIMENTO PSICHEDELICO


di Raffaele Avico

In questa intervista effettuata per il canale Youtube di Psychiatry on Line, Jonas di Gregorio parla di psichedelici e loro utilizzo in ambito clinico, e in particolare con il PTSD. Ricordiamo che al momento nessun farmaco si è dimostrato realmente efficace, o risolutivo, per il PTSD (qui un approfondimento per i Patreon).

Jonas fornisce nel corso dell’intervista molteplici spunti, tra cui, in particolare, due documentari:

  1. A new understanding
  2. Trip of compassion

Qui trovate alcuni approfondimenti sull’MDMA nel trattamento del PTSD semplice (cioè conseguente a un unico episodio traumatico):

  1. 1
  2. 2

Altro.


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13 October 2020

IL RITORNO (MASOCHISTICO?) AL TRAUMA. Intervista a Rossella Valdrè

di Raffaele Avico

A riguardo del trauma, uno degli aspetti più controversi, sembra essere il ritorno attivo al trauma stesso, non solo attraverso le memorie intrusive o i flashback (come osserviamo nel film American Sniper), ma anche attraverso quello che sembra appunto una ricerca attiva della riesperienza del trauma.

Questo aspetto ci risulta controverso perchè è in contraddizione con quello che un freudiano chiamerebbe “principio di piacere”: sembra cioè andare contro l’idea che il nostro muoverci nella realtà sia sempre dettato dalla ricerca di qualcosa che ci procuri un miglioramento in termini di salute mentale. Al contrario, sopravvivere a un evento traumatico può dare avvio a curiose manifestazioni di quello che potremmo dire essere un “affezionamento” al trauma stesso. Per comprendere meglio questo aspetto è utile fare alcuni esempi:

  • Marco, a seguito di un incidente d’auto altamente traumatico, si reca attivamente più volte al giorno sul luogo dell’incidente, attratto emotivamente dal luogo, sperimentando forti riattivazioni somatiche quando vi si riavvicini
  • Lucia ricerca attivamente il pensiero, dentro di sè, relativo a un episodio di rottura relazionale per lei traumatizzante. Nei momenti di “vuoto mentale”, l’attrazione nei confronti di questo contenuto sembra farsi più forte; dedicarsi a qualche attività manuale, sembra riuscire a distrarla riportandola nel “qui ed ora”.

Come possiamo spiegare comportamenti di questo tipo, e cosa hanno in comune? Sappiamo che il trauma si ripresenta contro la volontà dell’individuo, per via di una serie di sintomi da riesperienza. Qui però abbiamo a che fare con una manifestazione clinica chi si avvicina maggiormente al tema della dipendenza. Sembra cioè che l’individuo sopravvissuto sia a volte portato a tornare all’oggetto-trauma, e che quindi attivamente lo ricerchi o gli si avvicini, per ragioni all’apparenza oscure. In qualche modo osserviamo un tendere verso l’evento traumatizzante, un movimento a metà tra il volontario e il compulsivo.

La psicotraumatologia tocca poco, se non pochissimo, questo aspetto della questione, anche nelle sue espressioni più alte.

Laddove la teoria psicotraumatologica si esprima sul lavoro “profondo”, lo fa relativamente al tema dell’elaborazione delle memorie traumatiche, tema peraltro centrale. Probabilmente questo accade perché non si tiene conto del rapporto affettivo che il soggetto instaura con il suo trauma, dando per scontato che sia qualcosa di cui l’individuo intenda disfarsi o liberarsi; spesso però intervengono altre complesse dinamiche che richiedono la messa in campo di strumenti di lettura del problema più articolati.

Per tentare di comprendere questo aspetto, è utile rifarci al tema del masochismo, usando al contempo una metafora “economica” del funzionamento mentale. Se adottiamo questa prospettiva, potremmo leggere la questione secondo una duplice ipotesi:

  1. il ritornare al trauma, potrebbe rappresentare per il soggetto il tentativo di espellere quote di energia libidica accumulate, in eccesso, durante il trauma stesso. Il trauma, avendo raccolto una quantità enorme di energia mentale (libido) intorno a sè, potrebbe elevarsi, per l’individuo, a unica modalità/via di fuga con cui poter dissipare questa stessa enorme quota di energia mentale. Parliamo dunque di economia mentale, di gestione delle risorse psichiche operata dal soggetto a seguito del trauma: negli esempi prima citati, i sopravvissuti tenderebbero a tornare al trauma proprio per -controintuitivamente- liberarsi del suo potere su di loro (cosa paradossale, perchè li osserveremo rimanerne invischiati e coinvolti, per molto tempo, a causa proprio di questo continuo “tornare” -come dentro una dipendenza). Ci viene qui in aiuto la metafora economica freudiana, che ci aiuta a comprendere come la mente tenda alla preservazione della libido, e un oggetto investito di molta energia psichica sia difficilmente “abbandonabile”, cosa che avviene anche nel lutto.
    In termini poi di “terapia”, si ha l’impressione, con questi soggetti, che avendo a disposizione un oggetto esterno in grado di catalizzare con forza l’energia libidica attratta dall’evento traumatico, sia molto più semplice per lui/lei fare un passo ulteriore verso una condizione di libertà. Ovvero, occorrerebbe in questi casi trovare un elemento “altro” o “terzo” che consenta a lui/lei di dedicarsi ad altro, cosa che spesso viene a essere rappresentato dal percorso di psicoterapia stesso, o da un evento successivo al trauma che riuscirà a far ricollocare all’individuo l’energia mentale che a suo tempo spese intorno all’evento traumatizzante.
    Questo, tra l’altro, avviene anche in altri quadri di psicopatologia (pensiamo per esempio a una donna ossessiva che superi le sue paure di contaminazione solo quando obbligata a soccorrere il marito malato): in questi casi vediamo come si creino dei rapporti di forza interni, tra oggetti: lo sblocco avverrà solo quando un oggetto più richiedente in termini libidici, si imporrà sul panorama mentale dell’individuo. Come osserviamo, è centrale in questi casi l’importanza di qualcosa/qualcuno che funzioni da elemento terzo in grado di operare un taglio, o di attrarre a sè l’individuo invischiato nelle dinamiche morbose prima accennate.
  2. il ritornare al trauma, tuttavia, potrebbe essere anche interpretabile come una manifestazione di masochismo, di piacere provato nell’auto-distruzione. Su questo aspetto, è utile, per chi avesse tempo, seguire l’incontro sotto linkato, fatto sul canale tematico youtube di Psychiatry on Line a proposito del tema masochismo, in occasione dell’uscita di un libro di Rossella Valdrè.  Valdrè parla del masochismo come della manifestazione sul soggetto di quella che sempre Freud chiama pulsione di morte, una pulsione apertamente anti-conservativa, non spiegabile evoluzionisticamente, rintracciabile tra l’altro solo nell’uomo (e in nessun altro animale).

Considerata questa doppia ipotesi, abbiamo rivolto alcune domande a Rossella Valdrè proprio a proposito del tema trauma/ritorno al trauma/masochismo.

Eccole:

  • Dott.ssa Valdrè, nel seminario che presentava il suo libro “sul masochismo”, si è fatto breve cenno al tema del trauma. Come si spiega, usando questa lente interpretativa, la tendenza dei sopravvissuti al trauma a “tornare” all’evento traumatizzante, come succede verso un oggetto d’amore (o di dipendenza?)
    Se seguiamo la teoria freudiana, il trauma è introdotto in “Al di là del principio di piacere” del 1920, sotto forma dei sogni ripetuti dei traumatizzati dopo la Grande Guerra: Freud osserva lo sconcertante fenomeno per cui questi soggetti, anzichè tendere a rimuovere il trauma, nel sogno continuano a tornarvi, a tornare, cioè, alla sofferenza. In questo stesso lavoro, come è noto, Freud postula l’esistenza di una pulsione di morte che abita dentro di noi, silenziosa, “muta”, che convive e combatte con la pulsione di vita e di cui i sogni post-traumatici, insieme alla coazione a ripetere e al masochismo, sarebbero un’espressione. Il principio è chiaramente antilibidico, antieconomico e, in questa luce, si spiega solo postulando nell’uomo l’esistenza di una pulsione che non va verso il soddisfacimento del piacere, ma verso il dis-piacere, la sofferenza. Più correttamente, la pulsione di morte (che non ha niente a che vedere con la morte comunemente intesa o con il desiderio di morte ma è piuttosto la morte del desiderio) tende a ripristinare l’omeostasi, la non tensione, a cancellare dunque l’eccesso, in una sorta di ritorno allo zero, ad un prima della vita. In quest’ottica, il ritorno del traumatizzato sul luogo del delitto, si spiega con il tentativo di azzerare una tensione, un eccesso pulsionale che il soggetto non è riuscito a legare in nuovi investimenti. Esistono poi, nel dopo Freud, altre letture del trauma non tanto economiche quanto relazionali.
  • Dott.ssa Valdrè, molti individui sembrano essere assorbiti dal pensiero del trauma, in grado di catalizzare ogni altra volontà di azione sul resto: come legge questo in termini di economia o ecologia psichica?
    In termini di economia, mi rifaccio a quanto detto sopra: il fenomeno si spiega come un tentativo, spesso infruttuoso, di legare energia, o di azzerarne l’eccesso. L’ecologia psichica, come la chiama giustamente lei, è così mantenuta: vi sono infatti individui che per tutta la vita restano sul trauma, il che probabilmente ha anche la  funzione protettiva di evitare altri traumi, evitando nuovi investimenti. É il caso di traumatizzati che non cercano terapie, ma anzi le sfuggono, perchè la terapia metterebbe in crisi un’economia psichica che per il soggetto può essersi rivelata “vincente”, come è in alcuni casi di masochismo. O, nella terapia, il trauma stesso si ripete sotto forma di coazione a ripetere che, nella sua forma più distruttiva (perchè ne esiste anche una trasformativa) sembra proprio una paradossale “fedeltà al trauma”.
  • Dott.ssa Valdrè, e quanto di questo ritornare al trauma è un atto deliberato, e quanto invece compulsivo?
    In questo aspetto mi sento vicina al pensiero di Lacan, che riprende quello di Freud: siamo sempre responsabili, anche del nostro inconscio, come dice Freud a proposito dei sogni in un lavoro tardivo in cui gli si chiede se siamo responsabili dei nostri sogni, e risponde che sì, siamo responsabili. É un concetto difficile da accettare, perchè la nozione comune è di considerare chi ha subito un trauma come una vittima, e in effetti è anche vero questo. Per inciso, oggi viviamo in un tempo deresponsabilizzante, che tende ad elogiare la vittima, quindi il lavoro analitico si pone come ‘inattuale’, diverso dal senso comune. Ma da un punto di vista profondo, il soggetto assume sempre una posizione, una posizione che comporta un guadagno secondario, anche nel soffrire. Per i pazienti è in genere molto difficile accettare questo aspetto, del resto del tutto inconscio, ed è un delicato compito della terapia responsabilizzarli in tal senso. La compulsività, specie in personalità predisposte, mi pare più un effetto secondario, una modalità comportamentale di tenersi legati all’oggetto-trauma, che non un dato primario. Ma possono esserci delle eccezioni. Va detto che questa visione del trauma, dell’eccedenza pulsionale, vicina a Freud, non è oggi la prevalente in psicoanalisi, con l’eccezione di quella francofona.
  • Dott.ssa Valdrè, cosa libera gli individui da questa tendenza al ritorno? É sufficiente la sola forza di volontà, o occorre l’intervento di un oggetto terzo?
    In base a quanto detto sopra, possiamo considerare la cosiddetta ‘forza di volontà’ come la posizione assunta dal soggetto, se di eterna vittima o assumendo un ruolo attivo nel suo processo di guarigione. Alcuni, dotati di una maggiore forza dell’Io, possono riuscirci anche da soli, cioè riescono a mettere in atto nuovi investimenti, su parti di se stessi o su altri oggetti, che consentono di disinvestire dal trauma. Per altri, è necessario un intervento terzo. L’analisi e la psicoterapia psicoanalitica sono molto indicate: da un punto di vista economico, il transfert lega su di sè, a volte anche in tempi relativamente brevi, questo eccesso di energia, mentre da un punto di vista della relazione oggettuale l’analista è un nuovo oggetto su cui il paziente può investire, nella sicurezza del setting. Da un altro punto di vista, che tuttavia non esclude secondo me quello economico, si tratta di elaborare un lutto, il lutto dell’oggetto-trauma che, parafrasando Freud, è ricaduto sull’Io. Certo il masochismo, per restare al tema del mio libro, si mette spesso di mezzo in queste situazioni: se il trauma è eccessivamente investito e ormai è parte vincente dell’economia psichica di una persona, è assai difficile che questa vi rinunci.

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15 September 2020

IL MODELLO TRIESTINO, UN’ECCELLENZA ITALIANA. Intervista a Maria Grazia Cogliati Dezza e recensione del docufilm “La città che cura”

di Raffaele Avico, Gianluca D’Amico


INTRODUZIONE

Basaglia diceva che è necessario, in qualsiasi opera di cambiamento sociale, essere dei buoni inventori e dei buoni narratori. Si tratta dell’annosa questione della relazione tra teoria e pratica. È sufficiente ragionare e ragionare insieme per cambiare la realtà oppure è sufficiente tuffarcisi dentro alla realtà per cambiare, per sentirne la puzza, per attraversarne le contraddizioni?

È chiaro come entrambi i momenti siano strettamente necessari, ma la questione di fondo è come decliniamo il rapporto tra questi due momenti. Basaglia, nella sue due anime da grande psicopatologo e da grande distruttore di vecchie istituzioni e di inventore di nuove istituzioni (costruite con l’intenzione di distruggerle all’infinito per crearne sempre di nuove), ci insegna che il nostro fine di operatori della salute mentale non è tanto quello di vincere e quindi di raggiungere un determinato obbiettivo che ci eravamo prefissi a scapito di altri che la pensano diversamente da noi, ma piuttosto è quello di convincere: di dimostrare che un altro modo di stare con l’Altro è possibile, che possiamo inventarci altri modi di costruire la salute delle persone, con le persone.

Aprire le pratiche e la teoria a possibilità diverse, fare un passo indietro e di lato rispetto al si-fa-così-perchè-si-è-sempre-fatto-così; fare epochè, che semplicemente significa mettersi in discussione, farsi travolgere, di fronte all’Altro, dal dubbio, farci assediare dal nostro balbettio, prendere distanze e tempo al fine di costruire, sempre con l’altro, un modo diverso di fare salute.

Dicevamo, non ci interessa il fine, non ci interessa raggiungere uno standard migliore (qualsiasi cosa significhi) nei nostri servizi di salute mentale; da qui il mio personale dubbio sull’utilizzo del termine “modello”. Nella mia testa un modello (seppur in scienza e coscienza) ha le caratteristiche della completezza e della compiutezza ed è per questo che mi restituisce un’idea di staticità.

Esiste un modello triestino? Le Microaree rappresentano il modello triestino? Non lo so e pare (per fortuna) che nemmeno chi ci lavora abbia le risposte a quelle domande.

Mi pare, al netto dell’ambiguità del termine “modello”, che le Microaree abitino a pieno le contraddizioni del territorio triestino e che non si siano fatte travolgere (questo lo intuisco dalle parole degli operatori) dalla smania di dover tutto codificare, tutto matematizzare e tutto staticizzare. Mi pare che il progetto delle Microaree incarni quello spirito di eterna innovazione e invenzione che portò ad una legge stupenda che è la legge 180 del 1978; mi pare che gli operatori che hanno inventato e ragionato queste istituzioni oscillino elegantemente e con consapevolezza tra il desiderio di reinventare e reinventarsi continuamente e il desiderio (il pericolo) di aver raggiunto, una volta per tutte, il modo migliore per fare salute mentale -un modello appunto. (G.D.)


LE MICROAREE: INTERVISTA A MARIAGRAZIA COGLIATI DEZZA

Con i colleghi e amici di Psicologia fenomenologica abbiamo voluto approfondire il modello triestino (cosa lo differenzia dal restante territorio italiano, in termini di presa in carico di persone in difficoltà -e in particolare utenti psichiatrici?).

Il nostro podcast ha l’obiettivo di creare dei confronti tra modelli di gestione e presa in carico, tra paesi diversi (Italia vs Belgio, per esempio, o Italia vs Svizzera). In questo caso abbiamo fatto un’eccezione, decidendo di addentrarci meglio nel lavoro dell’area di Trieste.

A questo fine abbiamo intervistato Maria Grazia Cogliati Dezza, psichiatra, curatrice del libro La città che cura, che abbiamo qui recensito, ex dirigente dell’azienda sanitaria triestina e promotrice del progetto Microaree, su cui l’intervista si è focalizzata.

Le microaree sono una realtà unica in Italia: nascono nel 2004/2005, in ragione della necessità di copertura sociosanitaria di alcune zone della città di Trieste altamente sofferenti e segnate da profonde diseguaglianze interne. Come si ascolta nell’intervista, le microaree nacquero dal convergere degli intenti di 3 enti territoriali, uniti in nome di una medicina (più) territoriale:

  1. azienda sanitaria locale
  2. comune di Trieste
  3. ATER di Trieste (ente per l’assegnazione delle case popolari della città)

..con dieci obiettivi iniziali:

  1. Realizzare il massimo di conoscenza sui problemi di salute delle persone residenti nelle Microaree.
  2. Ottimizzare gli interventi per la permanenza nel proprio domicilio ove ottenere tutta l’assistenza necessaria (e contrastare l’istituzionalizzazione)
  3. Elevare l’appropriatezza nell’uso di farmaci.
  4. Elevare l’appropriatezza per prestazioni diagnostiche.
  5. Elevare l’appropriatezza per prestazioni terapeutiche (curative e riabilitative).
  6. Promuovere iniziative di auto-aiuto ed etero-aiuto da parte di non professionali (costruire comunità).
  7. Promuovere la collaborazione di enti, associazioni e organismi profit e no profit per elevare il ben-essere della popolazione di riferimento (mappatura e sviluppo).
  8. Realizzare un ottimale coordinamento fra servizi diversi che agiscono sullo stesso individuo singolo o sulla famiglia.
  9. Promuovere equità nell’accesso alle prestazioni (più qualità per cittadini più vulnerabili).
  10. Elevare il livello di qualità della vita quotidiana di persone a più alta fragilità (per una vita attiva ed indipendente).

Per dare forma al progetto, nato nell’idea iniziale di sviluppare comunità, vennero create delle sedi dedicate (portierati sociali) coordinate da un referente dissociato dell’azienda sanitaria (spesso un infermiere), che sarebbero state frequentate in seguito da utenti di varia estrazione (ex tossicodipendenti, utenti psichiatrici, utenti “sociali”, anziani del luogo, bambini) ma strettamente legati al luogo.

Ogni microarea, infatti (allo stato attuale ne esistono 17), risponde a un bacino di cittadini specifico: la sua giurisdizione, o la sua copertura, si rivolge a un numero limitato di persone, che abitano quella parte di città.

Qui l’intervista:


IL DOCUMENTARIO “LA CITTÁ CHE CURA”

Già qui avevamo scritto a proposito del libro la città che cura, a proposito del concetto di microaree di Trieste.

Il film/documentario che su quel libro è stato costruito e diffuso, la cui regia è di Erika Rossi, intreccia due filoni narrativi distinti: l’attività di Monica (operatrice di una microarea di Trieste) sul territorio, impegnata a seguire diversi soggetti colpiti da diverse problematiche tali da necessitare un monitoraggio continuo fatto in modo domiciliare, e lo svolgersi di un’equipe di lavoro proprio tra operatori delle microaree, che discutono a proposito del loro stesso lavoro.

Va chiarito che il modello per microaree è unico in tutta Europa, come specificato a fine film, se non del mondo. Il modello triestino è per questo riconosciuto a livello internazionale come “punta di diamante” tra i modelli psichiatrici diffusi, che in Italia diremmo ispirati al lavoro di Basaglia verso una psichiatria maggiormente democratica.

Vediamo per punti quali sono gli aspetti salienti del modello triestino e cosa emerge dalla visione del film:

  • il lavoro di Monica non è solo quello di presiedere e aprire il portierato sociale (o microarea) del quartiere in cui lavora a Trieste: il suo lavoro è un lavoro domiciliare in senso reale, con visite fatte quotidianamente a casa di pazienti in carico a diversi servizi (dai CSM ai Sert) che in altro modo non sarebbero stati tenuti in carico, probabilmente destinati a “scomparire” agli occhi dei servizi
  • quello che si osserva è un luogo, quello della microarea, in cui convergono diversi tipi di utenti di provenienza differente: è quindi, la microarea, un luogo ibrido e aperto a persone anziane e magari sole, ex tossicodipendenti, pazienti psichiatrici, bambini
  • la microarea, come questa intervista fatta a Roberta Balestra (ex dirigente SerD Trieste) per il nostro podcast ben chiarisce, è un luogo di ascolto, un luogo di ricezione dei bisogni del quartiere, un anello tra il territorio e l’ASL, destinato a introdursi in modo capillare nelle pieghe di un tessuto sociale complesso come quello dei quartieri difficili di Trieste. La     microarea si costituisce in questo modo come l’ultimo passaggio di una filiera sanitaria, una catena di servizi che va dall’ospedale all’abitazione di un potenziale utente;
  • viene evidenziato in un passaggio del film, durante la riunione di equipe tra operatori delle microaree, come il modello stesso spesso sia difficilmente sintetizzabile, rappresentabile e narrabile. Di fatto, al momento, è un modello non conosciuto e soprattutto poco riconosciuto, a rischio di essere, come sottolinea un operatore ripreso nel film, “inchiodato” da statistiche e numeri in grado di, così, farlo “morire”. Si tratta di un modello che fornisce assistenza particolareggiata e presenza costante degli operatori in quartieri e zone che altrimenti non sarebbero raggiunti dai servizi territoriali.
  • L’operatore (lo si osserva dal lavoro di Monica nel film) si costituisce come figura ibrida, ausiliaria del soggetto, in grado di aiutare il paziente su più livelli, un po’ come fa un operatore di comunità residenziale, ma sul territorio; di fatto le ASL erogano anche altrove, non solo a Trieste, assistenza domiciliare: la differenza del modello triestino è appunto la presenza di luoghi in cui gli stessi bisogni vengono meglio intercettati e presi in carico in modo più puntuale

Quali sono dunque i punti di forza del modello triestino?

Abbiamo attraverso il Podcast de Il Foglio Psichiatrico iniziato un lavoro di raffronto dialettico tra modelli di presa in carico psichiatrica in paesi diversi. Per ora, abbiamo intervistato psichiatri provenienti da contesti molto diversi (Belgio, USA, Svizzera): il nostro obiettivo è valutare il modello italiano in confronto con i modelli stranieri, per capirne le caratteristiche e le aree di miglioramento.

Quello che sembra emergere è una sostanziale sovrapposizione per quanto riguarda ciò che avviene all’interno degli ospedali: qui, si lavora, bene o male, allineati su linee guida generali e senza  differenze sostanziali. La differenza, così sembra, la fa il territorio, quello che avviene nel momento in cui un paziente venga dimesso dall’ospedale e ritorni a casa, le modalità insomma del suo inserimento.

Troviamo qui molteplici differenze, a seconda del grado di territorializzazione della presa in carico psichiatrica di un determinato soggetto.

Il modello triestino non si limita in questo senso a predisporre un certo numero di colloqui, per esempio, di psicoterapia, da effettuare da parte del paziente quando questi sia tornato a casa, per un certo periodo, così da monitorare la situazione ed effettuare costanti follow-up.

Qui l’idea (e da qui il titolo del film documentario, La città che cura) è costruire un apparato infrastrutturale pervasivo, realmente presente, realmente supportivo, al fianco delle persone, restituendo così l’individuo alla sua comunità, nell’idea di una più utile domiciliarizzazione dei servizi.

Un aspetto che emerge dall’intervista a Maria Grazia Cogliati Dezza, è la volontà da parte dei promotori del progetto di mettere insieme una filiera di servizi “forte”, che riuscisse a produrre un miglior livello di assistenza sul territorio per pazienti psichiatrici, così limitando le cronicizzazioni (quello che chiamamiamo lungodegenze, spesso inevitabili -pi che altro per mancanza di alternative); la forza di questi stessi servizi, Cogliati Dezza sottolinea, consta di un’attenzione particolare ai luoghi stessi in cui questi servizi vengono erogati (con sedi “dignitose”), una maggiore copertura in termini di orario (ricordiamo che a Trieste i CSM sono aperti 7 giorni su 7 e contengono posti letto per effettuare ricoveri brevi -fino a 7 giorni), un generale ripensamento dell’idea di “fare salute” mettendo al centro il paziente nel “suo” ambiente.

Anche per questo, il modello triestino può essere annoverato tra gli strumenti reificati, tra le idee “messe a terra” a partire dall’impulso teorico di Basaglia, insieme ad altre buone pratiche come il reinserimento eterofamiliare assistito (IESA), qui descritto, presente invece in tutta Italia.


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10 September 2020

IL RITORNO DEL RIMOSSO. Videointervista a Luigi Chiriatti su tarantismo e neotarantismo

di Raffaele Avico

Il fenomeno del tarantismo ha storicamente interessato molteplici territori (non solo la Puglia), pur prendendo nomi e forme diverse. Il denominatore comune era la finalità terapeutica dei rituali stessi, incentrati sull’elemento musicale come dispositivo di “regolazione” e di “catarsi”, e sull’elemento sociale (la presenza di osservatori, e il reintegro del “malato” all’interno della sua stessa comunità). Già questo ci dovrebbe far comprendere l’importanza, per la salute mentale, dell’elemento “regolazione emotiva” e dell’elemento “appartenenza”: l’elemento regolazione emotiva come possibilità, per l’individuo, di arrivare a padroneggiare il suo stesso disturbo, l’elemento appartenenza, invece, legato al bisogno profondo di connessione e socialità, anche quando in presenza di un “disturbo mentale”.

Su questi temi, abbiamo intervistato per Psychiatry on line Luigi Chiriatti a proposito di tarantismo e neotarantismo.

Chiriatti, etnomusicologo, è uno dei maggiori esperti italiani del fenomeno, avendo approfondito personalmente il tema in più modi; in rete troviamo un suo breve curriculum:

“Editore e studioso delle tradizioni popolari del Salento. Fondatore della casa editrice Kurumuny, ha inciso con il Canzoniere Grecanico Salentino il disco “Canti di terra d’Otranto e della Grecìa salentina”, ha curato e pubblicato numerosi lavori sul tarantismo, la musica e la cultura popolare salentina tra cui: “Morso d’amore. Viaggio nel tarantismo salentino” (Capone editore 1995); “Opillopillopiopillopillopà. Viaggio nella musica popolare salentina” (Aramirè 1998). Ha inoltre curato i seguenti volumi: “Luigi Stifani, Io al santo ci credo. Diario di un musico delle tarantate” (Aramirè 2000); “Immagini del tarantismo” (Capone editore 2002); “Osso sottosso sopraosso: storie di santi e di coltelli” (Kurumuny 2004).”

Chiriatti, per il suo lavoro, è stato insignito di molteplici riconoscimenti anche in senso internazionale.

L’intervista si snoda intorno a molteplici punti/domande:

  1. ORIGINE DEL TARANTISMO
  2. COS’É E COME SI SVOLGE IL RITUALE DI TARANTISMO
  3. MORSO VS. RIMORSO VS. RITORNO DEL RIMOSSO
  4. LA FUNZIONE DELL’APPARATO MUSICALE
  5. PAGANESIMO O CATTOLICESIMO?
  6. LA DONNA TARANTATA: COME VENIVA CONSIDERATA IN SOCIETÀ?
  7. LA FASE CONCLUSIVA DEL TARANTISMO
  8. COS’É RIMASTO DEL TARANTISMO? IL NEOTARANTISMO
  9. I LIBRI DI CHIRIATTI, ALTRI RIFERIMENTI BIBLIO E VIDEOGRAFICI

Sempre sul tarantismo, qui.

Qui l’intervista:


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  • Offline is the new luxury, un documentario 22 January 2024
  • MARCO ROVELLI, LA POLITICIZZAZIONE DEL DISAGIO PSICHICO E UN PODCAST DI psicologia fenomenologica 10 January 2024
  • La terapia espositiva enterocettiva (per il disturbo di panico) – di Emiliano Toso 8 January 2024
  • INTRODUZIONE A VIKTOR FRANKL 27 December 2023
  • UN APPROFONDIMENTO DI MAURIZIO CECCARELLI SULLA CONCEZIONE NEO-JACKSONIANA DELLE FUNZIONI MENTALI 14 December 2023
  • 3 MODI DI INTENDERE LA DISSOCIAZIONE: DA UN INTERVENTO DI BENEDETTO FARINA 12 December 2023
  • Il burnout oltre i luoghi comuni (DI RICCARDO GERMANI) 23 November 2023
  • TRATTAMENTO INTEGRATO DELL’ANSIA: INTERVISTA A MASSIMO AGNOLETTI ED EMILIANO TOSO 9 November 2023
  • 10 ARTICOLI SUL JOURNALING E SUI BENEFICI DELLO SCRIVERE 6 November 2023
  • UN’INTERVISTA A GIUSEPPE CRAPARO SU PIERRE JANET 30 October 2023
  • CONTRASTARE IL DECADIMENTO COGNITIVO: ALCUNI SPUNTI PRATICI 26 October 2023
  • PTSD (in podcast) 25 October 2023
  • ANIMALI CHE SI DROGANO, DI GIORGIO SAMORINI 12 October 2023
  • VERSO UNA TERAPIA ESPOSITIVA DI PRECISIONE: PREFAZIONE 7 October 2023
  • Congresso Bari SITCC 2023: un REPORT 2 October 2023
  • GLI INCONTRI ORGANIZZATI DA AISTED, Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione 25 September 2023
  • CANNABISCIENZA.IT 22 September 2023
  • TERAPIA ESPOSITIVA (IN PODCAST) 18 September 2023
  • TERAPIA ESPOSITIVA: INTERVISTA A EMILIANO TOSO (PARTE SECONDA) 4 September 2023
  • POPMED: 10 articoli/novità dal mondo della letteratura scientifica in ambito “psi” (ogni 15 giorni) 30 August 2023
  • DIFFUSIONE PATOLOGICA DELL’ATTENZIONE E SUPERFICIALITÀ DIGITALE. UN ESTRATTO DA “PSIQ” di VALERIO ROSSO 23 August 2023
  • LE FRONTIERE DELLA TERAPIA ESPOSITIVA. INTERVISTA A EMILIANO TOSO 12 August 2023
  • NIENTE COME PRIMA, DI MANGIASOGNI 8 August 2023
  • NASCE IL “GRUPPO DI INTERESSE SULLA PSICOPATOLOGIA” DI AISTED (Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione) 26 July 2023
  • Psychedelic Science Conference 2023 – lo stato dell’arte sulle terapie psichedeliche  15 July 2023
  • RENDERE NON NECESSARIA LA DISSOCIAZIONE: DA UN ARTICOLO DI VAN DER HART, STEELE, NIJENHUIS 29 June 2023
  • EMBODIED MINDS: INTERVISTA A SARA CARLETTO 21 June 2023
  • Psychiatry On Line Italia: 10 rubriche da non perdere! 7 June 2023
  • CURARE LA PSICHIATRIA DI ANDREA VALLARINO (INTRODUZIONE) 1 June 2023
  • UN RICORDO DI LUIGI CHIRIATTI, STUDIOSO DI TARANTISMO 30 May 2023
  • PHENOMENAUTICS 20 May 2023
  • 6 MESI DI POPMED, PER TORNARE ALLA FONTE 18 May 2023
  • GLI PSICOFARMACI PER LO STRESS POST TRAUMATICO (PTSD) 8 May 2023
  • ILLUSIONI IPNAGOGICHE, SONNO E PTSD 4 May 2023
  • SI PUÓ DIRE MORTE? INTERVISTA A DAVIDE SISTO 27 April 2023
  • CENTRO SORANZO: INTERVISTA A MAURO SEMENZATO 12 April 2023
  • Laetrodectus, che morde di nascosto 6 April 2023
  • STABILIZZAZIONE E CONFINI: METTERE PALETTI PER REGOLARSI 4 April 2023
  • L’eredità teorica di Giovanni Liotti 31 March 2023
  • “UN RITMO PER L’ANIMA”, TARANTISMO E DINTORNI 7 March 2023
  • SUICIDIO: SPUNTI DAL LAVORO DI MAURIZIO POMPILI E EDWIN SHNEIDMAN 9 January 2023
  • SUPERHERO THERAPY. INTERVISTA A MARTINA MIGLIORE 5 December 2022
  • Allucinazioni nel trauma e nella psicosi. Un confronto psicopatologico 26 November 2022
  • FUGA DI CERVELLI 15 November 2022
  • PSICOTERAPIA DELL’ANSIA: ALCUNI SPUNTI 7 November 2022
  • LA Q DI QOMPLOTTO 25 October 2022
  • POPMED: UN ESEMPIO DI NEWSLETTER 12 October 2022
  • INTERVISTA A MAURO BOLOGNA, PRESIDENTE SIPNEI 10 October 2022
  • IL “MANUALE DELLE TECNICHE PSICOLOGICHE” DI BERNARDO PAOLI ED ENRICO PARPAGLIONE 6 October 2022
  • POPMED, UNA NEWSLETTER DI AGGIORNAMENTO IN AREA “PSI”. PER TORNARE ALLA FONTE 30 September 2022
  • IL CONVEGNO SIPNEI DEL 1 E 2 OTTOBRE 2022 (FIRENZE): “LA PNEI NELLA CLINICA” 20 September 2022
  • LA TEORIA SULLA NASCITA DEL PENSIERO DI WILFRED BION 1 September 2022
  • NEUROFEEDBACK: INTERVISTA A SILVIA FOIS 10 August 2022
  • La depressione come auto-competizione fallimentare. Alcuni spunti da “La società della stanchezza” di Byung Chul Han 27 July 2022
  • SCOPRIRE LA SIPNEI. INTERVISTA A FRANCESCO BOTTACCIOLI 6 July 2022
  • PERFEZIONISMO: INTERVISTA A VERONICA CAVALLETTI (CENTRO TAGES ONLUS) 6 June 2022
  • AFFRONTARE IL DISTURBO DISSOCIATIVO DELL’IDENTITÁ 28 May 2022
  • GARBAGE IN, GARBAGE OUT.  INTERVISTA FIUME A ZIO HACK 21 May 2022
  • PTSD: ALCUNE SLIDE IN FREE DOWNLOAD 10 May 2022
  • MANAGEMENT DELL’INSONNIA 3 May 2022
  • “IL LAVORO NON TI AMA”: UN PODCAST SULLA HUSTLE CULTURE 27 April 2022
  • “QUI E ORA” DI RONALD SIEGEL. IL LIBRO PERFETTO PER INTRODURSI ALLA MINDFULNESS 20 April 2022
  • Considerazioni sul trattamento di bambini e adolescenti traumatizzati 11 April 2022
  • IL COLLASSO DEL CONTESTO NELLA PSICOTERAPIA ONLINE 31 March 2022
  • L’APPROCCIO “OPEN DIALOGUE”. INTERVISTA A RAFFAELLA POCOBELLO (CNR) 25 March 2022
  • IL CORPO, IL PANICO E UNA CORRETTA DIAGNOSI DIFFERENZIALE: INTERVISTA AD ANDREA VALLARINO 21 March 2022
  • RECENSIONE: L’EREDITÁ DI BION (A CURA DI ANTONIO CIOCCA) 20 March 2022
  • GLI PSICHEDELICI COME STRUMENTO TRANSDIAGNOSTICO DI CURA, IL MODELLO BIPARTITO DELLA SEROTONINA E L’INFLUENZA DELLA PSICOANALISI 7 March 2022
  • FOTOTERAPIA: JUDY WEISER e il lavoro con il lutto 1 March 2022
  • PLACEBO E DOLORE: IL POTERE DELLA MENTE (da un articolo di Fabrizio Benedetti) 14 February 2022
  • INTERVISTA A RICCARDO CASSIANI INGONI: “Metodo T.R.E.®” E TECNICHE BOTTOM-UP PER L’APPROCCIO AL PTSD 3 February 2022
  • SPIDER, CRONENBERG 26 January 2022
  • LE TEORIE BOTTOM-UP NELLA PSICOTERAPIA DEL POST-TRAUMA (di Antonio Onofri e Giovanni Liotti) 17 January 2022
  • 24 MESI DI PSICOTERAPIA ONLINE 10 January 2022
  • LA TOSSICODIPENDENZA COME TENTATIVO DI AMMINISTRARE LA SINDROME POST-TRAUMATICA 7 January 2022
  • La Supervisione strategica nei contesti clinici (Il lavoro di gruppo con i professionisti della salute e la soluzione dei problemi nella clinica) 4 January 2022
  • PSICHEDELICI: LA SCIENZA DIETRO L’APP “LUMINATE” 21 December 2021
  • ASYLUMS DI ERVING GOFFMAN, PER PUNTI 14 December 2021
  • LA SINDROME DI ASPERGER IN BREVE 7 December 2021
  • IL CONVEGNO DI SAN DIEGO SULLA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI (marzo 2022) 2 December 2021
  • PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA E DEEP BRAIN REORIENTING. INTERVISTA A PAOLO RICCI (AISTED) 29 November 2021
  • INTERVISTA A SIMONE CHELI (ASSOCIAZIONE TAGES ONLUS) 25 November 2021
  • TRAUMA: IMPOSTAZIONE DEL PIANO DI CURA E PRIMO COLLOQUIO 16 November 2021
  • TEORIA POLIVAGALE E LAVORO CON I BAMBINI 9 November 2021
  • INTRODUZIONE A BYUNG-CHUL HAN: IL PROFUMO DEL TEMPO 3 November 2021
  • IT (STEPHEN KING) 27 October 2021
  • JUDITH LEWIS HERMAN: “GUARIRE DAL TRAUMA” 22 October 2021
  • ANCORA SU PIERRE JANET 15 October 2021
  • PSICONUTRIZIONE: IL LAVORO DI FELICE JACKA 3 October 2021
  • MEGLIO MALE ACCOMPAGNATI CHE SOLI: LE STRATEGIE DI CONTROLLO IN INFANZIA (PTSDc) 30 September 2021
  • OVERLOAD COGNITIVO ED ECOLOGIA MENTALE 21 September 2021
  • UN LUOGO SICURO 17 September 2021
  • 3MDR: UNO STRUMENTO SPERIMENTALE PER COMBATTERE IL PTSD 13 September 2021
  • UN LIBRO PER L’ESTATE: “COME ANNOIARSI MEGLIO” DI PIETRO MINTO 6 August 2021
  • “I fondamenti emotivi della personalità”, JAAK PANKSEPP: TAKEAWAYS E RECENSIONE 3 August 2021
  • LIFESTYLE PSYCHIATRY 28 July 2021
  • LE DIVERSE FORME DI SINTOMO DISSOCIATIVO 26 July 2021
  • PRIMO LEVI, LA CARCERAZIONE E IL TRAUMA 19 July 2021
  • “IL PICCOLO PARANOICO” DI BERNARDO PAOLI. PARANOIA, AMBIVALENZA E MODELLO STRATEGICO 14 July 2021
  • RECENSIONE PER PUNTI DI “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE” 8 July 2021
  • I VIRUS: IL LORO RUOLO NELLE MALATTIE NEURODEGENERATIVE 7 July 2021
  • LA PLUSDOTAZIONE SPIEGATA IN BREVE 1 July 2021
  • COS’É LA COGNITIVE PROCESSING THERAPY? 24 June 2021
  • SULLA TERAPIA ESPOSITIVA PER I DISTURBI FOBICI: IL MODELLO DI APPRENDIMENTO INIBITORIO DI MICHELLE CRASKE 19 June 2021
  • É USCITO IL SECONDO EBOOK PRODOTTO DA AISTED 15 June 2021
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  • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO GRATUITO ONLINE (21 MAGGIO) 13 May 2021
  • BALBUZIE: COME USCIRNE (il metodo PSICODIZIONE) 10 May 2021
  • PANICO: INTERVISTA AD ANDREA IENGO (PANICO.HELP) 7 May 2021
  • Psicologia digitale e pandemia COVID19: il report del Centro Medico Santagostino di Milano dall’European Conference on Digital Psychology (ECDP) 4 May 2021
  • SOLCARE IL MARE ALL’INSAPUTA DEL CIELO. Liberalizzare come terapia: il problema dell’autocontrollo in clinica 30 April 2021
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO” 25 April 2021
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  • IL MALADAPTIVE DAYDREAMING SPIEGATO PER PUNTI 17 April 2021
  • UN VIDEO PER CAPIRE LA DISSOCIAZIONE 12 April 2021
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  • TRAUMA E DISSOCIAZIONE IN ETÁ EVOLUTIVA: (VIDEO)INTERVISTA AD ANNALISA DI LUCA 1 April 2021
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  • VIDEOINTERVISTA A CATERINA BOSSA: LAVORARE CON IL TRAUMA 7 March 2021
  • PRIMO SOCCORSO PSICOLOGICO E INTERVENTO PERI-TRAUMATICO: IL LAVORO DI ALAIN BRUNET ED ESSAM DAOD 2 March 2021
  • “SHARED LIVES” NEL REGNO UNITO: FORME DI PSICHIATRIA D’AVANGUARDIA 25 February 2021
  • IL TRAUMA (PTSD) NEGLI ANIMALI (PARTE 1) 21 February 2021
  • FLOW: una definizione 15 February 2021
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  • LO SPETTRO IMPULSIVO COMPULSIVO. I DISTURBI OSSESSIVO COMPULSIVI SONO DISTURBI DA ADDICTION? 25 January 2021
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  • LA STRANGE SITUATION IN BREVE e IL TRAUMA COMPLESSO 11 January 2021
  • GIORNALISMO = ENTERTAINMENT 6 January 2021
  • SIMBOLIZZARE IL TRAUMA: IL RUOLO DELL’ATTO ARTISTICO 2 January 2021
  • PSICHIATRIA: IL MODELLO DE-ISTITUZIONALIZZANTE DI GEEL, BELGIO (The Openbaar Psychiatrisch Zorgcentrum) 28 December 2020
  • STABILIZZARE I SINTOMI POST TRAUMATICI: ALCUNI ASPETTI PRATICI 18 December 2020
  • Psicoterapia breve strategica del Disturbo ossessivo compulsivo (DOC). Intervista ad Andrea Vallarino e Luca Proietti 14 December 2020
  • CRONOFAGIA DI DAVIDE MAZZOCCO: CONTRO IL FURTO DEL TEMPO 10 December 2020
  • PODCAST: SPECIALIZZAZIONE IN PSICHIATRIA E CLINICA A CHICAGO, con Matteo Respino 8 December 2020
  • COME GESTIRE UNA DIPENDENZA? 4 PIANI DI INTERVENTO 3 December 2020
  • INTRODUZIONE A JAAK PANKSEPP 28 November 2020
  • INTERVISTA A DANIELA RABELLINO: LAVORARE CON RUTH LANIUS E NEUROBIOLOGIA DEL TRAUMA 20 November 2020
  • MDMA PER IL TRAUMA: VIDEOINTERVISTA A ELLIOT MARSEILLE (A CURA DI JONAS DI GREGORIO) 16 November 2020
  • PSICHIATRIA E CINEMA: I CINQUE MUST-SEE (a cura di Laura Salvai, Psychofilm) 12 November 2020
  • STRESS POST TRAUMATICO: una definizione e alcuni link di approfondimento 7 November 2020
  • SCOPRIRE IL FOREST BATHING 2 November 2020
  • IL TRAUMA COME APPRENDIMENTO A PROVA SINGOLA (ONE TRIAL LEARNING) 28 October 2020
  • IL PANICO COME ROTTURA (RAPPRESENTATA) DI UN ATTACCAMENTO? da un articolo di Francesetti et al. 24 October 2020
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  • INTERVISTA A JONAS DI GREGORIO: IL RINASCIMENTO PSICHEDELICO 18 October 2020
  • IL RITORNO (MASOCHISTICO?) AL TRAUMA. Intervista a Rossella Valdrè 13 October 2020
  • ASCESA E CADUTA DEI COMPETENTI: RADICAL CHOC DI RAFFAELE ALBERTO VENTURA 6 October 2020
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  • FACEBOOK IS THE NEW TOBACCO. Perchè guardare “The Social Dilemma” su Netflix 28 September 2020
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  • IL RITORNO DEL RIMOSSO. Videointervista a Luigi Chiriatti su tarantismo e neotarantismo 10 September 2020
  • FARE PSICOTERAPIA VIAGGIANDO: VIDEOINTERVISTA A BERNARDO PAOLI 2 September 2020
  • SUL MERCATO DELLA DOPAMINA: INTERVISTA A VALERIO ROSSO 31 August 2020
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  • OTTO KERNBERG SUGLI OBIETTIVI DI UNA PSICOANALISI: DA UNA VIDEOINTERVISTA 3 July 2020
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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
  • Nella sezione FORMAZIONE sono contenuti post a contenuto vario, che hanno l’obiettivo di (in)formare il lettore a proposito di un determinato argomento.
  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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