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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

21 December 2021

PSICHEDELICI: LA SCIENZA DIETRO L’APP “LUMINATE”

di Raffaele Avico

Su questo blog abbiamo già parlato di psichedelici: qui alcuni link ad articoli precedenti che introducono all’utilizzo di MDMA nel trattamento della sindrome post traumatica.

Negli ultimi tempi sono frequenti i riferimenti in letteratura a un presunto rinascimento psichedelico, un’ondata di rinnovato interesse per l’utilizzo di sostanze psichedeliche in voga già negli anni ‘60, ora reintrodotte o in procinto di essere introdotte nella farmacopea psichiatrica.

Si veda inoltre:

  1. mdma per ptsd
  2. sul rinascimento psichedelico
  3. Lucid (news in tema psichedelici)

L’idea è che, sostanzialmente, le sostanze psichedeliche possono offrire un ingresso velocizzato al mondo interno del paziente nel contesto di una psicoterapia strutturata.

Un aspetto non nuovo, ma relativamente meno dibattuto, è l’utilizzo di strumenti alternativi per indurre stati alterati di coscienza non mediati da sostanze psicotrope, come le esperienze di deprivazione sensoriale e la luce stroboscopica come induttore di stati di pseudoallucinazione.

Vice ha recentemente pubblicato un articolo a proposito di una nuova applicazione per telefoni cellulari, scaricabile sia in ambiente apple che android, che promette induzione di stati alterati di coscienza e potenziali effetti ansiolitici e rilassanti: Luminate.

L’applicazione è scaricabile qui.

A proposito dei suoi effetti e del suo utilizzo rimandiamo all’articolo di Vice, da leggere per meglio comprendere il seguito di questo post.

Tentiamo ora qui un approfondimento per punti degli aspetti scientifici che ne possano giustificare l’utilizzo.

  • l’applicazione prevede che il soggetto che ne voglia fare uso si “somministri” il ciclo di emissioni di luce dinnanzi agli occhi chiusi a una distanza variabile dai 10 cm ai 30 cm, a seconda di quanto intensa voglia sperimentare la sensazione di stimolazione (con il telefono vicino alle palpebre chiuse degli occhi, la stimolazione luminosa risulta molto intensa)
  • i pattern luminosi e le forme evocate dalla luce stroboscopica a cui il soggetto viene sottoposto, producono l’impressione graduale che alla vista, su sfondo nero -dato che ovviamente la si usa a occhi chiusi-, si sviluppino forme geometriche e frattali luminosi e che questi si manifestino in una sorta di sequenza fluida, guidata dal variare della frequenza della luce proiettata dal flash dello smartphone sul quale la si utilizza
  • le sensazioni riportate dalla maggior parte dei fruitori riguardano non tanto esperienze realmente allucinatorie (dato che l’app non è in grado di procurarle) quanto un’alterazione dello stato di coscienza propedeutico alla “dissoluzione” identitaria spesso ricercata dai fruitori, nell’idea di un possibile accesso a una realtà “altra”, interiore, dis-intermediata dai consueti strumenti cognitivi (il linguaggio e le immagini). In altre parole, la stimolazione luminosa sembra in grado di indurre uno stato “ipnagogico” in condizioni di sicurezza, o uno stato pseudo-dissociativo nel corso del periodo di immersione nell’esperienza
  • nei crediti dell’applicazione e sul sito che la vuole presentare, viene citata la mission degli sviluppatori, nonché descritta la fase iniziale di sviluppo dell’app, partita dallo studio di “centinaia di articoli scientifici inerenti lo sciamanesimo, la deprivazione sensoriale, l’ipnagogia”[..]”per poi, unendo i puntini” arrivare al concetto-chiave di “sincronizzazione” sensoriale. In fisica è noto il fenomeno dei due pendoli che, posti uno di fianco all’altro, arrivano a sincronizzare il loro movimento. Fino a poco tempo fa, come qui approfondito, sembrava difficile spiegare il fenomeno; ora sappiamo che l’evento è da imputare all’emissione di onde sonore da parte dei due pendoli, che modellano i rispettivi movimenti oscillatori portandoli a sincronizzarsi. In molteplici altri ambiti in natura accadono fenomeni di “sincronizzazione” spontanea. In questo caso, gli sviluppatori del software sostengono che attraverso la stimolazione effettuata sui neuroni -per via delle vie nervose afferenti al cervello dagli occhi- fatta a una certa frequenza, si possa indurre gli stessi neuroni a sintonizzarsi nella loro “attività” con la luce stroboscopica erogata dall’app, con diversi effetti neurobiologici e “psichedelici”/psicotropi, elencati qui di seguito:
  • 1) aumento della “variabilità” del funzionamento neuronale, un parametro questo in grado idealmente di spiegare un livello più o meno “alto” del funzionamento della coscienza. Si veda questo articolo per un approfondimento. A grandissime linee, un aumento della complessità nell’interazione reciproca dei neuroni in alcune aree cerebrali è in grado di elevare lo stato di coscienza. Qui avevamo parlato di un indice potenzialmente in grado di misurare il grado di complessità e di “presenza” dello stato di coscienza, indagato in particolare dal gruppo di lavoro di Giulio Tononi (per un approfondimento).
  • 2) diminuzione dell’attività cerebrale relativa al “default mode network”. Del DMN avevamo scritto qui. Il Default mode ci aiuta a mantenere la concezione soggettiva di un Sé unitario, e ci consente di narrare noi stessi a noi stessi. Esercita in altre parole un lavoro di coordinamento narrativo, tale per cui noi si ha l’impressione di essere sempre le stesse persone nel tempo. Una riduzione del suo funzionamento, produce una dissoluzione identitaria, una perdita in qualche modo dell”io”, fenomeno ricercato attivamente dagli psiconauti attraverso l’assunzione di sostanze psichedeliche, e che questa app promette di produrre. Per un approfondimento su questo aspetto si veda il modello teorico Rebus
  • 3) aumento della connettività funzionale. La connettività funzionale riguarda la correlazione temporale fra due eventi neuronali spazialmente distanti; la si studia osservando “cosa fa” il cervello in risposta a determinati stimoli sensoriali o processi cognitivi; è un indicatore che ci racconta di come le varie parti del cervello comunichino tra di loro, e sotto l’effetto di allucinogeni subisce delle variazioni (come qui approfondito). Gli sviluppatori dell’app sostengono di garantire un effetto di incremento della connettività funzionale (che si verifica sensibilmente sotto effetto di sostanze psichedeliche, come qui largamente approfondito), anche attraverso l’uso di Luminate.
  • 4) riduzione delle onde Alfa cerebrali durante la stimolazione stroboscopica. Questo effetto è stato documentato anche in altre circostanze di ricerca, con altre sostanze (per esempio si veda qui); il collasso delle onde cerebrali Alfa lascia spazio a un funzionamento cerebrale più simile a quello osservato durante il sonno, cosa che si osserva in concomitanza con la sensazione di entrare in una dimensione “altra”, come si sognasse.

LUCIA N. 03

Cercando materiale in rete, scopriamo che anni fa un esperimento del genere era già stato fatto, nel progetto austriaco Lucia N.03; uno degli articoli citati sul sito di Lucia N.03 è questo, in effetti molto mirato.

L’allucinazione indotta da luce stroboscopica è stata qui indagata usando lo strumento prima citato (Lucia N.03), che sostanzialmente ha un funzionamento sovrapponibile a Luminate con alcuni punti di varazione. Lo studio ha raccolto un campione di 19 giovani universitari che sono stati sottoposti a un trattamento con Lucia N.03 (modulando diverse frequenze nell’erogazione dell’impulso luminoso, ovvero 0 Hz -cioè il buio-, 3 Hz e 10 Hz, ogni volta per 10 minuti) e indagati con EEG. 1 Hz corrisponde a un impulso luminoso al secondo.

Ne ricaviamo quanto segue:

  • la somministrazione di luce stroboscopica produce un’alterazione del funzionamento cerebrale simile a quella osservata assumendo sostanze psicotrope; in particolare è in grado di far crollare la presenza di onde cerebrali alfa (come prima accennato).
  • Sottoposti a questo test, le analisi statistiche indicano la percezione da parte degli intervistati di uno stato di coscienza soggettivamente esperito come alterato (“​​The subjective intensity of experience for both stroboscopic conditions was substantially higher than for the Dark condition”), e in modo differenziato a seconda dell’intensità della somministrazione (“While there were some commonalities in experience between 3 Hz and 10 Hz, they also differed in terms of intensity and across many ASCQ dimensions, indicating that each stimulation frequency produced distinct phenomenal states”)
  • sempre riferendosi al test prima citato, i ricercatori paragonano i risultati ottenuti con Lucia N.03 a quelli ottenuti assumendo psilocibina (funghi allucinogeni), trovando risultati simili (“Together, these results suggest that the changes in experience and phenomenal content – as reflected by the ASCQ – reported during 3 Hz and 10 Hz stroboscopic stimulation showed some similarities to those following the ingestion of psilocybin, but also a number of differences. These results support stroboscopic stimulation as a novel non-pharmacological method of inducing ASC, phenomenologically similar in some respects to the psychedelic state.”)
  • Per quanto riguarda le forme/visioni percepite durante l’esperienza, i soggetti esaminati testimoniano di epifenomeni coerenti con altri report effettuati in precedenza. Parliamo di “allucinazioni visive indotte da luce stroboscopica” (Stroboscopically induced visual hallucinations) con pattern geometrici, spirali, “griglie” e forme caleidoscopiche colorate; alcuni di questi soggetti (a intensità più basse di stimolazione, paradossalmente) osservarono il manifestarsi di forme più strutturate “dal buio”, come riportato in queste testimonianze:
  • approfondendo i risultati ottenuti all’EEG, gli autori osservarono variazioni sensibili all’indice Lempel-Ziv (qui un approfondimento), usato per rilevare il grado di complessità del funzionamento cerebrale preso nel suo insieme. Questo punto appare importante perché rafforza la tesi degli sviluppatori di Luminate a proposito degli effetti dell’applicazione sulla “diversity” neuronale, qui dimostrata (di nuovo, paradossalmente a bassa frequenza dell’impulso luminoso, 3 Hz, situazione di stimolazione tra l’altro a maggiore intensità di “allucinazioni”)
  • nella discussione finale, gli autori osservano come il rilevare un’aumentata diversità del funzionamento cerebrale rilevato tramite EEG potrebbe segnalare la presenza di uno stato alterato di coscienza caratterizzato dal susseguirsi rapido di scenari mentali prodotti dall’esperienza stessa, una forma “iper-associativa” del pensiero rilevata anche nel contesto di sperimentazioni con psichedelici naturali come la psilocibina (qui un approfondimento).
  • per quanto riguarda le onde cerebrali, gli autori osservano -come prima accennato- una consistente alterazione delle onde alfa (“The most pronounced spectral alteration, which appears to be consistent across different psychedelic compounds -LSD, psilocybin and ketamine- is the marked decrease in alpha power”), a sua volta correlata a una maggiore disinibizione della corteccia, a una maggiore eccitabilità della stessa e quindi ad un’attività interna tale da generare le forme pseudo-allucinatorie prima citate (“During psychedelic ASC a reduction in alpha power marks decreased cortical inhibition, facilitating the spread of spontaneous internally generated patterns of neural excitation over the visual cortex, leading to the experience of visual hallucinations”).
  • Questi ultimi due punti ci dicono come, con Lucia N.03, gli effetti prodotti dimostrati siano in parte sovrapponibili a quelli citati dagli sviluppatori di Luminate. Il decrescere dell’intensità delle onde alfa, viene citato sia in questo studio che dagli sviluppatori di Luminate come in grado di produrre una dissoluzione dell’Io (“Following from this model, decreases in alpha power during psychedelic ASC have also been linked to the formation of complex visual hallucinations. For example, the magnitude of the reduction in alpha power during psychedelic ASC -LSD- has been shown to predict the extent of both simple and complex visual hallucinations, as well as more profound changes in consciousness, such as ego-dissolution”).
  • Viene evidenziato chiaramente come la frequenza a più alto effetto sia 3 Hz. Gli autori osservano inoltre che un elemento utile a potenziare l’effetto allucinatorio del macchinario Lucia N. O3 fosse l’intensità della luce, in questo caso più alta rispetto a Luminate (“Stimulus luminance is known to increase the magnitude of neural evoked responses at early stages of visual processing. The high luminance used in this study may therefore have led to stronger effects on inhibitory processing on visual cortex, which may account for the emergence of CVH”)
  • sempre 3 Hz viene descritta come la frequenza maggiormente in grado di indurre uno stato simil ipnagogico (si veda qui per un articolo sullo stato ipnagogico)
  • Gli autori così concludono: “By combining stroboscopic stimulation with EEG, we found that stimulation at 3 Hz and 10 Hz generates subjectively striking changes in experience (as measured by the ASCQ), which were accompanied by increases in EEG signal diversity (as measured by Lempel-Ziv complexity (LZs)) compared to wakeful rest. These subjective reports and increases in signal diversity show similarities to those observed during psychedelic states engendered by LSD, ketamine, or psilocybin41, indicating that spontaneous signal diversity provides a robust signature of ASC. Using surrogate data, we demonstrated that increases in signal diversity under stroboscopic stimulation depended on changes in both the power spectrum and the phase spectrum of the underlying EEG. Although stroboscopic and psychedelic ASC differ in many respects, our findings of substantial changes in experience, along with both ‘simple’ and ‘complex’ visual phenomena, demonstrate that stroboscopic stimulation offers a powerful non-pharmacological means of inducing ASC, as well as providing a possible adjunct to psychedelic therapies. Overall, our results provide further evidence that EEG signal diversity reflects the diversity of subjective experiences that are associated with different states of consciousness.”

In generale, lo studio prima citato ci riporta un risultato, ai test, simile a quello ottenuto usando altre sostanze psichedeliche come la psilocibina. Un aspetto da considerare è che il questionario sottoposto al campione dello studio tendeva (e questo gli autori lo riconoscono) a indagare l’esperienza degli individui in modo bidimensionale, senza curarsi degli aspetti realmente trasformativi, profondi e talvolta addirittura mistico/spirituali dell’esperienza stessa (aspetto cercato attivamente, spesso, dai “frequentatori” di stati alterati di coscienza). In questo caso abbiamo a che fare con un’esperienza di alterazione più leggera, in un certo senso superficiale, ma allo stesso modo psichedelica.

Tornando a Luminate, è possibile mettere in parallelo le ricerche effettuate prendendo in considerazione Lucia N. 03 e l’applicazione in oggetto, immaginando una parziale sovrapponibilità dei risultati (pur non essendo esplicitate nel sito di Luminate le esatte frequenze degli impulsi luminosi -che tra l’altro in Luminate variano costantemente-, così come l’intensità della luce -che si desume tuttavia corrisponda all’intensità del flash del proprio telefono, che per un Iphone è sotto i 100 lumen -usando Lucia N.03 i lumen al massimo flusso erano più di 5000). Aspetto da considerare è che Luminate eroga, insieme alla stimolazione visiva, musica da viaggio psichedelico.

Per chi volesse effettuare un approfondimento sull’uso della luce stroboscopica (“flickering”), anche questi articoli rappresentano una buona risorsa:

  1. 1
  2. 2

Per come viene venduta l’app, nella sua versione a pagamento l’esperienza psichedelica dovrebbe produrre un effetto calmante o esplorativo. Esplorativo è qui da intendere come in grado di permettere all’individuo di “vagare” per i contenuti interiori della sua coscienza in modo facilitato.

Sono inoltre previste delle esperienze mirate che dovrebbero facilitare il sonno, o aiutare l’individuo nella focalizzazione e nella creazione di obiettivi. É probabile che ciò che cambi siano solamente il sottofondo musicale e la durata dell’esperienza, essendo improbabile che gli sviluppatori siano stati in grado di costruire sequenze luminose/sonore mirate agli obiettivi che l’app propone: quale dovrebbe essere la sequenza luminosa/sonora adatta a conciliare il sonno, e in che modo differirebbe da quella adatta al focusing?

Al di là degli aspetti neurobiologici, un ultimo aspetto da sottolinare è che, per come viene usata, l’app Luminate distrae i nostri sensi in modo non traumatico e continuativo, creando un effetto doppio-compito simile a quello ipotizzato per spiegare il meccanismo di funzionamento dell’EMDR. L’esplorazione “interiore” avviene più facilmente quando l’attenzione selettiva della mente sia convogliata su uno stimolo continuo, come un rumore bianco; questo crea una sensazione di assenza di ansia, migliorando la stessa esplorazione dei contenuti di pensiero.

Qui per provare l’app.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)


Article by admin / Generale / psichedelici

14 December 2021

ASYLUMS DI ERVING GOFFMAN, PER PUNTI

di Raffaele Avico

PREMESSA: questo post fa parte di una serie di articoli a tema “operatori di comunità”. La rubrica raccoglie riflessioni a proposito del lavoro di comunità, tema poco esplorato soprattutto usando il punto di vista di chi ci lavori o ci abbia lavorato. Il mestiere dell’operatore di comunità comprende una serie di mansioni quasi mai raccontate. Il ruolo non è d’altronde riconosciuto né valorizzato a livello sociale: la sua importanza è tuttavia centrale in una macchina complessa come quella di una struttura psichiatrica di tipo comunitario. Il ruolo dell’operatore di comunità è oggi ricoperto da educatori professionali o più spesso psicologi non psicoterapeuti iscritti ad albi speciali attraverso cui attestano una pregressa carriera in ambito di psichiatria di comunità. Si tratta di un ruolo ibrido che tiene insieme componenti normativo/educative, aspetti di holding psicologico (espresso attraverso colloqui di supporto psicologico e diversi altri strumenti), aspetti organizzativo/disciplinari e una visione di lavoro in equipe. Un ruolo complessissimo cui andrebbe riconosciuto maggiore valore, essendo centrale sul territorio in ambito psichiatrico. Qui la rubrica.


Il trattato Asylums di Goffman è considerato un classico sulla letteratura sui rischi delle istituzioni totali. È composto da diversi saggi, tra i quali il più importante e conosciuto è il primo, che apre il libro, dal titolo “Sulle istituzioni totali”.

Il saggio si configura come un’opera miliare di sociologia delle istituzioni, per la brillantezza degli approfondimenti dell’autore, impegnatosi per più di un anno in un’opera di osservazione diretta di un ospedale psichiatrico americano con più di 7000 degenti, e per la ricchezza dei contenuti, di eccezionale attualità.

Vediamo, di seguito, i punti più importanti della trattazione di Goffman.

  • Goffman mette sullo stesso piano istituzioni totali di diversa tipologia come carceri, campi di concentramento, istituzioni psichiatriche, istituzioni militaresche come navi e campi di addestramento, e istituzioni religiose chiuse come monasteri e abbazie. Il principio e la forma sociologica che le accomuna, l’autore spiega, è la stessa, e va sotto il nome, appunto, di “istituzione totale”.
  • La maggior parte del lavoro fatto da Goffman ha a che vedere con la realtà dell’istituzione psichiatrica; è per questo forse che il libro è ricordato in particolare come esempio di letteratura inerente la “psichiatria democratica”.
  • L’istituzione totale prevede una replica, in piccolo, della società esterna, con però leggi diverse; al suo interno, la divisione principale è tra gli “staff” (cioè chi vi lavora) e gli “internati” o degenti. Nel primo saggio “sulle istituzioni totali”, Goffman fa una lettura lucidissima di quelli che sono i rapporti di potere tra internati e staff, di fatto grottescamente distorti dal “microclima” in cui questi siano a doversi espletare: particolarmente suggestive le delucidazioni sui cosiddetti momenti di “rilassamento” di queste stesse dinamiche di potere, di fatto utili esclusivamente alla sopravvivenza omeostatica dell’istituzione stessa. Come il carnevale medioevale rappresentava un momento di rovesciamento funzionale e salubre alla sopravvivenza e al buon funzionamento, fluido, della società dell’epoca, così, nell’istituzione totale, sono previsti momenti di rilassamento e maggiore commistione tra internati e staff, entro forme precise e di fatto stereotipiche. Goffman cita la “partita di calcio” tra internati e staff, il “teatro” come luogo di possibile inversione e rimescolamento dei ruoli, la cena conviviale con operatori e internati mischiati a Natale e Capodanno, momenti insomma in cui i rapporti di potere sembrano assottigliarsi e per un momento annullarsi. In realtà però tali momenti risultano funzionali al loro stesso rafforzamento. Impressionante notare, come chiunque abbia lavorato in un’istituzione odierna chiusa (comunità terapeutiche, strutture di cura di varia forma), come Goffman descriva dinamiche a tutt’oggi vive e attivamente ricreate all’interno di queste strutture.
  • Nella descrizione di quella che chiama “carriera morale del malato mentale” (secondo saggio breve), Goffman descrive il processo che fa sì che l’istituzione promuova uno schiacciamento del Sè del degente, fino a una sua completa “istituzionalizzazione”. Un aspetto su cui Goffman si concentra, è il potere “stigmatizzante” o connotante del luogo dell’istituzione stessa. Ovvero, è l’essere stato in carcere o in manicomio a dare avvio al processo di “etichettamento” del degente e alla sua successiva “carriera” (termine scelto con cura) da malato psichico. Chi per esempio riuscisse a non fare il carcere, ma a scontare la sua pena in modo alternativo, verrebbe salvato dal marchio connotante del luogo/istituzione; Goffman in questo modo sottolinea come possa essere forte l’impatto dell’istituzione totale sia sul Sè (per l’individuo stesso) che sull’immagine costruita agli occhi degli altri.
  • Un aspetto approfondito da Goffman è l’adattamento dell’individuo all’istituzione totale, che suddivide in “primario” (adesione totale alla forma dell’istituzione e apologia della sua morale) e “secondario” (adesione parziale e tentativi -repressi o no- di disorganizzare la forma dell’istituzione). Goffman qui si spende in una descrizione minuziosa di una serie di comportamenti messi in atto dagli internati, volti a sovvertire l’ordine istituzionale in modi più o meno raffinati: dall’usare particolari oggetti al fine di procurarsi vantaggi pratici, al “lavorarsi il sistema”, all’”usare” l’istituzione stessa per ottenere vantaggi di vita (non pagare più un affitto, garantirsi vitto e alloggio). Tutto ciò è argomento evidentemente attuale;
  • Goffman pone l’accento sulla funzione squisitamente sociale e custodialistica, dell’istituzione, e in particolare quella psichiatrica. Nel momento in cui un certo numero di persone si trovassero d’accordo , in modo implicito, nel dover o voler “allontanare” dal gruppo sociale un terzo individuo (immaginiamo il gruppo composto da parenti, curanti interpellati e conoscenti del futuro degente), la “macchina” istituzionale verrebbe avviata e, una volta “internato” l’individuo, si creerebbero le condizioni necessarie a far sì che la ragione sottesa al suo internamento fosse di volta in volta confermata, con la collusione, in pratica, di tutti gli attori coinvolti. Goffman fa qui una rilevazione macroscopica di un meccanismo molto potente (sociale) che di fatto esclude alcuni individui dal campo visivo degli altri, considerati sani.
    Nel triangolo composto da “persona di fiducia”, futuro degente e operatori sanitari, questi ultimi saranno quelli preposti a caricarsi della responsabilità dello “strappo” famigliare. La persona di fiducia (tutore, parente prossimo) è colui che è deputato a rinforzare la motivazione alla cura dell’internato e tenere vivo, al contempo, il rapporto con lui/lei. L’internamento viene a rappresentare così, in alcuni casi, una sorta di sacrificio umano sull’altare della buona pace pubblica.
  • Goffman fa notare che in un ambiente di istituzione totale di taglio psichiatrico si potrà creare un ambiente persecutorio in cui sarà impossibile NON comunicare, per l’internato, agli occhi degli staff. Ogni segno di rivolta, così come ogni segno di acquiescenza eccessiva,  viene interpretato con occhio clinico, al fine di confermare la motivazione stessa all’internamento dell’individuo, come in un gioco di “ruoli iperdefiniti” rigidi e immutabili agli occhi dell’istituzione stessa.
  • Interessante anche il riferimento fatto da Goffman alla “geografia della libertà”, con zone dell’istituzione a scarsa, media e alta sorveglianza da parte dello staff, luoghi “neutri” o sicuri dover poter finalmente essere “se stessi” e zone alle quali il libero accesso avrebbe significato una “progressione” avvenuta nella carriera da internato (maggiori privilegi, maggiore libertà). A proposito di questi luoghi neutri, esclusi dalla politica dell’istituzione totale, Goffman cita il bagno come rifugio ultimo dover poter ricongiungersi con un sé non intaccato dall’istituzione (Goffman osserva questo riferendosi anche alla realtà dei campi di concentramento).
  • Ciò che distingue un’istituzione da un’istituzione totale sono i suoi confini. Le dinamiche di istituzioni di questo tipo sono tali perchè il loro essere “chiuse” le costituirà a luoghi “altri” entro i quali questo tipo di dinamiche (scissionali, foriere di polarizzazioni) possano attecchire (si confronti a questo proposito il concetto di eterotopia di Foucault). Dove non ci fosse “sottosistema chiuso” queste dinamiche perderebbero di senso, divenendo grottesche o assurde (che è l’impressione di chi, dall’”esterno”, osservi per la prima volta il funzionamento di un’istituzione totale senza viverla).

Le riflessioni di Goffman sono veramente impressionanti. Molte delle sue osservazioni sono valide ancora oggi dove esistano forme, magari mutate o raffinate, di istituzione totale. Questo libro andrebbe letto da chiunque lavori o abbia lavorato in strutture chiuse come comunità riabilitative, case di cura, carceri, o ambienti “chiusi”. Ci troverà un’attualità veramente incredibile, come se il libro, del 1961, fosse pubblicato poco fa. Nel libro potrà essere rintracciata una certa ideologia anti-psichiatrica, soprattutto quando l’autore si interroga sul senso ultimo dell’istituzione intesa come luogo di cura. L’obiettivo di Goffman è probabile fosse quella dell’antropologo: descrivere e calarsi in un certo ambiente, facendo un “giro lungo”, per metterne alla luce le fattezze e i meccanismi, senza per forza darne un giudizio di valore -che però in questo caso, a ben vedere, c’è.

PS A riguardo delle istituzioni totali, su questo blog abbiamo recentemente pubblicato alcuni approfondimenti sulla psicologia della carcerazione, qui reperibili.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI).

Article by admin / Generale

7 December 2021

LA SINDROME DI ASPERGER IN BREVE

di Raffaele Avico

I disturbi dello spettro autistico sono variegati e molteplici.

Di per sè il disturbo autistico è un enorme contenitore nosografico entro cui possiamo trovare molteplici aspetti e difficoltà di diverso tipo; un tratto comune, che si declina in modi più o meno intensi, è l’apparente rifiuto attivo della socialità o dei comportamenti pro-sociali.

Entro questo contenitore, troviamo anche una forma di disturbo autistico per così dire più moderata, o “ad alto funzionamento”, chiamato Asperger. Questo articolo rappresenta una review di altri lavori che, in letteratura, hanno cercato di comprendere a fondo il problema.

Vi si tracciano i confini del problema, in particolare in senso comportamentale. La sindrome di Asperger presenta caratteristiche peculiari. L’articolo evidenzia alcuni punti salienti:

  • tramite alcuni strumenti di osservazione (eye-tracking), si è notato che i bambini con Asperger sembravano maggiormente fissare, durante l’interazione, la zona della bocca, senza incrociare gli occhi dell’interlocutore; questo problema (l’evitamento dei “richiami” sociali), riguarda i disturbi dello spettro autistico in generale
  • i soggetti colpiti da Asperger sembrano avere difficoltà a sintonizzarsi con l’emotività delle altre persone, comprese le figure di riferimento affettivo; inoltre, sembrano avere difficoltà a capire alcune sfumature del linguaggio (cosa che rende loro difficili capire l’umorismo, l’ironia, il sarcasmo e il ragionamento metaforico/astratto); in questo senso possiamo parlare di “pensiero concreto” (qui una definizione)
  • tendenzialmente è possibile che soggetti con Asperger manifestino reazioni più aggressive o ostili nei confronti di persone non conosciute
  • alcune caratteristiche cognitive sembrano essere particolarmente comuni: in particolare, un elemento costante è una compromissione in quella che viene definita “teoria della mente”, cioè la possibilità di rappresentare dentro la propria mente i pensieri dell’altro/a; essendo che i disturbi dello spettro autistico vengono posti su un continuum, queste difficoltà potranno presentarsi con diversi gradi di intensità (la Sindrome di Asperger è in questo senso più vicina alla “normalità”)
  • si osserva spesso una tipologia un pensiero “visivo”, cioè costruito “per immagini” e poggiante su una memoria molto durevole e “fotografica”; al contrario tutto quello che è “sonoro” sembra essere posto in secondo piano (con a volte “impressioni” di sordità da parte dei genitori)

La diagnosi di Asperger, andrebbe fatta considerando il soggetto nella sua globalità, pur mantenendo un focus sulle abilità sociali (che rappresentano il vulnus centrale, primario del problema).

In questa interessante pagina di Spazio Asperger, viene riportato un elenco di elementi caratteristici della sindrome, che come abbiamo detto andrebbe considerata come una variante del disturbo autistico ad “alto funzionamento”: alcuni problemi legati al disturbo autistico, sembrano presentarsi anche qui; altre funzioni, tuttavia, sembrano meglio preservate.

Leggiamo qui alcuni punti a proposito della questione Teoria della Mente, che come abbiamo detto rappresenta la capacità di calarsi nei panni degli altri e capirne i pensieri e le intenzioni; avere una difficoltà in questo senso, comporterà per il bambini affetto da Sindrome di Asperger la presenza di:

  • Difficoltà nel decodificare i messaggi dallo sguardo delle altre persone
  • Tendenza ad un’interpretazione letterale di quello che dicono le altre persone
  • Tendenza ad essere considerati maleducati ed irrispettosi
  • Notevole onestà
  • Ritardo nello sviluppo dell’arte della persuasione, del compromesso e della risoluzione di conflitti
  • Forma diversa d’introspezione e autoconsapevolezza
  • Problemi nel decodificare quando qualcosa provoca imbarazzo
  • Tempi maggiori per processare informazioni sociali a causa dell’utilizzo della ragione piuttosto che dell’intuito
  • Sfinimento fisico ed emotivo causato dalla socializzazione

Infine, questo video potrebbe dare un’idea chiara di cosa vuol dire, da adulti, soffrire di Asperger: vengono citati i diversi limiti ma anche i vantaggi, i diversi bisogni, le sfaccettature umane del problema.

Viene anche giustamente ricordato come il soggetto Asperger sembri possedere un’intelligenza spesso superiore alla media in termini di QI, funzionante però a “isole” con interessi specifici iper-verticali aventi (anche) funzione ansiolitica e di regolazione emotiva:

 

NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI).

Article by admin / Generale

2 December 2021

IL CONVEGNO DI SAN DIEGO SULLA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI (marzo 2022)

di Raffaele Avico

La psicoterapia orientata al trauma assistita da psichedelici rappresenta la “next big thing” della psicoterapia nel trattamento del PTSD e del trauma acuto.

Come è noto, la terapia degli eventi traumatici solamente incentrata sulla parola non sembra essere sufficiente: negli ultimi decenni molteplici strumenti sono stati integrati alla psicoterapia solamente verbale-strumenti per lo più incentrati sul corpo.

L’attenzione all’importanza dell’ambiente nella genesi dei disturbi psichici ha nel frattempo trovato sempre più linfa, per cui oggi ci troviamo nel pieno di un’”età dell’oro” della terapia sul trauma, con un fiorire di approcci inerenti i disturbi post-traumatici nelle differenti declinazioni che questi possano assumere (dall’attualissimo disturbo dell’adattamento -endemico nel corso della attuale pandemia COVID-, al trauma in acuto, al PTSD al primo soccorso psichico per soggetti traumatizzati).

Se il trauma origina dall’ambiente di sviluppo o attorno al soggetto che lo subisca, sarà il suo corpo ad “accusare il colpo”, come ben sintetizza uno dei più celebri libri sul tema (“The body keeps the score”).

Per lavorare sul corpo, possediamo oggi molteplici strumenti che potremmo definire bottom-up: EMDR, psicoterapia sensomotoria, Deep Brain Reorienting; per quanto riguarda l’approccio farmacoterapico, sembriamo possedere armi dall’efficacia importante, ma limitata.

Da alcuni anni (e su questo blog lo abbiamo introdotto da tempo) alcune sostanze psicotrope vengono sperimentate nel trattamento del PTSD e del trauma acuto: tra tutte, l’MDMA medico. L’MDMA si crede verrà introdotto in modo stabile nel trattamento del trauma, attraverso l’approvazione dell’FDA, nel 2023.

L’MDMA sembra favorire l’accesso alle memorie traumatiche, notoriamente indigeste in senso psichico e in grado di scatenare risposte neurofisiologiche potenti; esistono molteplici studi al momento pubblicati su riviste più che autorevoli.

Si prenda per esempio questo lavoro. Senza addentrarci troppo nella questione, il punto centrale è che l’MDMA creerebbe “le condizioni affinché” il lavoro di psicoterapia possa avvenire nel migliore dei modi.

Sappiamo infatti che il riaffiorare delle memorie traumatiche in contesto di psicoterapia può, quando non gestito, interrompere o non permettere il lavoro di “elaborazione” delle memorie stesse, in quanto troppo attivante e forte in termini emotivi. In questi frangenti di “accesso” traumatico, la mente viene attivata in senso di allarme/minaccia, o collassa in una condizione di detachment: entrambe queste condizioni non permettono di metabolizzare, o elaborare, il ricordo.

L’effetto farmacologico dell’MDMA consentirebbe invece di depotenziare l’impatto di questi stessi ricordi, facendo sì che essi trovino posto nel “campo psicoterapeutico” al fine di poter essere visualizzati e svuotati del loro potere attivante.

Questi studi sull’MDMA nel trauma, si inseriscono nella cornice di un più ampio movimento denominato “rinascimento psichedelico“, un’ondata appunto di rinnovato interesse per l’utilizzo di sostanze psichedeliche in voga già negli anni ‘60, ora studiate per essere ipoteticamente introdotte nella farmacopea psichiatrica.

L’idea è che, sostanzialmente, le sostanze psichedeliche possono offrire un ingresso velocizzato al mondo interno del paziente nel contesto di una psicoterapia strutturata.

Tra le sostanze più studiate negli ultimi tempi: l’MDMA come prima accennato, la Psilocibina (assunta attraverso funghi allucinogeni o tartufi allucinogeni), la ketamina o alcune sue varianti usata nel trattamento della depressione resistente, e allucinogeni classici come LSD o cannabis medica. Ma anche il microdosing, una modalità di assunzione controllata di farmaci psichedelici, ottenuta per via di micro dosaggi assunti in modo quotidiano -un riferimento sul tema microdosing è James Fadiman (qui per un approfondimento).

Un aspetto non nuovo, ma relativamente meno dibattuto, è l’utilizzo di strumenti alternativi per indurre stati alterati di coscienza non mediati da sostanze psicotrope, come le esperienze di deprivazione sensoriale e la luce stroboscopica come induttore di stati di pseudoallucinazione (si veda per esempio Luminate).

Nelle giornate di 10, 11, e 12 marzo 2022, a San Diego si terrà un convegno a proposito dei temi sopra citati.

Il portale FCP (Formazione Continua in Psicologia) propone un accesso attraverso i suoi canali, a questo link.

Si tratterà di 3 giornate intere di formazione con alcuni punti di riferimento per l’ambito, tra cui lo stesso Bessel Van Der Kolk, lo psicotraumatologo forse più conosciuto al mondo per il prima citato “Il corpo accusa il colpo”.

C’è da considerare che già da ora alcuni portali offrono formazioni strutturate per la psicoterapia assistita da psichedelici; per esempio l’organizzazione più importante al mondo sul tema, MAPS, eroga una formazione sul trattamento del PTSD con MDMA, pur molto costosa (5000$ in remoto), si veda qui.

Altre realtà interessanti sul tema sono la Mind Foundation di Berlin e il gruppo di ricerca raccolto intorno a Ben Sessa in Inghilterra.

Il convegno, che qui siamo a promuovere, costa 230€ per le 3 giornate intere. Molto consigliato.

QUI PER ISCRIVERSI. Qui invece altre risorse su questo blog a tema #psichedelici.

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29 November 2021

PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA E DEEP BRAIN REORIENTING. INTERVISTA A PAOLO RICCI (AISTED)

di Raffaele Avico

Con questa intervista a Paolo Ricci, esploriamo alcune questioni inerenti la terapia del trauma.

Paolo è il referente dell’area ricerca dell’Associazione AISTED di Milano, nata per promuovere un approfondimento sulla terapia del trauma e della dissociazione.

Le domande dell’intervista sono riportate qui di seguito.

L’elemento da “portare a casa”, in generale, è che la psicoterapia focalizzata sul trauma deve avvalersi di strumenti che vanno al di là della parola. Lavorare in modo solamente verbale non sembra essere sufficiente, almeno quando il paziente abbia subito un evento traumatico che possa definirsi tale (quando si presentino insieme senso di minaccia per la vita, e immobilità -con un’impossibilità di reagire). Il corpo, come recita il celebre titolo, “accusa il colpo”.

Negli ultimi anni abbiamo osservato nella terapia del trauma l’imporsi di modelli a forte componente somatica (pensiamo per esempio all’EMDR, apparso sulla scena ormai più di 20 anni fa) o la psicoterapia sensomotoria di Pat Ogden (a sua volta ispirata al lavoro di Peter Levine, di cui abbiamo qui scritto). Recentemente, dal 2018, sentiamo parlare di Deep Brain Reorienting (qui il sito), a partire dagli studi di Frank Corrigan.

In questa intervista Paolo Ricci illustra i punti di interesse principali relativi a questi approcci psicoterapici “d’avanguardia”.

Le domande:

  • Gentile Paolo, ci dai una tua breve presentazione raccontandoci qual è stato il tuo percorso? Questa intervista ha l’obiettivo di approfondire, in ambito di trauma dissociazione, il tema della psicoterapia sensomotoria e la dbr. Qual è stata la tua esperienza riguardo?
  • Gentile Paolo, tu sei il referente per la ricerca dell’associazione aisted, dedicata al trauma e alla dissociazione. Ci racconti brevemente su quali piani si sta muovendo il lavoro di ricerca dell’associazione e intorno a quali nuclei clinici?
  • Gentile Paolo, ci dai una definizione di psicoterapia sensomotoria? Ci racconti come si lavora e con quali obiettivi all’interno della psicoterapia sensomotoria? Un paziente che abbia subito un trauma, che vantaggi può trovare da questo tipo di terapia? Funziona anche con la dissociazione?
  • Gentile Paolo, quali sono gli assunti clinici che stanno alla base della psicoterapia sensomotoria mi viene in mente il lavoro di Pat Ogden sulle tendenze all’azione. Cosa ci puoi dire a riguardo?
  • Gentile Paolo, passiamo alla DBR. In cosa consiste questa tecnica e su quali assunti si basa?
  • Gentile Paolo, a partire dalla tua esperienza clinica, lavorare con il trauma quanto necessita di un approccio non verbale e quanto invece può essere fatto anche in modo semplicemente verbale?
  • Gentile Paolo, quali ritieni essere gli sviluppi prossimi futuri della terapia sul trauma? In caso tu ne fossi a conoscenza, hai qualche riferimento bibliografico o sitografico che ci puoi consigliare? 

Qui l’intervista:



Per approfondire.

Qui un approfondimento sul Deep Brain Reorienting che facemmo nel 2019.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI).

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25 November 2021

INTERVISTA A SIMONE CHELI (ASSOCIAZIONE TAGES ONLUS)

di Raffaele Avico

Abbiamo intervistato Simone Cheli, presidente dell’Associazione Tages Onlus di Firenze.

Qui le domande:

  • Gentile Simone, ci racconti brevemente di cosa ti occupi e qual è stato il tuo percorso? Come presidente dell’Associazione Tages, cosa ci puoi dire sul vostro lavoro e la vostra attività clinica e di ricerca?
  • Gentile Simone, questa intervista ha l’obiettivo di promuovere in chi ascolterà un lavoro di approfondimento sulle ultime evidenze in tema di psicoterapia cognitivo-comportamentale. Come osservi il movimento della cosiddetta “terza onda“?
  • Quanto ritieni compatto il movimento psicoterapeutico cognitivo-comportamentale? Quali sono a tuo parere gli strumenti clinici imprescindibili ai diversi approcci, trasversali alle diverse formazioni teoriche? Tra questi, quali i migliori?
  • Si parla negli ultimi tempi di un possibile graduale passaggio a un approccio diagnostico dimensionale. Potresti definire il tema e raccontarci le tue impressioni a riguardo?
  • All’interno dei Centri Tages, come impostate il lavoro di assessment? Quali gli strumenti che usate e con quali razionali clinici?
  • Gli interventi basati su mindfulness e compassion sono molto frequenti e utilizzati in ambito CBT, che ruolo hanno nel vostro lavoro in Tages?
  • Come valuti la recente onda Psicotraumatologica che ha fatto esplodere la letteratura in ambito trauma? Quanto ritieni sovradiagnosticato un eventuale disturbo post-traumatico?
  • Per concludere, ci consigli qualche riferimento bibliografico o sitografico dal tuo punto di vista importante per approfondire i temi di cui sopra?

Qui l’intervista:



Tra i diversi spunti forniti da Cheli nell’intervista, da tenere in particolare considerazione sono l’importanza di raggiungere una visione unificata della psicoterapia cognitivo comportamentale, con strumenti trans-diagnostici da usare al di là dell’approccio teorico, e il bisogno di un superamento della diagnosi fatta utilizzando un criterio categoriale a favore di una diagnosi dimensionale.

Sulla diagnosi dimensionale avevamo scritto questo articolo  a proposito del costrutto HiTop (si veda qui per una rassegna esaustiva sul tema). Questo tipo di tassonomia dei disturbi sembra contemplare in misura maggiore l‘impatto di alcuni elementi sotto-stimati nelle altre modalità di categorizzazione dei disturbi, come lo sviluppo infantile “traumatico”; sembra inoltre leggere lo sviluppo dei disturbi in modo più naturale, tenendo conto dei problemi nel loro manifestarsi nel tempo.

In questa intervista Cheli cita alcuni testi da usare per approfondire i temi citati, e in particolare:

  1. Barlow, D.H., Sauer-Zavala, S., Farchione, T.J., et a. (2021). Il protocollo unificato per il trattamento transdiagnostico dei disturbi emotivi (Edizione italiana a cura di V. Cavalletti). Franco Angeli.
  2. Boyle, M., Johnstone. L. (2022). Un nuovo modo di pensare la diagnosi psichiatrica, con il Power Threat Meaning Framework (Edizione italiana a cura di S. Cheli). Franco Angeli (in uscita a marzo 2022).
  3. Gilbert, P., Choden (2019). Mindful compassion (Edizione italiana a cura di S. Cheli & N. Petrocchi). Giovanni Fioriti.
  4. Hayes, S.C., Hofmann, S.G. (2020). Process-based CBT (Edizione italiana a cura di S. Cheli & E. Rossi). Giovanni Fioriti.
  5. Hewitt, P.L., Flett, G.L., Mikail, S. (2020). Perfezionismo Edizione italiana a cura di V. Cavalletti & S. Cheli). Giovanni Fioriti.
  6. Hopwood, C.J., Mulay, A.L., Waugh, M.H. (2019). The DSM-5 alternative model of personality disorders. Routledge.

È inoltre previsto per il 2022 (5 marzo 2022) un congresso gratuito sui modelli dimensionali e il superamento della diagnosi categoriale; il congresso è promosso da Tages Onlus e APC/SPC con il patrocinio della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva e di Compassionate Mind Italia. Per iscriversi.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI).

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16 November 2021

TRAUMA: IMPOSTAZIONE DEL PIANO DI CURA E PRIMO COLLOQUIO

di Davide Boraso

PREMESSA: questo articolo è un estratto del libro PTSD: che fare? (acquistabile qui)

[…]

Il trattamento dei pazienti con storie di sviluppo traumatico è estremamente complesso. Spesso il terapeuta è messo a dura prova, e a passi in avanti nel corso della terapia corrispondono bruschi ritorni a situazioni critiche. Ciò che non andrebbe dimenticato è che si tratta di un trattamento a fasi di tipo gerarchico, con dei passaggi propedeutici: se non si raggiungono i risultati previsti per la prima fase, non si può procedere alla seconda, e così via.

Le fasi del trattamento, come verrà in seguito approfondito, potrebbero essere schematizzate come segue:

  1. Fiducia e costruzione dell’alleanza terapeutica
  2. Sicurezza, stabilizzazione e riduzione dei sintomi più disturbanti
  3. Lavoro ed elaborazione delle memorie traumatiche
  4. Integrazione dell’identità e riabilitazione

Se alcuni degli obiettivi raggiunti dal paziente non riescono a essere mantenuti, o se i risultati di fasi precedenti sono minacciati, occorre ritornare a lavorare sulla fase precedente.

Per esempio, se si sta lavorando su sicurezza e stabilizzazione dei sintomi, ma compaiono problemi sull’alleanza terapeutica, occorre interrompere l’intervento sui sintomi e tornare a riallacciare un’alleanza sufficientemente sicura e salda. Se invece si è iniziato un lavoro sulle memorie traumatiche e il paziente inizia a disregolarsi, faticando a controllare le proprie sensazioni ed emozioni, occorrerà riprendere il lavoro sulla sicurezza e la stabilizzazione dei sintomi più disturbanti; infine, se si sta lavorando sulla fase di integrazione dell’identità e la costruzione di una buona rete sociale, e vengono riattivate memorie traumatiche non risolte nelle fasi precedenti, anche in questo caso occorrerà interrompere la fase integrativa per tornare a riprendere le nuove memorie emerse per elaborarle prima di proseguire, e così via, in una andamento regolare con fasi che sono una propedeutica all’altra.

6.2 La fiducia e l’alleanza terapeutica

Come già sostenuto, nel contesto del lavoro clinico occorre prestare la massima attenzione nel costruire e mantenere l’alleanza terapeutica con pazienti cronicamente traumatizzati: la difficoltà a riporre fiducia nel prossimo e nelle figure accudenti è la naturale conseguenza delle esperienze traumatiche infantili, dei maltrattamenti e dei “neglect” da parte dei familiari, di figure sanitarie e altre persone di una certa autorità. Questa (sana) diffidenza si manifesta anche nella relazione terapeutica, di fatto, complicandone la costruzione.

Un’ulteriore complicazione potrà essere conferita dalla presenza di differenti “parti” o identità nel paziente che si comportano in modo diverso: una “parte apparentemente normale” (ANP, per usare l’acronimo citato a proposito della teoria sulla dissociazione strutturale della personalità elaborata da Onno Van Der Hart) potrà manifestare fiducia verso il terapeuta, mentre le altre parti cercheranno di sabotare il trattamento, a causa di diffidenza e sensazioni di vulnerabilità.

Alcune regole generali che valgono per il lavoro con questo tipo di pazienti, potrebbero essere sintetizzate come segue.

Il lavoro con questo tipo di utenza dovrebbe prevedere:

  1. L’esplicita condivisione di obiettivi da parte di paziente e terapeuta

L’atteggiamento del terapeuta è fondamentale, soprattutto nelle fasi iniziali, per costruire un’alleanza che permetta un lavoro proficuo; l’accortezza principale sarà indirizzata a non attivare il MOI (Modello Operativo Interno secondo la formulazione di John Bowlby) disorganizzato, cosa che può essere realizzata mantenendo la relazione su un piano costantemente cooperativo. Soltanto in questo modo si potrà esporre il paziente -in un contesto protettivo e più favorevole- a situazioni emotive che non ha saputo gestire in passato.

Una terapia efficace per pazienti traumatizzati richiede quindi un terapeuta attivamente impegnato sia nel processo di trattamento che nelle interazioni. Riteniamo inoltre sia fondamentale la condivisione e il settaggio degli obiettivi reciproci; coordinarsi reciprocamente è una delle migliori modalità per attivare il sistema (motivazionale interpersonale) cooperativo; permette inoltre di ridurre i momenti di confusione e smarrimento, tipici del rapporto con pazienti fortemente traumatizzati.

Può capitare nelle fasi iniziali del lavoro che vi siano difficoltà ad individuare obiettivi precisi e condivisi: spesso i pazienti utilizzano frasi come “vorrei star meglio, voglio migliorare la mia vita, non voglio stare più male, voglio cambiare le cose”, etc.. A questo proposito riteniamo importante dedicare anche più di un incontro all’esplorazione di quanto ciò possa significare: meglio non accettare obiettivi troppo vaghi e generici, come nel precedente esempio. Il rischio è che in breve tempo ci si possa arenare o perdere il senso del lavoro terapeutico.

Esempio di ricalibrazione di un obiettivo:

  • Pt.: oggi sono stanca e mi sento confusa, faccio fatica aseguire un filo logico…
  • Tp.: anche io sono un po’ in difficoltà nel seguire il filo del discorso, le va se facciamo insieme il punto della situazione sugli obiettivi che ci siamo dati e vediamo che direzione stiamo prendendo?
  • Pt.: ok
  • Tp: se non ricordo male, stavamo cercando delle strategie più efficaci per affrontare i momenti di ansia e forte agitazione… le sono capitate situazioni in cui ha potuto mettere in pratica ciò che abbiamo visto insieme negli incontri precedenti?
  • Pt: sì, giusto, questa settimana ho avuto due momenti di forte agitazione, ma sono andati abbastanza bene…
  • Tp: ottimo, le andrebbe di parlarmene? forse possiamo trovare qualcosa di interessante
  • Pt: (annuisce con la testa)
  • Tp: cosa intende con “sono andati abbastanza bene?”

Gli obiettivi possono senza dubbio modificarsi nel proseguo della terapia, in funzione di quanto potrà emergere, ma ottenere sin da subito un accordo su quanto si andrà a fare costituisce un forte atto di cooperazione per nulla scontato e non sempre atteso da chi si rivolge a un clinico.

Va aggiunto inoltre che la condivisione di obiettivi costituisce un’azione terapeutica di forte impatto: essa rappresenta una prima validazione dei bisogni profondi del paziente (spesso raramente incontrata nella vita di persone cronicamente traumatizzate) e di mentalizzazione congiunta delle sue speranze. Risulta quindi che un gesto apparentemente banale, anche se non sempre semplice, contenga in sè grande potenza relazionale ed empatica.

2. La chiara definizione di compiti reciproci, delle regole e del setting all’inizio del trattamento

Una precisa definizione degli obiettivi terapeutici e delle regole comuni ha la capacità di rassicurare e proteggere la coppia terapeutica da aspettative irrealistiche o negative sul percorso di cura, e dalla confusione motivazionale. È quindi fondamentale, per quanto possibile, mantenere regolarità e trasparenza su:

    1. luogo di incontro. Ci sono terapeuti che cambiano continuamente studio, cosa che può generare sentimenti di smarrimento nel paziente e la difficoltà a sentire quel luogo come sicuro e rassicurante
    2. orari. Discorso analogo a quello relativo al luogo: per quanto possibile è opportuno cercare di mantenere una routine per quanto riguarda giorno e orario delle sedute
    3. contatti al di fuori delle sedute. I confini relazionali sono fondamentali, spesso il paziente tende a valicarli. Social Network e chat istantanee andrebbero evitate, il paziente non dovrebbe avere il numero privato del terapeuta; può essere buona prassi spiegare (o annotare nel contratto terapeutico) sin da subito ai pazienti che comunicazioni tramite Social Network non sono previste, per evitare di generare incomprensioni, malumori o situazioni difficili da gestire successivamente. La possibilità di essere contattati fuori dalle sedute con messaggi di testo o con brevi conversazioni telefoniche può essere uno strumento molto utile, soprattutto in caso di crisi suicidarie; deve però essere regolamentata con precisione sin da subito, dato che i pazienti con storie traumatiche possono mettere in atto strategie controllanti, rischiando di diventare estremamente richiedenti
    4. onorario. Alcuni terapeuti hanno difficoltà a gestire gli aspetti legati all’onorario. È importante affrontare sin da subito anche questo aspetto: i pazienti traumatizzati, più di altri, possono confondere alcuni aspetti professionali del rapporto con il terapeuta equivocando significati implicati nel pagamento delle sedute. L’onorario può essere visto come il prezzo pagato per il loro scarso valore umano, oppure possono percepire la sensazione di essere sfruttati economicamente. Se si sospettano pensieri di quel tipo è opportuno discuterne fin da subito per non trovarsi nella condizione di subire rivendicazioni sull’onorario in fasi delicate della terapia.

6.3 Il tipo di legame affettivo che si costituisce fra paziente e terapeuta, caratterizzato da fiducia e rispetto

Se non è presente una buona alleanza terapeutica non è possibile alcun tipo di lavoro psicotraumatologico: non sono sufficienti arousal regolato, umore buono e condizioni generali ottimali per affrontare il trauma. Il terapeuta non dovrà però aspettarsi una fiducia incondizionata dal paziente o porla come requisito per il suo lavoro: dovrà invece continuamente ricercarla e faticosamente rinegoziarla cercando di modificare le aspettative negative e il timore di affidarsi del paziente stesso. Tuttavia, con persone molto diffidenti come schizoidi, pazienti evitanti, borderline, o che provengono da sottoculture caratterizzate da aspettative negative sull’altro (carcerati, tossicodipendenti), l’obiettivo della costruzione di una chiara alleanza potrebbe richiedere tempi lunghissimi o risultare addirittura impossibile. È necessario però che almeno una “parte” del paziente non sperimenti diffidenza o paura del terapeuta.

6.4 La raccolta della storia personale e il primo colloquio

Nella fase iniziale è fondamentale raccogliere informazioni rilevanti sulla storia del paziente e sul suo funzionamento attuale. Occorre indagare, all’interno della narrazione del paziente inerente il suo passato, la presenza di eventi traumatici che possano aver concorso nell’insorgenza dei disturbi.

Una buona raccolta anamnestica dovrà indagare, tra le altre cose:

  • la qualità delle relazioni significative del paziente (familiari, compagno/a, amicizie e altre figure rilevanti del presente)
  • aree di problematicità e sofferenza ad esse collegate (in quali situazioni di vita il disturbo emerge maggiormente, quali sono le attività più complicate da realizzare?)
  • relazione con la famiglia di origine e atmosfera psicologica “respirata” nel corso dello sviluppo
  • indizi di familiarità psicopatologica

Senza dimenticare di mantenere uno stile relazionale caldo, empatico, accogliente e non giudicante, si individuano le abilità già presenti nel paziente e le risorse da potenziare o da allenare. Si concordano poi gli obiettivi terapeutici comuni.

Esempi di possibili prime domande da fare nel primo colloquio sono le seguenti:

– cosa la porta qui oggi?

(è una domanda aperta e generica che dà la possibilità al paziente di iniziare dall’argomento che più ritiene adatto senza esercitare particolari pressioni o giudizi. Domande come: “qual è il suo problema” andrebbero evitate, perché possono avere un’influenza negativa sulla costruzione dell’alleanza)

– che effetto le fa essere qui?

(ci sono pazienti fortemente bloccati che faticano, soprattutto nelle fasi iniziali, a raccontare di loro. Possono quindi sostare in lunghi silenzi: una domanda di questo tipo li riporta al momento presente, focalizzando il discorso su sensazioni o emozioni sperimentate, al fine di stabilire un contatto)

– che idea si è fatto del suo disturbo? Ha fatto delle riflessioni in merito?

(è una domanda importante che permette di comprendere quali siano i pensieri e le credenze rispetto al disturbo. Spesso sono presenti credenze errate o anti-scientifiche rispetto al funzionamento della mente che, una volta svelate, potranno essere contestate tramite un lavoro di psicoeducazione)

– che cosa le hanno fatto per arrivare alla situazione odierna?

(è una domanda che può mitigare il senso di colpa spesso presente nei pazienti traumatizzati. Si parte dal presupposto che molti comportamenti, anche disfunzionali, siano un modo per reagire a situazioni ambientali complesse, indipendenti dalla volontà del paziente)

– quali sono stati gli eventi importanti della sua vita?

(il paziente può riportare eventi positivi o negativi. Nel caso siano positivi c’è la possibilità di individuare risorse o sensazioni positive che potranno essere utilizzate nelle fasi successive della terapia. Nel caso vengano individuati eventi negativi, occorre approfondirli perché potrebbero nascondere una natura traumatica)

– quali sono le cose più complicate da gestire che le sono accadute?

(può aiutare a comprendere quali siano i trigger presenti ancora nel presente e in che modo il paziente li gestisca)

– cosa le piace di più di se stesso/a?

(una domanda che permette di capire quale sia l’idea di se stesso/a del/la paziente e quali abilità/capacità positive ritiene di possedere)

Se anche utilizzando le domande precedenti ci fosse grande difficoltà nello stabilire un contatto, si può utilizzare un supporto grafico come un foglio o una lavagna. Per facilitare il compito è possibile far disegnare o scrivere al paziente una linea del tempo, su cui riportare eventi significativi positivi e negativi della propria vita. È un esercizio che permette di mettere a fuoco il modo di interpretare lo scorrere della vita, consentendo di prendere consapevolezza di alcuni momenti particolarmente rilevanti.

Alcuni pazienti potrebbero manifestare preoccupazione circa la totale veridicità dei ricordi o il loro preciso collocamento temporale. È utile rassicurarli e informarli sull’importanza della rappresentazione dei ricordi e come soggettivamente siano percepiti, più che della veridicità in sé.

Esempio.

  • Tp: se può esserle d’aiuto, può tracciare una linea sulla lavagna. La linea rappresenta la sua vita dalla nascita ad oggi. Sulla linea della vita può indicare quali siano stati gli eventi più significativi che le sono accaduti
  • Pt: ok, mi alzo e posso scrivere?
    Tp: certo, si senta libera di usare la lavagna
  • Pt: però non sono certa di ricordare con precisione gli eventi e quando siano accaduti con esattezza
  • Tp: è normale, non si preoccupi. Non è così importante, non siamo in un tribunale e io non sono un giudice. Ci interessa cosa e come ricorda, non ci serve la verità assoluta, per cui quello che disegnerà andrà bene

Una frase apparentemente banale che può avere un effetto rassicurante (non è una prova o una performance da realizzare) pone al centro la soggettività del paziente e la sua esperienza: in questo modo si trasmette l’idea che il protagonista del percorso sarà lui/lei.

Potrebbe sembrare scontato, ma in persone pesantemente traumatizzate l’idea di dar valore alla propria esperienza personale potrebbe essere una piacevole novità.

[…]


  • Qui l’introduzione al libro a cura di AISTED.
  • qui per aggregare nel blog tutto il materiale a tema trauma e ptsd.

Article by admin / Generale / ptsd

9 November 2021

TEORIA POLIVAGALE E LAVORO CON I BAMBINI

di Raffaele Avico

La teoria polivagale teorizzata da Stephen Porges rappresenta un punto di riferimento teorico importante per chi si trovi a lavorare con bambini. Di fatto è stata formulata e pensata a seguito di un lungo periodo di lavoro sul campo dello stesso Porges in ambito pediatrico, e in ragione di una formazione dello stesso in ambito neurofisiologico.

Cosa ci dice, in breve, questa teoria?

Innanzitutto, Porges concettualizza la presenza di un sistema nervoso centrale articolato in 3 sistemi distinti, che dal suo punto di vista vengono attivati in ragione di 3 diverse tipologie di risposta a un determinato stimolo.

Porges teorizza tre tipi di risposta differenti, di fronte a uno stimolo (sia per il bambino che per un adulto), a seconda che lo stesso stimolo venga interpretato come più o meno minaccioso. Le tre tipologie di risposta sono illustrate da Porges usando la metafora del semaforo:

  1. la risposta verde, quella “normale”, sociale, prevede da parte dell’individuo la messa in gioco di una particolare branca del nervo vago, chiamata il Nervo Vago Ventrale che, insieme ad altre regioni del SNC, costruisce un complesso neurale chiamato da Porges Social Engagement System: è una risposta che consente all’individuo di continuare a guardare il proprio interlocutore negli occhi, di stare in sua presenza senza paura (Porges chiama questa condizione immobilità senza paura); qualora però qualcosa dovesse andare storto nell’interazione con quello stesso interlocutore, si attiverebbe la seconda tipologia di risposta, ovvero la risposta “gialla”
  2. la risposta gialla è una risposta di mobilizzazione, che coinvolge una parte del sistema nervoso autonomo chiamata Sistema nervoso autonomo simpatico; nell’esempio prima proposto, immaginiamo che il cane con cui gioca il bambino assuma un atteggiamento minaccioso e inizi a ringhiare verso di lui. Quest’ultimo, sentendosi minacciato, metterà appunto in atto una risposta “simpatica”, finalizzata a due tipologie di risposte finali, ovvero un comportamento di fuga dallo stimolo minaccioso o, quando questa non fosse possibile, di attacco. Questa tipologia di risposta procurerà nel bambino alcuni cambiamenti a livello anche neurofisiologico: tachicardia, accelerazione del movimento, cambio di registro vocale e difficoltà a mantenere il contatto oculare con l’interlocutore (in questo caso, appunto, il cane). Questo per una ragione evolutivamente adattiva, finalizzata alla sopravvivenza in una condizione di minaccia
  3. Quando poi lo stimolo minaccioso, l’interlocutore aggressivo o nell’esempio prima citato il cane, dovesse diventare veramente, apertamente minaccioso, e in modo soverchiante, potremo osservare una risposta estrema (risposta rossa), molto antica in senso evolutivo, mediata da un circuito nervoso peculiare (nervo vago-dorsale) e in grado di produrre una vera e propria morte simulata: in questo caso, il bambino sverrebbe, come perdendo i sensi. Questa è una risposta estrema e rara, tuttavia presente quando la minaccia diventi veramente troppo soverchiante. É una risposta che si osserva tra l’altro in qualunque animale si trovi in uno stato di immobilizzazione forzata e carica di minaccia; è una tipologia di comportamento che ci accomuna a tutti gli animali dotati di un sistema nervoso sufficientemente evoluto, (come le lucertole che, quando minacciate da un essere umane, sembrano addormentarsi o “irrigidirsi”).

A cosa ci serve capire la Teoria Polivagale di Porges?

La teoria di Porges ci insegna come ognuno di noi, adulto o bambino, di fronte a certi segnali di minaccia, risponde in modo simile, seguendo le 3 tipologie di risposta del “semaforo” prima descritte.

Un bambino che metta in atto una risposta gialla nel contesto di una classe scolastica, per esempio a causa di una senso di minaccia sperimentato di fronte a un professore percepito come troppo severo, adotterà in modo “autonomico” (quindi senza il suo controllo cosciente) una serie di risposte corporee e neurofisiologiche ben visibili a chi fosse allenato a osservarne le peculiarità.

Inoltre, è molto importante capire che durante le risposte di “mobilizzazione” (quella gialla e quella rossa), le zone del cervello deputate a “produrre” pensiero, a fornire una trama narrativa alla propria esperienza, insomma in grado di aiutarci a pensare, collassano, lasciando spazio alle zone più antiche e finalizzate a “salvarsi la pelle”. É la sindrome dell’”andare in palla”, quando tutto ciò che magari fino a dieci minuti prima si possedeva in termini di memoria, le capacità linguistiche, la generale funzione del “pensare”, sembrano collassare o scomparire.

Quando si parli quindi di difficoltà di apprendimento, occorrerebbe prestare attenzione a effettuare una giusta osservazione del comportamento del bambino nel contesto classe, perchè un bambino minacciato e portatore di molte “risposte gialle” vivrà difficoltà diverse da un bambino con un “semplice” DSA, magari però “tranquillo” in senso relazionale e non soggetto a risposte post-traumatiche.

Infine, è importante notare come le risposte comportamentali inerenti la sicurezza siano in grado come abbiamo qui più volte osservato di interrompere le altre tipologie di risposta “normali”; queste risposte sono guidate da drive istintuali che hanno a che fare con la sicurezza: saranno in grado di deformare il comportamento di un/a bambino/a fino al momento in cui quest’ultimo/a non abbia ripristinato un senso di sicurezza sociale. Numerosi sono gli studi inerenti lo sviluppo di un atteggiamento prosociale nel bambino in relazione alla Teoria Polivagale (HastingsMiller2014(1)). L’ansia sociale e il senso di minaccia, prendono forme imprevedibili nel comportamento di un/a bambino/a ancora non in grado di lavorarci in modo appropriato usando il canale “verbale”. Questi aspetti dovrebbero in altre parole essere osservati per formulare una migliore diagnosi quando ci si imbatta in un comportamento problematico in fase di sviluppo. Su questi aspetti si veda il progetto CalmBrain.

Qui un approfondimento sulla Teoria Polivagale in area podcast.

Per approfondire il tema “trauma” in età evolutiva:


Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA

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3 November 2021

INTRODUZIONE A BYUNG-CHUL HAN: IL PROFUMO DEL TEMPO

di Raffaele Avico

Nel suo Il profumo del tempo, il filosofo coreano (ma docente a Berlino) Byung Chul-Han riflette sulla contemporaneità e su come il tempo sia rappresentato e vissuto nella nostra epoca.

L’autore sottolinea come si stia attraversando in questi anni una fase di estrema accelerazione temporale, sviluppatasi di pari passo con la rivoluzione digitale in corso che ha frammentato il tempo e portato a una riduzione dello “span” attenzionale, la durata di tempo nel quale riusciamo a tenere viva l’attenzione su di un singolo compito.

Il filosofo parte da una breve analisi storica nel tentativo di meglio inquadrare questo senso di “precarietà”, partendo dall’epoca dei “lumi” che vedeva un individuo -armato della potenza dei suoi mezzi intellettivi- proiettato nel futuro, con tra le mani la responsabilità del suo stesso destino, incarnando finalmente la profezia nietzschiana sulla morte di Dio. Dopo un lungo periodo di accelerazione continua,  Han osserva oggi un senso di “avere sempre fretta ma senza sapere cosa fare o dove andare” che attribuisce ad un’atomizzazione, a una frammentazione del tempo che ha perso la sua forma di “linea” per assumere quella di nugolo di “punti”, un arcipelago sulle quali isole gli uomini tentano di saltare continuamente, e di saltare “ovunque allo stesso tempo”.

Quest’urgenza di fare “tutto” e di essere “sempre di fretta” -il filosofo osserva- non è la causa ma la conseguenza di un processo di oscuramento della teleonomia (cioè della finalità) del tempo che, avendo perso la sua struttura lineare, condanna l’uomo a un “saltare” da un’isola di tempo all’altra, da uno stimolo all’altro. Il senso di frammentazione e di mancanza di direzione ha non solo la conseguenza di un’accelerazione senza finalità chiare, ma anche produce un ingorgo di spinte e per dirla freudianamente un intasamento di “libido” che, come nella strettoia di un imbuto, blocca l’azione degli uomini in modo angoscioso. Il risultato è che le persone paiono oggi essere velocizzate, sempre di fretta, ma contemporaneamente dominate dalla sensazione di essere bloccate, ferme, senza una direzione precisa.

A tutto questo, l’autore risponde che l’unico modo di reagire è riabilitare il diritto a una vita più contemplativa, con più tempo per indugiare sulle cose. Han porta come esempio il lavoro di Proust, che rispose alla sensazione  di mancanza di senso con una ricerca spasmodica di “collegamenti” tra presente e passato, nel suo enorme lavoro autobiografico contenuto nella Recherche.

Il lavoro di Byung Chul-Han è importante per la potenza del suo pensiero critico a riguardo della comunicazione attuale, l’uso di internet e la “digitalizzazione” della realtà.

Alcuni sviluppi di pensiero interessanti del suo lavoro di ricerca -sintetizzati in libri corti ma molto densi, che riprendono tutti gli stessi concetti anche se declinati in modi diversi-, sono:

  • l’uomo sta passando dall’essere soggetto all’essere progetto. La società sta imponendo cioè un nuovo comandamento, una sorta di diktat in grado di portare gli individui a pensare a se stessi come a dei progetti in costante divenire. Questa narrazione fa sì che ognuno pensi a se stesso come a una sorta di auto-imprenditore che voglia costantemente migliorarsi -cosa che lo porterà a riempire ogni spazio del suo tempo con cose da fare in un’ottica auto-migliorativa. Han chiama questo fenomeno auto-asservimento, auto-assoggettamento al sistema: in questo modo è il sistema stesso a migliorarsi attraverso il miglioramento di ognuno di noi
  • il filosofo osserva acutamente come le battaglie del passato concernenti la differenza tra classi, le tensioni sociali e la presenza di classi dominanti, tutto ciò che fino a qualche decennio fa osservavamo accadere intorno a noi nel contesto di una società schierata e maggiormente ideologizzata, abbia ora assunto una forma interiore; gli elementi sono tutti presenti, ma solamente nella loro forma introiettata. Ovvero, è al nostro interno che oggi osserviamo svilupparsi rapporti di forza tra istanze dominanti che ci spingono al “produrre” e istanze “svincolate” che ci potrebbero regalare tempo dedicato al gioco -vero atto di rivolta per il filosofo coreano.
  • l’erosione del tempo libero produce depressione e prostrazione psichica. Già ne avevamo scritto qui a proposito di Cronofagia. Han osserva come il “dover migliorarsi” abbia avuto come effetto pratico la distruzione del confine tra tempo di lavoro e tempo libero, verso una colonizzazione pressoché completa del tempo libero da parte del lavoro. Anche il sonno ne risulta corrotto.
  • quella che un tempo poteva essere definita lotta al capitalismo, è oggi da riformulare come una lotta all’impulso irrefrenabile di produrre significato e comunicare. Il vero nemico oggi -Han sostiene- è il bisogno ipertrofico di produrre significato. Si tratta di una sorta di lotta alla semiosi, alla possibilità di produrre significato. La sensazione di “dover dire la propria” emerge come un impulso dal quale è difficilissimo sottrarsi: i Social ce lo mostrano in modo pressochè costante. In realtà è tutto volto a far sì che gli individui si auto-sfruttino, divenuti prosumer (produttori e consumatori insieme di contenuti).
  • il risultato dei punti di cui sopra, è l’impossibilità di ritagliare momenti di vuoto in cui favorire lo sviluppo di idee e di intuizioni, o di “fiorire” in senso umano svincolati dall’idea di “auto-miglioramento” incessante. Sembra cioè essere abolito il “diritto al santuario”, il diritto cioè all’isolamento e alla creazione di un “rifugio involabile” in cui esercitare altro che non sia qualcosa di produttivo. Su questi temi si veda anche questa recensione al volume Il capitalismo della sorveglianza
  • Come rinforzo e premio ai comportamenti qui sopra descritti, Han individua 1) l’idea di una crescita infinita delle proprie abilità come ci si trovasse immersi in un gioco basato su statistiche e numeri (gamification, il senso di “stare giocando” a migliorarci, di fatto assoggettati alla compulsione al farlo), 2) rinforzi egoici mediati dai cosiddetti vanity numbers– il bisogno cioè di piacere a molti e la 3) dipendenza dalla (sensazione generata dal rilascio di) dopamina.

Per chi voglia approfondire bene questi aspetti, si veda questo lungo video:

L’associazione Tlon ha recentemente organizzato un incontro con Han, qui reperibile. Sul sito dell’associazione, i libri dell’autore, aggregati qui.

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27 October 2021

IT (STEPHEN KING)

di Raffaele Avico

IT, il romanzo più famoso di Stephen King, racconta di un gruppo di bambini alle prese con un mostro dalle fattezze di un clown. Stephen King pubblicò il romanzo “IT” nel 1986, unendo elementi fortemente horror ad altri di formazione. Da subito il libro ebbe grande successo, tanto che negli anni successivi ne sono stati tratti una miniserie televisiva, diretta da Tommy Lee Wallace (1990), e più di recente due trasposizioni cinematografiche, entrambe dirette da Andy Muschietti: IT (2017) e IT – Capitolo due (2019). Tra i temi trattati, le conseguenze profonde dei traumi infantili.

La storia

Il romanzo è la storia di sette amici provenienti dalla fittizia città di Derry, nel Maine, ed è raccontata alternando due diversi periodi temporali.
Nel primo, ambientato nel 1957, la cittadina è funestata dalla scomparsa di alcuni bambini, i cui cadaveri vengono a volte ritrovati mutilati. Bill, insieme a un gruppo di amici accomunati dall’essere considerati strani o ‘perdenti’ (che è il nome che i ragazzi sceglieranno per il loro gruppo, losers), comincia a investigare. Tutti i bambini fanno esperienza di visioni o incontri disturbanti: è il mostro IT, che legge nelle loro menti e assume le forme per loro più spaventose.
Ventisette anni dopo, una nuova serie di misteriosi omicidi terrorizza Derry: i sette amici del Club si ritrovano per tentare di eliminare IT per sempre.

Una lettura psicologica

Volendo tentare una lettura psicologica di IT, alcuni aspetti interessanti potrebbero essere:

  • IT è in grado di sintonizzarsi in modo veloce e perfetto con i bisogni del bambino che irretisce: riesce a muovere i bambini al suo volere agganciandoli per via psicologica (per esempio, Bill, da adulto nel capitolo 2, viene mosso a IT dal senso di colpa causato dal non essere stato presente al momento dell’uccisione del fratello Georgie).
  • La forza di IT, sta nello stato di isolamento delle vittime: viene invece sconfitto dalla “rete” creata dal gruppo (il gruppo dei “perdenti”); la forza del gruppo è chiara in tutto il film, sia verso IT, che verso altri gruppi rivali (tutti i membri del gruppo dei losers sono vittime di bullismo).
  • I bambini vittime di IT sono figli di genitori assorti da preoccupazione, o attivamente assenti; tutte le vittime del pagliaccio cercano invano le attenzioni di un genitore distratto; un tratto che accomuna le vittime del mostro è un generale senso di assenza genitoriale.
  • IT è alimentato dalla fantasia e dal potere che gli si attribuisce (più lo si pensa grande, o lo si teme tale), più diventa grande; nelle fasi finali del film, sarà il coraggio manifestato dai “perdenti” a ucciderlo, progressivamente rimpicciolito dalla rinnovata condizione di “empowerment” raggiunta dalle sue ex-vittime.
  • Convincersi o rendersi conto del fatto che IT sia solo un parto della propria mente, renderà il mostro innocuo, ma NON SEMPRE. Non è sufficiente cioè immaginare IT come un proprio delirio per renderlo nullo: come dire, il “mostro” può essere generato dalla mente, ma ha effetti concreti, reali, sul corpo (e le persone ne muoiono).
  • Scappando da Derry (il luogo dell’infanzia), tutto ciò che in essa accadde verrà dimenticato, rimosso dalla coscienza; tornando a Derry, occorrerà riacquistare familiarità con il luogo e ri-ricordare, riprendendo il possesso delle esperienze traumatiche lì vissute; solo così potrà compiersi il rituale di “uccisione del mostro”. Sconfitto il mostro, si potrà “ricominciare” a ricordare, e i pezzi della propria vita si uniranno in un canovaccio coerente in senso narrativo.
  • Scappare da Derry fu, al tempo, salvifico. Mike, l’unico dei perdenti rimasto a Derry, diverrà lo “sciamano” del gruppo, colui cioè che condurrà gli altri alla comprensione del modo con cui IT potrà venire ucciso; il lavoro di ricerca e osservazione da lui svolto, andrà al servizio degli altri; svolto il suo lavoro di guaritore/sciamano, potrà lasciare Derry, liberato.
  • Dopo la latenza di 27 anni fuori Derry da parte dei “perdenti”, il presentarsi alla coscienza del ricordo di IT sarà in grado di procurare forti recrudescenze post-traumatiche ai diversi membri (Stanley si suiciderà, Eddie si schianterà in auto in preda a un episodio di detachment dissociativo, gli altri avranno reazioni eccessive, “autonomiche”, corporee).
  • La memoria di IT non si risolve né scompare: viene relegata in un angolo della mente, come rimossa o dissociata dalla coscienza.

IT viene visto solo dai bambini: gli adulti ne sono immuni. In un certo senso, il pagliaccio rappresenta la realtà esterna perturbante quando vengano a mancare figure di supporto che sappiano proteggere o almeno “spiegare” la realtà. I “perdenti” in questo senso sono vittime esemplificative delle due tipologie di trauma: alcuni di essi sono vittime di trauma “attivo” (come Beverly, molestata dal padre); altri sono vittime di incuria/neglect, per lo più ignorati dai genitori.

Il trauma e la sua risoluzione

Volendo tentare una lettura in chiave psicotraumatologica di IT, vi si ritrova tutto, dalle diverse tipologie di trauma, alla questione “espositiva” (occorrerà attraversare il trauma, non ignorarlo), alla potenza terapeutica della narrazione, alla forza della rete, all’importanza, durante l’infanzia, delle figure genitoriali.
Impressionante la resa delle risposte “autonomiche” con cui si ripresenta il trauma alla soglia della coscienza (forti risposte corporee, vomito, detachment, sincope, suicidio per troppo terrore). Chiarissimo l’accento posto sulla rappresentazione stessa del trauma, in grado di rendere più o meno tollerabile il trauma stesso: IT (se lo si legge come il/un trauma, ovvero un oggetto in primo luogo interno, psicologico) è ri-dimensionabile a seconda di quanto potere gli si attribuisca: ma per far sì che il suo potere diminuisca, occorrerà affrontarlo. Il romanzo e il film, ci indicano dunque una via, che è il fronteggiamento, l’elaborazione attiva del trauma.
Sempre tentando una lettura psicotraumatologica del romanzo di Stephen King, osserviamo come, passati i 27 anni, il ritorno di IT saprà riportare i membri del gruppo dei perdenti a modalità comportamentali rimaste, fino a quel momento, “latenti” o “silenti”. Bill tornerà a balbettare, Eddie tornerà asmatico. Perché? Se prendiamo come griglia teorica esplicativa la Teoria della Dissociazione Strutturale della Personalità (spiegata qui) di Onno Van Der Hart, osserviamo come – in ognuno dei perdenti a eccezione di Mike – storicamente, a seguito del primo incontro con IT, si produsse una frattura verticale della personalità: la parte “emotiva” rimase congelata al “tempo del trauma”, quella “apparentemente normale” consentì a ognuno di loro di continuare con una vita, appunto, regolare. La spaccatura verticale tra le due modalità viene resa evidente al momento del ritorno di IT, anni dopo.

Ma che cosa è IT?

Cosa vuole dirci Stephen King con questo lavoro? Come prima cosa, va riconosciuto che il romanzo rappresenta un capolavoro di psicologia infantile, un viaggio nelle turbe dell’infanzia, un’esplorazione di tematiche che la maggior parte delle persone, crescendo, dimentica o mette da parte. IT, in questo senso, è la paura del buio, è il terrore senza nome verso ciò che non si conosce, ma è anche la paura del bambino non protetto o traumatizzato da chi dovrebbe accudirlo, è lo spavento del non prevedibile, lo sconcerto del bambino solo nell’osservare le reazioni spropositate di un genitore squilibrato. IT, in qualche modo, è un simbolo (indicativo che venga indicato dallo stesso King come “it”, “esso”). Chiunque abbia sofferto durante l’infanzia, o possieda reminiscenze di terrori infantili, ne verrà toccato e perturbato.


Ps questo articolo nella sua versione originale è stato pubblicato qui.

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22 October 2021

JUDITH LEWIS HERMAN: “GUARIRE DAL TRAUMA”

di Raffaele Avico

PREMESSA: questo articolo è uscito per psicologiafenomenologica.it, e viene qui integrato con due puntate del podcast de Il Foglio Psichiatrico -focalizzate sempre sul lavoro della Herman.

Questo libro è stato pubblicato nel 1992 e rappresenta un punto di riferimento importante per la letteratura a proposito di trauma e dissociazione perché al suo interno viene proposta per la prima volta (o almeno per la prima volta in modo formalizzato da parte di una docente di Harvard) una nuova categoria diagnostica: il Disturbo da stress post traumatico complesso.

L’autrice sostiene che all’interno della macro-categoria del disturbo post traumatico complesso (che, ricordiamo, emerge da una serie lunga di traumatizzazioni subite da un individuo, soprattutto -ma non solo- quando questi siano avvenuti nel contesto di uno sviluppo traumatico, per esempio con genitori affetti da problemi mentali o di dipendenza, in ogni caso abusanti), possano essere rintracciate tre declinazioni, o forme del disturbo stesso.

L’autrice sostiene infatti che questo disturbo (IL PTSDc) possa presentarsi agli occhi dello psicoterapeuta o dello psichiatra mascherato da altre forme cliniche di varia natura. In particolare, l’autrice si riferisce a tre tipologie di problematica psichica:

  1. Il disturbo da personalità multipla (che oggi chiamiamo Disturbo dissociativo dell’identità);
  2. Il disturbo borderline;
  3. Il disturbo da somatizzazione (che ha preso nel tempo nomi diversi, e che oggi potremmo chiamare disturbo psicosomatico).

L’autrice suggerisce che, in presenza di uno di questi tre disturbi, dovremmo andare a ricercare la presenza di un disturbo traumatico precedente, o sottostante. Quando cioè ci trovassimo ad avere a che fare con un individuo che presenti un disturbo dissociativo dell’identità marcato, o che manifesti pesanti somatizzazioni -di volta in volta magari diverse senza una causa organica evidente-, dovremmo pensare alla possibilità che questo stesso individuo provenga da una storia traumatica o da una sindrome post traumatica grave.

Lo stesso dicasi per il disturbo borderline. Sulla possibile origine traumatica del disturbo borderline si è molto scritto e dibattuto. In ottica psicotraumatologica, il disturbo borderline potrebbe emergere da una storia di sviluppo traumatico, essendo mancato il giusto spazio relazionale tale da consentire al bambino di apprendere un’adeguata regolazione dell’emotività. Lo approfondisce molto bene Antonello Correale in un video qui commentato. Correale, molto conosciuto anche in ambito fenomenologico per i suoi lavori, ha ben presente come uno degli aspetti centrali di alcune forme psicopatologiche (in particolare appunto il disturbo borderline o il PTSD complesso), sia la regolazione emotiva. Ciò che viene a mancare, cioè, sembra essere la capacità di mettere in atto quelle che alcuni chiamano strategie di mastery, ovvero strategie di “recupero” dello stato di regolazione emotiva, soprattutto poi le strategie di recupero “sane”, ovvero non mediate da uso di sostanze, ricorso ad atti compulsivi o autolesionismo.

Quello che qui è importante è raccogliere l’eredità teorica di Judith Herman a proposito del PTSD complesso, che l’autrice propone in modo formale, per la prima volta, in questo lavoro del 1992, come prima accennato.

Dobbiamo ricordare inoltre che una visione del genere appartenne anche a Giovanni Liotti. Egli vedeva in forme cliniche complesse la cui eziologia veniva spesso fatta risalire a un troppo generico terreno bio-psico-sociale, un sottostante disturbo post-traumatico. Il suo lavoro si spinse oltre, arrivando insieme a Benedetto Farina nel suo capolavoro “Sviluppi traumatici” a ipotizzare la presenza di specifiche “strategie di controllo” che avrebbero permesso al bambino di sopravvivere entro un attaccamento sicuro/disorganizzato (qui riassunte).

Come possiamo definire, in breve, il disturbo post traumatico complesso? 

Bessel Van Der Kolk, forse il più conosciuto autore in ambito di trauma e dissociazione al mondo, propone sette criteri per una diagnosi differenziale (fonte: Sviluppi Traumatici, Farina e Liotti):

  1. Alterazioni della regolazione delle emozioni e degli impulsi: difficoltà a modulare le emozioni primarie, con la possibilità di creare un circolo vizioso che può condurre alla dissociazione, impulsività, autolesionismo, abuso di alcol e sostanze stupefacenti.
  2. Sintomi dissociativi e difficoltà di attenzione: problemi di memoria, dell’attenzione, nella capacità a mentalizzare, depersonalizzazione e derealizzazione.
  3. Somatizzazione: sintomi pseudoneurologici, disturbi gastrointestinali e sindromi dolorose croniche.
  4. Alterazioni nella percezione e rappresentazione di sé: impotenza, sensi di colpa e di vergogna, scarso senso di autoefficacia, di inutilità e disperazione.
  5. Alterazioni nella percezione delle figure maltrattanti: i soggetti, di fronte a figure maltrattanti, pur di non perdere la vicinanza e la protezione con essi, alterano la percezione di queste figure idealizzandole e proteggendole.
  6. Disturbi relazionali: paura dell’intimità, delle relazioni affettive, della fiducia degli altri e della loro vicinanza, uso della violenza, dipendenza o evitamento dell’affettività emotiva.
  7. Alterazione nei significati personali: credenze patogene e immagine negativa di sé.

Come si nota, abbiamo qui non solamente a che fare con il tema della “sicurezza”: ci troviamo a ragionare sulla possibilità che l’individuo fuoriesca da questa tipologia di traumatizzazioni deformato in senso identitario.

Come giustamente osserva la Herman nel prima citato “Guarire dal trauma”, da una trauma singolo l’individuo ne uscirà timorato/spaventato, minato nel suo senso di sicurezza, da un trauma cumulativo ne potrà uscire invece deformato sul piano della personalità.  In particolare, un contesto traumatico diverrà un vero e proprio “campo scuola” per chi vi dovesse sopravvivere, bambino o adulto che sia. L’autrice osserva molto acutamente come spesso queste situazioni conducano l’individuo a sviluppare dei “superpoteri” relazionali, in grado di anticipare le possibili traumatizzazioni provenienti dall’ambiente circostante, tanto acuti e “ipertrofici” quanto patologici e “segnanti” sul piano personale.

La Herman a questo proposito parla di due fasi possibili, due livelli di compromissione: una prima fase, reversibile, caratterizzata da collusione e acquiescenza da parte della vittima verso il suo oppressore (con il fine di sopravvivere), seguita però da una possibile fase “seconda”, irreversibile, caratterizzata da uno spegnimento della forza vitale dell’individuo, una sorta di annientamento del Sè, con possibili esiti suicidari. Questo lo osserva, l’autrice, riferendosi al tema della “prigionia” e a quegli individui sopravvissuti a traumatizzazioni molto lunghe (come i reduci dei campi di sterminio).

Qui di seguito due puntate del nostro podcast in cui viene recensito in modo più puntuale il lavoro della Herman.

https://www.spreaker.com/user/psychiatryonlinepodcast/project-luglio-podcast

https://www.spreaker.com/user/psychiatryonlinepodcast/podcast-settembre-2020


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15 October 2021

ANCORA SU PIERRE JANET

di Raffaele Avico

In questo articolo cerchiamo di fare un po’ di chiarezza sul portato culturale, in tema trauma, di Pierre Janet. Chi era Pierre Janet? Janet era uno psichiatra contemporaneo di Freud: le sue teorie sulla dissociazione strutturale della personalità e sul trauma, furono, lungo il ‘900, sostanzialmente oscurate dall’egemonia teorica della psicoanalisi -il che è un vero peccato se pensiamo a quanto le teoria di Janet ci possono essere oggi utili per comprendere alcuni meccanismi di funzionamento del trauma e della dissociazione.

Ricordiamo innanzitutto che anche Janet fece parte del fecondo gruppo di ricercatori/pionieri della Salpetriere, a Parigi. In quel gruppo di “originatori” troviamo Charcot, Breuer, Janet e Freud, personalità che avrebbero segnato in modo profondissimo la cultura novecentesca in area “psi”.

A Janet viene attribuita la prima concettualizzazione del disturbo isterico, così come la prima concettualizzazione del disturbo dissociativo. Grandi maestri nostrani, come Giovanni Liotti, gli furono e sono profondamente debitori in termini culturali (in Italia, troviamo al momento Giovanni Craparo e Francesco Ortu, curatori di un volume chiamato Riscoprire Pierre Janet che abbiamo qui recensito).

Proprio su uno degli ultimi libri di Giovanni Liotti (Sviluppi Traumatici) troviamo un breve capitolo dedicato a Janet e alle sue principali idee in senso psicologico e meta-psicologico.

Janet, come noi ora oggi (almeno in ambito psicotraumatologico), considerava la mente come prima di tutto un’entità “integrativa”, funzionante quando fosse “unitaria”. Tutti abbiamo in mente la famosa annotazione di Freud a proposito dell’isteria: le pazienti (a quel tempo la maggior parte delle pazienti erano donne, -e su questo consigliamo la lettura di un libro fondamentale del trauma che abbiamo recensito nel podcast, “Guarire dal trauma” di Judith Herman, in cui non vengono solo approfondite le origini della psicotraumatologia, ma anche le questioni inerenti il genere e la sessualità nell’epoca degli inizi della psicoanalisi e della psicotraumatologia) avrebbero sofferto, prima di diventare isteriche, di “reminiscenze”.

Se continuiamo su questa linea di pensiero osserviamo come le prime pazienti isteriche fossero trattate in quanto portatrici di reminiscenze, ricordi vividi dunque, in grado di alterarne il funzionamento cerebrale, con una serie di sintomi di varia natura che a causa di questi ricordi sembravano manifestarsi.

A partire da questa concezione iniziale, i pionieri psichiatri degli inizi presero strade diverse; Freud divenne in questo senso dominante con la sua teoria a proposito della rimozione -il disturbo isterico, cioè, sarebbe stato generato dal fallimento dell’opera di rimozione in queste giovani donne. La teoria parallela che intanto stava nascendo nella mente di Pierre Janet -ovvero che non si dovesse tanto parlare di rimozione quanto di mancata integrazione dei ricordi fin dal primo momento successivo all’evento traumatico- venne nel tempo eclissata dalla fama di Freud.

Janet sosteneva che il problema delle reminiscenze non fosse il tentativo fallito di rimuoverle, ma l’impossibile integrazione di queste nel normale flusso di pensiero e ricordi del paziente che ne soffriva. Il che è esattamente sovrapponibile alle concezioni più attuali in ambito psicotraumatologico.

Questa difficile integrazione dei ricordi traumatici avrebbe secondo Janet portato alla creazione di parti ”separate” nella mente -che si sarebbero integrate in modo differente, nuovo, dando origine a parti differenziate nella personalità del soggetto, in grado per così dire di vivere di vita propria. Liotti, a proposito di questo, nel prima citato Sviluppi Traumatici ci ricorda di come Janet fu pionieristico anche a proposito degli studi sul disturbo dissociativo dell’identità (quello che tempo fa avremmo chiamato Disturbo dell’identità multipla).

Cerchiamo di fare una sorta di schema temporale, come un diagramma di flusso che ci aiuti a comprendere il processo con cui secondo Janet, a seguito di un trauma, si sarebbero formate nella personalità delle parti dissociate, difficili da integrare.

Andiamo con ordine e procediamo seguendo una sequenza temporale. Usiamo la prima persona singolare per rendere più facile l’immedesimazione:

  1.  la mia mente è un’entità unica, integra, funzionale a un lavoro di continua integrazione delle mie esperienze
  2.  mi trovo in un momento di prostrazione o fragilità (il “terreno fertile” al trauma di cui parlava Janet)
  3.  avviene qualcosa di esterno a me (la rottura di un legame di attaccamento, un forte shock, un’aggressione, un abuso)
  4. la mente non può integrare nel normale flusso di pensiero l’esperienza inaccettabile
  5. si crea uno stato di debolezza delle funzioni integrative della coscienza (processo chiamato da Janet disaggregation), ed eventualmente uno stato mentale dissociato/separato in grado di custodire i ricordi più pesanti (processo chiamato da Janet dissociation)
  6. tutta la mia personalità e il mio funzionamento psichico sono influenzati e frammentati dal difficile controllo dello stress post traumatico: viene meno il senso di padronanza (o di mastery, qui approfondito).
  7. corpo, memoria e coscienza sono toccati dallo stress post traumatico: comincia il declino post-traumatico, una sorta di depressione (di natura però post-traumatica e non melanconica)

Se torniamo per un attimo dunque alla concettualizzazione dell’isteria da parte di Freud e Janet, osserviamo come il punto centrale e in comune tra i due autori, sia la presenza di reminiscenze (quelle che oggi chiamiamo ricordi traumatici): esistevano in questi soggetti dei ricordi e delle esperienze che non riuscivano ad essere integrate nel normale flusso di pensiero, e che per questo creavano uno stato di indebolimento, la disaggregazione psichica di chi avesse subìto il trauma.

Al di là della concettualizzazione dell’isteria promossa da Janet, una visione di questo tipo ci consente di vedere l’essere umano in modo differente, più naturale: ovvero, chiunque, in presenza di un evento “soverchiante”, può reagire in questo modo.

Un ultimo riferimento va fatto alla concezione janettiana di “gerarchia mentale”.

Janet infatti considerava la mente come una struttura gerarchica, entro il quale sussistono dei rapporti di forza.

Durante uno stress post traumatico, la mente viene dominata da spinte provenienti da zone profonde del cervello, in grado di provocare la disaggregazione delle funzioni di sintesi ad opera delle aree del cervello più recenti. Pensiamo al riflesso del vomito, alla sua portata dirompente sulla tenuta delle normali facoltà corporee: immaginiamo una forza simile, maggiormente diluita nel tempo, in grado di operare però a livello mentale, determinando una condizione di “bypass” delle funzioni mentali superiori, più evolute. La sensazione sarà dunque quella di “non avere più il controllo” su ciò che “produrrà” la parte più autonoma, antica, della mente.

A Janet dobbiamo infine le basi teoriche per altri concetti oggi popolari in ambito psicotraumatologico:

  • modello trifasico
  • importanza del lavoro di stabilizzazione dei sintomi (spiegata molto bene da Maria Puliatti in questo breve video)
  • il concetto di Tendenza all’azione, centrale nella psicoterapia sensomotoria

Cosa fare per approfondire Pierre Janet?

In Italia, come prima si diceva, alcuni autori stanno tentando di portarlo all’attenzione della comunità scientifica, consapevoli di come la sua eredità teorica sia stata troppo spesso oscurata dalle teorie psicodinamiche egemoni durante tutto il ‘900.

Tra di essi, Giuseppe Craparo (Sicilia), curatore di questa rubrica su Psychiatry on Line. Janet compare spesso tra gli autori d’interesse della comunità psicoanalitica (si veda questo video a cura di Nicolò Terminio, lacanista). Si possono, in alternativa, leggere i testi originali di Janet, di recente ri-editi.

Su Janet abbiamo scritto già qui, per chi volesse approfondire:

  1. RISCOPRIRE PIERRE JANET: PERCHÉ ANDREBBE LETTO DA CHIUNQUE SI OCCUPI DI TRAUMA?
  2. RIMOZIONE E DISSOCIAZIONE: FREUD E PIERRE JANET
  3. L’ATTUALITÀ DI PIERRE JANET: “La psicoanalisi”, di Pierre Janet

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3 October 2021

PSICONUTRIZIONE: IL LAVORO DI FELICE JACKA

di Raffaele Avico

Quali sono le conseguenze di un’alimentazione bilanciata sullo stato di benessere psichico di un individuo? Oppure, più semplicemente: alcuni cibi sono in grado di influire sullo stato di benessere psichico?

Parliamo in questo caso di psiconutrizione, un’area medica che intende indagare l’influenza dell’alimentazione sulla psiche.

Per approfondire questi aspetti prendiamo come fonte di riferimento il lavoro di Felice Jacka, una ricercatrice australiana che con il suo gruppo di lavoro ha fondato il centro Food and Mood, dedicato proprio alla studio degli effetti dell’alimentazione sull’umore e altri aspetti della psicologia di un individuo.

Vorremmo cercare con questo articolo di sintetizzare le scoperte più recenti in questo ambito, partendo dal sito della Jacka, di cui sintetizzeremo i punti più interessanti.

Il gruppo di lavoro del Food and Mood center ha un blog (questo) dove raccoglie i risultati del lavoro del gruppo in ambito di psiconutrizione.

Vediamone alcuni aspetti:

  • molto del lavoro del centro Food and Mood in ambito psichiatrico, si è concentrato sul disturbo depressivo. É nota l’ipotesi infiammatoria della nascita della depressione; i ricercatori osservano come tra gli effetti sul sistema nervoso di una dieta bilanciata (per esempio questa) vi sia un effetto anti-infiammatorio, cosa che andrebbe a contrastare il mantenimento del disturbo depressivo. Qui per un approfondimento
  • Gli effetti di una dieta bilanciata sono molteplici e vengono esaurientemente spiegati in questo articolo: adottare uno stile alimentare corretto è in grado di diminuire lo stress ossidativo del corpo, riequilibrare l’asse HPA, aumentare il fattore neurotrofico dei neuroni del cervello, di fatto rendendolo più plastico. Integrare al proprio stile di vita una dieta bilanciata è un intervento che mira al generale miglioramento del “sistema” mente-corpo, preso nella sua totalità
  • la psicobiotica studia l’influenza dell’insieme dei batteri presenti nell’intestino (microbiota) sul sistema nervoso. Il microbiota è in grado di cambiare il panorama neurotrasmettitoriale del sistema nervoso, attraverso l’asse intestino-cervello come qui approfondito. Il blog chiarisce come in realtà non sia del tutto conosciuto il meccanismo per cui una dieta che integri al suo interno i cosiddetti “prebiotici” possa impattare sullo stato mentale di un soggetto, dato che le evidenze sono ad oggi troppo scarse (si veda qui)
  • la dieta mediterranea modificata è stata studiata in particolare per il suo potere di contrastare la depressione; dal blog del centro leggiamo tuttavia come non esista una dieta specifica unica per contrastare l’insorgere di patologie psichiche o il loro mantenimento: alcune diete locali o “tradizionali” sembrano intervenire allo stesso modo, come qui approfondito
  • il cibo ultra-processato (bibite zuccherate, pane imbustato, merendine, fast food, junk food in generale) favorisce lo sviluppo di patologie croniche ed è associato a maggiori livelli di depressione, pur senza un nesso di causalità diretta.
  • i polifenoli possiedono molteplici effetti positivi sulla salute mentale. Si veda questo studio. Nel blog se ne parla qui in modo esaustivo.
  • un’igiene del sonno scarsa, conduce a un peggioramento dello stile alimentare, cosa che poi a cascata produce deterioramento anche in senso psicologico. Questo può dunque essere considerato una sorta di effetto secondario di problemi come insonnia e sonno frammentato. Nel blog se ne parla qui; molteplici evidenze suggeriscono come un peggiormento della qualità del sonno conduca a uno stile alimentare in un certo senso compensativo, iper-calorico: dormendo meno, tendiamo a cibarci di cibo più zuccherato e calorico, a sua volta peggiorativo in termini di qualità del sonno, creando circoli viziosi spesso difficili da interrompere o sovvertire. Nell’articolo si osserva come il rapporto tra dieta e qualità del sonno sia bi-direzionale (cosa che viene qui approfondita)
  • integrare la propria dieta con alimenti nutraceutici, ha un impatto sulla salute mentale documentato, pur essendo questo sotto-ambito della psichiatria nutrizionale -la nutraceutica– ancora ai suoi albori;  in questo articolo viene spiegato come esistano diversi studi (in particolare questo) sull’impatto dell’assuzione di nutraceutici in caso di disturbo depressivo. Qui un approfondimento per chi volesse approfondire il tema “nutraceutica”

Troviamo inoltre in questo sito una serie di risorse da usare per chi voglia approfondire la tematica, come un videocorso gratuito e una serie di ricette in video spiegate dalla stessa Felice Jacka, come per esempio:


A proposito sempre di alimentazione, AISTED ha erogato qualche mese fa un Ebook gratuito qui scaricabile, che aveva come tematica centrale la “stabilizzazione” emotiva nel contesto di un disturbo post-traumatico. Vi troviamo, a cura di Donatella Masante, una nota sull’alimentazione:

Nel 2019 l’OMS riporta tra i principali fattori di rischio per la nostra salute ipertensione, fumo, alta glicemia a digiuno, basso peso alla nascita, alto indice di massa corporea. Va da sé che molti di questi fattori si combattono a tavola.

Non è semplice districarsi tra la marea di informazioni che quotidianamente ci investono relativamente alle ultime novità sulla nutrizione e le infinità di diete che vengono proposte. È ormai risaputo che tutte le diete, se seguite con una certa costanza, portano al dimagrimento, quello che è meno noto sono gli effetti che certi regimi alimentari possono produrre sul nostro corpo anche nel lungo periodo. Il dimagrimento non può e non deve essere l’unico parametro da valutare per decidere la bontà di una dieta, sappiamo infatti che diete molto drastiche rischiano di essere sbilanciate e di non garantire l’apporto di tutti i nutrienti necessari al nostro organismo, andando poi ad influire negativamente sulla perdita eccessiva di massa muscolare o sul carico renale, solo per citare alcuni degli effetti collaterali più diffusi.

Nel 2019 US News & World Report classifica tra le diete più salutari la dieta mediterranea, non a caso patrimonio intangibile dell’umanità, badate, tra le più salutari, non tra quelle che fanno dimagrire più velocemente. Nella stessa classifica si possono trovare le diete che garantiscono i migliori risultati in ambito di dimagrimento, e già si rende evidente come salute e diete dimagranti non sempre vadano a braccetto. Interessante sarà andare a cercare, sempre nel report su indicato quali siano le diete più pericolose, e qui si renderà evidente come alcune tra le diete più famose o tra quelle che vanno per la maggiore, in questo momento, detengano posizioni piuttosto elevate. Ad oggi le evidenze ci suggeriscono che la dieta più sana, con maggiori garanzie di qualità con effetti dimostrati sull’allungamento della vita è la dieta mediterranea ed in particolare la dieta Pesco Mediterranea che prevede l’apporto di pesce 2-3 volte la settimana. In questo modo possiamo beneficiare dell’apporto di omega 3 che hanno potenti qualità antinfiammatorie. Questa dieta più di altre sembra ridurre il rischio di malattie cardiovascolari, del diabete e del declino cognitivo. Come già affermato, pare diminuire l’incidenza di depressione. Ma non basta, se proprio vogliamo avere garanzia di salute e longevità possiamo aggiungere il digiuno a intermittenza. Anche in questo caso ci sono ormai solide evidenze, rinunciare a qualche pasto apporta numerosi benefici, si mettono in moto meccanismi di autofagia che aiutano il microbiota intestinale e il metabolismo, avremo una riduzione dell’infiammazione oltreché del pericoloso grasso addominale. Il modo migliore per effettuare il digiuno intermittente è di concentrare l’assunzione di cibo nell’arco di otto ore e digiunare per 16 ore (J. O’Keefe et al. J Am Coll cardiol, 2020).

Per finire è opportuno sottolineare l’importanza di idratarsi adeguatamente, bevendo abbondantemente, almeno 2 litri di acqua al giorno, compresi i liquidi introdotti con frutta e verdura.
C’è un ultimo ingrediente che è previsto nella dieta mediterranea che insieme alla varietà, alla semplicità ed al gusto aiuta a preparare piatti squisiti ed appaganti: la convivialità.

Qua una serie di contenuti curati da Valerio Rosso sul tema.

Qui la pagina di Felice Jacka del Black Dog Institute di Sidney, di cui avevamo già parlato a proposito del lavoro di Simon Rosenbaum sull’uso dell’esercizio fisico in ambito di trauma (per un approfondimento esauriente sull’uso dello sport nel PTSD, qui).


Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA.

Article by admin / Generale

30 September 2021

MEGLIO MALE ACCOMPAGNATI CHE SOLI: LE STRATEGIE DI CONTROLLO IN INFANZIA (PTSDc)

di Raffaele Avico

PREMESSA: questo post fa parte di una rubrica a tema trauma presente sulla rivista Psychiatry on Line, qui raggiungibile.

La teoria sul trauma si sposa in modo perfetto con due altre teorie:

  • la Teoria dell’Attaccamento teorizzata da John Bowlby
  • Il principio del funzionamento gerarchico delle funzioni mentali teorizzato da Jackson e il modello organodinamico di Ey che abbiamo qui approfondito

In particolare, gli studi sul trauma da attaccamento hanno evidenziato come crescere in un ambiente traumatizzante sappia produrre conseguenze durature e difficili da gestire per il bambino che lo viva.

Il lavoro più importante di integrazione tra l’approccio psicotraumatologico e la teoria dell’attaccamento lo dobbiamo al lavoro di ricerca indipendente portato avanti da Giovanni Liotti.

Liotti, e con lui altri studiosi di trauma e dissociazione, si batterono affinché fosse riconosciuta l’esistenza di una dimensione post-traumatica e dissociativa presente in molteplici, se non in tutti, i disturbi. In un recente articolo dal titolo “finalmente abbiamo capito l’importanza di studiare il trauma e dissociazione”, Benedetto Farina ricorda il lavoro fatto con Liotti sulla “dimensione psicopatologica traumatico-dissociativa”.

Troviamo un riferimento puntuale a Pierre Janet a proposito del concetto di dis-gregazione: esiste, a seguito del trauma, un difetto di integrazione delle funzioni mentali superiori, che in teoria dovrebbero frenare e “cognitivizzare” informazioni provenienti da aree profonde del cervello ma che, in questo caso, non assolvono a questa funzione.

Liotti e Farina evidenziano quindi una tipologia di problema che trascende il semplice PTSD: il PTSD semplice è un disturbo che osserviamo a seguito di un trauma singolo potenzialmente minaccioso per l’individuo, come spesso qui argomentato. Liotti e Farina allargano la questione chiedendosi cosa capiti nella mente di un bambino che cresca in un ambiente costantemente traumatico, dove la minaccia è quotidiana, endemica e spesso sottile. Qui abbiamo approfondito la definizione di PTSDc, ovvero PTSD complesso.

Cosa succede per esempio nella mente di un bambino abituato fin da piccolissimo a gestire psicologicamente sbalzi d’umore, oscillazioni e reazioni spropositate di un genitore con un disturbo di personalità?

Già solo gli esperimenti sulla still face di Tronick ci mostrano l’escalation di reazioni del bambino in modo chiarissimo: da un tentativo di ri-socializzare, fino a chiare manifestazioni dissociative di fronte a un “semplice” assenza di sintonizzazione da parte della madre, tutto in 5 minuti (vedasi il video sotto riportato):

Sempre  in “Sviluppi Traumatici”, Liotti approfondisce la questione ponendo al centro della sua riflessione teorica il concetto di “strategia regolativa”.

Come può un bambino che viva in un contesto pericoloso e terrorizzante -si chiede l’autore- ottenere la vicinanza emotiva del caregiver, indispensabile per il suo sopravvivere all’ambiente circostante? Liotti ragiona sul fatto che un bambino per poter sopravvivere a un adulto psicologicamente abusante è obbligato a mettere in atto delle strategie di controllo.

Queste potrebbero essere riepilogate come segue:

  1. Strategia controllante/accudente – genitorializzazione: la tendenza definita da Liotti alla “genitorializzazione” implica lo sviluppare da parte del bambino una serie di competenze relazionali e comportamentali che gli consentano di prevedere il comportamento -imprevedibile- del caregiver. Una sorta di “progressione traumatica” in cui il bambino diviene iper-competente e iper-sensibile agli sbalzi del genitore, di fatto imparando a “contenerlo”. Immaginiamo per esempio un padre seduttivo/terrorizzante, magari con tendenza all’abuso di alcol e ad esplodere in scoppi di ira apparentemente immotivati. Se immaginiamo la vita di una bambina che cresca a contatto con una figura di riferimento del genere, dobbiamo pensare a quanto questa sia sottoposta, nel corso dello svolgersi della quotidianità, a uno sforzo anticipatorio del comportamento del padre stesso. Osservandoli interagire noteremo come la bambina abbia imparato a conoscere ogni sfumatura caratteriale del caregiver e come riesca ad anticiparlo o manipolarlo al fine di garantirsi la sua protezione anche quando quest’ultimo manifesti pesanti alterazioni del carattere o sbalzi umorali. La genitorializzazione è dunque una strategia di controllo messa in atto laddove sia necessario per il/la bambino/a anticipare costantemente le mosse di un genitore abusante (più un generale, di una realtà o di un ambiente abusante), per contenere i danni prodotti sulla sua stessa salute psichica e allo stesso tempo garantirsi la sua protezione. L’autore sottolinea che un’inversione simile dell’attaccamento ha dei costi futuri nei termini di una difficile creazione di rapporti stabili e in cui ci si possa affidare e aprire all’altro senza che questo voglia dire, nuovamente, sottoporsi a una possibile minaccia e a nuovi abusi.
  2. Strategia controllante/punitiva: con questo Liotti intende sottolineare come all’interno di una diade bambino/caregiver in cui quest’ultimo manifesti comportamenti abusanti e discontrollati (“disorganizzati/disorganizzanti”) è possibile che il bambino sviluppi tendenze punitive che hanno a che fare con l’inversione non tanto dell’attaccamento (come prima si diceva), ma con un’attivazione del sistema motivazionale agonistico e lo spostamento della questione a livello di sistema di rango. É come se il bambino utilizzasse, per controllare l’adulto, il potere fornitogli da una posizione dominante in termini di rango. Osserviamo in questi casi una tendenza ad aggredire e ad imporre la sua volontà da parte del bambino al genitore, letteralmente dominato/a dal figlio (o dalla figlia). Il/la figlio/a diviene “tirannico/a”: all’interno della diade genitoriale le cose hanno anche qui subito una inversione, incentrata questa volta sulla dinamica di potere/rango. In questo caso il bambino diviene punitivo e severo verso il genitore al fine di sopprimere le condotte disregolate vissute come intrusive e dolorose.
Quello che è importante sottolineare è che queste strategie di controllo vanno lette come il miglior compromesso/soluzione possibile messo in atto dalla mente di un/a figlio/a per sopravvivere a un contesto traumatizzante, garantendosi al contempo una vicinanza con la figura di riferimento e quindi la sua protezione (da bambini, è “meglio essere mal accompagnati che soli“, ovvero, la priorità implicita, nell’infanzia, è data alla vicinanza della figura di riferimento, seppur minacciosa o attivamente abusante).

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21 September 2021

OVERLOAD COGNITIVO ED ECOLOGIA MENTALE

di Raffaele Avico

Più volte su questo blog abbiamo scritto dei rischi connessi all’uso eccessivo di device tecnologici, all’iper-carico cognitivo connesso a un eccesso di dati, alla “bugia” del multitasking. Quali sono le conseguenze sulla nostra salute mentale dell’iper-esposizione ai dati, le conseguenze di quello che viene chiamato overload, o sovraccarico cognitivo?

Prima di tutto occorre definire lo span attenzionale e chiarire come la guerra quotidiana per la nostra attenzione su internet ci tocchi molto da vicino.

In psicologia generale lo span attenzionale è definito come l’estensione dell’attenzione selettiva, sia in senso di tempo (per quanto riesco a prestare attenzione a un determinato stimolo) che in termini di spazio (quanto ricordo di ciò che ho visto? Quanti elementi riesco a ricordare di una determinata serie?).

La capacità di prestare attenzione in modo selettivo, inoltre, è garanzia di apprendimento.

Focalizzare l’attenzione ci proietta in uno stato mentale particolarmente consono a immagazzinare informazioni: una dimensione mentale alternativa, differente, che ci consente di vivere a pieno l’esperienza dell’immagazzinamento delle informazioni che ci aggradano.

Alcuni studi hanno indagato uno stato mentale particolare che viene chiamato “learning state”, ovvero una condizione di particolare immersività dentro l’esperienza che ci permette di apprendere con più facilità e potenza da ciò che stiamo vivendo.

A tutti è capitato di trovarsi così immersi dentro un racconto che si sta leggendo, da sperimentare un lieve distacco dalla realtà e un’immersione profonda nella lettura.

Questo stato di immersività ci consente di immagazzinare con più forza le informazioni che ci arrivano, dato che l’apprendimento di svolge in modo più coinvolto ed “emozionato”.

La dimensione emotiva dell’apprendimento è cosa risaputa: l’apprendimento supportato da uno stato emotivo peculiare (per esempio rimanere particolarmente colpiti da una poesia, o da una canzone, la dimensione “interpersonale” dell’apprendimento-pensiamo al concetto di “filtro affettivo” di Krashen), rende più profondi i solchi tracciati nella nostra memoria dall’esperienza.

Senza addentrarci nella questione di come il mercato dell’attenzione riesca a distrarci così compulsivamente da ciò che stiamo facendo, osserviamo intorno a noi come lo span attenzionale della normale cittadinanza (è molto generica come definizione ma sufficientemente onnicomprensiva) sia minacciato da una tensione verso il “ritorno” al device tecnologico in grado di rompere lo stato di attenzione focalizzata -riportando il soggetto alla realtà del “digital”- staccandolo bruscamente da ciò che, al di fuori dello schermo, stia facendo e “immagazzinando” in termini di apprendimento.

Nel processo di apprendimento e di immersione, spezzare l’attenzione (con un controllo compulsivo del device tecnologico, per esempio) concorre a rendere più complicato il processo immersivo tenendoci sempre “in superficie”, come un ritorno costante a una realtà “altra” che ci distrae dal compito primario (per esempio la lettura approfondita).

In questo senso parliamo di attenzione selettiva intermittente: i Social Media e in generale Internet, come molti lamentano, possiedono armi sufficientemente potenti da forzarci a un “ritorno” al device (per esempio lo smartphone) interrompendo di fatto il nostro compito cognitivo principale.

Si potrà obiettare che la decisione di interrompere un qualche gesto per tornare a controllare lo smartphone, dipende dalla volontà del singolo. Verissimo nel momento in cui sopravvalutiamo le competenze attentive umane, di fatto labili. Quello che qui si vuole argomentare, è che l’essere umano non è sufficientemente forte da resistere a un invito così promettente come quello offerto dal Social, o dal digitale in sè. La promessa infatti di un appagamento relazionale, e il ricordo “neurobiologico” connesso a pregresse scariche di dopamina, si pongono a tampone di un bisogno che è gerarchicamente superiore e più basico rispetto a molti altri bisogni, più “laterali” ma altettanto importanti, come appunto l’apprendimento, la contaminazione, l’eplorazione mentale: si genera un conflitto che spesso ci vede perdenti, arresi alla compulsione del “checking”. Mettere in mano uno smartphone a individui nevrotici adulti, affamati di contatto umano e relazioni, è dare da bere agli assetati: la voglia, l’impulso, rischiano di avere la meglio.

I COSTI DELL’OVERLOAD

La guerra dell’attenzione ci pressa da ogni dove, ogni singola volta che sblocchiamo il nostro telefono; e non saremo sufficientemente forti da resisterle, come sopra argomentato (i bisogni di appartenenza e seduzione, insieme alla componente dopaminergica, si pongono come primari, diventando nel tempo gratificatori unici, in grado di prevalere sugli altri).

Il risultato è che la nostra mente è costantemente impegnata in una lotta contro le distrazioni, in un costante slalom tra input al fine di tenere il focus su un determinato argomento.

Pensiamo alle interruzioni continue degli spot su Youtube, ai banner pubblicitari, al neuro-bombardamento di input pensati per noi su Social di diverso genere; un costante rumore di fondo, un vero e proprio inquinamento cognitivo a cui siamo sottoposti in modo pressoché costante.

Ma con quali costi?

Questo stato di sovraccarico viene chiamato overload cognitivo in riferimento alla fatica indotta da tre processi principali:

  • il lavoro implicito di scrematura e differenziazione tra stimoli che costantemente facciamo per poter mantenere il focus. Il cervello, come sappiamo, è già di suo un filtro in grado di portare alla nostra attenzione pochi stimoli alla volta per ragioni di adattamento; bombardarlo in modo continuo di stimoli ridondanti e chiassosi, rende il lavoro di filtraggio ancora più faticoso e frustrante.
  • la fatica della scelta continua, dell’eccesso di stimoli tra cui scegliere, rappresenta un problema per ora sotto-soglia, non ancora pienamente indagato (o almeno, non in relazione a Internet: ne parla bene Just Mick in questo video); ne scrive anche Pietro Minto in questo libro che abbiamo recensito di recente citando il concetto di FOMO (fear of better options), il timore relativo al fatto di aver fatto la scelta migliore in un mondo di possibilità di consumo pressoché infinite
  • tradire costantemente la nostra attenzione con altro (come durante la lettura, l’impugnare e sbloccare il telefono) ci condanna al continuo bisogno di ri-focalizzarci su ciò che stavamo facendo “prima” di distrarci; questo è di per sé uno sforzo cognitivo, un task mentale. Il tema qui è complesso poichè esistono aspetti emotivi implicati nel fenomeno, dato che siamo meno portati a distrarci tanto più il compito è per noi stimolante. Il problema è che, in questo senso, solamente i compiti per noi massimamente edificanti in termini emotivi saranno in grado di coinvolgerci al punto da impedirci movimenti di distrazione: il risultato è che tutto ciò che non è per noi “centrale” rischia di disperdersi, con meno possibilità da parte nostra di essere contaminati da qualcosa di altro. Se mettiamo questo fenomeno insieme a quello delle bolle informative create dagli algoritmi, capiamo facilmente come tutti noi si rischi di “radicalizzarci” sempre di più su isole di contenuto “nostre”, senza associazioni libere, contaminazioni e scoperta di “altro”. É come sottoporsi a una Cura ludovico con i nostri stessi contenuti, tutto il giorno, auto-bombandardoci il cervello con contenuti in grado di “fittare” benissimo con ciò che già sappiamo, radicalizzandoci appunto.

Esistono degli studi che hanno indagato questi aspetti?

Alla voce “sovraccarico cognitivo” troviamo su Wikipedia inglese alcuni spunti interessanti:

  • il concetto ha radici storiche molto lunghe; in epoca moderna, negli anni ‘70 già ci si interrogava su quali sarebbero state le conseguenze dell’iper-abbondanza di stimoli e le possibili conseguenze sulla salute mentale degli individui. L’ultima formulazione, e più recente, è attribuita a un ricercatore tedesco (Peter Roetzel) che in questo approfondito articolo traccia uno stato dell’arte del problema in termini il più possibile scentifici, da un punto di vista della “psicologia dei consumi” e del business. In questa meta-analisi della letteratura esistente, l’autore identifica i rischi e in particolare 3 modi di concettualizzare il problema dell’overload di informazioni: 1) l’overload come conseguenza di una scarsa attenzione al “design” della progettazione dell’esperienza utente in sè, una sorta di perversione non prevista della creazione di dati in eccesso; 2) l’overload come un virus, con persone non ancora coscienti della portata della “malattia” diffusa da piattaforme sempre più spinte in termini di dati e informazioni prodotte (“Users seem to ignore possible side effects of information overload up to a very high level before retreating from these channels or platforms”) e 3) l’overload come conseguenza di un’assenza di tempo sufficiente ad affrontare la complessità delle informazioni prodotte in rete (qui l’accento è messo appunto sul tema “tempo limitato”). L’articolo raccoglie le strategie di fronteggiamento del problema in 3 categorie (incentrate su 3 soggetti: l’uomo, il processo cognitivo in sè, e la tecnologia): sono raccolte in questa tabella
  • la pagina descrive due tipologie di overload di informazioni: da eccesso di fonti, e da eccesso di “profondità” delle stesse; entrambe sapranno produrre -soprattutto in soggetti particolarmente meticolosi o puntigliosi- FOBO (fear of better options) e “not just right experience”, una sensazione insomma di insoddisfazione a fronte di grandi quantità di informazioni tra le quali decidere -sempre estremamente faticosa e frustrante. Uno dei rischi, insomma, è condurre ad analisi-paralisi, a blocchi di performance
  • La pagina cita il lavoro di Clay Shirky, che in questo video in tempi non sospetti (2008), ragionava sulla deriva che la dis-intermediazione totale generata dall’iper-connessione avrebbe generato; in effetti, aver scavalcato e resi superflui gli intermediari che facevano da filtro (per esempio i giornali nazionali, le case editrici -oggi ognuno pubblica in autonomia in qualsiasi ambito) ha aumentato in modo spropositato i contenuti in circolazione, da un lato liberando e democraticizzando la cultura (che era il sogno dei nerd-hippie fautori della rivoluzione digitale che oggi viviamo), dall’altro “aprendo le gabbie” e dando voce a chiunque, cosa che osserviamo oggi e di cui cominciamo a percepire il lato oscuro.

Al di là degli aspetti più teorici, l’overload cognitivo resta un problema che ci tocca nel vivo del nostro vivere quotidiano; il proliferare di pratiche mutuate dalla psicologia orientale, i corsi di pratiche zen, la ricerca di “focus” e la letteratura di self-help mirata ad aumentare la produttività, ci dicono di come la cittadinanza percepisca il problema come attuale e urgente.

É più che probabile che il futuro prossimo ci riservi una regressione a forma più contenute di accesso alle informazioni che intorno a noi gravitano: forme di minimalismo, decluttering “interiore”, ricerca di contatto con la natura (forest bathing), pratiche di “filtro” che ci consentano una migliore “ecologia” mentale, un ritorno al mono-tasking, maggiore attenzione all’UX (user experience), e altre forme di ribellione a un “data smog” percepito come sempre più tossico in termini psicologici.

Può sembrare banale, ma sarà sempre più centrale -al fine di preservare una buona igiene mentale- lavorare su abilità di costruzione di uno stile di vita adeguato. Per fare alcuni esempi:

  • differenziando in modo feroce il tempo impiegato nel lavoro da quello libero, suddividendo i due momenti in modo rigido/verticale, per contrastare un senso di reperibilità continua
  • ritagliando momenti di assenza di produttività, di svago puro, o di semplice daydreaming slegato da task lavorativi
  • inframezzando gli impegni settimanali con attività fisica
  • investendo una parte della propria energia mentale nella costruzione di abitudini sociali positive, “in presenza”
  • valutando l’abbandono totale/temporaneo di abitudini nefaste come appunto il checking o lo scrolling compulsivo, auto-monitorando la qualità del tempo che spendiamo in rete
  • limitando l’impatto sulla propria psiche di news/social/spazzatura mediatica
  • assumendo maggiore consapevolezza sui rischi connessi al “mercato della dopamina“

..insomma, occorrerà sempre di più lavorare sul proprio stile di vita.


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  • CARICO ALLOSTATICO: UN’INTRODUZIONE 19 December 2024
  • SISTEMI MOTIVAZIONALI, EMOZIONI IN CLINICA, LIOTTI: UN APPROFONDIMENTO (E UN’INTERVISTA A LUCIA TOMBOLINI) 2 December 2024
  • Una buona (e completa) introduzione a Jung e allo junghismo. Intervista ad Andrea Graglia 4 November 2024
  • TRAUMA E PSICOSI: ALCUNI VIDEO DALLE “GIORNATE PSICHIATRICHE CERIGNALESI 2024” 17 October 2024
  • “LA GENERAZIONE ANSIOSA”: RECENSIONE APPROFONDITA E VALUTAZIONI 10 October 2024
  • Speciale psichedelici, a cura di Studio Aegle 7 October 2024
  • Le interviste di POPMed Talks 3 October 2024
  • Disturbi da sintomi somatici e di conversione: un approfondimento 17 September 2024
  • TRAUMA E DISSOCIAZIONE: IL CONGRESSO ESTD DI OTTOBRE 2024, A KATOWICE (POLONIA) 20 August 2024
  • POPMed Talks #7: Francesco Sena (speciale Art Brut) 3 August 2024
  • LA (NEONATA) SIMEPSI E UN INTERVENTO DI FABIO VILLA SULLA TERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI A LOSANNA 30 July 2024
  • L'”IMAGERY RESCRIPTING” NEL PTSD 18 July 2024
  • Intervista a Francesca Belgiojoso: le fotografie in psicoterapia 1 July 2024
  • Attaccamento traumatico: facciamo chiarezza (di Andrea Zagaria) 24 June 2024
  • KNOT GARDEN (A CURA DEL CENTRO VENETO DI PSICOANALISI) 10 June 2024
  • Costanza Jesurum: un’intervista all’autrice del blog “bei zauberei”, psicoanalista junghiana e scrittrice 3 June 2024
  • LA SVIZZERA, CUORE DEL RINASCIMENTO PSICHEDELICO EUROPEO 29 May 2024
  • Un’alternativa alla psicopatologia categoriale: Hierarchical Taxonomy of Psychopathology (HiTOP) 9 May 2024
  • INVITO A BION 8 May 2024
  • INTERVISTA A FEDERICO SERAGNOLI: IL VIDEO 18 April 2024
  • INCONSCIO NON RIMOSSO E MEMORIA IMPLICITA: UNA RECENSIONE 9 April 2024
  • UN FREE EBOOK (SUL TRAUMA) IN COLLABORAZIONE CON VALERIO ROSSO 3 April 2024
  • GLI INCONTRI DI AISTED: LA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI A GINEVRA (16 APRILE 2024) 28 March 2024
  • La teoria del ‘personaggio’ nell’opera di Antonino Ferro 21 March 2024
  • Psicoterapia assistita da psichedelici: intervista a Matteo Buonarroti 14 March 2024
  • BRESCIA, FEBBRAIO 2024: DUE ESTRATTI DALLA MASTERCLASS “VERSO UNA NUOVA TERAPIA ESPOSITIVA DI PRECISIONE” 27 February 2024
  • CAPIRE LA DISPNEA PSICOGENA: DA “SENZA FIATO” DI GIORGIO NARDONE 14 February 2024
  • POPMED TALKS 5 February 2024
  • NASCE L’ASSOCIAZIONE COALA (TORINO) 1 February 2024
  • Camilla Stellato: “Diventare genitori” 29 January 2024
  • Offline is the new luxury, un documentario 22 January 2024
  • MARCO ROVELLI, LA POLITICIZZAZIONE DEL DISAGIO PSICHICO E UN PODCAST DI psicologia fenomenologica 10 January 2024
  • La terapia espositiva enterocettiva (per il disturbo di panico) – di Emiliano Toso 8 January 2024
  • INTRODUZIONE A VIKTOR FRANKL 27 December 2023
  • UN APPROFONDIMENTO DI MAURIZIO CECCARELLI SULLA CONCEZIONE NEO-JACKSONIANA DELLE FUNZIONI MENTALI 14 December 2023
  • 3 MODI DI INTENDERE LA DISSOCIAZIONE: DA UN INTERVENTO DI BENEDETTO FARINA 12 December 2023
  • Il burnout oltre i luoghi comuni (DI RICCARDO GERMANI) 23 November 2023
  • TRATTAMENTO INTEGRATO DELL’ANSIA: INTERVISTA A MASSIMO AGNOLETTI ED EMILIANO TOSO 9 November 2023
  • 10 ARTICOLI SUL JOURNALING E SUI BENEFICI DELLO SCRIVERE 6 November 2023
  • UN’INTERVISTA A GIUSEPPE CRAPARO SU PIERRE JANET 30 October 2023
  • CONTRASTARE IL DECADIMENTO COGNITIVO: ALCUNI SPUNTI PRATICI 26 October 2023
  • PTSD (in podcast) 25 October 2023
  • ANIMALI CHE SI DROGANO, DI GIORGIO SAMORINI 12 October 2023
  • VERSO UNA TERAPIA ESPOSITIVA DI PRECISIONE: PREFAZIONE 7 October 2023
  • Congresso Bari SITCC 2023: un REPORT 2 October 2023
  • GLI INCONTRI ORGANIZZATI DA AISTED, Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione 25 September 2023
  • CANNABISCIENZA.IT 22 September 2023
  • TERAPIA ESPOSITIVA (IN PODCAST) 18 September 2023
  • TERAPIA ESPOSITIVA: INTERVISTA A EMILIANO TOSO (PARTE SECONDA) 4 September 2023
  • POPMED: 10 articoli/novità dal mondo della letteratura scientifica in ambito “psi” (ogni 15 giorni) 30 August 2023
  • DIFFUSIONE PATOLOGICA DELL’ATTENZIONE E SUPERFICIALITÀ DIGITALE. UN ESTRATTO DA “PSIQ” di VALERIO ROSSO 23 August 2023
  • LE FRONTIERE DELLA TERAPIA ESPOSITIVA. INTERVISTA A EMILIANO TOSO 12 August 2023
  • NIENTE COME PRIMA, DI MANGIASOGNI 8 August 2023
  • NASCE IL “GRUPPO DI INTERESSE SULLA PSICOPATOLOGIA” DI AISTED (Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione) 26 July 2023
  • Psychedelic Science Conference 2023 – lo stato dell’arte sulle terapie psichedeliche  15 July 2023
  • RENDERE NON NECESSARIA LA DISSOCIAZIONE: DA UN ARTICOLO DI VAN DER HART, STEELE, NIJENHUIS 29 June 2023
  • EMBODIED MINDS: INTERVISTA A SARA CARLETTO 21 June 2023
  • Psychiatry On Line Italia: 10 rubriche da non perdere! 7 June 2023
  • CURARE LA PSICHIATRIA DI ANDREA VALLARINO (INTRODUZIONE) 1 June 2023
  • UN RICORDO DI LUIGI CHIRIATTI, STUDIOSO DI TARANTISMO 30 May 2023
  • PHENOMENAUTICS 20 May 2023
  • 6 MESI DI POPMED, PER TORNARE ALLA FONTE 18 May 2023
  • GLI PSICOFARMACI PER LO STRESS POST TRAUMATICO (PTSD) 8 May 2023
  • ILLUSIONI IPNAGOGICHE, SONNO E PTSD 4 May 2023
  • SI PUÓ DIRE MORTE? INTERVISTA A DAVIDE SISTO 27 April 2023
  • CENTRO SORANZO: INTERVISTA A MAURO SEMENZATO 12 April 2023
  • Laetrodectus, che morde di nascosto 6 April 2023
  • STABILIZZAZIONE E CONFINI: METTERE PALETTI PER REGOLARSI 4 April 2023
  • L’eredità teorica di Giovanni Liotti 31 March 2023
  • “UN RITMO PER L’ANIMA”, TARANTISMO E DINTORNI 7 March 2023
  • SUICIDIO: SPUNTI DAL LAVORO DI MAURIZIO POMPILI E EDWIN SHNEIDMAN 9 January 2023
  • SUPERHERO THERAPY. INTERVISTA A MARTINA MIGLIORE 5 December 2022
  • Allucinazioni nel trauma e nella psicosi. Un confronto psicopatologico 26 November 2022
  • FUGA DI CERVELLI 15 November 2022
  • PSICOTERAPIA DELL’ANSIA: ALCUNI SPUNTI 7 November 2022
  • LA Q DI QOMPLOTTO 25 October 2022
  • POPMED: UN ESEMPIO DI NEWSLETTER 12 October 2022
  • INTERVISTA A MAURO BOLOGNA, PRESIDENTE SIPNEI 10 October 2022
  • IL “MANUALE DELLE TECNICHE PSICOLOGICHE” DI BERNARDO PAOLI ED ENRICO PARPAGLIONE 6 October 2022
  • POPMED, UNA NEWSLETTER DI AGGIORNAMENTO IN AREA “PSI”. PER TORNARE ALLA FONTE 30 September 2022
  • IL CONVEGNO SIPNEI DEL 1 E 2 OTTOBRE 2022 (FIRENZE): “LA PNEI NELLA CLINICA” 20 September 2022
  • LA TEORIA SULLA NASCITA DEL PENSIERO DI WILFRED BION 1 September 2022
  • NEUROFEEDBACK: INTERVISTA A SILVIA FOIS 10 August 2022
  • La depressione come auto-competizione fallimentare. Alcuni spunti da “La società della stanchezza” di Byung Chul Han 27 July 2022
  • SCOPRIRE LA SIPNEI. INTERVISTA A FRANCESCO BOTTACCIOLI 6 July 2022
  • PERFEZIONISMO: INTERVISTA A VERONICA CAVALLETTI (CENTRO TAGES ONLUS) 6 June 2022
  • AFFRONTARE IL DISTURBO DISSOCIATIVO DELL’IDENTITÁ 28 May 2022
  • GARBAGE IN, GARBAGE OUT.  INTERVISTA FIUME A ZIO HACK 21 May 2022
  • PTSD: ALCUNE SLIDE IN FREE DOWNLOAD 10 May 2022
  • MANAGEMENT DELL’INSONNIA 3 May 2022
  • “IL LAVORO NON TI AMA”: UN PODCAST SULLA HUSTLE CULTURE 27 April 2022
  • “QUI E ORA” DI RONALD SIEGEL. IL LIBRO PERFETTO PER INTRODURSI ALLA MINDFULNESS 20 April 2022
  • Considerazioni sul trattamento di bambini e adolescenti traumatizzati 11 April 2022
  • IL COLLASSO DEL CONTESTO NELLA PSICOTERAPIA ONLINE 31 March 2022
  • L’APPROCCIO “OPEN DIALOGUE”. INTERVISTA A RAFFAELLA POCOBELLO (CNR) 25 March 2022
  • IL CORPO, IL PANICO E UNA CORRETTA DIAGNOSI DIFFERENZIALE: INTERVISTA AD ANDREA VALLARINO 21 March 2022
  • RECENSIONE: L’EREDITÁ DI BION (A CURA DI ANTONIO CIOCCA) 20 March 2022
  • GLI PSICHEDELICI COME STRUMENTO TRANSDIAGNOSTICO DI CURA, IL MODELLO BIPARTITO DELLA SEROTONINA E L’INFLUENZA DELLA PSICOANALISI 7 March 2022
  • FOTOTERAPIA: JUDY WEISER e il lavoro con il lutto 1 March 2022
  • PLACEBO E DOLORE: IL POTERE DELLA MENTE (da un articolo di Fabrizio Benedetti) 14 February 2022
  • INTERVISTA A RICCARDO CASSIANI INGONI: “Metodo T.R.E.®” E TECNICHE BOTTOM-UP PER L’APPROCCIO AL PTSD 3 February 2022
  • SPIDER, CRONENBERG 26 January 2022
  • LE TEORIE BOTTOM-UP NELLA PSICOTERAPIA DEL POST-TRAUMA (di Antonio Onofri e Giovanni Liotti) 17 January 2022
  • 24 MESI DI PSICOTERAPIA ONLINE 10 January 2022
  • LA TOSSICODIPENDENZA COME TENTATIVO DI AMMINISTRARE LA SINDROME POST-TRAUMATICA 7 January 2022
  • La Supervisione strategica nei contesti clinici (Il lavoro di gruppo con i professionisti della salute e la soluzione dei problemi nella clinica) 4 January 2022
  • PSICHEDELICI: LA SCIENZA DIETRO L’APP “LUMINATE” 21 December 2021
  • ASYLUMS DI ERVING GOFFMAN, PER PUNTI 14 December 2021
  • LA SINDROME DI ASPERGER IN BREVE 7 December 2021
  • IL CONVEGNO DI SAN DIEGO SULLA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI (marzo 2022) 2 December 2021
  • PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA E DEEP BRAIN REORIENTING. INTERVISTA A PAOLO RICCI (AISTED) 29 November 2021
  • INTERVISTA A SIMONE CHELI (ASSOCIAZIONE TAGES ONLUS) 25 November 2021
  • TRAUMA: IMPOSTAZIONE DEL PIANO DI CURA E PRIMO COLLOQUIO 16 November 2021
  • TEORIA POLIVAGALE E LAVORO CON I BAMBINI 9 November 2021
  • INTRODUZIONE A BYUNG-CHUL HAN: IL PROFUMO DEL TEMPO 3 November 2021
  • IT (STEPHEN KING) 27 October 2021
  • JUDITH LEWIS HERMAN: “GUARIRE DAL TRAUMA” 22 October 2021
  • ANCORA SU PIERRE JANET 15 October 2021
  • PSICONUTRIZIONE: IL LAVORO DI FELICE JACKA 3 October 2021
  • MEGLIO MALE ACCOMPAGNATI CHE SOLI: LE STRATEGIE DI CONTROLLO IN INFANZIA (PTSDc) 30 September 2021
  • OVERLOAD COGNITIVO ED ECOLOGIA MENTALE 21 September 2021
  • UN LUOGO SICURO 17 September 2021
  • 3MDR: UNO STRUMENTO SPERIMENTALE PER COMBATTERE IL PTSD 13 September 2021
  • UN LIBRO PER L’ESTATE: “COME ANNOIARSI MEGLIO” DI PIETRO MINTO 6 August 2021
  • “I fondamenti emotivi della personalità”, JAAK PANKSEPP: TAKEAWAYS E RECENSIONE 3 August 2021
  • LIFESTYLE PSYCHIATRY 28 July 2021
  • LE DIVERSE FORME DI SINTOMO DISSOCIATIVO 26 July 2021
  • PRIMO LEVI, LA CARCERAZIONE E IL TRAUMA 19 July 2021
  • “IL PICCOLO PARANOICO” DI BERNARDO PAOLI. PARANOIA, AMBIVALENZA E MODELLO STRATEGICO 14 July 2021
  • RECENSIONE PER PUNTI DI “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE” 8 July 2021
  • I VIRUS: IL LORO RUOLO NELLE MALATTIE NEURODEGENERATIVE 7 July 2021
  • LA PLUSDOTAZIONE SPIEGATA IN BREVE 1 July 2021
  • COS’É LA COGNITIVE PROCESSING THERAPY? 24 June 2021
  • SULLA TERAPIA ESPOSITIVA PER I DISTURBI FOBICI: IL MODELLO DI APPRENDIMENTO INIBITORIO DI MICHELLE CRASKE 19 June 2021
  • É USCITO IL SECONDO EBOOK PRODOTTO DA AISTED 15 June 2021
  • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche -con il blog Psicologia Fenomenologica. 7 June 2021
  • PSICHIATRIA DI COMUNITÁ: LA SCELTA DI UN METODO 31 May 2021
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  • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO ONLINE CON VALERIO ROSSO, MARCO CREPALDI, LUCA PROIETTI, BERNARDO PAOLI, GENNARO ROMAGNOLI 22 May 2021
  • MDMA PER IL PTSD: NUOVE EVIDENZE 21 May 2021
  • MAP (MULTIPLE ACCESS PSYCHOTHERAPY): IL MODELLO DI PSICOTERAPIA AD APPROCCI COMBINATI CON ACCESSO MULTIPLO DI FABIO VEGLIA 18 May 2021
  • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO GRATUITO ONLINE (21 MAGGIO) 13 May 2021
  • BALBUZIE: COME USCIRNE (il metodo PSICODIZIONE) 10 May 2021
  • PANICO: INTERVISTA AD ANDREA IENGO (PANICO.HELP) 7 May 2021
  • Psicologia digitale e pandemia COVID19: il report del Centro Medico Santagostino di Milano dall’European Conference on Digital Psychology (ECDP) 4 May 2021
  • SOLCARE IL MARE ALL’INSAPUTA DEL CIELO. Liberalizzare come terapia: il problema dell’autocontrollo in clinica 30 April 2021
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO” 25 April 2021
  • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche 25 April 2021
  • 3 STRUMENTI CONTRO IL TRAUMA (IN BREVE): TAVOLA DISSOCIATIVA, DISSOCIAZIONE VK E CAMBIO DI STORIA 23 April 2021
  • IL MALADAPTIVE DAYDREAMING SPIEGATO PER PUNTI 17 April 2021
  • UN VIDEO PER CAPIRE LA DISSOCIAZIONE 12 April 2021
  • CORRELATI MORFOLOGICI E FUNZIONALI DELL’EMDR: UNA PANORAMICA SULLA NEUROBIOLOGIA DEL TRATTAMENTO DEL PTSD 4 April 2021
  • TRAUMA E DISSOCIAZIONE IN ETÁ EVOLUTIVA: (VIDEO)INTERVISTA AD ANNALISA DI LUCA 1 April 2021
  • GLI EFFETTI POLARIZZANTI DELLA BOLLA INFORMATIVA. INTERVISTA A NICOLA ZAMPERINI DEL BLOG “DISOBBEDIENZE” 30 March 2021
  • SVILUPPARE IL PENSIERO LATERALE (EDWARD DE BONO) – RECENSIONE 24 March 2021
  • MDMA PER IL POST-TRAUMA: BEN SESSA E ALTRI RIFERIMENTI IN RETE 22 March 2021
  • 9 LIBRI FONDAMENTALI SU TRAUMA E DISSOCIAZIONE (aggiornato 2026) 14 March 2021
  • VIDEOINTERVISTA A CATERINA BOSSA: LAVORARE CON IL TRAUMA 7 March 2021
  • PRIMO SOCCORSO PSICOLOGICO E INTERVENTO PERI-TRAUMATICO: IL LAVORO DI ALAIN BRUNET ED ESSAM DAOD 2 March 2021
  • “SHARED LIVES” NEL REGNO UNITO: FORME DI PSICHIATRIA D’AVANGUARDIA 25 February 2021
  • IL TRAUMA (PTSD) NEGLI ANIMALI (PARTE 1) 21 February 2021
  • FLOW: una definizione 15 February 2021
  • NEUROBIOLOGIA DEL DISTURBO POST-TRAUMATICO (PTSD) 8 February 2021
  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE (SECONDA PARTE): FINE PENA MAI 3 February 2021
  • INTERVISTA A COSTANZO FRAU: DISSOCIAZIONE, TRAUMA, CLINICA 1 February 2021
  • LO SPETTRO IMPULSIVO COMPULSIVO. I DISTURBI OSSESSIVO COMPULSIVI SONO DISTURBI DA ADDICTION? 25 January 2021
  • ANATOMIA DEL DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO (E PSICOTERAPIA) 15 January 2021
  • LA STRANGE SITUATION IN BREVE e IL TRAUMA COMPLESSO 11 January 2021
  • GIORNALISMO = ENTERTAINMENT 6 January 2021
  • SIMBOLIZZARE IL TRAUMA: IL RUOLO DELL’ATTO ARTISTICO 2 January 2021
  • PSICHIATRIA: IL MODELLO DE-ISTITUZIONALIZZANTE DI GEEL, BELGIO (The Openbaar Psychiatrisch Zorgcentrum) 28 December 2020
  • STABILIZZARE I SINTOMI POST TRAUMATICI: ALCUNI ASPETTI PRATICI 18 December 2020
  • Psicoterapia breve strategica del Disturbo ossessivo compulsivo (DOC). Intervista ad Andrea Vallarino e Luca Proietti 14 December 2020
  • CRONOFAGIA DI DAVIDE MAZZOCCO: CONTRO IL FURTO DEL TEMPO 10 December 2020
  • PODCAST: SPECIALIZZAZIONE IN PSICHIATRIA E CLINICA A CHICAGO, con Matteo Respino 8 December 2020
  • COME GESTIRE UNA DIPENDENZA? 4 PIANI DI INTERVENTO 3 December 2020
  • INTRODUZIONE A JAAK PANKSEPP 28 November 2020
  • INTERVISTA A DANIELA RABELLINO: LAVORARE CON RUTH LANIUS E NEUROBIOLOGIA DEL TRAUMA 20 November 2020
  • MDMA PER IL TRAUMA: VIDEOINTERVISTA A ELLIOT MARSEILLE (A CURA DI JONAS DI GREGORIO) 16 November 2020
  • PSICHIATRIA E CINEMA: I CINQUE MUST-SEE (a cura di Laura Salvai, Psychofilm) 12 November 2020
  • STRESS POST TRAUMATICO: una definizione e alcuni link di approfondimento 7 November 2020
  • SCOPRIRE IL FOREST BATHING 2 November 2020
  • IL TRAUMA COME APPRENDIMENTO A PROVA SINGOLA (ONE TRIAL LEARNING) 28 October 2020
  • IL PANICO COME ROTTURA (RAPPRESENTATA) DI UN ATTACCAMENTO? da un articolo di Francesetti et al. 24 October 2020
  • LE PENSIONI DEGLI PSICOLOGI: INTERVISTA A LORENA FERRERO 21 October 2020
  • INTERVISTA A JONAS DI GREGORIO: IL RINASCIMENTO PSICHEDELICO 18 October 2020
  • IL RITORNO (MASOCHISTICO?) AL TRAUMA. Intervista a Rossella Valdrè 13 October 2020
  • ASCESA E CADUTA DEI COMPETENTI: RADICAL CHOC DI RAFFAELE ALBERTO VENTURA 6 October 2020
  • L’EMDR: QUANDO USARLO E CON QUALI DISTURBI 30 September 2020
  • FACEBOOK IS THE NEW TOBACCO. Perchè guardare “The Social Dilemma” su Netflix 28 September 2020
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  • SUL MERCATO DELLA DOPAMINA: INTERVISTA A VALERIO ROSSO 31 August 2020
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  • FRANCESCO DE RAHO SUL TARANTISMO, tra superstizione e scienza 26 August 2020
  • ATTACCHI DI PANICO: IL MODELLO SUL CONTROLLO 7 August 2020
  • SHELL SHOCK E PRIMA GUERRA MONDIALE: APPORTI VIDEO 31 July 2020
  • LA LUNA, I FALÒ, ANGUILLA: un romanzo sulla melanconia 27 July 2020
  • VIDEOINTERVISTA A FERNANDO ESPI FORCEN: LAVORARE COME PSICHIATRA A CHICAGO 20 July 2020
  • ALCUNI ESTRATTI DALLA RUBRICA “GROUNDING” (PDF) 14 July 2020
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  • OTTO KERNBERG SUGLI OBIETTIVI DI UNA PSICOANALISI: DA UNA VIDEOINTERVISTA 3 July 2020
  • SONNO, STRESS E TRAUMA 27 June 2020
  • Il SAFE AND SOUND PROTOCOL, UNO STRUMENTO REGOLATIVO. Videointervista a GABRIELE EINAUDI 23 June 2020
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  • DA “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE”: COS’É LA NEUROCEZIONE 3 June 2020
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  • BASAGLIA RACCONTA IL COVID 26 May 2020
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  • L’EBOOK AISTED: “AFFRONTARE IL TRAUMA PSICHICO: il post-emergenza.” 18 May 2020
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  • SULL’IMMOBILITÀ TONICA NEGLI ANIMALI. Alcuni spunti da “IPNOSI ANIMALE, IMMOBILITÁ TONICA E BASI BIOLOGICHE DI TRAUMA E DISSOCIAZIONE” 30 April 2020
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  • JEAN PIAGET E LA SHARING ECONOMY 25 April 2020
  • LO STATO DELL’ARTE INTORNO ALLA DIMENSIONE SOCIALE DELLA MEMORIA: SUL MODO IN CUI SI E’ ARRIVATI ALLA CREAZIONE DEL CONCETTO DI RICORDO CONGIUNTO E SU QUANTO LA VITA RELAZIONALE INFLUENZI I PROCESSI DI SVILUPPO DELLA MEMORIA 25 April 2020
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  • AGGIUNGERE LEGNA PER SPEGNERE IL FUOCO. TERAPIA BREVE STRATEGICA E DISTURBI FOBICI 17 April 2020
  • INTERVISTA A NICOLÓ TERMINIO: L’UOMO SENZA INCONSCIO 13 April 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.3 10 April 2020
  • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.2 – MODELLO ITALIANO E MODELLO SVIZZERO A CONFRONTO, CON OMAR TIMOTHY KHACHOUF! 6 April 2020
  • ANTONELLO CORREALE: IL QUADRO BORDERLINE IN PUNTI 4 April 2020
  • 10 ANNI DI E.J.O.P: DOVE SIAMO? 31 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.2 27 March 2020
  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE: RISTRETTI.IT 25 March 2020
  • NELLE CORNA DEL BUE LUNARE: IL LAVORO DI LIDIA DUTTO 16 March 2020
  • LA COLPA NEL DOC: LA MENTE OSSESSIVA DI FRANCESCO MANCINI 12 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.1 6 March 2020
  • PREFAZIONE DI “PTSD: CHE FARE?”, a cura di Alessia Tomba 5 March 2020
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO”: EP.1 – FERNANDO ESPI FORCEN 29 February 2020
  • NERVATURE TRAUMATICHE E PREDISPOSIZIONE AL PTSD 13 February 2020
  • RIMOZIONE E DISSOCIAZIONE: FREUD E PIERRE JANET 3 February 2020
  • TEORIA DEI SISTEMI COMPLESSI E PSICOPATOLOGIA: DENNY BORSBOOM 17 January 2020
  • LA CULTURA DELL’INDAGINE: IL MASTER IN TERAPIA DI COMUNITÀ DEL PORTO 15 January 2020
  • IMPATTO DELL’ESERCIZIO FISICO SUL PTSD: UNA REVIEW E UN PROGRAMMA DI ALLENAMENTO 30 December 2019
  • INTRODUZIONE AL LAVORO DI GIULIO TONONI 27 December 2019
  • THOMAS INSEL: FENOTIPI DIGITALI IN PSICHIATRIA 19 December 2019
  • HPPD: HALLUCINOGEN PERCEPTION PERSISTING DISORDER 12 December 2019
  • SU “LA DIMENSIONE INTERPERSONALE DELLA COSCIENZA” 24 November 2019
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  • UNA DEFINIZIONE DI “TRAUMA DA ATTACCAMENTO” 18 October 2019
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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
  • Nella sezione FORMAZIONE sono contenuti post a contenuto vario, che hanno l’obiettivo di (in)formare il lettore a proposito di un determinato argomento.
  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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