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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

17 September 2021

UN LUOGO SICURO

di Raffaele Avico

Abbiamo qui affrontato da più angolazioni, e più volte, il tema del trauma e di ciò che significa attraversare un trauma singolo, o fuoriuscire da una trauma complesso/ripetuto.

Sappiamo che uno dei problemi maggiori in chi sopravviva a un evento traumatico, è il recupero di un senso di sicurezza percepita.

Non basta, inoltre, che il trauma venga spiegato/narrato a un possibile interlocutore: per recuperare il senso di sicurezza questo potrebbe non essere sufficiente, essendo il trauma ricordato non solo come episodio, ma anche come “memoria somatica”, incarnato nel corpo.

É cioè sul piano del corpo che il trauma sembra permanere con più forza, soprattutto quando questo sia avvenuto in un’età precoce; nel corso dello sviluppo, non tutto ciò che viene vissuto da parte del bambino viene infatti assimilato come fosse un episodio, o come un evento che verrà poi ricordato come un “normale” ricordo: in certe fasi dello sviluppo l’apprendimento avviene in modo procedurale, “assorbito” in modo implicito usando registri di memoria più profondi e non sempre mediati dal linguaggio.

Cosa significa questo?

Se il trauma è avvenuto in una fase molto precoce dello sviluppo del bambino, è possibile che non sia fattibile per lui/lei ricordarlo sotto forma di parola, o di “episodio”; è probabile invece che permangano una serie di difficoltà relative al “senso di sicurezza” percepita per via corporea, di difficile soluzione.

Più volte abbiamo qui approfondito come il problema non sempre debba essere affrontato per via verbale: molteplici linee di ricerca e nuovi rami della psicotraumatologia ci raccontano di come il corpo debba essere coinvolto nel lavoro di cura, quando sia necessario, e in modo “creativo”, se necessario. Sono un esempio di queste forme creative di utilizzo del corpo, le tecniche di grounding (qui alcuni esempi tramite una serie di video distribuiti gratuitamente dalla European Society for Trauma and Dissociation), le tecniche di psicoterapia sensomotoria mutuate dal lavoro di Pat Ogden, le risorse di “centratura”.

L’utilizzo di questi strumenti clinici in aiuto alla “semplice” psicoterapia ci racconta di come di fronte a pazienti che abbiano vissuto potenti traumi, si debba mettere al centro del lavoro, il corpo, e le sensazioni ad esso riferite.

Un tema centrale è, come si diceva, il tema della sicurezza percepita.

Per un sopravvissuto a un evento traumatico, un punto importante sarà tornare a sperimentare quel senso di “immobilità senza paura” che Stephen Porges chiarisce essere il presupposto per una vita sana e aperta alle relazioni con gli altri. Il che significa tornare a sperimentare “sicurezza”.

Il tema della presenza e della ricerca di un “luogo sicuro” è in questo senso fondamentale.

Il “luogo sicuro” prima di tutto è un luogo fisico, realmente esistente nella vita di un individuo, presso il quale lui/lei sia sicuro/a di sperimentare un senso di sicurezza.

Può essere una piccola stanza in un appartamento condiviso per uno studente universitario nel cuore di una grande città, una panchina nascosta in un parco, una certa sedia disposta in modo tale da farlo/a sentire protetto. Oppure, un ambiente più diffuso, come un paese di mare.

Chiedere a un individuo quale sia il suo/a luogo sicuro, porta solitamente a risposte abbastanza circostanziate e puntuali. Esiste più o meno per ognuno di noi un luogo fisico dove il “test neurocettivo” sia completamente passato, dove il nostro corpo ci fornisca chiari segnali del fatto che, lì, possiamo “distendere i nervi”.

I segnali corporei sono inequivocabili: le tensioni muscolari si allentano, il cuore decelera, si sperimenta un senso di ristoro progressivo e la forma stessa del pensiero cambia, assumendo un andamento più lineare, narrativamente coerente, con maggiore spazio all’introspezione e all’immaginazione. L’insegnamento di Bowlby qui torna potente: l’esplorazione (anche interiore, attraverso l’immaginazione) è possibile solo se in presenza di una condizione di sicurezza, di una “base sicura”.

A proposito di quest’ultimo punto, ci viene in aiuto la teoria polivagale di Stephen Porges, a raccontarci di come l’attivazione di una reazione di difesa, sia in grado di “spegnere” altre competenze cognitive, cambiando i contenuti e la forma stessa del pensiero.

Sempre nella teoria polivagale viene spiegato molto bene come l’uomo sia dotato di una sorta di “sesto senso” percettivo che gli consente, in modo implicito (senza cioè che questo tipo di valutazione arrivi alla coscienza), di valutare il grado di sicurezza di un determinato ambiente. Questo atto percettivo, viene chiamato neurocezione (lo abbiamo descritto qui).

Porges sottolinea in più passaggi come, nell’atto di progettare un luogo di cura, dovrebbe essere anche valutato il “grado di sicurezza” emanato dal luogo stesso, in particolare dove si abbia a che fare con persone traumatizzate o dalla salute compromessa, che in quel luogo, dovrebbero ri-trovare una condizione primaria di sicurezza “ambientale”.

Il tema del “luogo sicuro”, del “safe place”, è fondamentale, perchè in un quadro post-traumatico, avere almeno un luogo dove sia possibile per l’individuo sperimentare un senso di “immobilità senza paura”, avviando un processo di “ristoro” e di regolazione emotiva, può funzionare come un’oasi del deserto, un luogo di pace nel contesto di una realtà sperimentata come attivante e minacciosa.

Chiunque quindi si trovasse ad aver a che fare con persone colpite da trauma, dovrebbe dunque promuovere la creazione, anche artificiosa, forzata, di almeno un luogo sicuro, una “tana” sicura (ricordiamoci che il tutto risponde a un mandato evoluzionistico). Alcuni terapeuti utilizzano delle tecniche di imagery per quella che chiamano “installazione del luogo sicuro”, per esempio nel protocollo EMDR. In quest’ultimo caso, si tratta di promuovere da parte dell’individuo l’immaginare un luogo sicuro e pacifico “interiore”, da recuperare nel momento di maggiore disregolazione o minaccia percepita.

Come si svolge questo protocollo di “installazione del luogo sicuro”? Attraverso un esercizio di visualizzazione. Lo racconta bene questa collega.

Molto meglio, in ogni caso, interrogare il soggetto su un luogo reale, realmente esistente: un luogo dove poter sperimentare quello che, in teoria, dovrebbe essere la normalità -la possibilità di stare fermi, e riposare senza paura, appunto.

Ripetiamolo un’ultima volta: è importantissimo che il paziente possieda già o si crei in modo attivo un luogo che riesca a percepire come “tranquillo”, pacifico. Questo perché come sappiamo il problema del post trauma, consta, almeno all’inizio, in un difficile recupero di uno stato di sicurezza percepita come “fisica”, “corporea”, agevolata -almeno in prima battuta- dalla presenza di un “ambiente” -intorno- sicuro.


Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA.

Article by admin / Generale

13 September 2021

3MDR: UNO STRUMENTO SPERIMENTALE PER COMBATTERE IL PTSD

di Raffaele Avico

L’EMDR è una tecnica, o meglio, un protocollo di cui si conoscono in modo forte i benefici. La letteratura a proposito del suo utilizzo in ambito di PTSD e trauma, è molto vasta. Rimandiamo al sito dell’Associazione EMDR Italia per un approfondimento su quali siano le pubblicazioni più valide sul tema.

Quello che sappiamo, genericamente, è che l’EMDR dovrebbe essere utilizzato quando ci si trovi ad aver a che fare con pazienti che presentino stress post traumatico -in particolare nella sua forma intrusiva. Ricordiamo brevemente che i cluster sintomatologici dello stress post traumatico, sono:

  1. Cluster dell’intrusività
  2. Cluster dell’evitamento
  3. Cluster dell’alterazione in senso negativo di pensiero ed emozioni
  4. Cluster della disregolazione dell’arousal

Il DSM contempla una serie di richieste specifiche per poter fare diagnosi di PTSD, che sono qui descritte e a cui rimandiamo.

L’EMDR dovrebbe essere usato in particolare quando un soggetto presenti sintomi intrusivi (immagini potenti dell’evento traumatico che tornano alla mente sotto forma di flashback, ricordi disturbanti e salienti in forma visiva). In qualche modo, cioè, l’EMDR sembra presentare maggior benefici proprio a riguardo di uno dei problemi più pressanti dello stress post traumatico: il problema dell’elaborazione dei ricordi, della loro digestione al fine di una loro metabolizzazione, così da “lasciare il passato nel passato” (frase di Shapiro che riassume il tema centrale di ciò che concerne il trauma, ovvero la sua permanenza nella vita del soggetto anche nel momento presente, anche a distanza di tempo dal suo essere accaduto).

Il meccanismo di funzionamento della’EMDR è tuttora non chiaro, non conosciuto in modo definitivo. L’ipotesi che sembra più probabile (ma qui andiamo su punti di vista soggettivi, non assoluti), è che l’EMDR predisponga la mente a un’elaborazione cognitiva delle memorie depositate in zone profonde del cervello, cosa che avviene anche durante il sonno, come nell’ipotesi e nello studio di Marco Pagani che linkiamo qui.

Altra ipotesi plausibile o interessante, quella del doppio compito: è possibile che per accedere all’elaborazione di un ricordo forte in senso emotivo come un ricordo traumatico, debba essere applicato un “aggancio” in tempo reale a livello di “attenzione” somatica. Se, cioè, allo stesso tempo elicitiamo la memoria episodica (cosa stavo facendo e cosa ho vissuto durante il trauma) e convogliamo l’”attenzione” sul corpo per via di una stimolazione bilaterale (come avviene durante l’EMDR), è possibile che accedere ai ricordi sia più semplice grazie appunto al fatto che in quello stesso momento il “corpo” viene distratto o stimolato in modo neutro -cosa sufficiente a evitare che il paziente sia troppo sollecitato dal ricordo traumatico stesso. Qui linkati gli articoli su questo blog a tema #EMDR.

Questo articolo illustra il razionale clinico di una tecnica sperimentale mutuata dal protocollo EMDR che è stata chiamata 3MDR. Il sito del progetto è questo: https://www.ncmh.info/3mdr-treatment-resistant-ptsd/.

Qui un video che la esplica:

Il protocollo nasce da un gruppo di studio danese, come illustrato nel video.

Un paziente con un PTSD resistente al trattamento viene fatto camminare in modo assistito su un tapis roulant per circa 60 minuti, immerso in un contesto ricostruito in modo virtuale, che gli saprà ricordare il luogo dove si compì la traumatizzazione (esempio: deserto dell’Afghanistan).

Allo stesso tempo, durante la sua camminata (che si protrarrà appunto per circa 60 minuti), davanti al suo sguardo verrà fatto oscillare un cerchio con un numero progressivo che il paziente stesso dovrà enumerare ad alta voce, come una stimolazione bilaterale del protocollo classico EMDR.

Come in altre forme di stimolazione bilaterale, il razionale descritto è l’iperstimolazione della memoria di lavoro durante un’evocazione del ricordo traumatico, al fine di operare un riconsolidamento della memoria traumatica, verso una sua risoluzione (l’ipotesi del doppio compito prima citata).

Cosa viene approfondito in questo articolo?

Gli autori partono dal considerare come il PTSD resistente sia soggetto a un altissimo tasso di drop out da parte dei pazienti: da qui valutano come sia necessario tentare nuovi approcci al problema. Decidono così di mettere insieme un approccio più “strong” in senso di terapia espositiva, aiutandosi con i nuovi strumenti della realtà virtuale. Il paziente, camminando in un vero e proprio tunnel di schermi, vive un’immersione reale all’interno della situazione traumatizzante. Insieme a questo, beneficia degli effetti associativi e neutrotrofici dell’attività fisica, degli effetti dell’EMDR e della presenza fisica di un terapeuta che condivide con lui l’esperienza di immersione.

Qui riassunti i principi che hanno mosso gli autori alla creazione dello strumento:

Come si osserva, lo strumento ha natura multi-modulare (il suo nome completo infatti è Multi-modular Motion-assisted Memory Desensitization and Reconsolidation, 3MDR).

FUNZIONA?

Gli autori dell’articolo riportano 3 casi studio con effetti positivi. Troppo pochi ovviamente per costituirsi in un dato significativo; lo scopo tuttavia di questo lavoro è proporre uno strumento nuovo, combinando diversi approcci al trauma che si sono dimostrati tutti efficaci (esposizione, EMDR, attività fisica, passaggio da un setting faccia a faccia a un setting più compartecipato e condiviso), uniti all’interno di un solo strumento.

Gli autori concludono infine che prima dell’utilizzo dello strumento in questione, occorrerebbe prestare attenzione a quei pazienti particolarmente sensibili alla terapia espositiva: alcuni di questi infatti di fronte a un’attività troppo “espositiva”, potrebbero manifestare eccessiva disregolazione emotiva, rendendo lo strumento, in questi particolari casi, controindicato.


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6 August 2021

UN LIBRO PER L’ESTATE: “COME ANNOIARSI MEGLIO” DI PIETRO MINTO

di Raffaele Avico

Pietro Minto è il curatore di una newsletter molto interessante, dal titolo Link molto belli.

Tramite questa newsletter, Minto esplora e consiglia ai lettori angoli curiosi del web, pagine sconosciute, meme. Una sorta di wunderkammer erogata ogni sabato mattina, frutto della tendenza esplorativa dell’autore.

Nel 2021, a seguito di un anno pandemico, Minto esce con un libro di facile lettura, Come annoiarsi meglio, una riflessione sul potere e l’importanza della noia come momento di “pensiero”, in cui riflette sul cambio di paradigma culturale in atto, accelerato dalla pandemia in corso, nell’idea di una possibile riscoperta della noia come momento di creatività e auto-riflessione.

Il lavoro si accoda ad altri libri che ci aiutano a riflettere sul tempo in atto, sul presente che stiamo vivendo senza capirlo, ponendosi in osservazione da un vertice che potremmo definire contro-culturale nel senso più ampio del termine, semplicemente cioè aiutandoci a riflettere sul presente in modo critico.

Minto, in questo libro come nella sua newsletter, dimostra di padroneggiare l’impulso alla distrazione, guidandoci in un ragionamento lineare e pieno di spunti. Per esempio:

  1. a partire dall’avvento dei telefoni Blackberry con la mail integrata -attraverso cui i businessman dell’epoca (stiamo parlando del 2009) poterono per la prima volta portarsi il lavoro con sè-, il mondo si è interconnesso in modo totale, dando vita alla rivoluzione digitale di cui facciamo parte: Alessandro Baricco la chiama The Game e la paragona come portata a un cambio di epoca, come poté esserlo l’illuminismo, o il medioevo: un cambio cioè di paradigma, di portata “totale”
  2. Minto, nella prima parte di questo libro, ragiona sul concetto di noia, spingendosi in una spiegazione in un certo senso “genealogica”, partendo da quello che fu “l’inizio” del concetto stesso: accadde storicamente, in concomitanza con l’avvento della rivoluzione culturale cristiana, che l’idea di tempo passasse dall’avere forma di “cerchio”  a forma di “linea” (individualmente, per ognuno, dalla nascita verso un fine vita e un oltre vita); la presenza di un tempo lineare fornì il terreno adatto al germogliare di altre modalità di rappresentare il tempo, ovvero il tempo “sprecato”, il tempo “ben impegnato”, e di conseguenza i concetti di noia e impegno in senso allargato.
  3. molto spazio viene dato nel libro ad alcuni aspetti neuroscientifici relativi al concetto di noia (che in senso appunto “neuro” potremmo chiamare Default Mode, come qui approfondito): centrale la questione della dopamina e del reward; le piattaforme, ed è sempre più evidente anche ai “non addetti”, prevedono per come sono progettate dei meccanismi di ingaggio neurobiologico potenti, come appunto la creazione di reward NON garantiti (la garanzia di notifica toglierebbe salienza e significato alla notifica stessa), l’uso di notizie dal contenuto affettivo negativo con fini commerciali -perfette per alimentare il cosidetto doomscrolling, social media “senza fondo” come Instagram (la presenza del numero di pagina crea un effetto “filtro” e aiuta dell’automonitoraggio del tempo speso sul social: per questo il layout della pagina viene immaginato come “senza fondo”, infinito). Si crea così un meccanismo di ingaggio simile a quello del gioco d’azzardo.
  4. proseguendo la lettura, Minto ci aiuta a porre attenzione su altri “mostri” creati dalla rete, in grado di portare l’utente ad annullare ogni momento di noia e vuoto possibile: oltre al conosciuto FOMO (fear of missing out), l’autore cita la FOBO (fear of better options) e la NOMO, di sua creazione, ovvero “noncuranza of missing out”, una pratica di rinuncia riluttante all’incessantismo della rete. Da notare che la FOMO fu in grado, qualche anno fa, di produrre un epic-fail di portata mondiale come il Fyre Fest
  5. spostandosi in ambito professionale, il libro ci pone alcune riflessioni sulla natura del lavoro stesso; con l’avvento della rivoluzione digitale, sono cambiati in un solo colpo in concetti di lavoro e di spazio personale, essendosi allargato a dismisura il tempo potenzialmente speso nell’idea di “produrre” lavoro, con diversi rischi (il primo dei quali, ravvisa l’autore, è stato il perdere la possibilità -come già osservato- di fluttuare con la mente nel vuoto, di fare cioè daydreaming). Il problema sembra tuttavia più profondo: come già avevamo notato recensendo il libercolo Cronofagia (link), la pulsione alla produttività sembra aver colonizzato le istanze superegoiche del soggetto a tal punto da creare nella cittadinanza una sorta di spinta all’auto-sfruttamento, in ragione di un asservimento totale ai numeri, alle statistiche, ai dati di internet. Il concetto di gamification è qui centrale: se la vita diviene gioco, accumulo di crediti/soldi/visualizzazioni e di skills, e i feedback ottenuti da internet necessari puntelli all’autostima e al senso di efficacia, è lo stesso utente a indursi al lavoro, ad auto-sfruttarsi. Come diversi psicoanalisti hanno notato, il “padrone” è stato introiettato, come in una sorta di beffarda sindrome di Stoccolma sviluppata dai tempi in cui il “padrone” lo si contestava in piazza. Questo in parole povere significa: impossibilità di legittimarsi al vuoto, alla noia, una reperibilità continua in senso lavorativo, e una devastante tensione all’auto-imprenditoria, che ogni giorno notiamo ovunque. Su questi aspetti (inerenti la vita lavorativa), si veda anche questo.

Che fare, dunque?

Minto ci regala alla fine di ogni capitolo del libro, alcune pratiche di noia (come il flaneurism, la wikirace, la compilazione di un’agenda ipotetica del nostro tempo libero una volta erogato a tutti -in futuro- il reddito universale, e altri esercizi pratici), e spunti di riflessione anch’essi utili a produrre ulteriore tempo da dedicare a un ozio creativo; in questo senso, ci ricorda l’autore, è importante che tutti noi ci si impegni per meglio gestire il tempo dedicato al lavoro, soprattutto da remoto. Da free lance, Minto consiglia tendenzialmente un uso auto-disciplinato del tempo e dello spazio legato al lavoro da casa, una contro-forza all’auto-asservimento, una pratica quotidiana di riluttanza all’occupazione (pseudo)volontaria di ogni frangente di tempo libero.

In breve: dal tempo libero, al tempo liberato.


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Article by admin / Generale

3 August 2021

“I fondamenti emotivi della personalità”, JAAK PANKSEPP: TAKEAWAYS E RECENSIONE

di Raffaele Avico

In questa recensione podcast abbiamo visto i principali “takeaways” del libro di Panksepp e altri “I fondamenti emotivi della personalità“, del 2017.

Panksepp ci aiuta a comprendere come funziona le mente, la sua logica gerarchica di funzionamento, aiutandoci a formulare interpretazioni più corrette a riguardo del tema “stress post traumatico”.

Panksepp, autore visionario e ricercatore entusiasta, si spese per gettare una luce “etologica”, “animale” sulla mente dell’uomo, a partire dal suo libro più importante, “Archeologia della mente“.

Abbiamo qui scritto un’introduzione al lavoro dello psicologo estone.

Buon ascolto!


https://www.spreaker.com/user/psychiatryonlinepodcast/patreon-novembre-2020

Article by admin / Generale

28 July 2021

LIFESTYLE PSYCHIATRY

di Raffaele Avico

É del 2020 questo articolo uscito per una delle più impattate riviste di psichiatria mondiali, World Psychiatry, a proposito della cosiddetta “lifestyle psychiatry”, la psichiatria cioè riguardante lo “stile di vita” nel suo senso più ampio.

L’articolo è firmato da molteplici autori provenienti da università diverse, compreso il qui già citato Simon Rosenbaum, che con il suo gruppo tenta di integrare l’attività fisica alla psicoterapia nelle sindromi post traumatiche, di cui abbiamo qui già scritto.

Il lavoro sullo stile di vita è argomento fortemente promosso da Valerio Rosso, in Italia, da parecchio tempo.

Tornando all’articolo, in questo caso l’obiettivo era fare una meta-review della letteratura esisente a proposito dell’impatto di diversi fattori (tabagismo, attività fisica, sonno, dieta) sulla salute mentale; furono inclusi una quarantina di studi (questi) a partire da una ricerca iniziale a dir poco imponente nella sua rigorosità, con alcune osservazioni interessanti relativi ai comportamenti “chiave” da adottare come prevenzione allo sviluppo di patologia psichiatrica.

In breve:

  • alcune condotte aumentano il rischio di sviluppare patologie psichiatriche di vario tipo (scarsa qualità del sonno, tabagismo, sedentarietà, assenza di attività fisica, dieta sbilanciata)
  • alcune condotte mostrano invece conseguenze positive dirette sullo stato psicopatologico dei soggetti coinvolti, in particolare l’esecuzione di attività fisica in soggetti colpiti da depressione moderata e disturbi d’ansia

Gli autori identificano quattro “strumenti” da usare per lavorare in modo “bottom-up” per così dire, partendo dunque dal comportamento per arrivare alla mente, sul proprio stato di salute mentale: la dieta, l’attività fisica, la cessazione del tabagismo e la qualità del sonno.

Concludono osservando come l’attività fisica, tra i diversi “modi”, sembri essere la più studiata e la più consigliata modalità per contrastare l’insorgenza e il mantenimento di alcune patologie psichiatriche comuni come depressione moderata e ansia nelle sue varie forme: “From the literature to date, physical activity emerges as the most widely researched lifestyle factor.”.

In particolare parliamo qui di attività aerobica e di fitness cardiorespiratorio, con però una nota su altre forme di attività fisica, inerenti lo sviluppo di “forza”:

“Current recommendations pertain largely to aerobic activity and cardiorespiratory fitness as the focus of exercise interventions, as the majority of observational and interventional research in this area has focused on overall physical activity levels. While this is well-supported by the literature (with growing evidence of cardiorespiratory fitness itself reducing risk of psychiatric disorders), it should also be noted that there is now some evidence that muscular strength and resistance training also are protective against mental illness, even independently of general physical activity.“

Se immaginiamo una gerarchia tra i diversi comportamenti salutari presi in considerazione dalla meta-analisi in questione, attività fisica e qualità del sonno emergono come prioritari e maggiormente necessari qualora si vogliano cambiare abitudini di vita in funzione di una migliore salute mentale raggiunta. Meno evidenze, pur presenti, le troviamo per dieta e tabagismo.

Per quanto riguarda i meccanismi neurobiologici di base che ci aiutino a spiegare le cause di un impatto così potente dei fattori “chiave” inerenti lo stile di vita sulla salute mentali (di nuovo: tabagismo, dieta, sonno, attività sportiva), gli autori citano:

  1. infiammazione
  2. triangolo stile di vita/microbiota/cervello (seppur si parli qui di un’area di ricerca ai suoi “primordi”)
  3. effetti secondari di stili di vita errati (come una dieta scorretta che rende l’inviduo obeso, con conseguenze sul piano sociale e quindi personale dell’individuo); le aree di vita di un individuo, dovrebbero essere d’altra parte considerate interconnesse, entro una logica complessa, tutte inter-relate (si veda su questo il lavoro di Denny Borsboom che abbiamo qui descritto)

Qui un riassunto grafico dei risultati dello studio:

Su “stile di vita” e salute mentale da segnalare anche il contributo di Donatella Masante su questo Ebook a cura di Aisted, con approfondimenti mirati a proposito dei quattro fattori inerenti lo stile di vita connessi alla salute mentale prima segnalati.

Aisted (Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione) ha nello scorso anno erogato 2 ebook di libera fruizione e diffusione a proposito del trauma epidemico (ebook n.1) e della stabilizzazione come strumento clinico (ebook n.2). Qui il sito: aisted.it


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26 July 2021

LE DIVERSE FORME DI SINTOMO DISSOCIATIVO

di Raffaele Avico

Vediamo brevemente in cosa consiste soffrire di sintomi dissociativi, e in quali modi questi si manifestino.

Sappiamo che, genericamente, distinguiamo due forme di dissociazione: dissociazione strutturale della personalità e dissociazione di “stato”.

Ne abbiamo già parlato qui.

Il problema è che non esiste al momento un consenso finale sul modo con cui si possa manifestare la dissociazione, e una definizione unica che sappia racchiudere in sè tutte le sue forme.

Alcuni autori parlano per questo di uno spettro dissociativo, di una dimensione dissociativa che potenzialmente potrebbe essere osservata in molteplici altri disturbi (pensiamo per esempio ai disturbi gravi di personalità come il disturbo borderline o ai disturbi da dipendenza).

Partiamo dalle forme più comuni di sintomo dissociativo:

  • depersonalizzazione: il vedersi dal di fuori, uscendo da sé e osservandosi vivere (anche detta autoscopia)
  • derealizzazione: sentire che quello che sto vivendo non è reale, è artefatto o lontano in senso affettivo
  • amnesie e fughe dissociative (fette di esperienza, sembrano scomparire; per capirci, l’amnesia dissociativa sembrò essere implicata -divenendo un’attenuante- nell’uccisione del bambino a opera della madre nel delitto di Cogne)
  • detachment/scollamento e restringimento cognitivo: queste forme di disturbo dissociativo le osserviamo quando l’individuo pare interrotto, bloccato in una sorta di trance, con occhi sgranati, volto immobile e a-mimico (si veda questo video, di cui abbiamo scritto negli scorsi mesi, per un esempio)
  • disturbi inerenti la propriocezione e l’equilibrio: questi sintomi dall’apparente causa neurologica o riguardante il sistema vestibolare, non hanno in realtà causa medica in senso comune, cosa che li declassa automaticamente a disturbi psicosomatici; non è infrequente che un individuo, a seguito di un trauma, sperimenti giramenti di testa e senso di mancato radicamento alla terra; ne parla a fondo Stephen Porges con la sua Teoria Polivagale. Sull’impatto del trauma sul sistema vestibolare (equilibrio) si veda questo articolo (dal gruppo di lavoro di Ruth Lanius), o questo.

Andiamo a vedere ora le forme della dissociazione più controverse o di difficile lettura:

  • voci: sappiamo che i sintomi dissociativi possono assumere forma di voci simil-allucinatorie. Alcuni autori hanno notato questa somiglianza. Ne abbiamo parlato in questo articolo
  • deja vù
  • sintomi conversivi, con parti del corpo anestetizzate senza apparenti motivi medici, sintomi psicosomatici controversi e di difficile lettura (si veda anche questa recensione)
  • evidenti interruzioni e incoerenze nel costrutto autobiografico del soggetto, con un senso di “capitoli incollati insieme ma poco coerenti” nel “libro” della propria vita. Questo riguarda in particolare la dissociazione strutturale della personalità di Onno Van der Hart.
  • senso di distorsione del senso del tempo; in contesti traumatici o post-traumatici, quando per esempio l’individuo sia immerso in un flashback vivido, è possibile che il senso percepito soggettivamente del tempo si deformi: si veda qui per un approfondimento.

Ricordiamoci che per comprendere come funziona la dissociazione nella sua forma “attuale” -che non riguarda tutta la personalità ma solo il suo funzionamento nel momento peri e post traumatico-, dobbiamo rifarci al modello a cascata.

Nel corso di un evento traumatico, la mente riesce a elaborare le informazioni provenienti dal contesto, fino a una certa soglia di minaccia percepita. Come ci illustra in modo ottimo la già citata Teoria polivagale di Porges, raggiunta una certa soglia osserviamo un collasso delle funzioni cognitive, entro un andamento “a dente di sega”.

In concomitanza di questo momento di collasso, compaiono sintomi dissociativi.

I sintomi dissociativi sono dunque da intendersi come degli abbassamenti di tensione, momenti di scarico o implosione delle normali funzioni cognitive che ci permettono di adattarci alla realtà che ci circonda.

La mente, prima della loro comparsa, viene perturbata da ricordi o contenuti affettivamente attivanti, auto-generando poi uno stato di coscienza alterato a fini di protezione del sistema nella sua interezza.

Una lettura molto interessante l’ha data Liotti a proposito del fenomeno dello scollamento (detachment).

Liotti sostenne, come qui approfondito, che il detachment fosse da interpretare come il segno di uno shift da uno stato mentale a un altro: un momento dunque di passaggio, di transizione, indicativo del tentativo da parte della nostra mente di transitare da uno stato mentale a un altro, segno di uno stato di “frammentazione” interna.

Al di là delle finezze diagnostiche, la dissociazione è sempre più un costrutto teorico ampio che rischia, come per altre problematiche, di divenire un contenitore diagnostico “cestino”, in grado di contenere tutto ciò che non può essere spiegato in altro modo.

In realtà, sappiamo che chi ne soffre si rende molto bene conto di cosa significhi sperimentare inquietanti alterazioni della stato della coscienza senza apparenti spiegazioni.

Per approfondire.

Chiudiamo questa breve disamina con le parole di Benedetto Farina, e una sua intervista video:

“Recentemente un gruppo di studiosi provenienti dalle università di Londra, Cambridge, Manchester e Sheffield ha proposto una classificazione dei fenomeni dissociativi diversa ma per molti aspetti sovrapponibile a quella di Jackson e Janet (Brown 2006; Holmes et al. 2005). I ricercatori britannici ipotizzano che la dissociazione si possa esprimere con due forme differenti: i fenomeni da detachment (letteralmente distacco) e quelli di compartmentalization (letteral- mente compartimentazione). I primi corrispondono alle esperienze di distacco da sé e dalla realtà e consistono nei sintomi come la depersonalizzazione, la derealizzazione, l’anestesia emotiva transitoria (emotional numbing nella letteratura anglosassone), déjà vu, esperienze di autoscopia (out of body experiences). Queste esperienze sono tipicamente attivate da emozioni dirompenti provocate da esperienze minacciose ed estreme (Lanius et al. 2010a). I secondi emergono invece dalla compartimentazione di funzioni normalmente integrate come la memoria, l’identità, lo schema e limmagine corporea, il controllo delle emozioni e dei movimenti volontari e corrispondono a sintomi come le amnesie dissociative, l’emersione delle memorie traumatiche, la dissociazione somatoforme (sintomi da conversione, sindromi pseudoneurologici, dolori psicogeni acuti, dismorfofobie), l’alterazione del controllo delle emozioni e dell’unità dell’identità (personalità multiple alternanti). I sintomi da compartimentazione (diversamente da quelli di distacco che possono essere esperiti da chiunque in situazioni estreme) sono tipicamente conseguenze dello sviluppo traumatico e sembrano alterare la struttura stessa della personalità dell’individuo (Chu 2010; Classen et al. 2006; Lanius et al. 2010a; Liotti e Farina 2011). Per questo motivo alcuni Autori hanno proposto di riunire i fenomeni da compartimentazione con l’espressione dissociazione strutturale della personalità (van der Hart et al. 2006).”

Article by admin / Generale

19 July 2021

PRIMO LEVI, LA CARCERAZIONE E IL TRAUMA

di Raffaele Avico

Raccontare il dolore dei sopravvissuti dell’olocausto nazista non ha senso in un articolo di blog, ci limitiamo qui a prendere alcuni spunti dai lavori di Primo Levi per porre alcune questioni in ottica psicotraumatologica.

Il primo libro di Levi fu pubblicato nel 1958, seppur un articolo pubblicato sulla rivista medica Minervamedica fosse apparso, in sordina, già nel 1946 (articolo sconvolgente e scritto fresco di ritorno).

I libri comparvero a fine anni ’50, e da lì in avanti primo Levi sarebbe diventato sempre più scrittore, pur continuando il suo lavoro da chimico in una fabbrica di Avigliana, fuori Torino, dopo diversi anni di silenzio; lo stesso Levi racconta di come negli anni successivi la seconda Guerra mondiale, della tragedia ebraica si preferisse non parlare: ci vollero all’incirca 15 anni perchè il ricordo traumatico potesse far breccia nella coscienza della popolazione.

Lo racconta molto bene lo stesso Levi nella famosa intervista in concomitanza del suo ritorno ad Auschwitz.

Per quanto riguarda la vita quotidiana, la vita in Lager, i libri di Primo Levi sono diventati, negli anni, importantissima traccia di memoria, anche per lo stile scientifico con cui Levi seppe descrivere le reazioni psicofisiche dei deportati, lo stile di vita del Lager, i lavori forzati, la tragedia della Shoah nei suoi elementi più quotidiani.

Il primo libro scritto da Levi fu Se questo è un uomo, seguito da La tregua (per stare solo nei lavori a tema Olocausto) e da I sommersi e i salvati, una ricapitolazione delle convinzioni maturate dall’autore sulla sua esperienza, una riflessione più sul senso della sua esperienza, che non su quanto avvenne in Polonia negli anni della sua deportazione.

Cerchiamo di mettere in risalto alcuni spunti dai libri di Levi sugli aspetti psicotraumatologici della vita ad Auschwitz, a partire dalle sue osservazioni:

  • per prima cosa occorre notare che Levi si considerò sempre un privilegiato, un “salvato” per via del suo mestiere di chimico, per i pochi privilegi che ad Auschwitz gli vennero concessi, per l’istruzione acquisita a Torino all’università: occorre dunque osservare che l’esperienza del Lager gli fu facilitata da una serie di fattori contingenti: i “sommersi” è più che probabile avessero sofferto pene differenti, più crude
  • Levi descrive più volte il restringimento degli orizzonti cognitivi dei deportati: durante la prigionia -visti gli sforzi continui di adattamento alla realtà esterna, brutalizzante-, Levi si accorge chiaramente di come le priorità si restringono al qui ed ora, alla sopravvivenza contro il freddo, al procacciamento del cibo, anche nei bambini. Solo nei tempi morti, o più distesi, della vita del campo, fanno breccia nella coscienza dell’individuo altri, più vasti bisogni; per questo Levi racconta le domeniche e i momenti di stasi dalla vita da campo, come i momenti più penosi in termini psicologici, tanto che gli italiani in Lager, di domenica, avevano “smesso di riunirsi” (“a ritrovarsi, accadeva di ricordare e di pensare, ed era meglio non farlo”)
  • uno dei capitoli più sconvolgenti di Se questo è un uomo, è il capitolo sui sogni “Le nostre notti”: Levi sogna, nelle corte notti polacche, di mangiare (“molti schioccano le labbra e dimenano le mascelle”), di tornare in Italia, ma più spesso -e questo è l’incubo ricorrente e più doloroso- di tornare, raccontare e di non essere ascoltato. In un passo di Se questo è un uomo, Levi si confida a un compagno italiano di prigionia, Alberto, il quale gli confida di sognare lo stesso: di narrare e di non essere creduto.
    Osserviamo qui la consapevolezza di star attraversando un evento storico, e insieme il timore che l’assurdità del suo accadere non trovi spazio nella mente dei “civili”.
  • oltre a questa tipologia di sogni, ci sono gli incubi più “classici”, potremmo dire più classicamente post-traumatici. Levi scrive: “la sofferenza del giorno, composta da percosse, fame, freddo, fatica, paura e promiscuità, si volge di notte in incubi informi di inaudita violenza, quali nella vita libera occorrono solo nelle notti di febbre. Ci si sveglia ogni istante, gelidi di terrore, con un sussulto di tutte le membra, sotto l’impressione di un ordine gridato da una voce piena di collera, in una lingua incompresa”. Sogni dunque carichi di una violenza per così dire irrazionale, e di paura infantile.
  • connesso a questo punto (un restringimento dei bisogni, un focus sulla sopravvivenza nel presente) Levi osserva il senso di distorsione del passaggio del tempo: tutto accade, in Lager, nel presente. Viene persa cioè la coerenza narrativa dell’evento in cui ci si trovi a vivere: solo i più fortunati, i più acculturati, riusciranno a non smettere mai di osservare l’evento come un evento “prospettico”, inserito in un disegno temporale, con un prima e un dopo, così da scongiurare quello che Levi chiama “naufragio spirituale”. Nelle sue parole: “a dare un colpo di spugna al passato e al futuro si impara assai presto, se il bisogno preme”. Sulla distorsione del tempo nel trauma, si veda questo approfondimento
  • Levi osserva, nel capitolo “Una buona giornata”, un meccanismo psichico di adattamento al dolore mentale, una sorta di “gerarchia delle sofferenza”, che merita riportare in toto. Il contesto è quello di un giorno di sole e di tregua dal rigido inverno polacco, con una temperatura più mite:
    “Poiché tale è la natura umana, che le pene e i dolori simultaneamente sofferti non si sommano per intero nella nostra sensibilità, ma si nascondono, i minori dietro i maggiori, secondo una legge prospettica definita. Questo è provvidenziale, e ci permette di vivere in campo. Ed è anche questa la ragione per cui così spesso, nella vita libera, si sente dire che l’uomo è incontentabile: mentre, piuttosto che di una incapacità umana per uno stato di benessere assoluto, si tratta di una sempre insufficiente conoscenza della natura complessa dello stato di infelicità, per cui alle sue cause, che sono molteplici e gerarchicamente disposte, si dà un solo nome, quello della causa maggiore; fino a che questa abbia eventualmente a venir meno, allora ci si stupisce dolorosamente al vedere che dietro ve n’è un’altra; e in realtà, una serie di altre.”
  • l’annientamento psichico partiva, osserva Levi, dalla deprivazione identitaria: i deportati vennero fin da subito trattati come “pezzi”, come merce, fatti spogliare e osservati come casi clinici, come pesci in un acquario. Questo procurava un primo trauma, atto a indebolire costituzionalmente l’Io dei soggetti deportati, come osserva lo stesso Levi in appendice a Se questo è un uomo. In questa appendice Levi sottolinea come, visto questo stato di prostrazione psichica e fisica, ribellarsi ai carcerieri era pressoché impensabile
  • nell’intervista del suo ritorno ad Auschwitz, Levi racconta di aver osservato come, dopo la liberazione a opera dei Russi nel 1945, fossero molteplici le reazioni all’esperienza appena vissuta: molti furono coloro che preferirono non tornare con la mente sull’argomento, se non per brevi dolorosi momenti di apertura. Rimuovere, come sappiamo, è diverso dal dissociare: a detta di Primo Levi fu possibile osservare entrambe queste tipologie di reazioni nei sopravvissuti all’Olocausto.
 
Sul tema carcerazione e deprivazione, questi articoli potrebbero fornire alcuni spunti:
  • 1
  • 2

Troverete in questo doppio articolo un approfondimento fatto sulla psicologia della carcerazione, sulla base di un sito molto utile e ricco di materiale: ristretti.it.


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14 July 2021

“IL PICCOLO PARANOICO” DI BERNARDO PAOLI. PARANOIA, AMBIVALENZA E MODELLO STRATEGICO

di Raffaele Avico

Il libriccino Il piccolo paranoico di Bernardo Paoli ci fa entrare nel vivo del lavoro di uno psicoterapeuta breve strategico, con un paziente in età tardo-adolescenziale alla prese con una visione persecutoria dell’esistenza.

Il libro è molto scorrevole e agile alla lettura, in quanto corto e strutturato come un dialogo continuo, da cui il lettore può cogliere alcune strategie di psicoterapia breve mutuate dall’approccio dell’autore. Troviamo per esempio:

  • la prescrizione del sintomo come tecnica paradossale, attraverso il quale il “piccolo paranoico” cercherà conferme ai suoi pensieri peggiori, non trovandoli e perciò smontandoli usando un metodo empirico
  • l’uso delle “lettere di rabbia” come strumento di evacuazione della rabbia indotta da eventi relazionali avversi, a cui dovrà alternare “lettere d’amore” (verso la stessa ragazza) quando la rabbia, decaduta, avrà lasciato posto a sentimenti di abbandono e amore inutilizzato
  • la “congiura del silenzio” come strumento atto ad arginare il “contagio” della paranoia, e ad evitare che la rete sociale intorno al paziente formi una rappresentazione di lui troppo problematica, il che produrrebbe solamente un acuirsi del sintomo
  • la “fiducia strategica” come prescrizione paradossale data al paziente, chiedendogli di fare “come se” gli altri fossero ben disposti verso di lui, interrompendo in questo modo i “cicli interpersonali” problematici della paranoia

Al di là degli strumenti strategici messi in atto dal terapeuta nel corso della lettura (il libro è strutturato come un unico lungo dialogo terapeutico), troviamo alcuni spunti interessanti sul lavoro con la paranoia, che è un tema ostico su cui pochi si avventurano (data la complessità della sua trattazione):

  • la presenza di “premesse sbagliate”, schemi mentali troppo rigidi alla base di alcune risposte psicopatologiche (per esempio nel punto in cui il paziente si lamenta di un comportamento scorretto di un vicino di casa assumendo che “visto che la legge deve essere rispettata, allora tutti lo faranno”)
  • il lavoro atto a smontare l’egocentrismo del paziente, che di fatto si pone in una posizione relazionale regressiva, come se le persone dovessero “volergli bene per partito preso” e come se il bene degli altri non dovesse essere qualcosa di guadagnato. Per lavorare su questo punto il terapeuta usa la storia della “volpe e l’uva”, invitando il paziente a “imparare a saltare” senza rimanere affossato nella posizione mentale dell’”uva è acerba” visto che non può raggiungerla
  • la paranoia sembra spesso connessa -in superficie- a un aspetto di competizione sociale/questioni di “rango”, per cui a volte sembra risolversi quando il paziente senta di aver trovato “rivalsa” sull’altro o di averlo/a -meglio ancora- dominato/a.
  • Il lavoro fatto insieme al paziente sul tentare di meglio esplicitare i vissuti durante momenti di particolare gelosia: il terapeuta intende spingere il paziente a scoprirsi di più con la partner, in modo che risulti più semplice essere “letto” dalla compagna, in questo modo migliorando lo stile comunicativo

La paranoia, in generale, è un oggetto complessissimo: capirne i meccanismi di funzionamento vorrebbe dire aver disvelato uno dei misteri della psicopatologia umana. Se consideriamo alcune letture che sono state date, da scuole diverse, alla paranoia, troviamo:

  • la paranoia secondo una prospettiva psicodinamica classica, è aggressività proiettata all’esterno; uno dei concetti forse più utili per comprendere come possa funzionare l’ha tentato Melanie Klein parlando delle due posizioni schizoparanoide e depressiva, ragionando appunto su come in una certa fase della vita del bambino l’aggressività venga proiettata all’esterno, e i “mostri” siano sempre collocati all’esterno da sé: solo crescendo il bambino capirà che il mostro è “anche” interiore, e in una certo senso abita in lui/lei. In questo stato mentale (schizo-paranoide appunto), il mondo si struttura a partire da una polarizzazione radicale, con l’individuo innocente immerso in un mondo (potenzialmente) malvagio
  • la psicoterapia cognitiva (CBT) accampa teorie esplicative per lo più deboli, tentando di lavorare con il soggetto su pensiero e meta-pensiero, e quando va bene prendendo a prestito concetti di derivazione psicoanalitica relativamente all’introiezione della responsabilità e dell’ambivalenza. Spesso i protocolli CBT tentano di far sì che il soggetto prenda su di sé la responsabilità di alcuni accadimenti, senza esternalizzare costantemente la colpa – di fatto spingendolo verso la posizione depressiva teorizzata dalla prima citata Melanie Klein.
    Chi lavori con pazienti persecutori usando la CBT, si rende presto conto di come anche capendo i meccanismi e tentando di lavorare sul pensiero o sulla metacognizione del paziente, e anche quando il paziente stesso diventi consapevole razionalmente di tutto ciò, questo non sarà sufficiente a far decadere il sintomo, il che ci dice di come la CBT -per come è strutturata al momento- sia sostanzialmente inefficace con questo tipo di problematica (o almeno non sufficiente). Si ha sempre l’impressione che non vi sia una reale teoria esplicativa dietro, un reale modello del problema e che non sia sufficiente, all’americana, correggere il pensiero o applicare il “fake it ‘til you become it”, comportarsi cioè “come se” il problema fosse già risolto, al fine di elicitare nell’ambiente esterno una reazione che poi abbia un impatto sul singolo -che si rivela una modalità per lo più inutile, inconsistente soprattutto con pazienti medio-gravi. Per un approfondimento sulle teorie riguardanti la paranoia secondo il modello cognitivista, rimandiamo a questa pagina dell’ottima Tages Onlus. Interessante qui notare la distinzione tra due sottotipi di paranoia: la personalità “povero me” e la personalità “cattivo me”, per cui nel primo caso il paziente vive immerso da “buono” in un mondo che sente “cattivo” (c’è una totale deresponsabilizzazione), nel secondo caso invece il paziente sente la propria cattiveria degna di continue punizioni da parte dell’esterno (e qui invece c’è un senso di colpa intrinseco).
  • Massimo Recalcati contrappone la paranoia all’ambivalenza:
    “La clinica psicoanalitica delle psicosi di Jacques Lacan ha eletto la paranoia come sua figura fondamentale [..] Lacan vede nella paranoia – sempre sulla scia di Freud – un rigetto radicale del soggetto dell’inconscio, una sua negazione sistematica, un atteggiamento di non-credenza, di Un-glauben: nella paranoia non c’è divisione soggettiva, non c’è inconscio, ma solo Io […] La non-credenza paranoica indica che il soggetto non vuole credere alla propria colpa e alla propria responsabilità; egli si presenta solo come la vittima di un Altro malvagio; la sua innocenza è proporzionale alla colpevolezza irredimibile dell’Altro […] Per questa ragione la difesa paranoica si oppone a ogni esperienza possibile dell’ambivalenza; il suo punto fermo – la sua credenza fondamentale – è nell’Io, nell’identità monolitica dell’Io, nell’Io identico a se stesso […] In questo la paranoia appare a Lacan come la vera follia dell’uomo: l’errore patologico del paranoico è quello di credersi “quel che è”, di credersi un “Io”, di erigere il monumento ideale alla propria personalità rifiutando di riconoscere il kakon che lo abita.”
    La lettura del capitolo “Paranoia e ambivalenza” del libro L’uomo senza inconscio ci può dare in questo senso alcune occasioni di riflessione sulla scia di queste parole di Recalcati: vi si spiega in modo molto efficace, nella stile di Recalcati, quello che la psicoanalisi storicamente già disse con Freud sulla paranoia: si tratterebbe cioè della necessità, per il soggetto, di proiettare all’esterno una quota di aggressività -con il fine di salvarsi da una frammentazione identitaria, e di “compattarsi” contro l’altro. In fondo, la paranoia avrebbe in questo senso una funzione di rinforzo dell’Io, compatto contro il nemico “esterno”. Inoltre, permetterebbe all’individuo di schermarsi contro aree di insensatezza esterne a sè, conferendo a “tutto” un significato (“tutto è segno“). Recalcati osserva come il soggetto, in questo modo, neghi l’ambivalenza costituente di ogni affetto umano; in questo senso, il lavoro della psicoterapia è un lavoro apposto al “lavoro della paranoia”, essendo che la psicoanalisi tenta di portare il “terreno di gioco” dei problemi del paziente a un livello interiore, intra-psichico. In questa visione, la paranoia è prima di tutto interna, la scissione e la polarizzazione si compie prima di tutto interiormente: solo in un secondo momento verrà proiettata all’esterno. Questo capitolo (abbiamo intervistato qui Nicolò Terminio su questo libro) rappresenta una lettura più tecnica ma profonda del problema della paranoia, attraverso il modello esplicativo psicoanalitico.
  • assumere alcune sostanze rende gli individui persecutori, questo è un elemento molto osservato in clinica. Assumere per esempio cannabis e soprattutto cocaina/crack, aumenta il senso di persecutorietà. La cocaina aumenta in modo spropositato la quantità di dopamina negli spazi intersinaptici del cervello, procurando diversi sintomi in acuto, tra cui -spesso- paranoia fortissima e non-criticabile. La dopamina porta l’individuo a cambiare assetto mentale, aumentando in modo estremo l’“affordance” della realtà esterna, rendendolo cioè più volitivo, più “ingaggiato” dalla realtà circostante: in una parola, lo porta al massimo del suo livello di agonismo, trasformando la sua visione della realtà in quella di un “guerriero” immerso in uno scenario di “conflitto”. Abbiamo qui scritto relativamente alla teoria della salienza aberrante per la psicosi, un modello di lettura di alcune forme di psicosi correlato a un livello sproporzionato di dopamina. In un certo senso capire l’effetto della cocaina sul cervello potrebbe illuminarci su ciò che determina l’insorgenza di un vissuto persecutorio, aiutandoci a meglio chiarire la questione su quanto la paranoia sia o meno una questione “solamente” biologica.

In generale, Il Piccolo Paranoico tenta di fornire delle indicazioni pratiche per un terapeuta o un paziente che si scontri con il problema della paranoia, usando modalità comportamentali/prescrittive mutuate dal modello strategico per la paranoia, a sua volta influenzato dal modello psicoanalitico relativo a questo problema; l’obiettivo sembra quello di forzare il paziente a raggiungere l’ambivalenza, quell’”impasto” tra amore e odio che, riprendendo Recalcati, “emerge come irriducibile costringendo a un collasso critico ogni concezione meramente separativa degli opposti”.

Lo stile terapeutico è prescrittivo, quando non “espositivo” (il terapeuta indica al paziente alcune modalità di ragionamento e di comportamento che, esponendolo a una situazione per lui nuova, creeranno le condizioni affinché il suo sistema di interazione con la realtà cambi). Da leggere in quanto ricco di spunti, e particolarmente adatto quando si abbia a che fare con una vissuto paranoico “ad alto funzionamento”, con grandi capacità di lavorare su di sé da parte di un paziente “leggero”.

Qui il link Amazon.


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8 July 2021

RECENSIONE PER PUNTI DI “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE”

di Raffaele Avico

Una recensione podcast, per punti del libro La guida alla Teoria Polivagale di Stephen Porges.

Alcuni punti trattati:

  • la differenze tra neurocezione e interocezione
  • la sicurezza nei setting terapeutici
  • la gerarchia della sicurezza
  • il paradosso del vago 
  • la neurocezione usata come spunto per cambiare le caratteristiche del setting (rimozione dei suoni a bassa frequenza) 
  • il safe and sound protocol
  • il “preambolo dell’attaccamento”
  • l’importanza del gioco
  • l’avversione al gusto come apprendimento a prova singola, il trauma come apprendimento a prova singola
  • differenza tra sintomi sopra e sottodiaframmatici (diagnosi differenziale)
  • l’uso degli animali per il trattamento del trauma (co-regolazione reciproca come imperativo biologico)

Buon ascolto!


https://www.spreaker.com/user/psychiatryonlinepodcast/giugno-2020

Article by admin / Generale

7 July 2021

I VIRUS: IL LORO RUOLO NELLE MALATTIE NEURODEGENERATIVE

 di Marco Colamartino

Non possiamo negare che la parola “virus” sia ormai diventata di uso comune a causa della pandemia mondiale che stiamo vivendo.

Eppure, anche se il negazionismo di questi tempi è diffuso ed alcuni sostengono l’esistenza di strani complotti, i virus ci sono sempre stati e molti di questi sono molto pericolosi anche per il nostro sistema nervoso. Essendo dei parassiti endocellulari obbligati, i virus hanno bisogno delle nostre cellule per replicarsi e per diffondersi e mutano continuamente per adattarsi all’ospite che infettano.

I virus che possono infettare l’essere umano ed avere ripercussioni anche serie sul nostro sistema nervoso sono generalmente gli herpesvirus di tipo 1-2 o 3 (HHV1 e HHV2 sono anche conosciuti come “herpes simplex” mentre HHV3 è l’herpes zoster virus, responsabile della varicella), il citomegalovirus (CMV), l’HIV, l’Espstein Barr virus (EBV), l’Ebola e alcuni virus della rabbia. Una certo rilievo hanno anche il virus del morbillo e il coxsackievirus conosciuto per la “mani-bocca-piedi” che può provocare meningite asettica. (Dando et al., 2014).

Anche il SARS-CoV-2 sembra coinvolgere, con dei meccanismi ancora oggi in fase di studio, il nostro sistema nervoso.

Pericolosi per il nostro sistema nervoso sono anche alcuni batteri (basti pensare allo streptococco, responsabile della forma più diffusa di meningite) ma anche parassiti, miceti, e protozoi.

Ritornando a parlare dei virus, i meccanismi noti per cui un virus può riuscire ad entrare nel nostro sistema nervoso centrale sono tre:

  • Utilizzando i terminali nervosi periferici (molti virus utilizzano questo meccanismo, come per esempio alcuni herpesvirus e alcuni coronavirus) (van Riel et al., 2015)
  • Infettando e danneggiando le cellule endoteliali della Barriera Ematoencefalica (Verma et al., 2009; Fletcher et al., 2012)
  • Infettando le cellule immunitarie che attraversano la Barriera Ematoencefalica (questo meccanismo è utilizzato dal virus dell’HIV. Tale virus diventa un vero e proprio “cavallo di Troia” riuscendo così ad entrare nel SNC). (Larochelle et al., 2011; Takeshita and Ransohoff, 2012; Bostanciklioglu, 2020).

Una volta entrati nel SNC, questi virus possono provocare encefaliti, mieliti o meningiti virali. Anche se molto spesso l’azione virale sul SNC termina con la sconfitta del virus, alcuni di questi possono provocare dei danni progressivi a strutture cerebrali, alle funzioni cerebrali e alla cognizione; inoltre, questi virus possono provocare infezioni croniche o entrare in fase latente per riattivarsi poi in particolari condizioni (come per esempio il virus dell’HIV, il virus del morbillo e alcuni herpesvirus) (Rodriguez et al., 2020).

Ma quali sono i disturbi del sistema nervoso che possono essere influenzati da infezioni virali?

  • Disturbo neurodegenerativo da HIV = come scritto sopra, il virus dell’HIV riesce a infettare le cellule del sistema nervoso utilizzando i linfociti e i monociti come veicoli. Le principali cellule target dell’HIV sono quelle della microglia, gli astrociti ed i neuroni motori e corticali; per questo motivo il soggetto con HIV va incontro ad una progressiva demenza con associati disturbi motori, cognitivi e comportamentali (Almeida and Lautenschlager, 2005).
  • Il morbo d’Alzheimer = il morbo d’Alzheimer è un disturbo neurodegenerativo caratterizzato da un graduale declino cognitivo. Il morbo è associato ad un’attivazione del sistema immunitario e ad un’infiammazione periferica cronica (Culibrk and Hahn, 2020). Nei soggetti con l’Alzheimer si rileva la presenza di gomitoli neurofibrillari in alcune strutture cerebrali (dovuti all’alterazione della proteina TAU) e di placche senili (che sono accumuli della glicoproteina amiloide). Le funzioni cognitive più compromesse sono la memoria, l’attenzione, la capacità di organizzare ed elaborare informazioni complesse, di elaborare il pensiero astratto e la capacità di valutare e prendere delle decisioni. Studi recenti hanno osservato che alcuni virus possono contribuire al manifestarsi del morbo di Alzheimer, in modo particolare gli herpesvirus (HHV1 – HHV6 – HHV7) (Lovheim et al., 2015; Readhead et al.,2018), l’Epstein Barr virus e il citomegalovirus (Carbone et al., 2014). In modo particolare, tra questi, l’herpesvirus 1 (HHV1) sembra essere particolarmente coinvolto in specifici danni al DNA che possono facilitare l’insorgenza del morbo d’Alzheimer (Looker et al., 2015).
  • La Sclerosi Multipla = la sclerosi multipla è un disturbo neurodegenerativo e neuroinfiammatorio del sistema nervoso centrale caratterizzato da particolari lesioni della mielina del cervello che portano progressivamente a disabilità fisiche e cognitive. Alcuni studi hanno osservato che particolari virus possono facilitare l’insorgenza della Sclerosi Multipla; in modo particolare in soggetti con SM, sono stati trovati elevati livelli trascrizionali nel SNC degli herpesvirus HHV3 e HHV6 (Mancuso et al., 2007; Alvarez-Lafuente et al., 2008) ma anche di alcuni coronavirus (Burks et al., 1980) e dell’Epstein Barr virus (Mameli et al., 2012). Sembra che questi virus possano andare ad interagire con il processo di produzione della mielina nelle lesioni della Sclerosi Multipla (Kremer et al., 2013) ed in quello di demielinizzazione (Rolland et al., 2005).
  • La Sclerosi Laterale Amiotrofica = la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) è un disturbo neurodegenerativo caratterizzato da una progressiva perdita dei motoneuroni corticali e spinali. Anche se è noto oggi che la SLA è correlata a particolari mutazioni genetiche (Yousefian-Jazi et al., 2020) alcuni virus sono particolarmente coinvolti nell’insorgenza del disturbo, come il virus dell’HIV che sembra agire nei processi di neuroinfiammazione dei motoneuroni (Moulignier et al., 2001).
  • La Schizofrenia = la schizofrenia è un disturbo neuropsichiatrico caratterizzato da allucinazioni, psicosi e visioni. Si sa poco sulla schizofrenia oggi; le informazioni note sono che ha un esordio precoce (giovane età adulta) e che emerge da un’associazione di fattori genetici ed ambientali. Nei pazienti con schizofrenia è stata osservata una disregolazione della risposta immunitaria che porta ad uno stress neurale consistente (Pearce et al., 2019; Nettis et al., 2020) e sembra che questo possa essere influenzato anche dall’infezione di alcuni tipi di virus, come gli herpesvirus (HHV2) (Arias et al., 2012). Studi recenti hanno anche dimostrato che infezioni virali nel periodo perinatale (dovute ad esempio anche dal virus dell’influenza) possano aumentare i processi neuroinfiammatori e produrre neurotossicità, contribuendo all’insorgenza del disturbo (Perron et al. 2008).

Infine, concludiamo con un approfondimento proprio sul SARS-CoV-2.

Non si è ancora capito se il virus acceda o meno al nostro sistema nervoso: inizialmente si pensava che questo virus potesse giungere al cervello attraverso i nervi olfattivi e forse anche attraverso il nervo vago (Guadarrama-Ortiz et al., 2020; Liu et al., 2020) e che questo meccanismo potesse determinare una risposta neuroinfiammatoria al virus con associati sintomi neurologici come capogiri, cefalea, convulsioni, emorragia intracerebrale ed ictus (Benger et al., 2020; Guadarrama-Ortiz et al., 2020). Uno studio recente però, pubblicato su Nature (“Dysregulation of brain and choroid plexus cell types in severe COVID-19”) ha dimostrato come il virus del SARS-CoV-2 non entri direttamente nel nostro sistema nervoso centrale evidenziando però come i soggetti infettati presentassero una diminuzione della funzionalità dei neuroni della corteccia frontale e una sovraespressione di geni correlati alla depressione e alla schizofrenia. Lo studio però spiega come l’impatto di questo virus sul sistema nervoso centrale sia ancora sotto oggetto di studio; si ipotizza comunque un qualche tipo di coinvolgimento indiretto in quanto più di un terzo dei soggetti infettati presenta sintomi neurologici anche a distanza di molto tempo dall’infezione che si manifestano nella sindrome da fatica cronica ed encefalomielite mialgica (Nath and Smith, 2021).

BIBLIOGRAFIA

Almeida, O. P., and Lautenschlager, N. T. (2005). Dementia associated with infectious diseases. Int. Psychogeriatr. 17, S65–S77.

Alvarez-Lafuente, R., Garcia-Montojo, M., De Las Heras, V., Dominguez-Mozo, M. I., Bartolome, M., Benito-Martin, M. S., et al. (2008). Herpesviruses and human endogenous retroviral sequences in the cerebrospinal fluid of multiple sclerosis patients. Mult. Scler 14, 595–601. doi: 10.1177/ 1352458507086425

Arias, I., Sorlozano, A., Villegas, E., de Dios Luna, J., McKenney, K., Cervilla, J., et al. (2012). Infectious agents associated with schizophrenia: a meta-analysis. Schizophr. Res. 136, 128–136. doi: 10.1016/ j.schres.2011.10.026 

Benger, M., Williams, O., Siddiqui, J., and Sztriha, L. (2020). Intracerebral haemorrhage and COVID-19: Clinical characteristics from a case series. Brain Behav. Immun. 88, 940–944. doi: 10.1016/ j.bbi.2020.06.005

Bostanciklioglu, M. (2020). SARS-CoV2 entry and spread in the lymphaticdrainage system of the brain. Brain Behav. Immun. 87, 122–123. doi: 10.1016/j.

Burks, J. S., DeVald, B. L., Jankovsky, L. D., and Gerdes, J. C. (1980). Two coronaviruses isolated from central nervous system tissue of two multiple sclerosis patients. Science 209, 933–934. doi: 10.1126/ science.7403860

Culibrk, R. A., and Hahn, M. S. (2020). The Role of Chronic Inflammatory Bone and Joint Disorders in the Pathogenesis and Progression of Alzheimer’s Disease. Front. Aging Neurosci. 12:583884. doi: 10.3389/ fnagi.2020.583884

Dando, S. J., Mackay-Sim, A., Norton, R., Currie, B. J., St John, J. A., Ekberg, J. A., et al. (2014). Pathogens penetrating the central nervous system: infection pathways and the cellular and molecular mechanisms of invasion. Clin. Microbiol. Rev. 27, 691–726. doi: 10.1128/ cmr.00118-13

Fletcher, N. F., Wilson, G. K., Murray, J., Hu, K., Lewis, A., Reynolds, G. M., et al. (2012). Hepatitis C virus infects the endothelial cells of the blood-brain barrier. Gastroenterology 142:e636.

Guadarrama-Ortiz, P., Choreno-Parra, J. A., Sanchez-Martinez, C. M.,Pacheco-Sanchez, F. J., Rodriguez-Nava, A. I., and Garcia-Quintero, G. (2020). Neurological Aspects of SARS-CoV-2 Infection: Mechanisms andManifestations. Front. Neurol. 11:1039. doi: 10.3389/ fneur.2020.01039

Kremer, D., Schichel, T., Forster, M., Tzekova, N., Bernard, C., van der Valk, P., et al. (2013). Human endogenous retrovirus type W envelope protein inhibits oligodendroglial precursor cell differentiation. Ann. Neurol. 74, 721–732. doi: 10.1002/ ana.23970

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1 July 2021

LA PLUSDOTAZIONE SPIEGATA IN BREVE

di Raffaele Avico

Per plusdotazione (giftedness in inglese) è da intendersi come una particolare dotazione in termini cognitivo/intellettivi, posseduta da circa il 2% dei bambini. Questi bambini appaiono molto acuti nelle osservazioni, veloci in termini di performance cognitive, e rischiano spesso di esser confusi con bambini sofferenti di disturbi dell’attenzione o ADHD.

In questo senso è opportuno prestare particolare attenzione al formulare una diagnosi differenziale adeguata. Se per esempio osserviamo un bambino particolarmente agitato e in difficoltà nel momento in cui debba concentrarsi su un compito particolare, potremo pensare a due opzioni distinte, ovvero a una condizione di protratta difficoltà attenzionale (il bambino non riesce a concentrarsi per un tempo sufficiente su nessuno stimolo), contrapposta a una semplice “troppa limitatezza” dello stimolo nei casi, appunto, di una plusdotazione.

È frequente osservare che bambini plusdotati o con QI molto alti (per esempio 130, con la media che si attesta sui 100) presentino nel corso del percorso scolastico alcune difficoltà peculiari, spesso arrivando al drop-out o a sviluppare pesanti forme di sofferenza e fobia scolare.

Perchè avviene questo?

Per cominciare dobbiamo fare riferimento all’aspetto della dissincronia di sviluppo tra capacità cognitive e assetto emotivo. Un bambino plusdotato potrà ragionare a 5 anni come un ragazzino di 10, emotivamente però restando un bambino di 5. È facile intuire come questo tipo di dinamica possa condurre a fraintendimenti e sofferenza nel contesto del rapporto tra lo stesso bambino e i suoi genitori o gli insegnanti.

Molteplici gruppi di lavoro sul tema stanno lavorando affinché la scuola possa erogare servizi speciali a bambini plusdotati, compresa la possibilità -proposta dall’Associazione italiana Sviluppo del Talento e della Plusdotazione- di poter “saltare” due anni scolastici durante la preparazione al percorso universitario.

Per comprendere le sfaccettature e le dimensioni del problema, viene usato un modello teorico multidimensionale che comprende un focus doppio, concentrandosi sulle caratteristiche di personalità e sull’ambiente in cui il bambino si trovi a crescere; riassumiamo quindi con un generico:

PLUSDOTAZIONE = CARATTERISTICHE DI PERSONALITÀ e GENETICHE+AMBIENTE

Per tornare agli aspetti di diagnosi e riconoscimento, sono stati rintracciati quattro errori comunemente fatti nel riconoscere bambini plusdotati:

  1. confondere il bambino plusdotato con un bambino sofferente di ADHD: questo avviene perchè, effettivamente, alcuni comportamenti messi atto da bambini con AHDH possono essere sovrapponibili ad atteggiamenti tenuti da bambini plusdotati; a fare la differenza, in questo caso, sarà la pervasività del problema: nell’ADHD, il problema sarà costante ed endemico, non focalizzato a solo alcuni contesti, come invece accadrà per il plusdotato
  2. confondere il bambino plusdotato con un bambino affetto da sindrome oppositivo-provocatoria: spesso i bambini plusdotati sono particolarmente “volitivi” e possono sembrare, in alcuni frangenti, aggressivi; occorrerà dunque capire in che modo questa aggressività si esprima e con quale costanza durante la vita quotidiana questa si manifesti
  3. confondere il bambino plusdotato con un bambino affetto da disturbo dell’umore o da DOC: è possibile che la presenza di alcune aree di plusdotazione, produca un’alterazione del tono dell’umore del bambino, a tratti “euforico”; questo non dovrà far pensare tuttavia a un disturbo dell’umore a meno che gli stessi sbalzi non si manifestino in modo ricorrente, attraverso cicli lunghi e in modo “estremo”; lo stesso vale per il DOC (quindi attenzione a formulare una giusta diagnosi differenziale tramite un’osservazione “lunga”)
  4. confondere il bambino plusdotato con un bambino affetto da DSA: il tema dei DSA i questi casi è un tema delicato; un po’ come succede per bambini colpiti da disturbi dello spettro autistico, è possibile che bambini plusdotati siano “eccellenti” in aree singole della loro intelligenza, e meno in altre; potrà capitare di riscontrare nella loro produzione scolastica alcune aree di difficoltà (molto frequente la disgrafia)

Come si deve comportare una famiglia con un bambino plusdotato? In questi casi occorrerà saper garantire al bambino i giusti stimoli in una quantità e qualità tale da “stimolarlo”, senza caricarlo però di aspettative irrealistiche che potrebbero produrre dei contraccolpi a livello di autostima. Occorrerà cioè trovare un punto di equilibrio. L’Associazione Italiana per lo Sviluppo del Talento e dei Plusdotati, propone l’inserimento, a scuola, di un mentor formato a questo scopo.

Esiste in Italia, presso l’università di Pavia, un laboratorio che si occupa da anni, in particolare, di Plusdotazione, si chiama LabTalento.

Ulteriori informazioni e approfondimenti il sito dell’AISTAP.


Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA.

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24 June 2021

COS’É LA COGNITIVE PROCESSING THERAPY?

di Raffaele Avico

A Chicago, nel contesto della Rush University, c’è un centro specialistico per il PTSD, chiamato Road Home Program. Cosa si fa in questo centro? Prima di tutto diamo un’occhiata al sito: https://roadhomeprogram.org/

Questo centro è pensato per i veterani di guerra e per coloro che in generale soffrono di PTSD. É facile comprendere come lo stress post traumatico sia più frequente da rintracciare in uno Stato impegnato in campagne militari pressoché continue, come gli USA. Questo centro è uno dei tanti centri preposti alla presa in carico di questo tipo di problema.

Le formule di presa in carico sono diverse, con anche formule molto intense e della durata corta (due settimane). Per quanto riguarda la presa in carico canonica, qua troviamo l’offerta dei servizi clinici per i veterani afferenti al programma.

Uno degli strumenti clinici offerti, è la CPT: Cognitive Processing Therapy, strumento -insieme alla CBT trauma informed- elettivo per il PTSD semplice e complesso.

Cerchiamo di capire cos’è la CPT e come si affronta un percorso incentrato su questo tipo di terapia. Il primo documento a cui riferirsi, è questa pagina dell’APA.

Vediamo i punti salienti della CPT e come si somministra/cos’è:

  1. è un ciclo di 12 sedute, ognuna incentrata su un argomento singolo
  2. si strutturava, in origine, su un lavoro scritto (la tecnica dell’autobiografia del trauma, ricordiamo, pertiene anche ad altre correnti di psicoterapia nostrane, come la psicoterapia breve strategica, che usa la ri-scrittura del trauma come intervento principe); allo stato attuale, tuttavia, l’elemento scritto non è più centrale, rappresentando solo uno dei modi con cui la CPT può essere somministrata
  3. gli obiettivi di massima sono tre: 1) ridurre lo stress, 2) ridurre il senso di rabbia, vergogna e impotenza e 3)migliorare la qualità della vita. Questo video riassume bene anche gli step del percorso e le fasi (passaggio di skills, ristrutturazione delle credenze disfunzionali sul trauma e psicoeducazione, e altro):
  1. Come possiamo osservare in questo video, uno degli aspetti che viene sottolineato è il tema del senso: l’obiettivo della CPT sembra fornire al paziente una storia con cui possa vivere; in altre parole, occorre che il soggetto attribuisca un senso all’evento traumatico, riesca a spiegarselo attraverso una qualche forma di pensiero narrativo. Torna la questione della scrittura. Uno degli obiettivi principali, sembra essere il poter vedere l’evento come parte di una storia di vita formata da più sfaccettature, più complessa. Ovvero, per esempio, cercare di vedere aspetti positivi della propria vita anche in seguito al trauma. Un obiettivo generale della psicoterapia, d’altronde, rimane il poter “ampliare” il proprio sguardo sulla realtà.
  2. Un concetto espresso molto bene nel seguente video può aiutare a farci capire come funziona la CPT. Vengono citati i cosiddetti stuck point, punti di blocco in grado di fermare il paziente post traumatizzato nella sua vita quotidiana. Le abbiamo chiamate altrove cognizioni negative, pensieri negativi in gradi di impattare in modo forte sulla vita mentale di un individuo. Al di là del nome con cui definiamo questi pensieri, l’idea del video è che “piccoli cambiamenti nei pensieri, possano creare grandi cambiamenti nella tua vita”, il che è molto americano come ti approccio alla cosa, ma allo stesso tempo vero. Ecco il video:

Ne emerge dunque l’immagine generale di un protocollo breve di terapia cognitivo comportamentale focalizzata sul trauma, della durata di circa 3 mesi. Per approfondire il tema, questa pagina è strettamente dedicata alla CPT somministrata a persone con PTSD: https://cptforptsd.com/


Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA. Qui invece l’area membri/Patreon per sostenere il blog, in cambio di contenuti dedicati (4€/mese)

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19 June 2021

SULLA TERAPIA ESPOSITIVA PER I DISTURBI FOBICI: IL MODELLO DI APPRENDIMENTO INIBITORIO DI MICHELLE CRASKE

di Raffaele Avico

Affrontare in psicoterapia le problematiche di natura fobica non è semplice soprattutto perché queste si innervano in molti disturbi; troviamo delle “nervature” fobiche in molti problemi comuni, come il disturbo di panico (che in fin dei conti è un disturbo fobico, in cui cioè è presente un oggetto che viene temuto -in questo caso il panico stesso-, e che è in grado di scatenare reazioni potenti di allarme), il disturbo ossessivo compulsivo (pensiamo per esempio alla fobia di contaminazione), i disturbi post traumatici in cui alcuni elementi del mondo interiore (come i ricordi post traumatici o le flashbulb memories, o alcune parti di sé) divengono oggetti di fobia (che in questo caso viene appunto chiamata fobia degli stati interni).

Osserviamo che l’individuo si abitua a vivere un mondo sempre più piccolo: come in un gioco in soggettiva, alcune aree o zone del suo mondo divengono lentamente oscurate, off-limits, non raggiungibili: la zona di comfort sembra l’unica in grado di garantire il senso di sicurezza dell’individuo.

Alcune situazioni però ci fanno riflettere su come funzioni e come si risolva il disturbo fobico. Proviamo a illustrarne alcune con delle vignette cliniche:

  • una paziente supera molto rapidamente la sua fobia per il volo quando richiamata nel suo paese di origine da una notizia grave a riguardo di un suo famigliare
  • un paziente con disturbo di panico con agorafobia, si trova ad assistere in prima persona a un terremoto: in quel momento emerge in lui una calma serafica, che lo rende perfettamente in grado di aiutare molteplici persone colpite dal cataclisma, come avendo dimenticato il disturbo di panico che prima sembrava così invalidante
  • una paziente con fobia di contaminazione, supera la sua paura dopo aver ricevuto una diagnosi negativa poi rivelatasi incorretta, che lo porta a superare in un colpo la maggior parte dei suoi blocchi

Queste situazioni cliniche sono tutt’altro che rare, e anzI si presentano frequentemente in concomitanza con i problemi dello “spettro fobico”, portandoci ad alcune osservazioni che riguardano la sua fenomenologia:

  • in alcune situazioni si instaura tra il disturbo fobico e un altro problema, un conflitto che riguarda il peso che quei due problemi rappresentano per il paziente. Sembra esistere cioè un momento in cui il paziente compie implicitamente una valutazione sul male minore tra due scelte differenti, pur entrambe sofferte: spesso la problematica fobica viene valutata come la meno conveniente in termini di priorità, e bypassata, risolvendosi in modo pressoché totale. Già questo ci dovrebbe far riflettere su come il problema fobico sia un problema “costruito” dal soggetto, in grado di essere superato quando l’ambiente intorno imponga un “cambio di passo”
  • in altre situazioni ancora, alcune forme di fobia sembrano trovare un punto di sblocco quando il soggetto accetta il rischio che ciò che teme possa accadere. Nell’attesa dell’evento temuto, la portata dell’evento stesso cresce. Ovvero, la rappresentazione dell’oggetto fobico cresce a dismisura fino a divenire per il paziente intollerabile, impossibile anche solo da immaginare. Ci accorgiamo spesso tuttavia di come per alcuni individui arrivi un momento di “introiezione del fatalismo”, accompagnato da uno stato di de-responsabilizzazione e partendo dal quale diviene possibile affidarsi a quello che succede all’esterno. In quel momento, l’ansia si placa, il soggetto accetta il rischio che ciò che teme possa accadere tornando  a contemplarlo tra le opzioni possibili, consentendosi un “passo avanti” al di fuori della consueta zona di comfort. Osserviamo cioè uno sblocco generato, in fin dei conti, dall’accettazione di un non-controllo su ciò che può accadere all’esterno, un affidarsi all’ambiente circostante e al “fato”, verso una posizione appunto più fatalistica. É evidente come da un lato sia necessario per il paziente perdere una quota di controllo, delegandone una parte all’esterno, e insieme contemplare la possibilità di un rischio percepito prima intollerabile, di fatto assumendo l’ipotesi di un proprio danno -se non addirittura della propria morte.

L’accettazione del rischio, l’assunzione dell’idea di un proprio danno, l’affidarsi all’esterno (come al momento del decollo su un aereo per un paziente che soffra di fobia del volo, nel momento in cui si affida alle capacità del pilota), inducono uno stato di calma in cui la fear response (lo stato di freezing generato dall’attivazione simpatica del Sistema Nervoso Autonomo) scompare o si riduce sensibilmente.

In questo stato di calma, è possibile per il paziente eseguire passi al di fuori della sua zona “sicura”, acquisendo sicurezza e di fatto sbloccandosi.

Per arrivare a questo stato di “calma” indotto dai movimenti psichici prima citati, occorre che il paziente tuttavia si esponga allo stimolo fobico, ovvero che lo approcci, gli si avvicini.

La terapia espositiva è considerata la terapia più efficace per i disturbi di natura fobica, basandosi su un razionale molto semplice, in fondo: occorre che noi tutti ci si confronti con gli oggetti delle nostre paure, almeno per gradi. Spesso capiterà che, a stretto contatto con essi, si inneschino delle reazioni fisiologiche di natura mentale che produrranno trasformazioni nell’approccio all’oggetto fobico stesso, ri-consegnandoci quote di controllo prima impossibili da considerare.

Per spingere il paziente a esporsi allo stimolo, è spesso necessario un deus ex machina che si introduca sulla scena del soggetto, spingendolo/a ad andare incontro alla sua personale “esposizione”.

Spesso il ruolo del terapeuta è proprio questo, semplicemente: porsi come “terzo” polo in grado di spingere il paziente a un progressivo affronto delle sue paure radicate nel tempo.

Vediamo alcune caratteristiche della terapie espositiva, la ESP. Ne abbiamo già scritto qui a proposito dell’uso della realtà virtuale per il movimento di esposizione, che come è logico aspettarsi diventerà uno strumento usato largamente, nel prossimo futuro (in ambito di psicoterapia cognitivo comportamentale e non).

Questo articolo offre degli spunti interessanti per capire come mai la terapia espositiva sia stata considerata una  “prima scelta” nei disturbi fobici.

L’articolo è una review sistematica: le review sistematiche prendono in esame (in teoria) tutta la letteratura presente su un dato argomento, mettendola insieme per fare un “punto della situazione”.

Vediamone alcuni aspetti:

  1. questo articolo è da inserire in una cornice teorica cognitivo-comportamentale: la paura di uno stimolo si basa, alla luce di questo modello teorico, su un meccanismo di apprendimento più o meno complesso. Lo stimolo fobico, per diverse ragioni, diviene per l’individuo associato a reazioni di paura: la terapia espositiva tenta di rompere questa associazione stimolo/risposta. Ci sono diversi studi sull’apprendimento a prova singola che sono di estremo interesse anche in ambito di trauma: cos’è il PTSD, d’altronde, se non una forma estrema e complessa di apprendimento? (ne abbiamo scritto qui)
  2. la terapia espositiva è la variante moderna della Desensibilizzazione Sistematica, ideata negli anni ‘50: l’ulteriore sviluppo consisterà nelle varianti integrate da approcci tecnologici (come appunto la Realtà Virtuale)
  3. gli autori prendono in esame 111 studi, effettuati con soggetti sofferenti di una Fobia Specifica, evidenzando diversi fattori di successo o di insuccesso (stile di coping, aspetto neurofisiologici, caratteristiche della terapia come durata delle sedute e frequenza): quello che per noi è interessante è capire come questi fattori di successo o insuccesso ben si inseriscano nella cornice del Modello dell Apprendimento Inibitorio di Michelle Craske, di fatto la “punta di diamante” dell’approccio epositivo al problema della fobie specifiche. Questo modello (approfondito più avanti in questo articolo) vuole non tanto “rompere” associazioni risposta/stimolo attraverso un progressivo esporsi del paziente agli stimoli temuti, ma teorizza una possibile “riscrittura” delle associazioni da lui/lei messe in atto, che andranno a sostituirsi alle prime, disfunzionali.

IL MODELLO DELL’APPRENDIMENTO INIBITORIO DI MICHELLE CRASKE

In questo articolo, gli autori mettono a confronto il metodo classico su cui si incentra storicamente la terapia espositiva (basato su esercizi di desensibilizzazione sistematica), con un nuovo modo di attuare la terapia espositiva -basato sull’apprendimento inibitorio.

La terapia espositiva classica nacque a fine anni ‘50 grazie al lavoro di Joseph Wolpe, con appunto l’esercizio di desensibilizzazione sistematica: se un soggetto aveva appreso a temere le conseguenze di un certo stimolo, presentandogli/le lo stimolo in modo graduale e in un contesto controllato, questo avrebbe lentamente spento l’associazione originale stimolo/risposta. Sarebbe stato sufficiente per esempio esporre gradualmente un paziente a fotografie e a incontri sempre più ravvicinati con il suo oggetto fobico (per esempio i cani) per produrre uno spegnimento graduale della fear response, verso una sua definitiva estinzione.

In seguito venne osservato come la risposta fobica fosse dura a morire, e che anzi sembrasse riaccendersi nel tempo, soprattutto quando il soggetto si trovasse in contesti differenti e nuovi (a seguito cioè di un “rinnovo contestuale”) e a causa di “eventi avversi improvvisi”. Ovvero: la terapia espositiva classica non sembrava sufficiente. La terapia espositiva classica sembrava inoltre non funzionare su pazienti particolarmente ansiosi, per i quali non sembrava facile “apprendere” il meccanismo di “estinzione”.

Per questo, gli autori descrivono in questo articolo come il metodo incentrato su l’estinzione sia stato nel tempo radicalizzato, arrivando appunto al modello di apprendimento inibitorio.

Il razionale su cui si fonda il modello di apprendimento inibitorio, potrebbe essere semplificato in:

“non è sufficiente che il soggetto dis-impari ad aver paura de-sensibilizzandosi: è necessario che associ allo stimolo fobico un altro tipo di reazione -neutra- che “sovrascriva”, eliminandola, la prima risposta disfunzionale”. 

Questo articolo ci illustra meglio i punti del modello (che l’autore definisce in grado di regalare una “seconda giovinezza” alle terapie espositive), partendo con le già citate fragilità del modello espositivo classico:

  1. nonostante il tentativo di “sovrascrittura” della nuova associazione stimolo/risposta, la paura sembra tornare in determinate circostanze, come prima accennato (eventi stressanti slegati dalla paura originaria, cambio di contesto che annulla il “potere” della nuova associazione neutra)
  2. negli individui con problematiche di ansia, l’apprendimento inibitorio sembra più difficile, se non impossibile

A causa di queste fragilità, il modello dell’apprendimento inibitorio in origine pensato da Michelle Craske e poi sviluppato in altri gruppi di ricerca, tentò di potenziare gli effetti del modello espositivo classico usando 3 strategie complementari:

  1. strategie comportamentali
  2. strategie farmacologiche
  3. strategie di neuromodulazione

1

Le strategie comportamentali rappresentano degli atti di “potenziamento” dell’apprendimento inibitorio, volto a renderlo più stabile nel tempo. L’autore sottolinea come a queste strategie di potenziamento abbia contribuito anche Joseph LeDoux, probabilmente lo scienziato più noto al mondo in ambito di “paura” e risposte ansioso/fobiche.

Che fare durante la procedura di esposizione per aumentarne gli effetti? Il modello di apprendimento inibitorio prevede di:

  • etichettare le emozioni durante la procedura di esposizione (l’affect labeling di cui abbiamo qui già scritto)
  • portare al massimo livello il grado di imprevedibilità l’esposizione agli stimoli temuti (si tenta in altre parole di rendere casuale e più ansiogena la procedura di esposizione in modo da renderla più stabile nel tempo -una procedura definita estinzione profonda)
  • ridurre al minimo i segnali di sicurezza durante l’esposizione, cosa che interferirebbe col processo di apprendimento riducendo l’ansia (nell’articolo leggiamo “Comuni comportamenti o segnali di sicurezza per chi soffre di disturbi d’ ansia sono, ad esempio, certi comportamenti di controllo, la presenza di un’altra persona, il terapeuta, il telefono cellulare, i farmaci, bevande varie, etc.”)
  • minimizzare gli interventi cognitivi durante l’esposizione; ovvero: non parlare nè commentare alcunchè durante l’esposizione, dato che questo potrebbe interferire con la credenza del paziente sulla minaccia, di fatto interferendo sul processo di apprendimento inibitorio. Viene sottolineato dall’autore come Joseph LeDoux arrivi a una conclusione simile nel suo “Ansia, come il cervello ci aiuta a capirla”, ma da un punto di vista neurobiologico. Interessante inoltre notare come anche nel protocollo EMDR le parole siano al minimo, per favorire anche qui l’accesso diretto e non mediato del paziente al ricordo/target traumatico (ma in un ambito di psicoterapia differente, probabilmente con razionali e intenzioni diverse)
  • variare di frequente la forma dello stimolo, dato che “La variabilità suscita alti livelli di attivazione fisiologica e ansia soggettiva, ostacolando l’abituazione e mantenendo elevate l’attenzione e l’aspettativa di minaccia”
  • variare di frequente il contesto in cui avviene l’esposizione (“Per ovviare a tale ostacolo l’esposizione dovrebbe essere svolta in ambienti diversi come, ad esempio, da soli o in compagnia, in studio del terapeuta o in luoghi sconosciuti, variando le ore del giorno o i giorni della settimana”)
  • riposare o dormire a seguito dell’esposizione, per favorire il consolidamento mnestico (anche qui, elemento sottoscritto da LeDoux, corroborato da molteplici studi di ricerca in ambito neurobiologico)
  • fare le esposizioni al mattino, per via di un differente panorama neurobiologico interno, relativamente al livello di cortisolo prodotto (più alto al mattino); si veda questo articolo
  • lavorare sul processo di ri-consolidamento. Numerosi studi indicano come la memoria sia co-costruita nel momento presente; immaginare la memoria come un’attività di ripescaggio da uno stock di ricordi immutabili, è una pia illusione (ne abbiamo parlato a fondo qui), fatta eccezione forse per alcuni tipi di ricordi traumatici. La memoria è costruita socialmente e gli stessi ricordi, quando ripescati, vengono consolidati e ri-consolidati di continuo. Per questo, alcuni studi osservarono come persistere nell’esposizione “massiva” nella finestra temporale di ri-consolidamento dei ricordi problematici, desse risultati migliori e più persistenti (si trattava dunque di eseguire la procedura espositiva da 10 minuti a 6 ore dalla prima esposizione). Si veda anche qui. Abbiamo già parlato di ri-consildamento in ambito di PTSD, qui

2

L’autore illustra poi una serie di interventi farmacologici in teoria funzionali a “potenziare” l’effetto dell’esposizione, attraverso diversi meccanismi di funzionamento, dall’uso del Cortisolo alla L-Dopa, fino all’uso dell’Ossitocina e della Cannabis. Si tratterebbe di integrare alla terapia espositiva l’uso di un farmaco che “favorisca” il ri-consolidamento delle nuove memorie, funzionali a sostituirsi a quelle “fobiche”. L’integrazione psicoterapia/farmaco in sede di colloquio clinico appare una prassi d’avanguardia, come gli studi sull’uso dell’MDMA per il PTSD ci raccontano ormai ampiamente.  Si veda l’articolo per un approfondimento su questi aspetti.

3

Per quanto riguarda le strategie di neuromodulazione, ne conosciamo 3. L’obiettivo sembra essere, anche in questo caso, potenziare il momento dell’esposizione intervenendo direttamente sul cervello, attraverso diverse vie. Al momento sono state studiate tre modalità:

  1. stimolazione cerebrale profonda: prevede l’erogazione di impulsi elettrici attraverso elettrodi impiantati nelle regioni profonde del cervello. Ha attirato un certo interesse per le pubblicazioni e gli studi inerenti il trattamento di disturbi non facilmente trattabili come il Morbo di Parkinson o forme estreme di DOC; in questo caso la letteratura riporta effetti “massimizzati” quando combinati all’attività di esposizione
  2. stimolazione magnetica transcranica: anche qui abbiamo osservato negli ultimi anni un certo interesse a questa pratica soprattutto per particolari problematiche molto resistenti, per esempio la dipendenza da cocaina. Esistono diversi centri in Italia che la praticano, soprattutto in questo ambito, per esempio il gruppo di Gallimberti (https://www.disintossicazione.it/), ; alcuni studi hanno rilevato come, abbinata alla semplice terapia espositiva, la TMS sembri implementarne gli effetti
  3. stimolazione del nervo vago: l’autore cita qui una metodologia molto avanguardistica e per ora poco usata nè i cui effetti sembrano compresi a fondo, ancora ricercata per lo più in ambito pre-clinico, consistente nell’impianto di un pacemaker sottopelle volto a stimolare il nervo vago sinistro (qui per approfondire).

Al di là delle metodologie di potenziamento della terapia espositiva, e dei modelli che sappiano indicarci il suo utilizzo, è importante sottolineare come il suo utilizzo si nasconda nel razionale teorico di molte altre prassi cliniche; pensiamo per esempio all’EMDR, che vuole de-sensibilizzare l’individuo all’emergere di memorie traumatiche, di fatto esponendolo ad esse in condizioni di sicurezza, o alle metodologie di visualizzazione come la Moviola di Guidano o le varie forme di imagery. Oppure, parlando di mindfulness, è di nuovo l’esposizione ai contenuti di pensiero disturbanti che consente di distaccarsene, de-sensibilizzandosi ad essi (di nuovo, dunque, una forma di terapia espositiva).

Qui l’articolo più importante di Michelle Craske.

Per un ulteriore approfondimento:


Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA.

Article by admin / Generale

15 June 2021

É USCITO IL SECONDO EBOOK PRODOTTO DA AISTED

di Raffaele Avico

PREMESSA: questo post è un estratto dal secondo Ebook pubblicato da AISTED (Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione) a tema Stabilizzazione nei disturbi post-traumatici. Sin dall’inizio della pandemia da Covid19 (marzo 2020) AISTED ha intensificato il suo lavoro di rete tramite i molti gruppi di lavoro che la compongono.
I 2 Ebooks editati e pubblicati a partire da maggio 2020 (di cui questo è un estratto dal secondo componente), sono la parte visibile e disponibile all’esterno di molto altro lavoro che la Associazione continua a fare, ogni giorno, tramite il confronto tra i quasi 200 specialisti di stress e trauma che la compongono.

(Qui è possibile scaricare il primo Ebook.)


STABILIZZAZIONE E CONFINI: METTERE PALETTI PER REGOLARSI


Il problema della stabilizzazione riguarda la prima fase del lavoro con pazienti post traumatici: sappiamo che riguarda il tentativo di stabilizzare la potenza dei sintomi al fine di consentire un migliore accesso alle memorie traumatiche.

Un aspetto poco approfondito e poco trattato della stabilizzazione, da usare come strumento aggiuntivo agli altri, integrato alle restanti risorse da usare, è la regolazione della distanza interpersonale, intesa come capacità di creare un giusto confine tra sé e gli altri.

La ricerca sullo spazio “peri-personale” in ambito di trauma, è un aspetto studiato in diversi gruppi di lavoro anche in senso neuroscientifico. Per esempio dal gruppo di Ruth Lanius in Canada.

Per approfondire questo aspetto poco trattato prenderemo come riferimento il testo di Maria Puliatti “La psicotraumatologia nella pratica clinica”, che in un capitolo approfondisce il tema; il libro è un riferimento particolarmente importante per chi voglia interessarsi al tema stabilizzazione perchè è totalmente incentrato su questo aspetto nel lavoro con adulti, bambini e adolescenti.

La questione della regolazione dell’attivazione attraverso il tema dei confini (che è quindi centrale se intendiamo il lavoro di stabilizzazione come una lavoro atto a “regolare” in modo più efficace il tono di attivazione o disattivazione neurofisiologica, per riportarlo all’interno della finestra di tolleranza), si presta a essere inserita nel tema più vasto della “psicoeducazione”.

Se vogliamo procedere a una breve recensione del libro della Puliatti (fatta in modo più esteso in questo podcast), sappiamo che la stabilizzazione dei sintomi post traumatici può essere svolta usando 3 modalità principali:

  1. TIPO A: approccio farmacologico
  2. TIPO B: approccio relazionale/interpersonale
  3. TIPO C: approccio autonomo/regolativo

Per approccio relazionale, intendiamo il ricorso a espedienti totalmente interpersonali per regolare stati profondamente disturbanti: per esempio ricercare contatto fisico, cercare compagnia quando in presenza di sintomi invalidanti, e in generale qualunque cosa che contempli la presenza dell’altro.

La stabilizzazione fatta lavorando sulla questione dei confini, fa dunque parte di questa tipologia di approccio al sintomo, sintetizzata con il TIPO B.

Maria Puliatti ne parla nel suo La psicotraumatologia nella pratica clinica a pagina 43.

L’autrice osserva, usando le parole di Pat Ogden, che i soggetti fuoriusciti da esperienze traumatiche singole o cumulative, sembrano possedere confini interpersonali violati, troppo rigidi o troppo permeabili nei confronti dell’esterno.

Ma prima di tutto, cos’è un confine interpersonale?

Potremmo definire il confine interpersonale come un confine simbolico, psicologico ma anche interpersonale e profondamente in grado di impattare sul corpo, tra noi e gli altri. Il confine è un confine percepito e rappresentato in modo “pre-conscio”: ci fa sentire violati quando viene oltraggiato o sorpassato o non rispettato, ci fa sentire isolati o scollati dagli altri quando si sia irrigidito o impermeabilizzato (magari in risposta a una situazione traumatica, in modo difensivo).

Puliatti ne individua cinque tipologie, che elenca mettendo il concetto di confine in connessione con il vissuto soggettivo dell’individuo che li possegga:

  • Fisico: chi, quando, come e quanto gli altri possono toccarmi, e viceversa?
  • Emotivo: cosa considero come trattamento accettabile all’interno della relazione? Gli altri mi rispettano e mi trattano bene? Io faccio lo stesso?
  • Spirituale: quanto mi sento a mio agio nel condividere il mio sistema di credenze, la mia spiritualità e le mie pratiche? Quando e con chi?
  • Sessuale: quando, con chi e quanto della mia sessualità e delle mie opinioni riguardanti la sessualità condivido? (Si noti che i confini sessuali vanno oltre alla mera attività sessuale, essi si riferiscono anche a giochi, allusioni, gesti di natura sessuale e così via.)
  • Intellettuale: in che modo le mie idee e i miei pensieri vengono ricevuti? Vengono presi in considerazione? Rispettati? Io ho accesso alle informazioni e all’apprendimento?

Come prima cosa occorre osservare che il senso di sicurezza percepita a seguito di un trauma, risulta alterato.

Sappiamo che il soggetto post-traumatico è un soggetto iperestesico: percepisce la realtà come filtrata dalla sindrome post-traumatica, sentendo rumori più forti e selettivamente selezionati dall’attenzione in quanto possibili minacce: questo per via del senso di vigilanza protratto tipico del PTSD, concomitante a un’attivazione autonomica costante.

Come primo punto da osservare dunque, l’aspetto della distanza dall’altro: per stabilizzare un paziente che provenga da una storia traumatica o da un evento traumatico acuto, è necessario che si lavori sulla distanza che il soggetto percepisca “sicura” rispetto all’altro.

Puliatti suggerisce in questo senso di lavorare affinché il soggetto divenga consapevole a proposito della “percezione somatica di intrusione”, variabile da soggetto a soggetto e direttamente correlata alla distanza (reale o percepita) del soggetto nei confronti dell’altro, affinché la stesso paziente sappia, nella vita “reale” al di fuori della stanza di terapia, meglio regolarla e gestirla.

Non dimentichiamoci che la fear response, la reazione di paura concomitante alla messa in atto della risposta attacco/fuga, è dipendente dalla distanza percepita nei confronti dell’altro minaccioso, e che questo avviene in ogni animale dotato di sistema nervoso anche basico (per un approfondimento su questi aspetti, si veda qui).

La fear response nel PTSD può essere innescata anche solo da uno sguardo interpretato come minaccioso: è piuttosto frequente che lo sguardo venga percepito come intrusivo e “emotionally abusing” nei pazienti con PTSD, al di là della natura dello sguardo “esterno” stesso.

Procedendo in questo capitolo, leggiamo che Puliatti suggerisce di “spingere il paziente ad assumersi il diritto di difendere il proprio territorio”, in modo che possa attivamente meglio regolare le distanze inter-corporee in modo da sentirle “sicure”, non intrusive né “dismissing”, verso un’ideale “giusta distanza”. Questo porta inoltre a far sì che i confini corporei prendano il posto delle difese messe in atto dal paziente, o meglio, vengano usati come strumenti di “difesa psicologica”.

Da un punto di vista applicato troviamo nel libro di Fisher e Ogden del 2015 Psicoterapia Sensomotoria, alcuni esercizi da suggerire al paziente per prendere consapevolezza dei propri confini corporei e di quando questi vengano violati.

Inoltre, viene qui fatto un passo ulteriore nella definizione di quelli che le autrici chiamano confini “interni” (riguardanti cioè l’effetto che un’opinione espressa da altri significativi possa avere sulla “nostra” modalità di pensare a una determinata cosa, di fatto “violando” un confine interno in un certo modo “identitario”).

In particolare vengono in questo volume suggeriti 4 esercizi:

  1. usare alcuni gesti corporei solitamente usati per “segnare” aspetti territoriali (fare no con la testa, fare il segno di stop con le mani, aggrottare le sopracciglia, piegarsi all’indietro e allontanarsi, etc.) per auto-osservare i pensieri e le emozioni suscitate da questi, calandoli in “episodi” realmente accaduti in passato
  2. segnare -da un elenco- episodi passati in cui i confini corporei vennero violati, per comprendere come evitare che questo succeda in futuro; un esempio di violazioni di confine, è rappresentato da questo schema:
  3. ricordare un episodio di violazione interna di un confine, per isolarlo e lavorarci. Questo esercizio prevede che l’individuo riporti alla mente un episodio in cui si sia sentito violato internamente (per esempio tramite l’attribuzione di una qualità negativa da parte di un caregiver abusante in senso psichico); successivamente immaginare di possedere un buon confine interno, tale da impedire all’attribuzione esterna di produrre un impatto traumatico, e osservarne le ricadute somatiche
  4. immaginare di allineare le risposte verbali (esterne o formulate tramite il solo pensiero, quindi internamente) con le risposte somatiche, rispondendo alla domanda cosa faccio fisicamente mentre dico di no/sì?

Questi esercizi applicati, comuni per chi lavori con la psicoterapia sensomotoria, vogliono rendere il più possibile concreto/applicato il lavoro sui confini, in un contesto di psicoterapia.

Quello che è importante sottolineare è che un individuo che fuoriesca da una situazione traumatica, si trova in uno stato neurofisiologico costantemente distorto, con oscillazioni rapide da stati di iperarousal e allarme percepito (magari in concomitanza di flashback), a stati di spegnimento e mancanza di energia psichica.

Il lavoro con i confini e la distanza interpersonale vuole promuovere un miglioramento del senso di sicurezza percepito da parte del paziente, verso una permanenza più costante all’interno della finestra di tolleranza.

Un aspetto poco approfondito, vista la natura speculativa del concetto e la difficoltà insita nel voler indagare il tema usando le metodologie della ricerca psicosociale, è il tema dell’utilizzo del “no” come strumento di regolazione interpersonale. Nel lavoro con pazienti traumatizzati osserviamo confini interpersonali permeabili, nel contesto di relazioni invischiate ed cariche di aggressività, in cui a un’onestà “radicale” (dico tutto, sempre), si associa un grande senso di violazione interpersonale spesso associata all’impossibilità di dire “no” -mettendo un paletto simbolico tra sé e l’altro.
Paletti per esempio utili a sottrarsi a inviti non graditi, ma anche utili a mantenere protetto uno spazio interno di pensiero e auto-riflessione.

Il lavoro di psicoterapia deve in questi casi procedere nella direzione di legittimare il paziente all’apposizione di “no” che lo aiutino a sottrarsi a tentativi di violazione dei confini, a spinte verso inversioni di attaccamento, così da consentirgli/le una più stabile permanenza in “posizione di sicurezza”.

BIBLIOGRAFIA

Pat Ogden & Janina Fisher, Psicoterapia sensomotoria. Interventi per il trauma e l’attaccamento. Trad. ed ediz. it. a cura di Giovanni Tagliavini, Laura Bartocetti, Paola Bertulli & Maria Paola Boldrini. Illustrazioni di Deborah Del Hierro & Anthony Del Hierro. Milano: Raffaello Cortina, 2016
Puliatti, M. La psicotraumatologia nella pratica clinica. Maria Puliatti. Mimesis 2017.


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7 June 2021

La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche -con il blog Psicologia Fenomenologica.

di Giuseppe Salerno (psicologiafenomenologica.it)

“Ben venga il caos, perché l’ordine non ha funzionato”
Karl Kraus

Scopo delle poche righe che seguono è avviare una riflessione sul modo in cui la psicologia fenomenologica può costituire il fondamento di una prassi terapeutica nuova nel campo della salute mentale. Una tendenza di questo tipo inizia ormai a diffondersi in Italia con la neonata Associazione Italiana di Psicologia Fenomenologica e in campo internazionale attraverso il lavoro del Phenomenology and Mental Health Network.

Fin dalla loro origine le comunità terapeutiche sono state attraversate da due istanze contrapposte: la necessità di costruire e far rispettare un insieme di regole (all’interno della comunità e verso l’esterno) e quella di sostenere i pazienti nella libera espressione della propria vitalità. Da un lato, il bisogno normativo è mantenuto dalla necessità di costruire relazioni stabili, che non possono esistere se non nella condivisione di un terreno comune di regole (implicite ed esplicite). Sono disposto a mangiare fianco a fianco con uno sconosciuto, e magari anche a scambiarci due chiacchiere, perché mi aspetto che non rubi dal mio piatto appena mi distraggo. Dall’altro, sostenere ognuno nell’espressione del proprio modo di essere serve a mantenere viva la spinta verso un’esistenza autonoma, fatta di libertà, piacere e responsabilità. Se la prima necessità si impone sulla seconda si corre il rischio, sempre presente nel campo della salute mentale, della cosiddetta “malattia istituzionale” (Basaglia, 1965, 1967, Molaro, 2018) e della cronicizzazione. Il paziente, abituato a vivere in uno spazio troppo ristretto la propria soggettività, si irrigidisce dentro schemi di comportamento prefissati, che riconosce come quelli approvati e rinforzati dalla comunità. Così la persona lentamente spegne l’incandescente vitalità del corpo proprio sotto la cenere dell’accondiscendenza e dell’ossequiosità. È questa la storia di tanti pazienti che hanno vissuto il manicomio, la cui esistenza si è inabissata nelle paludi dell’istituzione, assumendo la forma di una vita congelata (Di Petta, 1994-2014).

Si può immaginare un continuum che si dispiega tra queste due istanze contrapposte. Lungo di esso ogni comunità terapeutica prende necessariamente posizione in ogni momento della propria storia. Variazioni e cambiamenti nel tempo possono dipendere da scelte dell’equipe terapeutica oppure da risposte più o meno consapevoli al comportamento del gruppo degli ospiti della comunità. In ogni caso, si instaura sempre un sistema circolare a retroazione (von Bertalanffy, 1969, Weiner, 1948-61), attraverso quale il gruppo di operatori e quello degli ospiti si influenzano a vicenda, come accade nelle famiglie tra il sottosistema genitoriale e quello dei figli. I primi provano a far rispettare un insieme di regole che funge da limite e contenimento all’interno del quale si costituisce il vero spazio di esplorazione e di crescita per i secondi.

Un equilibrio di questo tipo, che lo si voglia o no, si stabilisce sempre nella vita di comunità. Possiamo definirlo il livello di ordine/disordine (von Foerster, 1972) della comunità, dal quale dipende in gran parte la riuscita dei percorsi di cura. Il continuum regole/libertà, in questo modo, può essere concepito come continuum ordine/disordine. L’ordine costituisce la struttura della comunità, quel set di percorsi precostituiti dentro i quali si costruisce ed incanala la vita delle persone (gli orari dei pasti, l’organizzazione delle attività terapeutiche etc.), mentre il disordine è lo slancio vitale (Bergson, 1907) espresso da ogni individuo, in grado di trasformare le pratiche condivise e spingere verso la crescita individuale e collettiva (ad esempio la proposta di un gruppo di pazienti o di operatori di uscire in città per una visita al centro storico).

Come dicevamo, ogni comunità prende posizione lungo questo continuum assumendo in sé un certo grado di ordine/disordine. L’efficacia terapeutica di una comunità dipende molto dal mantenimento di un equilibrio dinamico tra queste due polarità in grado di sostenere la crescita individuale di ognuno. In alcuni casi il processo spontaneo della vita di comunità spingerà verso un lato, in altri verso l’altro. Il ruolo dell’equipe è quello di regolatore delle oscillazioni e “perturbatore strategicamente orientato” (Guidano, 1987). Per far questo è necessario, in primo luogo, avere a disposizione degli spazi di riflessione (riunioni d’equipe) all’interno dei quali rendersi conto del tema esistenziale rilevante per la comunità in un certo momento (il Woruber di Binswanger), e in secondo luogo adottare una teoria e una prassi in grado di sostenere questo processo di regolazione. Su questo ogni comunità si differenzia in base al proprio paradigma psicologico di riferimento (esplicito o implicito che sia). Esistono comunità che adottano un paradigma meramente medico-biologico in grado soltanto di diffondere il manicomio chimico delle farmacoterapie (Cipriano, 2015), altre ad orientamento cognitivo-comportamentale, come è il caso delle comunità per pazienti borderline costruite sul modello della Dialectical Behavior Therapy della Linehan (1993, 2015), e comunità ad orientamento psicoanalitico o sistemico, come per esempio il famoso Soteria-Berna di Luc Ciompi (2013). Ognuno di questi orientamenti è portatore di una certa visione dell’uomo e del mondo, carica di valori e capace di influenzare in maniera radicale le relazioni all’interno della comunità.

Quello che vorrei qui affermare è che anche la psicologia fenomenologica è ormai pronta ad esprimere le proprie potenzialità in questo campo. La fenomenologia porta con sé una visione dell’uomo e della sua cura che mette al centro proprio la contraddittorietà dell’essere umano nel suo duplice bisogno di un ordine che lo contenga e di un disordine vitalizzante, alla ricerca incessante di una forma, momentanea ed instabile, per la propria identità. Nella sua ossimorica definizione, la psicologia fenomenologica è proprio questo: un tentativo di costruire uno sguardo capace di tenere insieme l’ordine e il disordine dell’esistenza. Nel momento prettamente psicologico delle sue pratiche, infatti, essa riflette sulle spiegazioni, rintraccia le logiche e disegna progetti terapeutici, mentre nel momento fenomenologico si apre, attraverso l’epochè, alla comprensione e all’incontro corpo-a-corpo con i pazienti, senza barriere né confini. Un terapeuta, un educatore o un operatore capaci di cogliere il bisogno emergente dalla comunità in un certo momento (la Gestalt aperta direbbero alcuni) può trovare nella psicologia fenomenologica una teoria in grado di “mettere insieme i pezzi” e una prassi tesa all’incontro con il paziente, alla comprensione e al riconoscimento.

Del resto, non è la prima volta che la fenomenologia mette piede nel campo dei servizi di salute mentale. La fenomenologia è stata storicamente la culla del pensiero di Franco Basaglia, colui che più di ogni altro si è dimostrato capace di rivoluzionare il sistema dei servizi in Italia. Basaglia è stato uno psichiatra ad intonazione fenomenologica che aveva compreso l’importanza e la necessità di far proprio un metodo disciplinato per l’avvicinamento all’esperienza psicopatologica (Foot, 2018). Nei suoi primi scritti (1965) emerge con chiarezza questa consapevolezza, che sotto varie forme ha portato con sé nel percorso che lo ha condotto ad incontrare tanti pazienti oltre che a distruggere il dispositivo del manicomio. In un certo senso potremmo dire che il movimento della deistituzionalizzazione degli anni ’60 e ’70 abbia colto la rigidità e la ristrettezza di un sistema di cure oppressivo, quello manicomiale, tutto spostato sulla polarità dell’ordine, nel quale non c’era nessuno spazio per l’esistenza individuale, per la libera espressione del sé e della propria spontanea vitalità.

Da lì in poi, tuttavia, la strada non è stata facile. Ricostruire delle pratiche terapeutiche e una rete in grado di contenere la sofferenza mentale ha richiesto molto sforzo, con dei risultati, al di là di alcune fortunate esperienze come quella triestina (Dell’Acqua, 2014), non sempre soddisfacenti e difficili da riprodurre. Quello che forse è mancato è stato un pensiero radicato, come quello della psicologia fenomenologica, chiaro nei concetti ed evocativo nel linguaggio, capace di sostenere la pars costruens del processo di rinnovamento delle comunità terapeutiche (Di Petta, 2018).

Una volta abbattuti quei muri che rinchiudevano la follia nel perimetro dei manicomi, come accompagnare l’umanità sofferente ad incontrare il mondo? È davvero sufficiente abbattere i muri e restituire la libertà oppure è necessario farsi traghettatori per imparare insieme a navigare l’angoscia che la libertà sempre porta con sé? Cosa possiamo offrire ai pazienti dopo aver smantellato l’istituzione ordinatrice del manicomio? Sono sufficienti pratiche di reinserimento sociale o è necessario uno strumento per esplorare la propria sofferenza e crescere nel dolore? La psicologia e la psicoterapia fenomenologica possono costituirsi come strumento di cura e come viatico verso una libertà vissuta come possibilità di espressione e di comunicazione esistenziale oltre che come angoscia e dolore. Ciò può avvenire attraverso l’incontro psicoterapeutico, mettendo a disposizione del paziente un Tu con il quale condividere l’angoscia della libertà, e con il quale rifondare un dialogo con la perduta alterità, quella dell’Altro e quella del corpo proprio (Stanghellini, 2007, 2017).

Oltre ad un modo nuovo di interpretare e vivere le situazioni e i processi della vita in comunità, la psicologia fenomenologica porta quindi con sé qualcosa di nuovo: la centralità della psicoterapia nel percorso di cura. Nonostante alcuni tentativi vengano oggi portati avanti (Ariano, 2016), ancora troppo poco si è fatto per porre la psicoterapia al centro della cura del paziente che soffre delle forme più gravi della psicopatologia, quelle che conducono nel labirintico percorso dei servizi di salute mentale. Nel pubblico, per esempio, questo è ancora molto lontano dall’esser realizzato. Otto incontri (quelli concessi di solito nei servizi pubblici ai nostri pazienti) non sono sufficienti neppure a gettare un ponte stabile verso un’esistenza chiusa e ripiegata sulla propria sofferenza come, ad esempio, quella di una persona schizofrenica o gravemente depressa.

Approfondire il modo in cui la psicologia fenomenologica può fare da sfondo alla costruzione di nuove pratiche di cura esula dagli scopi di questo breve articolo. Ci sembra di poter iniziare a dire però che il pensiero fenomenologico possa costituire un terreno fertile su cui fondare un nuovo modo di vivere e lavorare nelle comunità terapeutiche, mantenendosi in bilico tra l’ordine e il disordine dell’esistenza.

Per concludere, parafrasando una massima di Kierkegaard, possiamo dire che la svolta di cui c’è bisogno nelle comunità terapeutiche è di iniziare a “dare del Tu ai pazienti” oltre che a noi stessi, nel senso vissuto di questa espressione, che è quello di sentirsi veri compagni di via. Questo è più facile se si sceglie come riferimento per il proprio agire clinico la psicologia fenomenologica in un’ottica post-paradigmatica e d’integrazione che, pur con tutti i limiti di un pensiero giovane, considera operatore e paziente come “fatti della stessa sostanza”. In questo modo si evita il rischio dell’oggettivazione e si pone al cuore della cura un comune processo di comunicazione esistenziale e di crescita reciproca.

Ps

in ambito di psicologia e psichiatria di comunità, si veda anche questa rubrica sul blog Psicologia Fenomenologica.

Bibliografia

  • Ariano G. (2016), La psicoriabilitazione dello psicotico è psicoterapia?, LINK
  • Basaglia F. (1965), Corpo, sguardo e silenzio – L’enigma della soggettività in psichiatria, in L’utopia della realtà, a cura di Franca Ongaro Basaglia, Giulio Einaudi Editora, 2014.
    Basaglia F. (1967), Corpo e istituzione – Considerazioni antropologiche e psicopatologiche in tema di psichiatria istituzionale, in Scritti vol I, cit., pag. 433-34.
  • Bergson H. (1907), L’évolution créatrice, trad. It. L’evoluzione creatrice, BUR Rizzoli, 2012, Milano.
  • Bertalanffy von L. (1969), General System Theory, (trad. Teoria generale dei sistemi, Mondadori, Milano, 2010
  • Ciompi L., Hoffman H., Broccard M. (2013), L’effetto Soteria. Analisi di un nuovo trattamento antipsicotico, Sipintegrazioni Edizioni, Casoria.
  • Cipriano P. (2015), Il manicominio chimico. Cronache di uno psichiatra riluttante, Elèuthera Edizioni, Roma.
  • Dell’Acqua P. (2014), Non ho l’arma che uccide il leone. La vera storia del cambiamento nella Trieste di Basaglia e nel manicomio di San Giovanni, Alpha & Beta, Collana 180.
  • Di Petta G. (1994-2014), Il manicomio dimenticato. Dal diario di un giovane medico, Edizioni Universitarie Romane, Roma.
  • Di Petta G. (2018), Fenomenologia e deistituzionalizzazione: lettera aperta a Piero Cipriano, LINK
  • Foerster von H. (1972), Observing system, Intersystems, Seaside, trad. It. Sistemi che osservano, Astrolabio, Roma, 1987.
  • Foot J. (2018), Franco Basaglia, in The Oxford Handbook of Phenomenological Psychopathology, edited by Giovanni Stanghellini, Matthew Broome, Andrea Raballo, Anthony Vincent Fernandez, Paolo Fusar-Poli, and René Rosfort, Oxford University Press, DOI: 10.1093/oxfordhb/ 9780198803157.013.21.
  • Guidano V. F. (1987), La complessità del Sé: un approccio sistemico- processuale alla psicopatologia e alla terapia cognitiva, Bollati Boringhieri, Torino.
  • Linehan M. M. (1993). Cognitive-behavioral treatment of borderline personality disorder. New York, NY: The Guilford Press.
  • Linehan M. M. (2015). DBT Skills Training, ed. a cura di Barone L., Maffei C., Raffaello Cortina.
  • Molaro, A. (2018). Il corpo e l’istituzione: Franco Basaglia dalla fenomenologia alla psichiatria radicale, in Physis, Rivista Internazionale di storia della scienza, n. 53 (1-2), pp. 331-360.
  • Stanghellini G., Lysaker P.H. (2007), The Psychotherapy of Schizophrenia through the Lens of Phenomenology: Intersubjectivity and the Search for the Recovery of First- and Second-Person Awareness, in American Journal of Psychotherapy, 61 (2), :163-79.  doi: 10.1176/appi.psychotherapy. 2007.61.2.163.
  • Stanghellini, G. (2016), Lost in dialogue. Oxford: Oxford University Press, trad. Noi siamo un dialogo. Antropologia, psicopatologia, cura, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2017.
  • Wiener N. (1948-61), Cybernetics, or control and communication in the animal and the machine, The MIT Press, Cambridge , trad. it. La Cibernetica, Armando Editore, Milano, 2018.

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  • IL PRIMO CORSO DI PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI IN ITALIA (PESCARA, 2026) 22 September 2025
  • Recensione e riassunto di “Liberi dal panico” di Pietro Spagnulo (un agile ed economico ebook per introdursi al problema-ed autoaiutarsi) 15 September 2025
  • Being Sapiens e la rubrica “psicoterapeuti italiani”: intervista a Gianandrea Giacoma 1 September 2025
  • 10 ESERCIZI PER LAVORARE CON LE SOTTOPERSONALITÀ GENERATE DAL TRAUMA (#PTSD) 28 July 2025
  • IL PRIMO CONGRESSO AISTED A MILANO (24 E 25 OTTOBRE 2025) 21 July 2025
  • INTERVENTI CLINICI CENTRATI SULLA SOLUZIONE: LE CINQUE DOMANDE (da “Terapia breve centrata sulla soluzione” di Cannistrà e Piccirilli) 15 July 2025
  • A proposito di psicologia dell’aviazione 1 July 2025
  • Clinica del trauma oggi: un approfondimento da POPMed 30 June 2025
  • Collegno: la quarta edizione del Fòl Fest (“Quando cantavo dov’eri tu?”) 11 June 2025
  • Il trauma indotto da perpetrazione (“un altro problema, meno noto, dell’industria della carne”) 10 June 2025
  • Ancora sul modello diagnostico “HiTop” 3 June 2025
  • L’EMDR: AGGIORNAMENTO, CONTROVERSIE E IPOTESI DI FUNZIONAMENTO 15 May 2025
  • NEUROCRIMINOLOGIA: ANNA SARA LIBERATI 6 May 2025
  • INTRODUZIONE AL LAVORO DI FLAVIO CANNISTRÀ 29 April 2025
  • L’UOMO SOVRASOCIALIZZATO. INTRODUZIONE AL PENSIERO DI Ted Kaczynski (UNABOMBER) 23 April 2025
  • RECENSIONE DI “CONVERSAZIONI DI TERAPIA BREVE” DI FLAVIO CANNISTRÁ E MICHAEL F. HOYT 15 April 2025
  • RICERCA E DIVULGAZIONE IN AMBITO DI PSICHEDELICI: 10 LINK 1 April 2025
  • INTERVISTA A MANGIASOGNI 24 March 2025
  • Introduzione al concetto di neojacksonismo 19 March 2025
  • “LE CONSEGUENZE DEL TRAUMA PSICOLOGICO”, UN LIBRO SUL PTSD 5 March 2025
  • Il ripassone. “Costrutti e paradigmi della psicoanalisi contemporanea”, di Giorgio Nespoli 20 February 2025
  • PSICOGENEALOGIA: INTRODUZIONE AL LAVORO DI ANNE ANCELIN SCHÜTZENBERGER 11 February 2025
  • Henri Ey: “Allucinazioni e delirio”, la pubblicazione in italiano per Alpes, a cura di Costanzo Frau 4 February 2025
  • IL CONVEGNO DI BOLOGNA SULLA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI (dicembre 2024) 10 January 2025
  • Hakim Bey: T.A.Z. 8 January 2025
  • L’INTEGRAZIONE IN AMBITO PSICHEDELICO – IN BREVE 3 January 2025
  • CARICO ALLOSTATICO: UN’INTRODUZIONE 19 December 2024
  • SISTEMI MOTIVAZIONALI, EMOZIONI IN CLINICA, LIOTTI: UN APPROFONDIMENTO (E UN’INTERVISTA A LUCIA TOMBOLINI) 2 December 2024
  • Una buona (e completa) introduzione a Jung e allo junghismo. Intervista ad Andrea Graglia 4 November 2024
  • TRAUMA E PSICOSI: ALCUNI VIDEO DALLE “GIORNATE PSICHIATRICHE CERIGNALESI 2024” 17 October 2024
  • “LA GENERAZIONE ANSIOSA”: RECENSIONE APPROFONDITA E VALUTAZIONI 10 October 2024
  • Speciale psichedelici, a cura di Studio Aegle 7 October 2024
  • Le interviste di POPMed Talks 3 October 2024
  • Disturbi da sintomi somatici e di conversione: un approfondimento 17 September 2024
  • TRAUMA E DISSOCIAZIONE: IL CONGRESSO ESTD DI OTTOBRE 2024, A KATOWICE (POLONIA) 20 August 2024
  • POPMed Talks #7: Francesco Sena (speciale Art Brut) 3 August 2024
  • LA (NEONATA) SIMEPSI E UN INTERVENTO DI FABIO VILLA SULLA TERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI A LOSANNA 30 July 2024
  • L'”IMAGERY RESCRIPTING” NEL PTSD 18 July 2024
  • Intervista a Francesca Belgiojoso: le fotografie in psicoterapia 1 July 2024
  • Attaccamento traumatico: facciamo chiarezza (di Andrea Zagaria) 24 June 2024
  • KNOT GARDEN (A CURA DEL CENTRO VENETO DI PSICOANALISI) 10 June 2024
  • Costanza Jesurum: un’intervista all’autrice del blog “bei zauberei”, psicoanalista junghiana e scrittrice 3 June 2024
  • LA SVIZZERA, CUORE DEL RINASCIMENTO PSICHEDELICO EUROPEO 29 May 2024
  • Un’alternativa alla psicopatologia categoriale: Hierarchical Taxonomy of Psychopathology (HiTOP) 9 May 2024
  • INVITO A BION 8 May 2024
  • INTERVISTA A FEDERICO SERAGNOLI: IL VIDEO 18 April 2024
  • INCONSCIO NON RIMOSSO E MEMORIA IMPLICITA: UNA RECENSIONE 9 April 2024
  • UN FREE EBOOK (SUL TRAUMA) IN COLLABORAZIONE CON VALERIO ROSSO 3 April 2024
  • GLI INCONTRI DI AISTED: LA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI A GINEVRA (16 APRILE 2024) 28 March 2024
  • La teoria del ‘personaggio’ nell’opera di Antonino Ferro 21 March 2024
  • Psicoterapia assistita da psichedelici: intervista a Matteo Buonarroti 14 March 2024
  • BRESCIA, FEBBRAIO 2024: DUE ESTRATTI DALLA MASTERCLASS “VERSO UNA NUOVA TERAPIA ESPOSITIVA DI PRECISIONE” 27 February 2024
  • CAPIRE LA DISPNEA PSICOGENA: DA “SENZA FIATO” DI GIORGIO NARDONE 14 February 2024
  • POPMED TALKS 5 February 2024
  • NASCE L’ASSOCIAZIONE COALA (TORINO) 1 February 2024
  • Camilla Stellato: “Diventare genitori” 29 January 2024
  • Offline is the new luxury, un documentario 22 January 2024
  • MARCO ROVELLI, LA POLITICIZZAZIONE DEL DISAGIO PSICHICO E UN PODCAST DI psicologia fenomenologica 10 January 2024
  • La terapia espositiva enterocettiva (per il disturbo di panico) – di Emiliano Toso 8 January 2024
  • INTRODUZIONE A VIKTOR FRANKL 27 December 2023
  • UN APPROFONDIMENTO DI MAURIZIO CECCARELLI SULLA CONCEZIONE NEO-JACKSONIANA DELLE FUNZIONI MENTALI 14 December 2023
  • 3 MODI DI INTENDERE LA DISSOCIAZIONE: DA UN INTERVENTO DI BENEDETTO FARINA 12 December 2023
  • Il burnout oltre i luoghi comuni (DI RICCARDO GERMANI) 23 November 2023
  • TRATTAMENTO INTEGRATO DELL’ANSIA: INTERVISTA A MASSIMO AGNOLETTI ED EMILIANO TOSO 9 November 2023
  • 10 ARTICOLI SUL JOURNALING E SUI BENEFICI DELLO SCRIVERE 6 November 2023
  • UN’INTERVISTA A GIUSEPPE CRAPARO SU PIERRE JANET 30 October 2023
  • CONTRASTARE IL DECADIMENTO COGNITIVO: ALCUNI SPUNTI PRATICI 26 October 2023
  • PTSD (in podcast) 25 October 2023
  • ANIMALI CHE SI DROGANO, DI GIORGIO SAMORINI 12 October 2023
  • VERSO UNA TERAPIA ESPOSITIVA DI PRECISIONE: PREFAZIONE 7 October 2023
  • Congresso Bari SITCC 2023: un REPORT 2 October 2023
  • GLI INCONTRI ORGANIZZATI DA AISTED, Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione 25 September 2023
  • CANNABISCIENZA.IT 22 September 2023
  • TERAPIA ESPOSITIVA (IN PODCAST) 18 September 2023
  • TERAPIA ESPOSITIVA: INTERVISTA A EMILIANO TOSO (PARTE SECONDA) 4 September 2023
  • POPMED: 10 articoli/novità dal mondo della letteratura scientifica in ambito “psi” (ogni 15 giorni) 30 August 2023
  • DIFFUSIONE PATOLOGICA DELL’ATTENZIONE E SUPERFICIALITÀ DIGITALE. UN ESTRATTO DA “PSIQ” di VALERIO ROSSO 23 August 2023
  • LE FRONTIERE DELLA TERAPIA ESPOSITIVA. INTERVISTA A EMILIANO TOSO 12 August 2023
  • NIENTE COME PRIMA, DI MANGIASOGNI 8 August 2023
  • NASCE IL “GRUPPO DI INTERESSE SULLA PSICOPATOLOGIA” DI AISTED (Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione) 26 July 2023
  • Psychedelic Science Conference 2023 – lo stato dell’arte sulle terapie psichedeliche  15 July 2023
  • RENDERE NON NECESSARIA LA DISSOCIAZIONE: DA UN ARTICOLO DI VAN DER HART, STEELE, NIJENHUIS 29 June 2023
  • EMBODIED MINDS: INTERVISTA A SARA CARLETTO 21 June 2023
  • Psychiatry On Line Italia: 10 rubriche da non perdere! 7 June 2023
  • CURARE LA PSICHIATRIA DI ANDREA VALLARINO (INTRODUZIONE) 1 June 2023
  • UN RICORDO DI LUIGI CHIRIATTI, STUDIOSO DI TARANTISMO 30 May 2023
  • PHENOMENAUTICS 20 May 2023
  • 6 MESI DI POPMED, PER TORNARE ALLA FONTE 18 May 2023
  • GLI PSICOFARMACI PER LO STRESS POST TRAUMATICO (PTSD) 8 May 2023
  • ILLUSIONI IPNAGOGICHE, SONNO E PTSD 4 May 2023
  • SI PUÓ DIRE MORTE? INTERVISTA A DAVIDE SISTO 27 April 2023
  • CENTRO SORANZO: INTERVISTA A MAURO SEMENZATO 12 April 2023
  • Laetrodectus, che morde di nascosto 6 April 2023
  • STABILIZZAZIONE E CONFINI: METTERE PALETTI PER REGOLARSI 4 April 2023
  • L’eredità teorica di Giovanni Liotti 31 March 2023
  • “UN RITMO PER L’ANIMA”, TARANTISMO E DINTORNI 7 March 2023
  • SUICIDIO: SPUNTI DAL LAVORO DI MAURIZIO POMPILI E EDWIN SHNEIDMAN 9 January 2023
  • SUPERHERO THERAPY. INTERVISTA A MARTINA MIGLIORE 5 December 2022
  • Allucinazioni nel trauma e nella psicosi. Un confronto psicopatologico 26 November 2022
  • FUGA DI CERVELLI 15 November 2022
  • PSICOTERAPIA DELL’ANSIA: ALCUNI SPUNTI 7 November 2022
  • LA Q DI QOMPLOTTO 25 October 2022
  • POPMED: UN ESEMPIO DI NEWSLETTER 12 October 2022
  • INTERVISTA A MAURO BOLOGNA, PRESIDENTE SIPNEI 10 October 2022
  • IL “MANUALE DELLE TECNICHE PSICOLOGICHE” DI BERNARDO PAOLI ED ENRICO PARPAGLIONE 6 October 2022
  • POPMED, UNA NEWSLETTER DI AGGIORNAMENTO IN AREA “PSI”. PER TORNARE ALLA FONTE 30 September 2022
  • IL CONVEGNO SIPNEI DEL 1 E 2 OTTOBRE 2022 (FIRENZE): “LA PNEI NELLA CLINICA” 20 September 2022
  • LA TEORIA SULLA NASCITA DEL PENSIERO DI WILFRED BION 1 September 2022
  • NEUROFEEDBACK: INTERVISTA A SILVIA FOIS 10 August 2022
  • La depressione come auto-competizione fallimentare. Alcuni spunti da “La società della stanchezza” di Byung Chul Han 27 July 2022
  • SCOPRIRE LA SIPNEI. INTERVISTA A FRANCESCO BOTTACCIOLI 6 July 2022
  • PERFEZIONISMO: INTERVISTA A VERONICA CAVALLETTI (CENTRO TAGES ONLUS) 6 June 2022
  • AFFRONTARE IL DISTURBO DISSOCIATIVO DELL’IDENTITÁ 28 May 2022
  • GARBAGE IN, GARBAGE OUT.  INTERVISTA FIUME A ZIO HACK 21 May 2022
  • PTSD: ALCUNE SLIDE IN FREE DOWNLOAD 10 May 2022
  • MANAGEMENT DELL’INSONNIA 3 May 2022
  • “IL LAVORO NON TI AMA”: UN PODCAST SULLA HUSTLE CULTURE 27 April 2022
  • “QUI E ORA” DI RONALD SIEGEL. IL LIBRO PERFETTO PER INTRODURSI ALLA MINDFULNESS 20 April 2022
  • Considerazioni sul trattamento di bambini e adolescenti traumatizzati 11 April 2022
  • IL COLLASSO DEL CONTESTO NELLA PSICOTERAPIA ONLINE 31 March 2022
  • L’APPROCCIO “OPEN DIALOGUE”. INTERVISTA A RAFFAELLA POCOBELLO (CNR) 25 March 2022
  • IL CORPO, IL PANICO E UNA CORRETTA DIAGNOSI DIFFERENZIALE: INTERVISTA AD ANDREA VALLARINO 21 March 2022
  • RECENSIONE: L’EREDITÁ DI BION (A CURA DI ANTONIO CIOCCA) 20 March 2022
  • GLI PSICHEDELICI COME STRUMENTO TRANSDIAGNOSTICO DI CURA, IL MODELLO BIPARTITO DELLA SEROTONINA E L’INFLUENZA DELLA PSICOANALISI 7 March 2022
  • FOTOTERAPIA: JUDY WEISER e il lavoro con il lutto 1 March 2022
  • PLACEBO E DOLORE: IL POTERE DELLA MENTE (da un articolo di Fabrizio Benedetti) 14 February 2022
  • INTERVISTA A RICCARDO CASSIANI INGONI: “Metodo T.R.E.®” E TECNICHE BOTTOM-UP PER L’APPROCCIO AL PTSD 3 February 2022
  • SPIDER, CRONENBERG 26 January 2022
  • LE TEORIE BOTTOM-UP NELLA PSICOTERAPIA DEL POST-TRAUMA (di Antonio Onofri e Giovanni Liotti) 17 January 2022
  • 24 MESI DI PSICOTERAPIA ONLINE 10 January 2022
  • LA TOSSICODIPENDENZA COME TENTATIVO DI AMMINISTRARE LA SINDROME POST-TRAUMATICA 7 January 2022
  • La Supervisione strategica nei contesti clinici (Il lavoro di gruppo con i professionisti della salute e la soluzione dei problemi nella clinica) 4 January 2022
  • PSICHEDELICI: LA SCIENZA DIETRO L’APP “LUMINATE” 21 December 2021
  • ASYLUMS DI ERVING GOFFMAN, PER PUNTI 14 December 2021
  • LA SINDROME DI ASPERGER IN BREVE 7 December 2021
  • IL CONVEGNO DI SAN DIEGO SULLA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI (marzo 2022) 2 December 2021
  • PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA E DEEP BRAIN REORIENTING. INTERVISTA A PAOLO RICCI (AISTED) 29 November 2021
  • INTERVISTA A SIMONE CHELI (ASSOCIAZIONE TAGES ONLUS) 25 November 2021
  • TRAUMA: IMPOSTAZIONE DEL PIANO DI CURA E PRIMO COLLOQUIO 16 November 2021
  • TEORIA POLIVAGALE E LAVORO CON I BAMBINI 9 November 2021
  • INTRODUZIONE A BYUNG-CHUL HAN: IL PROFUMO DEL TEMPO 3 November 2021
  • IT (STEPHEN KING) 27 October 2021
  • JUDITH LEWIS HERMAN: “GUARIRE DAL TRAUMA” 22 October 2021
  • ANCORA SU PIERRE JANET 15 October 2021
  • PSICONUTRIZIONE: IL LAVORO DI FELICE JACKA 3 October 2021
  • MEGLIO MALE ACCOMPAGNATI CHE SOLI: LE STRATEGIE DI CONTROLLO IN INFANZIA (PTSDc) 30 September 2021
  • OVERLOAD COGNITIVO ED ECOLOGIA MENTALE 21 September 2021
  • UN LUOGO SICURO 17 September 2021
  • 3MDR: UNO STRUMENTO SPERIMENTALE PER COMBATTERE IL PTSD 13 September 2021
  • UN LIBRO PER L’ESTATE: “COME ANNOIARSI MEGLIO” DI PIETRO MINTO 6 August 2021
  • “I fondamenti emotivi della personalità”, JAAK PANKSEPP: TAKEAWAYS E RECENSIONE 3 August 2021
  • LIFESTYLE PSYCHIATRY 28 July 2021
  • LE DIVERSE FORME DI SINTOMO DISSOCIATIVO 26 July 2021
  • PRIMO LEVI, LA CARCERAZIONE E IL TRAUMA 19 July 2021
  • “IL PICCOLO PARANOICO” DI BERNARDO PAOLI. PARANOIA, AMBIVALENZA E MODELLO STRATEGICO 14 July 2021
  • RECENSIONE PER PUNTI DI “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE” 8 July 2021
  • I VIRUS: IL LORO RUOLO NELLE MALATTIE NEURODEGENERATIVE 7 July 2021
  • LA PLUSDOTAZIONE SPIEGATA IN BREVE 1 July 2021
  • COS’É LA COGNITIVE PROCESSING THERAPY? 24 June 2021
  • SULLA TERAPIA ESPOSITIVA PER I DISTURBI FOBICI: IL MODELLO DI APPRENDIMENTO INIBITORIO DI MICHELLE CRASKE 19 June 2021
  • É USCITO IL SECONDO EBOOK PRODOTTO DA AISTED 15 June 2021
  • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche -con il blog Psicologia Fenomenologica. 7 June 2021
  • PSICHIATRIA DI COMUNITÁ: LA SCELTA DI UN METODO 31 May 2021
  • PTSD E SPAZIO PERIPERSONALE: DA UN ARTICOLO DI DANIELA RABELLINO ET AL. 26 May 2021
  • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO ONLINE CON VALERIO ROSSO, MARCO CREPALDI, LUCA PROIETTI, BERNARDO PAOLI, GENNARO ROMAGNOLI 22 May 2021
  • MDMA PER IL PTSD: NUOVE EVIDENZE 21 May 2021
  • MAP (MULTIPLE ACCESS PSYCHOTHERAPY): IL MODELLO DI PSICOTERAPIA AD APPROCCI COMBINATI CON ACCESSO MULTIPLO DI FABIO VEGLIA 18 May 2021
  • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO GRATUITO ONLINE (21 MAGGIO) 13 May 2021
  • BALBUZIE: COME USCIRNE (il metodo PSICODIZIONE) 10 May 2021
  • PANICO: INTERVISTA AD ANDREA IENGO (PANICO.HELP) 7 May 2021
  • Psicologia digitale e pandemia COVID19: il report del Centro Medico Santagostino di Milano dall’European Conference on Digital Psychology (ECDP) 4 May 2021
  • SOLCARE IL MARE ALL’INSAPUTA DEL CIELO. Liberalizzare come terapia: il problema dell’autocontrollo in clinica 30 April 2021
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO” 25 April 2021
  • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche 25 April 2021
  • 3 STRUMENTI CONTRO IL TRAUMA (IN BREVE): TAVOLA DISSOCIATIVA, DISSOCIAZIONE VK E CAMBIO DI STORIA 23 April 2021
  • IL MALADAPTIVE DAYDREAMING SPIEGATO PER PUNTI 17 April 2021
  • UN VIDEO PER CAPIRE LA DISSOCIAZIONE 12 April 2021
  • CORRELATI MORFOLOGICI E FUNZIONALI DELL’EMDR: UNA PANORAMICA SULLA NEUROBIOLOGIA DEL TRATTAMENTO DEL PTSD 4 April 2021
  • TRAUMA E DISSOCIAZIONE IN ETÁ EVOLUTIVA: (VIDEO)INTERVISTA AD ANNALISA DI LUCA 1 April 2021
  • GLI EFFETTI POLARIZZANTI DELLA BOLLA INFORMATIVA. INTERVISTA A NICOLA ZAMPERINI DEL BLOG “DISOBBEDIENZE” 30 March 2021
  • SVILUPPARE IL PENSIERO LATERALE (EDWARD DE BONO) – RECENSIONE 24 March 2021
  • MDMA PER IL POST-TRAUMA: BEN SESSA E ALTRI RIFERIMENTI IN RETE 22 March 2021
  • 9 LIBRI FONDAMENTALI SU TRAUMA E DISSOCIAZIONE (aggiornato 2026) 14 March 2021
  • VIDEOINTERVISTA A CATERINA BOSSA: LAVORARE CON IL TRAUMA 7 March 2021
  • PRIMO SOCCORSO PSICOLOGICO E INTERVENTO PERI-TRAUMATICO: IL LAVORO DI ALAIN BRUNET ED ESSAM DAOD 2 March 2021
  • “SHARED LIVES” NEL REGNO UNITO: FORME DI PSICHIATRIA D’AVANGUARDIA 25 February 2021
  • IL TRAUMA (PTSD) NEGLI ANIMALI (PARTE 1) 21 February 2021
  • FLOW: una definizione 15 February 2021
  • NEUROBIOLOGIA DEL DISTURBO POST-TRAUMATICO (PTSD) 8 February 2021
  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE (SECONDA PARTE): FINE PENA MAI 3 February 2021
  • INTERVISTA A COSTANZO FRAU: DISSOCIAZIONE, TRAUMA, CLINICA 1 February 2021
  • LO SPETTRO IMPULSIVO COMPULSIVO. I DISTURBI OSSESSIVO COMPULSIVI SONO DISTURBI DA ADDICTION? 25 January 2021
  • ANATOMIA DEL DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO (E PSICOTERAPIA) 15 January 2021
  • LA STRANGE SITUATION IN BREVE e IL TRAUMA COMPLESSO 11 January 2021
  • GIORNALISMO = ENTERTAINMENT 6 January 2021
  • SIMBOLIZZARE IL TRAUMA: IL RUOLO DELL’ATTO ARTISTICO 2 January 2021
  • PSICHIATRIA: IL MODELLO DE-ISTITUZIONALIZZANTE DI GEEL, BELGIO (The Openbaar Psychiatrisch Zorgcentrum) 28 December 2020
  • STABILIZZARE I SINTOMI POST TRAUMATICI: ALCUNI ASPETTI PRATICI 18 December 2020
  • Psicoterapia breve strategica del Disturbo ossessivo compulsivo (DOC). Intervista ad Andrea Vallarino e Luca Proietti 14 December 2020
  • CRONOFAGIA DI DAVIDE MAZZOCCO: CONTRO IL FURTO DEL TEMPO 10 December 2020
  • PODCAST: SPECIALIZZAZIONE IN PSICHIATRIA E CLINICA A CHICAGO, con Matteo Respino 8 December 2020
  • COME GESTIRE UNA DIPENDENZA? 4 PIANI DI INTERVENTO 3 December 2020
  • INTRODUZIONE A JAAK PANKSEPP 28 November 2020
  • INTERVISTA A DANIELA RABELLINO: LAVORARE CON RUTH LANIUS E NEUROBIOLOGIA DEL TRAUMA 20 November 2020
  • MDMA PER IL TRAUMA: VIDEOINTERVISTA A ELLIOT MARSEILLE (A CURA DI JONAS DI GREGORIO) 16 November 2020
  • PSICHIATRIA E CINEMA: I CINQUE MUST-SEE (a cura di Laura Salvai, Psychofilm) 12 November 2020
  • STRESS POST TRAUMATICO: una definizione e alcuni link di approfondimento 7 November 2020
  • SCOPRIRE IL FOREST BATHING 2 November 2020
  • IL TRAUMA COME APPRENDIMENTO A PROVA SINGOLA (ONE TRIAL LEARNING) 28 October 2020
  • IL PANICO COME ROTTURA (RAPPRESENTATA) DI UN ATTACCAMENTO? da un articolo di Francesetti et al. 24 October 2020
  • LE PENSIONI DEGLI PSICOLOGI: INTERVISTA A LORENA FERRERO 21 October 2020
  • INTERVISTA A JONAS DI GREGORIO: IL RINASCIMENTO PSICHEDELICO 18 October 2020
  • IL RITORNO (MASOCHISTICO?) AL TRAUMA. Intervista a Rossella Valdrè 13 October 2020
  • ASCESA E CADUTA DEI COMPETENTI: RADICAL CHOC DI RAFFAELE ALBERTO VENTURA 6 October 2020
  • L’EMDR: QUANDO USARLO E CON QUALI DISTURBI 30 September 2020
  • FACEBOOK IS THE NEW TOBACCO. Perchè guardare “The Social Dilemma” su Netflix 28 September 2020
  • SPORT, RILASSAMENTO, PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA: oltre la parola per lo stress post traumatico 21 September 2020
  • IL MODELLO TRIESTINO, UN’ECCELLENZA ITALIANA. Intervista a Maria Grazia Cogliati Dezza e recensione del docufilm “La città che cura” 15 September 2020
  • IL RITORNO DEL RIMOSSO. Videointervista a Luigi Chiriatti su tarantismo e neotarantismo 10 September 2020
  • FARE PSICOTERAPIA VIAGGIANDO: VIDEOINTERVISTA A BERNARDO PAOLI 2 September 2020
  • SUL MERCATO DELLA DOPAMINA: INTERVISTA A VALERIO ROSSO 31 August 2020
  • TARANTISMO: 9 LINK UTILI 27 August 2020
  • FRANCESCO DE RAHO SUL TARANTISMO, tra superstizione e scienza 26 August 2020
  • ATTACCHI DI PANICO: IL MODELLO SUL CONTROLLO 7 August 2020
  • SHELL SHOCK E PRIMA GUERRA MONDIALE: APPORTI VIDEO 31 July 2020
  • LA LUNA, I FALÒ, ANGUILLA: un romanzo sulla melanconia 27 July 2020
  • VIDEOINTERVISTA A FERNANDO ESPI FORCEN: LAVORARE COME PSICHIATRA A CHICAGO 20 July 2020
  • ALCUNI ESTRATTI DALLA RUBRICA “GROUNDING” (PDF) 14 July 2020
  • STRESS POST TRAUMATICO: IL MODELLO A CASCATA. Da un articolo di Ruth Lanius 10 July 2020
  • OTTO KERNBERG SUGLI OBIETTIVI DI UNA PSICOANALISI: DA UNA VIDEOINTERVISTA 3 July 2020
  • SONNO, STRESS E TRAUMA 27 June 2020
  • Il SAFE AND SOUND PROTOCOL, UNO STRUMENTO REGOLATIVO. Videointervista a GABRIELE EINAUDI 23 June 2020
  • IL CONTROLLO CHE FA PERDERE IL CONTROLLO: UNA VIDEOINTERVISTA AD ANDREA VALLARINO SUL DISTURBO DI PANICO 11 June 2020
  • STRESS, RESILIENZA, ADATTAMENTO, TRAUMA – Alcune definizioni per creare una mappa clinicamente efficace 5 June 2020
  • DA “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE”: COS’É LA NEUROCEZIONE 3 June 2020
  • AUTO-TRADIRSI. UNA DEFINIZIONE DI MORAL INJURY 28 May 2020
  • BASAGLIA RACCONTA IL COVID 26 May 2020
  • FONDAMENTI DI PSICOTERAPIA: LA FINESTRA DI TOLLERANZA DI DANIEL SIEGEL 20 May 2020
  • L’EBOOK AISTED: “AFFRONTARE IL TRAUMA PSICHICO: il post-emergenza.” 18 May 2020
  • NOI, ESSERI UMANI POST- PANDEMICI 14 May 2020
  • PUNTI A FAVORE E PUNTI CONTRO “CHANGE” di P. Watzlawick, J.H. Weakland e R. Fisch 9 May 2020
  • APPORTI VIDEO SUL TARANTISMO – PARTE 2 4 May 2020
  • RISCOPRIRE L’ARCHIVIO (VIDEO) DI PSYCHIATRY ON LINE PER I SUOI 25 ANNI 2 May 2020
  • SULL’IMMOBILITÀ TONICA NEGLI ANIMALI. Alcuni spunti da “IPNOSI ANIMALE, IMMOBILITÁ TONICA E BASI BIOLOGICHE DI TRAUMA E DISSOCIAZIONE” 30 April 2020
  • FOBIE SPECIFICHE IN BREVE 25 April 2020
  • JEAN PIAGET E LA SHARING ECONOMY 25 April 2020
  • LO STATO DELL’ARTE INTORNO ALLA DIMENSIONE SOCIALE DELLA MEMORIA: SUL MODO IN CUI SI E’ ARRIVATI ALLA CREAZIONE DEL CONCETTO DI RICORDO CONGIUNTO E SU QUANTO LA VITA RELAZIONALE INFLUENZI I PROCESSI DI SVILUPPO DELLA MEMORIA 25 April 2020
  • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.3 – MODELLO ITALIANO E MODELLO BELGA A CONFRONTO, CON GIOVANNA JANNUZZI! 22 April 2020
  • RISCOPRIRE PIERRE JANET: PERCHÉ ANDREBBE LETTO DA CHIUNQUE SI OCCUPI DI TRAUMA? 21 April 2020
  • AGGIUNGERE LEGNA PER SPEGNERE IL FUOCO. TERAPIA BREVE STRATEGICA E DISTURBI FOBICI 17 April 2020
  • INTERVISTA A NICOLÓ TERMINIO: L’UOMO SENZA INCONSCIO 13 April 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.3 10 April 2020
  • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.2 – MODELLO ITALIANO E MODELLO SVIZZERO A CONFRONTO, CON OMAR TIMOTHY KHACHOUF! 6 April 2020
  • ANTONELLO CORREALE: IL QUADRO BORDERLINE IN PUNTI 4 April 2020
  • 10 ANNI DI E.J.O.P: DOVE SIAMO? 31 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.2 27 March 2020
  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE: RISTRETTI.IT 25 March 2020
  • NELLE CORNA DEL BUE LUNARE: IL LAVORO DI LIDIA DUTTO 16 March 2020
  • LA COLPA NEL DOC: LA MENTE OSSESSIVA DI FRANCESCO MANCINI 12 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.1 6 March 2020
  • PREFAZIONE DI “PTSD: CHE FARE?”, a cura di Alessia Tomba 5 March 2020
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO”: EP.1 – FERNANDO ESPI FORCEN 29 February 2020
  • NERVATURE TRAUMATICHE E PREDISPOSIZIONE AL PTSD 13 February 2020
  • RIMOZIONE E DISSOCIAZIONE: FREUD E PIERRE JANET 3 February 2020
  • TEORIA DEI SISTEMI COMPLESSI E PSICOPATOLOGIA: DENNY BORSBOOM 17 January 2020
  • LA CULTURA DELL’INDAGINE: IL MASTER IN TERAPIA DI COMUNITÀ DEL PORTO 15 January 2020
  • IMPATTO DELL’ESERCIZIO FISICO SUL PTSD: UNA REVIEW E UN PROGRAMMA DI ALLENAMENTO 30 December 2019
  • INTRODUZIONE AL LAVORO DI GIULIO TONONI 27 December 2019
  • THOMAS INSEL: FENOTIPI DIGITALI IN PSICHIATRIA 19 December 2019
  • HPPD: HALLUCINOGEN PERCEPTION PERSISTING DISORDER 12 December 2019
  • SU “LA DIMENSIONE INTERPERSONALE DELLA COSCIENZA” 24 November 2019
  • INTRODUZIONE AL MODELLO ORGANODINAMICO DI HENRI EY 15 November 2019
  • IL SIGNORE DELLE MOSCHE letto oggi 4 November 2019
  • PTSD E SLOW-BREATHING: RESPIRARE PER DOMINARE 29 October 2019
  • UNA DEFINIZIONE DI “TRAUMA DA ATTACCAMENTO” 18 October 2019
  • PROCHASKA, DICLEMENTE, ADDICTION E NEURO-ETICA 24 September 2019
  • NOMINARE PER DOMINARE: L’AFFECT LABELING 20 September 2019
  • MEMORIA, COSCIENZA, CORPO: TRE AREE DI IMPATTO DEL PTSD 13 September 2019
  • CAUSE E CONSEGUENZE DELLO STIGMA 9 September 2019
  • IMMAGINI DEL TARANTISMO: CHIARA SAMUGHEO 14 August 2019
  • “LA CITTÀ CHE CURA”: COSA SONO LE MICROAREE DI TRIESTE? 8 August 2019
  • LA TRASMISSIONE PER VIA GENETICA DEL PTSD: LO STATO DELL’ARTE 28 July 2019
  • IL LAVORO DI CARLA RICCI SUL FENOMENO HIKIKOMORI 24 July 2019
  • QUALI FONTI USARE IN AMBITO DI PSICHIATRIA E PSICOLOGIA CLINICA? 16 July 2019
  • THE MASTER AND HIS EMISSARY: PERCHÉ ABBIAMO DUE EMISFERI? 8 July 2019
  • PTSD: QUANDO LA MINACCIA É INTROIETTATA 28 June 2019
  • LA PSICOTERAPIA COME LABORATORIO IDENTITARIO 11 June 2019
  • DEEP BRAIN REORIENTING – IN CHE MODO CONTRIBUISCE AL TRATTAMENTO DEI TRAUMI? 6 June 2019
  • STRANGER DREAMS: STORIE DI DEMONI, STREGHE E RAPIMENTI ALIENI – Il fenomeno della paralisi del sonno nella cultura popolare 4 June 2019
  • ALCUNI SPUNTI DA “LA GUERRA DI TUTTI” DI RAFFAELE ALBERTO VENTURA 28 May 2019
  • Psicopatologia Generale e Disturbi Psicologici nel Trono di Spade 22 May 2019
  • L’IMPORTANZA DEGLI SPAZI DI ELABORAZIONE E IL “DEFAULT MODE” 18 May 2019
  • LA PEDAGOGIA STEINER-WALDORF PER PUNTI 14 May 2019
  • SOSTANZE PSICOTROPE E INDUSTRIA DEL MASSACRO: LA MODERNA CORSA AGLI ARMAMENTI FARMACOLOGICI 7 May 2019
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  • SUL REHEARSAL 15 April 2019
  • DUE PROSPETTIVE PSICOANALITICHE SUL NARCISISMO 12 April 2019
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  • DISSOCIAZIONE: COSA SIGNIFICA 29 March 2019
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  • TARANTISMO COME PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA? 19 March 2019
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  • LA FORMA DELL’ISTITUZIONE MANICOMIALE: L’ARCHITETTURA DELLA PSICHIATRIA 8 March 2019
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  • FARMACOTERAPIA DEL DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO (DOC) DAL PRESENTE AL FUTURO 19 February 2019
  • INTERVISTA A GIOVANNI ABBATE DAGA. ALCUNI APPROFONDIMENTI SUI DCA 15 February 2019
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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
  • Nella sezione FORMAZIONE sono contenuti post a contenuto vario, che hanno l’obiettivo di (in)formare il lettore a proposito di un determinato argomento.
  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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