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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

12 March 2020

LA COLPA NEL DOC: LA MENTE OSSESSIVA DI FRANCESCO MANCINI


di Raffaele Avico

Il volume La mente ossessiva di Francesco Mancini rappresenta un’opera completa e approfondita relativa al trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo. Prende in esame, tra l’altro, modalità molto nuove di fronteggiamento del problema, come la mindfulness e l’EMDR. Grande spazio viene dato all’analisi dei processi di pensiero che impegnano il paziente DOC in pesanti elucubrazioni e ruminazioni inerenti il tema della colpa e della responsabilità.

Vengono presentate sia le forme dell’ossessione, che i suoi contenuti. La forma di un’ossessione riguarda il modo con cui si esprime (dubbio, paura, impulso, immagine e pensiero); il contenuto invece, il tema intorno al quale si muove il pensiero ossessivo.

A riguardo dei contenuti, abbiamo:

Nel volume viene giustamente sottolineata la differenza tra ossessione e ruminazione:

  1. l’ossessione è il pensiero circolare che si ingenera, con le forme e i contenuti sopra esposti
  2. la ruminazione, è il tentativo di “risolvere” o disincagliare l’ossessione creatasi, per via del pensiero stesso (a cui farà seguito la compulsione, più “agìta”, come il ripetere per dieci volte il gesto di chiudere la macchina per risolvere la ruminazione riguardante, appunto, il tema della chiusura o meno della sua serratura)

A riguardo della compulsione, viene osservato prima di tutto l’intenzionalità del gesto (differente quindi da una stereotipia comportamentale tipica di altri quadri patologici di matrice, per esempio, neurologica); in secondo luogo si osserva come essa possa venire ascritta alla classe di conflitti chiamata delle akrasie. L’akrasia è, per definizione, un “fallimento della volontà”: l’individuo in questi casi cede a un comportamento per lui/lei svantaggioso, rendendosi conto che potrebbe fare “altro”, tuttavia partecipando in modo attivo allo stesso fallimento della sua volontà.

Per quanto riguarda le cause del disturbo, gli approcci alla questione -compresi i diversi filoni di ricerca annessi- sono:

  • approccio neurologico (aspetti biochimici e anatomo/funzionali)
  • approccio neuropsicologico (deficit cognitivi e deficit di neuromodulazione)
  • approccio psicologico (scopi, rappresentazioni e credenze a riguardo della realtà esterna)

Il libro mette l’accento sugli aspetti psicologici, per lo più incentrandosi su una serie di studi e teorie riassumibili in quella che viene chiamata Appraisal Theory.

Alcuni aspetti da tenere in considerazione sono:

  1. una delle tematiche centrali, è la tematica della colpa. La colpa è qui intesa in modo duplice: la colpa altruistica viene esperita in ragione di possibili danni agli altri; la colpa deontologica, invece, in ragione di violazioni morali in senso lato. L’obiettivo del paziente DOC, è di garantirsi una completa estraneità da ogni vissuto di colpa, spesso molto difficile. Anzi, la tesi sostenuta in tutto il volume, è che il sintomo DOC possa essere interpretabile come un sovrainvestimento finalizzato a prevenire una colpa.
  2. altro tema, quello della contaminazione. In questo caso, viene centralizzato il tema del confine e dell’”igiene” corporeo/psicologica in senso lato. Contaminazione è da intendersi in senso ampio, come qualcosa che arriva e sovverte la realtà soggettiva dell’individuo in modo definitivo (quindi una malattia, ma anche appunto un “modo di essere nuovo” che destituirà l’individuo a sè stesso, come l’”essere pedofilo” od omosessuale).
  3. Esistono alcuni errori grossolani della cognizione tipici del DOC, per esempio la fusione pensiero/azione (se lo penso, allora lo farò), la fusione pensiero/realtà (se lo penso, allora è reale ed esiste e accadrà), la fusione pensiero/desiderio (se lo penso, allora lo desidero), la fusione pensiero/identità (se lo penso, lo sono), la coincidenza tra possibilità e probabilità; questi bias cognitivi puntellano la sovrastruttura para-delirante, più grande, che regge il DOC (costruita come dicevamo sui temi di iper-responsabilità e colpa supposta perenne)
  4. la consapevolezza del disturbo è oscillante: è presente “da lontano”, e scompare “da vicino”; questo significa che la consapevolezza di malattia affievolisce quando vi sia un episodio DOC in atto
  5. il mantenimento di un DOC sembra poggiare su rapporti di forza: un dovere morale “superiore” potrà vincere su un dovere morale “inferiore” (viene portato l’esempio di una donna ossessionata dal cancro: a seguito dell’ammalarsi del marito -di cancro- il dovere morale inerente il suo accudimento vinceva sulle sue strategie di evitamento e compulsioni attuate per evitare di ammalarsi lei stessa); l’ossessione polarizza il pensiero su argomenti “unici” che, come magneti, lo tengono a sè: trovarne di nuovi e più potenti, riuscirà a scollare la mente dai primi.

In senso psicoterapeutico, la direzione dell’intervento andrà verso:

  1. riduzione dei tentativi di soluzione di primo e secondo livello (compulsioni e ruminazioni/tentativi di “allontanare” dalla mente il pensiero ossessivo)
  2. accettazione del rischio (esposizione progressiva al rischio e familiarizzazione con una minaccia più grande)
  3. trasformazione del conflitto in una scelta (dal dubbio ossessivo al compromesso, dal blocco alla responsabilità dell’azione; in questo senso occorre acquisire potere sul sintomo: pensiamo per esempio alle strategie paradossali strategiche finalizzate al fatto che il soggetto decida di mettere in atto e aumenti in modo volontario il rituale)
  4. lavoro sull’ambiente (lavoro con i familiari, finalizzato a far sì che la famiglia non alimenti la costellazione di rituali o compulsioni – famiglia accomodante VS famiglia antagonista)

Infine, nel volume viene ampiamente consigliato il ricorso alla creazione di uno “schema” visivo del disturbo DOC, come riportato qui di seguito:

Per approfondimenti:

  1. la scala di valutazione più usata e affiabile per una valutazione del DOC, è la Yale Brown
  2. qui un approfondimento in PDF di alcuni capitoli del volume di Mancini La mente ossessiva (27 pagine)
  3. intervista a Francesco Mancini
  4. Avrò chiuso la porta di casa?

Article by admin / Generale / doc, recensioni

24 November 2019

SU “LA DIMENSIONE INTERPERSONALE DELLA COSCIENZA”


di Raffaele Avico

Il modello sulla coscienza di Liotti trova il suo testo di riferimento in La dimensione interpersonale della coscienza, del 1994.

In questo testo, Giovanni Liotti formula la teoria interpersonale della coscienza, muovendo dalla Teoria dell’Attaccamento di Bowlby (che Liotti stesso considerava suo maestro).

Sintetizzando al massimo, questo testo ci racconta di come, nel corso dello sviluppo di un bambino, non solo le sue funzioni corporee basiche (come la termoregolazione, la regolazione degli sfinteri, la gestione dell’attivazione neurofisiologica in condizioni di frustrazione e la nutrizione) ma anche le “forme” della sua coscienza, muovano da dinamiche interpersonali e congiunte. Ovvero, Liotti in questo saggio ci suggerisce come lo stato di coscienza di quella che chiama FDA (figura di attaccamento) possa determinare un corrispettivo stato di coscienza nel figlio, in termini sia di normalità che di patologia.

Per fare questo, Liotti procede da un’osservazione attenta della diade madre-bambino in interazione, in particolare nei casi in cui sia presente quello che la Teoria dell’Attaccamento definisce attaccamento D. In questi particolari casi, è possibile che uno stato iniziale di alterazione della coscienza portato dalla madre per propria storia personale, riverberi nella stato di coscienza del figlio per via di pattern di interazione “problematici”.

Sappiamo infatti che la caratteristica centrale dell’attaccamento di tipo D, è di forzare il bambino a far coesistere due predisposizioni comportamentali opposte (scappare e attaccarsi) in ragione del carattere traumatico/spaventante della FDA stessa. Questo produrrebbe nel bambino, come in un effetto domino, una contraddizione in termini di modelli di sè e una sostanziale molteplicità nella rappresentazione di sè, che risulterebbe in uno stato di coscienza alterato -anche nel bambino.

Questo, ci racconta Liotti, è perché, potremmo dire, la coscienza è un “oggetto” che si crea nell’interazione (da qui il termine “interpersonale” a indicare la dimensione della coscienza; la coscienza cioè si creerebbe in quest’ottica da un’interazione tra soggetti, non all’interno dell’individuo nel corso del suo sviluppo). La coscienza, in questo senso, “sta sotto la volta celeste, non sotto la scatola cranica”.

Da questa concettualizzazione iniziale, essendo vivo il conflitto interiore tra parti di sè/rappresentazioni di sè opposte, Liotti teorizza due tipologie di dissociazione: uno stato alterato di coscienza come il detachment (visibile per esempio in un bambino che, sgranando gli occhi, precipiti in una sorta di distacco dalla realtà o di assorbimento momentaneo), e una dissociazione più strutturale, avente a che fare con la personalità stessa. Liotti considerava il detachment (chiamandolo anche “trance ipnotica spontanea” come uno stato alterato di coscienza intervenuto a segnalare l’impossibile integrazione tra rappresentazioni divergenti di sè -quindi, per così dire, uno stato “transitorio”, di passaggio, propedeutico o minore rispetto alla dissociazione strutturale profonda, primeva). In quest’ottica lo stato di “trance ipnotica spontanea” andrebbe considerato quindi un “segno” di una presenza, in sè, di modelli rappresentazionali opposti e di difficile integrazione (in particolare Liotti parla dei conflitti ingenerati in un bambino da un attaccamento di tipo D con una figura d’attaccamento spaventante ma insieme necessaria alla sopravvivenza).

In aggiunta a questi aspetti, Liotti ragiona sulla comunicazione umana nelle sue diverse dimensioni e forme, elencando i “suoi” Sistemi Motivazionali Interpersonali (pattern di interazione da considerarsi come predisposizioni innate, trasversali a ogni cultura – attaccamento, accudimento, sessualità, agonismo ritualizzato, cooperazione paritetica, appartenenza), ragionando sulla cooperazione in quanto “punta di diamante” dell’interazione umana, esplicazione perfetta della coscienza come oggetto interpersonale, “alfa e omega” di ogni alleanza (psico)terapeutica.

L’alleanza terapeutica può essere considerato il leit motiv di tutta la produzione scritta in ambito clinico di Liotti, dato che attraverso di essa si esprimono molteplici “scopi” interpersonali e cognitivi (creazione di una base sicura da cui intraprendere l’esplorazione clinica specialmente nel caso di traumi protratti da esplorare, creazione di un “campo” di coscienza interpersonale e lucido, raffinamento della sintonizzazione interpersonale, empowerment del paziente). Partire da una solida alleanza e mirare costantemente all’assetto cooperativo (riportando il paziente ai suoi obiettivi, coinvolgendolo, forzandolo all’”auto-interpretazione”) permette, secondo Liotti, di superare diverse impasse cliniche (per esempio rovesciando rapporti troppo asimmetrici in cui il paziente si ponga in modo controllante o iper-richiedente, o troppo passivo).

Article by admin / Generale / recensioni

4 November 2019

IL SIGNORE DELLE MOSCHE letto oggi

di Raffaele Avico

Sul signore delle mosche è già stato detto molto. L’autore costruì un impianto narrativo sottoforma di favola per adulti, per rappresentare, a suo stesso dire, l’oscurità della natura umana. La trama si dipana nelle vicende di un gruppo di bambini naufraghi su di un’isola deserta, in assenza di figure adulte, sospinti a una sopravvivenza urgente e terrificante al cospetto di una natura insofferente, indifferente e neutrale.

Ogni elemento narrativo può essere letto su diversi piani: lo stesso autore ammette, nella postfazione all’edizione edita da Mondadori, il suo intento, in fin dei conti “ammonitivo”, di prevenzione verso possibili derive “oscure” dettate dalla parte “in ombra” dell’animo umano (lo sviluppo di totalitarismi in primo luogo).

L’Autore visse a cavallo delle due guerre mondiali, patendone la violenza morale e tentó, con questo libro, di illuminarne alcuni aspetti “psicologici” in primo luogo pertinenti al singolo individuo, ma anche alla “massa”.

Il libro è spaventosamente attuale.

In primo luogo, la mancanza di persone adulte sull’isola, vuole rappresentare lo stato di assenza di “idoli” dell’età moderna, consumatosi l'”omicidio di dio” a opera dello stesso uomo. I bambini (che siamo noi) si trovano scaraventati in una natura selvaggia e brutale, in un primo tempo percepita di una bellezza abbacinante, in seguito riconosciuta come estremamente minacciosa e in grado di produrre timori irrazionali e infantili. Subito il gruppo si costituisce in tribù, eleggendo un capo carismatico e buono e assurgendo a talismano una conchiglia bianca, a simbolizzare l'”anima buona” e la tensione alla libertà e alla verità dell’animo umano.

Al dilagare tuttavia di paure di maggiori dimensioni in seno al gruppo di bambini (a seguito dell’incontro con una “bestia” immaginata pericolosa, che in realtà scopriremo essere un paracadutista rimasto impigliato in una roccia con il suo paracadute), il gruppo si scinderà in due, rovesciando la democrazia e costituendosi in una dittatura regressiva e violenta, che si opporrà a un ristretto gruppo di “fedeli all’antica idea” della preservazione del fuoco.

Vedremo qui come il rovesciamento della dittatura (in ragione di una sopravvivenza resasi più che mai necessaria e a causa di una serie di paure generate dalla stessa isola), verrà fomentato e rinforzato dalla creazione di un “idolo negativo” contro il quale il gruppo si schiererà e compatterà, opposto all’idolo/feticcio originario (la bianca conchiglia). Sull’altare dell’idolo negativo (una testa di maiale impalata su una picca pervasa da nugoli di mosche: il Signore delle Mosche), verranno sacrificati due personaggi importanti della storia: Simon l’epilettico (l’unico a sapere che la “bestia” era in realtà un semplice uomo con il suo paracadute, quindi l’unico depositario della verità e intenzionato a rivelarla agli altri, che ne sarebbero stati salvati), figura -a detta dello stesso autore-cristologica, e Piggy il razionale (unica figura pseudo-adulta del gruppo portatore di buonsenso e razionalità).

Osserveremo a seguito di questi eventi  un processo di radicalizzazione della violenza e un funzionamento del gruppo sempre più regressivo, che verrà interrotto solo dall’arrivo di un “adulto” sull’isola, a terminare il gioco perverso divenuto, per la mente dei bambini, terribilmente reale.

Cosa ci vuole dire Golding con questo lavoro? Il libro è di una potenza devastante in termini simbolici, e acutissimo in termini psicoanalitici; alcuni aspetti da tenere a mente per capire il libro sono:

  • la scissione del gruppo e la radicalizzazione verso la violenza, rispondono a potenti spinte centripete interne al gruppo stesso, costretto a stringersi intorno a qualunque capo/padre/idolo che funzioni da contenitore/rassicuratore. L’indifferenza ogni volta rinnovata di una natura fredda e bellissima, spinge l’uomo a fare gruppo per non soccombere a paure irrazionali
  • queste paure irrazionali sono in parte considerate “vere” dal gruppo, in parte sono usate attivamente da una parte del gruppo per instaurare un totalitarismo con funzione di scioglimento dei timori atavici; prevale la logica della forza
  • la morte di Simon, l’unico a conoscere la verità (sul fatto che la natura di per sè NON contenga al suo interno elementi terrorizzanti e sovrannaturali), è strumentale a garantire il mantenimento della scissione verticale del gruppo; contemporaneamente, con Simone muore la “tensione alla verità”. A seguito della sua morte, il percorso di radicalizzazione subirà un’accelerata improvvisa, con la morte prima di Peggy, poi con il tentato omicidio di Ralph.
  • caduta la democrazia, cambieranno gli idoli: se in una prima fase l’obiettivo unico del gruppo era alimentare il fuoco (per poter essere salvati), instauratasi la dittatura l’obiettivo sembra spostarsi sulla “carne”, cioè sul cibo, come a indicare una sopraggiunta miopia sul futuro, un restringimento del campo cognitivo sul qui e ora, e in fin dei conti una regressione a modalità di funzionamento primitive dell’essere umano, governate dalla logica del “tutto e subito”
  • l’avvento del capitano sulla spiaggia, e il ritorno degli adulti, spezzerà il gioco, evidenziando al contempo come lo stesso gioco fosse il risultato di una dinamica forzata, drammatizzata, generatasi come a seguito di una serie di “cortocircuiti” ed escalation di bias cognitivi, interpretazioni (errate) e paure irrazionali portate ai limiti; l’impressione sarà quella di un ritorno alla realtà, come il risveglio da un incubo

L’autore ci vuole mettere in guardia, con questo lavoro, dall’avvento di ogni fascismo, narrandocelo come il risultato di un movimento in fin dei conti regressivo e istintuale, primordiale in quanto “svuotato” della cultura (intendendo la cultura come un dispositivo simbolico finalizzato a imbrigliare e governare la natura stessa). Sono frequenti i riferimenti al mondo del “prima dell’isola” dei bambini, ancora governato da leggi simboliche e culturali con funzione ritualizzante e di “limite”.

L’avvento dell’uomo adulto è di complicata interpretazione.

Sicuramente uno dei possibili significati simbolici della sua comparsa, è quello del “ritorno” al pensiero razionale, usato come strumento di comprensione e normalizzazione della brutalità del reale; oppure ancora, il ritorno a qualunque forma di idolatria (per via di un Dio qualunque, di un totem buono, di un oggetto assunto a divinità). Infine, Golding ci mette in guardia rispetto alla capacità di accettazione e comprensione della nostra stessa natura brutale, sfidandoci a saperla governare in assenza di un “dispositivo religioso” (discorso aperto e approfondito da Nietzsche quando parlò di un oltreuomo, cioè di un senzadio auto-determinato e completo), nella prospettiva di un futuro tutto da inventare e, in fin dei conti, “aperto”.

Article by admin / Generale / recensioni

24 September 2019

PROCHASKA, DICLEMENTE, ADDICTION E NEURO-ETICA

di Raffaele Avico

Il modello sul cambiamento di Prochaska e DiClemente contempla una ruota idealmente formata da step/fasi così riassumibili:

  • fase di precontemplazione (nessuna consapevolezza in merito alla possibilità o al desiderio di cambiare)
  • fase di contemplazione (messa in discussione dello status quo, primi segni di intenzione di cambiamento, ambivalenza)
  • fase di determinazione (volontà di cambiamento, risoluzione dell’ambivalenza)
  • fase di azione (prime azioni svolte, creazione di abitudini nuove)
  • mantenimento (mantenimento di nuove abitudini)
  • (eventuale) ricaduta

Come tutti i modelli esplicativi inerenti la motivazione e il cambiamento, questo modello si presta a essere utilizzato in particolare quando si prendano in considerazione problematiche di addiction.

Alcuni punti a rigurdo del tema addiction possono aiutare a comprendere perchè la questione “cambiamento” sia così pregnante in questo genere di disturbo:

  • il disturbo da addiction coinvolge piani diversi dell’individuo; sappiamo che il sostrato neurobiologico è potentemente coinvolto (vengono innescate dipendenze sia prettamente fisiche, che neuro-psicologiche, per via del coinvolgimento del circuito di reward); sappiamo anche tuttavia che, nascosto tra le pieghe degli aspetti più fisiologici, esiste una libera scelta o almeno una scelta semi-volontaria relativa alla produzione del comportamento di addiction. Esistono cioè delle cattive abitudini attivamente messe in atto, che andrebbero modificate.
  • Il fatto che l’arbitrio sia coinvolto, sposta la questione su un piano di gran lunga più complesso, visto che sono messi in gioco aspetti etici inerenti la vita dell’individuo (ci si potrebbe chiedere, perchè un individuo sceglie deliberatamente di procurarsi danno?). Questi aspetti, neuro-etici, sono approfonditi esaurientemente da Stefano Canali sul suo blog Psicoattivo
  • L’addicition sembra un qualcosa di inizialmente apparentemente volontario, che poi diventa involontario; qualcosa che prima si governa, poi si subisce; diviene un lento assoggettarsi all’oggetto stesso della propria dipendenza, come nella storia della rana bollita; tutto il processo sembra un lento perdere il controllo sul proprio comportamento.
  • Il lavoro di recupero di soggetti colpiti da addiction, è un lavoro fatto nel tentativo di recuperare senso di controllo/mastery; ogni metafora riguardante questo lavoro, pertiene al campo semantico per così dire militare/agonistico (battaglie vinte, vittoria sull’oggetto dell’addiction). Ci si configuri un paziente “piccolo” al cospetto del suo demone/oggetto di addiction “grande” a inizio percorso, e lo stesso paziente “grande” dinnanzi al suo demone “piccolo”, a fine percorso. Questo tipo di confronto è un tipo di confronto che non può che assumere i tratti di una lotta di potere, un gioco di forza muscolare: in fin dei conti, è una lotta contro i propri meccanismi di reward più istintivamente basici e potenti.
  • Se il lavoro psicoterapeutico che si fa con un paziente colpito da addiction, è un lavoro incentrato sul recupero di un senso di controllo, possiamo definire l’addiction come una “patologia della scelta“, una scelta resa difficoltosa sia in termini orizzontali (il mio bene Vs il mio male) che verticali (non posso scegliere, sono vittima di automatismi), complicata da profonde implicazioni neurobiologiche e prospettive di astinenze disincentivanti e spaventose.

Il modello sul cambiamento prima accennato si sofferma sulle diverse fasi di pre-contemplazione e contemplazione a riguardo della propria ambivalenza e a riguardo di quella che viene chiamata frattura interiore (stato di malessere e oggettivo connesso al sentire di essere in balia di qualcosa esterno a sè).

Il lavoro di un terapeuta, in questo ambito, dovrà essere quello di supportare l’individuo ad avviare il cambiamento. Un maggiore senso di controllo, non potrà che passare da un diverso posizionamento dell’individuo nei confornti della sua stessa addiction. In presenza di una motivazione forte (maturato quindi un sano senso di disprezzo e astio verso il proprio oggetto della dipendenza), il cambiamento avverrà tramite azioni concrete, qualunque sia il dispositivo usato per attuarle (un gruppo di autoaiuto, un ricovero, un esercizio solitario di rinuncia, un percorso di psicoterapia).

Si veda anche:

Article by admin / Generale / recensioni

14 August 2019

IMMAGINI DEL TARANTISMO: CHIARA SAMUGHEO

di Raffaele Avico

Il tarantismo affonda le sue radici in forme di ritualità pagane addirittura pre-cristiane; la presenza di una moltitudine di santi a cui chiedere grazia, oltre che alla divinità principale, ci racconta del sopravvivere di un politeismo che il cristianesimo non riuscì a sopprimere ma che anzi, più probabilmente, dovette accogliere. A riguardo dei riti, si racconta di come la stessa Chiesa si ponesse in modo ambiguo e spesso contrario a questo genere di rituali, accogliendo nelle sue chiese lo svolgersi dei rituali stessi, ma discostandosene in senso ideologico. Con la sua riscoperta, bonificato dagli aspetti più morali, assunto a forma folkloristica da preservare e anzi promuovere, il tarantismo è oggi oggetto di fascino e ricerca.

Il lavoro di documentazione viene portato avanti da studiosi appassionati che ne studiano le radici storiche e gli aspetti etno-psichiatrico/medici (come Luigi Chiriatti e Sergio Torsello, insieme a molti altri). Esistono anche molti blog sul tema, curati con attenzione.

Dal punto di vista fotografico, si sono succeduti apporti di assoluto spessore, anche se la quantità di materiale a nostra disposizione è poca. Per un esauriente approfondimento sul tema fotografia etnografica sul tarantismo, questo lavoro è ottimo (PDF in download). Vi si chiarifica come lo stesso DeMartino fosse stato ispirato da una serie di fotografie fatte da un fotografo francese:

“È lo stesso De Martino, dunque, che, nell’introduzione de La terra del rimorso, attribuisce alle immagini di André Martin il merito di aver scatenato in lui l’interesse nei confronti del tarantismo”

In seguito, durante la spedizione del 1959 (da cui originò il libro La terra del rimorso), venne prodotto molto materiale fotografico, tra cui il celebre lavoro di Franco Pinna.

Prima di costoro, nel 1954, una fotografa barese trasferitasi a Milano, Chiara Samugheo, aveva pubblicato su di una rivista dell’epoca, Cinema Nuovo, un “foto-documentario” su un rituale di taranta, ritratto nel suo divenire narrativo, primo vero contributo fotografico divulgato in tutta Italia a proposito di questo tipo di fenomeno.

Le foto di Carla Samugheo, qui in seguito riprodotte, antecedenti a quelle prodotte da Franco Pinna, furono di grande ispirazione per lo stesso De Martino.

Per una rassegna esaustiva di tutte le immagini presenti sul tarantismo a eccezione di quelle di Franco Pinna, esiste un libro dedicato curato da Luigi Chiriatti e Maurizio Nocera, dal titolo “Immagini del tarantismo“.

Per quanto riguarda la documentazione video a proposito del tarantismo, qui è presente una catalogazione dei contenuti più importanti da consultare o vedere.

Ecco le fotografie di Chiara Samugheo:

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Article by admin / Generale / recensioni, tarantismo

8 July 2019

THE MASTER AND HIS EMISSARY: PERCHÉ ABBIAMO DUE EMISFERI?

di Raffaele Avico, Marta Erba

The Master and his Emissary è un testo di neurobiologia scritto da Iain McGilchrist, psichiatra e ricercatore di Oxford, che affronta la questione della divisione del cervello in due emisferi aventi funzioni e compiti differenti. Il libro contiene puntuali approfondimenti in senso neurobiologico che riguardano le diverse peculiarità dei due emisferi, e si svolge intorno a un pilastro concettuale centrale: sulla scia di altri autori, McGilchrist presenta con forza la tesi secondo cui l’emisfero destro debba esser considerato il vero emisfero dominante, spodestato nel tempo da un progressivo intercedere dell’emisfero sinistro. Il titolo rimanda a una novella scritta da Nietzsche nella quale viene descritto un lento “golpe” operato da un delegato ai confini dell’impero, ai danni del suo stesso sovrano committente -il che sarebbe quello che è successo all’emisfero destro, detronizzato dall’emisfero sinistro per cause storico/culturali.

Iain McGilchrist ci racconta di come la raccolta di informazioni “ambientali” e la lettura in generale della realtà, debbano essere pensati come processi sottoposti a un costante rimbalzare da un emisfero all’altro, prendendo coloriture di significato diverse. Per esempio, al primo ascolto di un disco musicale, l’emisfero destro ci consentirà di intuire se il disco sarà di nostro gradimento, e ci spingerà a un eventuale riascolto dello stesso. Con il tempo, il disco verrà assunto dall’emisfero sinistro, imparato e sottoposto a un’analisi più accurata. L’emisfero destro “sa”, quello sinistro, invece, “conosce”.

Il libro prende in considerazione l’intera storia umana dal punto di vista artistico, leggendo i prodotti artistici dell’uomo attraverso la lente della doppia modalità emisferica: esistono cioè periodi in cui l’uomo pare aver dato maggiore spazio all’analisi dell’emisfero sinistro, altri invece in cui ha prediletto quello destro, con risultati artistici molto diversi. La dialettica, in questo percorso, è quindi quella tra impulso/approccio sensoriale e tra analisi logica più stretta, e si riflette, secondo l’autore, in un preciso alternarsi tra epoche “destre” e “sinistre” in termini di primato emisferico.

Per ora il libro è reperibile solo in lingua inglese. Qui un video che riassume in breve il contenuto del libro:

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NOTA 2023: a distanza di anni, nel frattempo, il libro è stato tradotto e pubblicato anche in italiano. É reperibile qui. Pubblichiamo di seguito un articolato e approfondito articolo di Marta Erba, reperibile in originale sul sito dell’autrice (R. Avico)

Perché abbiamo due emisferi (di Marta Erba)

Uno psichiatra scozzese, Iain McGilchrist, formula un’ipotesi affascinante: l’emisfero cerebrale destro è connesso alla realtà, il sinistro la interpreta. Ma che accade se l’interprete prende il potere?

Perché il cervello è diviso in due? Perché non possediamo un unico groviglio sferico di neuroni interconnessi, bensì due emisferi distinti, collegati tra loro da un fascio di fibre  (il “corpo calloso”)? Può sembrare una domanda oziosa, ma non lo è. La tesi di Iain McGilchrist, psichiatra scozzese autore del libro Il padrone e il suo emissario (Feltrinelli), è che questa divisione è necessaria non tanto per una “divisione di compiti” – come si riteneva in passato – quanto per una “divisione di ruoli”. Per essere ciò che siamo abbiamo bisogno di entrambi gli emisferi, evitando che uno prevalga sull’altro. Cosa niente affatto facile perché, avverte McGilchrist, l’emisfero sinistro sta usurpando il potere al destro. Con conseguenze potenzialmente gravi.

Proviamo a capire perché.

Sul funzionamento dei due emisferi le ricerche sono tante e parzialmente contraddittorie. Gli esperimenti negli anni ’60 di Roger Sperry sullo split-brain (il cervello di persone con rescissione del corpo calloso, in cui è stato possibile studiare i due emisferi separatamente) hanno mostrato alcune differenze. Da lì si è sviluppata la teoria, molto promossa da una certa divulgazione popolare, secondo cui ogni emisfero svolge compiti diversi: il sinistro è stato descritto come quello razionale, analitico, matematico, mentre il destro come quello creativo, immaginativo, emotivo. Un’ipotesi, questa, molto contestata nei decenni successivi da molti neuroscienziati: benché alcune attività appartengano più a un emisfero che all’altro (per esempio il “centro del linguaggio” è collocato generalmente a sinistra mentre la capacità di interpretare le espressioni umane risiede soprattutto a destra), la connessione tra le due parti è tale che la teoria della spartizione dei compiti ha poco senso. I dati sperimentali dimostrano infatti che la stragrande maggioranza delle nostre attività mentali coinvolge entrambi gli emisferi.
Resta il fatto che gli emisferi sono due, e che il corpo calloso è composto soprattutto da fibre che inibiscono la connessione più che favorirla. Perché? Ecco dunque l’ipotesi che sta emergendo, ben illustrata e documentata da McGilchrist: i due emisferi non differiscono tanto per i compiti eseguiti, quanto per la modalità con cui percepiscono la realtà. Anche se collaborano strettamente, ciascuno entra in relazione con il mondo in un modo sostanzialmente diverso. Per essere ciò che siamo servono entrambi, e la sintesi migliore si ottiene quando tra loro si verifica un buon equilibrio.

Padrone e servo

Ma come funziona questo equilibrio? Anzitutto McGilchrist ribalta una delle convinzioni più diffuse. Si è sempre detto che l’emisfero sinistro sia quello “dominante”, poiché guida la mano destra, cioè la mano che utilizziamo in modo preferenziale (va chiarito che le fibre provenienti dai due emisferi si incrociano nel tronco encefalico, quindi l’emisfero sinistro controlla la parte destra del corpo e quello destro la parte sinistra). Di tutt’altro avviso è lo psichiatra scozzese, che ritiene che sia l’emisfero destro il vero “padrone”, poiché è quello che si è formato per primo dal punto di vista evolutivo; il sinistro si è sviluppato in un secondo momento proprio per aiutare il “padrone” a muoversi nel mondo, è quindi un emissario, un servitore, quello che “fa ciò che è utile”. Purtroppo l’emisfero destro fatica a muoversi in una realtà sempre più complessa, e per placare l’angoscia cerca stasi, certezza, fissità: ha quindi bisogno di fidarsi del suo emissario, che però tende ad “allargarsi”.
Insomma, avverte McGilchrist, l’emisfero sinistro si è progressivamente impossessato del potere. Eppure è, per alcuni aspetti, il più “stupido”, quello che capisce meno la realtà anche se crede di capire tutto. È a causa di questo “squilibrio” di potere nella nostra mente che si è imposto, nel corso dei secoli, un modo di vedere il mondo sempre più meccanicistico, frammentario, decontestualizzato, segnato da un ottimismo ingiustificato misto a paranoia e a un senso di vuoto.
Non sarà facile spiegare tutto ciò, anche perché è soprattutto con l’emisfero sinistro che McGilchrist ha scritto il suo libro, io scrivo questo articolo e voi lo state leggendo. In altre parole, stiamo tutti provando a “smascherare l’inganno” e ad “aprire gli occhi” usando quella parte della mente che di quell’inganno è l’artefice e che, per sua natura, vede solo quello che vuole vedere. Ma proviamoci.

Il mistero del neglect

Per formulare questa tesi McGilchrist è partito da alcuni quadri clinici che interessano le persone che subiscono un esteso danno all’emisfero destro, in cui cioè è solo l’emisfero sinistro a funzionare (sul tema avevo scritto anch’io in passato in questo articolo al paragrafo “Stranezze… sinistre”).
Questi casi sono stati approfonditi, tra gli altri, dal neuroscienziato di origine indiana Vilayanur Ramachandran, colpito da due fenomeni bizzarri e apparentemente inspiegabili. Il primo è l’anosognosia: chi subisce un ictus all’emisfero destro, e quindi perde l’uso di braccio e gamba sinistri, nega la propria malattia; sostiene anzi di stare bene e che tutto funzioni perfettamente, facendo anche battute sciocche e divertite in proposito.
Il secondo fenomeno enigmatico è il neglect. Chi subisce un danno all’emisfero destro può ostinarsi a negare l’esistenza della parte sinistra del campo visivo (quella che non riesce a vedere): quindi, per esempio, mangia solo quello che trova a destra del piatto, o legge solo le pagine destre di un libro, o ritrae solo ciò che si trova a destra. Un comportamento assurdo, che non accade a chi subisce un danno all’altro emisfero.
In altre parole, l’emisfero sinistro sembra avere la tendenza a ignorare le discrepanze se non corrispondono ai suoi schemi. Non vedo una parte del mondo? Allora non esiste. Non riesco a muovere il braccio? Si sarà solo addormentato, fra un po’ riprenderà a funzionare come sempre. Insomma, l’emisfero sinistro sembra coltivare la convinzione distorta che quello che vede è corretto, che non c’è motivo di preoccuparsi, che c’è una buona spiegazione per tutto. “Se la racconta” ed è molto convinto di sapere ciò che in realtà non sa. È ingenuamente ottimista, inconsapevole dei propri limiti.
Da queste osservazioni ha origine la tesi di McGilchrist: è l’emisfero destro quello connesso con la realtà, in grado di valutarla nella sua interezza e di rilevarne le anomalie; l’emisfero sinistro si limita a interpretarla per poterla controllare. Per questo, quando viene meno il contributo dell’emisfero destro, la persona con il solo emisfero sinistro funzionante perde il contatto con la realtà, pur continuando a illudersi di averne il controllo e di poterla manipolare.
Ma vediamo nei dettagli come funzionano i due emisferi.

L’emisfero sinistro: la parte “osservante”

Possiamo immaginare l’emisfero sinistro come la “parte osservante”, emotivamente distaccata, che non si immischia con le cose ma cerca piuttosto di decifrarle e analizzarle. Il suo ruolo è quello di aiutarci a cogliere la realtà, guardandola per così dire dall’esterno, attraverso un’attenzione ristretta (che esclude il “superfluo”) e focalizzata. Per assolvere al suo compito tende per sua natura a cercare una coerenza a ciò che accade, a trovare risposte chiare e lineari a problemi complessi, e infatti non tollera le ambiguità e le contraddizioni (è l’emisfero dell’aut aut). Per capire le cose le spacchetta, le divide, le classifica, le categorizza, le analizza, le concettualizza. Per esempio il movimento, che per l’emisfero destro è un fenomeno continuo e fluido, per il sinistro è costituito da una sequenza di tanti momenti statici.
È l’emisfero che parla (l’area di Broca, sede del “centro del linguaggio”, si trova a sinistra): e in effetti il linguaggio è uno strumento formidabile per decifrare il mondo e per comunicarlo a sé e agli altri. Ed è autoreferenziale: tende ad autoconvincersi delle cose che pensa e che dice, si innamora dei propri ragionamenti trascurando le contraddizioni.
È anche l’emisfero che “manipola” le cose, sia con le parole, sia con le azioni. Poiché la sua funzione è quella di supportare il destro, il suo interesse principale è l’utilità: vede il mondo come risorsa da sfruttare ed è più interessato alle cose che alle persone. Vuole avere il “potere” sulla realtà, non connettersi con essa.
L’emisfero sinistro tende a percepirsi vincente, destinato al successo. È ottusamente ottimista: non vede i pericoli di ciò che fa e che dice.

L’emisfero destro: la parte “incarnata”

Se l’emisfero sinistro osserva in modo distaccato, quello destro “vive”, è “incarnato”, è strettamente connesso con i sistemi inconsci automatici di regolazione del corpo. Se il sinistro percepisce il corpo come diviso in parti (come se fosse qualcosa di inanimato, una “macchina”), il destro lo percepisce nella sua interezza.
È fondamentale in ogni aspetto del comportamento sociale: ha un ruolo centrale nel riconoscimento di sé e degli altri, sia facciale sia vocale, e distingue gli individui (e i luoghi) per la loro unicità, e non per le categorie a cui appartengono. Da lui dipendono l’autoconsapevolezza, l’empatia, i processi intersoggettivi e la comprensione emotiva: è il destro che interpreta le espressioni facciali, la prosodia, la gestualità. Ha un ruolo essenziale nell’espressione delle emozioni (con l’unica eccezione della rabbia, che è più connessa con l’emisfero sinistro).
È più interessato agli esseri viventi che agli oggetti creati dall’uomo. Non vede niente in astratto ma valuta sempre le cose nel loro contesto. Ha un’attenzione ampia, vigile e flessibile, sta “all’erta”: è sintonizzato sulla rilevazione delle anomalie e delle novità.
L’emisfero destro non “parla”, o meglio: non possiede la “lingua”. Il suo linguaggio è onirico, immaginativo, ineffabile. È comunque grazie all’emisfero destro che comprendiamo le poesie, le metafore, il senso dell’umorismo, gli aforismi basati sul paradosso, perché tutte queste esperienze richiedono di uscire dagli schemi della logica e del linguaggio, e di connettersi con la “realtà fuori di noi”. A differenza del sinistro, infatti, l’emisfero destro riesce a tollerare le ambiguità e le contraddizioni, tanto che è con il destro che riusciamo a cogliere il significato profondo e illuminante contenuto in alcuni aforismi o nei koan del buddismo zen.

It takes two to tango

Per non incorrere nell’errore di pensare che il cervello funzioni a compartimenti stagni, è utile ricordare che normalmente ogni attività umana coinvolge entrambi gli emisferi, anche grazie al corpo calloso e alle altre strutture che li connettono, ma che al contempo li tengono separati, proprio perché hanno due ruoli diversi e complementari. Il modo in cui operano ricorda una danza, o il movimento oscillante di un pendolo, o quello sinuoso di un serpente (come noterebbe Jung). È un po’ come se i due emisferi (il destro che si occupa della realtà, il sinistro che si occupa della sua astrazione) si passassero continuamente a vicenda la palla.
L’emisfero destro entra nel flusso dell’esperienza, è coinvolto in una relazione profonda con la realtà, vede le cose nella loro mutevolezza e impermanenza e nella loro interconnessione. L’emisfero sinistro permette di uscire dal flusso dell’esperienza e di vedere la realtà in una forma meno vera ma apparentemente più chiara, e soprattutto più utile.
In pratica ci sono due modi opposti di porsi nei confronti del mondo, entrambi necessari per il nostro equilibrio. Quello dell’emisfero sinistro è isolato, manipolatorio, competitivo, sicuro di sé, immotivatamente ottimista; il suo valore prevalente è l’utilità. Quello dell’emisfero destro punta a un’interconnessione e a un coinvolgimento con il mondo; favorisce la cooperazione, la sinergia e il vantaggio reciproco. L’emisfero sinistro osserva, controlla, usa, sfrutta; l’emisfero destro risuona, si connette, si prende cura e non ha mire di alcun tipo. Il mondo dell’emisfero sinistro è astratto, statico, frammentato, meccanico, decontestualizzato, esplicito, disincarnato, privo di vita. Il mondo dell’emisfero destro, invece, è mutevole, imprevedibile, in continua evoluzione, interconnesso, implicito, incarnato, inafferrabile e vivo. L’emisfero sinistro è rivolto a se stesso, il destro è rivolto all’altro. Il sinistro dice “mangia o sarai mangiato”, il destro condivide il pasto intorno al fuoco.

Come un mandala

Potremmo forse dire che l’emisfero sinistro è intelligente ma non è saggio, quello destro è saggio ma non è intelligente. L’emisfero destro vive l’esperienza, la incarna, mentre l’emisfero sinistro la estrapola dal contesto e la trasforma in concetto, esplicitando ciò che prima era implicito. L’emisfero sinistro offre un quadro preciso e dettagliato del mondo, e da un punto di vista distaccato che potrebbe sembrare per questo più attendibile, inducendoci a pensare che quello che osserva corrisponda alla verità. Ci tranquillizza ci rassicura. Mentre ciò che percepisce l’emisfero destro è più simile a un essere vivente, a un tutto interconnesso, e può sembrarci confuso e angosciante per la sua inafferrabilità.
Tuttavia ogni esplicitazione operata dal sinistro (compresa quella che sto facendo io ora nello scrivere e voi nel leggere) riduce la complessità da cui parte, è comunque una semplificazione della realtà, non coincide con la realtà. Anche per questo dopo la divisione operata dall’emisfero sinistro, occorre sempre perseguire una nuova unione, una sintesi, cioè riportare il processo nell’emisfero destro perché “prenda vita”, arricchendosi del “linguaggio” dell’emisfero destro, che è immaginativo, onirico (i sogni sono parte importante del processo) e corporeo. L’esperienza resa più “fruibile” dall’emisfero sinistro va cioè reintegrata nell’emisfero destro, al fine di vivere in modo sempre più consapevole. Non si arriva mai a comprendere la realtà, ma ci si avvicina progressivamente, come in un eterno processo circolare, “mandalico”, che tende verso il centro senza mai poterci arrivare.

Pillola rossa o pillola blu?

L’emisfero destro è dunque quello davvero connesso con la realtà, il sinistro si limita a “tradurla” in un linguaggio comprensibile (il neuroscienziato Michael Gazzaniga lo ha definito “l’interprete”) ma non la capisce veramente. Come si è detto, è con l’emisfero destro che comprendiamo la morale di una storia, o una metafora, o una barzelletta, o una poesia, cioè è col destro che riusciamo ad andare oltre il significato letterale (al di là della lingua) e a comprendere ciò che è implicito.
Tuttavia il ruolo del sinistro è fondamentale: è  molto utile avere una parte autocosciente, emotivamente distaccata che analizzi freddamente e lucidamente le cose, mettendo a punto le strategie di sopravvivenza migliori, e un linguaggio “disincarnato” è lo strumento migliore per farlo.
Il problema è che, in questa attività di supporto, l’emisfero sinistro si è fatto un po’ prendere la mano. L’abbiamo chiamato “emisfero dominante”, anzi, si è autodefinito “dominante” (perché è con l’emisfero sinistro che scegliamo le parole…), tradendo in fondo le sue naturali intenzioni: l’emisfero sinistro non è il più importante dei due, ma quello che, per propria natura, tende a manipolare la realtà per “dominarla”, e lo fa ignorando i propri limiti (abbiamo detto che è ottusamente ottimista e autoreferenziale: sa trovare spiegazioni piuttosto plausibili, benché false, per ciò che non rientra nella sua versione dei fatti), fino ad autoconvincersi di bastare a se stesso, di poter fare a meno della connessione con la “realtà vera” (che resta ineffabile e indecifrabile). Così finisce per usurpare il potere del destro senza rendersi conto che così si autocondanna alla propria rovina. Un po’ come nella favola della rana e lo scorpione: la rana (l’emisfero destro) attraversa il lago (l’esperienza) reggendo lo scorpione (l’emisfero sinistro) convinta che a lui non convenga farle del male perché morirebbero entrambi; ma lo scorpione segue ottusamente la propria natura e punge a morte la rana.
Il problema, insomma, è che noi, come individui e come specie, di fronte a una realtà sempre più complessa (anche per via della progressiva tecnologizzazione e burocratizzazione), tendiamo sempre più a cadere nella tentazione di dare retta al solo emisfero sinistro, che ci restituisce un’illusione di controllo tanto rassicurante quanto lontana dalla realtà. Come nel film Matrix, preferiamo scegliere la “pillola blu” (l’emisfero sinistro), che ci consente di vivere in un mondo immaginario e di cullarci nell’illusione di poterlo controllare, perché scegliere la “pillola rossa” (l’emisfero destro) ci porterebbe a “sprofondare nella tana del Bianconiglio”, cioè in un mondo che ci appare sempre più incomprensibile e imprevedibile, e quindi cupo e minaccioso.
La tesi di McGilchrist, insomma, è che l’emisfero sinistro sia diventato lo “stadio conclusivo” del processo di rimpallo. Invece che vivere, ci fermiamo alla rappresentazione del reale, alla sua frammentazione analitica, in un circolo vizioso ricorsivo come le figure di Escher: siamo sempre più inconsapevoli, e sempre più convinti di essere consapevoli.

Il musilinguaggio

Ma come è potuto succedere? McGilchrist cerca di mettere insieme i pezzi ripercorrendo i passi evolutivi del nostro cervello.
Prendiamo il linguaggio. Alcuni studi sembrerebbero suggerire che, prima che con la parola, la specie umana comunicasse attraverso la “musica”. Un po’ come gli uccelli, un tempo comunicavamo con l’intonazione, il fraseggio, il ritmo e la musicalità dei suoni emessi con le corde vocali, che oggi come allora sono pertinenza dell’emisfero destro, e che infatti sono alla base della comunicazione emotiva. Insomma, prima abbiamo imparato a comunicare con i suoni, i gesti, il canto, la danza. Se ci pensiamo, l’esperienza della musica e della danza (come, più in generale, l’esperienza artistica) è profondamente “vitale”, “incarnata”, emotiva. Aiuta a entrare in connessione con gli altri e con noi stessi. Ballare e cantare sono comportamenti spontanei, privi di scopo, che non hanno alcun fine ulteriore se non esprimere qualcosa che va oltre noi stessi.
La sintassi e il lessico sono arrivati dopo, con lo sviluppo dell’emisfero sinistro, la parte della mente osservante e analizzante. Gradualmente il linguaggio si è separato dalla musica e dal suo legame con il corpo (e qui vale la pena spezzare una lancia a favore della “gestualità italica”: benché fonte di ironia all’estero, di fatto favorisce l’integrazione tra i due emisferi). Una lingua “disincarnata” è infatti uno strumento più utile per un’analisi emotivamente distaccata, che dà un senso di chiarezza, precisione e lucidità. Ed è un mezzo più adatto a processare qualcosa che non è presente, che è lontano nel tempo e nello spazio. La lingua contribuisce a fissare i pensieri, ma può anche restringerli, plasmarl. Lo sviluppo poi della lingua scritta, sempre più autoreferenziale e finalizzata, ha inevitabilmente favorito l’affermarsi di un mondo competitivo (è più facile attaccare e abbattere un “nemico” con cui non si è emotivamente connessi), specialistico e compartimentalizzato.

Il mito di Prometeo: un presagio “sinistro”?

Nel corso della Storia, i due emisferi hanno favorito l’evoluzione dell’uomo permettendo il passaggio continuo dalla connessione con il mondo, a un’astrazione dal mondo, e di nuovo a un maggior coinvolgimento empatico con il mondo. Un esempio di buon equilibrio tra i due emisferi è la nascita del teatro nell’Antica Grecia, che segna la presenza di una parte osservante, che guarda a distanza per comprendere meglio, ma anche di una parte che empatizza con ciò che vede, poiché la rappresentazione risuona emotivamente dentro a chi vi assiste.
Del resto, come poi approfondì il filosofo Friedrich Nietzsche, i miti di Apollo e Dioniso ben esemplificano la contrapposizione e la collaborazione dei due emisferi. Apollo –  associato all’ordine, alla razionalità, alla chiarezza, alla perfezione, al controllo della natura – ricorda l’emisfero sinistro. Dioniso – associato all’intuizione, al superamento dei confini, al senso di totalità, al piacere e al dolore fisico, al contatto con la natura – ricorda l’emisfero destro. Le due divinità erano entrambe importanti, e avevano i loro templi e i loro rituali.
Il mito di Prometeo, che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, sembra invece un’efficace metafora di ciò che sarebbe poi avvenuto progressivamente nella mente umana: Prometeo è un po’ come l’emisfero sinistro che prende il potere, applicando alla natura un metodo ristretto e decontestualizzato, “oggettivo” (che guarda cioè alla realtà come un “oggetto” da sfruttare, allontanando dalla esperienza di connessione alle cose). Un mito che da una parte sottolinea i benefici di questo “furto”: è grazie all’astrazione operata dal sinistro che abbiamo la scrittura, le leggi, la filosofia, la cartografia, l’architettura, la scienza, la tecnologia. Ma che, d’altro canto, sembra avvertirci dei rischi: la hybris, la tracotanza di questo gesto viene infatti punita con la sofferenza eterna. Il dio incatenato e soggetto all’erosione dei visceri non ricorda forse la condizione umana incatenata negli schemi dell’emisfero sinistro, sempre meno connessa con la realtà e, per questo, internamente erosa?

Oscillazioni storiche

La prevalenza del sinistro, tuttavia, non è avvenuta in modo graduale, sembra piuttosto riportare continue oscillazioni nel corso della Storia. Durante il Rinascimento, per esempio, sembra esserci un “risveglio” dell’emisfero destro (nella Creazione di Adamo di Michelangelo, nota McGilchrist, Dio si connette con la mano sinistra dell’uomo, e quindi con il suo emisfero destro): nella scienza si tornò a guardare le cose come sono, nella pittura ciò che si vede. Si rivalutò l’individuo, la forza espressiva del volto umano, si rappresentò la profondità spaziale con la prospettiva, si diede importanza a ciò che è inconscio, involontario, intuitivo e implicito.
La Riforma protestante ha invece esaltato l’emisfero sinistro: è la prima grande espressione della ricerca di certezza, che ristabiliva il primato della parola, eterna e immutabile, mentre il corpo veniva rifiutato e mortificato. Mentre la Chiesa romana incoraggiava il movimento (i cammini spirituali, le processioni), la riforma impose la stasi, l’ordine e la gerarchia, enfatizzò l’azione individuale sminuendo ciò che è comunione e tradizione.
Ma è soprattutto con l’Illuminismo, “l’età della ragione”, che si affermò l’emisfero sinistro. La razionalità richiede l’esplicito, il chiaro, il compiuto, la luce che evoca chiarezza e precisione e la messa al bando di ciò che è implicito, ambiguo e irrisolto. L’emisfero sinistro tende a imporre ideali come la libertà, l’uguaglianza e la fraternità, invece che lasciare che emergano insieme a una disposizione tollerante verso il mondo, come farebbe l’emisfero destro. E quindi fallisce: la rivoluzione francese, benché attuata in nome della ragione, dell’ordine e della giustizia, fu irrazionale, disordinata, ingiusta, e per niente fraterna.
Il Romanticismo rappresentò un ritorno dell’emisfero destro: l’idea della differenza individuale tornava centrale e la riscoperta di Shakespeare (“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia”) riportava a una maggior connessione con la realtà: lo stupore nei confronti della vastità e della bellezza della natura, la poesia, l’affinità con la malinconia e la tristezza, l’attrazione per ciò che è mutevole, implicito ed essenzialmente inconoscibile, l’amore per la foschia e per il chiaro di luna, per la penombra e il crepuscolo, sono tutti aspetti cari all’emisfero destro.

Dove ci troviamo

Tornò tuttavia a prevalere il sinistro con il materialismo scientifico e il positivismo, che si basava sulla visione della scienza come unico fondamento della comprensione del mondo, con un senso di superiorità dell’Occidente, con il mito del metodo scientifico e di un progresso inarrestabile.
Ma è la rivoluzione industriale a permettere all’emisfero sinistro di sferrare al destro un attacco senza precedenti, costruendo un mondo a propria immagine e somiglianza: competitivo, tecnologico, basato sull’idea ingenuamente ottimista di un progresso inarrestabile, fondato su macchine che producono macchine, in un’autoproliferazione che è una parodia della vita pur mancando di tutte le qualità degli esseri viventi, e con un attacco al mondo naturale attraverso lo sfruttamento, l’inquinamento e l’urbanizzazione.
Accontentano il sinistro i totalitarismi (basati su un’ammirazione per la potenza più che per la bellezza, sulla mancanza di compassione e sull’erosione della pietà umana; perfino l’arte non era un valore di per sé ma aveva una finalità politica), è ancora di più il capitalismo e il consumismo, basati quasi esclusivamente sull’utilità, l’avidità e la competizione, con la perdita del senso di appartenenza portato dalla globalizzazione, la pervasività di un modo di pensare razionalistico, tecnico e burocratico, con la frammentazione promossa anche dai media, che ha svuotato progressivamente la vita di relazioni, di legami con l’altro, di significato. Anche l’arte oggi è prevalentemente concettuale (deve veicolare un messaggio), e la musica classica è diventata incomprensibile perché troppo astratta.
Ecco, dice McGilchirst, noi ci troviamo qua.

Un mondo sinistro

Solitari, annoiati, ansiosi, distaccati, passivi: questo siamo diventati. L’eccesso di consapevolezza e di esplicitazione ha preso il posto di ciò che dovrebbe restare intuitivo e implicito, portandoci a un’alienazione dal corpo e dal sentimento dell’empatia, alla frammentazione dell’esperienza e alla perdita della connessione con il mondo.  Siamo sempre più interessati alle cose che alle persone, al possesso che alla vita, al capitale che al lavoro. Le persone vengono giudicate per le proprie capacità di guadagno, e classificate come “vincenti” e “perdenti”.  Il rapporto tra persone è più improntato sullo sfruttamento che sulla cooperazione. Le individualità vengono appianate per far posto a un’identificazione per categorie, implicitamente o esplicitamente in competizione tra loro.
Abbiamo smesso di coinvolgerci in modo spontaneo e intuitivo con la vita per diventare passivi, iperconsapevoli ma sempre più alieni dal mondo, che diventa sempre più frammentario, inconsistente, privo di significato. Tendiamo a fuggire dal corpo e dalle emozioni: ci sentiamo svuotati se non per un pervasivo senso di ansia o di nausea di fronte all’esistenza (del resto nell’ansia, in particolare nella fobia sociale, c’è un eccesso di autocoscienza, un occhio che osserva e che paralizza rendendo impacciate e artificiali le normali abilità che dovrebbero restare intuitive e inconsce). Viriamo tra due posizioni apparentemente opposte ma che in realtà sono due aspetti della stessa posizione: l’onnipotenza e l’impotenza. Entrambe sono proprie dell’emisfero sinistro (quello polarizzato) e portano gradualmente a un ritiro dal mondo esterno e a un ripiegamento dell’attenzione verso l’interno.

La mente si ammala

La maggior diffusione della malattia mentale registrata negli ultimi anni sarebbe dovuta, secondo McGilchrist, a questo squilibrio emisferico. Del resto molti studi dimostrano che l’urbanizzazione e la globalizzazione favoriscono un aumento delle malattie mentali, e che la connessione sociale (i balli di gruppo, i riti collettivi) le riduce.
“L’emisfero sinistro, che avrebbe dovuto essere l’interprete, è diventato il creatore ottuso e presuntuoso di una realtà che di fatto è una rappresentazione senza vita, in un circuito autoreferenziale” avverte McGilchrist. “Siamo immersi in una cultura che mima certi aspetti tipici di un deficit dell’emisfero destro, con il risultato che le persone che hanno una propensione intrinseca a fare eccessivo affidamento sull’emisfero sinistro saranno meno indotte a correggerla. Questo spiegherebbe l’aumento della malattia mentale”.
Quali malattie stanno aumentando? Per esempio la schizofrenia, alla cui base c’è un eccesso di razionalità, che porta a un distacco dalla realtà per ritirarsi in una dimensione autoconsapevole, disincarnata, alienata e delirante. L’assenza di un coinvolgimento affettivo porta alla sensazione che il mondo sia una recita e induce a comportamenti bizzarri; l’aumento dell’attenzione focalizzata, particolaristica, intellettualizzante conduce all’idea – angosciosa – di essere l’unica cosa che esiste e di non essere niente.
In aumento anche il narcisismo, che segna lo stesso tipo di ritiro ma in una dimensione meno delirante e più strumentale: il narcisista manifesta un’assenza di sentimenti agghiacciante anche verso temi che suscitano spontaneamente forti emozioni umane; vuole controllare gli altri, farli sentire vulnerabili, mira cioè al potere e non alla connessione.
O ancora l’anoressia, che è un desiderio di disincarnarsi, di scomparire. O i disturbi dissociativi, caratterizzati da una perdita del senso di appartenenza al mondo: ci si sente automi, marionette, meri spettatori.
Del resto le osservazioni di McGilchrist sono in linea con la ricerca in psicoterapia e con i metodi che si stanno progressivamente affermando per far fronte alla crisi dell’uomo post-moderno. Se un tempo a dominare questo mondo erano le “terapie della parola” (dalla psicoanalisi al cognitivismo), oggi si stanno affermando terapie che coinvolgono il corpo e l’espressione delle emozioni (come l’emdr o la psicoterapia sensomotoria) e che danno importanza alla relazione “intersoggettiva”, cioè alla connessione tra terapeuta e paziente, oltre che alla connessione interna tra le varie parti di sé (come nel lavoro con le parti). A conferma che oggi il lavoro della psicoterapia punta a favorire l’integrazione dei due emisferi, e in particolare a stimolare l’emisfero destro.
Anche l’occidentalizzazione della meditazione buddista, la mindfulness, va in quella direzione: mira infatti a sviluppare una visione duale, a tenere insieme la parte osservante e la parte incarnata della mente (“porta la tua attenzione sul tuo respiro”). La meditazione, che tende a portare la mente sul corpo, sulla realtà del qui e ora, è una sorta di esercizio di “equilibrio emisferico” quotidiano.

Da dove ripartire

Più in generale, di fronte a questo scenario apocalittico, da che cosa possiamo ripartire? Si è parlato della meditazione buddista, ma per noi occidentali è anche possibile, suggerisce McGilchrist, riscoprire la religione, che è stata espulsa dalla nostra società in quanto generatrice di false illusioni, ma con il risultato “che è stato buttato via il bambino con l’acqua sporca”. Il cristianesimo (non quello gestito dalla chiesa occidentale, che si è convertito in parte al materialismo, ma quello raccontato nei vangeli, compresi quelli apocrifi) concepisce un divino che non è estraneo, ma coinvolto e vulnerabile, incarnato (“il Verbo che si fa carne”) e che accetta di soffrire (è solo attraverso l’esperienza della sofferenza che possiamo “rinascere”): il ritratto dell’emisfero destro. Riconosce il divino dentro di sé (“Il regno di Dio è dentro di voi”) e nell’altro (“Ama il prossimo tuo come te stesso”). Molte parabole parlano all’emisfero destro (“Gli ultimi saranno i primi”, “Bisogna ritornare come bambini”, “Abbandona tutto e seguimi”).
Anche le religioni orientali, come il buddismo zen, sono legate all’emisfero destro: vedono il mondo più come un processo che un insieme di cose, hanno un approccio più olistico e dialettico. In generale, le culture orientali sono più interdipendenti, più portate alla connessione e al senso di appartenenza; non sovrastimano le proprie abilità come gli occidentali.
Le religioni non portano certezze e il loro linguaggio può risultare ambiguo, contraddittorio e incomprensibile all’emisfero sinistro, che tende a rifiutarle perché non restituiscono chiarezza e certezze, o a strumentalizzarle per fini che nulla hanno a che fare con il messaggio originale (come nelle guerre di religione). La certezza è la più grande delle illusioni, ed è alla base di qualsiasi fondamentalismo (non solo religioso, ma anche, per esempio, scientifico o politico). Per gli antichi greci, la tracotanza di chi pensa sempre di aver ragione, la hybris, era la cosa peggiore, la più pericolosa, quella da cui guardarsi: chi crede di essere certamente nella ragione è certamente nel torto.

Senza parole
La vera difficoltà, oggi, è abbandonare la visione dell’emisfero sinistro, che è per molti versi vantaggiosa in quanto seduttiva e rassicurante. Permette infatti di ignorare il quadro generale, troppo nebuloso e inafferabile, per concentrarsi sulle parti che conosciamo e maneggiamo bene, e infatti spinge all’iperspecializzazione e alla tecnicizzazione della conoscenza. Il mondo amato dall’emisfero sinistro è virtuale e tecnologico: del resto la tecnologia permette di manipolare e controllare il mondo. Al sinistro non interessano la coesione sociale, i legami fra le persone, ma anche fra le persone e i luoghi, troppo complessi e destabilizzanti. Il suo focus è sulle cose materiali, più “controllabili” .
Il problema è che questa rassicurazione è illlusoria, perché porta a evitare la realtà, che diventa così sempre più minacciosa e incomprensibile. La paranoia e la sfiducia stanno perciò diventando atteggiamenti pervasivi. È paranoico perfino l’atteggiamento del governo nei confronti del popolo, nota McGilchrist, con il rischio che si affermino politiche che mirano al controllo totale, partendo dalla limitazione delle libertà individuali. I ruoli che trascendono la quantificazione e dipendono in una certa misura dall’altruismo, come i sacerdoti, gli insegnanti o i medici, vengono costantemente sminuiti o visti con sospetto.
Resta una domanda: questo scenario apocalittico descritto da McGilchrist è reale o è l’ennesima mistificazione dell’emisfero sinistro? E, se così fosse, perché non pensare che prima o poi, come è sempre avvenuto nella Storia, l’emisfero destro possa accorgersi del “problema” e riprendere spazio e voce nella nostra mente? Oppure quest’ultima è solo un’illusione dettata dall’emisfero sinistro, che vuole sempre convincersi che alla fine “andrà tutto bene”?
Rispondere è impossibile. Intanto potremmo lasciar risuonare dentro di noi la tesi suggestiva di McGilchrist, che potrebbe essere un po’ vera e un po’ no, un po’ affascinante e un po’ angosciante. Forse queste riflessioni potrebbero spingerci a riscoprire ciò che abbiamo perduto o trascurato. Forse potrebbero cambiare il nostro sguardo sul mondo. Ma non inseguiamo certezze né coerenza logica. E nemmeno parole. Perché, come diceva Ludwig Wittgenstein (forse proprio per aprirsi all’ascolto dell’emisfero destro): “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”.

(Marta Erba)

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28 May 2019

ALCUNI SPUNTI DA “LA GUERRA DI TUTTI” DI RAFFAELE ALBERTO VENTURA

di Raffaele Avico

Nel suo “la guerra di tutti”, Raffaele Alberto Ventura tenta una lettura “totale” del presente, integrata, mettendo in campo più aspetti, cosa che già aveva fatto con La Teoria della Classe Disagiata per descrivere il “problema millennials”: in quest’opera prima aveva descritto la classe media come incagliata in un doppio legame impossibile da sciogliere se non tramite un’auto-estinzione “morbida”: troppo ricca per poter considerare realmente un declassamento (la classe media, appunto), troppo povera per raggiungere le aspirazioni iniziali, di fatto destinata, appunto, a un’auto-estinzione demograficamente già in atto, almeno in Italia. Ventura, ora, tenta di fornirci una cornice simbolica più larga, utile a spiegare come mai il rischio sia quello di precipitare in una guerra di “tutti contro tutti”, senza più punti di riferimento su più piani (politico e culturale). Ventura si confronta con una realtà complessa e il tentativo di fornire una chiavi di lettura o anche solo una “big picture” rende La guerra di tutti un libro a suo modo “terapeutico”, o in ogni caso utile a chi voglia comprendere più a fondo il mondo che vive, nell’idea che possa essergli utile singolarmente come individuo.

Alcuni punti esposti nel libro sono particolarmente interessanti:

  • come esposto anche in questa intervista a radio Rai 3, catarsi può anche voler dire mimesi, soprattutto quando si parla di arte. Ventura parla di una generale sottovalutazione dell’impatto dei “segni” nella nostra società. Rappresentare un qualcosa, spettacolarizzarlo, potrebbe essere catartico, ok, ma potrebbe anche produrre comportamenti di “mimesi”, cioè di involontaria adesione a un certo modo di vedere la realtà o di pensarla: per raccontare questo Ventura usa il problema fake-news e la spettacolarizzazione della violenza tramite l’uso di social network: un uso dei “segni”, insomma, di fatto potenzialmente nocivo, in grado di “toccare” il cittadino che vi si imbatta, alimentando escalation di aggressività o paranoia. Nell’intervista prima citata Ventura descrive il problema del “confine permeabile” tra spettacolo e reale, intorno al quale spesso notiamo movimenti osmotici (il reale che entra nello spettacolo, come la politica -spettacolarizzata-, ma anche lo spettacolo che entra nel reale -pensiamo agli effetti del cyberbullismo o al proliferare di idee definibili “deliroidi” tramite fake news e cattiva informazione -complottismi, regressioni a posizioni pre-scientifiche, etc.)
  • Ventura usa la piramide dei bisogni di Maslow per ragionare su quanto in effetti il problema di oggi non necessariamente coincida con l’accesso alle risorse “di base”. Il problema della classe media (perchè in ultima analisi è questa, credo, il target/lettore di Ventura), andrebbe ricercato in un bisogno insoddisfatto di riconoscimento in termini di posizione sociale e “amor proprio”: l’autore descrive la “guerra di tutti” come una guerra scaturita da un bisogno di riconoscimento simbolico insoddisfatto, ancor più potente, in termini di “sofferenza” prodotta, di un eventuale limitato accesso alle risorse “di base”. In un certo senso, è come se (e questa tesi già la argomentava nel suo libro precedente), con il frigo pieno, il problema di “affermazione” della classe media si fosse elevato a un ordine superiore, divenendo un problema di riconoscimento di “status”, ora mediato dell’accumulo di quelli che Ventura chiama “beni posizionali” (sempre più prestigiosi titoli di studio, master accumulati, esperienze in grado di “sancire” l’appartenenza a una certa fascia sociale, etc.)
  • con “guerra di tutti”, Ventura definisce lo “stato di natura” teorizzato da Thomas Hobbes, ovvero uno stato di conflitto “tutti contro tutti” con la politica e la società stessa aventi la funzione di “freno” (permanente e costantemente da ricalibrare). La società, Ventura scrive, ha da sempre avuto la funzione di governare, sublimandola, questa guerra totale. Al momento attuale la situazione è, a quanto sembra, quella di un temporaneo spaesamento di intere fasce della popolazione, delegittimate nei propri sogni traditi e soprattutto non riconosciute, rappresentate da una classe politica funzionante insieme in modo catartico (sfogando paura e xenofobia) ma anche in modo tale da aizzare quelle stesse paure, alimentandole (si veda questa intervista). Ventura parla del Movimento 5 stelle come dell’”ariete” arrivato a sovvertire il sistema (riferendosi, per esempio, al Vaffanculo Day), e della Lega di Salvini giunta a riempire il vuoto creatosi, di fatto entrambi portavoce dello stesso bisogno -espresso in modo più o meno consapevole da un enorme bacino di persone-, di essere rappresentati e riconosciuti, come in un gioco di specchi.
  • la rabbia eccessiva richiede proiezioni esterne, il creare dei nemici (immaginari o meno) contro cui sfogarla e grazie ai quali “triggerarla”: Ventura descrive una progressiva paranoicizzazione della società italiana, sul modello di quella americana, storicamente orientata a trovare nemici altrove, esterni a sé. Il problema di fondo, tuttavia, rimarrebbe dal suo punto di vista il senso di “disagio” generazionale e di delusione per una crescita economica che si sperava eterna, costante, di fatto oggi rivelatasi impossibile, non più sufficiente a fornire un parametro con il quale misurare una propria “identità sociale”.

Il libro di Raffaele Alberto Ventura è stato tacciato di pessimismo o negativismo: insieme al precedente Teoria della Classe Disagiata (del quale si configura come ideale proseguo o “secondo volume”) è invece un tentativo di “allargare il campo” di pensiero, complessificando il problema dell’oggi senza giungere a una reale soluzione per fuoriuscirne (cosa che spesso gli si chiede: di fornire una risposta). L’obiettivo sembra quello, qui, di “decostruire”, più che non di fornire risposte, tentando insieme di montare una “cornice di significato” che possa rendere più comprensibile un presente difficile da interpretare e velocissimo, trainato dal progresso tecnologico, con la classe politica “ a seguire”. Catartico come uno specchio.

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22 May 2019

Psicopatologia Generale e Disturbi Psicologici nel Trono di Spade

disturbi psicologici nel trono di spade

di Luca Proietti

Quali sono i disturbi psicologici nel Trono di Spade (GoT)? Se i personaggi entrassero nello studio di uno psichiatra, con quali diagnosi ne uscirebbero?  Joffrey e Ramsay Bolton avrebbero la stessa ? Quali sono le dinamiche psicologiche sottese agli intrighi politici di GoT?

Sia appassionati (Maltese, 2018), sia veri e propri professionisti psichiatri (Velásquez et al., 2017) e psicologi (Honda, 2017) hanno detto la loro.

Una premessa prima di vedere i disturbi psicologici nel Trono di Spade 

Molti dei personaggi impegnati nei giochi di potere sembrano possedere tratti narcisistici e antisociali di personalità: tendenza alla manipolazione, desiderio di dominio sugli altri, scarsa empatia e rimorso. Tali aspetti sono dovuti in parte anche al contesto socioculturale e all’ambientazione della serie: ho cercato quindi di evidenziare le caratteristiche che differenziano ciascun personaggio.

Joffrey Baratheon: Disturbo Antisociale di Personalità con tratti sadici.

Joffrey Baratheon disturbi psicologici nel trono di spade

L’Antisociale non ha coscienza delle norme sociali, è impulsivo, violento, privo di rimorso ed empatia, manipola e sfrutta gli altri, curandosi solo dei propri interessi. L’unica reazione umana che possiamo trovare in lui è quella della paura. Joffrey, inoltre, trae piacere dal sottomettere, umiliare e far soffrire gli altri, indicatori di una forte componente sadica (Millon, 2011). Sarebbe più corretto diagnosticare un Disturbo della Condotta (Honda in psicologia applicata, 2017) con mancanza di empatia e rimorso (APA, 2014) e aspettare i 18 anni per diagnosticare un disturbo antisociale, ma data la sua simpatia possiamo fare uno strappo alla regola.

Ramsay Bolton: Psicopatia e Disturbo Sadico di personalità, la creme dei disturbi piscologici nel Trono di Spade

Ramsay Bolton disturbi psicologici nel trono di spade

In Ramsay, oltre a tutte le virtù di Joffrey, troviamo l’impossibilità di provare paura e ansia, tratto distintivo di una forma più grave del disturbo antisociale, la Psicopatia. (Kernberg 1998 in Gabbard, 2015, p 520). Ramsay trae così tanto piacere dall’infliggere sofferenza agli altri da meritarsi un Disturbo Sadico di Personalità e Disturbo di Sadismo Sessuale (Oldham, & Morris, L. 2000, APA, 1991) (Honda in psicologia applicata, 2017).

Cersei Lannister: Narcisismo dalla pelle spessa (Rosenfeld, 1987) – Narcisismo maligno (Kernberg, 1987)

Cersei Lannister: disturbi psicologici nel trono di spade

Competitiva, assorbita da fantasie di potere illimitato, invidiosa, convinta della propria superiorità, arrogante, con scarsa empatia, costruisce relazioni finalizzate al raggiungimento dei propri interessi.  Capace di rabbia furiosa, impermeabile alla critica, Cersei presenta le caratteristiche del Narcisismo dalla pelle spessa (Rosenfeld, 1987): tipici sono la sua reazione di diniego alla sconfitta (8×05) e l’abuso alcolico. Tratti di sadismo egosintonico e un orientamento paranoide costante la collocano nella dimensione del Narcisismo maligno, disturbo che si situa tra quello Narcisistico e l’Antisociale: da quest’ultimo la distinguono una certa capacità di lealtà e di preoccuparsi per i propri cari (Gabbard, 2015, p 520).

Daenerys Targaryen: Narcisismo dalla pelle sottile (Rosenfeld, 1987)Daenerys Targaryen disturbi psicologici nel trono di spade

Certa di essere destinata a regnare sul trono di spade, è pronta a tutto pur di arrivare al suo obiettivo (Velásquez in Repubblica, 2017). Rispetto a Cersei (Narcisismo dalla pelle spessa), però, è sensibile alla critica, per questo appare più attenta alle reazioni e il tradimento degli altri, da cui può essere facilmente ferita. Se le ostacolate morirete in ogni caso: Cersei però vi giustizierà senza il minimo turbamento, mentre Daenerys avrà un duro colpo per la propria autostima; è la differenza che passa tra l’essere decapitati e abbrustoliti. Affascinanti e seduttivi a prima vista, col tempo i narcisisti tendono a risultare sgradevoli, arroganti e manipolativi (E. Brummelman, 2016), vero Dany?? Nello scontro con gli estranei, la vediamo tesa, invano, alla ricerca dell’impresa grandiosa di sconfiggere il Night King, tanto da trascurare i suoi soldati.

Qui avevamo parlato del narcisismo e qui della sua lettura psicodinamica

In questo articolo ho descritto le differenze tra i differenti tipi di Narcisismo, la Sociopatia e la Psicopatia (link).

La Follia di Daenerys: Disturbo Delirante con tematiche grandiose e persecutorie

Prendete un disturbo narcisistico di personalità grave, infrangete le sue fantasie di grandezza, aggiungete una spruzzatina di predisposizione famigliare e otterrete uno scompenso psicotico. Il tradimento dei suoi consiglieri, del suo amato e il rifiuto sessuale di questo fanno divampare la psicosi (famigliare).  Sentendosi negata la legittimità della sua sovranità, abbandonata e tradita da tutti, il massimo a cui può aspirare è di “essere temuta”. L’aggressività di Daenerys è secondaria (rabbia narcisistica), una reazione alla mancata gratificazione dei propri bisogni di riconoscimento e grandiosità (Kohut, 1971 in Gabbard, 2015, p 487). Daenerys sviluppa quello che si chiama Episodio Psicotico Breve, e, se dura più di un mese, Disturbo Delirante. In termini forbiti è un Deliroide di rivendicazione ideologica (politica, di riforma e di giustizia) caratterogeno, sviluppatosi cioè in una personalità malata (G. de Clérambault, 1942).

Bran Stark: Disturbo Schizotipico di Personalità.

Bran Stark disturbi psicologici nel trono di spade

Le personalità Schizotipiche presentano distacco sociale, inibizione affettiva ma anche alterazioni della percezione corporea, convinzioni che la realtà sia piena di messaggi indirizzati a loro, esperienze insolite di chiaroveggenza o telepatiche, pensiero magico, linguaggio bizzarro, metaforico, iperelaborato o stereotipato e possono presentare deficit nei movimenti oculari. Come Bran, possono manifestare episodi psicotici transitori, con allucinazioni visive, uditive (voci) e corporee fino a sviluppare il convincimento di essere in contatto con un essere superiore o di esserne controllato (Delirio di influenzamento). Il disturbo schizotipico di personalità è una versione attenuta della schizofrenia (Gabbard,2015), quest’ultima in Bran è da escludere perché nell’ultima puntata lo troviamo ringalluzzito, si fa per dire, con un buon funzionamento lavorativo, e senza sintomi residui.

Jon Snow: Dubbio patologico

Jon Snow disturbi psicologici nel trono di spade

“L’amore è la morte del dovere”

Alterna all’insicurezza e alla bassa autostima momenti di risolutezza e coraggio: per questo non è verosimile che abbia un Disturbo Evitante di Personalità (Velásquez in Repubblica, 2017). L’apparente evitamento di Jon è conseguenza infatti della sua indecisione cronica, desideroso di dare il proprio contributo è, però, sempre combattuto tra due o più scelte da intraprendere: “Tu non sai niente Jon Snow”. Immerso nei propri pensieri, è lentissimo nel prendere decisioni, di cui puntualmente si pente, ma è anche leale, riconoscente, premuroso e si sforza di essere rispettoso. Sono i tratti tipici di una particolare personalità ossessiva (Gabbard, 2015): l’Insicuro Cronico (Nardone, 2013). Jon, come la maggior parte degli insicuri cronici, è affetto da un Disturbo Ossessivo-Compulsivo che si chiama Dubbio patologico. Dubita costantemente delle proprie risorse, tendendo a sopravvalutare quelle degli altri e le difficoltà. Quindi chiede consigli e rassicurazioni riguardo alle decisioni, poi mette in atto in maniera parziale entrambe le alternative, ottenendo, armato delle migliori intenzioni, spesso risultati disastrosi.  La necessità di essere rassicurato lo porta a instaurare legami di dipendenza nei confronti delle partner, delle sorelle Stark, dei corvi, di Samwell Tarly e di coloro che percepisce come sicuri. Il risultato è che, spesso, non è in grado di imporre il proprio pensiero e si fa influenzare dalle aspettative degli altri. Chiede a Daenerys il permesso di rivelare a Sansa e Arya di essere un Targaryen, questa le dice di no, e poi lo fa lui lo stesso. Non più innamorato rimane fedele alla regina dei draghi troppo a lungo: Jon, il casino della 8×05 è anche un po’ colpa tua.

Tyrion Lannister: Disturbo Istrionico di Personalità

“Il dovere è la morte dell’amore”

Eccentrico, spiritoso, teatrale, è anche compassionevole e umano. Tyrion, consapevole dei propri limiti, non ha bisogno di essere riconosciuto quale superiore agli altri, ma vuole attirare la loro attenzione, risultare divertente ed essere apprezzato.  Sono queste istanze che lo spingono a rinnegare la sua famiglia per servire la casa Targaryen; nel suo parricidio osserviamo il dispiacere, non la rabbia tipica del narcisista. La dipendenza da alcol, e la depressione lieve (demoralizzazione e inibizione sessuale) che sviluppa nell’ottava stagione sono di frequente riscontro negli istrionici.

Sandor Clegane: Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD)

disturbi psicologici nel trono di spade

Indubbiamente un PTSD: presenta flashback, ricordi intrusivi, e condotte di evitamento nei confronti del fuoco. In diverse occasioni ha dimostrato empatia e rimorso, uccide per lavoro, non per trarne godimento come suo fratello.

Theon Greyjoy: Disturbo Dissociativo

Theon Greyjoy disturbi psicologici nel trono di Spade

Diviene sottomesso e accondiscendente per salvarsi la vita, reazioni tipiche della Sindrome di Stoccolma (Honda in psicologia applicata, 2017). Le torture e vessazioni di Ramsay Bolton lo portano a sviluppare un disturbo postraumatico con preponderanti sintomi dissociativi: sviluppo di una personalità secondaria (Reek). Uscito dalla situazione di stress, scompaiono la personalità secondaria e i sintomi del PTSD, mentre rimangono segni di depersonalizzazione e ottundimento affettivi. Il DSM 5 nel Disturbo Dissociativo non altrimenti specificato comprende stati dissociativi che si manifestano in persone sottoposte a periodi di persuasione coercitiva o torture prolungate e intense (APA, 2014).

Gregor Clegane: Disturbo Neurocognitivo non altrimenti specificato, in Disturbo Sadico di Personalità.

Indubbiamente un sadico, ha sviluppato un Disturbo Neurocognitivo in seguito all’ avvelenamento. Presenta infatti una compromissione del linguaggio, ma sarebbe necessaria una visita più approfondita (io non gliela farei) per individuare altre funzioni cognitive deficitarie, e stabilire la gravità del D. Neurocognitivo, anche se probabilmente un genio non lo è mai stato.

Jaqen H’ghar: Psicoterapeuta

Jaqen H’ghar disturbi psicologici nel trono di spade

Insegna abilità concrete ad Arya, è in grado di adattarsi e “cambiare in continuazione rimanendo sempre lo stesso” e di “vincere senza combattere”, caratteristiche dell’abile psicoterapeuta (Nardone & Balbi, 2008). Lontano dall’approccio psicoanalitico, ricorre a un linguaggio ipnotico, ambivalente, evocativo, veicola con metafore e analogie ristrutturazioni terapeutiche, prescrizioni paradossali o comportamentali: è il prototipo dello psicoterapeuta di stampo ericksoniano e breve strategico. Bravo anche a valorizzare le risorse e il percorso di Arya, mettendosi poi in secondo piano: tutti sanno che è anche grazie a lui se gli Estranei sono stati vinti, ma non se ne fa mai menzione esplicita.

Arya Stark

Arya Stark disturbi psicologici nel trono di spade

Dapprima mostra tratti paranoidi di personalità, quali sospettosità e diffidenza; vendicativa, è pronta a dubitare di chiunque (Velásquez in Repubblica, 2017);  in seguito al percorso con Jaqen H’ghar mostra una personalità più sana e flessibile. È il personaggio che cambia di più nel corso della serie: mostra una buona capacità di adattamento, come coloro che hanno compiuto un buon percorso di psicoterapia.

Jaime Lannister: Dipendenza affettiva (Kernberg, 1995)

Personaggio nel complesso positivo, migliora dopo il trauma dell’amputazione della mano e accanto a Brienne; dotato di valori e principi umani, questi passano in secondo piano solo quando sono inconciliabili con il suo amore patologico per Cersei, non sembra avere altri disturbi.

I disturbi psicologici nel trono di spade: Lord Varys e Petyr Baelish

Una diagnosi di Disturbo Narcisistico di Personalità sarebbe sbrigativa e probabilmente imprecisa. Sebbene presentino comportamenti e modalità relazionali analoghe, quali la tendenza a manipolare gli altri, sono tra loro molto diversi. Vediamo cosa li differenzia:

Varys: Disturbo Machiavellico di Personalità

Lord Varys disturbi psicologici nel trono di spade

È più umano, empatico, con un buon controllo degli impulsi, dotato di grande intelligenza, è capace di capire le virtù e le debolezze altrui, di pianificare e concentrarsi su obiettivi a lungo termine. Compie talvolta azioni antisociali, ma con la convinzione di star perseguendo un bene superiore: per lui un fine nobile, giustifica qualsiasi mezzo. Sono tipici tratti Macchiavellici (Lamenteemeravigliosa, 2018), in parte sovrapponibili, ma differenti, da quelli del Narcisista e dell’Antisociale (Paulhus D, & Williams K M, 2002).

Baelish: Disturbo Antisociale di Personalità

Baelish dito corto- disturbi psicologici nel trono di spade

Bugiardo spudorato, anempatico, inventa menzogne e manipola gli altri solo per i propri interessi, dotato di una minore intelligenza sociale e capacità di pianificare a lungo termine di Varys, sono i tratti di un Disturbo Antisociale di Personalità, privo dei tratti propriamente sadici di Joffrey e Ramsay.

Varys è intelligente e muore per un supposto fine nobile, Baelish un po’ meno, e muore imprigionato dalle trame che lui stesso ha ordito.

Sansa Stark: Episodio Depressivo Maggiore Lieve

Sansa Stark disturbi psicologici nel trono di spade

Ammesso che sia affetta da un disturbo vero e proprio, la sua diagnosi è sicuramente tra le più difficili. Spesso maltratta e sottomessa, si potrebbe pensare a un Disturbo Masochistico di Personalità (Maltese, 2018) tuttavia, sempre a rilento, ma alla fine reagisce e si libera dalle situazioni che la vedono sottomessa. Se leggiamo il suo personaggio in quest’ottica, lenta nel reagire agli stimoli, spesso cupa e pessimista, con una buona dose di rabbia repressa, fredda e distaccata nelle relazioni intime, possiamo ipotizzare un Episodio Depressivo Maggiore lieve-moderato. I suoi comportamenti sono conseguenti a un traumatismo multiplo cronico, che è stato visto essere alla base dei disturbi depressivi. Inoltre, individui predisposti a tali disturbi tendono a porsi in ambienti ad alto rischio (Kendler et al., 1999 in Gabbard, 2015, p 218), ciò spiegherebbe perché si sia ritrovata più volte in situazioni traumatiche. Sophie Turner, l’attrice che interpreta Sansa, ha dichiarato di aver sofferto di depressione (Huffingtonpost, 2019) quasi come se attrice e personaggio si siano vicendevolmente influenzate.

Jorah Mormont: Dipendenza affettiva (Kernberg, 1995)Jorah Mormont disturbi psicologici nel trono di spade

Leale, anche quando ciò gli comporta danni, fino al sacrificio della propria vita; non può vivere se non sottomesso a Daenerys. Caratteristiche di un Disturbo Dipendente di Personalità (Velásquez in Repubblica, 2017)? Oppure i segni di una Dipendenza affettiva come quella di Jaime, data l’insostituibilità di Daenerys e l’assenza di altre dipendenze.

Aerys II Targaryen: Disturbo Bipolare 1 con Sintomi psicotici

Aerys II Targaryen disturbi psicologici nel trono di spade

Il re folle. Descritto come generoso, risoluto ma irascibile. Finisce prigioniero in seguito a comportamenti a rischio con “un alto potenziale di conseguenze dannose” (Criterio diagnostico, APA,2014), poi colto dalla rabbia distrugge e trucida membri di casate coinvolte nella sua cattura, nel frattempo sviluppa deliri persecutori e megalomanici (è convinto di essere immune al fuoco), fobie, ossessioni e piromania. La gravità e il tipo dei sintomi psicopatologici, il cambiamento completo della sua personalità e del suo funzionamento socio-lavorativo, fanno pensare all’esordio di un Disturbo Psicotico maggiore, probabilmente un Disturbo Bipolare di tipo 1. La somiglianza dei sintomi e la famigliarità pongono il dubbio che dell’esordio di tale Disturbo anche in Daenerys

RINGRAZIAMENTI: Cecilia Della Penna (Editing e Revisione finale),  Laura Capobianco (revisione tecnica), Giulia Giordani (consulenza trama), Marco Magagnoli (consulenza tecnica).


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BIBLIOGRAFIA

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Gabbard G., “Psichiatria psicodinamica” quinta edizione basta sul DSM-5, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015

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7 May 2019

SOSTANZE PSICOTROPE E INDUSTRIA DEL MASSACRO: LA MODERNA CORSA AGLI ARMAMENTI FARMACOLOGICI


di Andrea Escelsior, medico, specializzando in psichiatria, Università di Genova

Recensione: “Shooting up. Storia dell’uso militare delle droghe” di Łukasz Kamieński (Edizioni UTET, 2017; 566 pagine)

Il libro è degno di nota per diverse ragioni. Innanzitutto l’argomento. Come ricorda l’autore, nonostante esistano diverse opere storiografiche sulla droga, sono pochi quelli che tattano nello specifico l’uso militare. In secondo luogo, è un libro che può interessare di chi si occupa di salute mentale. Mi spiego meglio. Anche solo nello sfogliare casualmente le pagine vi imbatterete in numerose citazioni, molte di soldati, i protagonisti di questa tragica epopea, che vi metteranno in un contatto non mediato, umano ed emotivo, con la realtà della tossicodipendenza al fronte; è inoltre possibile apprezzare dettagli storici e tecnici inerenti gli specifici agenti psicofarmacologici utilizzati e le case farmaceutiche coinvolte nella produzione.

L’utilizzo di sostanze psicotrope è stato attivamente sostenuto da stati, gruppi paramilitari o terroristici a fini medici o cosmetici (indurre il potenziamento di funzioni ritenute utili quali aggressività, resistenza allo sforzo, attenzione ecc.). Già nel 1546 il naturalista francese Pierre Belon scrisse: “i soldati turchi mangiano l’oppio perché pensano che diventeranno più valorosi e avranno meno orrore dei pericoli della battaglia”. Questo ha riguardato ogni classe di droghe, con sfumature ed atteggiamenti differenti, come dimostrato ad esempio dai cannabinoidi, largamente utilizzati durante la Guerra coloniale anglo-zulu (1879) dai soldati zulu per incrementare la forza e l’aggressività, ma proibiti durante la Campagna d’Egitto (1798-1801) nell’esercito francese dall’ordinanza anti hashish di Napoleone “mirata a evitare che l’esercito si riducesse a un maldestro «ammasso di scarafaggi»”.

Ma solo a partire dallo sviluppo della grande industria l’uso di sostanze psicotrope a scopo bellico ha assunto dimensioni di massa. Un esempio paradigmatico in questo senso è quello del Pervitin, un derivato amfetaminico prodotto in Germania a partire dal 1938. Il Pervitin ebbe un ruolo non indifferente nella conduzione della tattica militare del Blitzkrieg, che si fondava sulla capacità dell’esercito di compiere movimenti rapidi e di lunga portata. Il costo umano di questa operazione farmacologica fu elevato. Le dosi del farmaco distribuite erano di solito direttamente proporzionali all’importanza delle operazioni svolte, a seguito delle quali i soldati potevano presentare gravi ricadute depressive legate all’assunzione. Entro pochi anni, per le strade della conquistata Grande Germania si trascinavano schiere di tossicodipendenti di Stato, una parte dei quali furono internati nei manicomi del Reich a seguito degli effetti collaterali psicotomimetici. Esemplificativo del rapporto che il soldato aveva con il Pervitin e di come questo venisse utilizzato per sopportare orrori e fatiche altrimenti insopportabili è dato da questa lettera spedita ai genitori nel 1939 dalla Polonia occupata da un giovane Heinrich Böll, futuro Premio Nobel per la letteratura: “È dura quaggiù, e spero capirete se riesco solo a scrivervi ogni due-quattro giorni. Oggi vi scrivo soprattutto per chiedervi del Pervitin […] Con affetto, Hein”.

Una sfumatura particolare dell’uso “istituzionalizzato” delle sostanze psicotrope è fornito dalle recenti guerre civili africane; nelle quali i soldati, spesso bambini, vengono indotti alla tossicodipendenza, per essere più facilmente portati ad uccidere e controllati attraverso il ricatto dell’astinenza. Tale tecnica è stata indifferentemente utilizzata da varie fazioni, sia governative che ribelli. Una testimonianza particolarmente indicativa è quella fornita da Ishmael Beah, ex bambino soldato delle milizie ribelli (RUF) durante la guerra civile in Sierra Leone (1991-2002): “Dopo aver camminato per ore, ci fermavamo soltanto per mangiare sardine e carne sotto sale con gari (manioca), sniffare cocaina, brown-brown, e mandar giù qualche pasticca bianca. La combinazione di droghe ci faceva sentire pieni di energia e fieri di noi stessi. L’idea della morte non ci sfiorava nemmeno, e uccidere era diventato facile come bere un bicchier d’acqua. Dopo la prima volta non solo si era spezzato qualcosa nella mia mente, ma mi sembrava anche di aver perso la capacità di provare rimorso.” Solomon F., ex bambino soldato durante la guerra civile in Liberia, fornisce una testimonianza analoga: “[…]erba, sigarette, dugee (compresse), cookis (compresse ridotte in polvere) […] Te le danno ogni volta che devi andare al fronte. Bisogna fare qualcosa perché uccidere qualcuno non è una bella sensazione. Le droghe ti servono per aver la forza di uccidere”

Al di là degli usi “istituzionalizzati”, è da sempre invalsa l’abitudine ad un consumo voluttario da parte dei combattenti, come tossicodipendenza acquisita a seguito dell’uso medico di sostanze psicotrope o per lenire le immani sofferenze fisiche o morali derivanti dal conflitto. Gli effetti sociali devastanti di tale consume si evidenziano in particolare quando i conflitti assumono il carattere della mobilitazione di massa. La Guerra Civile Americana (1861-1865), primo esempio storico in tal senso, fu infatti caratterizzata per l’abuso di morfina da parte dei soldati. Spesso l’abuso di morfina seguiva all’utilizzo di tipo medico, molto significativo in proporzione al vasto numero di feriti. Il poeta Walt Whitman, che prestò servizio come portaferiti nella zona di Washington descrive così il contesto di quelle retrovie in cui molti soldati feriti venivano spesso per la prima volta a contatto con la morfina: “Ce ne sono parecchi. Se ne stanno lì[…]in uno spazio aperto in mezzo al bosco, tra i 200 e i 300 poveretti – i gemiti e le urla – l’odore di sangue, mescolato al fresco profumo della notte, dell’erba, degli alberi – quel mattatoio!”.

Gerald Starkey nel 1971 quantificherà in circa 400.000 il numero giovani veterani di guerra dipendenti dalla morfina nel 1865. Su tale collegamento tra guerra di massa e tossicodipendenza invitò a riflettere Jeanette Marks, professoressa di Yale già nel 1915 scrivendo, nell’articolo “The Couse of Narcotism in America – A Reveille” sull’American Journal of Public Health: “Sapevate che praticamente tutte le famiglie storiche americane che hanno mandato uomini alla guerra civile hanno avuto i loro problemi di tossicodipendenza? Sapevate che era chiamata malattia del soldato per la sua diffusione? Sapevate che con la guerra che incombe su di noi, il demone della droga si trasformerà in un gigante ancora più spaventoso di quello attuale?”. Era l’alba della Prima Guerra Mondiale, e a posteriori questa ipotesi non può che dirsi tragicamente confermata. L’aritmetica del massacro mostrerà infatti come alla crescita delle forze produttive corrisponderà una aumento della capacità della mobilitazione ai fronti, decuplicando così i feriti, i morti, e di un nuovo esercito senza nazione di soldati divenuti tossicodipendenti per porre un argine sottile all’insopportabile orrore della guerra, che paiono muoversi in uno stretto limbo tra la morte e la vita.

A tal proposito particolarmente indicativa è la testimonianza di Takushima Norimitsu, soldato giapponese nel 1944 che, ad un anno dalla sua morte, scrive: “È difficile sperare nella gloria del ritorno dal campo di battaglia. Credendo che cadere sul campo di battaglia come una goccia di rugiada sia una scorciatoia per l’eternità, e non avendo alcuna garanzia di essere vivo l’indomani, mi sembra molto umano bere qualcosa, ubriacarsi e cantare canzoni con passione. Nessuno potrebbe ridere di un tale comportamento.”

Le guerre più recenti non faranno eccezione. Gonzalo Baltazar, soldato semplice durante il conflitto in Vietnam (1955-1975) scrive: “Tutti in Vietnam bevevano come spugne, e ogni occasione era buona per bere fino a diventare scemi. Noi della fanteria eravamo tutti una massa di alcolizzati”. Igor Koval’chuk, veterano sovietico della guerra in Afghanistan (1979-1989), sottolinea invece con queste parole la necessità di assumere sostanze psicotrope per corrispondere alle aspettative disumane richieste dal conflitto: “È meglio se entri in azione strafatto – ti trasformi in un animale”. L’atteggiamento degli stati rispetto a tali fenomeni di consumo voluttuario alternava il più o meno esplicito avallo alla proibizione. Generalmente è presente una doppia morale, per la quale ciò che veniva consentito ai soldati era proibito ai civili, con la rara eccezione del Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale, durante la quale il Paese passò dall’avere restrizioni tra le più severe al mondo allo sponsorizzare apertamente l’uso di stimolanti tanto nei soldati quanto tra i lavoratori, allo scopo di incrementare la produttività industriale.

Molto interessanti sono poi gli aspetti di uso economico-politico della droga descritti nel libro. Infatti, le droghe sono state storicamente utilizzate come strumento di asservimento economico e fonte di profitto o di offensiva politica, come nei casi delle guerre dell’oppio, dell’occupazione giapponese della Cina, dei talebani nella guerra tra Afghanistan ed Unione Sovietica o nel caso dei gruppi narcoguerriglieri quali quelli sudamericani. Le sostanze psicotrope sono state inoltre studiate quale arma militare propriamente detta, come ad esempio testimoniato dagli esperimenti sull’LSD durante la Guerra Fredda.

Nelle ultime pagine del libro viene descritto come il tentativo di sviluppare armi farmacologiche per l’utilizzo bellico sia tutt’ora in corso. In questo senso il libro invita a riflettere su come la attuale escalation agli armamenti da parte di tutte le grandi potenze comprenda una corrispondente escalation psicofarmacologica. Gli uomini, in quanto ingranaggi del macchinario bellico, paiono infatti dover garantire standard di efficienza pari a quelli delle attrezzature utilizzate.

Di fronte a questi dati è difficile sottrarsi dall’amara sensazione che questo libro, con le sue 566 pagine, non sia che un primo capitolo.

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12 April 2019

DUE PROSPETTIVE PSICOANALITICHE SUL NARCISISMO


di Matteo Respino

In questo pezzo descriviamo brevemente l’approccio di due Autori, entrambi fondamentali nel contesto psicoanalitico, al concetto di disturbo narcisistico. Dalle posizioni differenti di Kohut e di Kernberg circa tale questione nacque una controversia che offre l’occasione di riassumere, in maniera semplice, alcuni degli aspetti fondamentali della psicologia del sé (Kohut) e della teoria delle relazioni oggettuali (Kernberg). Sebbene molto sia stato scritto e detto circa tale diatriba, utilizziamo come riferimento e riassumiamo le idee espresse in un interessante libro chiamato “The Psychoanalytical Model of the Mind” di E. Auchincloss, a proposito di tale questione.

Innanzitutto, entrambi gli Autori concordano nel ritenere il disturbo narcisistico di personalità come caratterizzante individui invidiosi, preoccupati da fantasie di successo o di potere, in costante ricerca di attenzione, che si aspettano di esser visti come speciali o superiori, arroganti e carenti di empatia. Nel contesto della psicologia del sé, il disturbo narcisistico viene concettualizzato come una problematica generata dalla mancata maturazione di qualcosa già presente in età infantile e chiamato “Sé grandioso”. Facciamo un breve passo indietro: il Sé, in generale, sarebbe il nucleo dell’esperienza, ciò che gli fornisce continuità e coesione. Il “Sé grandioso” sarebbe invece una componente del Sé che, tipicamente nell’infanzia, racchiude la spinta dell’individuo all’affermazione, al potere, al riconoscimento. Normalmente, secondo Kohut, il “Sé grandioso” dell’infanzia matura grazie alla validazione offerta, dal caregiver, ai traguardi ed in generale al bisogno di riconoscimento del bambino. Sempre in tale contesto metapsicologico, il disturbo narcisistico sarebbe legato ad una carenza di tale maturazione. Il soggetto cercherebbe pertanto molto intensamente quella validazione che non ha trovato in principio, ed in sua assenza sperimenterebbe una “rabbia narcisistica” legata al tentativo di conservare un senso sufficiente di integrità del Sé. Qui, il ruolo del terapeuta è quello di consentire l’emergere dei bisogni primitivi di validazione del paziente nel contesto della relazione terapeutica. Tale riconoscimento empatico giocherebbe un ruolo importante soprattutto in fase iniziale, mentre la gestione della frustrazione del paziente, inevitabile nelle fasi successive, consentirebbe la maturazione del Sé grandioso.

Kernberg non concettualizza invece il disturbo narcisistico come derivante da un difetto di maturazione del Sé infantile, quanto piuttosto come un disturbo legato all’emergere di una nuova struttura chiamata “Sé grandioso patologico”. In tale ottica il “Sé grandioso patologico” è fondamentalmente una difesa dalla dipendenza. Poiché il soggetto non riesce a integrare aspetti buoni e aspetti cattivi degli oggetti/delle altre persone, quando si trova in una condizione di percepita dipendenza, precipita in una posizione paranoide e di ansia persecutoria. Similmente all’approccio precedente, anche qui il terapeuta è supposto facilitare l’emergere del “Sé grandioso patologico” nel transfert della relazione terapeutica, ma in questo caso il lavoro centrale consisterebbe nell’interpretazione delle difese del paziente dalla dipendenza, nello sforzo di fargli comprendere quanto le sue paure paranoidi dipendano dalla sua stessa aggressività verso gli altri.

Come sottolinea la Auchincloss, nonostante le differenze, l’uso di tali approcci teorici e pratici avviene spesso, ovviamente, in maniera combinata. Ad esempio, un lavoro più orientato empaticamente ai bisogni di validazione del soggetto potrebbe essere molto adeguato inizialmente, quando la fiducia nel terapeuta è ancora da costruire, mentre interventi più interpretativi che confrontino l’aggressività propria del paziente potrebbero essere più adeguati in una fase successiva.

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18 December 2018

ACTING OUT ED ENACTMENT: UN ESTRATTO DAL LIBRO RESISTENZA AL TRATTAMENTO E AUTORITÀ DEL PAZIENTE – AUSTEN RIGGS CENTER

di Raffaele Avico

Questo libro esce tradotto in italiano grazie al lavoro di Matteo Biaggini, afferente al gruppo di lavoro della struttura terapeutica Il Porto di Moncalieri (TO). Il Porto di Moncalieri da sempre usa riferimenti stranieri per ispirare il lavoro che in esso, attraverso il lavoro dei suoi curanti, conduce: in particolare, i due riferimenti sono il Cassel Hospital di Londra, diretto a suo tempo da R.D. Hinshelwood, e l’Austen Rigg Center, nello stato del Massachusetts, probabilmente il luogo con la nomea di “migliore” struttura al mondo per pazienti cosiddetti “resistenti al trattamento”, “borderline gravi”, “doppia diagnosi”, ovvero pazienti che soffrono di problematiche non strettamente psicotiche ma portatori di complessi quadri psicopatologici in cui convergono disturbi di personalità gravi, aspetti o tratti psicotici in seno a dipendenze plurime e protratte e gravi difficoltà di reinserimento per via di disturbi da “esternalizazione” (problemi nella gestione dell’impulsività, antisocialità, autolesionismo).

Il libro è stato scritto dagli operatori della struttura e da alcuni studiosi orbitanti intorno allo staff che vi opera: la prefazione è di Otto Kernberg (ne abbiamo scritto qui), probabilmente il più importante studioso vivente del cosiddetto disturbo di personalità borderline, così come dei disturbi “narcisistici”. In Italiano, invece, la prefazione è affidata ad Antonello Correale, che si spende in un ragionamento inerente i concetti che fanno da cifra a tutto il libro: la questione della democrazia in comunità (intesa come micro-società, con i suoi rischi di deriva autoritaria e lo stile di “governo” di questa stessa società), la questione della responsabilizzazione degli utenti, la leadership e la questione della “ripetizione” (centrale in ambito psicoanalitico, legata alla questione del ritorno del simile, la “coazione a ripetere” gli stessi tragitti di pensiero, le stesse dinamiche intra e interpsichiche).

Rappresenta insomma, questo volume, un prezioso contributo per chiunque voglia approfondire da un punto di vista psicoanalitico ciò che accade in una struttura terapeutica (nel suo esempio probabilmente più autorevole ed alto).

Uno dei contributi portati, è il secondo capitolo, intitolato Dall’Acting out all’Enactment nei Disturbi Resistenti al Trattamento (di M. Sagman Kayatekin, MD, e Eric M. Plakun, MD).

Questo capitolo vuole porre in luce una questione importante laddove il lavoro si svolga con pazienti con difficoltà di controllo dell’impulsività, e che eccedano nell’”acting out” arrivando, come spesso accade nei quadri complessi di personalità, a vere e proprie rotture (sia di oggetti, che di relazioni -con operatori, curanti, compagni di percorso, etc.). L’acting out è il ricorso all’azione (il “passaggio all’atto”) come momento ultimo di un percorso di tentata elaborazione di vissuti emotivi, che poi trova uno sfogo solo attraverso l’agire corporeo. Esempi di acting out sono, per esempio, rompere oggetti, lanciare oggetti, usare una sostanza stupefacente, il suicidio, l’attacco fisico verso qualcuno o qualcosa, l’autolesionismo (tagliarsi, piantarsi oggetti nella carne, strapparsi i capelli), oppure manifestare condotte anoressiche.

Il punto di vista degli autori, memori di un lavoro pluriennale con pazienti “facili” al passaggio all’atto in ragione di una veemenza eccessiva di emozioni mal tollerate e non elaborate, è che occorre ricercare all’interno di un acting-out, la presenza di un “enactment” (che potrebbe essere grossonalamente tradotto come “riattualizzazione”). Ovvero: dal punto di vista degli autori, dietro ogni acting out, è presente un enactment, che porta il movente del passaggio all’azione da un movente “intra” a un movente “interpsichico” (dietro un passaggio all’atto, in altre parole, esisterebbe da questo punto di vista un significato primariamente relazionale, che ha a che fare con il ritorno di dinamiche famigliari, o in ogni caso relazionali, riattualizzate sulla scena del lavoro con i curanti). In altre parole, è necessario che gli operatori di comunità, quando abbiano a che fare con pazienti complessi e inclini a proiettare parti di sé sugli operatori ed a interpretare in modo altamente soggettivo ciò che succede in struttura, eseguano un paziente lavoro di analisi di transfert e controtransfert così da comprendere in che modo, un certo paziente, abbia potuto esprimere un enactment camuffato da acting out (per analizzare gli enactments – in altri termini per sbrogliarne il significato – “è auspicabile riuscire a stare in uno stato di sopportazione“):

“quella che può sembrare una condotta avversa alla terapia, messa in atto da un paziente, è generalmente co-creata da terapeuta e paziente. In altre parole, quello che potrebbe essere compreso come un acting out in termini mono-personali è di solito un enactment che, in termini bi-personali, vede coinvolto il terapeuta come uno degli attori principali.”

Focalizzando la questione al lavoro della struttura in cui lavorano, gli autori portano infine due casi di pazienti ospitati presso l’Austen Riggs Center.

Concludendo l’articolo, gli autori sottolineano che:

  1. gli enactment appaiono inevitabili, fanno parte del lavoro con pazienti gravi di questo tipo
  2. prima di un enactment, compare un acting out: sarà compito degli operatori vedere la riattualizzazione di un conflitto interpersonale (in ragione di quello che la Crittenden chiama “rappresentazione disposizionale”, cioè un automatismo interpersonale -per esempio maturare rabbia verso le figure autorevoli quando si proviene da una storia conflittuale con il proprio padre) dietro il semplice “agito”
  3. per sbrogliare un enactment, occorre lavorarci in modo retroattivo. Occorre in altre parole ragionarci con il paziente in uno stato di quiete, in una posizione di possibile analisi di ciò che “sta dietro” l’acting out in senso relazionale
  4. per evitare, da terapeuti, di cadere nella stessa trappola (produrre acting out che in realtà hanno significato di enactment), è opportuno che gli operatori arrivino da un percorso di auto-conoscenza e da un’analisi approfondita, così da possedere sufficienti risorse utili a meglio analizzare le “questioni” di transfert e controtranfert

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11 December 2018

NON È ANORESSIA, NON È BULIMIA: È VOMITING

Vi è un sottogruppo di pazienti con disturbo del comportamento alimentare che presentano frequenti episodi di abbuffate seguite da vomito autoindotto. Queste pazienti sembrano soffrire di un disturbo peculiare che si basa su una compulsione piacevole, “la sindrome da vomiting”, e rispondono ad interventi terapeutici ad hoc, volti a trasformare il rito piacevole in una esperienza sgradevole per estinguerne la sua ripetizione compulsiva.    

 di Luca Proietti

Nei primi anni Novanta presso il Centro di Psicoterapia Breve Strategica di Arezzo ci si accorse che le strategie terapeutiche idonee per l’anoressia e la bulimia non producevano gli stessi risultati positivi in un sottogruppo particolare di pazienti, che presentavano frequenti episodi di abbuffate seguite da vomito autoindotto. Queste pazienti rispondevano a strategie di intervento totalmente differenti, volte  a trasformare la compulsione piacevole del mangiare e vomitare in un’esperienza sgradevole per estinguerne la sua ripetizione compulsiva. Si scoprì così un disturbo del comportamento alimentare (DCA) basato sul piacere, quindi con una dinamica di funzionamento totalmente differente dall’anoressia e dalla bulimia, da cui deriva la definizione “Sindrome da Vomiting”. In Terapia Breve strategica infatti è la soluzione di un problema a spiegarne il funzionamento, si sposa il concetto di ricerca-azione di Kurt Lewin per il quale se vuoi comprendere qualcosa devi provare a cambiarne il funzionamento.

Le pazienti descrivono come il piacere provato sia l’esito, non del solo mangiare, ma della sequenza di

  1.  fase eccitatoria (attivazione fisiologica dell’organismo indotta dal desideri)
  2.  fase consumatoria (l’abbuffata che conduce alla voglia di esplodere nel vomito, la fase di scarica)

Chi soffre di vomiting non vomita perché si è abbuffato, ma si abbuffa per vomitare.

Tale visione è coerente con i dati di letteratura che mostrano come il 50 % delle pazienti con anoressia e, al polo opposto, il 30% dei casi di overeating evolvano verso il medesimo pattern comportamentale patologico caratterizzato da abbuffate e vomito. Tuttavia dalla classificazione nosografica attuale (DSM-5) non è riconosciuto un DCA basato sulla compulsione piacevole di abbuffarsi e vomitare, l’autoinduzione del  vomito è letto come sintomo accessorio di un altro DCA (anoressia o bulimia). Questa interpretazione, che può essere valida per fasi iniziali del disturbo, non permette di comprendere il funzionamento e quindi di intervenire in maniera efficace nei casi di vomiting strutturato.

Gli interventi terapeutici infatti devono mirare alla rottura della compulsione piacevole di mangiare e vomitare, alla base del disturbo.

INTERVENTO

A causa della piacevolezza del disturbo le pazienti opporranno una forte resistenza, fino al tentativo di boicottare la terapia. Per aumentare l’aderenza è necessario agganciare la paziente, facendola sentire compresa; a tal fine lo psicoterapeuta asseconda il linguaggio e descrive le sensazioni della paziente, narrandole la sequenza del mangiare e vomitare come un incontro metaforico con il suo “amante segreto”.

“Sarebbe come dire che ti sei costruita uno splendido amante segreto con il quale organizzi gli incontri al meglio per ottenere il massimo del piacere ogni volta. E infatti, come una giovane innamorata, provi eccitazione con le tue fantasie anticipatorie pensando a quando vivrai l’incontro, poi, quando questo avviene, ti lasci andare fino a farti travolgere dal godimento.”

Un amante che travolge di piacere, fino a diventare un demone che non permette di avere altri amanti né piaceri.

Sono state individuate tre categorie di pazienti che richiedono differenti tipi di intervento.

Le Trasgressive inconsapevoli: solitamente sono giovani e non hanno colto le caratteristiche del loro disturbo, che è agli esordi; vengono in terapia portate dai famigliari. L’intervento sarà di tipo sistemico e calzato sulle dinamiche famigliari che mantengono il disturbo. In piena tradizione strategica si prescrive il sintomo: la madre o il padre dovranno chiedere il menù dei cibi preferiti dalla figlia per abbuffarsi e vomitare, comprare tutto l’occorrente e disporlo in bella vista. Tale intervento che sembra assurdo è in realtà paradossale, e priva il rituale della sua caratteristica peculiare, poiché un comportamento trasgressivo prescritto, non è più trasgressivo, soprattutto se i genitori compartecipano alla sua realizzazione. In aggiunta si può prescrivere la congiura del silenzio alla famiglia, evitare di parlare del problema.

Le Trasgressive consapevoli pentite sono le pazienti cronicizzate che vogliono liberarsi dal demone del vomiting. Con le prime sessioni si utilizza la tecnica dell’intervallo: si prescrive alla paziente di abbuffarsi e vomitare quanto vuole, aspettando però un’ora prima vomitare. Inserire un intervallo temporale tra il mangiare compulsivamente e il vomitare, priva il rituale della sua intrinseca piacevolezza che si basa sulla successione immediata delle due fasi. Inoltre  la riduzione degli episodi di vomito così ottenuta, porterà a ridurre anche le abbuffate per il timore di prendere peso. Questa manovra terapeutica, ricalcando la struttura del sintomo, al tempo stesso ne inverte il senso, conducendolo all’autodistruzione. Se la prescrizione è aderita, si procede aumentando progressivamente la durata dell’intervallo.

Quando la paziente rifiuta la tecnica dell’intervallo, oppure dichiara di aver provato ad applicare la tecnica ma di averla poi abbandonata, siamo di fronte a una Trasgressiva consapevole compiaciuta; queste sono ambivalenti: non ce la fanno più, ma non vogliono lasciare il loro amante segreto. In questo caso si opta per la strategia del perfezionamento della ricerca del piacere: si suscita nella paziente il dubbio che nei suoi incontri travolgenti con l’ “amante segreto” non sia giunta al massimo del piacere, e si analizzano quali variabili si possano perfezionare ancora.  Si propone quindi alla paziente di provare a ridurre gli episodi di vomito per evitare di diluire il piacere durante il giorno e concentrarlo così al massimo. Anche in questo caso, seguendo la logica della paziente e del problema si prende il controllo della compulsione. Si crea così del tempo libero dal disturbo, in cui possono trovare spazio attività piacevoli alternative, in modo da rendere più accettabile l’abbandono dell’amante segreto e la tecnica dell’intervallo.

BIBLIOGRAFIA

Nardone & Portelli, “Cambiare per conoscere. L’evoluzione della terapia breve strategica”, TEA, Milano 2015

Nardone & Selkman, “Uscire dalla trappola. Abbuffarsi vomitare torturarsi: la terapia in tempi brevi”, Ponte alle Grazie, Milano, 2011.

Nardone & Valteroni, “L’anoressia giovanile. Una terapia efficace ed efficiente per i disturbi alimentari”, Ponte alle Grazie, Milano, 2017.

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19 October 2018

LA MENTE ADOLESCENTE di Daniel Siegel

di Raffaele Avico

Il libro La mente adolescente di Daniel Siegel è un viaggio all’interno della psicologia dei ragazzi dai 14 fino ai 24 anni, affrontato da più punti di vista, con importanti contributi neuroscientifici che si assommano a una lettura il più possibile umana alla questione, cifra di un po’ di tutti i libri di Siegel.

Nel libro sono presenti molti esempi tratti dalla pratica clinica dell’autore, così come riferimenti alla sua vita personale. Inoltre, ricompaiono dei punti fermi del suo lavoro divulgativo, per esempio la teoria del cervello tripartito di MacLean, su cui fonda in pratica tutto il suo razionale di intervento clinico e che mira a uno stato di integrazione totale delle diverse parti del cervello (istintuali, emotive, neo-corticali, gli emisferi destro e sinistro del cervello).

Il libro alterna sezioni teoriche a pagine che contengono esercizi applicabili in senso clinico, ma anche utilizzabili dal lettore senza una preparazione clinica professionale.

L’adolescenza, Siegel ci spiega, è un periodo di trasformazioni, in senso sia fisico (la pubertà), che psicologico (l’adolescenza in sé). Qualcosa cambia nel cervello e nei pensieri del giovane, in parallelo a una trasformazione fisica così rapida da poter essere paragonabile, come “velocità” di metamorfosi, a quella che avviene nei primi anni di vita di un neonato. Inoltre, anche a livello psichico, accadono così tante cose da consentirci di mettere a paragone il periodo adolescenziale con i primi tre anni di sviluppo del bambino (i famosi 1000 giorni, che un po’ tutti concordano nel ritenere gli anni della fondazione della personalità dell’individuo)-

Se i primi anni sono anni di “imprinting”, gli anni dell’adolescenza sono anni fertili, estremamente fertili, e questo grazie al processo di sfoltimento (“potatura”, o “pruning”) delle sinapsi neuronali, che concorre a creare e a rimarcare reti neuronali che verranno “marchiate” a fuoco nella mente dell’individuo per tutta la vita. Per questo è importante che, per esempio, chi voglia insegnare ai propri figli a suonare il pianoforte, ve lo introduca in infanzia, ma si assicuri che il ragazzino continui a suonarlo negli anni dai 13/14 fino ai 20, anni insomma grandemente influenti su tutta la via futura (qui troviamo un approfondimento interessante sulla neurobiologia dell’adolescenza).

Siegel ci illustra i quattro grandi cambiamenti che avvengono in età adolescenziale:

  1. aumenta la ricerca di novità. Siegel qui fa riferimento alla questione dopaminergica, che come è noto sta alla base del meccanismo che ci consente di buttarci su cose nuove, di cercare sensazioni diverse, grazie a quello che viene chiamato circuito di reward (ne abbiamo scritto qui) -che premia il cervello con scariche di dopamina, e in questo modo aumenta l’appetibilità (l’affordance) dell’esperienza stessa, che verrà ricercata nuovamente. Siegel parla anche di un livello di dopamina tendenzialmente più basso negli anni dell’adolescenza, ma con picchi più alti quando vi siano sensazioni nuove e potenti, che producono un comportamento più “impulsivo”. Questi sono anche gli anni della strutturazione delle dipendenze più difficili da sradicare, proprio in ragione di questo particolare panorama neurochimico in cui è centrale il ruolo della dopamina, sempre coinvolta in tutto ciò che riguarda il problema “addiction”
  2. vi è la ricerca di un maggior coinvolgimento sociale. Se l’adolescenza rappresenta l’arco temporale che consente a un individuo di sperimentarsi e di attraversare un periodo, per usare delle parole mutuate dalla psicologia dello sviluppo, di “separazione/individuazione”, ciò significa che l’investimento iniziale effettuato dal bambino, in senso affettivo, verso la coppia genitoriale, lascia il posto a un progressivo distacco e a un investimento questa volta verso l’esterno, verso il gruppo dei pari, che come un magnete trascina a forza il ragazzo al di fuori del contesto di origine. Questo processo avviene per gradi, e con tempi diversi: quel che è certo è che contiene in sé un lutto reciproco vissuto da genitori e figli, che in questo modo, inevitabilmente, si allontanano
  3. le emozioni vengono esperite con maggiore intensità. Su questo punto Siegel fa riferimento alla questione già citata della dopamina, e in più parla di una sorta di “iper-razionalità” che caratterizza in questa fase della vita il pensiero dei ragazzi. Per iper-razionalità, Siegel intende una specifica forma del pensiero che certo si complessifica in ragione dello sviluppo cerebrale, che in questa fase assume particolare rilevanza, ma che tuttavia rimane per certi versi “limitato” a delle considerazioni parziali a riguardo della realtà. Questo vuol dire, in altre parole, che l’adolescente esegue delle valutazione parziali sulle esperienze che vive e di ciò che intende fare, in particolare con uno sbilanciamento tra quelli che sono i “pro” e i “contro” relativi alle diverse esperienze. Siegel fa l’esempio della roulette russa, per un adulto normale gioco rischiosissimo e assurdo, per un adolescente invece gioco “con alte probabilità di vincere” vista  la possibilità di non trovare il proiettile in canna 5 volte su 6 (Siegel usa questo esempio estremo per cercare di far capire al lettore che l’adolescente estremizza e assolutizza la valutazione dell’esperienza, negando o non integrando alcune parti o certi rischi connessi ad un’esperienza: è infatti noto che in questa fase avviene il maggior numero di decessi per comportamenti a rischio, che non sono valutati a fondo, ma vissuti con velocità e non ponderati). Questo pensiero iper-razionale ha quindi la “colpa” di accendere nell’adolescente quegli slanci all’azione che a volte possono metterlo a rischio
  4. aumenta l’esplorazione creativa. In questa fase aumenta potentemente la spinta dell’individuo a vedere e sperimentare cose nuove: questo ha una funzione anche evolutiva (senza la spinta a uscire dal nucleo famigliare, la famiglia stessa rischierebbe di ripiegarsi su sé stessa, evitando di fatto di compiere quei “salti” evolutivi che sono alla base della buona riuscita dell’evoluzione della specie umana, che per evolvere bene deve mischiarsi). Inoltre, lo sviluppo cerebrale porta il ragazzo a complessificare il suo stesso pensiero, in grado ora di astrarre e mettere in discussione le cose, approfondendole. Sono anni, Siegel ci spiega, di grande maturazione intellettuale e di maggiore consapevolezza, pur sempre però minacciata dal senso di confusione e di diffusione identitaria che con sé porta. Per questo resta così importante la “presenza” di figure stabili che traghettino, come “sacerdoti del passaggio”, il ragazzo verso uno stato di maggiore fermezza identitaria. In adolescenza è forte lo scollamento tra quello che il/la ragazzo/a dice di volere, e quello di cui invece ha bisogno. Assecondare le spinte di un adolescente senza mettergli limiti, è lasciarlo in balìa di sé stesso, perso in una libertà sconfinata che è solo caos. Siegel mette l’accento sul fatto che, in ogni caso, in questa fase resta forte il bisogno di accudimento e di “guida” da parte di persone autorevoli, nel mare della complessità di una fase di transizione così delicata per l’individuo che la vive.

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29 November 2017

LA CURA DEL SE’ TRAUMATIZZATO di Lanius e Frewen, 2017

di Raffaele Avico

Avere a che fare con disturbi post-traumatici significa fare in conti con la problematica dissociativa.

L’idea generale è che ciò che non riesce a essere elaborato e mentalizzato inerente un trauma o più traumi, venga dissociato dalla coscienza e sospinto in un luogo protetto non facilmente raggiungibile in modo conscio, ma fortemente influente sulla vita della persona e in grado di procurargli grandi problematiche a livello di sintomi psicopatologici. Il DSM elenca molteplici sintomi di natura dissociativa, dalla fuga dissociativa all’amnesia dissociativa, fino ai disturbi di depersonalizzazione e derealizzazione. Esiste inoltre il Disturbo Dissociativo dell’Identità, la ri-formulazione attuale del passato Disturbo da Personalità Multipla, di cui mantiene -rivisti- i criteri diagnostici.

Parlare di dissociazione vuol dire considerare scisse e non integrate alcune “parti costituenti” normali della psicologia dell’individuo: per esempio è tipico osservare una dissociazione tra razionalità ed emotività in pazienti fortemente traumatizzati. Capiterà cioè di osservare alcuni pazienti che raccontano episodi potentemente drammatici senza mostrare dolore psichico, e senza averlo mai sperimentato a livello somatico.

Un meccanismo di difesa simile, “verticale”, aiuta la mente a mantenersi adattata all’ambiente circostante, al prezzo però della sensazione di un senso di incoerenza del Sé e della compromissione di quelle funzioni mentali superiori che consentono di percepirsi integrati e “realizzati” in senso psichico. Per portare la questione su un esempio concreto, immaginiamo un paziente che abbia da poco superato un grosso incidente d’auto in cui ha visto morire alcuni cari amici: le immagini immagazzinate relative all’incidente, i percetti più “indigesti” dal punto di vista psichico, potranno venire dissociati e riposti in una zona nascosta della coscienza. Come succede spesso nel disturbo da stress post-traumatico, gli stessi percetti torneranno a farsi “vedere” dall’individuo sotto forma di flashback intrusivi, molto disturbanti e ossessionanti, ponendo la persona di fronte alla necessità di attivare strategie di controllo e risoluzione del sintomo.

Genericamente possiamo considerare i sintomi dissociativi dei fallimenti nel tentativo fatto dalla mente di tenere separati -scissi, appunto- contenuti e aree psichiche che per ragioni di funzionamento dell’intero sistema è meglio non si tocchino. Usando una metafora grossolana, è come se nel momento del rischio di allagamento e di affondare, la stiva di una grande nave fosse suddivisa in compartimenti stagni per impedire all’acqua di penetrare ovunque. La mente dissocia contenuti troppo potenti e attivanti in senso emotivo, per poter continuare ad adattarsi al mondo circostante. Come spiega magistralmente il lavoro teorico di Van Der Hart, si produce a seguito di dinamiche di questo tipo una rottura della coerenza del Sé e una suddivisione della personalità in due o più parti, attive in parallelo e osservanti modalità e regole di funzionamento diverse. Persone con questo tipo di problematiche e la cui psicologia utilizzi meccanismi di difesa verticali, possono andare incontro a sintomi dissociativi di varia natura. Esistono due linee di pensiero a riguardo della natura dei sintomi dissociativi:

  1. I teorici del continuum sostengono esista un gradiente di gravità dei sintomi stessi, partendo da un senso di straniamento nei confronti della realtà, fino al vissuto di depersonalizzazione (visione di sé dall’esterno) e derealizzazione (incredulità sulla realtà) e alla creazione di un disturbo dissociativo dell’identità. I sintomi dissociativi sono quindi gli stessi, sempre, ma posseggono livelli di gravità diversi.
  2. I teorici invece della dissociazione strutturale (e Van Der Hart fa parte di quest’ultimo gruppo), sostengono esistano diverse forme di disturbo dissociativo con impatti diversi sulla psiche della persona (i sintomi dissociativi cambiano e hanno impatti diversi perché hanno natura diversa).

Al di là della diversa posizione tenuta dai due gruppi, è ormai chiaro che i sintomi dissociativi rappresentano un fallimento della funzione meta-cognitiva dell’integrazione: esistono elementi diversi dell’esperienza i cui effetti sulla psiche non riescono a essere integrati.

Nel recente lavoro di Lanius e Frewen “La cura del sé traumatizzato” sono descritte diverse tipologie di sintomo dissociativo, a partire da un modello quadruplo che contempla 4 dimensioni:

  • tempo
  • pensieri
  • corpo
  • emozioni

Prendendo ognuno di questi domini della psicologia e della soggettività dell’uomo, gli autori, ponendosi come prima si diceva entro una posizione che prevede un continuum dei sintomi dissociativi, spiegano come per ognuno appunto di questi domini possano manifestarsi sintomi di natura post traumatica con un diverso gradiente e livello di dissociazione, come si osserva nella seguente figura:

A seconda di come sia stato affrontato e rappresentato il trauma, o in che età questo sia stato vissuto o con quale frequenza o intensità, gli autori procedono ad analizzare come la percezione del tempo, il pensiero, il corpo e l’emotività possano subire distorsioni a seconda del livello di gravità del disturbo post traumatico. Per fare esempi concreti, prendono in analisi molteplici casi clinici in cui osservano come per esempio il tempo subisca profonde trasformazioni quando si è immersi in un flashback post traumatico.

L’assunto generale che sta alla base del lavoro di Lanius e Frewen è che, al massimo grado della loro potenza, i sintomi post-traumatici riescano a produrre un’alterazione della coscienza che conduce a una sorta di aggravamento del sintomo stesso, che si tramuta in qualcosa di più complesso, con una fenomenologia diversa.

All’interno del dominio per esempio del tempo, si osservano casi di distorsione e rallentamento del tempo soggettivo: si può rimanere immersi dentro un flashback vivido per mezz’ora, immaginando che siano passati cinque minuti. Oppure, entro il dominio dei pensieri, gli autori descrivono come a partire da una gravità più o meno alta dei sintomi post-traumatici, si possano osservare sintomi diversificati, dai semplici pensieri negativi rivolti a sé, per finire a sentire voci che provengono da dentro la mente (differenti da quelle attribuite a disturbi di natura psicotica, a provenienza esterna a sé). Procedendo con la disamina della fenomenologia del post-trauma, gli autori osservano quindi come nel dominio del corpo possano osservarsi gradienti diversi di sintomi, anche qui dal semplice stato di iper-arousal fino al senso di “derealizzazione”, cioè di distacco dal proprio corpo, oppure arrivando e a quelli che venivano in passato chiamati sintomi conversivi (parti del corpo anestetizzate senza apparenti motivi medici, etc.). Infine, per quanto riguarda il dominio emotivo, nel libro viene spiegato come sopravvivere a un trauma possa rendere estremamente difficoltoso accedere alla dimensione dell’emotività, specialmente quando si tratti di maneggiare emozioni di segno positivo come la gioia o la serenità, vissute come aliene o estranee.

Nell’appendice del volume vengono riportate le trascrizioni di molti casi clinici in cui ognuno di questi aspetti viene presentato e approfondito in base a esperienze reali di pazienti sopravvissuti a traumi gravi in età infantile (la durata e l’epoca del trauma è prognosticamente rilevante e da tenere in grande considerazione). Consigliamo il volume a chi voglia approfondire in senso teorico la letteratura relativa al trauma e alle strategie di cura, vista la profondità con cui è analizzata la questione e i numerosissimi riferimenti scientifici usati a supporto della trattazione stessa.

Article by admin / Generale / recensioni

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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
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  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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a cura di Raffaele Avico ‭→ logo
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