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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

7 October 2023

VERSO UNA TERAPIA ESPOSITIVA DI PRECISIONE: PREFAZIONE

di Raffaele Avico

PREMESSA: su concessione di Emiliano Toso pubblichiamo le prefazioni al suo libro “Verso una terapia espositiva di precisione.”. Toso ha collaborato con questo blog di recente, attraverso una serie di interviste che si possono rintracciare scorrendo gli articoli del blog, o che possono essere ascoltate qui in formato podcast. Quotidianamente abbiamo a che fare con persone vinte dalla paura, bloccate da disturbi al cui centro permane, invincibile, un senso di minaccia percepita. Sentirsi minacciati (che vi sia qualcosa di esterno che ci spaventa, o di interno -un ricordo traumatico, un pensiero disturbante, l’idea della morte) induce il nostro sistema nervoso a produrre una risposta autonomica e fuori dal controllo cosciente dell’individuo, chiamata fear response. Durante la fear response il flusso e la forma dei nostri pensieri cambiano, divenendo più rapidi e disorganizzati, così come cambia il nostro corpo, in molteplici modi.

Se chiediamo a ChatGPT cos’è la fear response e quali cambiamenti produce, otteniamo quanto segue:

La “fear response” è una risposta fisiologica e comportamentale che si verifica quando una persona o un animale percepisce una minaccia o un pericolo. Questa risposta è una parte fondamentale della nostra biologia ed è strettamente collegata all’istinto di sopravvivenza. La paura è una reazione naturale al pericolo, che prepara il corpo e la mente a fronteggiare la minaccia o a fuggire da essa. Ecco alcune delle principali caratteristiche della fear response:

  1. Reazioni fisiologiche: Quando una persona percepisce una minaccia, il suo corpo inizia a reagire in vari modi. Il sistema nervoso simpatico si attiva, aumentando la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna e la respirazione. Inoltre, il corpo può rilasciare adrenalina, che aumenta la prontezza fisica.
  2. Reazioni comportamentali: La fear response spesso porta a comportamenti di difesa o di fuga. Le persone possono cercare di evitare la fonte della paura o prepararsi a combattere se necessario.
  3. Cambiamenti cognitivi: La paura può influenzare il pensiero e l’attenzione. Le persone tendono a concentrarsi sulla minaccia per valutare e pianificare una risposta adeguata.
  4. Emozioni: La paura è spesso accompagnata da emozioni intense, come l’ansia, il timore o l’angoscia.
  5. Sintomi fisici: Oltre alle reazioni fisiologiche generali, la fear response può manifestarsi con sintomi fisici specifici, come sudorazione e tremori.

È importante notare che la fear response è una reazione normale e adattativa, che aiuta gli individui a far fronte ai pericoli. Tuttavia, in alcune situazioni, la paura può diventare eccessiva o patologica, portando a disturbi d’ansia come il disturbo da attacco di panico, il disturbo d’ansia generalizzata o il disturbo da stress post-traumatico. In questi casi, può essere necessaria l’assistenza di un professionista della salute mentale per gestire la paura in modo adeguato.

Molteplici disturbi hanno in comune proprio una reazione di allarme che può diventare cronico, come accade nel disturbo post-traumatico. L’ansia stessa è una forma di allarme.

La paura si manifesta sia come risposte adattativa e fisiologica, sia come condizionata/appresa. Negli attacchi di panico, per esempio, un primo e forte scompenso, un attacco di ansia parossistica generato per le più svariate ragioni, produce un’impressione talmente forte nel soggetto che la subisce da rimanere impresso a fuoco nella sua memoria: quel ricordo diventerà un “oggetto minaccioso interno”, in grado di attivare tentativi di reprimerlo o controllarlo, e di evitarlo in tutti i modi.

Si inserisce in questo punto dell’esperienza del paziente il disturbo di panico, un problema che si mantiene vivo e regge su due pilastri, il controllo/repressione e, di nuovo, l’evitamento. A riguardo del controllo abbiamo approfondito il tema in un post dedicato, qui reperibile. Sul tema dell’evitamento, invece (che sia evitamento di cose “esterne” o “interne” al soggetto), sappiamo che evitare attivamente un problema porta con sé due ulteriori questioni: 1) evitare qualcosa indebolisce la sicurezza in sè, e mina l’autoefficacia, dato che è un messaggio implicito di impotenza che il soggetto lancia a sé stesso 2) la rappresentazione del problema sembra ingrandirsi, come attraverso un processo di mistificazione del problema stesso.

La terapia espositiva sembra l’unica modalità sensata per contrastare l’evitamento, tenendo conto che esistono molti psicoterapeuti che ne fanno uso senza saperlo. La psicoterapia stessa potrebbe in un certo senso essere pensata come incentrata sulla terapia espositiva (si veda questo interessante articolo); sicuramente l’EMDR, l’ipnosi, lo psicodramma, il journaling, la scrittura espressiva, etc.: sono tutte variazioni sul tema di quella che genericamente chiamiamo “terapia espositiva”.

Qui di seguito le prefazioni al lavoro di Emiliano Toso.

Buona lettura!

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VERSO UNA TERAPIA ESPOSITIVA DI PRECISIONE: PREFAZIONI

Da circa due decenni stiamo assistendo a una transizione che sta rivoluzionando i paradigmi psicologici e biomedici grazie soprattutto allo sviluppo tecnologico di tre aree scientifiche con un forte impatto sia concettuale che applicativo. Le tecnologie di neuroimaging (neuroimmagine) hanno gettato luce sul funzionamento del cervello “in vivo” rendendo possibile finalmente comprendere le importanti interazioni mente-corpo anche in relazione alla neuroplasticità prodotta dall’esperienza vissuta dalla persona (per questo chiamata “esperienza dipendente”). Grazie, infatti, ai recenti sviluppi delle neuroscienze, sono stati maggiormente considerati i processi fondamentali che dal piano psicologico generano cambiamenti nelle cellule neurali dimostrando la debolezza del paradigma dicotomico mente-corpo, purtroppo largamente condiviso anche nel settore biomedico, dove vengono ammessi esclusivamente gli effetti delle interazioni fisico-chimiche sugli aspetti psicologici. Le tecnologie di sequenziamento genetico hanno invece da un lato decretato definitivamente il fallimento di quello che veniva chiamato “determinismo genetico”, consentendo al paradigma epigenetico (che enfatizza il ruolo delle esperienze) di essere maggiormente accettato, dall’altro hanno permesso la nascita di quella che viene definita “microbiota revolution” (la rivoluzione del microbiota), per il radicale impatto che lo studio dei microorganismi che colonizzano il nostro organismo (batteri, virus e funghi) ha sul nostro benessere sia fisiologico che psicologico. In questo scenario, caratterizzato dalla forte critica di importanti paradigmi biomedici e psicologici che hanno rappresentato per oltre mezzo secolo la cultura condivisa e i conseguenti protocolli clinici della maggior parte dei professionisti, il libro di Toso delinea, in una maniera molto chiara, originale e aggiornata, la moderna prospettiva della teoria espositiva, il settore delle scienze cognitivo-comportamentali che studia come la sistematica esposizione a specifiche esperienze possa aiutare a superare problematiche legate alla paura (per esempio, le fobie, i disturbi d’ansia, i disturbi ossessivo-compulsivi e molti altri). Il libro ha l’obiettivo di descrivere la teoria espositiva, aggiornata con i più recenti sviluppi teorici e clinici, collocandola all’interno della moderna prospettiva che considera il benessere e la salute umana in un’ottica personalizzata e integrata (Psico-Neuro-Endocrino-Immunologica). In questo senso il testo che state leggendo rappresenta l’ambizioso sforzo di affrontare una duplice sfida. La prima consiste nell’analizzare il fenomeno dell’esposizione in relazione al recente sviluppo scientifico della cosiddetta “memoria inibitoria”, per più aspetti antitetico, sia dal punto di vista teorico che applicativo, al processo di estinzione per abituazione (da oltre mezzo secolo considerato come il principale paradigma di riferimento per lo sviluppo di protocolli clinici). Come già evidenziato dalla recente letteratura scientifica, la “memoria inibitoria” non solo fornisce una spiegazione della relativamente scarsa efficacia terapeutica di molti modelli espositivi finora largamente adottati (fondati sull’assunto che per contrastare una memoria traumatica servisse indebolirla al fine di ottimizzare il processo di estinzione), ma soprattutto propone un modello più complesso, realistico e specifico del processo di estinzione consentendo la progettazione e la realizzazione di tutta una nuova gamma di modalità di intervento almeno in parte apparentemente paradossale se paragonata al tradizionale approccio dell’abituazione. La seconda sfida affrontata da questo libro consiste nel tracciare, in maniera sistematica, coerente e scientificamente solida, tutte le principali connessioni che determinano la “forza” antagonistica e competitiva della memoria inibitoria in confronto a quella eccitatoria. In questo senso Toso propone l’originale concetto di processi “intrinseci” ed “estrinseci” per sottolineare la differenza tra i meccanismi psicologici che determinano la forza della memoria inibitoria (l’errore predittivo, la dipendenza dal contesto e la ricompensa) e tutte le dinamiche psicofisiche e contestuali che ne possono influenzare il funzionamento (i fattori genetici, l’attività motoria, la qualità del sonno, la composizione del microbiota, l’ansia del terapeuta ecc.). Le ricadute applicative e cliniche del quadro concettuale descritto dall’autore sono molteplici, profonde e, pur essendo tutte basate su solide evidenze scientifiche, per alcuni versi controintuitive in confronto alle strategie, alle tecniche e ai protocolli utilizzati finora. L’originalità del libro si esprime sia attraverso la coerenza con l’attuale modello integrato di salute e benessere, che prevede di considerare trasversalmente le dimensioni molecolari, cellulari, fisiologiche, psicologiche e sociali, sia nell’esigenza di personalizzare e aumentare il livello di precisione dell’intervento offerto dai professionisti. L’estesa trattazione delle implicazioni cliniche della teoria espositiva presentata nel libro offre anche l’importante vantaggio pratico di permettere un linguaggio comune tra i vari professionisti (psicologi, medici, nutrizionisti ecc.) che possono contribuire a rendere più preciso, personalizzato ed efficace l’intervento di supporto al paziente. Consiglio vivamente la lettura di questo libro a tutti i professionisti del benessere psicofisico interessati a conoscere le molteplici e innovative implicazioni cliniche che il moderno concetto di esposizione propone nel trattamento di tutte le problematiche legate all’ansia e allo stress.

Prof. Massimo Agnoletti esperto di Stress, Psicologia Positiva e Psicologia Epigenetica con un’importante esperienza soprattutto negli Stati Uniti, ha prodotto più di un centinaio di pubblicazioni scientifiche su riviste anche internazionali.

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Gli psicoterapeuti cognitivo comportamentali possiedono oggi, grazie al lavoro di tanti ricercatori e di altrettanti clinici, molti, validi, modelli teorici che consentono di comprendere efficacemente il funzionamento mentale dei pazienti e, conseguentemente, di trovare le metodologie di cura che meglio si adattano alle specifiche condizioni e alle specifiche richieste delle persone che cercano sollievo dai loro disturbi nei centri specializzati di salute mentale. Questa situazione è certamente positiva ma, osservandola in maniera più approfondita, costituisce anche un rischio; di fronte alla pletora di interventi nuovi o rivisitati che, ad esempio, la terza generazione delle terapie CBT offre, in tutti i settori di trattamento della psicopatologia, il pericolo è quello di dimenticare, se non di boicottare (magari a causa di problemi del terapeuta – la famosa ma sempre un po’ rimossa “ansia del terapeuta” mirabilmente descritta da Toso in un’intrigante pagina del suo nuovo libro), metodologie di cura straordinariamente efficaci, ritenendole (erroneamente) superate o, peggio, potenzialmente iatrogene. In questo contesto, ricco, stimolante, ma, come anzidetto, non scevro da rischi, il nuovo libro di Emiliano Toso costituisce una sonora, potente sveglia rivolta a tutti i terapeuti comportamentali, un invito forte, ma illuminato e sapiente, a riscoprire uno degli interventi più potenti, ma anche più fraintesi, della storia della psicoterapia di matrice comportamentale, l’esposizione. Riscoprire però non significa dissotterrare un vecchio arnese e magari utilizzarlo dopo una semplice pulitura. Riscoprire la terapia espositiva significa, al contrario, riprendere in mano le radici saldamente vitali della scienza comportamentale e consentire loro di nutrirsi dell’humus che proviene dal ricco terreno scientifico che, in materia di esposizione, è andato sviluppandosi negli ultimi vent’anni, grazie agli studi (alcuni dei quali ormai imprescindibili) sulla neurobiologia delle emozioni (Le Doux) e sui sistemi di apprendimento (Craske). Partendo da un’accurata disamina delle evidenze circa le problematiche di efficacia a lungo termine dell’esposizione per abituazione, Toso ci porge dunque un presente scientifico già consolidato, ma ancora ampiamente negletto in Italia, quello dell’esposizione per apprendimento inibitorio. Ma non si ferma qui. La vera novità del libro sta nell’individuazione di una nuova, promettente via, destinata a diventare paradigmatica per tutti i terapeuti desiderosi di avanguardia e di novità scientifica: la via dell’“esposizione di precisione”, altamente personalizzata, basata sulla conoscenza e sull’utilizzo esperto degli aspetti interni ed esterni (Toso li chiama: intrinseci e estrinseci) che modulano la risposta di apprendimento della nuova memoria di sicurezza (memoria inibitoria) derivante dall’esposizione. Non più quindi una sola terapia “per tutte le stagioni e per tutti i pazienti”, basata sull’abituazione o sulla ristrutturazione cognitiva, ma una terapia, incentrata sull’apprendimento inibitorio, che sappia farsi carico e utilizzare a vantaggio del paziente fattori cognitivi come la violazione dell’aspettativa di minaccia, fattori contestuali come l’umore e l’utilizzo dello stress, fattori rinforzanti come la ricompensa gratificante e, ancora, fattori non strettamente mentali come la genetica, le caratteristiche fisiologiche, il sonno, il microbiota intestinale, l’attività fisica e molto altro ancora. Il terapeuta comportamentale, dopo il libro di Toso, ha davanti a sé una scelta, che è anche una sfida personale: utilizzare in maniera ripetitiva e probabilmente non ottimale l’esposizione per come l’ha imparata negli studi universitari e post universitari e tramite l’esperienza personale, oppure sfidare la propria propensione al cambiamento (e anche, a volte, la propria personale ansia), vincere il conformismo e formarsi su questa nuova via indicata da Toso, ampiamente basata sulla scienza, proponendo ai pazienti una terapia d’avanguardia.

Prof. Elio Carlo docente di Psicologia ambientale presso l’Università Guglielmo Marconi (Roma)

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La terapia dell’esposizione è considerata una tecnica d’elezione per il trattamento di molti disturbi d’ansia e ha una lunga storia di verifiche a livello empirico. Un terapeuta cognitivo comportamentale, nell’esercizio della sua professione, applicherà frequentemente questa tecnica. Dopo aver appreso l’utilizzo della desensibilizzazione sistematica (DS) per trattare le fobie, impiegherà anche l’esposizione in vivo per trattare, tra gli altri, il disturbo ossessivo compulsivo, gli attacchi di panico, l’agorafobia, l’ansia sociale e il disturbo da stress post-traumatico. Può succedere che, durante il percorso terapeutico, i pazienti abbiano delle ricadute, il cosiddetto “recupero spontaneo”, e sta al terapeuta spiegare come questo fenomeno sia del tutto normale e anche frequente, in modo che non venga vissuto come un fallimento. Nei corsi di formazione viene insegnato come, per superare le paure, sia necessario procedere con gradualità, utilizzando sia l’esposizione in vivo che in immaginazione. È anche possibile adottare strategie più potenti quali il flooding, una tecnica cognitivo-comportamentale che consiste nell’esporre ripetutamente il soggetto allo stimolo fobico, senza dargli alcuna possibilità di fuga. Per massimizzare gli esiti, spesso, è necessario inserire altri elementi ed è qui che ci viene in aiuto il modello basato sullo sviluppo dell’“apprendimento inibitorio”. Si è sempre ritenuto che attraverso la terapia dell’esposizione fosse possibile aiutare la memoria a “rimuovere” le paure, tuttavia le ricerche più attuali hanno dimostrato che con l’estinzione non si cancella la memoria ma si va a crearne una “inibitoria”. L’autore cita LeDoux (2016): “Non solo la memoria della paura rimane indelebile nell’amigdala, ma l’estinzione è in grado di creare una nuova memoria competitiva (memoria di estinzione) che viene conservata in un’altra sede del cervello, nello specifico, nella corteccia prefrontale ventromediale (PFCvm), in cui si attiva un’azione ‘frenante’ della stessa rispetto all’amigdala. I nuovi schemi di connessioni sinaptiche tra i vari neuroni, che formano il metaforico freno, rappresentano la nuova memoria inibitoria”. Al fine di sviluppare tale memoria, nel libro vengono presentate le principali strategie comportamentali quali:

  • violare le aspettative;
  • etichettare le emozioni;
  • rimuovere i segnali comportamenti di sicurezza;
  • separare gli interventi cognitivi dalle esposizioni;
  • variare lo stimolo;
  • variare il contesto.

Oltre a ciò, viene consigliato di far svolgere al paziente dell’attività fisica che, come è stato dimostrato da innumerevoli ricerche, migliora rapidamente l’umore e riduce lo stress. Sono sufficienti dieci minuti di camminata rapida per migliorare in modo sensibile l’umore. L’esercizio fisico, inoltre, incrementa l’autostima e, in questo modo, si acquisisce la consapevolezza di come sia possibile limitare lo stress. Un altro elemento importante da inserire nel trattamento terapeutico è l’umorismo. Il senso dell’humor ha lo scopo di insegnare a guardarsi dall’esterno e a non prendersi troppo sul serio, riducendo le emozioni negative e la tensione. L’umorismo “autorinforzativo” si contraddistingue per la capacità di assumere un atteggiamento positivo nei confronti della vita, mantenendo una “prospettiva divertente” anche di fronte alle difficoltà e agli eventi sfavorevoli. Le ricerche più recenti hanno evidenziato come l’umorismo, in psicoterapia, aiuti a creare un’alleanza terapeutica, prerogativa fondamentale per iniziare un percorso di modifica del comportamento. Un altro aspetto da tenere in considerazione è la gestione dell’ansia che il paziente prova durante la terapia dell’esposizione. È del tutto normale che il paziente, avvertendo un’ansia elevata, tenda a evitare l’auto esposizione alle situazioni particolarmente disturbanti. Ecco perché diventa determinante la figura del terapeuta che lo deve affiancare. Ma il terapeuta è in grado di farlo? Sa come aiutarlo durante una crisi di panico intensa? Può succedere che lo stesso terapeuta subisca l’ansia del paziente e abbia timore di farlo esporre ma, se ciò non avviene, difficilmente svilupperà la memoria inibitoria. La figura del terapeuta, durante le esposizioni, è determinante, in quanto può rappresentare un modello, rinforzare i successi e aiutare il soggetto a modificare il proprio dialogo interno, in modo che possa, poco alla volta, sviluppare una memoria competitiva. I familiari, spesso, tendono a proteggere il loro caro dicendogli frasi come: “Se non te la senti non sforzarti!”, “prendi i medicinali, così starai meglio!”, “tu sei ansioso come lo sono io!” Altri, ritengono che “con un po’ di buona volontà” si possano superare tutte le paure, perché non sanno che la volontà serve a poco se non è sostenuta dalle abilità e dalle competenze. Il paziente deve essere messo in grado di adoperare gli strumenti e le tecniche migliori per affrontare le proprie paure. Ritengo che tutte queste recenti ricerche possano offrire spunti interessanti a un terapeuta che voglia sviluppare una terapia espositiva di “precisione”. Ritengo, inoltre, che questo libro possa essere uno stimolo per tutti i terapeuti che hanno maturato la consapevolezza che l’esposizione sia il cardine della terapia e che, grazie a essa, sia possibile modificare i pensieri non funzionali. Un ulteriore suggerimento per potenziare la memoria inibitoria è quello di separare l’esposizione dagli interventi cognitivi. Citando l’autore: “Qualsiasi intervento cognitivo, volto a ridurre la pericolosità della minaccia, ostacolerebbe la formazione della memoria inibitoria. Tale intervento, secondo Michelle Craske (2014), andrebbe eventualmente applicato successivamente all’esposizione, in un secondo momento, così da facilitare il consolidamento della memoria”.

Prof. Enrico Rolla direttore dell’Istituto Watson di Torino


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Generale

2 October 2023

Congresso Bari SITCC 2023: un REPORT

PREMESSA:  a cura di Gabriele Einaudi, un report dall’ultimo congresso della Società Italiana di Terapia Cognitivo Comportamentale (SITCC), tenutosi a Bari a fine settembre. La SITCC è nata a Roma il 30 dicembre 1972, da un’idea di Giovanni Liotti e Vittorio Guidano.

di Gabriele Einaudi

Si è concluso dopo quattro intensi giorni di lavori il congresso della Società Italiana di Terapia Cognitivo Comportamentale svoltosi dal 21 al 24 settembre a Bari. La città pugliese ha ospitato più di 700 iscritti tra molti soci, ma anche giovani colleghi e qualche curioso di differente orientamento. 19 tavole rotonde in parallelo, 100 simposi, 42 comunicazioni libere, 34 poster e 2 lectio magistralis in plenaria. Questi alcuni numeri che aiutano a comprendere lo sforzo degli organizzatori e la portata di un evento pienamente svolto in presenza dopo i difficili anni post Covid. Dopo Bologna e il congresso intermedio di Ancona orientato alla terapia in età evolutiva, a Bari il focus è stato più allargato. Il titolo del Congresso: la psicoterapia cognitiva tra ricerca, clinica, riabilitazione e impegno sociale. Sicuramente un taglio ampio che lascia emergere l’intento di collocare il confronto scientifico all’interno di una più ampia riflessione sulla sofferenza umana in una prospettiva di dialogo e collaborazione con il mondo politico e sociale. L’evento più importante per la SITCC si colloca all’interno dei festeggiamenti per i 50 anni della società scientifica. All’apertura dei lavori congressuali, si è collegato in video conferenza David Lazzari presidente del CNOP che insieme al FNOMCeO patrocinavano l’evento, ed ha augurato un buon lavoro ricordando l’importante weekend di urne aperte per il referendum sulla revisione del codice deontologico. Ai saluti istituzionali si sono aggiunti quelli di Maria Grazia Foschino Barbaro chair del congresso insieme a Francesco Mancini e del presidente SITCC Fabio Monticelli. Non sono mancati ospiti internazionali di rilevo tra i quali Ueli Kramer che ha raccontato lo stato dell’arte della ricerca sull’intervento terapeutico nei disturbi di personalità e Pim Cujipers che ha presentato i risultati frutto di 45 anni di ricerca in psicoterapia sulla depressione. Nei simposi e nelle tavole rotonde gli argomenti sono stati moltissimi, impossibile sintetizzarli tutti. Per segnalarne alcuni: si è parlato dell’impatto dei Sex Robot nella società e dei loro possibili utilizzi in terapia con Angelo Zappalà, degli sviluppi sullo studio del Disturbo Ossessivo Compulsivo Relazionale con Guy Doron, un altro ospite internazionale. Altri interventi, purtroppo molto attuali, hanno riguardato l’esperienza di accoglienza e trattamento di rifugiati e richiedenti asilo e la prevenzione del femminicidio. Angelo Crea, presidente della SIPCP la Società Italiana di Psicologia di Cure Primarie, ha anticipato i contenuti che avrebbe nei giorni seguenti portato all’attenzione della Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati, nell’ambito dell’esame delle proposte di legge sull’istituzione del servizio di psicologia di base nel Servizio Sanitario Nazionale.
Largo spazio quest’anno alla neurodiversità con discussioni sul trattamento dell’ADHD nell’adulto e su come meglio declinare la psicoterapia nell’autismo. Storica l’attenzione alla cura dei casi complessi, ma anche studi più recenti sulla Sex addiction, approcci integrati bottom-up e top-down, il lavoro con l’età evolutiva e i percorsi di affermazione dell’identità di genere.
In chiusura di congresso sono stati premiati tre giovani emergenti cha hanno vinto la Seconda Edizione del Premio SITCC Rising Stars Valentina Alfonsi, Eleonora Rosi e Luigi Tinella. Poco prima dei saluti, mentre Silvio Lenzi si impegna nel moderare l’ultima tavola rotonda con Bruno Bara, Fabio Monticelli e Antonio Semerari, a discutere le loro relazioni c’è Armando Cotugno. Pregevole il suo sforzo di delineare i punti in comune, ma Bara e Semerari preferiscono replicare e infine ci si accorda tutti insieme proprio sul non essere d’accordo. Le tante anime che costituiscono la SITCC e che, come in tutte le realtà democratiche, non sempre vanno d’accordo, costituiscono il vero valore di un’associazione che si nutre ancora oggi del pensiero dei grandi maestri, anche di coloro che non ci sono più, ma che riesce a guardare al futuro costruendo conoscenza fortemente declinata alla ricerca di benessere per la società e gli individui.

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Article by admin / Generale

25 September 2023

GLI INCONTRI ORGANIZZATI DA AISTED, Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione

di Raffaele Avico

AISTED ha attivato da poco un gruppo di lavoro sulla psicopatologia in prospettiva neo-jacksoniana.
La prospettiva neo-jacksoniana, nel promuovere un certo modello di mente, è stata promossa dai lavori di Henri Ey, che questo gruppo di lavorò tenterà di mettere in luce e divulgare.

Per rendere vivo il lavoro del gruppo, AISTED ha organizzato degli incontri con esperti del settore. Il primo incontro sarà il 16 ottobre con Giuseppe Craparo, aperto a TUTTI previa iscrizione da qui. Sul lavoro di Craparo, si veda anche questo e questa rubrica su Psichiatry on line. Gli altri partecipanti agli incontri, per ora, saranno Antonio Onofri e Maurizio Ceccarelli (come in foto).

Article by admin / Generale / ptsd

22 September 2023

CANNABISCIENZA.IT

di Raffaele Avico

Cannabis Scienza è un portale di assoluto rigore scientifico che, per primo in Italia, divulga in modo molto chiaro tutto ciò che c’è da sapere a proposito della Cannabis, e in particolare dell’utilizzo della Cannabis medica.

Questo luogo virtuale raccoglie in sé molti autori e ricercatori coinvolti nel “problema cannabis”, dato che questa sostanza ha negli anni creato un vivace dibattito culturale spesso sequestrato e ideologizzato dalla politica (con tutte le derive del caso, dato che “spostare” la legislazione a proposito della cannabis produrrebbe a cascata molteplici e grossi effetti in senso economico).

Per quanto riguarda la cannabis in generale, parliamo di una sostanza poco dannosa in senso “fisico” (se non per i polmoni di chi la fuma -quando fumata), maggiormente rischiosa in senso psicologico/psichiatrico per i possibili effetti avversi soprattutto in soggetti predisposti a sviluppare episodi psicotici. In senso generale sappiamo che usare cannabis in modalità “hard-core” può alterare le performance cognitive e condurre a quella che è stata definita sindrome amotivazionale. Un approfondimento autorevole lo troviamo in questo articolo del 2014 (vi si trova anche una completa disamina degli articoli che hanno indagato a fondo gli effetti a lungo termine dell’uso continuato di cannabis). I maggiori rischi, in ogni caso, si riscontrano quando la Cannabis viene usata in età di maggiore sviluppo e rimodellamento cerebrale -in termini di sinaptogenesi e pruning neuronale-, quindi prima dei 18/21 anni, fase della vita maggiormente a rischio -soprattutto per gli effetti sulla memoria.
Per quanto concerne invece la cannabis “medica”, su BMJ è uscita di recente un’imponente umbrella review a proposito dei rischi e del vantaggi dell’utilizzo di cannabis, molto aggiornata; vale la pena darci un’occhiata e sintetizzarla per punti:

  • l’articolo mette insieme un centinaio di meta-analisi sul tema (l’umbrella review è un review di meta-analisi)
  • i risultati del lavoro di review indicano come punti maggiormente problematici, l’uso di cannabis in età adolescenziale, in gravidanza, e prima di mettersi alla guida
  • per quanto riguarda gli effetti positivi, l’articolo evidenzia che i farmaci a base di cannabis medica sono stati dimostrati efficaci nelle persone con sclerosi multipla, dolore cronico, malattie infiammatoria intestinali come il morbo di Chron, e nel contesto della medicina palliativa

Tornando al prima citato portale Cannabis Scienza, qui sono approfonditi i vantaggi della vaporizzazione della cannabis. Dalla lettura di questa pagina apprendiamo i vantaggi di assumere Cannabis attraverso un vaporizzatore, dall’effetto di broncodilatazione ai rapidi effetti calmanti sul dolore cronico, all’assenza di combustione (e conseguente rilascio di tossine), alle minori dosi necessarie per la stessa intensità di effetto (cosa che ha vantaggi anche economici), etc.

Infine, in questa puntata del podcast Bazar Atomico, ascoltiamo l’ideatrice del portale Cannabiscienza, la neuroscienziata Viola Brugnatelli, presentare il progetto, approfondire molteplici questioni inerenti il sistema endocannabinoide, gli effetti positivi dell’utilizzo di cannabis in area medica, i possibili rischi, e moltissime altre riflessioni che sono sufficienti per chiarire qualunque dubbio a proposito del tema “cannabis” da un punto di vista rigorosamente scientifico. Da guardare e diffondere.

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Article by admin / Generale

18 September 2023

TERAPIA ESPOSITIVA (IN PODCAST)

di Raffaele Avico

In questa puntata PODCAST, troviamo unite le due interviste a Emiliano Toso, per chi voglia approfondire il tema “terapia espositiva“.

https://www.spreaker.com/user/12079364/toso-tutto

Qui invece i link agli articoli che contengono le interviste in formato video, ed altro (sempre a tema terapia espositiva):

  1. LE FRONTIERE DELLA TERAPIA ESPOSITIVA. INTERVISTA A EMILIANO TOSO
  2. TERAPIA ESPOSITIVA: INTERVISTA A EMILIANO TOSO (PARTE SECONDA)
  3. SULLA TERAPIA ESPOSITIVA PER I DISTURBI FOBICI: IL MODELLO DI APPRENDIMENTO INIBITORIO DI MICHELLE CRASKE
  4. TERAPIA ESPOSITIVA IN REALTÀ VIRTUALE PER IL TRATTAMENTO DEI DISTURBI D’ANSIA: META-ANALISI DI STUDI RANDOMIZZATI

NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Generale

4 September 2023

TERAPIA ESPOSITIVA: INTERVISTA A EMILIANO TOSO (PARTE SECONDA)

di Raffaele Avico

Nelle scorse settimane abbiamo pubblicato un’intervista a Emiliano Toso a proposito della terapia espositiva. Toso da anni approfondisce il tema dell’’“esposizione”, che è uno strumento della psicoterapia soprattutto a orientamento cognitivo-comportamentale, trasversale a molteplici diagnosi ed interventi (risulta utile verso tutti quegli eventi/stimolo predittivi di minaccia).

A partire da un nuovo modello concettuale della terapia (apprendimento inibitorio), in questa seconda parte dell’intervista, Toso presenta una serie di strategie al lavoro di esposizione, in grado di massimizzarne gli effetti:

  1. Organizzare esposizioni che rendano altamente probabile la predizione di minaccia dichiarata;
  2. Eliminare comportamenti/stimoli protettivi;
  3. Durante le esposizioni mantenere elevata l’aspettativa di minaccia (contrastare l’abituazione);
  4. Amplificare la gratificazione che consegue l’omissione della minaccia attesa;
  5. Eseguire attività aerobica prima di ogni esposizione;
  6. Restrizione calorica/digiuno prima di ogni esposizione;
  7. Coltivare il benessere intestinale;
  8. Coltivare una buona igiene del sonno;
  9. Gestire lo stress in generale;
  10. Variare il più possibile i contesti di esposizione.

Particolare rilievo Toso attribuisce ad un suo personale nuovo modo di spiegare le difficoltà che il paziente tende ad avere nel provare la gratificazione che segue l’omissione della minaccia attesa (“Il paziente avrebbe difficoltà nel provare gratificazione dopo una esposizione, in quanto tale gratificazione verrebbe eclissata da quella che otterrebbe evitando lo stesso stimolo. É un gioco di forze gravitazionali!”).

Le osservazioni di Toso si basano su un lavoro di raccolta di materiale e studio della materia molto ampio, durato anni. Derivano insomma da un lavoro di ricerca indipendente, che nel prossimo futuro troverà un “contenitore” dedicato attraverso la pubblicazione di un volume focalizzato a tema (“Toso E. (2023). Verso una terapia espositiva di precisione.  Dalla scienza dell’estinzione della paura alla clinica. Giovanni Fioriti ed.”).

Il punto centrale, in molteplici disturbi, è la regolazione della paura. Molti pazienti arrivano all’osservazione di uno psicoterapeuta in quanto investiti da una paura che non riescono né a regolare, né tantomeno a estinguere. Si tratta spesso di soggetti provenienti da storie complesse di sviluppo, che hanno in età molto precoce “appreso” il senso di allarme, memorizzandolo per via somatica, non essendo ancora in grado di simbolizzarlo nè di spiegarlo in termini verbali/cognitivi. I registri di memoria sono d’altronde molteplici, e la memoria somatica è antica e resistente al cambiamento.

Trattando il tema “esposizione”, parliamo però anche di altre problematiche, come le “classiche” fobie specifiche, il problema del panico, l’essere sopravvissuti al trauma, etc.: la mente rimane imprigionata in una condizione di allarme protratto, o di attivazione “simpatica” protratta, il che crea diverse conseguenze sul piano psico-fisico, spesso innescando altri problemi. Il cuore del problema rimane però la paura, e il cercare di capire come fare a “estinguerla”.

Buona visione!

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Article by admin / Generale / interviste

30 August 2023

POPMED: 10 articoli/novità dal mondo della letteratura scientifica in ambito “psi” (ogni 15 giorni)

di Raffaele Avico, Francesco Della Gatta, Andrea Pisano

PREMESSA: pubblichiamo qui in chiaro la newsletter POPMed di metà agosto 2023. POPMED è UNA NEWSLETTER DI AGGIORNAMENTO A TEMA “PSI” -A PAGAMENTO. L’obiettivo di questa newsletter è semplice: ogni due settimane vengono inviati una decina di articoli importanti in ambito di ricerca sul tema “psi” (psichiatria, psicologia clinica, avanguardie di ricerca in tema psicologia, salute mentale), presentati con una sinossi minima. Costa 9,90€ al mese. Qui per iscriverti.

Ecco la newsletter di Agosto 2023 (AGOSTO, 2023: POPMed #19). Iscriversi in modo free alla newsletter equivale a poter vedere i primi due articoli; sottoscrivere un abbonamento a pagamento, rivela gli altri articoli proposti.

1. La compulsione a dominare

É stata da poco pubblicato un articolo firmato da Bernardo Paoli (che avevamo qui intervistato) e Roberta Caterina Tanzi a proposito del narcisismo patologico, riletto come un disturbo incentrato sulla “compulsione alla dominanza”, articolo molto “pratico” nei suoi risvolti psicoterapeutici.
Gli autori raccontano in breve il disturbo narcisistico per punti, e fanno una mini-review della letteratura psicoterapeutica inerente il trattamento dello stesso, di fatto proponendo le caratteristiche “universalmente note” a proposito del trattamento di questo paziente.
In seguito (e questa si configura come la parte più interessante dell’articolo) elencano alcune trappole facilmente incontrabili dal terapeuta nel suo lavoro con questo tipo di paziente, con spiegate le “soluzione alternative”. Tra queste, troviamo la “trappola n.7”: gli autori sottolineano come lavorare sulla regolazione e sul processamento emotivo possa essere difficoltoso e spesso prematuro con pazienti narcisistici: diversi studi hanno evidenziato deficit metacognitivi relativi alla propria emotività, cosa che porta gli autori a consigliare un cauto lavoro sempre in termini metacognitivi, a proposito delle ripercussioni delle proprie azioni sugli altri (lavorare non sul senso di colpa, ma sulla metacognizione e sulla lettura -all’interno della mente dell’altro- delle conseguenze dei propri comportamenti).
Di fatto, un articolo/compendio utile e maneggevole per il trattamento del disturbo narcisistico.

Eccovi l’articolo:

Narcissism is Treatable. The Priority for Dominance in Narcissistic Personality Disorder and Traps to Avoid in Psychotherapeutic Treatment


2. Leccare rospi

Torniamo a parlare brevemente di psichedelici.
Nell’immaginario collettivo relativo alla psichedelia, leccare i rospi ha sempre avuto un certo potere narrativo/evocativo. L’anno scorso è uscito un lungo articolo sulla farmacologia e sulle possibili applicazioni cliniche del composto 5-MeO-DMT, presente nel veleno del Bufo Alvarius, un rospo del Sud-America, e spesso inserito nel composto Ayahuasca. L’effetto viene descritto come molto potente, ma anche molto corto (massimo mezz’ora), caratterizzato da sensazioni di “dissoluzione dell’Io” (un effetto spesso ricercato dal popolo degli psiconauti) e sensazioni mistiche.
Per chi fosse interessato, questo articolo riporta la letteratura esistente a proposito degli effetti dell’uso di questo composto su diversi aspetti dell’umore, approfondendo poi gli effetti del suo utilizzo sulla neurobiologia del corpo. In seguito, gli autori si spingono a ipotizzare possibili usi clinici del composto 5-MeO-DMT, osservando come un suo utilizzo potrebbe essere meglio controllabile in senso clinico data la minore durata dei suoi effetti (circa mezz’ora, appunto).
Seppur il composto abbia acceso un interesse da parte di diverse aziende (per esempio questa: https://alvarius.com/), gli autori osservano come robusti studi quantitativi sembrino mancare, essendo la letteratura composta per ora da osservazioni qualitative a proposito di esperienze individuali (per esempio quelle contenute in questo volume).

Eccovi l’articolo:

The clinical pharmacology and potential therapeutic applications of 5-methoxy-N,N-dimethyltryptamine (5-MeO-DMT)

 

3. Risorse

Il Comprehensive Resource Model è uno strumento ideato da Lisa Schwarz, che mette insieme alcune delle conoscenze più solide a proposito della terapia del trauma psichico.
Sappiamo che il trauma “ricade sul corpo”, e che una delle difficoltà nella sua elaborazione riguarda la possibilità di ricordarlo anziché riviverlo (il PTSD viene spesso descritto come una patologia della memoria). Questo modello include diversi protocolli che tentano un approccio duplice, seguendo queste due linee: 1) elaborare il trauma in senso mnestico 2) dissipare/scaricarlo in senso corporeo. Il modello vuole essere molto applicativo/pratico, e si struttura a partire dal concetto di “risorsa”. Non è simplicissimo da capire, ma è abbastanza utile: sul sito principale che lo illustra, troviamo diversi articoli, tra cui quello che qui proponiamo.
Prima di tutto, va considerato che le basi neurobiologiche dell’approccio sono state approfondite da Frank Corrigan, scozzese, che in abito di psicotraumatologia è ricordato per aver sviluppato il Deep Brain Reorienting. Le basi teoriche di quest’ultimo modello (qui riassunto/spiegato) fanno da fondamento al Comprehensive Resource Model, che viene esaurimentemente spiegato nel lavoro che qui riportiamo, di fatto una tesi di dottorato (si vedano anche questi video).

Eccovi l’articolo:

New Whiskey in Old Barrels
Comprehensive Resource Model: A Case Study of a New Trauma Treatment Model


4. Non cosa pensi, ma come pensi

Un recentissimo articolo a proposito dell’importanza del pensiero critico, studiata attraverso un esperimento condotto su un campione di studenti in età da scuola secondaria. L’esperimento in questione era consistito in un intervento di “promozione e spiegazione” del pensiero critico (non cosa pensi, ma come pensi) sul suddetto campione – e nell’indagine conseguente a proposito di eventuali miglioramenti degli studenti in termini di performance.
Gli autori, facendo un passo indietro, si chiedono giustamente cosa sia, di fatto, il pensiero critico. Lo presentano in modo criptico, traendo la definizione della American Philosophical Association expert consensus: “purposeful, self-regulatory judgment which results in interpretation, analysis, evaluation, and inference, as well as explanation of the evidential, conceptual, methodological, criteriological, or contextual considerations upon which that judgment is based”. Proseguendo nell’articolo, gli autori arrivano a parlarne come di una competente metacognitiva, un’attitudine cioè alla riflessione a proposito del proprio stesso pensiero.
Spiegano quindi la tipologia di intervento proposta ai ragazzi del campione, mettendone in evidenza i diversi sotto-testi teorici: si trattava di aiutare i ragazzi a cogliere fallacie logiche e bias cognitivi, e di aiutarli a rallentare i processi di pensiero più automatici e veloci, spesso forieri di distorsioni cognitive e letture “troppo emotive”. Un articolo da leggere lentamente, denso di significato visto il posto centrale che avrà il pensiero critico in futuro, nel contesto di un mondo sempre più complesso.

Eccovi l’articolo:

It is not what you think it is how you think: A critical thinking intervention enhances argumentation, analytic thinking and metacognitive sensitivity


5. Ritardare la gratificazione

Il video che sotto riportiamo, mette in discussione una tendenza molto attuale alla glorificazione della dieta da dopamina messa in atto per “disintossicarsi dalla dipendenza da dati/schermi”, consigliando altre, più corrette modificazioni dello stile di vita: in particolare viene consigliata la cosiddetta “gratificazione ritardata”.
La dopamina è un neurotrasmettitore che regola molteplici aspetti della nostra vita psichica, e pensare che sforzarsi a un‘astinenza dagli stimoli che ne inducono il rilascio possa portare qualche beneficio, è sostanzialmente sbagliato. Si tratta di un trend “montato” a fini commerciali, divenuto una sorta di slogan.
La dopamina è implicata nel concetto di intenzionalità: come osserviamo nel video, quando l’esperienza supera le aspettative che ci eravamo a proposito dell’esperienza stessa, la dopamina viene rilasciata, producendo un rinforzo positivo che ci porterà a ricercare quello stesso rinforzo anche in futuro. Questo è quello che viene chiamato circuito di reward. Sensazioni largamente appaganti, producono un rilascio di dopamina che altera in modo continuativo il circuito di reward: tuttavia, sospendere per qualche ora l’assunzione di cibi gratificanti o le esperienze piacevoli, non lo riporterà al suo stato originario. Il punto è proprio questo: il problema non è la quantità di dopamina, ma l’alterazione del circuito di reward. Come spiega l’autore del video, l’errore in questo ragionamento è proprio immaginare che la quantità di un singolo neurotrasmettitore possa modellare così a fondo il comportamento umano. Per tentare una normalizzazione del circuito di reward, viene consigliato un comportamento puntuale: la gratificazione ritardata, in grado idealmente di ri-settare il circuito di reward, al centro dell’articolo che qui proponiamo.

Eccovi l’articolo:

The neural basis of delayed gratification


6. Elefanti traumatizzati

Comprendere la letteratura del trauma negli animali ci può dare una grande mano nella compressione del trauma nell’uomo. Come leggiamo nell’articolo che qui proponiamo, le strutture antiche del nostro cervello si sovrappongono alle stesse strutture antiche della maggior parte degli animali vertebrati. Le reazioni sono le medesime, nelle stesse situazioni: di fronte a una minaccia percepita come soverchiante, il nostro corpo e il nostro cervello reagiscono seguendo delle traiettorie che per nulla differiscono da quelle adottate, per esempio, da una zebra o un orso: di fronte a una minaccia, il nostro cervello produce una reazione di estremo allarme, a cui seguono due possibili risposte, di fuga o -laddove quest’ultima non sia possibile-di attacco, oppure di collasso nel caso in cui le risposte precedenti non siano state possibili (l’immobilità tonica descritta in questo brillante video o in questo articolo ). Sul PTSD, come viene descritto in questo articolo, esiste una controversia scientifica per comprendere se e in che modo il disturbo esista anche negli animali: non tanto quindi la reazione al trauma, quanto tutto ciò che al trauma consegue, che nell’uomo appare così difficile da lasciare andare. Gli autori fanno riferimento  a questo lavoro (piuttosto recente), che cita diversi altri lavori fondamentali (come questo e ancora di più questo), e all’interno del quale gli autori osservano come un animale spaventato produca meno prole e questo aumenti la quantità di vegetazione su un determinato territorio (in questo senso viene usata la formula “ecologia della paura”). Al di là di questo, l’articolo sintetizza lo stato attuale degli studi sul trauma negli animali. Interessante.

Eccovi l’articolo:

Do Wild Animals Get PTSD?


7. Tutto sul self-talk!

Il linguaggio interno è da sempre oggetto della ricerca in ambito di psicologia clinica, in primis della psicologia evolutiva. Il celebre Vygotskij considera il linguaggio interno -nei bambini- come uno strumento auto-normativo, un modo di autoregolarsi in una fase di crescita rapida.
Dalla pagina Wikipedia dedicata alla voce “discorso interno”, apprendiamo che lo stesso Vygotskij descrisse il linguaggio interno in modo fenomenologicamente puntuale:
“Essendo un linguaggio soggettivo “per sé stessi”, ipotizzando una sua registrazione risulterebbe incomprensibile a chiunque, in quanto formato da estreme abbreviazioni, sintatticamente formato da soli predicati in quanto il soggetto è dato per scontato, ricco di cambi di paradigma “ipertestuali” con immagini o fantasie esclusive”
Il self-talk, il parlare a sé, è però clinicamente rilevante anche in molteplici altre aree del lavoro dello psicoterapeuta: pensiamo al self-blame del paziente depresso, o al rimuginio incessante del paziente ossessivo.
L’articolo che qui proponiamo è un approfondimento su questo “fenomeno“ della psicologia umana, preso in modo trasversale. Si tratta di una review di 100 articoli selezionati, incentrati sul tema, “scansionati” e analizzati per capire quali fossero i punti più importanti in comune. Da questo lavoro gli autori estrapolano prima di tutto una categorizzazione del self talk (buono/cattivo, libero/orientato al compito, strategico, etc.), quindi passano in rassegna gli articoli partendo da questa iniziale, grande divisione in categorie, fornendo alcuni spunti estremamente interessanti (per esempio propongono di parlare non tanto di self-talk buono o cattivo, ma di self-talk “facilitante” o “disabilitante”).
Ne risulta una concettualizzazione del self-talk legata a doppio filo al tema della -di nuovo- metacognizione: la funzione del self-talk, sarebbe una funzione regolativa (il che ci riporta alla teoria iniziale di Vygotskij, per la quale il linguaggio interno avrebbe una funzione normativa -autoregolativa appunto). L’articolo contiene molto, molto altro, e costruisce infine un modello “totale” (qui riassunto).

Eccovi l’articolo:

Self-Talk: An Interdisciplinary Review and Transdisciplinary Model


8. 10 anni in più

È di recentissima pubblicazione su The Lancet un articolo che indaga le conseguenze in termini cognitivi del Long Covid: a quanto pare, nei soggetti colpiti da Covid e portatori di sintomi “di lunga durata” (Long Covid, appunto), vi sarebbe un abbassamento del livello di performance congnitiva paragonabile ad aver subìto un invecchiamento di 10 anni di età. Il problema del Long Covid è ancora poco esplorato, e necessità nei prossimi anni di essere compreso a fondo (si veda per esempio questo lavoro su Nature: https://doi.org/10.1038/s41467-023-39193-y)

Eccovi l’articolo:

The effects of COVID-19 on cognitive performance in a community-based cohort: a COVID symptom study biobank prospective cohort study


9. Dal digiuno intermittente alla dieta mima-digiuno: conoscere il lavoro di Valter Longo

Uno dei nostri riferimenti in termini di fonti, è sicuramente il portale Found My Fitness curato da Rhonda Patrick, che approfondisce diversi aspetti inerenti il benessere psico-fisico. I contenuti sono sempre di estrema qualità. Sulla pagina inerente il tema del digiuno, troviamo diversi riferimenti autorevoli: sappiamo che lavorare sull’alimentazione ha ricadute a cascata sul benessere psichico (gli studi sulla psichiatria dello stile di vita ce lo ricordano). Tra questi lavori, è citato un lavoro a proposito del cosiddetto programma mima-digiuno, una tipologia peculiare di dieta, che possiamo approfondire sulla pagina personale di Valter Longo, un ricercatore e professore italiano naturalizzato statunitense riferimento internazionale sul tema della longevità e ideatore della dieta, appunto, “mima digiuno”. Questa tipologia di dieta prevede un peculiare regime alimentare fatto a cicli (qualche giorno al mese), con caratteristiche peculiari (qui un esempio: https://www.abiby.it/magazine/beauty-news/dieta-mima-digiuno/). Nell’articolo che riportiamo, un approfondimento sui suoi benefici, e un’introduzione alla tematica.

Eccovi l’articolo:

Fasting-mimicking diet and markers/risk factors for aging, diabetes, cancer, and cardiovascular disease


10. Articolo Storico!! Un parco per i topi

Se parliamo di addiction e dipendenza, non possiamo prescindere dal lavoro sugli ambienti arricchiti e dagli esperimenti di Bruce Alexander negli anni ‘70. Questo sperimentatore indagò la compulsione a consumare una determinata sostanza nei topi, quando questi fossero inseriti in un contesto più o meno “ricco” in termini di stimoli ambientali.
Alexander propose un’ipotesi innovativa: la dipendenza da sostanze non sarebbe consistita principalmente nel “legame chimico”, ma piuttosto sarebbe stata causata dalle condizioni di vita stressanti e deprivanti in cui l’individuo si fosse trovat*. Per verificare la sua teoria, Alexander creò -per le cavie- un ambiente chiamato Rat Park, uno spazio più ampio e stimolante, con cibo abbondante e la presenza di altri topi di entrambi i sessi nella stessa gabbia. Le cavie avevano accesso a giochi, svago e possibilità di riproduzione e cura dei cuccioli, creando un ambiente simile a quello naturale dei topi.
Nel Rat Park le cavie, che precedentemente avevano sviluppato dipendenza da morfina (in esperimenti tradizionali), mostravano una minoranza di preferenza per l’acqua con morfina. Come a dire: un deterrente naturale per lo sviluppo di addiction, sembrava essere il “senso di connessione” e la quantità di stimoli presenti nell’ambiente stesso.

Eccovi l’articolo:

The effect of housing and gender on morphine self-administration in rats.

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Article by admin / Generale

23 August 2023

DIFFUSIONE PATOLOGICA DELL’ATTENZIONE E SUPERFICIALITÀ DIGITALE. UN ESTRATTO DA “PSIQ” di VALERIO ROSSO

di Raffaele Avico

Abbiamo già parlato su questo blog (e ampiamente su PopMed) dei rischi connessi alla sovra-esposizione mediatica e alla dipendenza da smartphone, di come il tutto sia ampiamente sottovalutato e di come il fenomeno stia frammentando la possibilità di immergersi verticalmente in un task.

Sempre più diviene centrale per chi si occupa di salute mentale, ragionare sui rischi dell’overload cognitivo, sulla tossicità della sovra-esposizione e sul tema dell’ecologia della mente (ovvero il rispetto e la tutela dell’”ambiente mentale”).
Negli ultimi tempi sembra essere particolarmente complesso inoltre, per gli individui, soffermarsi con il pensiero entro quello che viene definito default mode, uno stato di assenza specifica di task cognitivi, funzionale però all’auto-narrazione e alla libera associazione a riguardo del Sè (tanto da essere stato definito il “centro di gravità del cervello”), tutti processi fondamentali per costruire narrative funzionali all’Io e complessificare la personalità, storicizzandola, dandole un senso narrativo. Ne abbiamo parlato qui.

In media controlliamo il nostro cellulare (questo negli USA, ma è plausibile pensare che in Italia la situazione sia simile) più di 350 volte al giorno. Spesso l’uso del telefono viene mosso dall’apertura di un qualche social network, alla ricerca di una gratificazione momentanea, che sia una notifica o un messaggio. Tutto questo ha da un lato un fortissimo potere dipendentogeno, dall’altro rischi per la salute mentale sempre più ricercati e studiati. Questo lavoro, particolarmente approfondito e commissionato da centri di eccellenza mondiali (MIT, Bocconi), rappresenta il lavoro più corposo finora prodotto sull’impatto dei social network sulla salute mentale osservato su un campione di studenti, ottenendo risultati impressionanti, in particolare relativamente a Facebook. Parliamo di un degradamento generale della qualità della salute mentale, indotto anche da “comparazioni tossiche” tra individui giovani.

Recentemente è stato inoltre pubblicato un articolo che indaga il concetto di “salienza” in relazione allo smartphone.
Il punto di questo studio era dimostrare come la semplice presenza del telefono nei pressi di un individuo, fosse in grado di assorbire una quota significativa delle sue capacità cognitive, di fatto diminuendole. Si tratta di uno dei primi studi che indagano l’effetto della semplice presenza dello smarphone sulle capacità cognitive e attenzionali di un individuo, senza che necessariamente vi sia un altro compito da svolgere o un’interazione fisica con il telefono. Inoltre, gli autori sottolineano che l’effetto pare presentarsi anche nella consapevolezza a riguardo dello spegnimento del telefono stesso, o con lo schermo non visibile, cosa che dovrebbe farci ragionare sul potere che questo oggetto ha nel contesto delle nostre vite quotidiane. Sembrerebbe esistere una sorta di bisogno “sub-cosciente” di “monitorarlo”. Concludono con un consiglio chiaro: “however, our data suggest at least one simple solution: separation”.

La dispersione di energia mentale, che fa da preambolo al senso di esaurimento/overload cognitivo, dipende da 3 processi principali:

  • il lavoro implicito di scrematura e differenziazione tra stimoli che costantemente facciamo per poter mantenere il focus. Il cervello, come sappiamo, è già di suo un filtro in grado di portare alla nostra attenzione pochi stimoli alla volta per ragioni di adattamento; bombardarlo in modo continuo di stimoli ridondanti e chiassosi, rende il lavoro di filtraggio ancora più faticoso e frustrante.
  • la fatica della scelta continua, dell’eccesso di stimoli tra cui scegliere, rappresenta un problema per ora sotto-soglia, non ancora pienamente indagato; ne scrive anche Pietro Minto in questo libro che abbiamo recensito di recente citando il concetto di FOMO (fear of better options), il timore relativo al fatto di aver fatto la scelta migliore in un mondo di possibilità di consumo pressoché infinite
  • tradire costantemente la nostra attenzione con altro (come durante la lettura, l’impugnare e sbloccare il telefono) ci condanna al continuo bisogno di ri-focalizzarci su ciò che stavamo facendo “prima” di distrarci; questo è di per sé uno sforzo cognitivo, un task mentale. Il tema qui è complesso poiché esistono aspetti emotivi implicati nel fenomeno, dato che siamo meno portati a distrarci tanto più il compito è per noi stimolante. Il problema è che, in questo senso, solamente i compiti per noi massimamente edificanti in termini emotivi saranno in grado di coinvolgerci al punto da impedirci movimenti di distrazione: il risultato è che tutto ciò che non è per noi “centrale” rischia di disperdersi, con meno possibilità da parte nostra di essere contaminati da qualcosa di altro. Se mettiamo questo fenomeno insieme a quello delle bolle informative create dagli algoritmi, capiamo facilmente come tutti noi si rischi di “radicalizzarci” sempre di più su isole di contenuto “nostre”, senza associazioni libere, contaminazioni e scoperta di “altro”. É come sottoporsi a una Cura ludovico con i nostri stessi contenuti, tutto il giorno, auto-bombandardoci il cervello con contenuti in grado di “fittare” benissimo con ciò che già sappiamo, radicalizzandoci appunto.

Valerio Rosso nel suo recente libro PSIQ (https://www.psiq.it) ne parla in modo diffuso, introducendo un concetto interessante, il DDPA (Disturbo da Diffusione Patologica Dell’Attenzione), approfondito ulteriormente da un video che riportiamo in calce all’articolo.
Con l’autorizzazione dell’autore, riportiamo un breve estratto da questo volume, un passo incentrato appunto sul tema “sequestro dell’attenzione”:

[..]

Bene, adesso vi spiegherò come gli Smartphone, i Social Network ed il Gioco d’Azzardo ci rubano il Tempo, l’Attenzione e diminuiscono la nostra Versatilità, allo stesso modo di come accade quando usiamo in maniera problematica una sostanza d’abuso come l’eroina o l’alcol (379).

Il Tempo a nostra disposizione e la capacità di direziona e mantenere l’Attenzione su attività produttive, che ci appassionano e che ci fanno crescere, è il vero punto cardine della nostra Vita.

Leggendo psiq penso che abbiate capito che esistono disturbi mentali particolarmente subdoli ed invalidanti che vanno a compromettere proprio la nostra attenzione (oltre ad altre funzioni) come l’ADHD e anche, in parte, il Disturbo Bipolare.

In realtà negli ultimi anni, con la diffusione di massa degli smartphone e dei social media, si sta facendo strada una condizione patologica della nostra mente che, in realtà, non ha ancora un nome su cui gli scienziati concordano, ma che io ho chiamato “Disturbo da Diffusione Patologica dell’Attenzione” (“DDPA”) (380).

In quest’era digitale siamo tutti a rischio di sviluppare un “Disturbo da Diffusione Patologica dell’Attenzione” (“DDPA”) perché intorno a noi si stanno sviluppando delle condizioni fortemente favorenti questo problema.

Infatti siamo tutti oggetto di Campagne di Marketing che cercano di attirare la nostra attenzione (nel Mondo Reale, sul web e sui Social Media) ed inoltre la crisi economica, le Guerre, i Cambiamenti Climatici e la perdita di spiritualità e di valori solidi stanno portando l’umanità ad una sorta di Depressione Esistenziale che necessita di essere lenita. Che cosa sta accadendo, quindi, nel nostro attuale Mondo, che si sta anche caratterizzando per una velocità eccessiva, richieste di performance elevatissime e dalla presenza del digital che è una fonte enorme di connessione, di contenuti accattivanti e di opportunità sensoriali?

Le conseguenze di tutto ciò sono state una moltiplicazione dei cosiddetti attrattori di attenzione che assorbono e diffondono la nostra attenzione con conseguenze non ancora completamente chiare sul piano psicopatologico.

Il concetto di diffusione patologica dell’attenzione, che poi, in termini pratici, si traduce in un sequestro del nostro limitato capitale attentivo, è un fenomeno noto da diverse decine di anni, in sostanza da quando l’Umanità ha iniziato ad utilizzare mezzi e media che hanno potenziato e facilitato la comunicazione, negli anni ’60 e ’70.

“Superficialità”, purtroppo è questa una delle conseguenza di una diffusione costante della nostra attenzione, sequestrata da mille attrattori digitali, reali ed intrapsichici, che a fatica ce la restituiscono.

Andando avanti in questo ragionamento possiamo affermare che la diffusione patologica della nostra attenzione nel mondo digitale ed in quello reale iper- accelerato, favoriscono la costante presenza di ansia e rimuginazione.

Perché tutto questo?

L’ansia e la rimuginazione, intese in senso “classico”, erano sostenute da processi psicopatologici di tipo implosivo, ovvero che spesso affondavano le loro radici in una sorta di deflessione dell’osservazione verso il nostro interno a scapito della realtà esterna; spesso rappresentano dei veri e propri bias interpretativi dei dati in nostro possesso.

Ansia e rimuginazione sono emersi e si sono diffusi tra le persone come entità psicopatologiche nel corso di tutto il ‘900.
Allo stato attuale ansia e rimuginazione sono ancora molto presenti tra le persone nel mondo occidentale iper- accelerato e digitalizzato, ma non più come entità patologiche ma come segni e sintomi del Disturbo da Diffusione Patologica dell’Attenzione. Inoltre queste forme di ansia e di rimuginazione assumono una valenza esplosiva, ovvero diretta completamente verso l’esterno (381).

Nel momento in cui il nostro capitale di attenzione è completamente depauperato la nostra mente subisce una sorta di Effetto “colapasta”, ovvero la dispersione dell’attenzione rende la nostra mente simile ad un “colapasta” che non trattiene le informazioni per il tempo sufficiente alla loro elaborazione e questo ci impedisce di soffermarci sulle memorie e sui dati sensoriali, generando sensazioni di incertezza, allarme e disagio scarsamente definibili (382).

Quali potrebbero essere, quindi, le conseguenze cliniche ed esistenziali del DDPA?

Di seguito riporto una tabella riassuntiva dei più probabili sintomi e segni che potrebbero caratterizzare un disturbo costante della capacità di portare attenzione secondaria ad una costante diffusione (leggi “depauperizzazione”) dell’attenzione stessa:

  • Ansia e Rimuginazione.
  • Attacchi di Panico.
  • Disturbi da desiderio sessuale, anorgasmia.
  • Difficoltàrelazionali.
  • Difficoltà di apprendere nuovi task.
  • Anedonia e Alessitimia.

Per poter provare sentimenti autentici, vivere le nostre passioni e scrivere il nostro futuro abbiamo bisogno di riuscire a soffermarci sulle cose, di focalizzare i nostri pensieri e le nostre azioni, in poche parole abbiamo bisogno di poter disporre della nostra attenzione. Se questa qualità della nostra cognizione ci viene sottratta, proprio perché diluita e diffusa in plurime direzioni, rischiamo di perdere il motivo per cui la vita vale la pena di essere vissuta: la nostra possibilità di autodeterminarci e di essere liberi.

[…]

PSIQ è disponibile al link www.psiq.it. Qui invece il video prima citato, per approfondire:

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12 August 2023

LE FRONTIERE DELLA TERAPIA ESPOSITIVA. INTERVISTA A EMILIANO TOSO

di Raffaele Avico

Abbiamo intervistato Emiliano Toso a proposito della terapia espositiva. Emiliano è uno psicoterapeuta di Rovigo, e da anni approfondisce il tema “esposizione” pubblicando articoli di ricerca e saggi.

A fine di questo articolo pubblichiamo una bibliografia ragionata consigliata dallo stesso Toso, per chi volesse approfondire la questione.

L’esposizione, il lavoro in psicoterapia con la terapia espositiva, ha un razionale storicamente semplice: promuovere da parte del paziente l’abituazione a uno stimolo fobico, qualunque esso sia e dovunque (all’esterno o all’interno del paziente) esso si trovi. Parliamo quindi di problemi di tipo fobico, ma anche di disturbo ossessivo-compulsivo e di PTSD.

Il PTSD, come sappiamo, deriva da un processo di apprendimento, e dalla difficoltà estrema di elaborare alcuni stimoli/ricordi; il corpo di un paziente con sindrome post-traumatica, è un corpo che ha appreso l’allarme, e vive nella minaccia di quello che potrebbe capitare all’esterno, così come nella paura di ricordare/rivivere l’evento traumatico stesso. La stessa terapia EMDR potrebbe essere pensata come una terapia espositiva, dato che conduce il paziente a un’esposizione diretta nei confronti dei percetti più pesanti, i ricordi post-traumatici più vividi.

Come ci spiega Toso in questo video, la teoria classica basata sull’abituazione, ha recentemente lasciato spazio ad altri, più innovativi modi di condurre una terapia basata sull’esposizione: parliamo di un filone di lavori sviluppato da una pioniera nell’ambito, Michelle Craske, che prende il nome di “apprendimento inibitorio”. Non si tratterebbe cioè di abituare il paziente allo stimolo fobico fino a che questo non procuri più la cosiddetta fear response: il tallone d’achille di questo modo di lavorare, come ci spiega Toso nel video, è che la paura tende a ritornare, anche dopo poco tempo, e che cambiando contesto l’allarme si presenterà allo stesso modo, come se la paura non fosse veramente “estinta”. Nel modello di apprendimento inibitorio sviluppato da Craske (che abbiamo qui sintetizzato) l’obiettivo è produrre delle memorie “antagoniste” a quelle già apprese (e problematiche), in modo che le prime possano inibire le seconde.

Nella formazione di queste memorie alternative, esistono dei fattori facilitanti o ostacolanti, che Toso ci spiega nell’intervista (per esempio, è stato osservato che la qualità del sonno, così come lo stato del microbiota del paziente, possano favorire o ostacolare il processo di apprendimento inibitorio).

Toso cura da anni un gruppo Facebook dedicato, qui raggiungibile. Per approfondire.

Ecco l’intervista:

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Bibliografia ragionata:

  • Toso E. (in pubblicazione). Verso una terapia espositiva di precisione. Dalla scienza dell’estinzione della paura alla clinica. Giovanni Fioriti Editore, Roma.
  • Toso E. (2019). La seconda giovinezza dell’esposizione: nuovo modello concettuale e nuovestrategie operative. Cognitivismo Clinico 16, 2, 159-174.
  • Toso E. (2021). La seconda giovinezza dell’esposizione. Modello concettuale e modalità operative. Giovanni Fioriti Editore, Roma.
  • Toso E., Craske M.G., Treanor M., Conway C., Zbozinek T., Vervliet B. (2016). Massimizzare la terapia di esposizione: Un approccio basato sull’apprendimento inibitorio. Cognitivismo Clinico 13, 2, 103-133. Tr. it. Craske M.G., Treanor M., Conway C., Zbozinek T., Vervliet B. (2014).Maximizing exposure therapy: an inhibitory learning approach. Behaviour Research and Therapy 50, 10-23.
  • Toso E. (2022). Dallo studio sull’estinzione della paura verso una terapia dell’esposizione personalizzata. Pionieristiche considerazioni. Cognitivismo Clinico 19, 1/2, 107-130.
  • Toso E., Agnoletti M., Carlo E., Vicentini M. (in pubblicazione). Una nuova realtà virtuale per una nuova terapia di esposizione. Pionieristiche considerazioni. Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale.
  • Craske M.G., Hermans D., Vervliet B. (2018). State of the art and future directions for extinction as a translational model for fear and anxiety. Philosophical Transactions B 373, 1742.
  • Craske M.G., Sandman G.F., Stein M.B. (2022). How can neurobiology of fear extinction inform treatment? Neuroscience and Biobehavioral Reviews 143, 104923.
  • Craske M.G., Treanor M., Zbozinek T.D., Vervliet B. (2022). Optimizing exposure therapy with an inhibitory retrieval approach and the OptEx Nexus. Behaviour Research and Therapy 152, 104069.

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NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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8 August 2023

NIENTE COME PRIMA, DI MANGIASOGNI

di Raffaele Avico

Niente come prima è un libro sulla salute mentale. Racconta le vicende di due ragazzi di all’incirca 25 anni, alle prese con la delicata fase della svincolo dalla famiglia di origine. Edoardo e Rebecca, cresciuti nello stesso paesino di provincia, vivono in due grandi città, presi ognuno da angosce e paure diverse. Rimandiamo a chi voglia leggere il libro il resto della trama, cercando qui di trarne alcuni spunti di riflessione:

  1. il libro è ambientato in luoghi di fantasia: città di fantasia, quartieri e fermate della metropolitana di fantasia: questo rende universale, metafisica la vicenda, un po’ come nei libri di Dino Buzzati, anch’essi ambientati in luoghi irreali, utilizzati a fare da cornice a vicende tutte interiori/psicologiche
  2. le vicende raccontate nel libro procurano un estremo senso di rispecchiamento: si ha l’impressione che ciò che accade ai protagonisti, possa accadere a chiunque di noi in qualsiasi luogo, e soprattutto nell’epoca attuale. É in fondo un libro sulla società dell’oggi: le vicende di Edoardo e Rebecca raccontano di una generazione di neo-laureati alle prese con un mondo del lavoro ossessionato dalla produttività, nelle mani di manager e figure adulte nevrotiche e aggressive, vissute dai ragazzi in modo persecutorio. Spesso viene descritto il senso di incomunicabilità tra una generazione (quella degli adulti) ferma a una rappresentazione ormai superata di una società basata sull’equazione impegno=risultato, e la generazione dei giovani, costantemente interconnessi in modo virtuale ma estremamente soli,  spaventati dalle richieste degli stessi adulti -poco in grado di comprendere a fondo una società all’apparenza troppo veloce
  3. Procedendo nella lettura del romanzo viene spontaneo chiedersi quanto il problema si strutturi all’interno dell’individuo (pensiamo per esempio a Edoardo) o quanto al suo esterno. Il problema sembra essere: il senso di spaesamento e impotenza di Edoardo, dipende dalla sua difficoltà di esporsi a un mondo troppo aggressivo, o è la società stessa, con le sue richieste, a essersi trasformata in qualcosa di mostruoso/inarrivabile? L’autore sembra porre maggiormente l’accento su questa seconda opzione: il libro raccoglie in sé molti dei messaggi lanciati da Mangiasogni (l’autore) sulla sua pagina instagram, con pesanti critiche al concetto di superlavoro, di hustle culture (ne avevamo parlato qui), al rischio di overload cognitivo, al bisogno costante di performare. Come avevamo scritto a proposito del lavoro di Byung Chul Han, nella “società della performance” la pressione alla performatività sembra essere così tanto pervicace, così tanto interiorizzata, da diventare una parte interna dell’individuo, costretto ad auto-sfruttarsi e portato ad autopunirsi.
  4. Edoardo, giovane professionista vessato/mobbizzato dal suo capo in una blasonata azienda della “city”, vive una vita come “dissociata in verticale”: la sua settimana si struttura in modo routinario, con i giorni della settimana spesi alienandosi al lavoro e il weekend trascorso al paesino di origine, dedicato a quelli che definisce “rituali riumanizzanti”. Interessante la presenza di figure genitoriali putative (la professoressa del liceo, il macellaio), veri e propri “sacerdoti del passaggio”, punti fermi utili a Edoardo nella sua tempesta emotivo/esistenziale inerente il suo processo di svincolo. Il passaggio dal paese/famiglia di origine al contesto città/vita adulta viene eseguito per step, in modo graduale.
  5. Quello che accomuna i due giovani, Edoardo e Rebecca, sembra essere il peso delle aspettative proiettate su di essi dai genitori: Edoardo vive la sua vita come una sorta di riscatto vissuto per interposta persona eseguito dai suoi genitori; Rebecca ha aderito docilmente alle indicazioni della madre a riguardo di quella che avrebbe dovuto essere la sua vita professionale. C’è dunque il tema dello svincolo, di nuovo, intrecciato però alla questione “aspettative genitoriali”. A un certo punto del romanzo, la scelta di fronte a Edoardo sembra essere senza scampo, una sorta di doppio legame senza vie di uscita: da un lato l’alienazione della città, dall’altra la regressione del paese/ambiente genitoriale; in questa situazione di stallo, la figura di Raudo sembra rappresentare, per un po’, una terza via percorribile: la creazione di qualcosa di proprio, la modalità “imprenditoriale” vissuta come possibilità di svincolo/affermazione. Per quanto riguarda Rebecca, sarà la morte della madre a consentirle, finalmente, di riappropriarsi della sua individualità, pur nel paradosso di una libertà ottenuta a prezzo di un lutto.
  6. Il “mostro” che compare nelle vite dei due giovani, è la rappresentazione figurata di una parte interna dei protagonisti, che emerge quando questi riescono ad “abbassare un po’ le difese” in modo da lasciarla esprimere. In esso vengono incarnati i dettami del sistema famiglia (devi fare quello che ti diciamo, non devi tradirci) e del sistema società (devi produrre, se vuoi puoi, è colpa tua se non sai cosa fare della tua vita), un senso di colpa invincibile, la “tensione verso l’aggressione” degli altri e di sè.
  7. non esiste un verso scontro generazionale, tuttavia: i ragazzi sembrano “orfani”, ovvero, percepiscono le generazioni precedenti come non in grado di comprendere la velocità e le pressioni del mondo attuale. In questo romanzo le figure adulte tentano di “vendere” un’idea di realtà, una rappresentazione di “come dovrebbero andare le cose” che ai ragazzi sembra anacronistica; a tratti si ha anche l’impressione che questi ultimi non vogliano comprarla, quell’idea di mondo, rifiutandola a priori, “per una questione di principio”. Questa frattura, il sentirsi orfani, questo scollamento getta i ragazzi in un vuoto di senso, in un deserto senza segni e simboli all’interno del quale sembra impossibile visualizzare un orizzonte (o un futuro). Allo stesso tempo, i surrogati e i diversivi offerti dall’iper-produzione mediatica, dal continuo esporsi al confronto sociale attraverso internet, sembrano solo voler capitalizzare su quello stesso disagio, acutizzandolo. Sembra esserci un’unica cosa da fare: chiedere aiuto, dare un nome al malessere, narrarlo.
  8. Troviamo un po’ ovunque alcune altre tematiche estremamente attuali: l’eco-ansia (paura del futuro/paura dei disastri ambientali), la fomo (paura di perdere occasioni) e soprattutto la pervasività degli input mediatici, così come il confronto sociale e le emozioni negative ad esso collegate.

Nel complesso, il romanzo di Mangiasongi descrive una realtà dai tratti distopici che potrebbe tranquillamente essere la quotidianità per un qualunque “stagista” di una grande città come Milano o Torino. È nel suo insieme una profonda critica alla hustle culture, al culto per la performance, alla tendenza a disumanizzare, descrive lo stallo della “classe disagiata” e soprattutto il senso di tradimento vissuto da una generazione che sembra aver perso fiducia nelle promesse fatte dalle figure adulte.

Qui Niente come prima su Amazon.

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NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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26 July 2023

NASCE IL “GRUPPO DI INTERESSE SULLA PSICOPATOLOGIA” DI AISTED (Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione)

di Raffaele Avico, Costanzo Frau

L’AISTED ha di recente promosso la creazione di un gruppo di ricerca e studio a proposito della psicopatologia, ispirato da e incentrato sull’opera e i concetti promossi da Henri Ey. Il gruppo di lavoro proporrà un lavoro di divulgazione e approfondimento sul tema della psicopatologia in chiave Neo-jacksoniana, coinvolgendo esperti in interviste, lavori, link ad articoli, etc,., che verranno resi disponibili all’interno della pagina di AISTED dedicata. Il primo incontro sarà con Giuseppe Craparo, in ottobre.

Ne pubblichiamo qui di seguito la presentazione.

Milano, luglio 2023

Questo gruppo di discussione e interesse nato in seno all’Associazione per lo Studio del Trauma e della Dissociazione (AISTED), si propone di raccogliere i contributi teorici ed esperienziali di un gruppo di individui interni ed esterni ad AISTED, a proposito del “problema” psicopatologico inerente il trauma e la dissociazione.

Cosa causa un evento dissociativo? Cosa causa una sindrome post-traumatica?

All’interno di questo gruppo di interesse cercheremo di mettere insieme e integrare alcuni aspetti teoretici, per tentare di ottenere una visione più chiara sulla teoria patogenetica della dissociazione e del trauma. 

Per fare questo coinvolgeremo esperti e studiosi del settore, e adotteremo riferimenti teorici d’avanguardia e più antichi (ma che riteniamo altrettanto attuali).

In particolare, adotteremo una prospettiva neo-jacksoniana, chiarificata in alcuni punti che qui elenchiamo:

  1. I punti teorici da cui muove la creazione di questo gruppo di lavoro, riguardano il modo di concepire la psicopatologia inerente il trauma; prima di arrivare al trauma, è opportuno tentare di comprendere come funzioni il complesso cervello-mente. Decidiamo di adottare una prospettiva neo-jacksoniana, pensando al complesso cervello-mente come regolato da logiche gerarchiche di funzionamento, con funzioni mentali superiori in grado di modulare e ricadere su quelle inferiori, aree cerebrali deputate a regolare altre aree, come nella concettualizzazione originaria formulata da John H. Jackson.
  2. Focalizzare l’attenzione sul complesso cervello-mente introduce la questione della necessaria integrazione tra interventi di tipo top-down, e gli interventi aderenti a una logica bottom-up. È possibile pensare che il complesso mente-cervello sia mosso da logiche di regolazione “dall’alto verso il basso” come appare, per esempio, quando in un lavoro di psicoterapia si lavora per dare un senso cognitivo a emozioni poco regolate in un paziente. É altrettanto plausibile osservare logiche di regolazione “dal basso verso l’alto”, quando attraverso esercizi mirati sul corpo (la respirazione, per esempio, o le tecniche di psicoterapia sensomotoria) si aiuti il paziente a modificare la forma dei propri pensieri a partire dallo stato del corpo. Entrambi gli interventi possono essere utilizzati nella psicoterapia.
  3. Le logiche di regolazione, si applicano anche a quelle di disregolazione: in senso top-down, una dominanza di cognizioni problematiche avrà una ricaduta sul corpo; una corporeità disregolata (pensiamo per esempio al corpo di un sopravvissuto a un trauma) avrà un effetto sulla forma dei pensieri, così come delle emozioni di un certo paziente. Promuovere, anche qui, un lavoro di bilanciamento e di auto-regolazione del complesso cervello-mente, non può che favorire il processo di benessere psicologico.

La prospettiva neo-jacksoniana, nel promuovere un certo modello di mente, è stata promossa dai lavori di Henri Ey, che questo gruppo di lavorò tenterà di mettere in luce e divulgare.

Qui per andare alla pagina dedicata al progetto.

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15 July 2023

Psychedelic Science Conference 2023 – lo stato dell’arte sulle terapie psichedeliche 

di Jonas Di Gregorio

Dal 19 al 23 giugno 2023 ho avuto occasione dipartecipare alla Psychedelic Science Conference, un congresso internazionale sugli psichedelici che si è tenuto a Denver negli Stati Uniti, organizato da MAPS, la Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies.

All’interno del Colorado Convention Center, oltre al teatro e alle sale in cui si sono svolte le presentazioni, erani presenti:

  • un’area espositiva con oltre un centinaio di stand tra organizzazioni non-profit, cliniche private, retreat centers, case editrici, società quotate in borsa, centri di formazione, università, piattaforme online, laboratori di sintesi farmaceutica, progetti di riduzione dei rischi, fondazioni, studi legali e via dicendo.
  • un padiglione, chiamato Deep Space, con istallazioni artistiche, dipinti, workshops e altro, con l’atmosfera di un festival stile Burning Man
  • una rassegna di cinema con film e documentari come ad esempio The Way of the Psychonaut, Better Living Through Chemistry, Ayahuasca Diaries, How to Change your Mind, Descending the Mountain.

I primi due giorni sono stati internamente dedicati a workshop di vario tipo che hanno registrato il tutto esaurito, come ad esempio:

  • Guidare sessioni di psicoterapia con la psilocibina
  • Introduzione alla Psilocibina come strumento nello sviluppo personale e spirituale
  • Introduzione alle terapie psichedeliche per il trattamento delle dipendenze
  • Psicoterapia assistita da psichedelici
  • Integrazione psichedelica e riduzione dei rischi nella pratica clinica
  • Respirazione Olotropica
  • Terapia Psichedelica e Veterani

Il programma del convegno era consultabile anche tramite una app dedicata, psysci23, scaricabile sul cellulare.

Presso lo stand di MAPS all’ingresso del padiglione espositivo erano presenti autori come ad esempio Micheal Pollan (Come cambiare la tua mente), Bessel Van Der Kolk (Il Corpo Accusa il Colpo), Bill Richards (Sacred Knowledge), Rachel Nuwer (I Feel Love), Charlie Wininger (Listening to Ecstasy), Ben Sessa (The Psychedelic Renaissance), e Stanislav Grof (Respirazione Olotropica, Psicologia del Futuro, La Mente Olotropica, L’Ultimo Viaggio, Quando Accade l’Impossibile, La Via dello Psiconauta, LSD – l’Innovativa Ricerca Psichedelica nei Reami dell’Inconscio). In alcuni momenti ho visto centinaia di persone in fila per acquistare alcuni di questi libri e richiedere una dedica autografata dall’autore.

La conferenza ha visto inoltre la partecipazione di diversi conduttori di podcast, alcuni dei quali hanno seguito la conferenza in diretta, come ad esempio Psychedelics Today, The New Health Club, Business Trip, Psychedelic Passage, Enhanced Therapy Podcast.

La notizia è stata divulgata negli Stati Uniti da testate giornalistiche e riviste online quali il Washington Post, Bloomberg, Rolling Stone, mentre in Italia ne ha dato notizia Il Manifesto.

Da un punto di vista personale, partecipare a questa conferenza è stata un’esperienza toccante. É stato bello rivedere amici e colleghi con cui ho lavorato in questi anni. Ho percepito un’atmosfera di grande collaborazione tra organizzazione diverse e un clima di grande entusiasmo legato ai risultati promettenti delle ricerche condotte con gli psichedelici in questi anni e il loro possibile impiego nel prossimo futuro per il moglioramento della salute mentale. Risultati e ricerche cliniche suggeriscono in particolare un impiego per il trattamento del PTSD (sindrome da stress post traumatico), della depressione, delle dipendenze da oppiacei, alcool e nicotina, e dell’ansia nei malati terminali.

É stata inoltre una conferma del fatto che le persone interessate a questo argomento stanno aumentando. La prima volta che partecipai alla Psychedelic Science Conference di MAPS fu nel 2017 in California. Ne diede notizia Il Fatto Quotidiano, con un articolo che generò un centinaio di commenti. In quella occasione parteciparono circa 3000 persone. Quest’anno l’evento ha visto la partecipazione di oltre 12000 persone, un record assoluto.

Durante la conferenza ho accompagnato e assistito Stanislav Grof, uno dei pionieri della riserca sull’uso terapeutico degli psichedelici, che il primo luglio 2023  ha celebrato 92 anni. Stan e sua moglie Brigitte hanno condotto, insieme a un team internazionale di facilitatori, un seminario di respirazione olotropica a cui hanno partecipato circa 200 persone. Il terzo giorno della conferenza, ho assistito alla proiezione del documentario “The Way of the Psychonaut”, sulla vita di Stanilsav Grof,  ed è stato toccante vedere le centinaia di persone presenti.

Insieme a mia moglie ho inoltre coordinato nell’area espositiva della conferenza lo stand informativo del Psychedelic Literacy Fund, una iniziativa filantropica che abbiamo lanciato nel 2020 finalizzata a promuovere maggiore informazione sugli psichedelici attraverso la traduzione di libri sulle terapie psichedeliche in diverse lingue. Per quanto riguarda l’Italia ad esempio, alcuni dei libri pubblicati con il supporto di questo progetto sono: LSD l’innovativa ricerca psichedelica nei reami dell’inconscio, La via dello psiconauta, Enteogeni alleati per la rinascita spirituale e Medicina per la coscienza.

Durante l’ultimo giorno della conferenza, abbiamo infine partecipato a un evento di raccolta fondi per lo Zendo Project, un’organizzazione non profit che in occasione di eventi come il Burning Man cerca di trasformare esperienze difficili con gli psichedelici in opportunità di crescita e apprendimento.

La conferenza è stata ricca di contenuti e in ogni momento della giornata si svolgevano circa 11 presentazioni in contemporanea in sale diverse. Sono tantissime le presentazioni a cui non ho avuto modo di partecipare per questo motivo. Fortunamente la maggior parte sono state registrate e saranno pubblicate sul canale YouTube di MAPS, dove sono presenti i filmati delle precedenti edizioni.

Garantire accesso legale alla popolazione a queste terapie richiederà molto lavoro ed enormi investimenti. Le sfide da superare sono ancora molte, dal punto di vista normativo, culturale ed economico. Allo stesso tempo, in questi anni sono emersi molti segnali incoraggianti e la sensazione è che si stia raggiungendo un punto di svolta sia nell’opinione pubblica che all’interno delle professioni mediche. Sono grato di aver partecipato a questo evento storico e sono emozionato di vedere come questo campo si svilupperà ulteriormente nei prossimi anni.

Jonas Di Gregorio, Denver, 25 giugno 2023

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29 June 2023

RENDERE NON NECESSARIA LA DISSOCIAZIONE: DA UN ARTICOLO DI VAN DER HART, STEELE, NIJENHUIS

di Raffaele Avico

Questo articolo è scritto da tre pesi massimi della psicotraumatologia mondiale: Onno Van der Hart, olandese, Kathy Steele, americana, e Nijenhuis, svizzero.

Vuole essere una riflessione sul lavoro da fare con le memorie traumatiche per pazienti traumatizzati gravi, portatori di sintomi dissociativi di tipo “complesso”.

Avere a che fare con pazienti con sintomi dissociativi gravi, significa avere a che fare con pazienti portatori di quello che viene chiamato PTSD complex, non risalente cioè a un trauma singolo, unico, ma a una serie protratta di traumi cumulativi, oppure a uno sviluppo traumatico fin dall’infanzia, per esempio crescendo a contatto con persone abusanti o verso le quali non fu possibile creare legami normali (attaccamenti “sicuri” per dirla con Bowlby). Pensiamo per esempio ai sopravvissuti a torture, a periodi di prigionia, oppure a vittime di violenza domestica protratta.

Come sappiamo, Van Der Hart ha formalizzato nel suo lavoro di ricerca la teoria della dissociazione strutturale della personalità. L’articolo si apre appunto con una breve descrizione della suddivisione in “sottosistemi” biologicamente coerenti costituitisi a seguito dell’esperienza traumatica: una parte rimasta congelata in senso emotivo al tempo del trauma (PARTE EMOTIVA, EP) e una parte chiamata APPARENTEMENTE NORMALE che in senso adattativo fu per così dire obbligata a continuare nel suo percorso di vita, consentendo all’individuo di portare avanti obiettivi di vita o semplice quotidianità.

A proposito di questo viene naturale, come in psicotraumatologia è spesso ripetuto, pensare a un obiettivo finale come inerente l’INTEGRAZIONE. L’integrazione, cioè, si costituisce come il momento finale del lavoro con questo tipo di pazienti, suddivisi, al loro interno, in modalità, “parti” distinte, che dovranno convergere e in qualche modo fondersi.

Questo articolo si concentra su quella che è la fase 2 (nel contesto del modello trifasico), ovvero il lavoro con le memorie traumatiche. Come si fa, in senso concreto, a lavorare con il materiale traumatico depositato nella memoria (implicita o esplicita che sia), del paziente?

Gli autori riportano alcuni punti di interesse:

  1. Janet distinse due tipologie di “azioni integrative”: la SINTESI e gli ATTI DI REALIZZAZIONE. Per sintesi, Janet intendeva l’atto di creare anelli tra pensieri, azioni, emozioni, corpo e mente, la mia vita con l’ambiente intorno a me, etc. Per esempio, un “anello” di congiunzione (dunque un atto di sintesi), potrebbe essere il dirsi “questo pensiero mi compare quando sono molto arrabbiato”, operando cioè una valutazione metacognitiva che consentirà di associare a uno stato emotivo l’emergere di un pensiero. Il creare atti di sintesi, “formando anelli”, costituisce la base per un lavoro più complesso e ampio, che Janet chiamava appunto realizzazione.
  2. La realizzazione, comprende due momenti: la PERSONIFICAZIONE (l’atto di sentire che le mie azioni, i miei pensieri mi appartengono, sono miei), e la PRESENTIFICAZIONE (l’atto invece di arrestarsi sul presente, in senso temporale). Sono questi, in linea di principio, “strumenti” atti a contrastare la tendenza a dissociare dei pazienti con trauma grave, così da condurlo/a idealmente a quello che gli autori chiamano una posizione di “prima persona singolare” (non dunque una molteplicità di parti vissute in terza persona, come differenti da sè, ma un singolo “IO” che coordina tutte le diverse sotto-parti oppure, meglio ancora, una singola parte sfaccettata e fluida in ogni sua manifestazione)
  3. il livello più semplice di dissociazione strutturale della personalità, è quello che comprende “solamente” EP e ANP: si crea, in questo caso, una spaccatura verticale nella personalità dell’individuo, con una parte in grado di adattarsi al contesto, l’altra mossa da logiche di difesa, incentrata su comportamenti difensivi in grado di “oscurare”, “eclissare” gli altri sistemi di difesa.
  4. Quando richiesto, è possibile che la PARTE EMOTIVA si suddivisa al suo interno, creando quella che viene chiamata dissociazione secondaria della personalità. Avremo quindi una singola parte apparentemente normale, e due o più parti emotive “attive” in parallelo. Gli autori chiariscono che questa forma clinica, sembra essere la più comune con pazienti portatori di un PTSD complesso. Inoltre, potremo osservare come una delle EP createsi in seguito alla dissociazione secondaria, potrà essersi identificata all’aggressore, assumendo forme “sadico/abusanti”.
  5. un aspetto da considerare, è il livello di fobia presente verso la parte EP: più il soggetto dimostra di avere paura della sua parte “emotiva” rimasta congelata al trauma, più è ampia la dissociazione strutturale, e più “lontane” le parti, e quindi più grave la sintomatologia post-traumatica
  6. gli autori passano dunque a discutere a proposito dell’importanza della fase 1, della stabilizzazione, prima di iniziare con il lavoro diretto sulle memorie traumatiche. É importante ricordare che la fase 1 è propedeutica alla fase 2: è in ogni caso sempre possibile tornare alla fase 1 quando ci si accorgesse di un tempo ”prematuro” per il lavoro diretto con i ricordi traumatici. Questo è un punto importante: va cioè resa possibile una sorta di oscillazione tra le due fasi, con fasi di evoluzione e possibili fasi di regressione. Ricordiamo i principali strumenti per la fase 1 (stabilizzazione dei sintomi): psicoeducazione, emdr, tecnica del posto al sicuro, psicoeducazione relativamente all’importanza dell’attività fisica, mindfulness guidata, management dei livelli energetici (qualità del sonno, riposo, alimentazione corretta). Tutto questo per far sì che il tono neurofisiologico si mantenga entro la finestra di tolleranza (concetto qui approfondito), per rendere possibile la fase 2 secondo il modello trifasico prima accennato.
  7. Van Der Hart è nell’articolo citato a proposito di uno degli obiettivi principali della fase 2: rendere cioè “non necessaria la dissociazione”. Quando cioè riusciremo a far sì che il paziente accolga e “maneggi” in modo tranquillo il materiale traumatico, senza per questo doversi dissociare, avremo reso non necessaria la dissociazione stessa e fatto grossi passi avanti nel lavoro clinico con questo paziente. Questo consentirà al paziente di passare da una ri-attualizzazione sensomotoria del vissuto traumatico, “incarnata”, “rivissuta”, a una verbalizzazione “solo a parole”, non più incarnata, finalmente simbolizzata e digerita per via linguistica. Gli autori sottolineano come un passaggio di questo tipo lo troveremo grazie a eventi in terapia “nuovi”, clamorosamente “innovativi” per il funzionamento del paziente.
  8. Esistono alcune controindicazioni per la fase 2: in particolare, è necessario fare attenzione al fatto che i criteri relativi alla stabilizzazione siano soddisfatti: in caso contrario non ha senso procedere all’esplorazione delle memorie traumatiche. Inoltre, altri fattori di controindicazione sono: età avanzata, psicosi, disturbo di personalità con abuso di sostanze in atto, oscillazioni troppo estreme tra parte emozionale e parte apparentemente normale, abusi interpersonali in atto.

A seguito di queste premesse, gli autori arrivano infine al vivo della fase 2.

Vediamo cosa propongono.

Gli autori propongono una metodologia chiamata “sintesi guidata”, finalizzata a superare la “fobia delle memorie traumatiche”.

Aspetti preparatori:

  1. fare in modo che il paziente possa essere accompagnato a casa dopo la seduta
  2. fornire maggiore tempo per il recupero del senso di grounding: prevedere dunque colloqui di 1,5 o 2 ore di durata.
  3. chiedere al paziente che ritagli del tempo dedicato a questo tipo di lavoro, dalle sue restanti occupazioni (per esempio chiedendogli di prendere mezza giornata di ferie dal lavoro, cosicchè sia mentalmente libero di dedicarsi all’esplorazione delle memorie traumatiche)

Momenti del lavoro: condividere i “kernel patogeni”:

  1. isolare e riconoscere i pensieri “copertura” con cui il paziente si è narrato, nel tempo, il vissuto traumatico
  2. avviare il paziente alla narrazione dei momenti pre e dopo-trauma, così come i momenti di “inizio e fine” del momento traumatico
  3. avviare il paziente alla narrazione di quelli che vengono chiamati “kernel patogeni”, ovvero i nuclei duri del momento della traumatizzazione, partendo eventualmente anche dall’esercizio del “peggior scenario”, ovvero direttamente dall’immagine più pesante anche solo da “immaginare” da parte del paziente
  4. avviare il lavoro sulle parti, usando immagini di “contatto” tra le parti, e chiedendo al paziente di descrivere la scena, oppure usando la tecnica della tavola dissociativa (immaginando cioè che il paziente sia seduto a capotavola con le sue parti sedute intorno al tavolo, e che dialoghi con ognuna di esse)
  5. queste immagini di condivisione saranno il giusto contesto per far sì che il paziente condivida con il terapeuta le immagini centrali, i “kernel patogeni”, i momenti cioè più pesanti da sopportare e ri- esprimere (qui potrebbe essere valutabile l’utilizzo dell’EMDR come strumento per inframezzare il lavoro, creando delle pause); il tutto in modo “graduale”
  6. aiutare il paziente alla “realizzazione” di quello che è successo, affrontando eventualmente il lutto di ciò che non fu e di ciò che avrebbe potuto essere. Ricordiamo che il lavoro in fase 2 comprende idealmente due momenti: la sintesi e, appunto, la realizzazione

Gli autori fanno poi alcuni cenni alla fase 3 e presentano un caso clinico (durato 5 anni, conclusosi con una completa “realizzazione”), concludendo l’articolo con un invito alla gradualità nel lavoro, all’attenzione verso i “limiti” del paziente in termini di attivazione neurofisiologica, e un ritorno ai prima citati concetti guida del lavoro: sintesi e realizzazione.

CONCLUSIONI

Come si osserva in questo articolo, lavorare sui ricordi traumatici significa tenere a mente 3 concetti chiave “da portare a casa”:

  1. stabilizzare/regolare
  2. narrare
  3. integrare 


..il che equivale a dire che un’esperienza traumatizzante, per essere superata e “consegnata al passato”, dovrà essere tollerata e meglio regolata nei suoi sintomi psichici e corporei, narrata e infine integrata nel normale flusso di ricordi.

Esistono dei manuali che, della fase 2, fanno il loro core teorico. In particolare, da pochi anni è stato pubblicato un volume molto completo, che consigliamo a chi volesse approfondire gli aspetti squisitamente “pratici” del lavoro sulle memorie traumatiche, quando avesse a che fare con pazienti post traumatizzati. Il volume è questo.

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21 June 2023

EMBODIED MINDS: INTERVISTA A SARA CARLETTO

di Raffaele Avico

In questa breve intervista a Sara Carletto viene descritto il lavoro del gruppo di ricerca Embodied Minds, del Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche dell’Università di Torino, coordinato da Luca Ostacoli. Il gruppo ha anche una pagina Facebook (raggiungibile da qui) e una pagina istituzionale che raccoglie gli ultimi lavori di ricerca, da cui traiamo uno degli obiettivi:

“In particolare, ci concentriamo sull’integrazione all’interno della psicoterapia di tecniche a mediazione corporea come l’EMDR e la Mindfulness. Infine, in Embodied Minds ci dedichiamo allo studio di uno degli elementi intrinseci alla sfera relazionale: la comunicazione. L’obiettivo è studiare e promuovere efficaci forme di comunicazione, soprattutto nel contesto terapeutico (che sia medico o psicologico). Comunicando modifichiamo il mondo intorno a noi e le relazioni in cui siamo immersi. Per comprendere come la relazione moduli il nostro modo di stare, di emozionarci, di funzionare, il nostro gruppo porta avanti le proprie attività di ricerca sviluppando tecnologie innovative e integrando continuamente dati clinici e neurobiologici e lavorando in reti multidisciplinari e internazionali.“

Uno dei temi approfonditi dal gruppo è la depressione, in particolare studiata nelle sue ricadute corporee. Da alcuni componenti del gruppo Embodied Minds è stato pubblicato a questo proposito un lavoro su The Lancet per presentare il progetto Nevermind, rivolto a persone sofferenti di gravi patologie in senso medico, a cui fu chiesto di indossare una maglietta dotata di sensori collegati a un’app da usare su smartphone, in grado di monitorare alcuni parametri inerenti lo stile di vita.
La pagina del progetto Nevermind è questa: come si può osservare il progetto è in linea con un grosso filone di ricerche orientato all’indagine a proposito dei cosiddetti “wearables“, in grado di rilevare dati antropometrici da usare in senso clinico.

Qui l’intervista:
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7 June 2023

Psychiatry On Line Italia: 10 rubriche da non perdere!

di Raffaele Avico

Per POPMed in collaborazione con Psychiatry On Line, abbiamo scelto dall’archivio della rivista alcune rubriche meritevoli di essere “poste sotto osservazione”, particolarmente brillanti nei contenuti portati.

Le rubriche della rivista sono dei “blog interni“, verticali su un solo tema, che raccontano dal punto di vista peculiare di quel particolare esperto, sulla “sua” tematica elettiva: raccolgono alcuni dei nomi/gruppi più autorevoli dell’area “psichiatria/psicoterapia” italiana.

Buona lettura!

  1. CUORE DI TENEBRA a cura di Gilberto Di Petta. Non ha bisogno di presentazioni: uno dei più grandi fenomenologi della scena odierna, racconta la quotidianità di un SPDC della periferia napoletana. In assoluto la rubrica più letta su Psychiatry On Line.
  2. NON SOLO CARTESIO, a cura di Francesco Bottaccioli. Bottaccioli, socio onorario e fondatore della SIPNEI, approfondisce tematiche relative alla socio-psiconeuroendocrinoimmunologia, dettagliando risultati di ricerca e chiarificando il razionale che sta dietro al lavoro della SIPNEI stessa.
  3. FAST FOOD, a cura di Giovanni Abbate Daga. Il prof. Daga dirige il reparto per i DCA delle Molinette di Torino, considerato un centro d’eccellenza per la gestione dei disturbi alimentari in tutta Italia. In questa rubrica tiene insieme gli aspetti più innovativi relativi alla ricerca, e l’elemento umano necessario a gestire problematiche così complesse.
  4. LA FORMAZIONE E LA CURA. Galzigna è stato uno dei fondatori di Psychiatry on Line, epistemologo e fine osservatore della realtà del dibattito scientifico (qui un approfondimento su un suo lavoro).
  5. LA PSICHIATRIA PER BENE. Gerardo Favaretto in questa rubrica intervista molti nomi di punta della psichiatria nostrana, e apre un “diario” a proposito dei servizi di salute mentale in corrispondenza della pandemia da Covid19, nella prima metà del 2020.
  6. I MEDICI-GAY ed i pazienti LGBT di ogni medico!. Abbiamo già citato su POPMed Manlio Converti, che da tempo si spende (e lo fa anche in questa rubrica) per divulgare le tematiche LGBTQIA+, inserendole nella cornice “salute mentale”. Particolarmente interessante vista la preparazione dello stesso Converti.
  7. I PORTI APERTI. Una rubrica che illustra dall’interno il lavoro degli operatori IESA di Collegno. IESA è un servizio di accoglienza per pazienti psichiatrici, nel contesto di famiglie normali, diffuso in tutta Europa e in Italia (ma la rubrica è scritta dal primo nucleo operativo italiano, quello di Collegno appunto).
  8. Riflessioni (in)attuali. Una rubrica (sempre molto aggiornata e attuale) a cura di Sarantis Thanopulos, presidente della Società Psicoanalitica Italiana (SPI).
  9. PSICOANALISI AL PRESENTE. Una rubrica di Alex Pagliardini (stimato lacanista) su Lacan, ripensato nel modo più attuale possibile. Nutrita e ricca.
  10. NOI DUE. Una rubrica a proposito dei gruppi di uditori di voci, strumento terapeutico per pazienti “vociferati”, che rappresenta una grande risorsa per riconsegnare un senso e un possibile significato al sintomo voce. A cura dell’Associazione Italiana Noi e le Voci.

Qui, infine, alcuni spunti sul materiale video di Psychiatry On Line!


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  • La controversia sul servizio di Le Iene sulla psicoterapia assistita da psichedelici (PAP) 18 May 2026
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  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE (SECONDA PARTE): FINE PENA MAI 3 February 2021
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  • MDMA PER IL TRAUMA: VIDEOINTERVISTA A ELLIOT MARSEILLE (A CURA DI JONAS DI GREGORIO) 16 November 2020
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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
  • Nella sezione FORMAZIONE sono contenuti post a contenuto vario, che hanno l’obiettivo di (in)formare il lettore a proposito di un determinato argomento.
  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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