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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

12 October 2022

POPMED: UN ESEMPIO DI NEWSLETTER

di Raffaele Avico, Francesco della Gatta

Un esempio delle newsletter inviate, ogni due settimane, attraverso Popmed.

Popmed è una newsletter a pagamento, costa 9,90€ al mese, propone articoli scientifici di libera lettura estratti da riviste ad alto impatto scientifico, presentati con una sinossi minima; per professionisti o interessati alle tematiche inerenti la psicoterapia e la psichiatria, che vogliano aggiornarsi sulla ricerca di settore.

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Settembre 2022: POPMED #3

  1. Negli ultimi 10 anni numerose ricerche hanno evidenziato come l’uso eccessivo dei dispositivi mobili sia un alto fattore di rischio nel minare la salute mentale; e tale rischio cresce al diminuire dell’età dei soggetti. Sintomatologie depressive, ritiro sociale, esposizione al cyberbullismo, disturbi d’ansia sono alcuni degli outcome più frequenti della sempre più frequente e totale immersione nel virtuale. La logica e i dati ci suggeriscono che più una persona investe il proprio tempo nell’utilizzo dello smartphone, maggiore sarà il rischio, ad esempio, di sviluppare un profilo ansioso. La pandemia Covid è stata, per certi versi, un propulsore nella decrescita dei livelli di salute mentale e, nel 2020, il numero di ore di utilizzo degli smartphone ha avuto una notevole impennata verso l’alto. Alcuni ricercatori Cinesi si sono chiesti se, nel periodo della pandemia, i due eventi correlassero positivamente, ovvero maggiore esposizione smartphone=maggiore rischio di ansia. I risultati, ottenuti su un campione di 250 studenti universitari in lockdown, mostrano tuttavia un dato controintuitivo, suggerendo che l’utilizzo dello smartphone possa avere aiutato i soggetti nel mantenere i contatti con le persone non più frequentabili causa pandemia e tenuto a bada la crescita della sintomatologia ansiosa. Come narra un vecchio detto “Non tutto il virtuale vien per nuocere”. Trovi qui l’articolo: Smartphone Usage and Anxiety among College Students during Social Isolation for Covid-19 Epidemic in China
  2. La violenza domestica, una vera piaga del nostro millennio. Secondo la Europian Union Agency For Fundamental Rights a partire dall’età di 15 anni, più di una donna su due ha subito molestie sessuali, una su tre ha subito violenza fisica e/o sessuale, una su cinque è stata vittima di stalking (18%) e una su venti di stupro (5%). Il 43% delle donne ha subìto violenza psicologica. Qui un’ulteriore indagine approfondita a cura dell’ISTAT. Un gruppo di ricercatori britannici si è recentemente occupato di analizzare l’incidenza che tali numeri hanno nella generazione di outcome psicopatologici. Il campione, composto da oltre 7000 soggetti dai sedici anni in su, mostra come le vittime di violenza domestica (in ogni sua forma) presentino un altissimo rischio di comportamenti autolesivi e tentati suicidi rispetto alla restante popolazione psichiatrica. Un’interessante chiave di lettura che la ricerca offre è che agli operatori della salute mentale che si trovino di fronte ad un paziente che mette in atto comportamenti autolesivi e/o suicidari debba sempre risuonare un campanello d’allarme ed esplorare il dominio domestico alla ricerca di episodi di violenza passati o in corso. Solo in tal modo si potrà comprendere “the whole picture” e impostare un adeguato piano terapeutico per i pazienti. “A new must is to ask”; trovi qui l’articolo: Intimate partner violence, suicidality, and self-harm:
    a probability sample survey of the general population in England
  3. Negli ultimi anni, e in particolare nel periodo della pandemia da Covid19, la lettura di quotidiani online ha rappresentato un affaccio diretto da parte della popolazione su tutto ciò che accadeva nel mondo. Esporsi però a news catastrofiche con una frequenza costante, può avere delle conseguenze in termini di salute mentale. Questa ricerca ha voluto indagare il fenomeno del news-avoidance, le conseguenze della sovra-esposizione alle news e l’impatto che il tenersi lontani dall’ambito “comunicazione” avrebbe sull’ingaggio politico. Ne parla qui il direttore del Post Luca Sofri che, citando l’articolo, scrive: «la presentazione degli autori della ricerca spiega che “mentre gli studiosi di comunicazione politica hanno spesso trattato il consumo delle news come la pietra angolare della buona cittadinanza, abbiamo scoperto che le scelte e le percezioni sul dovere di tenersi informati degli avoiders sono irregolari e poco elaborate, in buona parte per via di una previsione che le news procureranno loro ansie senza essere rilevanti per le loro vite: con il risultato di un coinvolgimento limitato nelle news stesse, e per estensione nelle questioni politiche e civiche. Promuovere società più informate richiede che si affrontino questi radicati punti di vista”». Particolarmente interessante per gli interessati all’ambito giornalismo/comunicazione. Trovi qui l’articolo: How News Feels: Anticipated Anxiety as a Factor in News Avoidance and a Barrier to Political Engagement
  4. La psicosi è comunemente definita come un disturbo psichiatrico che implica una grave alterazione dell’equilibrio psichico del paziente e comporta una serie di sintomi che ne invalidano e compromettono il regolare funzionamento. Bene, questa è una delle definizioni più canoniche ed allo stesso tempo più spersonalizzanti di tale patologia, cosa che succede spesso nel dominio psichiatrico. Grande attenzione ai sintomi, quasi totale neglect dell’esperienza soggettiva del paziente. È nell’ottica di colmare questo dilaniante gap che vi proponiamo questo ricco articolo ad impronta neurofenomenologica, che tiene cioè insieme una lettura di tale patologia dal punto di vista della terza persona (approccio canonico della scienza hard, dalla teoria al soggetto) e della prima persona (approccio fenomenologico, dalla persona alla teoria). Un modo nuovo di comprendere la patologia psichiatrica, partendo dall’esperienza vissuta in prima persona dal paziente stesso; comprensione arricchita inoltre dall’integrazione dei punti di vista di familiari, assistenti ed operatori. Trovi qui l’articolo: The lived experience of psychosis: a bottom-up review co-written by experts by experience and academics
  5. Chi non ha sentito parlare di mindfulness negli ultimi anni? Ce la si ritrova praticamente ovunque e purtroppo chiunque la propone come pratica di benessere psicofisico. Detta così sembra una vera supercazzola e questo tiene lontani da essa molti clinici che scelgono di non voler cadere nel qualunquismo spicciolo che troviamo nei salotti di chi si vende come istruttore di mindfulness dopo aver comprato un corso di qualche ora online. Tuttavia, la mindfulness funziona, la letteratura scientifica è ricca di evidenze per trattamenti di successo e noi è su questo che vogliamo informarvi. Per il clinico formato su protocolli validati, la mindfulness è, in primo luogo, un ottimo strumento di regolazione emotiva, sia in termini neurofisiologici che semantici ed ha una economia intrinseca che, rapportata all’efficacia, sarebbe una mossa superficiale non tenere in considerazione. Recentemente un gruppo di ricercatori ne ha testato l’efficacia nel trattamento di disturbi d’ansia refrattari ad altri trattamenti psicoterapici, e i risultati sono assolutamente degni di nota. Sarà il caso di ripensare alla mindfulness come pratica da integrare in ogni approccio psicoterapico e, soprattutto, di appropriarcene in quanto esperti di salute mentale? Trovi qui l’articolo: Mindfulness-based cognitive group therapy for treatment-refractory anxiety disorder: A pragmatic randomized controlled trial
  6. La separazione tra ricerca di base ed applicata ha origini storiche che probabilmente risalgono all’antica Grecia. Tuttavia, una semplificazione forzata ma legittima può spingerci ad indicare un punto zero con la nascita del metodo scientifico ad opera di Galileo Galilei. Nei successivi 500 anni ne sono successe di cose, da grandi fallimenti a grandi rivoluzioni, e si è strutturata sempre più la distinzione nel modo di fare scienza: puro e duro (di base) oppure soft e applicato. Distinzione questa un po’ artificiosa, già annunciata 200 anni fa da Louis Pasteur, con la sua celeberrima frase “non esiste la scienza applicata, esistono solo le applicazioni della scienza”. Sembra ragionevole sostenere dunque un’unica differenza nel campo scientifico, ovvero quella tra buona o scarsa ricerca; a tal proposito qui trovate un interessante editoriale. Quando poi ci spostiamo nel campo della salute mentale, mantenere distinte le applicabilità di conoscenze teoriche rispetto alla pratica clinica è quanto meno deleterio. Infatti, sempre più ricerche mostrano quanto l’efficacia in termini di comprensione e trattamento delle patologie psichiatriche acquisisca un livello qualitativamente e quantitativamente superiore nell’integrazione dei due approcci. A questo proposito, un articolo interessante è uscito recentemente sull’American Journal of Psychiatry. Trovi l’articolo qui: Integrating Clinical and Basic Research: Opioid UseDisorder, Psychotic Illnesses, and PrefrontalMicrocircuits Relevant to Schizophrenia
  7. L’ipotesi di uno squilibrio neurotrasmettitoriale a fare da base alla depressione ci ha accompagnati per molti anni, qualcuno sostiene grazie alle campagne di marketing che seguirono -a fine anni ‘80- l’immisione sul mercato del farmaco Prozac. Al di là di questi aspetti, è recentemente stata pubblicata una revisione di revisioni (un articolo cioè che accorpa meta-analisi, che viene chiamato tecnicamente “umbrella review”) su Nature, che mette in crisi l’ipotesi serotoninergica riguardante la patogenesi della depressione. Articolo che ha, giustamente, avuto molta risonanza mediatica. Trovi qui l’articolo: The serotonin theory of depression: a systematic umbrella review of the evidence
  8. Il trauma è tornato di moda. Da una parte è un bene, dato che si ri-palesa la necessità di prendere in carico di pazienti da sempre definiti come troppo complessi e poco rispondenti ai trattamenti psicoterapici (e farmacologici). Dall’altra si corre un rischio, la nascita ogni sei mesi di un approccio nuovo e rivoluzionario con cui “guarire” i pazienti traumatizzati, spesso senza prove scientificamente validate. Ora, la visione critica nel suo complesso è materia lunga e complessa, sul trauma ti proporremo molti approfondimenti nel corso dell’anno (un “serpente” di articoli a tema trauma lo trovi qui). Il tema che oggi vorremmo approfondire è il trattamento del Complex Post-Traumatic Stress Disorder (CPTSD). In letteratura chi soffre di questa patologia è spesso definito come un paziente con aspetti del sé molto disorganizzati e che presenta elevati livelli di stress (arousal) all’esposizione dei canonici protocolli focalizzati sul trauma. La recente ricerca che ti proponiamo, condotta su 150 pazienti, dà una nuova chiave di lettura teorica e clinica per il CPTSD, affermando che questi pazienti, a differenza di come sempre pensato, possano beneficiare dei trattamenti canonici già presenti e validati, suggerendo di puntare su questi al posto di ricercare continuamente nuove mode e nuovi protocolli. Trovi qui l’articolo: Does complex PTSD predict or moderate treatment outcomes of three variants of exposure therapy?
  9. Il sonno ha rappresentato negli ultimi tempi un tema importante, centrale. In particolare se ne è parlato durante in mesi di lockdown, a marzo 2020, in relazione agli aspetti post-traumatici dell’avvento della pandemia da Covid19, e ancor di più nel corso del cosiddetto “secondo lockdown”, nell’inverno a cavallo tra il 2020 e il 2021. Una buona qualità del sonno rappresenta un importante “pilastro” per la tenuta della salute mentale di ogni individuo. Il management dell’insonnia è un tema che ogni professionista impegnato in ambito di salute mentale si è trovato, prima o dopo, ad affrontare (qui alcuni spunti su questo). Tra le altre cose, questo articolo approfondisce in modo articolato e chiaro il rapporto tra infiammazione e sonno. Gli autori così aprono questo lavoro: “Il sonno influenza profondamente le risposte immunitarie e infiammatorie, proteggendo dai disturbi immunitari associati all’età, comprese le malattie cardiovascolari, il cancro e le malattie neurodegenerative. Nonostante queste associazioni, più della metà degli adulti non dorme a sufficienza. Il sonno influisce su molti aspetti del sistema immunitario, comprese le risposte adattative, l’infiammazione e la sintesi di citochine e mediatori immunitari”. Trovi qui l’articolo: Sleep exerts lasting effects on hematopoietic stem cell function and diversity
  10. ARTICOLO STORICO! Un articolo fondamentale sulla trasmissione intergenerazione del trauma, scritto nel 2018 da una delle più esperte al mondo sul tema, Rachel Yehuda. Trovi qui l’articolo (pubblicato su World Psychiatry): Intergenerational transmission of trauma effects: putative role of epigenetic mechanisms

Per oggi è tutto.

Ci aggiorniamo tra due settimane su PopMed!

🙂

Article by admin / Generale

10 October 2022

INTERVISTA A MAURO BOLOGNA, PRESIDENTE SIPNEI

di Raffaele Avico

Qui di seguito un’intervista a Mauro Bologna, presidente della Società italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia (SIPNEI).

In questa video, Bologna illustra le caratteristiche principali della SIPNEI (che conta al momenti circa 300 soci), le diverse aree di indagine oggetto del lavoro di diverse sottogruppi della Società stessa, i criteri con cui è stato organizzato il congresso nazionale SIPNEI svoltosi a Firenze a inizio ottobre 2022, luogo dove questa intervista è stata girata. Descrive inoltre la situazione europea a riguardo del paradigma PNEI, portato in Italia -tra i primi- da Francesco Bottaccioli (che abbiamo qui intervistato).

Qui è possibile raggiungere la playlist intera con altre interviste fatte in occasione del congresso (Lorenzo Chiariotti a proposito di epigenetica, Giuseppe Salamone a proposito di bio-architettura e Roberto Esposito a proposito del concetto di “immunità”).

Buona visione!


NB “POPMED”, UNA NEWSLETTER DI AGGIORNAMENTO A TEMA “PSI”, A PAGAMENTO.Qui per iscriverti.

Article by admin / Generale / interviste

6 October 2022

IL “MANUALE DELLE TECNICHE PSICOLOGICHE” DI BERNARDO PAOLI ED ENRICO PARPAGLIONE


di Raffaele Avico

Il Manuale delle tecniche psicologiche curato da Bernardo Paoli ed Enrico Parpaglione, psicoterapeuti torinesi, raccoglie un vasto numero di tecniche psicoterapiche, disposte in ordine alfabetico e raggruppate a partire da diversi parametri (dalla scuola di appartenenza, al disturbo verso cui la tecnica sembra maggiormente efficace), descritte anche nel razionale terapeutico (che senso ha usare questa tecnica? cosa dovrebbe ottenere e per quale ragione?).

Nell’editarlo (in 6 anni di lavoro), gli autori hanno chiesto a molti professionisti di esprimersi sulle tecniche che ritenessero maggiormente efficaci nel loro lavoro quotidiano con i pazienti, al di là della loro scuola di appartenenza.

In una delle prefazioni, giustamente chiamata “verso una psicologia”, viene chiarito l’intento “integrativo” degli autori nel presentare tecniche mutuate da più approcci psicoterapici, appunto cercando di focalizzare l’attenzione non tanto sulle scuole di orientamento, ma su cosa funziona e perché nella pratica del lavoro clinico.

Si tratta di un lavoro scritto a uso e consumo di chi, quotidianamente, lavora con pazienti in psicoterapia; è dunque indirizzato a psicoterapeuti, psicologi, counsellor e psichiatri che possiedano una qualche formazione in psicoterapia (la scuola di specialità in psichiatria non è spesso sufficiente a formare uno psichiatra -di formazione medica- a un lavoro psicoterapeutico, ma qui si aprirebbe tutto un altro discorso).

Le tecniche provengono da più orientamenti, e sono ben riassunte nei capitoli dedicati; l’aspetto realmente interessante è la “disclosure” che i terapeuti/autori fanno sul “perché” venga proposta tale tecnica piuttosto che un’altra. Possiamo cioè avere un affaccio diretto sul razionale clinico: per esempio, nella scheda iniziale sull’ABC, leggiamo che la ricerca degli “antecedenti” (per esempio in un attacco di panico) e l’analisi dei pensieri collegati ad essi, dovrebbero fornire al paziente una diversa consapevolezza sul suo stesso modo di interpretare l’accaduto, essendo la tecnica pensata per aumentare la metacognizione del paziente.

Le tecniche descritte sono 110, gli psicoterapeuti e psicologi coinvolti, più di 60.

Il lettore che non debba usarlo per ragioni professionali, vi troverà spunti per “lavorare” in senso psicologico con il suo stesso pensiero, e molteplici esercizi da usare per capirsi meglio, o semplicemente per stimolarsi a un’evoluzione interiore.

Per il lettore psicoterapeuta, il manuale potrà affiancarsi ad altri volumi di “pronto” utilizzo nel lavoro clinico, come per esempio il Dizionario di Psicologia di Galimberti, o il bellissimo Il dono della terapia di Yalom.

Alcune delle tecniche, estratte dall’indice:

  • Grounding (Gilda L. Schiavoni) 
  • Immaginazione attiva (Federica Marzeo)
  • Improprietà situnzionali (Fabio Leonardi) 
  • Intenzione paradossa (Domenico Bellanton) 
  • Interpretazione del transfert (Luca Settembre)
  • Ironia (Bernardo Paola) .
  • Lasciare la testa tra le mani (Alessandro Bianchi)
  • Lavoro con il sogno (Mara Lastretli) 
  • Lettera al genitore (Enrico Parpaglione)
  • Lettere apologetiche (Fabio Leonardi)
  • Lettere di rabbia (Luca Proietti) 
  • Levitazione del braccio (Gladys Bounous)
  • Libere associazioni (Francesco Impagliazzo)
  • Life-line (Simona Filippini)
  • Mandala (Sonia Bertinat e Valentina Mossa) 
  • Metodologia dell’incontro (Simona Adelaide Martini)
  • Mindful eating (Raffaella Gian.)
  • Mindfulness informale (Marco R. Elena e Enrico Parpaglione) 
  • Modellamento (Davide Gallo) 
  • Moviola (Alice Caloiaro)
  • Observation project (Daniela Bulgarelli)
  • Peggiori immagini e sensazioni (Morena Petrongolo)
  • Photolangage (Morena Petrongolo)
  • Ponte emotivo (Enrico Parpaglione)
  • Povero me (Fabio Leonardi)
  • Pozzo dell’oblio (Simona Filippini)
  • Prescrizione del sintomo (Morena Petrongolo)
  • Psicoritratto (Michele Cannavò)
  • Pulpito delle lamentele (Davide Algeri)
  • Quattro cavalieri (Sara De Maria) 
  • Quattro riconoscimenti (Simone Curto)
  • Rappresentazione delle polarità (Valeria Natali)
  • Rescripting immaginativo (Enrico Parpaglione)
  • Respirazione diaframmatica aiutata (Marcello Schmid)
  • Rilassamento muscolare progressivo (Chiara Piscopia)
  • Sabotaggio benevolo (Davide Algeri) 
  • Scaling (Valeria Saladino e Bernardo Paoli)
  • Sculture familiari (Martina Zilio)
  • Sedia vuota (Paola Biondi)

Su questo blog avevamo intervistato Bernardo Paoli qui, e avevamo recensito “Il Piccolo Paranoico“, qui.

Qui per acquistare il volume.


NB “POPMED”, UNA NEWSLETTER DI AGGIORNAMENTO A TEMA “PSI”, A PAGAMENTO.  Qui per iscriverti.

Article by admin / Generale

30 September 2022

POPMED, UNA NEWSLETTER DI AGGIORNAMENTO IN AREA “PSI”. PER TORNARE ALLA FONTE

di Raffaele Avico, Francesco della Gatta

Nasce Popmed, una newsletter a cadenza bi-settimanale di aggiornamento in ambito di letteratura scientifica in area “psi”.

Ha un costo di 9,90€ al mese.

Qui di seguito, la sua presentazione sulla piattaforma Substack.

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Ogni due settimane, 10 articoli in ambito di letteratura scientifica che non dovresti perdere.

Ciao, siamo Raffaele Avico e Francesco Della Gatta, fondatorI di PopMed, una newsletter a cadenza bi-settimanale pensata per proporti una decina di argomenti inerenti la salute mentale ricavati da un lavoro di compulsazione di PUBMED.

Cos’è PUBMED?

Pubmed è il più grande archivio mondiale di articoli scientifici e materiale medico/psichiatrico/psicologico.

Pubmed contiene lo scibile umano in termini di ricerca scientifica in ambito medico, compreso tutto ciò che riguarda la salute mentale.

Saperlo usare bene apre a un orizzonte infinito di conoscenza.

L’obiettivo di questa newsletter è semplice: ogni due settimane ti invieremo una decina di articoli che crediamo possano essere importanti in ambito di ricerca sul tema “psi” (psichiatria, psicologia clinica, avanguardie di ricerca in tema psicologia, salute mentale), presentandoteli con una sinossi minima.

Trovi qui un esempio di newsletter inviata.

A te poi il compito di esplorare, se vorrai, i link che ti invieremo.

Questo, per 9,90€ al mese.

Due cose sui link:

  • Rimandano ad articoli free, che non dovrai pagare (la cosa non ti costringerà a incaponirti su ShiHub 🙂 )
  • Saranno spesso in lingua inglese
  • Riguarderanno aspetti di “avanguardia”, ovvero sviluppi recenti della letteratura, tranne uno (nel senso che tra i 10 articoli ce ne sarà uno “storico”, di impatto epocale)
  • Daremo priorità ad articoli con alto impatto scientifico (meta-analisi e review, ma anche articoli RCT)

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Ma, perché abbiamo deciso di creare un servizio di aggiornamento in ambito salute mentale?

Viviamo in un tempo di continui “attentati” al nostro focus, di grande dispersione dell’attenzione. Un vero e proprio “mercato della dopamina” progettato per convogliare la nostra attenzione su oggetti digitali che dovremmo consumare/acquistare.

Anche in ambito di salute mentale e avanguardie di ricerca, riteniamo importante muoverci nella direzione di una “raffinatura”, di una “pulizia” progressiva del “segnale”, anche nel macro-ambito della divulgazione.

Il nostro progetto vuole tornare alla “Fonte”, in tutti i sensi.

Crediamo che un lavoro sulle fonti, possa far risparmiare molto del tempo speso in rete, che potremmo utilizzare meglio o per fare altro. 

Per questo abbiamo voluto creare un servizio incentrato sulla fruizione semplice (10 link) e contemporaneamente sulla qualità.

Se c’è un luogo non ancora profanato dal mercato dell’attenzione, questo è la redazione di una rivista scientifica, per sua natura un luogo regolato da tempistiche lunghe, da cicli di controllo sulla qualità; esistono anche qui delle eccezioni e meccanismi indotti da “fattori commerciali”: tuttavia, le riviste scientifiche sono il punto più “a monte” verso cui un ricercatore o un interessato all’ambito “salute mentale” possa spingersi per auto-aggiornarsi.

Tutto ciò che viene dopo, più a valle, è divulgazione.

Nell’attività di divulgazione, per esempio tra le mura di una redazione di una testata giornalistica non scientifica, le notizie o i fatti della scienza vengono spesso “sporcati” per ragioni economiche, essendo l’elemento emotivo causa di “engagement” e lettura della notizia stessa. Questo non avviene sempre, ma in un mercato editoriale impoverito e sovraccarico, rappresenta un rischio reale. 

A cascata, una cattiva informazione proposta a una massa di individui non sempre in grado di soppesare o filtrarla, produce sofferenza mentale, polarizzazione e confusione. 

“Tornare alla fonte” significa in questo senso due cose:

  1. proporre un aggiornamento non filtrato che consegni al lettore notizie e informazioni di prima mano, con cui possa crearsi una propria idea sugli eventi della ricerca scientifica
  2. favorire la “pulizia del segnale”, tentando cioè di garantire la diffusione di un giornalismo scientifico di qualità, non guastato da logiche economiche. Le riviste scientifiche sono anch’esse regolate da fattori economici (non ci illudiamo del contrario): pur fiduciosi, tenteremo di selezionare contenuti il più possibile “puri” da riviste ad altissima rilevanza scientifica.

A chi è rivolto questo servizio?

A professionisti, interessati ai temi delle salute mentale e delle neuroscienza, ad appassionati di psicoterapia che vogliano leggere del materiale di qualità sulle migliori teorie e prassi, a individui impegnati che desiderino giovarsi di un aggiornamento “per punti”, sintetico ma di qualità.

COME SCEGLIEREMO I LINK DA INVIARE? LA GERARCHIA DELLE FONTI

Questa immagine riassume in modo sintetico la gerarchia della letteratura scientifica.

Come si osserva, gli articoli che assumono maggior valore sono articoli pensati per raggruppare i risultati di altri articoli, o che presentano particolari protocolli di ricerca (come gli studi RCT). 

PopMed si rifarà a questi ultimi esempi di lavoro scientifico, per necessità escludendo quelli protetti da un paywall.

Seppur esistano portali -illegali!- come SciHub attraverso i quali i paywall potrebbero essere aggirati, abbiamo optato per consigliare articoli aperti: già tra questi, la quantità di informazioni e dati di grande rilevanza, è sterminata.

Buona lettura/studio, e grazie per la fiducia che vorrete darci!

Raffaele e Francesco


Qui per iscriverti!

Article by admin / Generale

20 September 2022

IL CONVEGNO SIPNEI DEL 1 E 2 OTTOBRE 2022 (FIRENZE): “LA PNEI NELLA CLINICA”

da SIPNEI NEWSLETTER

PREMESSA:  qui un’intervista al presidente onorario SIPNEI Francesco Bottaccioli su questo blog

L’1 e il 2 Ottobre 2022 si aprirà a Firenze all’Hotel Albani in via Fiume 12 un evento che, a causa della pandemia, è stato lungamente atteso. Sono già iscritti 250 medici, psicologi, farmacisti, osteopati e altri professionisti della salute e si prevede che la grande sala Michelangelo dell’Hotel sarà piena al momento dell’apertura dei lavori con i saluti di Regione, Comune, Ordini professionali, Università. Numerosi gli sponsor che già si sono assicurati lo spazio per la comunicazione della loro attività a questo pubblico di eccellenza nel campo della innovazione della cura.

Il programma scientifico è decisamente ricco e concentrato sulla Clinica medica Pnei vista in ottica integrata e interdisciplinare.Tuttavia non poteva mancare una riflessione sulla drammatica situazione che l’umanità sta vivendo con l’invasione russa dell’ Ucraina e le incertezze sull’evoluzione della pandemia. Il congresso infatti, dopo i saluti istituzionali e il discorso di apertura del Presidente in carica prof. Mauro Bologna, vedrà i contributi del presidente dell’Ordine nazionale degli psicologi e past-president Sipnei prof. David Lazzari sulla psicologia al tempo della crisi, del prof. Roberto Esposito, tra i più apprezzati filosofi italiani autore di importanti testi sul paradigma immunitario, del prof. Francesco Bottaccioli, fondatore della Sipnei, che proporrà una lettura della crisi sistemica in corso attraverso il paradigma Pnei.

Nella sessione finale molto atteso l’intervento del prof. Silvio Garattini, celebre farmacologo e fondatore dell’istituto Mario Negri, che proporrà alla platea una strategia per svincolare la medicina dall’abbraccio soffocante del mercato, che ha nell’attuale regolamentazione dei brevetti la sua base.
Un momento importante del Congresso sarà l’Assemblea generale dei soci Sipnei che, tra gli altri compiti, procederà al rinnovo delle cariche sociali, tra cui l’elezione del Presidente e del Consiglio Direttivo nazionale.

Vedi il programma

Scarica il libro degli abstract

Le iscrizioni sono ancora aperte fino a esaurimento posti.

Clicca qui per iscriviti all’evento

 


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Generale

1 September 2022

LA TEORIA SULLA NASCITA DEL PENSIERO DI WILFRED BION

di Raffaele Avico

PREMESSA: abbiamo già in precedenza introdotto il pensiero di Wilfred Bion qui, recensendo un libro corale sul pensiero del grande psicoanalista indiano (naturalizzato inglese). In questo articolo vengono introdotti alcuni concetti di base sulla teoria metapsicologica bioniania, ovvero il “modello” attraverso cui Bion tentava di spiegare il funzionamento della mente, dalla nascita all’età adulta.

Il pensiero di Bion ci fornisce una spiegazione di quelli che sono i meccanismi alla base dei processi pensiero.

Secondo l’autore il pensare risulterebbe da una corretta trasformazione di impressioni sensoriali, gli elementi β, in elementi di maggiore complessità che definisce elementi α.

Nel caso in cui esista una difficoltà a metabolizzare (“digerire”) queste informazioni sensoriali, ne risulterà alterata la capacità del paziente di costruire pensieri; una difficoltà del progetto trasformativo, cioè da β a α (Bion, 1962) produce l’impossibilità di creare immagini mentali dotate di senso e fondamentali per la salute mentale del paziente, nonché di creare un “testo narrativo” comprensibile agli altri.

Scrive Antonino Ferro:

“Secondo Bion è centrale l’attività di metabolizzazione che noi facciamo di qualunque afferenza percettiva: questa attività consiste nella formazione a partire dalle afferenze sensoriali di un pittogramma, o ideogramma visivo: una immagine poetica che sincretizza la risultante emotiva di quell’afferenza o di quella sommatoria di afferenze: l’elemento α”.

Gli elementi β

Bion teorizza che all’origine dei processi di pensiero vi sia una quota di elementi derivati dagli organi di senso che viene “digerita” dalla mente per creare pensieri sani e gestibili.

Questi elementi, che il famoso psicoanalista chiama elementi β, sono definiti in termini di protoemozioni e protosensorialità.

Esiste cioè un livello primitivo di modalità di rapportarsi al mondo esterno basato su sensazioni ed emozioni non ancora gestite e non gestibili.

Si può parlare in un certo senso di materiale emotivo alla stato grezzo che ha un grande impatto nel caso in cui arrivi alla coscienza non metabolizzato: Bion attribuisce la causa scatenante di molte patologie all’ “evacuazione” e ad un’ “iperpresenza” di elementi β.

Secondo questo modello è possibile per esempio pensare all’attacco di panico come ad un’evacuazione (eruzione) di elementi β o aggregati di elementi β non digeriti (i betalomi) che inondano in modo devastante la mente.

In quest’ottica le sindromi ipocondriache andrebbero pensate come un continuo bisogno da parte del soggetto di “tenere sotto controllo” un substrato psichico ritenuto pericoloso poiché composto principalmente da elementi β non digeriti.

Antonino Ferro, tra i maggiori studiosi del pensieri di Bion in Italia, paragonerà l’ondata devastante di elementi β che caratterizza l’attacco di panico alla:

“[…] Massa gelatinosa dello straordinario film The Blob di Yerworth del 1958, nel quale per l’appunto una massa gelatinosa caduta sulla terra da un frammento di asteroide inizia a divorare tutto aumentando sempre più di dimensioni”.

Tornando al pensiero di Bion, è fondamentale riprendere il concetto di accensione mentale; secondo lo psicoanalista è necessario che la capacità di metabolizzare elementi β venga accesa attraverso la relazione con un’altra mente:

“[…] Solo così è consentito l’innesto del meccanismo elementi β evacuati in elementi β accolti e restituiti trasformati in elementi α, ma soprattutto arricchiti da quote di “alfità”, che in sequenza consentiranno l’accendersi della funzione α autonoma“

Gli elementi α

Nella definizione di Roche Barnos (2000), l’elemento alfa potrebbe essere pensato come “l’elemento protovisivo del pensiero che indica l’avvenuta trasformazione di ciò che urgeva come β in pittogramma visivo”.

In altre parole quando un elemento protoemotivo allo stato grezzo viene digerito dalla funzione α assume finalmente una forma comprensibile al soggetto e quindi comunicabile. Il processo di trasformazione che porta l’elemento β a essere “comunicato” in quanto elemento α è graduale: termina nel momento in cui viene scelto un particolare derivato/dispositivo narrativo per poterlo “leggere”.

Secondo la teoria di Bion la difettosità del processo di pensiero può essere riscontrata in due loci patologici: può esservi una carenza nella capacità della mente di produrre elementi α (la funzione α), oppure, nel caso in cui quest’ultima risulti integra, può mancare la capacità di leggere e riconoscere in modo corretto gli elementi α prodotti.

In questo secondo caso gli elementi β vengono trasformati in α ma poi sono difettuali gli elementi che su questi devono lavorare.

In una mente “sufficientemente sana” (va ricordato che per Bion una mente sana è stata “creata” dalla relazione con un’altra mente-madre) gli elementi protoemotivi vengono assimilati e digeriti fino a diventare gestibili e chiari al soggetto, insomma si trasformano in pensieri.

Nel momento in cui gli elementi α sono stati creati devono essere riconosciuti dalla mente per la loro forma ed elaborati fino a diventare ciò che Antonino Ferro definirà derivati narrativi.

L’elaborazione dell’elemento α può essere rappresentata come una progressiva raffinatura a partire dall’elemento β: si pensi a un vissuto primordiale di rabbia e vendetta (β) che trovi la sua prima elaborazione nel pittogramma narrativo “piscina piena di sangue”. Da qui l’elemento α subirà ulteriori trasformazioni fino a poter essere narrato attraverso “film differenti”, i derivati narrativi.

Se l’apparato per elaborare e leggere gli elementi α, definito da Bion apparato per pensare i pensieri , è difettoso, ci saranno situazioni cliniche

“[…] Borderline, narcisistiche in cui c’è una funzione α adeguata ma i cui prodotti non sono poi gestibili e l’interpretazione classica genera spesso più persecuzione che crescita”.

Esistono patologie quindi dovute a una difettosità della funzione α, quella cioè deputata a metabolizzare gli elementi β, oppure a una difettosità della lettura del prodotti di questa funzione.

Un terzo fattore patogenetico può derivare tuttavia da una sovrabbondanza di elementi β rispetto alla capacità lavorativa della funzione α.

Esistono cioè situazioni in cui la quantità di stimolazioni sensoriali ed estero-propriocettive supera la quantità solitamente gestibile dalla mente; queste situazioni sono definite “da accumulo” o più comunemente situazioni traumatiche.

Nel momento in cui esista una quota di elementi β che non può essere gestita vengono messi in atto dei meccanismi difensivi volti a salvaguardare l’integrità psichica della mente. É possibile che una certa quantità di elementi β venga messa in attesa di una funzione α che li elabori: questi sono stati definiti da Ferro elementi balfa, oppure è possibile che vengano messi in atto meccanismi di difesa più comuni, come il diniego, la negazione o la scissione (la quota di elementi β viene scissa e proiettata via).

Secondo la teoria di Bion elementi α vengono prodotti di continuo e in sequenza: durante il sonno si renderanno accessibili attraverso le immagini del sogno, durante la veglia come si vedrà emergeranno attraverso pittogrammi, flash visivi o derivati narrativi.

Per chiarificare il concetto bioniano di trasformazione β -> α Ferro utilizzerà una metafora suggestiva:

“Se usassimo delle tesserine tipo quelle del Memory, una sequenza potrebbe essere fiore-ciliegia-zanzara e, ad esempio, starebbe a pittografare una esperienza gradevole quindi gustosa per divenire poi vagamente irritante”

L’elemento α che viene prodotto è accessibile nella sua forma primaria (non elaborato né “derivato”) solo in due particolari situazioni:

  1. nel caso in cui esso fuoriesca dall’apparato che deve contenerlo e venga visto all’esterno del soggetto (per esempio il paziente vedrebbe un fiore o una ciliegia che esprimerebbero come si sente in quell’istante). Questo fenomeno è descritto come flash visivo.
  2. nel caso in cui il soggetto sia capace di entrarvi in contatto grazie alla sua capacità di rêverie.

La capacità di rêverie è stata definita da Bion come la capacità caratteristica della madre di introiettare gli elementi β del bambino e di metabolizzarli per lui restituendogli elementi α (in questo modo si accende la mente del bambino).

Tale capacità, se introiettata dal bambino, gli garantirà un adeguato funzionamento mentale poiché gli sarà concesso di visualizzare negli elementi a la parte più autentica di sé. Si può notare quindi come la formazione della mente sia pensata da Bion in chiave fortemente relazionale.

L’apparato per pensare i pensieri

Facendo riferimento allo schema che riassume le basi concettuali del pensiero di Bion, si noterà che l’autore ha teorizzato la presenza di un apparato volto a elaborare gli elementi α già metabolizzati: lo definisce apparato per pensare i pensieri.

Si tratta di un secondo livello nel processo di produzione del pensiero narrativo, cioè del pensiero che può essere espresso e narrato a sé e agli altri.

Questo apparato è caratterizzato da una negoziazione continua a livello di significato attribuito agli elementi α in entrata: i suoi prodotti sono i derivati narrativi (Antonino Ferro sosterrà che da uno stesso elemento a possono originarsi più derivati narrativi – “racconti” – che a livello di significato emotivo hanno la stessa valenza).

I derivati narrativi, che assumono come si vedrà in seguito forme diverse (derivati narrativi ludici, grafici, etc.) sarebbero per Bion i pensieri nella loro forma normale e al loro stato più “raffinato”.

É impossibile pensare che all’interno del campo d’analisi il terapeuta non metta in gioco la sua capacità di elaborare o trasformare in un certo modo il materiale psichico che lo coinvolge in quel frangente; nella seduta l’analista utilizzerà il suo apparato per pensare i pensieri nel modo in cui gli sarà congeniale partendo da quanto gli proviene da altre fonti emozionali significative.

Può accadere che le capacità elaborative del paziente superino quelle dell’analista e questo ne risulti influenzato a livello di apparato per pensare i pensieri (situazione di inversione del flusso degli elementi α): secondo Ferro “questo fa parte a pieno diritto delle regole del gioco psicoanalitico“.

L’apparato per pensare i pensieri funziona a livello cosciente, le aperture a significati differenti dipendono da situazioni di oscillazione tra momenti schizoparanoidi e depressivi in termini kleiniani (PS↔D) e oscillazioni tra momenti di contenimento e momenti di fuoriuscita delle emozioni (♀-♂). Da queste oscillazioni dipende la scelta di un significato narrativo da attribuire all’elemento a, secondo un meccanismo vicino ai concetti piagetiani di assimilazione e accomodamento (nel senso di ridefinizione del significato e accostamento a un senso nuovo: l’“irrompere del fatto prescelto” secondo Bion).

Il sogno della veglia

Si delinea così per Bion una modalità di funzionamento della mente con risvolti altamente creativi, per cui da un elemento emotivo grezzo possono prendere vita molte differenti immagini mentali ognuna con un suo “dialetto”.

É questo ciò che l’autore definisce pensiero onirico della veglia, intendendo che l’attività di produzione di elementi da parte della funzione α può essere accostata a quella di produzione di immagini oniriche durante il sonno; vi è quindi un onirico della veglia, e un onirico nel sonno.

É da sottolineare che già la concezione di sogno per Bion era differente da quella classica freudiana, poiché se Freud considerava il pensiero onirico come una trasformazione di materiale inconscio, secondo Bion anche il materiale conscio viene elaborato dal lavoro-del-sogno, per poter venire immagazzinato e selezionato.

Quindi, secondo l’autore, il lavoro-del-sogno (pensiero onirico) lavora incessantemente durante la veglia come durante il sonno.

L’inconscio nel pensiero di W. Bion

Il concetto bioniano di inconscio si differenzia da quello teorizzato nella letteratura classica: è grande l’attenzione data dall’autore alla lettura relazionale delle dinamiche psichiche anche a livello inconscio. Freud teorizzava l’inconscio come costituito da materiale rimosso durante l’infanzia, o a seguito di avvenimenti fortemente traumatici. Durante la seduta psicoanalitica era necessario riportare alla luce questa verità “sepolta e preesistente” al fine di rendere chiara al paziente l’origine storica della sua nevrosi. L’inconscio era visto quindi come fortemente condizionato dal passato e accessibile solo attraverso l’analisi del sogno o la lettura analitica dei sintomi (paraprassie, lapsus, conversioni isteriche, etc.).

La visione che ne dà Bion invece considera l’inconscio come frutto della trasformazione operata dalla funzione α: l’inconscio è per l’autore formato da sequenze di elementi α non accessibili alla coscienza (va ricordato che l’elemento α nella sua forma pura è visualizzabile solo nel flash visivo o attraverso la rêverie). Anche qui è d’aiuto per la comprensione la metafora delle carte Memory utilizzata da Antonino Ferro:

“[…] Man mano che vengono costruiti questi elementi possono rimanere, come in immaginario Memory, scoperte e formano il sistema della coscienza, o capovolti e formano il sistema inconscio. Cioè, l’inconscio di Bion non è un a-monte, ma è un a-valle dell’incontro dell’elemento β con la funzione α”.

Com’è intuibile questo mette in crisi il concetto classico di analista come “archeologo”, che dalla nascita del concetto di campo d’analisi bipersonale era risultato vacillante: si parla in questo caso di un inconscio creato dal soggetto attraverso la funzione α, non di un soggetto pilotato nelle sue scelte dal suo inconscio, in modo “quasi” deterministico.

Per approfondire il lavoro di Bion, un autore italiano che lo ha approfondito nei suoi risvolti metapsicologici e narrativi, è il già citato Antonino Ferro, di Parma:


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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10 August 2022

NEUROFEEDBACK: INTERVISTA A SILVIA FOIS

di Raffaele Avico

Qui un’intervista a Silvia Fois, presidente della Società SINQ (https://sinq.org/), a proposito dell’utilizzo di neurofeedback nella pratica clinica.

La neuro-regolazione mediata da strumenti “a feedback” assume valore terapeutico in molteplici ambiti, dall’ADHD allo stress post-traumatico; fornire infatti al soggetto feedback chiari sul suo stato di funzionalità neuronale, gli o le consente di apprendere, per prove ed errori, migliori modalità di auto-regolazione.

Questa intervista fa parte della rubrica CONNETTOMA, incentrata sul neurofeedback, qui raggiungibile.

Buona lettura!

1) Silvia, chi sei e come ti sei avvicinata al neurofeedback?

Ciao, io sono una Psicoterapeuta con formazione di base Costruttivista. Già dai tempi della scuola di specializzazione ho avuto un enorme interesse per tutto quello che riguarda il rapporto mente-corpo. Stiamo parlando di oltre un decennio fa e non fu facile all’epoca formarmi sul Neurofeedback. Non c’erano formazioni specifiche in Italia e dovetti formarmi a distanza, inizialmente con un terapeuta Americano che viveva a Milano. Ebbi inoltre la fortuna di fare un tirocinio al Centro Prescrittore per l’ADHD qui a Bologna, dove mi diedero la possibilità di seguire tanti bambini con il Neurofeedback, per i loro problemi attentivi.

Attualmente seguo prevalentemente adulti. Da allora ho integrato ulteriormente con i cosiddetti approcci bottom-up, terapia Sensomotoria, EMDR, e con l’utilizzo di tecniche ipnotiche. Le varie formazioni psicocorporee mi hanno portata a seguire in larga parte pazienti affetti da traumi e da disturbi psicosomatici.

Il Neurofeedback rimane una grande passione, che utilizzo sia da solo che soprattutto integrato all’interno dei percorsi di Psicoterapia, trovandone enorme vantaggio.

2) Silvia, cos’è il neurofeedback e in quali ambiti clinici si usa?

Il Neurofeedback è una metodologia che si è dimostrata in grado di modificare l’equilibrio tra i ritmi cerebrali, attraverso un feedback in tempo reale dei parametri indicativi della funzionalità neuronale. In pratica la persona riceve informazioni, attraverso suoni o immagini, di quello che accade nel proprio cervello, ed impara così a regolarlo.

Il Neurofeedback è una tipologia specifica di Biofeedback che lavora direttamente sul Sistema Nervoso Centrale, utilizzando i parametri tipici dell’EEG.

Un aspetto molto affascinante è che la mente impara ad autoregolarsi. Non è dunque una tecnica invasiva perché non ci sono percorsi obbligati che la mente debba seguire: quando trova un assetto che è a lei più funzionale, semplicemente lo segue.

É di provata efficacia su patologie come l’epilessia e l’ADD/ADHD ma c’è ormai un enorme corpus di ricerca per quanto riguarda diverse aree cliniche o ambiti di applicazione (disturbi d’ansia, disturbo da stress post-traumatico, dolore cronico, depressione, insonnia etc.).

Le applicazioni non sono unicamente di tipo clinico, essendo il Neurofeedback utilizzato anche per aumentare le performance nello sport, le prestazioni in determinate professioni, per il miglioramento della qualità della vita. In questi ambiti viene impiegato per migliorare la concentrazione, la tollerabilità allo stress, la memoria, la creatività..

3) Silvia, come si svolge una seduta di Neurofeedback e come può essere utile usare questo strumento – in senso di salute mentale?

Una sessione di Neurofeedback tipicamente comincia valutando lo stato di benessere della persona in quel momento, ed eventualmente passando in rassegna le manifestazioni notate successivamente alla seduta precedente (con eventuali check list o annotazioni manuali). Si prepara il paziente mettendolo a suo agio nella relazione con noi e nell’ambiente (regolando la temperatura, la posizione sulla poltrona ecc.). Eventualmente si può promuovere un maggiore contatto della persona con se stessa e un maggiore rilassamento attraverso l’uso ad esempio della Mindfulness o del Biofeedback, prima del training di neurofeedback vero e proprio.

Vengono poi collocati i sensori. Si può utilizzare il cosiddetto full-cap (cuffia che utilizza almeno 19 canali) se si lavora con tecniche 3D, oppure si possono posizionare alcuni sensori contemporaneamente, o ancora con un unico sensore posizionato sulla zona da regolare. Le aree da trattare vengono scelte precedentemente sulla base delle manifestazioni sintomatologiche da migliorare (e quindi delle aree cerebrali tipicamente associate a quelle funzioni) e sulla base di una mappatura iniziale, la brainmap. Si tratta di una registrazione eseguita ad occhi aperti e ad occhi chiusi, a riposo o durante un compito.

Una volta posizionati i sensori la persona prova in modo più o meno consapevole a modificare un determinato parametro, del quale è informata attraverso feedback visivi o uditivi. É un processo piacevole nella maggior parte dei casi, che può assumere la forma di un gioco soprattutto per i bambini. A fine seduta si possono vedere insieme le modificazioni ottenute rispetto ai valori iniziali (baseline) con l’ausilio di grafici che mostrano le variazioni nel tempo del parametro su cui si è lavorato.

Un valore aggiunto, che massimizza le potenzialità della tecnica, è senz’altro la qualità della relazione con il clinico, che diventa di enorme importanza con persone molto sofferenti, come ad esempio i pazienti affetti da trauma complesso.

4) Silvia, sappiamo che è da poco nata SINQ, la prima società scientifica italiana sul Neurofeedback, e che tu sei la presidente. Vuoi presentarla? Di cosa si occupa?

Certo con piacere. Con un gruppo di colleghi stiamo lavorando a SINQ da alcuni anni e finalmente siamo partiti con le attività.

SINQ è nata con l’esigenza di promuovere la diffusione del Neurofeedback e del qEEG (elettroencefalografia quantitativa) in Italia.

Chi si vuole avvicinare a questa meravigliosa disciplina al momento può trovarsi smarrito di fronte a una miriade di proposte, corsi di base, senza la possibilità di seguire dei percorsi che accompagnino verso un approfondimento progressivo delle competenze e delle conoscenze. Una volta completati questi corsi, spesso le persone si trovano un po’ abbandonate a se stesse, con dispositivi e software da padroneggiare e con conoscenze insufficienti per trattare casi articolati e complessi. Vorremmo invece favorire lo scambio e il sostegno reciproco. Stiamo lavorando per rendere SINQ una società viva, che promuova lo scambio tra colleghi attraverso attività di gruppo nelle quali possano via via coinvolgersi portando le loro preziose esperienze.

Vorremmo lavorare sulla qualità dei percorsi formativi e per questo stiamo promuovendo le certificazioni internazionali come via per garantire degli standard formativi. Siamo a contatto con i più importanti organismi internazionali: siamo unici affiliati Italiani di ISNR (International Society of Neuroregulation & Research) e siamo in continuo dialogo con gli altri affiliati internazionali.

Vorremmo inoltre che chi si occupa di questa materia possa essere facilitato al contatto con i colleghi esteri. Le Neuroscienze progrediscono in modo estremamente veloce ed è molto importante poter accedere alla ricerca e alle nuove metodiche direttamente.

Ci tengo particolarmente a citare gli altri membri del Consiglio Direttivo e del Comitato Scientifico che con me stanno portando avanti questo progetto. Sono tutto colleghi di enorme spessore e competenza, con background e formazioni diverse; chi vorrà unirsi a noi potrà conoscerli personalmente! Il Vice Presidente è il Dott. Marco Rotonda, Segretario e Tesoriere il Dott. Giulio Tarantino, sempre nel Comitato Direttivo la Dott.ssa Emanuela Russo e la Dott.ssa Luciana Lorenzon. Il Comitato Scientifico vede come Presidente il Prof. Giuseppe Augusto Chiarenza e come membri il Dott. Marco Congedo, la Dott.ssa Emanuela Russo, il Prof. Vilfredo de Pascalis.

Qui il sito della Società SINQ: https://sinq.org/.


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27 July 2022

La depressione come auto-competizione fallimentare. Alcuni spunti da “La società della stanchezza” di Byung Chul Han

di Raffaele Avico

Nel libro “la società della stanchezza” del filosofo coreano Byung Chul Han (BCH), in uno dei capitoli finali (“la società del burn out”), vengono espressi alcuni pensieri che potrebbero aiutarci a leggere alcune forme di depressione odierna come depressioni da “performance”.

Avevamo qui introdotto il pensiero del filosofo coreano (naturalizzato tedesco) a proposito di alcune tematiche più ampie riguardanti la società dell’oggi e quella che chiama la “società della stanchezza e dell’autosfruttamento”.

Come osserviamo, la psicopatologia si adegua alla cultura: al cambio culturale, segue il presentarsi di nuove forme di psicopatologia. BCH parte da questo assunto: le patologie mentali sono figlie della cultura in cui si inseriscono, sono rappresentative di determinati eventi sociali in atto.

L’autore in particolare si sofferma su quattro tipologie di sofferenza mentale: 1) depressione 2) ADHD 3) burnout e 4) disturbo borderline di personalità.

Soffermandoci sul tema depressione, è opportuno fare alcune considerazioni a proposito della modalità con cui il filosofo coreano considera la post-modernità, e come colleghi questo periodo storico al nascere di nuove forme depressive:

  • l’epoca attuale vede un collasso del Super-io per come eravamo abituati a pensarlo, ovvero come istanza giudicante repressiva, un giudice interno in grado di schiacciare pulsioni e fornire “colpa”; il Super-io non sembra più esistere in questa forma, sostituito da un “‘Ideale dell’io” che si impone come standard da raggiungere, in questo modo spingendo gli individui a rincorrerlo auto-sfruttandosi costantemente, interpretando il tutto come “atto di libertà”. Il passaggio è quello da una società “disciplinare” a una società della prestazione
  • Da soggetto l’uomo diviene progetto, costantemente in competizione con se stesso al fine di auto-migliorarsi, come una piccola azienda a conduzione unica. Il soggetto pensa di “liberarsi” attraverso il narrarsi “progetto”: BCH descrive questo meccanismo come un auto-ingabbiamento pensato come atto di liberazione. Descrive invece il burnout come il risultato di una competizione assoluta con il proprio ideale dell’Io, una sclerotizzazione del meccanismo; BCH parla di una competizione esausta, impossibile da gestire, che si conclude solo con la morte del soggetto
  • BCH parla in più occasioni della depressione come “infarto psichico”, concettualizzando questo disturbo come svuotato dei suoi aspetti luttuoso/melanconici e generato dalla percezione di uno scarto impossibile da colmare nei confronti dell’ideale dell’Io -imperante.
  • Sempre parlando di depressione, BCH osserva come la depressione preveda un “lutto senza oggetto”, ovvero un senso di disconnessione e perdita senza che però vi sia stata effettivamente una qualche perdita oggettuale; l’autore collega questo senso di disconnessione all’iper-narcisismo attuale, con pochi legami reali e una “massa plaudente che dona attenzione all’Ego” compensando una povertà relazionale di fondo, una scarsità di libido investita sul “fuori”.

In generale, la lettura dei lavori di questo filosofo ci consente di inquadrare alcuni problemi di salute mentale attuale come strettamente collegati alla società che viviamo.

Qui il già citato articolo su questo blog in cui veniva recensito un altro libro di BCH, “Il profumo del tempo”.


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6 July 2022

SCOPRIRE LA SIPNEI. INTERVISTA A FRANCESCO BOTTACCIOLI

di Raffaele Avico

Questa intervista con Francesco Bottaccioli vuole introdurre al lavoro della SIPNEI (Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia), e portare alcuni spunti a proposito del paradigma PNEI (psico-neuro-endocrino-immunologia, appunto). Qui il sito della SIPNEI: https://sipnei.it/

La SIPNEI, nata nel 2001, si propone di promuovere un modo integrato di concettualizzare l’”essere umano” in quanto oggetto della medicina/psichiatria/psicologia clinica.

Bottaccioli, presidente onorario della SIPNEI e suo fondatore, è curatore di una rubrica su Psychiatry on line dal titolo “non solo Cartesio” (qui accessibile). La SIPNEI propone una visione sistemica, totale, olistica (nel senso non “new-age” del termine) dell’uomo. Declinato in ambito psicologico/psichiatrico, il “paradigma PNEI” introduce una modalità sistemica di comprensione e di concettualizzazione dei problemi psichiatrici.

La cosa di per sé non è nuova: l’attenzione tuttavia a una presa in carico integrata delle problematiche mediche diviene qui l’oggetto di studio, l’obiettivo centrale della proposta. La SIPNEI propone inoltre una diversa concezione della visita medica, che in quanto mossa da uno sguardo “comprensivo/olistico”, dovrebbe già da subito essere integrata, con un professionista in area medica affiancato da un professionista in area “psi” (psichiatra, psicologo, psicoterapeuta).

Consideriamo alcuni punti:

  • la mente è incarnata, si riflette nel corpo, ed è da esso influenzata in modo diretto. Alcuni dicono “il corpo è la mente” proponendo una lettura uguale, unificata dell’organismo corpo-mente. Esiste una molteplicità di problematiche psichiatriche originate da disturbi prima di tutto corporei, sperimentati in primis su quel piano. Le due cose spesso di fondono. La depressione per esempio viene descritta come una problematica fisica, corporea; allo stesso modo, soffrire di una patologia cronica a livello fisico espone allo sviluppo di problemi sul piano psicologico. Come in molteplici questioni attuali, esistono posizioni estreme e polarizzate, che il paradigma PNEI tende a rifiutare (come le posizioni biologiste per cui la psicopatologia sarebbe il risultato finale del solo alterarsi del panorama neurobiologico dell’individuo, o le posizioni all’opposto “psicologiste”, proposte per esempio da quegli psicoterapisti che in ragione di una visione riduzionistica -appunto- si pongono contro l’uso di psicofarmaci in psicoterapia). Si tratta qui di superare le posizioni polarizzate, per addentrarsi nel complesso ambito dell’integrazione/coesistenza di saperi e punti di vista diversi.
  • Due termini spesso confusi che ben descrivono la doppia direzione di influenza mente-corpo, sono disturbo psicosomatico e disturbo somatopsichico. Nel primo caso, rintracciamo conseguenze sul piano corporeo, di un problema originato in area psicologica. Contratture, dermatiti, gastriti psicosomatiche, ma anche certe forme di insonnia, possono essere considerate come problematiche causate, in origine, da un problema “mentale”. Al contrario (e in questo caso parliamo di disturbo somatopsichico), come prima accennato, soffrire di un problema corporeo cronico, conduce allo sviluppo di sofferenze anche sul piano mentale. Pensiamo a persone colpite da problematiche fisiche croniche difficilmente curabili: il riverbero di uno stato fisico alterato ricade velocemente anche sul piano psicologico, inducendo sbalzi d’umore, sensazione di impotenza, umore disforico.
  • Gli stessi sintomi psicologici andrebbero considerati come interconnessi tra di loro, entro una visione sistemica. Ne abbiamo scritto qui a proposito del lavoro di Denny Borsboom; si tratta di superare il concetto di causalità lineare (per cui A causa B) per abbracciare quello di causalità circolare, elemento questo fortemente spinto in particolare da alcune scuole di psicoterapia come la psicoterapia sistemica (A causa B che causa C che interferisce con A, e così via). Questa visione obbliga uno psicoterapeuta a interrogarsi non su un sintomo e sulle sue cause, ma su come questo sintomo si inserisca in un quadro complesso e ampio, poco determinabile a priori se non allargando la visuale, pensando quello stesso sintomo inserito tra altri sintomi o altri problemi.

Nell’intervista qui sotto riportata Francesco Bottaccioli racconta della sua formazione universitaria, facendo anche riferimento a un periodo di praticantato/studio relativo alla medicina tradizionale cinese. La SIPNEI, come società scientifica, muove i suoi passi a partire da questa idea di apertura e integrazione, nel tentativo di superare un certo riduzionismo soprattutto in area psichiatrico-psicoterapeutica: molteplici evidenze, dall’epigenetica allo studio degli effetti del microbiota agli effetti del cambio di “stile di vita” sulla psicologia degli individui (ne abbiamo scritto qui) , all’importanza dell’integrazione psicofarmacopsicoterapia, ci raccontano di una sorta di “cambio di paradigma” in atto (o almeno auspicato).

Si tratta di saper “sostare” nella non conoscenza, e in un territorio complesso con molteplici zone d’ombra poco conosciute, soprattutto in area “psi”, immaginando molteplici vertici osservativi da cui osservare un certo fenomeno clinico, e insieme molteplici punti di “ingresso” a partire dai quali tentarne il trattamento o la cura.

Rappresenta infine, la proposta della SIPNEI, un segnale incoraggiante e controcorrente in tempi di semplificazione, polarizzazione, paranoia e risposte facili a temi complessi: un tentativo di “complessificare“ e raffinare lo strumento di indagine in ragione della complessità stessa dell’oggetto di studio.

La SIPNEI organizza per ottobre il suo congresso nazionale; si terrà a Firenze il 1 e il 2 ottobre. Qui tutte le informazioni.

Per quanto riguarda la bibliografia e gli spunti di approfondimento citati da Bottaccioli in questa intervista, qui di seguito (con relativi link) alcuni dei libri e degli ultimi lavori pubblicati:

LIBRI:

  • Bottaccioli F, Bottaccioli AG (2022) Fondamenti di psiconeuroendocrinoimmunologia, RED
  • Bottaccioli F, Bottaccioli AG (2017) Psiconeuroendocrinoimmunologia e scienza della cura integrata. Il Manuale. EDRA
  • Bottaccioli F (2014) Epigenetica e Psiconeuroendocrinoimmunologia, EDRA

ARTICOLI SCIENTIFICI

  • Bottaccioli AG, Bottaccioli F, Minelli A. Stress and the psyche-brain-immune network in psychiatric diseases based on psychoneuroendocrine immunology: a concise review. Ann N Y Acad Sci. 2019 Feb;1437(1):31-42. doi: 10.1111/nyas.13728. Epub 2018 May 15. PMID: 29762862.
  • Bottaccioli AG, Bologna M, Bottaccioli F. Psychic Life-Biological Molecule Bidirectional Relationship: Pathways, Mechanisms, and Consequences for Medical and Psychological Sciences-A Narrative Review. Int J Mol Sci. 2022 Apr 1;23(7):3932. doi: 10.3390/ijms23073932. PMID: 35409300; PMCID: PMC8999976. FREE
  • Bottaccioli, F.; Bottaccioli, A.G.; Marzola, E.; Longo, P.; Minelli, A.; Abbate-Daga, G. Nutrition, Exercise, and Stress Management for Treatment and Prevention of Psychiatric Disorders. A Narrative Review Psychoneuroendocrine Immunology-Based. Endocrines 2021, 2, 226-240. FREE
  • Fioranelli M, Bottaccioli AG, Bottaccioli F, Bianchi M, Rovesti M, Roccia MG. Stress and Inflammation in Coronary Artery Disease: A Review Psychoneuroendocrine Immunology-Based. Front Immunol. 2018 Sep 6;9:2031. doi: 10.3389/fimmu.2018.02031. PMID: 30237802; PMCID: PMC6135895. FREE
  • Bottaccioli AG, Bottaccioli F, Carosella A, Cofini V, Muzi P, Bologna M. Psycho Neuro Endocrino Immunology-based meditation (PNEIMED) training reduces salivary cortisol under basal and stressful conditions in healthy university students: Results of a randomized controlled study. Explore (NY). 2020 May-Jun;16(3):189-198. doi: 10.1016/j.explore.2019.10.006. Epub 2019 Nov 14. PMID: 31982328. FREE
  • Bottaccioli F, Carosella A, Cardone R, Mambelli M, Cemin M, D’Errico MM, Ponzio E, Bottaccioli AG, Minelli A. Brief training of psychoneuroendocrine immunology-based meditation (PRIMED) reduces stress symptom ratings and improves control on salivary cortisol secretion under basal and stimulated conditions. Explore (NY). 2014 May-Jun;10(3):170-9. doi: 10.1016/j.explore.2014.02.002. Epub 2014 Feb 25. PMID: 24767264. FREE

Sulla meditazione a orientamento PNEI (PNEIMED):

  • Carosella A, Bottaccioli AG, Bottaccioli F (2020) Meditazione passioni e salute, II ed. Tecniche Nuove
  • Carosella A, Bottaccioli F (2012) Meditazione, psiche e cervello, II ed., Tecniche Nuove
  • I corsi Pneimed (si veda sul sito SIPNEI)

Per quanto riguada le riviste erogate dalla società SIPNEI, sono qui reperibili:

  1. PNEI NEWS
  2. SIPNEI REVIEWS (dalla rivista SIPNEI REVIEW è scariabile gratuitamente, qui, un lungo approfondimento a proposito del cambio di paradigma in area psicologico/psichiatrica, citato prima nell’articolo)

Qui di seguito l’intervista, buona visione!


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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6 June 2022

PERFEZIONISMO: INTERVISTA A VERONICA CAVALLETTI (CENTRO TAGES ONLUS)

di Raffaele Avico

Del Centro Tages Onlus di Firenze, su questo blog abbiamo in passato già intervistato Simone Cheli, qui.

In questa intervista, Veronica Cavalletti (direttrice del suddetto centro) fornisce alcune delucidazioni a proposito del cosiddetto “perfezionismo clinico“, un tratto di personalità caratterizzato da standard elevati richiesti a sè e agli altri, fonte di notevoli problematiche dal momento che questi standard appaiono per lo più irraggiungibili.

Il Centro Tages Onlus ha avviato un progetto di ricerca, studio e trattamento del perfezionismo, qui raggiungibile.

Vengono citati autori di punta, riferimenti bibliografici, modelli di concettualizzazione del problema, e molto altro.

Qui l’intervista:

  • Buongiorno Veronica, cosa si intende con perfezionismo clinico? Cosa lo distingue da quello “sano”?

Per quanto alcuni autori abbiano suggerito l’idea di poter distinguere tra perfezionismo sano e patologico, le ricerche condotte da quello che da molti è considerato il massimo esperto mondiale sul tema, ovvero Paul Hewitt, sembrano avvalorare l’idea che il perfezionismo sia sempre patologico. In tal senso possiamo avere manifestazioni subcliniche, ma mai una condizione sana e adattativa come ad esempio postulata per i tratti di personalità del Big Five.

Nei lavori di Paul Hewitt, Gordon Flett, Samuel Mikail e colleghi, il perfezionismo è un tratto o stile interpersonale caratterizzato dalla ricerca per sé o per gli altri di standard elevati irraggiungibili. Nella ricerca di questi standard le persone possono sperimentare varie forme di sofferenza, in particolare nei termini di criticismi inter- e intra-personali. Più specificamente, il Modello Comprensivo del Comportamento Perfezionistico (nella versione originale inglese “Comprehensive Model of Perfectionistic Behavior” – CMPB) descrive le manifestazioni del perfezionismo attraverso tre elementi: le componenti di tratto che spiegano come si orienti tale perfezionismo (auto-diretto; etero-diretto; socialmente prescritto); le componenti interpersonali di autopresentazione (autopromozione perfezionistica; non esposizione dell’imperfezione; non disvelamento dell’imperfezione); e le componenti intrapersonali (ovvero le cognizioni automatiche perfezionistiche).

Tutte queste complesse manifestazioni sono appunto sempre fonte di sofferenza per la persona, anche se a livelli diversi. Pertanto, Hewitt e colleghi non individuano mai una forma sana di perfezionismo.

  • Veronica, come si manifesta nella vita di un individuo, il perfezionismo? Può essere considerato un tratto di personalità?

Nella formulazione originaria fatta da Hewitt e Flett il perfezionismo era definito come una dimensione di tratto. Successivamente tale definizione si è ampliata includendo, come dicevo, nel CMPB anche componenti interpersonali e intrapersonali. Riassumendo possiamo considerare il perfezionismo come un complesso stile di personalità che può esporre la persona a forme anche molto gravi di sofferenza. Secondo una classica prospettiva diatesi-stress, l’interazione tra eventi di vita e vulnerabilità soggettiva possono portare a quello che definiamo psicopatologia. È a mio avviso importante sottolineare come le manifestazioni del perfezionismo (che ricordo abbiamo definito sempre problematico) siano assai difformi e spesso gravi. Da un lato, un recentissimo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Clinical Psychology Review da parte di Flett e Hewitt, suggerisce come il perfezionismo rappresenti una sorta di emergenza sanitaria della nostra società. Percepiamo infatti costantemente una pressione ad adeguarci a standard elevati e a mascherare la nostra identità. Dall’altro lato, il medesimo gruppo di ricerca ha pubblicato una mole impressionante di dati che evidenziano come il perfezionismo possa portare a gravi manifestazioni psicopatologiche e di sofferenza, fra cui anche il suicidio.

Le caratteristiche stesse del perfezionismo, basate sulla tendenza a percepire forti pressioni intra- e inter-personali e a mascherare la sofferenza che ne deriva, lo rendono estremamente “pericoloso” da un punto di vista clinico. Nel caso ad esempio del rischio suicidario, le persone con tratti perfezionistici mostrano un’alta letalità connessa alla loro ideazione. I tratti che generano in esse sofferenza, sono gli stessi che le portano a mascherare l’ideazione e a percepire come intollerabile il fallimento di un agito suicidario.

  • Veronica, la psicologia clinica ha spiegato in che modo nasce il perfezionismo?

Devo nuovamente fare riferimento al modello di Hewitt e colleghi per questo. Se infatti altri autori hanno riportato alcuni studi che correlano fattori prossimali e distali con l’insorgenza del perfezionismo, il gruppo canadese è l’unico ad aver integrato tali dati in un modello coerente, che hanno poi successivamente testato in numerosi studi su campioni clinici e non.

Il Modello della Disconnessione Sociale del Perfezionismo (“Perfectionism Social Disconnection Model” – PSDM) aiuta il clinico ad orientarsi nella comprensione del caso integrando elementi evolutivi su come sia emerso questo tratto di personalità e strategie terapeutiche per una concettualizzazione condivisa con il paziente. Il modello è particolarmente complesso e dettagliato. Riassumendo possiamo dire che il perfezionismo emerge a partire dalle prime interazione con il caregiver o altre figure significative. Senza offrire semplicistiche spiegazioni (es. “è tutta colpa dei genitori”), Hewitt e colleghi evidenziano come vi siano dei bisogni non soddisfatti – a causa delle asincronie nel rapporto con il caregiver – che divengono eccessivi e nel tempo portano alla manifestazione di comportamenti perfezionistici, nonché a svariate forme di sofferenza psicologica e ad una generale disconnessione sociale. Nel perfezionismo diviene evidente il ben noto paradosso nevrotico: per cercare di essere accettata e riconosciuta, la persona sviluppa strategie perfezionistiche rigide e immodificabili che in realtà la allontanano sempre più dagli altri.

  • Veronica, quali sono le forme di trattamento più efficaci? Si basano su quale razionale clinico?

I protocolli con maggiori evidenze sono sicuramente la Cognitive Behavioral Therapy (CBT) per il perfezionismo di Roz Shafran e la Dynamic Relational Therapy (DRT) di Hewitt e colleghi. Durante un recente simposio tenutosi a Losanna, per il congresso del SEPI (Society for the Exploration fo Psychotherapy Integration), David Kealey ha mostrato i dati preliminari di una recente meta-analisi in cui emerge come la CBT per il perfezionismo riveli ad oggi un’efficacia assai limitata. I dati invece a favore del DRT sembrano sottolineare l’importanza di tale protocollo. Il DRT è la declinazione pratica e clinica di quanto ho detto sinora in riferimento al CMPB e al PSDM. Integrando una prospettiva dinamica interpersonale con componenti cognitive, Hewitt e colleghi partono da una concettualizzazione condivisa del modello di sviluppo per poi individuare e trattare tutte le componenti inter- e intra-personali attraverso cui il perfezionismo si manifesta.

Negli ultimi due anni io e il dott. Simone Cheli (dei Centri Clinici Tages) abbiamo avviato una stretta collaborazione tra il “Centro per lo Studio e il Trattamento del Perfezionismo” di Tages Onlus e il “Perfectionism and Psychopathology Lab” fondato e diretto da Paul Hewitt. Da questa collaborazione, è nato un protocollo di gruppo che integra il DRT con le pratiche e il razionale evoluzionistico della Compassion-Focused Therapy (CFT). L’intervento (Mindful Compassion for Perfectionism – MCP) è stato oggetto di due pubblicazioni preliminari e sarà oggetto di un futuro trial clinico randomizzato controllato.

  • Veronica, ritieni che il perfezionismo rappresenti per il paziente un sintomo con dei vantaggi secondari per gestire altri problemi, per esempio l’ansia?

Diciamo che il perfezionismo instaura frequentemente un ciclo interpersonale maladattivo e autoperpetuantesi. Gli enormi sforzi a cui si sottopone la persona e il costante mascheramento della sofferenza che ne deriva, vengono spesso interpretati dagli altri come un limitato bisogno di supporto e una sorta di chirurgica freddezza. Secondo il paradosso nevrotico che citavo prima, la persona può arrivare ad esasperare ulteriormente tali manifestazioni nell’erronea convinzione che così facendo l’altro la accetterà e apprezzerà.

Nello studio che abbiamo condotto per validare gli strumenti di assessment di Hewitt e colleghi, abbiamo ad esempio evidenziato una elevata correlazione tra tutte le componenti perfezionistiche e la cosiddetta distress overtolerance, ovvero la convinzione di dover sopprimere e accettare la propria sofferenza. Tornando alla tua domanda, direi che le persone possono, attraverso il perfezionismo, rinforzare una credenza disfunzionale sulla necessità di sperimentare costantemente ansia, piuttosto che gestirla o ridurla in alcun modo!

Oltre a ciò, se vogliamo parlare di vantaggi secondari, mi verrebbe da dire che il perfezionismo – almeno in alcuni contesti (come performance, lavoro etc.) – è un atteggiamento socialmente rinforzato o comunque citato nel linguaggio comune come qualcosa di positivo, ma ciò non significa che permetta ‘davvero’ alla persona di funzionare meglio, anzi.

  • Veronica, ci consigli qualche spunto teorico? Nei vostri Centri Clinici Tages come ci lavorate?

Sicuramente consiglio a chi sia interessato all’argomento la lettura del manuale di Hewitt, Flett e Mikail (la traduzione italiana è pubblicata da Fioriti Editore). Nel libro trovate anche i riferimenti ai due Centri sul perfezionismo che citavo, quello canadese di Hewitt e quello di Tages Onlus.

Nei nostri Centri Clinici Tages cerchiamo di offrire, come per le altre problematiche, un intervento integrato e modulare. Utilizziamo dunque approcci diversi cercando di adattare le strategie più efficaci ai problemi presentati dal paziente, e lo facciamo lungo un percorso che può alternare professionisti e percorsi diversi. Per quanto riguarda nello specifico il trattamento del perfezionismo, nei due articoli che citavo abbiamo descritto quello che solitamente facciamo, ovvero un’integrazione tra la DRT, la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) e la CFT. Ad esempio, in un recente case study descriviamo una paziente con tendenza al mascheramento perfezionistico trattata prima attraverso una terapia individuale in cui abbiamo integrato la TMI con il modello di concettualizzazione della DRT, e poi tramite il percorso di gruppo della MCP.

In altri percorsi, il perfezionismo emerge durante l’assessment come uno dei diversi tratti presenti, ma non necessariamente il più prominente. In tal caso, valutiamo in sede di équipe come trattare questo aspetto alla luce della concettualizzazione complessiva del caso, ad esempio decidendo se affrontarlo specificamente nel percorso individuale (ad esempio perché rinforza o mantiene la problematica principale etc.) o valutando l’utilità di un gruppo MCP che supporti il percorso individuale del paziente.


Ps su questo blog le interviste possono essere aggregate a partire dal pulsante “interviste” nel menù principale, oppure da qui

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28 May 2022

AFFRONTARE IL DISTURBO DISSOCIATIVO DELL’IDENTITÁ

di Raffaele Avico


PREMESSA: articolo originale qui

Stime di riferimento raccontano una prevalenza di questo disturbo nell’ordine del 5% nella popolazione psichiatrica ospedalizzata, intorno al 2% e il 3% nei pazienti ambulatoriali, fino a scendere all’1% della popolazione generale.

Quali sono i sintomi di questo disturbo? Quali i suoi criteri diagnostici? E che approccio terapeutico è possibile?

Con il termine disturbo dissociativo dell’identità indichiamo ciò che un tempo veniva chiamato disturbo da personalità multipla, rivisto nei suoi caratteri clinici. Negli anni infatti sono progrediti studi e ricerche in merito a questa problematica.

Il disturbo dissociativo dell’identità è un disturbo relativo allo stato della coscienza e alla personalità di un individuo, che contiene “sotto-personalità” all’apparenza differenziate, aventi ognuna caratteristiche proprie. La letteratura scientifica pone alla base della sua formazione una traumatizzazione, non necessariamente in età infantile.

La dissociazione è diversa dal disturbo dissociativo dell’identità. Per essere esatti, la dissociazione è il processo attraverso cui il disturbo si forma. Allo stato attuale conosciamo due tipologie di dissociazione: una dissociazione di stato e una di tratto.

La dissociazione di stato è una condizione di alterazione della coscienza che avviene per scopi di difesa dell’apparato psichico, per esempio durante una traumatizzazione o durante l’emergere di un ricordo traumatico. In questo stato mentale abbiamo l’impressione che l’individuo sia in uno stato alterato di coscienza, “distaccato” dalla realtà.

In questo caso la dissociazione prende il nome di detachment: uno scollamento dal reale, uno stato mentale transitorio. Nella dissociazione di tratto, invece, è l’intera personalità a spaccarsi, e in questo caso può formarsi un disturbo dissociativo dell’identità.

Come si crea questo problema?

Seguiamo un costrutto teorico, la Teoria della dissociazione strutturale della personalità, e ipotizziamo che nel contesto di uno sviluppo traumatico, o di una traumatizzazione grave, venga prodotta una spaccatura verticale, in due o più parti, della personalità. Si parla in questo caso anche di compartimentalizzazione.

Una parte prosegue il suo percorso di adattamento al contesto, e la definiamo parte apparentemente normale (ANP), mentre l’altra parte, la parte emozionale (EP), rimane bloccata al momento del trauma, permanendo dentro i confini della personalità come una parte immobile nel suo sviluppo e nascosta.

A elaborare questa teoria è Onno Van Der Hart, psicologo e psicoterapeuta dell’Università di Utrecht, esperto a livello internazionale sulla dissociazione correlata a esperienze traumatiche. Ne parla nel suo volume Fantasmi del Sé, pubblicato in Italia da Raffaello Cortina Editore. Ne parla anche Benedetto Farina, psichiatra e psicoterapeuta dell’Università Europea di Roma.

Ma quali sono i principali sintomi dissociativi?

Dobbiamo distinguere i sintomi a seconda che si parli di dissociazione di stato o di tratto. Spesso si ha a che fare con un senso di discontinuità della propria coscienza, o con sbalzi d’umore forti, o con momenti di assenza, fino alla manifestazione di amnesia dissociativa o fuga dissociativa.

Parliamo di amnesia dissociativa nei casi in cui il soggetto non è in grado di ricordare informazioni fondamentali di sé, quando si manifestano dei veri e propri vuoti di memoria. Si tratta di un contesto diverso, per fare un confronto, dai casi di amnesia globale transitoria. oppure dai disturbi della memoria associati alla depressione.

La fuga dissociativa, poi, accade attraverso episodi di allontanamento improvviso e apparentemente immotivato da luoghi abituali come famiglia e lavoro, effettuati in uno stato alterato di coscienza; a seguito di queste “fughe”, il soggetto sembra non capire come sia arrivato in quel luogo, proprio perché la fuga in sé è accaduta in uno stato dissociativo della coscienza.

Il DSM 5 elenca i criteri per una diagnosi di DID in questo modo:

  • presenza di due o più identità distinte, descritta in molte culture come un’esperienza di possessione spiritica. Questa condizione comporta una forte compromissione della continuità del “senso di Sé” ed è accompagnata da alterazioni negli affetti, nei comportamenti, nella coscienza, nella memoria, nella percezione, nella cognizione e nelle funzioni senso-motorie. Queste alterazioni possono essere riportate da terzi, oppure auto-riferite
  • lacune ricorrenti nel riportare alla memoria fatti quotidiani, informazioni personali importanti o accadimenti traumatici. Sono lacune differenti dal “semplice” oblio
  • i sintomi determinano un disagio significativo, dal punto di vista clinico, o causano una forte compromissione lavorativa, sociale o di altre importanti aree di funzionamento
  • il disturbo non fa parte di una pratica culturale o religiosa largamente accettata
  • i sintomi non sono riconducibili agli effetti fisiologici di alcuna sostanza (o di suo abuso) o di altre condizioni di tipo medico.

Le problematiche legate al disturbo dissociativo dell’identità non sono legate in via esclusiva al DSM come riferimento teorico. Altri approcci, più validi, sono possibili.

Per informarsi e comprendere questo problema è meglio fare riferimento al già citato Fantasmi del Sé di Van Der Hart o ai lavori di Giovanni Liotti, tra i massimi esperti in Italia e non solo sui temi relativi a trauma e dissociazione.

Per avere una panoramica più ampia, sarebbe opportuno approfondire il lavoro dell’Associazione AISTED, l’Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione, fondata a Milano nel 2016.

La cura per il Disturbo dissociativo dell’identità passa per un approccio integrato, con uno psichiatra e uno psicoterapeuta coinvolti. Molteplici e sempre più numerose evidenze sottolineano inoltre come in questo tipo di problema il tema “corpo” sia centrale.

Curiamo il corpo per poi arrivare fino alla mente, secondo un approccio bottom-up. Tra le discipline interessate si possono indicare lo yoga e l’attività aerobica oppure la mindfulness.

Anche la psicoterapia sensomotoria, di cui è portavoce e autrice centrale Pat Odgen, che ha fondato il Sensorimotor Psychoterapy Institute, dimostra di apportare benefici. L’approccio della psicoterapia sensomotoria lavora a integrazione del lavoro psicoterapico in senso stretto.

Non esiste, in conclusione, un farmaco mirato per la dissociazione: esistono farmaci utili a ridurre il suo impatto sulla vita del soggetto, psicofarmaci quali antidepressivi.

Ps: articolo originale qui


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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21 May 2022

GARBAGE IN, GARBAGE OUT.  INTERVISTA FIUME A ZIO HACK

di Raffaele Avico

In questa intervista “fiume” a Francesco, in arte “Zio Hack”, vengono introdotte alcuni temi a riguardo del biohacking, della produttività, della crescita personale.

La letteratura a proposito della crescita e del miglioramento personale è molto vasta, e si configura come una costola del corpus teorico psicologico “applicato”, a metà tra la clinica e la psicologia sperimentale/generale, nel tentativo di capire come funziona la mente umana per “agire” in modo pragmatico, con l’obiettivo di auto-migliorarsi. Questo modo di intervenire sulla psicologia individuale esclude la collettività e l’ambiente di sviluppo, i primi anni di vita e il “problema del trauma”, riducendo per così dire il lavoro terapeutico al momento presente e al “funzionamento dell’Io”.

Per questo, in ambito di letteratura sulla crescita personale ci troviamo spesso ad avere a che fare con testi estremamente pragmatici, applicati, procedurali, pervasi da un assunto di fondo comune a tutti, ovvero: “la tua vita dipende da ciò che sei, e ciò che sei dipende da ciò che fai”. Ne consegue che modificando il proprio comportamento, si dovrebbe arrivare a modellare la propria realtà e il proprio “stare nel mondo”. C’è inoltre, costante, l’invito a “internalizzare” il locus of control, ovvero ad assumersi la “totale responsabilità” di ciò che si è (pensiamo per esempio a derive estreme -molto “americane”- come il progetto “extreme ownership”).

Zio Hack è uno dei precursori in Italia della divulgazione in ambito di crescita personale, già presente in rete dalla fine degli anni ‘90 (1998). Siamo al punto più alto dell’attuale panorama underground sullo sviluppo personale in Italia.

In questa intervista parla di biohacking, time-management e produttività, raccontando del suo stesso percorso di crescita e soprattutto delle sue fonti.

Il punto centrale del suo lavoro, come emerge dall’intervista, è rappresentato dal concetto di piramide. Le piramidi rappresentano il risultato finale di un lungo lavoro di sistematizzazione di fonti a riguardo della crescita personale, divisi per area. Troviamo dunque la “piramide del benessere”, o la “piramide successo personale”, strutturate per “piani sovrapposti” organizzati secondo una logica gerarchica.

Prendendo per esempio la piramide del benessere, osserviamo vari livelli di intervento progressivo, partendo dall’abbandono delle dipendenze, proseguendo attraverso il “problema della gestione della stress”, per poi andare alla qualità del sonno, etc. Le piramidi rappresentano una sintesi del molto materiale raccolto da Francesco nel corso del tempo.

Qui l’intervista, editata in una forma piuttosto grezza, senza tagli.

Zio Hack rappresenta un “aggregatore” di fonti, che lui stesso sostiene aver raffinato nel tempo, attraverso un lavoro progressivo di “setaccio” e potatura di ciò che storicamente si rivelò “fuffa”.

Alcune fonti/spunti/takeaways presenti nel video:

  • portale MOM di Franco Fabbro (meditazione orientata alla mindfulness): http://www.medita-mom.it/
  • Rhonda Patrick e il portale FOUND MY FITNESS (divulgazione scientifica e biohacking di altissima qualità
  • il lavoro di David Sinclair a proposito della biotecnologia usata per contrastare l’invecchiamento
  • il lavoro di Derek Siver, a proposito del “decluttering”, della ripulitura del segnale (“se non è un super-sì, è un super-no”) →https://sive.rs/
  • l’incredibile lavoro di divulgazione di Huberman (professore a Stanford School of Medicine)
  • ambito crescita finanziaria→ Dave Ransey https://www.ramseysolutions.com/
  • ambito nutrizione: https://examine.com/ e Stefano Vendrame (miglior divulgazione in ambito nutrizione in Italia)
  • a proposito della scrittura espressiva, ZIo Hack cita gli studi e i lavori di Pennabeker (qui per approfondire). Scrivere ha il doppio beneficio di ridare una forma narrativa (consequenziale, con un prima, un durante e un dopo) a un pensiero eventualmente disorganizzato, e di aiutare nel processo di simbolizzazione di materiale emotivo “grezzo” (ne avevamo scritto qui a proposito del concetto di affect labeling ). É di fatto uno strumento di regolazione dell’emotività, che viene usato in senso terapeutico in moteplici ambiti, per esempio per il PTSD, per modulare la rabbia (soprattutto in psicoterapia strategica), o per consolidare l’identità (attraverso per esempio la scrittura di un’autobiografia)
  • il lavoro di Connirae Andreas e Steve Andreas come precursori del metodo PNL e della tecnica EMDR (havening.org, che nel protocollo EMDR viene chiamato butterfly hug, qui descritto in modo approfondito, e qui); sempre a proposito della psicolinguistica, interessante il passaggio a proposito delle strutture progressive attraverso cui “intervenire” nel lavoro sul cambiamento: 1) linguaggio 2) visione 3) corpo, che in effetti ricapitolano le fasi progressive dello sviluppo umano (nasciamo cinestesici, corporei, preverbali e precognitivi, tutto quello che esiste di “ulteriore”, come il linguaggio, viene dopo -come dire che un reale cambiamento, per essere veramente tale, deve essere incarnato, “ingrained” in inglese)

La visione di Zio Hack è pragmatica, utilitaristica, empirica, americana con però un sano, più che mai necessario scetticismo europeo, all’insegna del “va bene purchè funzioni”. Chiude l’intervista con 3 pratiche per la crescita personale, indiscutibilmente virtuose: “una pratica meditativa qualunque”, la lettura di qualità (dato che “garbage in, garbage out”) e il movimento/attività fisica, propedeutico agli altri due.

Qui il suo sito: migliorati.org


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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10 May 2022

PTSD: ALCUNE SLIDE IN FREE DOWNLOAD

di Raffaele Avico

Qui di seguito alcune slide a proposito della teoria del PTSD, in free download.

Consentono di farsi un’idea generale sugli sviluppi più attuali relativi alla teoria del trauma psichico.

Contengono molte delle tematiche indagate a tema “trauma” su questo blog (PTSD con o senza sintomi dissociativi, il modello a cascata di Ruth Lanius, l’approccio liottiano al problema, gli approcci psicoterapici, etc.).

É possibile scaricarle qui: PRESENTAZIONE PTSD.


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3 May 2022

MANAGEMENT DELL’INSONNIA

di Raffaele Avico, Luca Proietti


PREMESSE TEORICHE

  • l’insonnia può avere diverse cause; nel caso in cui tu abbia escluso ragioni mediche, è possibile che un sonno frammentato o difficoltoso dipenda da uno stato di stress protratto, o da uno stato mentale di “sopraffazione”
  • di fronte a una minaccia, la nostra mente si attiva per trovare una soluzione, e con essa il nostro sistema nervoso autonomo simpatico. Quando il sistema nervoso autonomo simpatico è attivato, la mente accelera alla ricerca di soluzioni, il corpo si “prepara all’azione”, il respiro si accorcia; in questo stato mentale, la mente non si abbandona al sonno per una ragione di assenza di senso di sicurezza percepita (qui due approfondimenti su rapporto tra ptsd e insonnia: 1 e 2)
  • osserva la tua vita allo stato presente: è possibile che la tua insonnia derivi da uno scarso senso di padronanza/controllo (mastery): in questo senso potrebbe aiutarti tentare di lavorare sul tuo stile di vita, rendendolo maggiormente regolare/disciplinato, con delle routines che diano una struttura alla tua settimana
  • se hai subìto degli eventi che ritieni essere stati per te traumatici, è possibile che il tuo corpo abbia “accusato il colpo”. Il corpo è il primo a subire gli effetti (tra cui l’insonnia) di uno o più eventi traumatici; ci sono molte evidenze sul fatto che praticare attività sportiva aerobica aiuti il corpo a “dissipare” il trauma; di conseguenza, lavorare sul trauma attraverso l’attività fisica potrà aiutarti nell’insonnia
  • proteggiti dal senso di sovraccarico cognitivo: riduci e migliora la qualità dei tuoi input (qui un approfondimento)

MODALITÁ COMPORTAMENTALI

  • crea un ambiente protetto: il luogo del sonno dovrebbe essere un luogo dedicato al sonno e non ad altre attività
  • evita di usare schermi a luce blu prima di dormire; attiva la suoneria del tuo smartphone, e lascialo in un’altra stanza
  • cerca di tenerti legger* in termini alimentari prima di coricarti; prova con il digiuno intermittente
  • valuta la possibilità di usare una coperta ponderata nel caso in cui tu faccia fatica a distendere il corpo, a sciogliere in nervi
  • ritualizza il sonno: crea routines che predispongano la tua mente a entrare in modalità “sonno” quando si presentino; tenta di rendere confortevole e accogliente il luogo in cui dormi
  • non controllare il momento del sonno; tentare di controllare quello che per sua natura è spontaneo (il ritmo del cuore, il ritmo e la profondità del respiro, lo scivolare nel sonno) lo complica e paradossalmente procura un senso di perdita di controllo. Tenta di accettare i contenuti di pensiero che passano per la tua mente mentre stai tentando di addormentarti, senza volerli cambiare. Accetta tutto ciò che proviene dal tuo corpo senza tentare di controllarlo
  • Se ti accorgi che ti stai auto-imponendo di dormire, prova a cambiare strategia, imponendoti di stare svegli*; insieme a questo, accetta la possibilità che tu possa non dormire
  • per contrastare lo stress, prova ad approcciare la mindfulness attraverso clarity (https://clarityapp.it/)

APPROCCIO FARMACOLOGICO (a cura di Luca Proietti)

Vi sono differenti modi per intervenire farmacologicamente sull’insonnia, in ogni caso il farmaco deve sempre essere utilizzato in seconda battuta rispetto alle indicazioni per l’igiene del sonno.

Altro punto che è fondamentale chiarire è che in quei casi in cui l’insonnia sia secondaria o accompagni un’altra problematica come un disturbo dell’umore (depressione, mania), un disturbo post-traumatico o un disturbo d’ansia la terapia farmacologica dovrà essere primariamente indirizzata verso quella problematica e la terapia del sintomo insonnia potrà essere solo di supporto fino a quando non è stata risolta la problematica principale.

Dal punto di vista neurobiologico i mediatori coinvolti nel sonno sono soprattutto l’ormone Melatonina e differenti neurotrasmettitori quali Acetilcolina, Istamina, Noradrenalina e Dopamina.

La Melatonina è un ormone prodotto dall’Epifisi che è responsabile dell’alternanza dei ritmi circadiani, in particolare l’aumento della Melatonina, che durante la notte favorisce il sonno.

La Melatonina viene prescritta a formulazioni pronte da sola o in associazione con altri principi attivi naturali come la Valeriana per i casi di insonnia iniziale, cioè in chi ha difficoltà ad addormentarsi.

Quando si tratta invece di regolarizzare il ritmo sonno-veglia o vi è un insonnia centrale o terminale, quindi con rispettivi risvegli durante la notte o anticipato la mattina, si preferiscono formulazioni a rilascio prolungato o modificato. Queste formulazioni possono anche essere d’aiuto nel caso di altri disturbi del sonno come le parasonnie.

Gli altri neurotrasmettitori, in particolare Acetilcolina e Istamina, ma anche Dopamina e Noradrenalina, attivano in maniera diffusa la corteccia cerebrale per cui sono responsabili dello stato di veglia, mentre se i loro recettori sono bloccati si ha riduzione dell’attivazione corticale, fino al sonno e alla sedazione. Pertanto, alcuni farmaci di altre categorie come la Mirtazapina (fino a 15 mg) e il Trazodone (fino a 100 mg), farmaci antidepressivi “atipici”, possono essere utilizzati la sera per il loro importante effetto antistaminico che tende a favorire il sonno.

Possono essere utilizzati nel trattamento dell’insonnia anche due antidepressivi Triciclici quali la Trimipramina (fino a 25 mg) e l’Amitriptilina (fino a 10 mg) che bloccano i recettori dell’Istamina e dell’acetilcolina e interagiscono anche con i recettori serotoninergici 5HT2A.

Un altro farmaco che può essere utilizzato in alternativa a questi è la Quetiapina (fino a 50 mg), un antipsicotico atipico di seconda generazione che a questi dosaggi interagisce principalmente e quasi esclusivamente con i recettori dell’Istamina.

In maniera parziale tutti questi 5 farmaci bloccano anche i recettori alpha della noradrenalina, anch’essi coinvolti nel mantenimento stato di veglia.

É importante che i farmaci vengano utilizzati ai dosaggi indicati, che non sono i loro dosaggi terapeutici abituali, perché aumentando il dosaggio aumentano gli effetti peculiari di ciascun farmaco. L’Amitriptillina, per esempio, salendo di dosaggio esplica il suo potente effetto antidepressivo, così come la Quetiapina quello antipsicotico.

Questi farmaci sono molto utili nel trattamento dell’insonnia centrale e terminale, ma possono essere anche impiegati per l’insonnia iniziale, quando cioè l’insonnia colpisce l’induzione del sonno (l’addormentamento).

In particolare, la formulazione in gocce del Trittico, ad esempio, risulta molto utile in prima battuta e soprattutto se è presente insonnia iniziale, mentre se persiste insonnia terminale o centrale si può passare a una formulazione di Trazodone r.p. in compresse che favorisce il mantenimento del sonno.

Un altro neurotrasmettitore coinvolto nel sonno è il GABA. Il GABA, al contrario degli altri neurotrasmettitori (Acetilcolina, Dopamina, Noradrenalina) inibisce l’attivazione corticale e promuove il sonno. Tra i farmaci che agiscono su questo recettore troviamo le Benzodiazepine.

In generale le Benzodiazepine, siano a breve o lunga emivita (triazolam, lorazepam, delorazepam, lormetazepam, flurazepam, etc.) andrebbero sempre evitate, se non per quei rari casi di insonnia passeggera, per la loro tendenza a dare assuefazione e dipendenza.

Perchè evitare le benzodiazepine?

  • Le benzodiazepine a brevissima emivita come il Triazolam, Lormetazepam, Brotizolam possono aiutare nell’induzione del sonno, ma danno moltissima dipendenza.
  • Le benzodiazepine a più lunga emivita come il Lorazepam o a emivita lunghissima come il Flurazepam andrebbero comunque utilizzate in casi di emergenza e per brevissimo tempo, anche perché tendono a dare tolleranza, dipendenza, e ad alterare l’architettura del sonno.
  • L’Alprazolam, spesso prescritto per l’insonnia, non ha in realtà nessuna indicazione o razionale di utilizzo per questo tipo di problematica.

Esistono infine i cosiddetti Z-Drugs, farmaci come lo Zolpidem, che agiscono sempre sui recettori GABA, che altererebbero meno l’architettura del sonno e darebbero meno dipendenza, anche se dati recenti hanno messo in dubbio questi aspetti. Lo zolpidem e gli Z-Drugs, possono essere utilizzati per la fase di induzione del sonno andando così a sostituire le benzodiazepine a emivita brevissima.

In nessun modo questo testo può sostituire il consulto con un medico, un medico specialista o uno psicologo abilitati alla formazione. Le informazioni fornite infatti sono di carattere generale e  hanno uno scopo puramente informativo e divulgativo e non sostituiscono in alcun modo il parere, la diagnosi o l’intervento del medico o di altri operatori sanitari. Le nozioni e le eventuali informazioni riguardanti procedure e terapie mediche, posologie e/o descrizioni di farmaci o prodotti hanno natura esclusivamente illustrativa e non consentono di acquisire le capacità indispensabili per il loro uso o la realizzazione. Gli autori non si assumono alcuna responsabilità in relazione ai risultati o conseguenze di un qualsiasi utilizzo delle informazioni pubblicate, alla loro accuratezza, adeguatezza, completezza e aggiornamento.


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27 April 2022

“IL LAVORO NON TI AMA”: UN PODCAST SULLA HUSTLE CULTURE

di Raffaele Avico

Il podcast “Il lavoro non ti ama” è curato dagli autori del portale Siamomine, in collaborazione con la casa editrice Minimum Fax; prende spunto e prolunga il volume che porta lo stesso titolo di Sarah Jaffe, che viene più volte citato nelle cinque puntate di cui si compone.

Il podcast, per la sua durata, può essere ascoltato anche in una sola volta, dato che le puntate durano 20/30 minuti l’una.

Qual è il tema?

Come si intuirà dal titolo, il tema è la tossicità della Hustle culture, intesa come “cultura dell’iper-attaccamento al lavoro”, tematica già da tempo indagata (si veda per esempio questo articolo), ora particolarmente attuale a seguito del fenomeno delle “grandi dimissioni”, una tendenza cioè all’abbandono del posto di lavoro partita dagli USA e sconfinata anche in Europa, fenomeno slatentizzato dai due anni di pandemia appena trascorsi.

Siamomine da qualche tempo esplora il fenomeno attraverso la rubrica #quitters.

Il punto centrale è quello che altri autori già affrontano (Byung Chul Han), ovvero un’introiezione talmente nascosta e pervicace delle norme del sistema capitalistico, da essersi convertita in una sorta di spinta all’auto-sfruttamento continuo.

Il “capo”, ora, è “dentro”.

L’effetto pratico di questo processo di “colonizzazione del pensiero” è un senso di colpa sottile ma continuo nei momenti di vuoto e di non-lavoro, particolarmente presente in coloro che si professano “capi di sé stessi”, ovvero le partite IVA.

Nel podcast viene ben osservato come in questa fase “tarda” del periodo capitalistico (ricordiamoci che il concetto di “carriera” è un concetto recente, nuovo), lo stesso capitalismo abbia preso delle forme peculiari, funzionali al suo stesso sopravvivere.

Nonostante infatti la crisi economica degli ultimi 15 anni abbia abbassato il livello di ricchezza generale (per lo meno in Italia), le persone sembrano sempre di più puntare su una visione individualistica del lavoro, rinunciando a ogni forma di diritto lavorativo nell’idea che “volere è potere”.

Ci troviamo in un frangente storico di grande sfruttamento, venduto però come “libertà di scegliere”, una sorta di ripiegamento su sé stessi di individui che vedono il mondo del lavoro progressivamente destrutturarsi per come lo conoscevano, auto-convincendosi che la responsabilità del loro precariato ricada totalmente sulle loro spalle -a fronte di un’offerta da parte del mondo del lavoro sempre più povera (vd. gig economy).

Il decentramento del lavoro (lavoro da casa, senza orari, senza confini tra vita privata e vita lavorativa, con un senso di reperibilità continua) rischia solamente di accelerare questo processo, sgravando le aziende di molti costi e insieme separando i lavoratori, isolandoli e rendendoli quindi più deboli in senso cooperativistico.

La Hustle Culture (“thanks god it’s monday”) rappresenta una bugia dal sapore distopico, che questo podcast tenta di smascherare. Da ascoltare, qui.

Article by admin / Generale

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  • IL RITORNO DEL RIMOSSO. Videointervista a Luigi Chiriatti su tarantismo e neotarantismo 10 September 2020
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  • FONDAMENTI DI PSICOTERAPIA: LA FINESTRA DI TOLLERANZA DI DANIEL SIEGEL 20 May 2020
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  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.1 6 March 2020
  • PREFAZIONE DI “PTSD: CHE FARE?”, a cura di Alessia Tomba 5 March 2020
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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
  • Nella sezione FORMAZIONE sono contenuti post a contenuto vario, che hanno l’obiettivo di (in)formare il lettore a proposito di un determinato argomento.
  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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