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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

31 May 2021

PSICHIATRIA DI COMUNITÁ: LA SCELTA DI UN METODO

di Raffaele Avico

La scelta di un metodo lavorativo adeguato, in ambiente comunitario, rappresenta lo strumento che permette a utenti e operatori di godere della reciproca presenza, all’interno della Struttura, favorendo lo svilupparsi di un clima di calda operosità e benessere.

Entrando all’interno e potendo osservare il funzionamento di una struttura comunitaria, ci si rende conto dopo poco tempo se la struttura in questione funzioni o meno, se il personale lavori con un sufficiente grado di motivazione, se gli utenti gradiscano il soggiorno all’interno della casa e se esista o meno un clima cooperativo e strutturato su una “missione” condivisa.

Innanzitutto vanno distinte le diverse fasi del percorso di recupero (restando nell’ambito della tossicodipendenza): un percorso di disintossicazione da Centro Crisi presenta caratteristiche e requisiti diversi da un percorso comunitario, così come da un percorso di reinserimento.

Per quanto riguarda il metodo di lavoro da adottare all’interno di una struttura in cui si voglia proporre un percorso di conoscenza di sè rispetto all’abuso di sostanze, senza possibilità di uscire all’esterno (quindi, una percorso comunitario nel senso più “classico” del termine), è utile svolgere un’indagine comparata dei metodi utilizzati in diverse strutture, anche riferendoci a strutture operanti al di fuori dell’Italia.

É possibile reperire spunti e materiale prezioso sul sito della rivista della comunità “il Porto” di Moncalieri (TO), (http://www.terapiadicomunita.org/), che offre la possibilità di consultare un database di articoli relativi al metodo di lavoro in comunità, spesso frutto di trascrizioni effettuate da interventi vocali di relatori, docenti e operatori.

Sul sito sono pubblicati articoli di vario genere, ma assumono particolare rilevanza in questa sede gli articoli che offrono la descrizione dei quadri metodologici utilizzati in contesti molto diversi, come gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Francia.

Seppur riferiti a strutture comunitarie di vario genere, i metodi descritti offrono un elenco delle caratteristiche metodologiche che rendono una Struttura in grado di fornire un supporto adeguato a utenti e operatori.

Da una rapida lettura di alcuni degli articoli descritti, è utile partire dall’apporto teorico di Otto Kernberg (Kernberg O., 1987) che, analizzando la letteratura, volle isolare i concetti fondanti le comunità terapeutiche, facendone un’analisi critica, e sottolineando in particolare due aspetti:

  1. Nel trattamento di comunità il personale e i pazienti funzionano insieme come comunità organizzata per portare avanti la cura. L’idea innovativa e rivoluzionaria evidenziata da Kernberg è che i pazienti, sia individualmente sia in gruppo, partecipano attivamente e sono corresponsabili del proprio trattamento.
  2. La cultura terapeutica si basa sul fatto che tutte le attività e tutte le interazioni debbano divenire oggetto di riflessione allo scopo di rieducare e riabilitare. Deve esserci un confronto tra vita e apprendimento, con un flusso comunicativo aperto tra residenti e operatori fatto di feedback immediati e continui (dev’esserci cioè una cultura dell’indagine).

Kernberg manifesta particolare enfasi nel sottolineare l’importanza di momenti di comunicazione e chiarificazione tra utenti e operatori, attraverso gruppi e discussioni cadenzate.

Egli individua peraltro alcuni aspetti problematici delle comunità terapeutiche, relativi alla distanza tra un approccio gestionale autoritario e un approccio invece più basato su un democrazia “diretta”:

  1. Nella cultura della comunità terapeutica si presuppone che l’autoritarismo sia antiterapeutico e che le decisioni prese sulla base del potere piuttosto che della condivisione vadano contro gli interessi dei pazienti. Nella pratica quotidiana possiamo constatare che l’esercizio dell’autorità e del potere è un aspetto molto delicato ma non sempre risulta dannoso: esiste un’autorità funzionale che si contrappone ad un’autorità inadeguata. Il vero contrasto è tra decisionalità autoritaria e decisionalità funzionale. Una gestione autoritaria può distorcere l’utilizzo delle regole e preclude la possibilità di rendere più completo il trattamento grazie all’uso terapeutico della Comunità come sistema sociale.
  2. Il concetto di comunità terapeutica implica che la democratizzazione del processo di cura sia di per sé terapeutico. Si pensa che la democratizzazione accresca l’autostima del paziente, l’efficacia del suo funzionamento e l’onestà delle sue comunicazioni, avendo perciò un effetto positivo diretto sulla sua crescita personale. Questo aspetto si concretizza nella libertà di adesione al percorso comunitario; le persone sono libere di decidere se stare o meno in comunità, c’è un loro atto di volontà; sappiamo anche che spesso questa “scelta” è condizionata dalle pressioni da parte dei curanti, dei familiari e del contesto esterno.

Un apporto importante è stato inoltre quello fornito da Rex Haigh (R. Haigh, 2002), che individuò 5 qualità di un ambiente terapeutico funzionale, presentate come una sequenza evolutiva. Secondo l’autore le “parole chiave” di una buona cultura di comunità dovrebbero essere:

  1. Attaccamento: una cultura di reciproca affezione, nella quale l’attenzione è rivolta all’unione e al distacco, e lo staff è incoraggiato a sentirsi parte di questo processo. É importante monitorare come le persone arrivano, che sentimenti provano, e come se ne vanno.
  2. Contenimento: una cultura della sicurezza, nella quale c’è una sicura struttura organizzativa e gli staff si sentono supportati, accuditi e sufficientemente protetti nel gruppo. Oltre alla sicurezza fisica, occorre anche pensare alla sicurezza psicologica. Se un giovane operatore sa che c’è una figura a cui rivolgersi per consigli, supporto, guida, che rispetta i giovani colleghi per come sono e per la loro professionalità ed è disponibile e aperto al confronto, con tutta probabilità si sentirà più fiducioso e sicuro nello svolgimento del proprio lavoro, sostenendo maggiormente il carico di stress. Ne consegue l’importanza del ruolo del tutor. D’altro canto anche la rete di relazioni tra gli operatori è un elemento importante di sicurezza, così come una chiara e realistica definizione di limiti, procedure, regole, compiti e ruoli.
  3. Comunicazione: una cultura di apertura e trasparenza, in cui conflitti e difficoltà possono essere espressi, e gli staff sviluppano un’attitudine ad affrontare in modo riflessivo le problematiche con le quali si confrontano continuamente nel corso del proprio lavoro. Spesso ci si riferisce a questa componente con il termine coniato da Tom Main: cultura dell’indagine. La comunicazione ha necessità di tempo, canali e relazioni. I processi proiettivi dei pazienti possono inquinare la vita psichica degli operatori facendoli sentire abusanti, abusati o inutili. Questo richiede di discutere con una certa profondità e ampiezza della propria e dell’altrui esperienza con i pazienti. Un gruppo che faciliti questa comunicazione accresce il morale, abbassa il livello di stress, incrementa il senso di sicurezza e di contenimento sul lavoro, aumenta la comprensione reciproca dei ruoli e delle responsabilità, prevenendo la formazione di sottogruppi distruttivi. Inoltre permette di indirizzare potere, leadership e compiti gerarchici, migliora la relazione tra gli operatori incoraggiando il piacere e la creatività nel gruppo.
  4. Coinvolgimento: una cultura dell’apprendimento dall’esperienza, nella quale i membri del gruppo apprezzano l’un l’altro i propri contributi e hanno la sensazione che il loro lavoro e la loro prospettiva siano valutate. Essere consapevoli della propria relazione con gli altri nel gruppo, definisce la nostra identità e promuove il sentimento di sentirsi parte di qualcosa che è più duraturo e potente di qualcosa prodotto solo da sé stessi. Differenze nel gruppo di lavoro portano ricchezza e varietà. Questa pratica di lavoro può essere espressa solo se il gruppo è dinamico, fiducioso, con la possibilità di pensare liberamente a tal punto da permettere a tutti i membri di trovare una propria collocazione in un modo che è più sofisticato e complesso di una semplice gerarchia. L’obiettivo di lavorare insieme è incrementabile quando i brevi momenti di contatto sono riconosciuti e valorizzati. Occorre comunque tener conto della tendenza all’individualità.
  5. Iniziativa: una cultura di “empowerment”, nella quale tutti i membri del gruppo possono esprimere la propria opinione sul funzionamento dell’istituzione e giocano una parte nel processo decisionale. Il “micromanagement” fa perdere la capacità di analizzare, pensare e decidere insieme. Condividere la responsabilità richiede un considerevole grado di intimità e fiducia perché comporta l’esposizione all’incertezza e all’ansietà.

Interessante inoltre rilevare come, per quanto riguarda il discorso degli obiettivi che una Comunità dovrebbe portare avanti nel lavoro con gli utenti, emergano come prioritari l’ottenere contenimento e il realizzare sviluppo: un doppio asse metodologico che si preoccupi quindi di fornire un sufficiente contenimento degli utenti rispetto alle loro difficoltà individuali, insieme ad un ambiente formativo e di crescita in cui le persone sentano di fare un lavoro su di sè che li faccia crescere e sentire utili.

Sembra essere imprescindibile dunque la presenza di un movimento di cura affiancato da un movimento di formazione e di trasmissione di competenze nuove per la persona.

Per quanto riguarda l’aspetto del contenimento e della cura, Aldo Lombardo (Lombardo, A. 2004) pone due questioni da tenere in considerazione nel lavoro con gli utenti: quanto cioè venga promossa in comunità la qualità della vita dell’utente, insieme a quanto venga corretta e analizzata la sua personalità patologica. Secondo l’autore, non basta infatti promuovere tutte quelle caratteristiche della persona che gli favoriranno un successivo reinserimento sociale (potenziare cioè le sue caratteristiche di personalità più sane e stabili): è necessario nel lavoro con gli utenti prestare attenzione alle manifestazioni disfunzionali della sua personalità, quelle insomma che rendono difficile all’utente l’inserimento sociale, o che lo spingono a comportamenti d’abuso, agli agiti, e così via.

La comunità e le persone che la occupano, da questo punto di vista, rivestono l’importantissima funzione di specchio, per l‘utente: a partire dal confronto con gli altri residenti potrà ricevere rimandi sulle sue stesse modalità relazionali all’interno della struttura e avere quindi un quadro più lucido dei suoi tratti comportamentali disfunzionali verso se stesso e gli altri.

Il movimento di cura dovrà assumere 4 differenti direzioni, nella forma di 4 diversi approcci, da sviluppare contemporaneamente e da tenere sempre presenti nel lavoro con l’utenza:

  1. Approccio educativo: centrato sull’apprendimento adattativo dei sistemi di valori e norme della comunità, utilizza gli strumenti del lavoro, della struttura, del gruppo, dei provvedimenti, dei laboratori, della cura di sé, della gestione del denaro, della responsabilità e dei privilegi.
  2. Approccio psicologico: si articola in spazi di riflessione ed elaborazione della situazione attuale ed eventualmente passata attraverso strumenti come il colloquio, il gruppo, gli incontri familiari;
  3. Approccio sociale: in cui sono stimolate le interazioni sociali in base alle regole della socialità e dell’altruismo con gli strumenti della vita di gruppo, della responsabilità, delle uscite di socializzazione.
  4. Approccio biologico: attraverso l’utilizzo di terapie farmacologiche.

Secondo Olivero Maurizio, ex-responsabile della comunità “Il Porto”, gli strumenti poi da utilizzare all’interno della struttura, dovrebbero essere:

  1. La quotidianità
    É il fulcro della vita comunitaria, ovvero l’ambito in cui il soggetto si sperimenta nell’acquisizione di uno stile di vita diverso ed interiorizza nuove regole. È supportata da un’organizzazione interna della casa che ha la finalità di scandire tempi ed attività, alla quale tutti i residenti sono tenuti a prendere parte. Un aspetto importante per la creazione di un ambiente terapeutico “sufficientemente buono” è la cura costante dell’organizzazione e dei conflitti che possono emergere in essa. Il quotidiano è il plasma della terapia: organizzarlo, dargli un senso e creare le condizioni perché possa essere vissuto con piacere assieme ad altri fa sì che ogni paziente acquisisca gradualmente quello che maggiormente gli manca: vivere i propri sentimenti creando affetto.
  2. La relazione
    Attraverso gli scambi quotidiani intensi e significativi tra residenti e tra residenti ed operatori si tenta di instaurare delle relazioni autentiche, finalizzate a valorizzare le persone. La disposizione dell’operatore è improntata ad un ascolto attivo. Lo stile educativo deve essere calibrato all’evolversi della relazione e della persona, passando attraverso una ridefinizione della dimensione normativa e della dimensione relazionale: il passaggio è dal prescrivere-guidare al dialogare-convincere, per poi giungere a coinvolgere-responsabilizzare e quindi al delegare-valorizzare.
  3. Le regole
    Garantiscono la vita ed i rapporti all’interno del gruppo. Le regole di convivenza per essere accettate vanno chiaramente esplicitate, e si possono suddividere in tre categorie
    1) regole normative di base: residenza volontaria, no sesso, no violenza, no sostanze stupefacenti. Se violate possono portare all’espulsione dell’ospite;
    2) regole di carattere generale: ad esempio il rispetto degli orari e delle persone; regolamentano il vivere quotidiano;
    3) regole specifiche: vengono definite per ogni persona in genere al momento dell’ingresso e possono modificarsi durante il tempo. Un esempio sono le uscite da soli o accompagnati.
    La definizione di regole porta con sé quello di trasgressione. La trasgressione è un modo per comunicare qualcosa di sé e del proprio rapporto con la comunità, provoca un confronto che permette di comprendere la regola e poterla accettare. Le sanzioni devono essere necessariamente correlate all’individuo che trasgredisce e al significato del gesto trasgressivo.
  4. Le attività occupazionali
    Permettono da un lato di misurarsi con elementi di realtà facendo i conti con la frustrazione che può derivare dall’impegno lavorativo (orari, regole, doveri, fatiche, responsabilità), e dall’altro di confrontarsi con le proprie capacità manuali ed intellettuali con l’obiettivo di acquisire una sempre maggiore autonomia. Il lavoro incoraggia un funzionamento autonomo attraverso la valorizzazione delle potenzialità individuali.:

Per quanto riguarda la gestione della struttura, dalla lettura degli articoli contenuti nel sito sopracitato si delinea un miglior funzionamento di una gestione di tipo democratico da parte del gruppo equipe, che potrebbe prendere il nome di democrazia diretta, nel senso di non mediata da tramiti, ma osservata e regolamentata dall’equipe stessa insieme agli utenti.

Interessante a questo proposito osservare il funzionamento della struttura terapeutica inglese “Handerson Hospital”, conosciuta per il grosso esempio che diede a partire dagli anni ’50 alle strutture comunitarie non solo inglesi, ma anche statunitensi e italiane. All’interno di questa struttura (che non trattava nello specifico problematiche di tossicodipendenza, ma piuttosto disturbi di personalità di diverso tipo), le decisioni relative all’ammissione o alla dimissione di un particolare utente venivano prese a partire dall’intervento di tutti gli utenti, che decidevano insieme agli operatori attraverso una decisione democratica. L’idea di fondo era che fosse preferibile responsabilizzare il più possibile gli utenti all’interno del loro percorso di cura, cosicché si sentissero parte integrante del lavoro su di sè e sul gruppo comunità.

Questa responsabilità assumeva varie forme nella vita comunitaria: esistevano per esempio 3 utenti che, mensilmente, ricevevano il compito di funzionare da tramiti tra il gruppo comunità e il gruppo operatori, a cui veniva affidata grossa responsabilità decisionale nelle riunioni di gruppo effettuate settimanalmente. Questo per far sperimentare agli utenti il peso dell’autorità e, come in un gioco di psicodramma allargato, fare in modo che, una volta “destituiti” dal loro incarico potessero reggere meglio e meglio comprendere le dinamiche legate all’autorità (si tenga conto che molti degli utenti accolti avevano avuto grosse difficoltà rispetto al rapporto con le autorità).

Altre particolarità del funzionamento dell’Handersen Hospital: un periodo di trattamento limitato nel tempo (un anno), finalizzato a promuovere la rappresentazione nella mente di utenti e operatori di un percorso con un inizio e una fine, e a prevenire sindromi di burnout nel gruppo équipe, e un forte impulso da parte degli operatori a far “uscire” i sintomi degli utenti attraverso gruppi di discussione caldi, protetti e profondi (l’idea era che si dovesse passare da un agire senza sentire, a un verbalizzare sentendo).

Un’attenzione particolare veniva data poi alla comunicazione tra gli operatori, impegnati in momenti di confronto regolati in modo strutturato e fisso (prima e dopo ogni gruppo, tutte le mattine e tutte le sere).

La questione attuale, relativamente a una tipologia di metodo da attuare all’interno di una struttura comunitaria, riflette i movimenti evolutivi che hanno portato, nella nostra società, a ripensare il ruolo di tossicodipendente e a ridefinire quali possano essere i criteri da osservare nel portare avanti un progetto di cura.

Esistono infatti due tendenze di metodo principali, spesso presenti insieme all’interno del gruppo equipe: un approccio educativo che si contrappone e mescola a un approccio più terapeutico (vista anche la maggiore eterogeneità del gruppo di operatori formati). Nel tempo si è arrivati a considerare come necessario un approccio il più possibile integrato, basato cioè sulla compresenza degli approcci, educativo e psico-sociale, ma modellato sopra le caratteristiche dell’utenza.

Si ritiene per esempio funzionale il caratterizzare l’approccio terapeutico maggiormente in senso educativo quanto più l’utente sembri necessitare di “struttura” interna e regole, cosa che avviene di solito in una fase più precoce della vita. Si parla quindi di un approccio che mantiene delle caratteristiche “rieducative” tanto più l’utente sia giovane e aperto a questo tipo di intervento; con l’avanzare dell’età si tende a prediligere un approccio che punti a rielaborare in senso psicosociale la storia e i vissuti del paziente, dando per scontata l’acquisizione pregressa di una serie di norme e regole personali difficilmente “attaccabile” dal lavoro fatto in struttura.

Lavorare con un approccio integrato comporta la capacità di stare in posizioni di complessità e non-conoscenza anche protratte nel tempo, tentando di considerare le problematiche contingenti a partire da più punti di vista. Il nucleo “caldo” della questione rimane in ogni caso trasversale alle differenze di approccio clinico: si lavora, tramite approcci diversi, “per fare emergere la soggettività dell’individuo intesa come capacità di riconoscere e valutare i propri bisogni, di distinguere la propria volontà da quella degli altri, di affermarsi come soggetto che apprende ad autoregolarsi facendo leva sulle proprie risorse, che si individua rispetto alle figure di attaccamento dall’indifferenziazione dei legami familiari nel rispetto dei confini personali e della chiarezza dei ruoli”.

A questo si collega la questione della personalizzazione dell’intervento: quanto cioè sia personalizzabile l’intervento di cura, immaginando di poterlo posizionare all’interno di un continuum teorico che abbia come estremi un intervento totalmente standardizzato (“militarizzato”) e un intervento invece basato totalmente sulla particolarizzazione del lavoro.

Da una parte si lavora sul rendere il percorso terapeutico totalmente repellente a tentativi da parte degli utenti di costruirselo “ad personam”, tentando in questo modo di favorire l’uguaglianza sociale e la democraticità dei diritti e dei doveri all’interno della struttura. Dall’altra si lavora invece sul rendere personale e unico il percorso dei singoli individui, valorizzandone le differenze, contemporaneamente però rischiando di creare malumori tra gli utenti (alimentando possibili vissuti paranoidi o l’idea che agli occhi del gruppo équipe esistano “figli e figliastri”).

La scelta della posizione in cui collocarsi risulta ardua e plausibilmente uno dei motivi fondanti di un successo o di un insuccesso di un percorso di trattamento.

Gli articoli pubblicati all’interno del sito sopra-citato, rispondono a questo quesito proponendo un modello di intervento che metta insieme entrambe le tendenze. Il motivo di un scelta di questo tipo nasce dall’esperienza soggettiva degli autori degli articoli, secondo i quali gli utenti risponderebbero molto bene all’introduzione di elementi differenzianti un programma dall’altro nel caso in cui riescano a ricondurre questa differenza all’adozione di un criterio “dotato di senso piuttosto che a casualità, arbitrio, ingiustizia o incertezza da parte degli operatori”. L’idea è figlia del tentativo di creare in struttura un clima di trasparenza decisionale e metodologica da parte dell’equipe: gli autori sostengono che gli utenti sappiano ben valutare quanto le singole differenze reciproche possano solo momentaneamente risultare penalizzanti per alcuni di loro, per poi risultare in un successivo vantaggio per tutti.

Per chi fosse interessato a queste tematiche (psichiatria residenziale, comunità terapeutiche, prassi di comunità e lavoro degli operatori), consigliamo questa rubrica (da cui questo articolo è tratto), sul blog Psicologia Fenomenologica.

Fondamentale anche questo master (interamente visibile in rete) organizzato sempre da Il Porto.

Fonti: http://www.terapiadicomunita.org/


Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA. Qui invece l’area membri/Patreon per sostenere il blog, in cambio di contenuti dedicati (4€/mese)

Article by admin / Generale

26 May 2021

PTSD E SPAZIO PERIPERSONALE: DA UN ARTICOLO DI DANIELA RABELLINO ET AL.

di Raffaele Avico

In questo articolo di Daniela Rabellino, pubblicato insieme al gruppo di lavoro di Ruth Lanius, definisce e compie molteplici osservazioni a proposito del concetto di “spazio peripersonale”.

Lo spazio peripersonale definisce uno spazio “percepito” intorno al corpo come particolarmente saliente e oggetto di attenzione peculiare da parte di un individuo, con funzione sia “fattuale” (nello spazio intorno a me eseguo compiti e trasformo la realtà), sia difensiva (nello spazio intorno a me sono presenti  “sensori di prossimità” che mi consentono di percepire minacce, vicinanze più o meno gradite, segnali di pericolo).

Il gruppo di lavoro mette in connessione questo concetto con differenti aspetti di psicopatologia, dopo averne dettagliato i correlati neuroanatomici (si veda l’articolo stesso per i dettagli).

In particolare gli autori osservano che:

  • tramite la misurazione del “hand blink reflex” si è potuto osservare come gli individui ansiosi presentino uno spazio peripersonale più grande
  • alcuni studi osservarono come in individui affetti da fobia, lo spazio peripersonale fosse più grande: da qui l’ipotesi che alcuni disturbi come la claustrofobia fossero procurati dalla necessità di difendere uno spazio peripersonale più ampio; la valutazione dell’elemento presente nello spazio peripersonale sembra inoltre giocare un ruolo fondamentale nella rappresentazione di tale spazio (ad es., uno studio con soggetti aracnofobici osservò come lo spazio peripersonale diventasse più grande in presenza di ragni ma non all’avvicinarsi di farfalle)
  • alcuni studi osservarono che in determinati disturbi lo spazio peripersonale fosse autovalutato o misurato di dimensioni anomale (molto ristrette nell’autismo, di grandezze variabili per la schizofrenia -come a conferma dell’estremo coinvolgimento della dimensione corporea e in questo caso peri-corporea dei disturbi psicotici “puri”)

Per quanto riguarda il trauma e il PTSD, questo studio rappresenta il primo approfondimento sulla correlazione esistente tra dimensione dello spazio peripersonale, e la presenza di uno stato post-traumatico.

Gli individui affetti da PTSD, come sappiamo, sono individui iperestesici, con un senso acuito dallo stato di allarme protratto tipico dello stato post-traumatico, con iperarousal e risposte corporee di Attacco/fuga.

Per questo, gli autori ipotizzano la presenza di uno spazio peripersonale di dimensioni più ampie nel PTSD, che indicherebbe la necessità di creare una zona di difesa più ampia attorno al proprio corpo.

Le caratteristiche di plasticità e dinamicità di tale spazio (per un spiegazione di questi concetti si veda l’articolo) sarebbero inoltre notevolmente ridotte, con una relativa rigidità nell’interazione con l’ambiente circostante. Al contrario, i ricercatori propongono che nel PTSD con sintomi dissociativi lo spazio peripersonale si presenti con una grande variabilità di dimensioni a seconda dello stato psicologico momento per momento, con una difficoltà nella differenziazione tra il sè e l’ambiente circostante e tra il sè e l’altro.

Studi precedenti avevano rivelato inoltre, a supporto di quest’ultima ipotesi, la presenza di un PTSD con sintomi dissociativi e una differente rappresentazione corporea tramite un test costruito sulla “sindrome dell’arto fantasma”. In particolare era stato indagato quanto la presenza di un PTSD con e senza sintomi dissociativi potesse alterare la rappresentazione corporea.

Presi nel loro complesso, questi risultati vanno a costruire una quinta dimensione ipotizzata di impatto del trauma (lo spazio peripersonale appunto), con una differente modalità di percepire lo spazio intorno a sé per chi sopravviva a un trauma protratto o unico, da mettere insieme alle altre 4 dimensioni “alterate” dal trauma indagate dal gruppo di Ruth Lanius (emozioni, pensiero, tempo, corpo), come approfondimento nel fondamentale testo La cura del Sé traumatizzato qui recensito. 

Daniela Rabellino lavora per il gruppo di Ruth Lanius (Canada), uno dei riferimenti mondiali per la neurobiologia e la fenomenologia del trauma e di tutto ciò che ruota intorno al macrotema “PTSD”. Qui una sua intervista:


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Article by admin / Generale / ptsd

22 May 2021

CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO ONLINE CON VALERIO ROSSO, MARCO CREPALDI, LUCA PROIETTI, BERNARDO PAOLI, GENNARO ROMAGNOLI

di Raffaele Avico

Si è svolto il 21 maggio 2021 un convegno online moderato da Il Foglio Psichiatrico, patrocinato dall’associazione Pre.zio.sa di Torino (con la presenza di Maria Peano), che ha visto la partecipazione di alcuni esperti di salute mentale presenti in forme diverse in Rete, intorno al tema “CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA”, sul divario cioè creatosi in questo anno di pandemia tra l’approccio alla salute come corpo e l’approccio alla salute mentale degli individui -grande “elefante nella stanza”.

Riassumendo in breve i singoli interventi:

  1. VALERIO ROSSO ha parlato di stile di vita, cambiamenti di abitudine e visione integrata mente/corpo per l’approccio alla salute mentale. Ritiene inoltre debba essere svolto un lavoro di misurazione e valutazione “lenta” dei dati clinici che quest’anno di pandemia ci fornirà, senza inutili sensazionalismi. Emerge come pilastro clinico il concetto di disturbo dell’adattamento (qui per approfondire)
  2. GENNARO ROMAGNOLI ha parlato di Mindfulness e regolazione emotiva mediata da questa pratica. Ha portato molti degli argomenti che tratta nel suo blog e podcast “storico” PSINEL
  3. LUCA PROIETTI ha tentato di chiarire l’importanza di una buona diagnosi differenziale tra disturbi d’ansia e dell’umore e, di nuovo, il disturbo dell’adattamento (qui per approfondire)
  4. MARCO CREPALDI ha ragionato a proposito del tema “hikikomori”, osservando da una prospettiva “sociale” alcuni cambiamenti in atto già presenti prima della pandemia, problematizzando -tra le altre cose- il tema dell’impatto sulla mente degli individui dell’esposizione massiva in senso mediatico a cui siamo sottoposti quotidianamente (qui per approfondire)
  5. BERNARDO PAOLI ha infine portato uno studio di ricerca quantitativa sulla sua esperienza di terapia a distanza nel corso della pandemia (e prima), osservando quanto il lavoro online sia una strada percorribile, sicura ed efficace (ne abbiamo scritto e parlato a fondo qui). Per approfondire il lavoro di Bernardo Paoli

Al di là dei singoli apporti personali, declinati attraverso tematiche “core” per i singoli individui, alcuni punti emersi sono stati:

  1.  il grande elefante della stanza in senso clinico, come prima accennato, è il disturbo dell’adattamento; si è parlato in questo anno di epidemia di depressione, ansia, panico, insonnia, per lo più a sproposito: in realtà la cittadinanza si è confrontata con la necessità di adattarsi a una realtà cangiante, poco prevedibile e percepita come allarmante; l’area clinica è dunque l’area della gestione della stress, del management energetico e dei disturbi post traumatici (tra cui, appunto, il disturbo dell’adattamento)
  2. esiste la necessità -per il prossimo futuro- di migliorare tutto ciò che concerne l’”educazione scientifica”, intesa come comunicazione e divulgazione della scienza ed educazione all’utilizzo delle fonti da parte della cittadinanza, presa nel frullatore di una comunicazione sensazionalistica e impulsiva soprattutto a riguardo del Covid19
  3. la pandemia sembra aver impresso un’accelerata a un processo che socialmente osservavamo già prima del 2020; la pressione costante a uno stile di vita omologato, standard, votato al consumo per lo più solitario, sembra essere stato sospinto agli estremi dalle limitazioni sanitarie accorse negli ultimi mesi; il fenomeno Hikikomori inteso come “assetto mentale” sembra paradigmatico: la percezione di un “dentro sicuro” contrapposto a un “esterno pericoloso” ha trovato terreno fertile negli ultimi mesi, essendosi spostata la comunicazione per lo più su piattaforme digitali, in grado come sappiamo di polarizzare gli individui, radicalizzandoli su posizioni spesso estreme. Questi aspetti di “psicologia sociale” rappresentano elementi sfumati e poco indagabili in senso quantitativo, pur essendo probabilmente il vero elemento centrale che meriterebbe una seria analisi: il rischio sembra essere in fin dei conti la degradazione delle forme più virtuose di relazione sociale. Ci si dovrebbe inoltre interrogare sul potere intossicante dei Social Media, presi nella loro totalità.

L’incontro è visibile qui:


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21 May 2021

MDMA PER IL PTSD: NUOVE EVIDENZE

di Raffaele Avico

Abbiamo già qui scritto a proposito di MDMA e PTSD: siamo giunti ora al punto di arrivo dei trials di ricerca che hanno indagato l’effetto dell’uso di MDMA medico sullo stress post-traumatico, i cui risultati sono stato pubblicati poche settimane fa su Nature, qui.

Nei fatti, questo studio (condotto da un gruppo di ricerca afferente all’associazione MAPS, il punto di riferimento mondiale per gli studi sulle sostanze psichedeliche, che da anni si batte per introdurre i nomi di alcune sostanze psichedeliche nella farmacopea mondiale in ambito psichiatrico) rappresenta il punto di arrivo e l’ultimo stadio prima dell’approvazione da parte della FDA dell’MDMA per il PTSD.

I risultati dello studio vengono riassunti alla fine:

“Here, we demonstrate that three doses of MDMA given in conjunction with manualized therapy over the course of 18 weeks results in a significant and robust attenuation of PTSD symptoms and functional impairment as assessed using the CAPS-5 and SDS, respectively. MDMA also significantly mitigated depressive symptoms as assessed using the BDI-II. Of note, MDMA did not increase the occurrence of suicidality during the study.

These data illustrate the potential benefit of MDMA-assisted therapy for PTSD over the FDA-approved first-line pharmacotherapies sertraline and paroxetine, which have both exhibited smaller effect sizes in pivotal studies“.

L’MDMA sembra facilitare l’accesso alle memorie traumatiche, generando una finestra di tollerenza sufficentemente ampia da consentire ai pazienti di “approcciarle” evitando una fear-response (ovvero, un’attivazione somatica troppo forte):

“It is intriguing to speculate that the pharmacological properties of MDMA, when combined with therapy, may produce a ‘window of tolerance,’ in which participants are able to revisit and process traumatic content without becoming overwhelmed or encumbered by hyperarousal and dissociative symptoms. […] MDMA may catalyze therapeutic processing by allowing patients to stay emotionally engaged while revisiting traumatic experiences without becoming overwhelmed“

Si tratta dunque di esperimenti condotti integrando psicoterapia e MDMA su un arco di 18 settimane, con in tutto 3 sessioni da 8 ore l’una di psicoterapia sotto effetto di MDMA. Qui è scaricabile il protocollo di psicoterapia “MDMA-assisted”.

Su New England Journal of Medicine è stato pubblicato più o meno negli stessi giorni un importante articolo che ha messo in comparazione gli effetti sulla depressione resistente della psilocibina (funghi allucinogeni) e degli antidepressivi SSRI, trovando pressoché equivalenti gli effetti delle due molecole usate.

Seppur avvolto da un entusiasmo che a volte sembra eccessivo, il “ritorno” alle sostanze psichedeliche sembra avviarsi a un percorso sempre più tangibile e concreto.

MAPS sta già formando terapeuti da tutto il mondo alla psicoterapia assistita da MDMA.

Qui di seguito alcune risorse per approfondire, su questo blog e altrove, il tema “psichedelici”:

  • MDMA PER IL POST-TRAUMA: BEN SESSA E ALTRI RIFERIMENTI IN RETE
  • MDMA PER IL TRAUMA: VIDEOINTERVISTA A ELLIOT MARSEILLE (A CURA DI JONAS DI GREGORIO)
  • VERSO L’MDMA NEL TRATTAMENTO DEL PTSD
  • RUBRICA: TERAPIE PSICHEDELICHE
  • PODCAST: TERAPIE PSICHEDELICHE
  • PODCAST: ILLUMINISMO PSICHEDELICO

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Article by admin / Generale / psichedelici, ptsd

18 May 2021

MAP (MULTIPLE ACCESS PSYCHOTHERAPY): IL MODELLO DI PSICOTERAPIA AD APPROCCI COMBINATI CON ACCESSO MULTIPLO DI FABIO VEGLIA

di Raffaele Avico, Gabriele Einaudi

La complessità del lavoro psicoterapeutico è ben conosciuta dagli addetti ai lavori, così come è noto l’emergere negli ultimi anni di tecniche, strumenti e talvolta veri e propri modelli che spesso rischiano di confondere pazienti e, non di rado, gli stessi operatori.

In particolare, facendo riferimento alle terapie cognitivo-comportamentali, il riferimento alla cosiddetta terza onda (per un approfondimento) riesce solo in parte a sintetizzare il corpus di conoscenze che vi afferiscono.

Se è il terapeuta ad essere al centro del lavoro clinico, il paziente si dovrà necessariamente adeguare al modello del terapeuta. Così, se si è terapeuti CBT standard, il paziente dovrà fare il paziente cognitivo, e così via per gli altri approcci.

Il modello MAP (Multiple Access Psychotherapy) tenta di organizzare in un modello il lavoro clinico con il paziente che prevede frequentemente l’alternarsi di approcci al problema differenti.

Base del modello è il concetto che è il paziente ad essere al centro e a indirizzare, attraverso i suoi bisogni, l’azione terapeutica che viene in questo modo co-costruita.

La filosofia del modello ad approcci combinati con accesso multiplo è semplice: applicarla è invece maggiormente complesso e prevede che il terapeuta sia esperto del processo di cura.

È importante, per iniziare, porsi la domanda: quale modalità usa prevalentemente il paziente per dare un senso al suo dolore? Sarà cioè opportuno usare la sua modalità per accedere con più immediatezza al “suo” modo di stare al mondo e al “suo” modo di dare senso al dolore psichico.

In seguito, sottoforma di proposta, sarà possibile esplorare insieme modalità nuove, che sono anch’esse già concettualizzate nel modello MAP.

Il modello MAP non esclude che ogni professionista abbia delle prevalenze e che preferisca e si senta maggiormente a suo agio con determinate tecniche, ma prevede che ci si possa accorgere che, magari, un pezzo del percorso terapeutico possa essere affrontato insieme ad un altro collega, magari in co-terapia.

Sul libro Il cervello che cambia è presente un capitoletto che riassume e sistematizza il modello MAP insegnato presso la scuola Torinese di specializzazione in psicoterapia Centro Clinico Crocetta e la scuola di specializzazione dell’Istituto M.in.D (queste scuole, afferenti alla SITCC, si caratterizzano per un’impostazione maggiormente cognitivo-costruttivista la prima e cognitivo-evoluzionista la seconda).

Di fatto, in questo capitolo viene riassunto e appunto sistematizzato il modello proposto da Fabio Veglia, direttore delle scuole e professore ordinario di psicologia clinica presso l’Università degli studi di Torino.

Vediamolo riassunto per punti (seguendo la traccia del capitolo, dal titolo appunto “Proposta di un modello integrato: Multiple Access Psychotherapy”):

  1. gli assunti su cui il modello si fonda sono:
    1. la vita umana in generale si muove sospinta da 3 macro-finalità: la ricerca di sicurezza e occasioni riproduttive, il bisogno di creare connessioni sociali, il bisogno di cercare senso e significato per la vita stessa
    2. il dolore psicologico segnala bisogni non totalmente risolti -che necessitano di essere presi in considerazione, o situazioni critiche a cui ci si dovrà dedicare
    3. l’impossibilità di fronteggiare una minaccia alla sicurezza produce memorie somatiche implicite che verranno in seguito triggerate da eventi di vita (aspetto questo inerente gli aspetti psicotraumatologici)
    4. le 3 macro finalità riguardano parti differenti del cervello, secondo la teoria del cervello tripartito di MacLean
    5. la sofferenza segnala aspetti di conflitto che vanno risolti: ha quindi una funzione di per sé adattiva; il problema sorge quando si cronicizza
  2. la complessità del funzionamento del complesso mente-cervello umano non viene quasi mai tenuta in vera considerazione quando ci si interfacci con i modelli esplicativi che tentino di spiegarne la psicopatologia: abbiamo in questo caso molteplici approcci teorici che vorrebbero esaurire la complessità in modelli esplicativi: il costruttivismo, l’approccio metacognitivo, la teoria dell’attaccamento, l’approccio psicotraumatologico, e altri. Un modello realmente in grado di affrontare la complessità di questo oggetto di studio dovrebbe tuttavia tenere insieme tutti questi approcci e favorire il paziente affinchè questi scelga il suo proprio modello (nel senso che un modello potrebbe meglio adattarsi al suo modo peculiare di contestualizzare e vivere la sua psicologia)
  3. esistono diversi approcci e stili psicologici che osserviamo caratterizzare la vita degli individui: come prima accennato, in conseguenza di questo troveremo pazienti che prediligono -nel contesto della psicoterapia- un approccio maggiormente dichiarativo/logico, altri maggiormente affettivo/relazionale, altri ancora opteranno per un approccio maggiormente procedurale/direttivo. Lo stesso vale per gli stili e i “filtri” del terapeuta (che però dovrà esserne consapevole); vista questa complessità, è opportuno dotarsi di un modello di psicoterapia “ad accesso molteplice” che ci consenta di usare la modalità più consona alla persona con la quale dovremo rapportarci
  4. per comprendere la sofferenza di una individuo quando questa ci si mostri incomprensibile, partiremo con un primo movimento inerente le sequenze critiche attuali, per poi andare (secondo movimento) in cerca di memorie non integrate di tipo traumatico (esplorando dunque le storie di vita), per poi collocare il tutto (terzo movimento) su una griglia teorica che consenta di leggere questo dolore in chiave evoluzionistica, ponendoci di fronte alla domanda: quale mandato evolutivo innato è stato interrotto o “complicato” dalla circostanze in atto per il soggetto? Parliamo qui di Sistemi Motivazionali Interpersonali, mandati evolutivi innati in grado di guidare e modellare il comportamento del soggetto a partire da poco dopo la sua nascita: Attaccamento, Accudimento, Agonismo Ritualizzato, Appartenenza, Sessualità, Cooperazione (qui un approfondimento su questi aspetti). Questi tre movimenti di conoscenza della sofferenza portata dal paziente vengono definiti in questo modello “psicodinamica evoluzionista e costruttivista fondata su conoscenza neuroscientifiche”
  5. A proposito degli aspetti “contestuali” alla terapia, Veglia sottolinea come il tutto debba essere svolto nella cornice di un’alleanza terapeutica solida (aspetto questo sottolineato frequentemente nei lavori di Giovanni Liotti), e “tenendo a mente il corpo”. Le evidenze neuroscientifiche (per esempio la Teoria polivagale di Porges, di cui si parla e si ragiona ancora troppo poco) ci dicono di come un terapeuta regolato in termini neurofisiologici, in grado di permanere entro la sua Finestra di tolleranza, riuscirà a “regolare” un paziente in modo più efficace attraverso il suo corpo che non per via di una spiegazione “logica” di ciò che non “va” nel suo modo di ragionare.
  6. É evidente la centralità, in questo modello, dell’utilizzo di tutto ciò che parte dal corpo per andare alla mente: l’approccio bottom-up. Anche l’approccio farmacologico  è inserito nella cornice centrale del modello MAP riguardante gli approcci bottom-up. A volte, tuttavia, un approccio più logico e dichiarativo fondato sul ragionamento e sulla creazione di nuove conoscenze (per esempio attraverso la psicoeducazione), sarà in grado di fornire al paziente una maggiore spinta al cambiamento: si tratta in questi casi di partire dalla “corteccia” cerebrale per andare verso il corpo e l’emotività: un approccio quindi top-down.
  7. Per quanto riguarda gli aspetti di “senso e significato”, la posizione di Fabio Veglia è sempre stata chiara: il “luogo di generazione e fallimento” della creazione del senso e del significato, è l’interazione con gli altri, per via di una “narrativa incarnata” che tenga conto della complessità del Sè-insieme-agli-altri. A questo proposito Veglia introduce il tema del “trauma semantico”, un trauma cioè prodotto nell’impossibilità di raccordare e integrare parti di Sé (cosa in grado di generare impotenza e senso di paralisi, disorganizzazione di pensiero e disregolazione emotiva; già Giovanni Liotti osservava come stati transitori di dissociazione fossero segnali di “conflitto” tra parti di sé, conflitto all’apparenza non risolvibile –si veda questo per un approfondimento).

A proposito della necessità di avere “accessi molteplici”, Veglia sottolinea acutamente come il linguaggio già preveda approcci diversi alla memoria, attraverso parole diverse: rimembranza (ricordare partendo dal corpo), ricordo (ricordare in termini affettivi), reminiscenza (ricordare a partire da conoscenze più dichiarative e logiche).

Infine, la ricerca di un approccio integrato che metta insieme gli aspetti prima citati, va nella direzione ideale di creare un modello di psicoterapia “unico”, forse verso una “quarta onda” in ambito di psicoterapia cognitiva.

Per un approfondimento ulteriore, queste slide.

Alcune immagini esplicative del MAP:


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    13 May 2021

    CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO GRATUITO ONLINE (21 MAGGIO)

    di Raffaele Avico

    Qui sopra il programma. Il convegno sarà trasmesso in streaming sui canali social dei relatori, venerdì 21 maggio 2021 alle 19:00.

    Buona visione!


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    10 May 2021

    BALBUZIE: COME USCIRNE (il metodo PSICODIZIONE)

    di Raffaele Avico

    Abbiamo spesso parlato su questo blog di ansia anticipatoria e controllo. Il controllo sui propri atteggiamenti o pensieri, interviene quando si voglia avere un controllo su qualcosa per sua natura spontaneo a livello sia di mente (pensieri, desideri, pensieri irrazionali, sogni) che di corpo (respiro, ritmo cardiaco, tosse, nausea, piacere sessuale, sonno). Qui un approfondimento.

    Il problema del controllo sulle proprie manifestazioni può essere esteso anche al tema “balbuzie”: in alcuni casi è la persona a eccedere nel controllare la forma del proprio eloquio, auto-sabotando funzioni psicologiche di per sè funzionali.

    Non sempre però è così: la balbuzie è un tema complesso che merita un approfondimento; per farlo abbiamo intervitato Chiara Comastri di Psicodizione (https://www.psicodizione.it).

    Ecco l’intervista:

    1-Partiamo dalle cose semplici: cos’è la balbuzie e come si manifesta?

    Una definizione di balbuzie, che permette di comprendere vari aspetti della complessità che la compongono, è quella fornita nel 2012 dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi, DSM-5, che la colloca tra “i disturbi del neurosviluppo, in particolare nel sottogruppo di quelli della comunicazione” e la definisce come “disturbo della fluenza con esordio nell’infanzia caratterizzato da: alterazioni della normale fluenza e della cadenza dell’eloquio, che sono inappropriate per età dell’individuo e per le abilità linguistiche, […]; ripetizioni di suoni e sillabe, prolungamenti dei suoni, interruzione delle parole, blocchi udibili o silenti, circonlocuzioni, parole pronunciate con eccessiva tensione, ripetizione di intere parole monosillabiche”. All’interno della stessa definizione viene sottolineato come l’ansia sia causata dalla balbuzie e non viceversa: “tali alterazioni causano ansia nel parlare o limitazioni dell’efficacia della comunicazione, della partecipazione sociale, o del rendimento scolastico o lavorativo, individualmente o in qualsiasi combinazione”.

    La definizione di balbuzie che diamo in Psicodizione è “Sapere esattamente quello che si vuole dire e sapere, altrettanto esattamente, che ci sarà un suono o una parola che ci riuscirà difficile esprimere”. Si tratta di un problema che può diventare anche molto invalidante, poiché condiziona la vita della persona che ne soffre, la quale può tendere a chiudersi in se stessa e allontanarsi dal confronto con gli altri.

    2-Usando una prospettiva bio-psico-sociale, da cosa è provocata?

    Le cause della balbuzie rientrano in un quadro complesso a cui concorrono diversi fattori che interagiscono durante il periodo nel neurosviluppo. Molti, infatti, sono gli aspetti che intervengono nell’insorgenza di questo disturbo. Tanto che la letteratura considera attualmente la balbuzie come un disturbo complesso e multifattoriale. Con multifattoriale s’intende che tale problematica dipende dalla combinazione di fattori linguistici, psico-emotivi, ambientali, fisiologici e organici. Esiste un ampio consenso scientifico sul fatto che tra questi ultimi vi rientrino anche fattori genetici. Pur non trattandosi di una trasmissione di tipo mendeliano, le evidenze mostrano la presenza di un background genetico che fornisce una maggiore suscettibilità. Questo non significa, dunque, che il problema si presenterà sicuramente e che, nel caso si presenti, non sia risolvibile: come tutti i disturbi complessi, l’ambiente circostante, la volontà della persona, le scelte consapevoli e il percorso di riabilitazione giocano un ruolo di grande rilevanza. Si può, dunque, nascere con una predisposizione, ma è la combinazione di più fattori intriseci ed estrinseci a spiegare l’esordio, lo sviluppo e la severità del disturbo.

    3-Quali sono gli aspetti psicologici (inerenti la cognizione e l’emotività) implicati nel fenomeno della balbuzie? Se volessimo fare uno schema sintetico del disturbo, distinto nei vari passaggi del suo “generarsi”, che forma avrebbe?

    La mia opinione è che la balbuzie si generi nel pensiero, prima ancora che nell’eloquio, attraverso cinque fasi, in cui la persona:

    1. ha chiaro cosa vuole dire;
    2. percepisce come già inceppati, nel proprio pensiero, una parola o un suono tra quelli che vuole esprimere;
    3. generalmente, si preoccupa o si spaventa di questa percezione, sviluppando ansia, stress e timore del giudizio;
    4. cerca di trovare velocemente una soluzione al blocco che ha già avvertito nella mente, passando in rassegna mentalmente, in maniera frenetica, una serie di opzioni per far apparire più fluido possibile il messaggio;
    5. esprime il suo pensiero al meglio delle proprie possibilità, manifestando la disfluenza che l’ascoltatore percepisce come balbuzie, anche se la balbuzie vera e propria si è già innescata durante la 2° fase, nella percezione del blocco nel pensiero.

    Questo complesso meccanismo che la persona con balbuzie vive ripetutamente nel tempo, contribuisce a cronicizzare il fenomeno dell’ansia anticipatoria o “profezia che si autoavvera”. Ad esempio, se una persona ha già sperimentato difficoltà nel parlare in pubblico, in classe, durante un’ordinazione al bar etc., a causa della balbuzie, ogni volta che si troverà in quella situazione o in una ad elevato grado di emotività, si instaurerà una forte ansia prima ancora che l’evento abbia luogo, dovuta proprio al fatto di aver già accumulato numerosi fallimenti in quelle aree.

    4- Dunque, quali sono gli aspetti caratteristici del suo trattamento?

    Psicodizione agisce proprio nella 2° fase che ho appena descritto, permettendo alla persona di non percepire la sensazione del blocco di balbuzie in mente e di mantenere il pensiero fluido, affinché non manifesti più ansia anticipatoria, non debba ricorrere a sinonimi o giri di parole, né manifesti disfluenza. La metodologia, in particolare, lavora contemporaneamente su due piani: sulla riabilitazione dell’aspetto meccanico dell’eloquio, e sull’aspetto emotivo del singolo. Vengono forniti alla persona degli strumenti che le consentono di tornare causativa nel creare e nell’avere il controllo sui propri suoni, riconquistandosi così fluidità nel parlare e piacevolezza nel comunicare. Parallelamente, si fanno vivere ai partecipanti attività di vita reale attraverso esposizioni graduali all’ansia, in cui riabilitano le proprie competenze comunicative e relazionali, sperimentando situazioni che presentano un elevato grado emotività (es. lettura in pubblico, conversazione con persone sconosciute, telefonate, etc.) agendo in modo personalizzato sulle paure del singolo, sia esso bambino, ragazzo o adulto.

    5- Su quale teoria psicologica si basa il metodo Psicodizione?

    La metodologia si basa sull’approccio Cognitivo-Comportamentale. Nello specifico, analizza gli schemi comportamentali e cognitivi della persona, individuando quelli che creano disagio e modificandoli per renderli funzionali alla libertà espressiva. Questo consente di intervenire sugli aspetti psico-emotivi e trasformare, dunque, i fattori ambientali che influenzano la persistenza del disturbo. La persona che balbetta ha, infatti, bisogno di creare abitudini nuove e sane che le consentano di eliminare la disfluenza e godere di una piena libertà comunicativa ed è proprio attraverso l’immettere nella propria vita azioni e atteggiamenti funzionali, l’imparare ad utilizzare le emozioni (siano essere positive che negative) a proprio vantaggio, che le persone modificano le considerazioni negative che hanno acquisito nel tempo su loro stessi e sulla loro capacità di esprimersi, trasformando il timore di parlare con gli altri in soddisfazione nel relazionarsi ad essi.

    6- Qual è la prassi di lavoro di Psicodizione? Da chi è composto il vostro gruppo e come lavorate sui differenti casi?

    Ci occupiamo di trattare la balbuzie con percorsi specifici dedicati sia ai bambini in età prescolare che ai ragazzi in età scolare e adulti. Nel primo caso adottiamo un approccio indiretto, nel quale i genitori diventano protagonisti nell’aiutare attivamente il proprio figlio attraverso il gioco, per rimodellare i suoni del bimbo senza che lui abbia la percezione di essere corretto o si senta osservato da un operatore esterno. Nel secondo caso il percorso è diretto e si svolge attraverso un corso intensivo della durata di sette giorni. Nello specifico, i partecipanti lavorano con gli insegnanti all’interno della classe, sia tutti insieme che dividendosi in piccoli sottogruppi, al fine di svolgere parte del percorso in modo più personalizzato. Le persone vengono poi accompagnate all’esterno dai tutor per sperimentare con successo quelle situazioni della loro vita quotidiana che rappresentano motivo di ansia, paura o disagio, al fine di superare tali difficoltà compiendo azioni corrette e di buona comunicazione.

    Il team è composto da 34 professionisti. Lo staff tecnico, in particolare, è composto da: insegnanti, 3 per i corsi intensivi e 2 per il percorso prescolare – Psicologi clinici e dell’età evolutiva, Psicoterapeuti e dottori in Psicologia – assistenti ai corsi intensivi, formatori e tutor interni. Questi ultimi ricevono una formazione specifica per seguire le persone in modo personalizzato nella vita quotidiana e supportarle nell’applicazione del metodo, al fine stabilizzare i risultati ottenuti durante il corso. Tutti hanno avuto un passato di balbuzie ed oggi aiutano chi vive questa difficoltà a raggiungere i loro stessi risultati.

    7- Avresti qualche libro o film, oppure un sito da consigliare sul tema “balbuzie”?

    Tra i film consiglio la visione di:

    “Il discorso del Re” è una pellicola straordinaria che consente a chi la guarda di percepire proprio il dialogo interno di chi balbetta, costantemente contraddittorio e fastidioso, quel braccio di ferro interiore che fa credere alla persona di non essere in grado di pronunciare i suoni che vorrebbe e lo fa sentire costantemente inadeguato. Le interpretazioni di Colin Firth e Geoffrey Rush sono assolutamente strepitose!

    “The habit of beauty” un film molto intenso del regista Mirko Pincelli, con Francesca Neri, Vincenzo Amato e la partecipazione di Nico Mirallegro, che interpreta il ruolo di un ragazzo con balbuzie. Nico è stato formato proprio dalla dott.ssa Comastri per calarsi perfettamente nel personaggio ed essere in grado di far emergere ciò che davvero prova quotidianamente una persona che soffre di questo disturbo.

    “Io e le mie parole” documentario di Mirko Pincelli creato seguendo la realtà di Psicodizione per due anni. Uno straordinario viaggio alla scoperta di una difficoltà osservata come opportunità. Le storie di Giulia, Andrea, Giuseppe, Chiara e Francesco di 12, 28, 17, 37, 62 anni, studenti, pensionati, psicologi, pasticceri che in comune hanno il “mostro” che non fa essere liberi, che fa fingere di essere in parte qualcosa che non si è.

    Per approfondire l’approccio e la metodologia consiglio, invece, di visitare il sito di Psicodizione:
    https://www.psicodizione.it e il canale YouTube dove si trovano video di conferenze, approfondimenti e “prima/dopo” con le testimonianze dirette delle persone che hanno affrontato il percorso riabilitativo


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    7 May 2021

    PANICO: INTERVISTA AD ANDREA IENGO (PANICO.HELP)

    di Raffaele Avico

    Su questo blog abbiamo già parlato di panico, facendo riferimento al modello sul controllo.

    Abbiamo inoltre approfondito un articolo sulla concettualizzazione del panico inteso come di “momento di rottura (rappresentata) di un attaccamento”.

    Il disturbo di panico è conseguente ai primi, pseudocasuali attacchi di panico reali: la persona rimane incastrata nella paura di ritornare ad aver paura, e la cosa può andare avanti per molto tempo.

    Il disturbo di panico non coincide dunque con il panico, ma si crea in conseguenza all’aver vissuto uno o più attacchi di panico “veri” nella fase iniziale del disturbo.

    In tutto questo, come si accennava, il problema del controllo è centrale. Si tratta in questi casi di un controllo che fa perdere il controllo.

    Abbiamo a proposito di questi temi intervistato Andrea Iengo, curatore del servizio Panico.help, su alcuni aspetti generali e di terapia inerenti il disturbo di panico.

    Quindi seguito l’intervista:

    1. Andrea, cos’è un attacco di panico? Si può manifestare in diverse forme?
      L’attacco di panico è una reazione psico-fisiologica, cioè una reazione fisica, molto forte, attivata dalla mente. Potremmo definirlo come una sorta di ‘corto circuito’ tra mente e corpo, in cui la mente cerca di controllare le reazioni del corpo, ad esempio le reazioni di paura (tachicardia, sudorazione, respirazione, tensione muscolare), e più ci prova più queste vanno fuori controllo, aumentando quindi la paura stessa, in un circolo vizioso che termina nella ‘scarica’ corporea dell’attacco di panico.
      Da manuale esistono alcune caratteristiche che devono presentare gli attacchi di panico per potersi dire tali, ma è importante sottolineare come, moltissime persone che soffrono di un disturbo da attacchi di panico, dopo aver avuto un primo attacco di panico in gioventù, abbiano strutturato la propria vita per evitare gli attacchi di panico per paura di poterne avere nuovamente uno. Queste sono situazioni in cui, anche se tecnicamente non sono presenti attacchi di panico, osserviamo condizioni di vita che sono pesantemente compromesse da questa paura.
      Attenzione: parlando di attacchi di panico è importante differenziare le situazioni in cui ci troviamo davanti ad un ‘panico primario‘ e quando invece il panico è un sintomo ‘secondario’  di un altro disturbo.
      Un esempio che ho incontrato piuttosto di frequente sono i disturbi ossessivo compulsivi con attacchi di panico, in cui il paziente, quando non riesce ad eseguire correttamente le proprie compulsioni finisce con l’avere degli attacchi di panico. Situazioni analoghe possono sussistere anche con i dubbi ossessivi (vedi ad esempio il DOC da relazione). Un’altra condizione frequente negli attacchi di panico è la preoccupazione per le malattie, molto di frequente quelle cardiache.
      Esistono diverse forme in cui possono manifestarsi gli attacchi di panico, nella definizione del DSM-5 un attacco di panico si presenta come un periodo preciso di intensi paura o disagio, durante il quale quattro (o più) dei seguenti sintomi si sono sviluppati improvvisamente ed hanno raggiunto il picco nel giro di 10 minuti:

      1. palpitazioni, cardiopalmo, o tachicardia
      2. sudorazione
      3. tremori fini o a grandi scosse
      4. dispnea o sensazione di soffocamento
      5. sensazione di asfissia (mancanza d’aria)
      6. dolore o fastidio al petto
      7. nausea o disturbi addominali
      8. parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio)
      9. brividi o vampate di calore.
      10. sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento
      11. derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da sé stessi)
      12. paura di perdere il controllo o di impazzire
    2. Andrea, in che modo il problema del controllo si collega al problema del panico?
      Il panico è l’esasperazione del tentativo di controllare le proprie sensazioni fino ad arrivare ad una situazione in cui queste sensazioni corporee siamo noi stessi ad alimentarle. È quindi proprio il controllo ad essere alla base del panico.
    3. Andrea, solitamente quali sono i passaggi con cui il ddp si struttura?
      Parliamo qui degli attacchi di panico ‘primari’ poichè quelli legati ad altri disturbi vanno inquadrati a partire dal disturbo principale per poter essere compresi.
      Si stima che l’13,2% della popolazione generale abbia avuto almeno un attacco di panico nel corso della propria vita, ma di questi solo il 12,8% soddisfa i criteri del DSM-5 per un disturbo da attacchi di panico (1). Che cosa fanno di diverso le persone che non sviluppano un disturbo rispetto a chi lo sviluppa? In base alla mia esperienza la differenza principale tra queste due categorie di persone è la spiegazione che danno a quell’evento. Chi trova una spiegazione non patologizzante a quell’evento (ad esempio “forse avrò mangiato una cosa che mi ha fatto male”) tenderà a dimenticarsi dell’accaduto dopo pochi giorni e non svilupperà alcun disturbo, chi invece troverà una spiegazione ‘patologizzante’ (“mi sono sentito male perchè ero in uno spazio aperto, quindi sono agorafobico”) tenderà a sviluppare un disturbo.
      Ricordo il caso di un giovane paziente che si è rivolto a me dopo qualche mese dal suo primo attacco di panico. In quell’occasione era scaturito probabilmente da un abuso di alcool (e forse altro) ad una festa, da quel momento in poi si era interrogato tantissimo su quella situazione e aveva letto su internet che gli attacchi di panico sono spesso legati alla paura di prendere i mezzi pubblici (ricordiamo che a lui era accaduto ad una festa, nulla a che vedere con mezzi pubblici). In seguito a questa sua interpretazione degli eventi aveva iniziato a sviluppare quindi un evitamento e successivamente una vera e propria fobia per i mezzi pubblici.
      Quindi, tornando alla domanda, un disturbo da panico si struttura solitamente secondo questa scaletta:

      1. Primo episodio di panico
      2. Analisi delle possibili cause
      3. Evitamento delle situazioni che potrebbero causarlo
      4. Strutturazione di una vita basata su evitamenti e richieste di aiuto
      5. Questo porta all’aumento della paura e alla riduzione sempre maggiore dei propri margini di movimento
      6. Esistono ovviamente situazioni in cui il meccanismo principale non è l’evitamento, e la persona affronta comunque le situazioni, stando però molto male ed organizzandosi in modo da prendere precauzioni di vario genere o chiedendo aiuto a delle altre persone, che queste siano o meno consapevoli del problema.
      7. Anche questi comportamenti contribuiscono alla cronicizzazione del disturbo.
    4. Andrea, quali sono le linee guida più autorevoli al momento pubblicate, per il suo trattamento?
      Le linee guida internazionali per il trattamento degli attacchi di panico prevedono l’utilizzo di terapia espositiva, in cui i pazienti vengono messi di fronte agli stimoli che provocano attacchi di panico, e la terapia cognitivo comportamentale, in cui invece si insegna al paziente a riconoscere e controllare i propri pensieri distorti (2). Purtroppo però alcune categorie di pazienti abbandonano questi tipo di terapia perché non riescono a reggere l’impatto emotivo delle esposizioni oppure dichiarano di sapere bene che quei pensieri sono distorti, ma di non riuscire a fare altrimenti. Negli ultimi 30 anni presso il Centro di terapia strategica di Arezzo è stato sviluppato e sperimentato un protocollo per il trattamento degli attacchi di panico che mira a superare le criticità della terapia dell’esposizione e della terapia cognitivo comportamentale, nello specifico si parte dal presupposto che per ottenere dei risultati in terapia è prima di tutto necessario minimizzare le resistenze del paziente, che altrimenti non seguirà affatto le indicazioni. Per questo le esposizioni e le spiegazioni razionali vengono utilizzate solo dopo aver fatto toccare con mano alla persona il fatto che, con l’utilizzo di tecniche specifiche, è in grado di controllare i suoi attacchi di panico. Si parte quindi prima dall’esperienza diretta, per poi spiegare alla persona come usare quell’esperienza per superare il proprio problema (3).
    5. Andrea, andando sul tuo lavoro, quali prassi hai trovato più utili e soprattutto efficaci?
      Nello specifico mi occupo di terapia breve strategica online, per cui parlerò di questa modalità di intervento. La tecnica sicuramente più efficace che abbia sperimentato nel trattamento degli attacchi di panico è quella della peggiore fantasia, che consiste nel chiedere alla persona di evocare volontariamente le cose che la spaventano di più per ottenere l’effetto paradossale che più provano ad evocarle meno ci riescono. So bene che questa tecnica sembri ‘incredibile’ nel senso che si fa fatica a credere che funzioni, e ammetto di essere stato anche io fortemente scettico nei confronti di questa metodologia finchè non ho avuto modo di verificare in prima persona quanto effettivamente fosse efficace. Un altro aspetto che non bisogna, a mio avviso, mai sottovalutare per il trattamento del disturbo da attacchi di panico, è il coinvolgimento familiare: molto spesso la famiglia convivente è fortemente condizionata da questo disturbo e, sebbene non ce ne si renda conto, contribuisce ad alimentarlo. Nello specifico le due dinamiche più dannose che si mettono in atto sono quelle del parlare continuamente del problema e quella di accorrere in aiuto sostituendosi alla persona che soffre di panico. Così facendo infatti il disturbo diventa completamente invalidante in poco tempo. Per questo motivo trovo molto utile coinvolgere i familiari, anche direttamente, nelle prime fasi del trattamento, per accordarci su delle modalità più corrette di gestione del problema.
    6. Andrea, hai qualche film, documentario o libro da suggerire?
      Il libro che suggerisco di leggere a chi soffre di questo disturbo è
      La terapia degli attacchi di panico: Liberi per sempre dalla paura patologica di Giorgio Nardone.

    NOTE

    1. De Jonge, P., Roest, A. M., Lim, C. C., Florescu, S. E., Bromet, E. J., Stein, D. J., … & Scott, K. M. (2016). Cross‐national epidemiology of panic disorder and panic attacks in the world mental health surveys. Depression and anxiety, 33(12), 1155-1177.
    2. https://www.msdmanuals.com/it-it/professionale/disturbi-psichiatrici/ ansia-e-disturbi-correlati-allo-stress/attacchi-di-panico-e-disturbo-di-panico
    3.  Nardone, G. (2016). La terapia degli attacchi di panico: Liberi per sempre dalla paura patologica. Ponte alle Grazie.

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    4 May 2021

    Psicologia digitale e pandemia COVID19: il report del Centro Medico Santagostino di Milano dall’European Conference on Digital Psychology (ECDP)

     
    di Sara Di Croce (Psicoterapeuta del Centro Medico Santagostino ) e Raffaele Avico

    PREMESSA IMPORTANTE: QUESTO ARTICOLO É STATO PUBBLICATO IN ORIGINALE SUL BLOG LA FINESTRA SULLA MENTE DEL CENTRO MEDICO SANTAGOSTINO, MILANO, QUI

    Dopo un anno di pandemia, cosa rimane della vecchia psicoterapia, e quanto emerge dai colloqui fatti a distanza?

    In concomitanza con l’esplosione della pandemia di CoViD-19, il Centro Medico Santagostino di Milano ha dovuto puntare fortemente sulla psicoterapia online, introducendo nel lavoro quotidiano nuove soluzioni, con un forte ripensamento della prassi clinica.

    Anche se il nostro centro medico offriva da tempo la possibilità di svolgere una psicoterapia online, infatti, nel 2020 il numero di sedute svolte da remoto ha registrato picchi mai visti.

    Abbiamo cercato di sfruttare questa rivoluzione per raccogliere dati utili e capire dove sta andando la pratica clinica psicoterapeutica. Questo approfondimento riassume e racconta i dati presentati dai clinici del Santagostino all’European Digital Conference on Psychology.

    In generale, è stato riscontrato un calo delle visite settimanali del 17,4 per cento durante il primo periodo di lockdown (marzo-maggio 2020). Tuttavia, nel complesso è stato possibile mantenere fino al 90 per cento delle visite totali, grazie a un sistema di videoterapia che era già implementato e utilizzato dai nostri psicologi.

    Soprattutto per quanto riguarda la psicoterapia, i pazienti hanno dimostrato un rapido adattamento alla videoterapia, favorito dalla paura del contagio e dalla scelta del centro di limitare il più possibile l’attività clinica in presenza per tutelare i dipendenti.

    I vissuti dei terapeuti

    Attraverso l’utilizzo di questionari self-report è stato rilevato che l’esperienza del terapeuta correla positivamente con la possibilità dei pazienti di accedere alla videoterapia e di trarne giovamento. Al contrario, bassa esperienza del terapeuta, scetticismo o difficoltà di accesso ai device possono rappresentare fattori critici. I dati confermano una buona accettazione della videoterapia (VT) da parte dei pazienti, in modo coerente con quanto riportato in letteratura (Carpenter, Pincus et al., 2018). I dati sono anche in linea con quelli di (Perrin et al. 2020), che descrivono una simile transizione alla VT durante la pandemia di Covid-19 negli Stati Uniti, al Dipartimento di Psicologia della Virginia Commonwealth University.

    Il “ritorno al futuro” della pratica clinica

    A causa – o forse grazie alla – pandemia, abbiamo assistito a un’accelerazione notevole nel percorso di integrazione tra reale e virtuale, forse di dieci o venti anni.

    Come psicoterapeuti del Santagostino ci siamo trovati a dover ridiscutere il “setting clinico” costruendo nel frattempo nuove modalità di lavoro, più snelle anche se forse meno ricche sul piano umano. Ogni settimana abbiamo fatto colloqui con persone chiuse in piccole stanze, o in appartamenti in cui la privacy era molto scarsa. Alcuni si collegavano dal bagno, o dall’automobile, o ancora, da uffici svuotati del personale.

    In altre circostanze le persone trovavano isole di privacy durante passeggiate nel circondario, connettendosi in movimento.

    A distanza di un anno, al Santagostino le prassi di lavoro inerenti la psicoterapia a distanza sembrano consolidate e la “macchina” organizzativa funzionale e ben rodata.

    Può essere utile a chi si trova a lavorare in circostanze simili dare un’occhiata ad alcuni grafici che raccontano l’andamento delle psicoterapie al Santagostino negli ultimi due anni.

    Qui sotto abbiamo riassunto i dati più significativi.

    Fig. 1 Le visite psicologiche al Santagostino nel periodo gennaio 2019 – gennaio 2021

    Nel grafico in figura 1 è possibile notare un andamento crescente delle richieste di psicoterapia al Santagostino, in progressione costante a partire da gennaio 2019.

    Marzo 2020 corrisponde a un’impennata delle richieste, che fino a quel momento invece erano cresciute con andamento più regolare.

    Fig. 2 Le visite psicologiche riferite alla sola videoterapia al Santagostino nel periodo gennaio 2019 – gennaio 2021

    Nell’immagine in figura 2 si osserva una crescita esponenziale delle richieste di videoterapia. Questo dato è contestuale alle restrizioni sanitarie imposte a marzo 2020, che ha comportato una rapida e obbligatoria conversione del lavoro psicoterapico: le terapie in presenza sono state sospese e tramutate – quando possibile – in psicoterapie online.

    Scorporando le due tipologie di psicoterapia (dal vivo e online), osserviamo che le psicoterapie online mensili sono passate da meno di 700 a quasi 18000 in soli due mesi (da febbraio ad aprile 2020).

    Salute mentale: da tabù ad argomento centrale di discussione

    Al di là degli aspetti numerici, abbiamo negli scorsi 12 mesi rilevato la tendenza a un maggior accesso ai servizi di psicologia.

    Anche se in modo a volte confuso e incongruo, molte istituzioni hanno messo l’accento sulla necessità di prendersi cura della propria salute mentale.

    Nel complesso, abbiamo assistito a uno sdoganamento significativo dell’idea di ricorrere a uno psicologo, facilitata e soprattutto legittimata dal vivere tutti le grandi difficoltà connesse alla pandemia Covid19.

    Insieme a questi aspetti, il proliferare di servizi gratuiti e l’apparente semplificazione dell’accesso alle psicoterapie, sembrano aver facilitato l’arrivo di persone con domande di cura poco strutturate. A volte l’impressione è stata quella di trovarsi di fronte ad aspettative “magiche”. Internet ha sostituito totalmente gli spazi aggregativi dedicati all’intrattenimento, alla socialità, al lavoro, e crediamo che questo abbia favorito fantasie di una terapia “senza sforzo”.

    Ci sembra necessario dunque fare un resoconto per punti di ciò che per noi ha significato cambiare in modo così radicale le prassi di lavoro, e ragionare sulle nuove forme e modalità di lavoro che abbiamo dovuto adottare nel corso del primo anno di pandemia.

    I maggiori cambiamenti nel lavoro clinico

    I cambiamenti più significativi che abbiamo osservato nel lavoro clinico riguardano le motivazioni sottostanti la richiesta di accesso.

    Andiamo per gradi.

    Il setting 

    Se prima della pandemia il setting clinico era la stanza d’analisi o di psicoterapia – con le sue poltroncine e/o la scrivania – al suo posto esistono ora schermi e smartphone, auricolari, cuffie bluetooth, IPhone messi in verticale su tavoli di cucina, tra laptop e bottiglie d’acqua.

    Se tuttavia i colloqui possono essere svolti, e rappresentare allo stesso modo uno strumento di aiuto psicologico, è forse da ripensare l’ortodossia del setting in sé. Non parliamo più di uno spazio fisico, ma di un assetto relazionale: il setting è prima di tutto una posizione relazionale adottata tra paziente e terapeuta, un modo di ascoltare, costruito dal focalizzare l’attenzione sul paziente in quell’ora di colloquio.

    La distruzione dello “spazio differenziato” imposto dalla permanenza forzata in casa – luogo ibrido, sede di tutte le attività del soggetto -, ha imposto un differente criterio di organizzazione delle attività quotidiane, legata alla divisione del tempo in slot. Se l’organizzazione spaziale non è possibile, allora è il tempo a essere reso “spazio”, per mezzo di un artificio cognitivo funzionale ma compensatorio, che permetta una maggiore organizzazione del pensiero.

    Decompressione impossibile

    Il problema di trovare luoghi di decompressione è diventato primario per diverse persone.In spazi stretti, vissuti in coppia o in famiglia, sono venuti a mancare luoghi di decompressione e apertura. Luoghi pubblici che prima rivestivano questa funzione (bar, palestra, circoli ricreativi) sono divenuti inaccessibili.

    Il risultato sembra essere una generalizzata difficoltà a trovare spazi in cui scaricare lo stress e allontanarsi dai problemi.

    Invasività e confini

    Connesso al punto precedente, la questione dei confini. Confini violati in senso prima di tutto spaziale/ambientale, poi in senso psicologico. Ma anche confini violati in termini di poca differenziazione tra tempo libero e tempo dedicato al lavoro, con un senso di reperibilità continua. Violazioni di confine psichico producono senso di disgregazione, disfacimento identitario, confusione tra i propri pensieri e quelli dell’”altro”, difficoltà a perseguire i propri obiettivi, dispersione di energia.

    Difficoltà di regolazione somatica

    Con particolare riferimento al sonno, problema dilagante. La pandemia ha alzato il senso di allerta, producendo senso di poca prevedibilità e paura del futuro. Dormire di un sonno peggiore, più frammentato, è stata la naturale conseguenza su scala nazionale. Il Santagostino ha, a proposito di questo, attivato un servizio di presa in carico specifico.

    Reperibilità continua

    Come prima accennato, la questione della reperibilità continua ha reso più labili i confini tra vita privata e lavorativa. Molte persone nei colloqui clinici hanno riportato con regolarità la percezione di sentire invaso il proprio tempo libero, a causa di mail, messaggi, richieste fuori orario, con una vita privata continuamente “bucata” da questioni professionali ansiogene, anche qui con una dispersione enorme di energia e quote di stress elevate. Non sembra esserci più riparo dalla reperibilità continua, non pagata e frustrante. Questi aspetti sono ben argomentati nel libro Lavorare (da casa) stanca di Nicola Zamperini, curatore dell’interessante blog “Disobbedienze”, così come in Cronofagia di Davide Mazzocchi (che abbiamo recensito qui)

    Enclothed cognition

    Il concetto di enclothed cognition (letteralmente “cognizione indossata”, a indicare l’impatto del vestiario sulla cognizione) è emerso ragionando sulla necessità di strutturare nuove prassi di lavoro da remoto. Enclothed cognition significa che a volte “è l’abito a fare il monaco”: indossare abiti da lavoro aiuta cioè ad assumere un differente assetto mentale, gestendo meglio l’energia da dedicare al lavoro. Il problema anche qui è formale: avendo il lockdown ridotto il ricorso ad artifici ambientali volti a rendere più produttivi e attivi, serviva (serve, servirà) un espediente mentale per aumentare l’efficienza. Il “come vestirsi” stando in casa per lavorare è uno dei problemi dei liberi professionisti che già prima lavoravano da casa (grafici, architetti, scrittori). Ne parla bene ad esempio Haruki Murakami nel suo Il mestiere dello scrittore. Sulla enclothed cognition si veda questo video. Per approfondire.

    I problemi psicologici più legati alla pandemia

    Lo “stop” pandemico forzato ha avuto ricadute profonde su tutta una serie di pensieri che prima tendevamo a evitare. Di fatto, ci ha obbligati tutti a contattare contenuti mentali scomodi, luttuosi, depressivi. Problemi mai veramente affrontati, conflitti interni mai risolti. La stasi obbligata ha creato un contenitore di pensiero che sembra in un certo senso aver distorto il senso del tempo, con la sensazione di un “limbo”, di un interregno, di una realtà sospesa, con però un aumentato senso di consapevolezza su ciò che prima eravamo.

    Quali sono i temi che abbiamo osservato lavorando con persone arrivate al Santagostino in questo primo anno di pandemia Covid? Ecco alcuni spunti.

    Ansia sociale

    Le persone che prima della pandemia soffrivano di problematiche sociali (fobie sociali e scolastiche per esempio, problemi di ritiro sociale come gli Hikikomori), hanno trovato nella nuova normalità ritirata, una legittimazione e insieme un riconoscimento delle proprie difficoltà psichiche, migliorando vistosamente in termini psicopatologici. Questi individui hanno vissuto le chiusure progressive con senso di controllo e con una relativa serenità: gli “altri” avrebbero finalmente capito come si sta in casa, cosa vuol dire sentire l’isolamento, come si impara a bastare a se stessi.

    Regressione

    L’intervento del Governo a regolamentare le chiusure e le regole sociali, è stato in grado di promuovere movimenti di regressione psichica. Auto-indursi dei limiti tramite pratiche di rinuncia o auto-disciplina, presuppone una scelta ragionata da parte dell’individuo e la libertà di poter sgarrare alle stesse regole a cui ci si assoggetta. Qui invece parliamo di un limite posto da qualcosa di esterno, come un intervento “genitoriale” radicale eseguito su un bambino impotente.
    É un limite in grado di produrre regressione a stati mentali infantili, il più verosimile degli “interventi paterni”. La regressione può produrre senso di castrazione e soffocamento, ma in questo caso sentire la presenza di un limite reale (come il coprifuoco serale) ha avuto un effetto ansiolitico nei soggetti che sembravano in difficoltà nell’amministrare la propria libertà.

    Difficoltà nel creare nuove relazioni

    Un elemento da non sottovalutare è la problematicità insita nel conoscere persone nuove/intrecciare relazioni di coppia in questo frangente storico. Sono venuti meno i luoghi di normale messa in scena dell’avvio di un rapporto di coppia. Inoltre permane una diffidenza verso gli altri, ereditata nei primi mesi di pandemia. Sarà interessante vedere l’evoluzione e l’esito di questi atteggiamenti quando la pandemia, gradualmente, si concluderà (il distanziamento sociale stesso, la differente prossemica, gesti divenuti automatici come sollevare la mascherina all’incrociare un altro individuo in una strada vuota, gli automatismi legati all’igiene delle mani).

    Il tema della buona comunicazione

    In ultimo, ma non per importanza, il problema della comunicazione.

    Il 2020 ha evidenziato un problema di comunicazione inefficiente, i cui effetti sulla salute mentale dei cittadini sono difficilmente dimostrabili, ma sicuri.

    In questi ultimi mesi, la contraddittorietà delle informazioni riguardanti il Covid, i titoli clickbait, informazioni pompate in modo sensazionalistico dalle più autorevoli testate italiane e sottoposte alla nostra attenzione centinaia di volte al giorno, hanno avuto un impatto negativo costante.Il problema della comunicazione di qualità è sempre più attuale.

    In questo scenario fosco si elevano poche eccezioni (Il Post) insieme alla categoria dei divulgatori come Roberta Villa, Enrico Bucci, Burioni, Entropy for Life, Biologi per la scienza, in grado di veicolare informazioni chiare e coerenti. Veri fari nella notte in questi ultimi mesi.

    QUI IL SITO DEL CENTRO MEDICO SANTAGOSTINO.


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    Article by admin / Generale

    30 April 2021

    SOLCARE IL MARE ALL’INSAPUTA DEL CIELO. Liberalizzare come terapia: il problema dell’autocontrollo in clinica

    di Raffaele Avico

    PREMESSA: questo articolo è stato scritto sotto la supervisione di Andrea Vallarino

    PREMESSA 2: Questo articolo prosegue un filone di articoli inerenti il controllo qui reperibili: IL CONTROLLO CHE FA PERDERE IL CONTROLLO e Psicoterapia breve strategica del Disturbo ossessivo compulsivo (DOC). Intervista ad Andrea Vallarino e Luca Proietti

    Abbiamo già su questo blog scritto a proposito del tema “controllo”, che dovremmo meglio declinare qui in “auto-controllo”, dato che riguarda il controllo da parte dell’individuo delle sue stesse manifestazioni (siano queste un pensiero o un comportamenti).

    Il problema del controllo si presenta in modalità differenti, ma costituisce una tematica a sé stante, declinato in differenti forme. Potremmo definire il paradosso del controllo come un problema generato dal tentativo fallimentare da parte del soggetto di controllare il suo comportamento, i suoi pensieri, le sue percezioni o i sintomi. Un controllo quindi auto-diretto, rivolto a sè, al proprio mondo interno o ai propri comportamenti.

    Questa dinamica può presentarsi in molteplici disturbi, per esempio:

    • il disturbo di panico (per cui l’individuo tenta di controllare le sue stesse reazioni neurofisiologiche, l’andamento del suo respiro, la tenuta del suo corpo, fino a creare un cortocircuito impossibile da gestire), come abbiamo qui approfondito con Andrea Vallarino (a proposito del tema del “controllo che fa perdere il controllo”)
    • il disturbo ossessivo puro (per cui l’individuo tenta di controllare la forma del suo stesso pensiero, perdendo anche in questo caso il controllo sullo stesso fino ad arrivare a soffrirne; immaginiamo per esempio un individuo che si imponga di non pensare di voler uccidere suo padre). In questo caso il controllo che fa perdere il controllo si sviluppa sui pensieri.
    • i disturbi sessuali (per cui il paziente -per esempio maschio- si autoimpone di mantenere certi livelli di performance durante l’atto sessuale, entrando a gamba tesa con il pensiero sulla parte più “istintuale” dell’atto sessuale in sé, boicottandolo di fatto -ma la stessa cosa potrebbe essere immaginata per la donna a riguardo del piacere/orgasmo).
    • l’insonnia (per cui l’individuo impegnato nel controllare l’orario del suo addormentamento, si attiva in senso ansioso, non riuscendo a scivolare nel sonno)
    • la tosse psicogena e altri sintomi somatici (quindi non conseguenti a patologie organiche), che verranno approfonditi in un prossimo articolo.

    Come osserviamo, la problematica dell’autocontrollo si presenta laddove per l’individuo sia fondamentale tenere a bada qualche esternazione/manifestazione del corpo e della mente, verso la quale occorre dal suo punto di vista esercitare un’azione contenitiva/controllante.

    Abbiamo già su questo blog osservato come il tentativo di controllare aspetti del proprio pensiero o di tutto ciò che è spontaneo nel corpo (il tentativo di controllare qualcosa che spontaneamente funziona in maniera involontaria lo blocca o ne altera il funzionamento), produca effetti paradossali e fallimentari.

    L’aspetto centrale è il tentativo di imporre un controllo razionale su un aspetto del corpo o del pensiero per sua natura spontaneo (per esempio il riflesso appunto della tosse, l’andamento del respiro -per cui alcuni individui sembrano “fissarsi” sul volerlo regolarizzare, di fatto autoinnescandosi reazioni ansiose e controproducenti-, il battito cardiaco, l’ansia stessa, il pensiero stesso), come esemplificato nella breve storia del millepiedi.

    Prendendo come cornice teorica la psicoterapia strategica (di cui abbiamo già scritto su questo blog), sappiamo che questi tentativi di controllo rappresentano una “tentata soluzione” messa in atto per risolvere un problema percepito da un individuo, che in realtà crea un circolo vizioso che tiene in vita il problema stesso, che può nel tempo assumere varie forme psicopatologiche (per esempio un senso di isolamento o di alienazione generato dal sentire di non essere mai compresi a fondo, scollegati dal resto del mondo, in preda a pensieri circolari, chiusi, non risolutivi).

    Oltre a questi aspetti riguardanti aspetti del proprio corpo o pensieri in qualche modo spontanei (che però l’individuo tenta di controllare), parlando di controllo sul proprio comportamento va fatto un ulteriore appunto riguardante il tema “paranoia”.

    Se infatti l’autocontrollo riguarda aspetti che abbiamo detto spontanei, l’intero comportamento di un individuo può divenire oggetto di autocontrollo nel momento in cui un soggetto si percepisca oggetto di osservazione da parte di un pubblico -più o meno reale, anche solo immaginato o “ricordato”. Può accadere quindi che in questo caso un individuo si percepisca oggetto di attenzioni da parte di un “pubblico” vissuto come focalizzato su di lui/lei (per esempio durante una tratta in bus trascorsa in piedi), e che quest’ultimo gli/le induca il tentativo di controllare il suo stesso comportamento, per riuscire al meglio nella “piece” teatrale che lui/lei senta di essere impegnato a recitare. Il risultato di questi tentativi di autocontrollo su movenze/pose/atteggiamenti sociali che in teoria dovrebbero essere spontanei, è spesso un aumento della goffaggine fino alla paralisi, con pesanti sentimenti di vergogna percepita e senso di straniamento che potrebbe essere confuso con un sintomo di natura dissociativa. In realtà è più probabile che in questi frangenti l’individuo sia coinvolto così a fondo nel tentativo di autocontrollare ciò che sta facendo, auto-osservandosi, da apparire assente o “lontano” dal momento presente.

    Il senso di spontaneità sociale, tornerà quando questi riesca a “dimenticare” il pubblico di fronte al quale sembri star recitando, o praticando esercizi di grounding così da “planare” sul presente, “rientrando” in ciò che stava facendo prima dell’accesso controllante.

    Un esempio di “esercizio” cognitivo di aiuto in questi casi, insegnato nei corsi di public speaking, consta -di nuovo- in un esercizio di grounding, di radicamento, ovvero lo spostare l’attenzione da sè all’altro, al proprio pubblico, tentando di convogliare energia psichica nel diffondere il proprio messaggio in modo più semplice possibile, “servendo l’ascoltatore” al di fuori di logiche di “ego” o immagine, in modo tale da “ri-atterrare” nel presente, abbandonando l’autocontrollo.

    ASPETTI CLINICI

    Per quanto concerne gli aspetti clinici, riguardanti il lavoro su questo tipo di problematica, abbiamo chiesto un confronto e un chiarimento ad Andrea Vallarino. Il video della conversazione con lui è qui disponibile:

    Alcuni aspetti emersi degni di nota sono:

    1. il problema del controllo e dell’autocontrollo è trasversale e presente in molteplici ambiti psicopatologici, come si diceva, dal disturbo ossessivo puro, al panico, ai disturbi alimentari (dove viene mantenuto in quanto efficace: in questo caso è un controllo talmente efficace da divenire necessario, esercitato attraverso l’amministrazione del cibo)
    2. il lavoro psicoterapico con il controllo, passa per il concetto di “flessibilità”: occorre cioè lavorare affinché il soggetto divenga un “professionista del controllo”, di fatto in grado di esercitarlo su di sé (e sull’ambiente esterno) quando ve ne sia necessità, e di lasciarlo andare (delegando o evitando) quando la situazione lo richieda
    3. è necessario ristabilire un approccio “bottom up” alla risoluzione dei problemi e alla realtà “interiore” del soggetto: è importante cioè che il soggetto moduli il suo comportamento a partire da ciò che sente ed esperisce, non a partire da ciò che il suo cervello (la sua corteccia cerebrale) gli o le impone di pensare/fare/sentire. Un approccio “dal basso” rappresenta, in questi casi, un ritorno alla normalità, avendo “rimesso la corteccia al suo posto”
    4. la stratagemma del doppio compito rappresenta un aspetto importante, clinicamente centrale. Occorre in alcuni casi far sì che il paziente “solchi il mare all’insaputa del cielo”, agendo cioè all’insaputa del suo stesso meccanismo controllante. Lo stratagemma del doppio compito ha come assunto il principio del filtro di Bradbent, per cui non è possibile sviluppare ansia o senso di minaccia per più “oggetti psicologici” in contemporanea, ma solo per un oggetto alla volta. Già una delle ipotesi sul funzionamento dell’EMDR si basa sull’idea del doppio compito. Nei casi di ipercontrollo, occorre che il soggetto dirotti l’attenzione su un altro oggetto/task (per esempio concentrando l’attenzione sul tono e sulla velocità della sua stessa voce partendo dall’ossessione per cosa si dice nei casi di fobia sociale nel public speaking); anche attraverso il grounding si tenta di dirottare l’attenzione così da prevenire risposte di allarme o ansia. Quando la persona riuscirà a solcare il mare all’insaputa del cielo, questo sarà un primo passo verso l’esposizione allo stimolo temuto (pensiamo per esempio ai casi di panico, per cui il soggetto vive realtà sempre più piccole, sempre più accartocciate)
    5. il problema del controllo sembra essere si pertinenza del mondo occidentale, così come i disturbi del comportamento alimentare nel loro complesso; questo ci dovrebbe far riflettere su quanto la cultura in generale impatti sulla produzione di distorsioni di pensiero e psicopatologia
    6. La prescrizione del sintomo permane come strumento clinico. Questa grande intuizione clinica, maturata nel contesto teorico della Scuola di Palo Alto, rappresenta la punta di diamante del portato teorico di Paul Watzlawick. Il principio che guida l’utilizzo di questo strumento, è che un individuo che tenti di controllare qualcosa per sua natura spontaneo, si avviterà in pensieri circolari e forieri di psicopatologia su più livelli. Come sappiamo dalla lettura di Change (qui recensito), per cambiare un processo occorre saperne per prima cosa uscire: vedere il paradosso del voler controllare qualcosa per sua natura spontaneo (come l’andamento del respiro, che può divenire, anch’esso, oggetto di ossessione), cosa che crea ansia e pensiero ossessivo, è il motivo per il quale imponendoci di vivere il sintomo, ne forzeremo la sua comparsa spontanea, togliendo ad esso il “controllo”. Ovvero, occorre in questi casi transitare da una logica di conflitto, a una logica di scelta/controllo. Osserviamo ancora, qui, come in salute mentale il tema del controllo/mastery sia assolutamente centrale: con i sintomi, gli individui ingaggiano rapporti di forza e conflitto, e dalla risoluzione di questi conflitti dipenderà il loro benessere psichico: è assolutamente importante in altre parole che l’individuo senta di essere “padrone in casa propria”. Su questo si veda anche questo video di Luca Proietti.

    NB

    Questo articolo prosegue un filone di articoli inerenti il controllo e fatti in collaborazione e sotto la supervisione di Andrea Vallarino, qui reperibili:

    1. IL CONTROLLO CHE FA PERDERE IL CONTROLLO
    2. Psicoterapia breve strategica del Disturbo ossessivo compulsivo (DOC). Intervista ad Andrea Vallarino e Luca Proietti

    Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA. Qui invece l’area membri/Patreon per sostenere il blog, in cambio di contenuti dedicati (4€/mese)

    Article by admin / Generale / doc

    25 April 2021

    IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO”

    Con questo podcast vorremmo approfondire il tema della psichiatria transculturale. Il nostro obiettivo sarà quello, dunque, di coinvolgere dei professionisti (psichiatri, psicoterapeuti, infermieri psichiatrici) da altre nazioni, provenienti da contesti diversi che ci possano dare un quadro approfondito di cosa vuol dire lavorare in ambito psichiatrico al di fuori del nostro Paese, e con quali strumenti.

    Inoltre, vorremmo capire come viene concettualizzata la malattia mentale, in tutte le sue forme, altrove, e in che modo venga quindi presa in carico una sua possibile risoluzione.

     

    Come primo ospite, abbiamo Fernando Espi Forcen da Chicago che, insieme a Matteo Respino e Raffaele Avico, ragiona a proposito del modello statunitense (in particolare, in questo caso, la realtà della Rush University di Chicago).

    Vi si discute di sanità privata, presa in carico territoriale, formazione degli psichiatri, mettendo questi aspetti a confronto con la realtà italiana.

    É a nsotro parere importante operare un’ascesi epistemologica https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2018/06/25/0010/, finalizzata a comprendere perchè, all’interno di QUESTA cultura, la malattia mentale venga presa in carico e concettualizzata in QUESTO modo. La psichiatria e la psicoterapia risentono enormemente della cornice culturale che li ospita: per ora i modelli epistemologici sembrano coerenti solo all’interno di macro-aree geografiche (per esempio, l’Occidente, l’Oriente, etc.).

    L’ascesi epistemologica potrà aiutarci a trovare:

    1. punti di differenza insanabile
    2. punti di contatto o sovrapposizione

    I punti di contatto o sovrapposizione relativamente alla gestione di un determinato disturbo, per esempio, ci aiuteranno a meglio focalizzare la natura, la cifra del disturbo stesso, al di là delle cornici culturali di appartenenza. Inoltre, potremo capire la differenza tra i diversi modelli di presa in carico di un determinato problema e, oltre a quello, il modo con cui la psichiatria e la psicologia concettualizzino la mente di un individuo. Cercheremo inoltre di comprendere la psichiatria territoriale (come viene gestito un problema psichiatrico sul territorio)

    Buon ascolto e, se qualcuno volesse contribuire a questo lavoro, può scrivere a avico.raf@gmail.com

    Ascolta “IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.1 Modello italiano e modello statunitense a confronto, con Fernando Espi Forcen!” su Spreaker.

    Article by admin / Generale

    25 April 2021

    La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche

    di Giuseppe Salerno

    “Ben venga il caos, perché l’ordine non ha funzionato”

    Karl Kraus

    Scopo delle poche righe che seguono è avviare una riflessione sul modo in cui la psicologia fenomenologica può costituire il fondamento di una prassi terapeutica nuova nel campo della salute mentale. Una tendenza di questo tipo inizia ormai a diffondersi in Italia con la neonata Associazione Italiana di Psicologia Fenomenologica e in campo internazionale attraverso il lavoro del Phenomenology and Mental Health Network.

    Fin dalla loro origine le comunità terapeutiche sono state attraversate da due istanze contrapposte: la necessità di costruire e far rispettare un insieme di regole (all’interno della comunità e verso l’esterno) e quella di sostenere i pazienti nella libera espressione della propria vitalità. Da un lato, il bisogno normativo è mantenuto dalla necessità di costruire relazioni stabili, che non possono esistere se non nella condivisione di un terreno comune di regole (implicite ed esplicite). Sono disposto a mangiare fianco a fianco con uno sconosciuto, e magari anche a scambiarci due chiacchiere, perché mi aspetto che non rubi dal mio piatto appena mi distraggo. Dall’altro, sostenere ognuno nell’espressione del proprio modo di essere serve a mantenere viva la spinta verso un’esistenza autonoma, fatta di libertà, piacere e responsabilità. Se la prima necessità si impone sulla seconda si corre il rischio, sempre presente nel campo della salute mentale, della cosiddetta “malattia istituzionale” (Basaglia, 1965, 1967, Molaro, 2018) e della cronicizzazione. Il paziente, abituato a vivere in uno spazio troppo ristretto la propria soggettività, si irrigidisce dentro schemi di comportamento prefissati, che riconosce come quelli approvati e rinforzati dalla comunità. Così la persona lentamente spegne l’incandescente vitalità del corpo proprio sotto la cenere dell’accondiscendenza e dell’ossequiosità. È questa la storia di tanti pazienti che hanno vissuto il manicomio, la cui esistenza si è inabissata nelle paludi dell’istituzione, assumendo la forma di una vita congelata (Di Petta, 1994-2014).

    Si può immaginare un continuum che si dispiega tra queste due istanze contrapposte. Lungo di esso ogni comunità terapeutica prende necessariamente posizione in ogni momento della propria storia. Variazioni e cambiamenti nel tempo possono dipendere da scelte dell’equipe terapeutica oppure da risposte più o meno consapevoli al comportamento del gruppo degli ospiti della comunità. In ogni caso, si instaura sempre un sistema circolare a retroazione (von Bertalanffy, 1969, Weiner, 1948-61), attraverso quale il gruppo di operatori e quello degli ospiti si influenzano a vicenda, come accade nelle famiglie tra il sottosistema genitoriale e quello dei figli. I primi provano a far rispettare un insieme di regole che funge da limite e contenimento all’interno del quale si costituisce il vero spazio di esplorazione e di crescita per i secondi.

    Un equilibrio di questo tipo, che lo si voglia o no, si stabilisce sempre nella vita di comunità. Possiamo definirlo il livello di ordine/disordine (von Foerster, 1972) della comunità, dal quale dipende in gran parte la riuscita dei percorsi di cura. Il continuum regole/libertà, in questo modo, può essere concepito come continuum ordine/disordine. L’ordine costituisce la struttura della comunità, quel set di percorsi precostituiti dentro i quali si costruisce ed incanala la vita delle persone (gli orari dei pasti, l’organizzazione delle attività terapeutiche etc.), mentre il disordine è lo slancio vitale (Bergson, 1907) espresso da ogni individuo, in grado di trasformare le pratiche condivise e spingere verso la crescita individuale e collettiva (ad esempio la proposta di un gruppo di pazienti o di operatori di uscire in città per una visita al centro storico).

    Come dicevamo, ogni comunità prende posizione lungo questo continuum assumendo in sé un certo grado di ordine/disordine. L’efficacia terapeutica di una comunità dipende molto dal mantenimento di un equilibrio dinamico tra queste due polarità in grado di sostenere la crescita individuale di ognuno. In alcuni casi il processo spontaneo della vita di comunità spingerà verso un lato, in altri verso l’altro. Il ruolo dell’equipe è quello di regolatore delle oscillazioni e “perturbatore strategicamente orientato” (Guidano, 1987). Per far questo è necessario, in primo luogo, avere a disposizione degli spazi di riflessione (riunioni d’equipe) all’interno dei quali rendersi conto del tema esistenziale rilevante per la comunità in un certo momento (il Woruber di Binswanger), e in secondo luogo adottare una teoria e una prassi in grado di sostenere questo processo di regolazione. Su questo ogni comunità si differenzia in base al proprio paradigma psicologico di riferimento (esplicito o implicito che sia). Esistono comunità che adottano un paradigma meramente medico-biologico in grado soltanto di diffondere il manicomio chimico delle farmacoterapie (Cipriano, 2015), altre ad orientamento cognitivo-comportamentale, come è il caso delle comunità per pazienti borderline costruite sul modello della Dialectical Behavior Therapy della Linehan (1993, 2015), e comunità ad orientamento psicoanalitico o sistemico, come per esempio il famoso Soteria-Berna di Luc Ciompi (2013). Ognuno di questi orientamenti è portatore di una certa visione dell’uomo e del mondo, carica di valori e capace di influenzare in maniera radicale le relazioni all’interno della comunità.

    Quello che vorrei qui affermare è che anche la psicologia fenomenologica è ormai pronta ad esprimere le proprie potenzialità in questo campo. La fenomenologia porta con sé una visione dell’uomo e della sua cura che mette al centro proprio la contraddittorietà dell’essere umano nel suo duplice bisogno di un ordine che lo contenga e di un disordine vitalizzante, alla ricerca incessante di una forma, momentanea ed instabile, per la propria identità. Nella sua ossimorica definizione, la psicologia fenomenologica è proprio questo: un tentativo di costruire uno sguardo capace di tenere insieme l’ordine e il disordine dell’esistenza. Nel momento prettamente psicologico delle sue pratiche, infatti, essa riflette sulle spiegazioni, rintraccia le logiche e disegna progetti terapeutici, mentre nel momento fenomenologico si apre, attraverso l’epochè, alla comprensione e all’incontro corpo-a-corpo con i pazienti, senza barriere né confini. Un terapeuta, un educatore o un operatore capaci di cogliere il bisogno emergente dalla comunità in un certo momento (la Gestalt aperta direbbero alcuni) può trovare nella psicologia fenomenologica una teoria in grado di “mettere insieme i pezzi” e una prassi tesa all’incontro con il paziente, alla comprensione e al riconoscimento.

    Del resto, non è la prima volta che la fenomenologia mette piede nel campo dei servizi di salute mentale. La fenomenologia è stata storicamente la culla del pensiero di Franco Basaglia, colui che più di ogni altro si è dimostrato capace di rivoluzionare il sistema dei servizi in Italia. Basaglia è stato uno psichiatra ad intonazione fenomenologica che aveva compreso l’importanza e la necessità di far proprio un metodo disciplinato per l’avvicinamento all’esperienza psicopatologica (Foot, 2018). Nei suoi primi scritti (1965) emerge con chiarezza questa consapevolezza, che sotto varie forme ha portato con sé nel percorso che lo ha condotto ad incontrare tanti pazienti oltre che a distruggere il dispositivo del manicomio. In un certo senso potremmo dire che il movimento della deistituzionalizzazione degli anni ’60 e ’70 abbia colto la rigidità e la ristrettezza di un sistema di cure oppressivo, quello manicomiale, tutto spostato sulla polarità dell’ordine, nel quale non c’era nessuno spazio per l’esistenza individuale, per la libera espressione del sé e della propria spontanea vitalità.

    Da lì in poi, tuttavia, la strada non è stata facile. Ricostruire delle pratiche terapeutiche e una rete in grado di contenere la sofferenza mentale ha richiesto molto sforzo, con dei risultati, al di là di alcune fortunate esperienze come quella triestina (Dell’Acqua, 2014), non sempre soddisfacenti e difficili da riprodurre. Quello che forse è mancato è stato un pensiero radicato, come quello della psicologia fenomenologica, chiaro nei concetti ed evocativo nel linguaggio, capace di sostenere la pars costruens del processo di rinnovamento delle comunità terapeutiche (Di Petta, 2018).

    Una volta abbattuti quei muri che rinchiudevano la follia nel perimetro dei manicomi, come accompagnare l’umanità sofferente ad incontrare il mondo? È davvero sufficiente abbattere i muri e restituire la libertà oppure è necessario farsi traghettatori per imparare insieme a navigare l’angoscia che la libertà sempre porta con sé? Cosa possiamo offrire ai pazienti dopo aver smantellato l’istituzione ordinatrice del manicomio? Sono sufficienti pratiche di reinserimento sociale o è necessario uno strumento per esplorare la propria sofferenza e crescere nel dolore? La psicologia e la psicoterapia fenomenologica possono costituirsi come strumento di cura e come viatico verso una libertà vissuta come possibilità di espressione e di comunicazione esistenziale oltre che come angoscia e dolore. Ciò può avvenire attraverso l’incontro psicoterapeutico, mettendo a disposizione del paziente un Tu con il quale condividere l’angoscia della libertà, e con il quale rifondare un dialogo con la perduta alterità, quella dell’Altro e quella del corpo proprio (Stanghellini, 2007, 2017).

    Oltre ad un modo nuovo di interpretare e vivere le situazioni e i processi della vita in comunità, la psicologia fenomenologica porta quindi con sé qualcosa di nuovo: la centralità della psicoterapia nel percorso di cura. Nonostante diversi tentativi vengano oggi portati avanti (Ariano, 2016), ancora troppo poco si è fatto per porre la psicoterapia al centro della cura del paziente che soffre delle forme più gravi della psicopatologia, quelle che conducono nel labirintico percorso dei servizi di salute mentale. Nel pubblico, per esempio, questo è ancora molto lontano dall’esser realizzato. Otto incontri (il massimo di quelli concessi nei servizi pubblici ai nostri pazienti) non sono sufficienti neppure a gettare un ponte stabile verso un’esistenza chiusa e ripiegata sulla propria sofferenza come, ad esempio, quella di una persona schizofrenica o gravemente depressa.

    Approfondire il modo in cui la psicologia fenomenologica può fare da sfondo alla costruzione di nuove pratiche di cura esula dagli scopi di questo breve articolo. Ci sembra di poter iniziare a dire però che il pensiero fenomenologico possa costituire un terreno fertile su cui fondare un nuovo modo di vivere e lavorare nelle comunità terapeutiche, mantenendosi in bilico tra l’ordine e il disordine dell’esistenza.

    Per concludere, parafrasando una massima di Kierkegaard, possiamo dire che la svolta di cui c’è bisogno nelle comunità terapeutiche è di iniziare a “dare del Tu ai pazienti” oltre che a noi stessi. Questo è più facile se si sceglie come riferimento per il proprio agire clinico la psicologia fenomenologica in un’ottica post-paradigmatica e d’integrazione che, pur con tutti i limiti di un pensiero giovane, considera operatore e paziente come “fatti della stessa sostanza”. In questo modo si evita il rischio dell’oggettivazione e si pone al cuore della cura un comune processo di comunicazione esistenziale e di crescita reciproca.

    Bibliografia

    • Ariano G. (2016), La psicoriabilitazione dello psicotico è psicoterapia?, https://www.psicologiafenomenologica.it/psicopatologia/psicoriabilitazione-dello-psicotico/
    • Basaglia F. (1965), Corpo, sguardo e silenzio – L’enigma della soggettività in psichiatria, in L’utopia della realtà, a cura di Franca Ongaro Basaglia, Giulio Einaudi Editora, 2014.
      Basaglia F. (1967), Corpo e istituzione – Considerazioni antropologiche e psicopatologiche in tema di psichiatria istituzionale, in Scritti vol I, cit., pag. 433-34.
    • Bergson H. (1907), L’évolution créatrice, trad. It. L’evoluzione creatrice, BUR Rizzoli, 2012, Milano.
    • Bertalanffy von L. (1969), General System Theory, (trad. Teoria generale dei sistemi, Mondadori, Milano, 2010
    • Ciompi L., Hoffman H., Broccard M. (2013), L’effetto Soteria. Analisi di un nuovo trattamento antipsicotico, Sipintegrazioni Edizioni, Casoria.
    • Cipriano P. (2015), Il manicominio chimico. Cronache di uno psichiatra riluttante, Elèuthera Edizioni, Roma.
    • Dell’Acqua P. (2014), Non ho l’arma che uccide il leone. La vera storia del cambiamento nella Trieste di Basaglia e nel manicomio di San Giovanni, Alpha & Beta, Collana 180.
    • Di Petta G. (1994-2014), Il manicomio dimenticato. Dal diario di un giovane medico, Edizioni Universitarie Romane, Roma.
    • Di Petta G. (2018), Fenomenologia e deistituzionalizzazione: lettera aperta a Piero Cipriano, https://www.psicologiafenomenologica.it/psichiatria/fenomenologia-deistituzionalizzazione-lettera-a-piero-cipriano/
    • Foerster von H. (1972), Observing system, Intersystems, Seaside, trad. It. Sistemi che osservano, Astrolabio, Roma, 1987.
    • Foot J. (2018), Franco Basaglia, in The Oxford Handbook of Phenomenological Psychopathology, edited by Giovanni Stanghellini, Matthew Broome, Andrea Raballo, Anthony Vincent Fernandez, Paolo Fusar-Poli, and René Rosfort, Oxford University Press, DOI: 10.1093/oxfordhb/9780198803157.013.21.
    • Guidano V. F. (1987), La complessità del Sé: un approccio sistemico- processuale alla psicopatologia e alla terapia cognitiva, Bollati Boringhieri, Torino.
    • Linehan M. M. (1993). Cognitive-behavioral treatment of borderline personality disorder. New York, NY: The Guilford Press.
    • Linehan M. M. (2015). DBT Skills Training, ed. a cura di Barone L., Maffei C., Raffaello Cortina.
    • Molaro, A. (2018). Il corpo e l’istituzione: Franco Basaglia dalla fenomenologia alla psichiatria radicale, in Physis, Rivista Internazionale di storia della scienza, n. 53 (1-2), pp. 331-360.
    • Stanghellini G., Lysaker P.H. (2007), The Psychotherapy of Schizophrenia through the Lens of Phenomenology: Intersubjectivity and the Search for the Recovery of First- and Second-Person Awareness, in American Journal of Psychotherapy, 61 (2), :163-79.  doi: 10.1176/appi.psychotherapy.2007.61.2.163.
    • Stanghellini, G. (2016), Lost in dialogue. Oxford: Oxford University Press, trad. Noi siamo un dialogo. Antropologia, psicopatologia, cura, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2017.
    • Wiener N. (1948-61), Cybernetics, or control and communication in the animal and the machine, The MIT Press, Cambridge , trad. it. La Cibernetica, Armando Editore, Milano, 2018.

    Article by admin / Generale

    23 April 2021

    3 STRUMENTI CONTRO IL TRAUMA (IN BREVE): TAVOLA DISSOCIATIVA, DISSOCIAZIONE VK E CAMBIO DI STORIA

    di Raffaele Avico


    PRIMO STRUMENTO: LA TAVOLA DISSOCIATIVA DI FRASER

    La tavola dissociativa di Fraser è un esercizio psicoterapico indirizzato a far lavorare il paziente sull’integrazione delle diverse sue “parti”.Prima di tutto occorre fare una breve digressione per distinguere due tematiche inerenti la presenza di “aspetti” e parti di sé:

    1. il tema degli stati dell’Io
    2. il tema delle parti di sè

    Gli stati dell’Io sono una cosa diversa dalle “parti di sè”.

    Quello che succede a un individuo che sperimenti diverse modalità di comportamento, pensiero, ragionamento, in presenza di situazioni diverse, persone diverse, una sorta quindi di camaleontismo comportamentale, è semplicemente un alternarsi dei suoi “stati dell’Io”. Uno stato dell’Io può essere definito come una sorta di “modo” comportamentale che l’individuo mette in atto in una determinata circostanza, consapevole di farlo e cosciente del fatto che magari, due ore dopo, potrà essere impegnato nel “giocare” un’altra parte.

    Le parti, invece, sono vere e proprie modalità “chiuse”, compartimentalizzate all’interno della mente del soggetto, in grado di produrre modalità di comportamento e atteggiamenti differenti, senza che il soggetto si renda conto di una “continuità“ tra le parti stesse; ovvero, esiste uno shift tra parti diverse che il soggetto si rende conto di aver avuto solo “a posteriori”, ragionandoci magari in un contesto di psicoterapia.

    La differenza la fa quindi, nelle due problematiche, il livello di consapevolezza del soggetto stesso.

    La tavola dissociativa si pone l’obiettivo centrale di aiutare il soggetto ad aumentare questa consapevolezza.

    In cosa consiste questo esercizio?

    Di per sè l’esercizio è semplice: si tratta di di visualizzare una tavolata a cui si sia seduti a capotavola, con tutte le altre “parti” sedute intorno al tavolo stesso, e cominciare con queste un lavoro di dialogo e osservazione.

    Questo lavoro da un lato aiuta il paziente a mettere un nome, un volto, attribuire un atteggiamento, una caratterizzazione “narrativa” alle sue singole parti; dall’altro, facendo dialogare le diverse parti, promuove un’integrazione, una fusione dei singoli personaggi coordinata e gestita da un “regista” super partes (il paziente stesso, seduto a capotavola).

    L’obiettivo è che il paziente aumenti il livello di padroneggiamento/ padronanza/mastery. Ricordiamo sempre l’importanza centrale della mastery.

    Spingerlo a identificarsi con questa figura di regista seduto al tavolo, impegnato a coordinare, nominare e far parlare le altre parti, gli/le permetterà di percepire come le diverse “parti” siano contenute dentro la sua mente/ personalità, al fine di raggiungere una progressiva sensazione di “unità” e unicità.

    Sappiamo inoltre che spesso a seguito di un trauma protratto, esistono delle dinamiche ricorrenti che riguardano proprio le parti:

    1. spesso accade che il paziente si identifichi, in una parte di sè, all’aggressore/abusatore. Percepirà una parte di sè “attaccare” le altre parti: pensiamo, per capirci, alla figura del “sabotatore interno” di psicodinamica memoria.
    2. La parte emotiva, spaventata dal trauma, oscilla spesso tra momenti di forte attivazione allarmata, e momenti di spegnimento caratteristico, con un grande senso di impotenza “appresa”
    3. è possibile poi che esista una parte “funzionale”, adattata al contesto, come “spenta” in senso emotivo (che Van der Hart chiama “parte apparentemente normale”). Di solito, questa parte rappresenta la maschera indossata più spesso dall’individuo, in grado di assolvere alle richieste sociali (trovare un lavoro, comportarsi in modo funzionale ai diversi contesti).

    Se immaginiamo come un paziente post traumatico possa avere a che fare con anche solo queste tre parti, l’esercizio della tavola dissociativa potrà essergli/le utile nel momento in cui riuscirà a costruire una parte registica/ulteriore/super partes in grado di coordinare, o almeno di “osservare” nel loro manifestarsi le altre parti presenti sulla scena.

    Questo garantisce teoricamente al paziente un senso di aumentata mastery, e di maggiore controllo, oltre a fornirgli/le un canovaccio “narrativo” con cui spiegare ciò che gli/le succede.

    Qual è il teorico che per primo ha parlato di tavola dissociativa?

    Chi ne ha parlato in modo più strutturato è stato G.A. Fraser. Troviamo qui un approfondimento sul tema che spiega anche come intervenire.

    Proviamo ad approfondire alcuni aspetti pratici citati in questo articolo:

    1. la tavola dissociativa è utile, per lo più, con i pazienti sofferenti di PTSD complesso
    2. in fase di iper arousal o ipo arousal, l’integrazione delle memorie traumatiche non è possibile: occorre dunque accertarsi che il paziente sia in una condizione di regolazione neurofisiologica
    3. esistono 8 fasi per la somministrazione, chiarite nell’articolo, che noi potremmo sotto-riassumere in 3 fasi: REGOLAZIONE e PREPARAZIONE, VISUALIZZAZIONE, INTERAZIONE tra le parti. Cioè:
      1. La fase della regolazione consiste nello spiegare la tecnica e accertarsi che il paziente mantenga una condizione di regolazione emotiva
      2. la seconda fase prevede che il paziente immagini una tavola con le dimensioni e i colori che lui/lei preferisce, dentro una stanza in cui entrerà. Preso posto al tavolo, si chiederà al paziente di invitare a sedere gli aspetti di sè che riconoscerà essere per lui/lei importanti, e di descriverli al terapeuta – comprese le parti “emotive”
      3. infine, nell’ultima parte, si tratterà di nominare le parti, capire la loro età, le reciproche fobie e promuovere una loro interazione graduale, come una sorta di famiglia interna ispirata da princìpi democratici di convivenza (in questo senso nell’articolo viene invitato il clinico a mettere in gioco eventuali competenze inerenti la psicoterapia sistemica)

    SECONDO E TERZO STRUMENTO: DISSOCIAZIONE VK (CINEMA) E CAMBIO DI STORIA

    Spesso abbiamo qui parlato di trauma e modello trifasico di approccio al problema.

    Sappiamo che per intervenire sul trauma, occorre suddividere la psicoterapia in tre grandi aree o periodi: una prima fase di stabilizzazione dei sintomi, una seconda fase di lavoro sulle memorie, e una terza fase di reintegrazione e riappropriazione della vita sociale.

    Per quanto riguarda la fase 2, il lavoro sulle memorie, occorre dotarsi di strumenti che ci consentano di lavorare sulla potenza evocativa del ricordo traumatico stesso, pratici, da usare a spot all’interno di una psicoterapia “trauma-oriented”.

    Qui ne illustreremo due che potranno essere usati “a spot” all’interno del lavoro di psicoterapia più generale con pazienti che, in particolare, combattano contro ricordi potenti e intrusivi (soprattutto quindi nell’ambito di un PTSD semplice, determinato da un solo evento grande e disruptive come un incidente d’auto o un cataclisma).

    Queste due tecniche sono la DISSOCIAZIONE VK (CINEMA) e la Tecnica del cambio di storia.

    DISSOCIAZIONE VK (CINEMA)

    Questa tecnica è basata su un razionale clinico chiaro: occorre depotenziare la portata traumatica del ricordo vivido (o flashbulb, qui approfondito), producendo un distanziamento tra la vista e l’impatto sul corpo della stessa osservazione, dentro di sé, del ricordo traumatico.

    Il ricordo traumatico, come sappiamo, ha caratteristiche peculiari: è vivido, acceso, contiene in sé elementi di suono o immagine (una certa frase, un certo fotogramma particolarmente disturbante). Nella rievocazione di questo ricordo, è come se, ogni volta, lo osservassimo per la prima volta, permettendo al ricordo stesso di impattare nuovamente in senso emotivo sul nostro stato di coscienza.

    La tecnica VK presenta queste caratteristiche:

    • è una tecnica di esposizione immaginativa (imagery)
    • vuole interrompere un meccanismo sinestesico (vedo una cosa=sento una cosa), attraverso il forzare un distanziamento tra l’io che osserva dall’io che sperimenta
    • si accompagna a un protocollo molto strutturato e preciso
    • deve essere applicata agli episodi più salienti della traumatizzazione (il più recente, il più antico, un episodio centrale ma forte)

    Ecco qui di seguito il protocollo.

    Per applicarlo occorre che il paziente sia in grado di concentrarsi, cosa che avviene più facilmente ad occhi chiusi.

    Quello che si chiederà al paziente di fare, è di operare una serie di distanziamenti dell’esperienza sensoriale, per via di una tecnica immaginativa (tra l’altro, per chi fosse interessato a questo tipo di argomenti, questo sito offre approfondimenti). Occorre sottolineare che questa tecnica è qui presentata nella sua variante “tecnica del cinema”, riassunta in questo documento di estremo interesse.

    Si dirà:

    1. immagini di entrare in un cinema e di sedersi in seconda fila
    2. immagini di vedere sulla schermata, in bianco e nero, la sua figura fissa in un fotogramma, prima di un certo evento da lì a poco destinato a verificarsi
    3. esca dal suo corpo e si rechi nella cabina di proiezione, avviando una sequenza a sua scelta, dal contenuto piacevole. Si ricordi che lei è l’operatore, che può controllare la macchina da proiezione;
    4. pensi a un ricordo per lei spiacevole, o difficile; sarà il nostro ricordo target; proietti in sala la sequenza dell’episodio traumatico nel suo svolgersi (da un po’ prima, a un po’ dopo); allo stesso tempo, vede lei stesso di spalle, in seconda fila;
    5.  dopo averla proiettata, immagini di impostare la macchina perchè il film scorra al contrario: osservi la sequenza al contrario
    6. immagini che il tempo dietro la sua macchina da presa sia il tempo del presente, e la persona seduta in seconda fila, sia lei stesso/a al tempo del trauma: immagini di potergli/le dire qualcosa; scenda in sala e gli/le dica quello che pensa potrebbe essere per lui/lei utile
    7. rientri infine nel suo corpo seduto in seconda fila, prima di uscire dal cinema
    Qui di seguito un caso clinico:

    Che dire di questa tecnica?

    Stiamo cercando qui di intaccare il nucleo duro del problema del lavoro con il trauma, ovvero il rivivere il ricordo, come se questo fosse passato, per lasciarlo andare, appunto, nel passato. Questa tecnica (quella del cinema), è una variante della tecnica più ampia, chiamata come da titolo DISSOCIAZIONE VK (ovvero dissociazione visuo-cinestesica). É consigliabile usarla a spot, qualora si abbia a che fare con un singolo ricordo potente, all’interno di una solida alleanza terapeutica.

    IL CAMBIO DI STORIA

    Per quanto riguarda la seconda tecnica, quella del cambio di storia, la fonte più autorevole per descriverla ci viene da un articolo firmato da Michele Giannantonio, traumatologo scomparso nel 2014, ma prolifico nel suo lavoro di accorpamento di materiale relativo al trauma, e autore di questo sito, che consigliamo di visitare.

    Ecco l’articolo.

    Come si legge nel documento riportato (tra l’altro relativamente antico, è del 1997; dell’epoca troviamo anche una certa vicinanza con il linguaggio psicodinamico –abreazione, meccanismi di difesa freudiani citati- oggi non più attuale almeno in ambito di psicotraumatologia), la tecnica del cambio di storia è da usare in presenza di flashbulb memories particolarmente subdole, o in grado di far dissociare il soggetto quando queste si presentino alla sua coscienza.

    Inoltre, come vediamo, la tecnica del cambio di storia si incastra perfettamente con la tecnica visuo-cinestesica prima descritta.

    Si tratta, in questo caso, di immaginare su uno schermo cinematografico in bianco e nero la scena del trauma. Quindi, si chiederà al soggetto di intervenire sulla scena del film, per apportarvi alcuni cambiamenti.

    Per esempio, si potranno apportare cambiamenti alla scena traumatica:

    • facendo sì che il Sè presente (adulto), subentri e protegga, o stia in contatto con il Sè bambino (nel caso in cui il trauma sia avvenuto durante l’infanzia)
    • facendo sì che il Sè del futuro, consoli il Sè del passato a riguardo di come l’evento finirà per risolversi -in futuro
    • facendo sì che una persona aggiuntiva subentri nella scena, con funzione di rassicurazione.

    Nel documento di Giannantonio, viene chiarificato anche come questo lavoro si accompagni spesso a un momento di abreazione. In questo caso, sarà opportuno aspettare che il soggetto “abreagisca il dolore” (per esempio, pianga), cosa che permetterà in seguito di lavorare con il cambio di storia. Va da sè che la tecnica non dovrebbe avvenire in uno stato alterato di coscienza (cioè, non dovrebbe avvenire in uno stato di datachment), cosa che renderebbe inutile lavorare sul ricordo traumatico.

    Si noti inoltre la somiglianza con altre due tecniche di estrazione differente:

    1. lo psicodramma moreniano (dove il trauma verrà agito, drammatizzato sulla scena, con altri personaggi in carne ed ossa “presi in prestito” dal gruppo di partecipanti allo psicodramma)
    2. la tecnica della Moviola di Guidano, qui spiegata

    Quali dovrebbero essere i cambiamenti che osserveremo a seguito di un cambio di storia? Conviene qui rifarsi allo stesso articolo di Giannantonio, molto chiaro in merito. Ci parla qui del CS (Cambio di storia) sul caso clinico di Paola.

    I cambiamenti saranno su più livelli. Leggiamo dall’articolo:

    1. Innanzitutto le emozioni: deve esserci una sostanziale modificazione del contenuto emotivo e della sua intensità. Per esempio (ma con molta variazione a seconda delle circostanze), la paura, il dolore o la vergogna devono essere radicalmente mitigate, se non invece comparire emozioni totalmente nuove connesso allo sviluppo dell’autostima ed autoefficacia. Caratteristica generale del cambiamento emozionale, infatti, è che l’emozione non gestibile (con Paola il panico derivante dalla minaccia di separazione), non sia più l’unica emozione che caratterizza globalmente l’intero episodio. Nel caso in questione, infatti, sono comparse la tristezza per il padre senza speranze, la rabbia per la mancanza di un consolatore, il fortissimo appetito e la solitudine, e inoltre intere parti del ricordo possono risultare non contaminate da emozioni particolarmente negative. Ciò che resta dell’emozione originaria, poi, non deve più essere inavvicinabile, ma mutarsi in esperienza magari “oggettivamente negativa”, ma della quale si può parlare con un certo distacco e capacità di sopportazione.
    2. Da un punto di vista cognitivo, interventi di questo tipo generano spesso importanti cambiamenti nelle convinzioni e nella visione del mondo del paziente. Nel caso di Paola, la propria opzione di vivere una vita ritirata, le sembra sempre meno una scelta e sempre più una fuga di fronte ad importanti ferite relazionali, della quale quella emersa è solo una. Se persistono convinzioni distorte connesse a quanto elaborato, si danno due possibilità: o l’intervento non è stato sufficientemente efficace oppure è necessario seguire un’altra strada. Non è affatto raro, infatti, che il trattamento di un episodio accusato dal paziente come foriero di ogni disgrazia lasci successivamente spazio al riemergere di ulteriori ricordi ben più importanti e determinanti, verso i quali si impone il trattamento successivo. Deve inoltre sparire ogni sorta di ruminazione sterile su quanto accaduto.
    3. Il punto di vista somatico è importantissimo, in quanto di fronte ad eventi traumatici o comunque ad episodi a forte connotazione emotiva il corpo ne è regolarmente coinvolto. La tecnica dell’affetto-ponte, infatti, si basa anche su questo assunto. Con Paola sarà necessario, per esempio, valutare se è ancora presente una forte ondata di calore percepita dallo stomaco muoversi verso la gola ogni volta che si presenti o si minacci una separazione percepita come importante. In alcuni casi, il cambiamento sul registro somatico è così potente da includere la stessa percezione dello schema corporeo.
    4. Anche sul versante comportamentale ed interpersonale si deve assistere a cambiamenti conseguenti al CS. Nel caso di Paola, ad esempio, ci si dovrebbe attendere una più serena capacità di instaurare relazioni intime profonde, senza essere pesantemente condizionati dal timore della separazione.
    5. La valutazione di alcuni aspetti submodali nel ricordo dell’episodio trattato può essere molto preziosa. Per definizione, il ricordo dell’episodio, nelle sue infinite componenti submodali, non può più essere il medesimo una volta che viene trattato. Frequentemente viene riferito (e si può facilmente osservare) che l’episodio è come più lontano (o finalmente esterno rispetto al corpo del paziente), o più breve, che è come un film mentre prima era costituito da uno o più flash, che compaiono parole nuove, spariscono o scompaiono alcuni odori, e così via.

    Infine, Giannantonio consiglia di usare la tecnica del cambio di storia solo successivamente alla tecnica di dissociazione VK, in precedenza descritta, il che ci dice di come queste due tecniche possano integrarsi e in un certo senso fondersi.


    Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA

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    17 April 2021

    IL MALADAPTIVE DAYDREAMING SPIEGATO PER PUNTI

    di Raffaele Avico

    Diamo una breve definizione, per punti, di Maladaptive Daydreaming (MD).

    • il maladaptive daydreaming consiste in un eccessivo fantasticare a occhi aperti, con notevole intensità e per molto tempo; viene descritto come un problema compulsivo, al di là cioè della normale volontà dell’individuo, e in grado di creare dipendenza
    • viene considerato una variante di disturbo dissociativo: un disturbo dissociativo, come qui abbiamo approfondito, è un problema che riguarda lo stato della coscienza: il bisogno o il desiderio di ottenere uno stato di “scollamento” dalla realtà circostante, per ragioni di salvaguardia della tenuta mentale. I sintomi dissociativi arrivano spesso in conseguenza di un’iniziale fase di attivazione sofferta; questo è chiarito molto bene dal modello a cascata. Il modello a cascata ci racconta di come spesso un’eccessiva attivazione ansiosa, produca, come conseguenza secondaria, uno stato di collasso dissociativo. Come il dente di una sega, vi è un’attivazione verso l’alto dell’individuo, poi culminante in un collasso dissociativo con funzione di “scarico”.
    • in questo articolo (scaricabile in PDF) 21 persone furono intervistate a proposito del MD; l’articolo in questione si propose di effettuare un’analisi del tema in chiave fenomenologica, senza cioè cercare ricorrenze o correlazioni statistiche, ma approfondendo la singola esperienza dei diversi soggetti per capire meglio il loro “vissuto” e cosa sia, in effetti, il maladaptive daydreaming.
      I punti chiave emersi dalle interviste furono raggruppati in 3 cluster: 1) condizioni necessarie al MD 2) contenuti del MD e 3) caratteristiche dell’esperienza del MD.
      Vediamoli qui di seguito:

      • per quanto riguarda le condizioni necessarie, il maladaptive daydreaming, per essere veramente tale, necessita di 1) essere vissuto con disagio, 2) come prima accennato, essere vissuto come compulsivo e 3) essere caratterizzato da fantasie vivide e prolungate nel tempo; un aspetto notato sembrava essere, negli intervistati, la presenza di “condizioni scatenanti” in grado di favorire l’accesso al daydreaming: solitudine, musica o movimento ripetuto. Viene inoltre sottolineato dagli intervistatori il carattere compulsivo dello stato di maladaptive daydreaming, proprio quando se ne cerchi una fuoriuscita tramite esercizi di grounding
      • per quanto riguarda i contenuti, emerge una grande varietà tematica, con due macro-temi più presenti di altri: 1) vita familiare e sociale immaginata 2) fantasie di status e rivalsa sociale, con episodi di successo personale fantasticato e grande riconoscimento da parte della collettività
      • a riguardo degli aspetti esperienziali del maladaptive daydreaming, nell’articolo vengono citati: 1) vividezza della fantasia prodotta, 2) grande impatto emotivo anche in senso positivo, o in modo variegato (qui notiamo un punto utile per fare una diagnosi differenziale rispetto al PTSD classico, o agli aspetti perturbanti di un disturbo psicotico produttivo) 3) grande creatività nel generare scenari mentali entro cui immergersi

    Parliamo dunque di un problema che riguarda l’eccessivo assorbimento del soggetto in fantasie lunghe e vivide.

    Che differenza c’è tra il MD e il normale detachment?

    Potremmo considerare il MD come una variante del detachment, caratterizzata da una maggiore produttività e creatività di pensiero.

    Il detachment classico, se osservato in un soggetto, dà l’idea che l’individuo diffonda, “sgrani” o frammenti lo stato di coscienza, disperdendo l’attenzione in una sorta di vuoto mentale senza nessun pensiero particolare; è una frammentazione.

    Il MD, al contrario, convoglia l’attenzione del soggetto entro uno scenario ricreato, che tuttavia potrebbe svolgere la stessa funzione del detachment, ricordando cioè uno stato mentale alternativo, una scappatoia dal momento presente.

    La differenza è sottile ma chiara; parliamo, in ogni caso, di disturbi simil- dissociativi.

    Vediamo un contributo video:

    Marco Crepaldi sta facendo un grande lavoro di divulgazione sul fenomeno hikikomori, e sui temi inerenti quello che chiama “femminismo tossico” (radicalizzato).

    In questo video intervista Valeria Franco, la responsabile dell’associazione Maladaptive daydreaming Italia:

    Come si osserva, viene qui data una definizione generale del problema, toccando alcuni punti:

    1. la fantasie sono varie e soggettive, diverse per ognuno
    2. esistono comunità su Facebook con finalità di auto-mutuo aiuto (per esempio questo gruppo)
    3. è possibile che la fantasia assolva a due funzioni: a) scarico pulsionale, o b) ricostruzione compensatoria; come ascoltiamo dal video, è possibile che la fantasia rappresenti un eccesso di energia psichica che, non trovando altri oggetti di “aggancio”, produca questo tipo di contenuti così da poter essere sublimata/evacuata -attraverso questo tipo di creazione fantastica; oppure, potremmo interpretare la fantasia come un sintomo dissociativo in presenza di sindromi post-traumatiche di varia natura;
    4. giustamente viene sottolineato dalla Franco la possibile comorbilità con disturbi dissociativi o Asperger; viene evidenziato come il fantasticare in modo compulsivo andrebbe letto come sintomo, “spia” di qualcosa che non funziona in altre aree della vita. In questo senso parla della necessità di “guarire la vita” come prima cosa, senza necessariamente concentrarsi sulla fantasia in sè.

    Come osserviamo, il Maladaptive Daydreaming può essere letto usando differenti griglie teoriche. Essendo una costrutto diagnostico nato di recente (il costrutto per primo è stato formulato da Eli Somer, Israele) non è ancora possibile inquadrarlo in modo definitivo. É tuttavia facilmente intuibile come possa ben accostarsi allo spettro dei disturbi dissociativi.

    Qui per approfondire. Si veda anche questa intervista ad Eli Somer.


    Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA

    Article by admin / Generale

    12 April 2021

    UN VIDEO PER CAPIRE LA DISSOCIAZIONE

    di Raffaele Avico

    Osserviamo questo video (cliccando sull’immagine sopra riportata): ci potrà aiutare a capire il concetto di modello a cascata per la reazione “immediata” a un trauma, che qua abbiamo riassunto.

    Il modello a cascata ci spiega come funziona la reazione “istantanea” al trauma, in prossimità del suo accadere.

    Dapprima, come sappiamo, esiste una reazione di forte attivazione neurofisiologica, di iperarousal. Da qui possiamo avere due possibili risposte: la persona o mette in atto, agendo, l’attacco/fuga in sè, oppure precipita in uno stato dissociato, come in un distacco dal momento attuale, cosa che osserviamo molto chiaramente in questo filmato.

    Osserviamo questa figura:

    Immaginiamo che questa figura sia su un diagramma cartesiano: sull’asse delle ascisse, troviamo il livello di dissociazione; sull’asse delle ordinate, il comportamento del tono neurofisiologico: come si osserva dall’andamento della linea spezzata (non in quella a forma di onda), l’attivazione va verso l’alto e poi precipita in basso. Tutto questo, all’aumentare del livello di dissociazione.

    Ora proviamo a dare un’occhiata al video tenendo a mente questo schema. Il video riprende una donna che viene condannata per un crimine, nel contesto di un’aula di tribunale americano. All’avvicinarsi del momento del verdetto, osserviamo alcune reazioni che appunto descrivono un andamento a cascata:

    • minuto 1’08’’: iniziano i segnali di iperarousal e di fear response: la donna rapidamente viene colpita da una reazione di iperarousal nell’ascoltare il verdetto della giuria che la accusa
    • gli occhi progressivamente sembrano perdersi, o sgranarsi; la postura collassa, il respiro è affannoso
    • minuto 1’46’’: comincia lo stato di sincope dorso-vagale, cioè lo stato di shut-down/collasso, e con essa lo stato dissociativo della coscienza;
    • minuto 2’: gli occhi sono sbarrati, la persona appare in uno stato alterato di coscienza: è in una condizione di collasso/scollamento che, sullo schema riportato sopra, corrisponde al picco in basso a destra della linea dell’arousal, in prossimità della scritta “collasso dissociativo”

    Il “collasso dissociativo” accade quando la mente proceda in modo da mettersi al riparo da un evento minaccioso troppo grande. Chi abbia dimestichezza con i temi del trauma, capisce la logica di questo tipo di risposta: rappresenta uno dei punti centrali della Teoria polivagale di Stephen Porges, che ha il merito di aver gettato le basi per poterli spiegare -questi eventi- anche in senso neurobiologico, ipotizzando come sappiamo l’esistenza di tre tipologie di risposta a seconda di come venga interpretato lo stimolo minaccioso (risposta verde/gialla/rossa).


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    • 3MDR: UNO STRUMENTO SPERIMENTALE PER COMBATTERE IL PTSD 13 September 2021
    • UN LIBRO PER L’ESTATE: “COME ANNOIARSI MEGLIO” DI PIETRO MINTO 6 August 2021
    • “I fondamenti emotivi della personalità”, JAAK PANKSEPP: TAKEAWAYS E RECENSIONE 3 August 2021
    • LIFESTYLE PSYCHIATRY 28 July 2021
    • LE DIVERSE FORME DI SINTOMO DISSOCIATIVO 26 July 2021
    • PRIMO LEVI, LA CARCERAZIONE E IL TRAUMA 19 July 2021
    • “IL PICCOLO PARANOICO” DI BERNARDO PAOLI. PARANOIA, AMBIVALENZA E MODELLO STRATEGICO 14 July 2021
    • RECENSIONE PER PUNTI DI “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE” 8 July 2021
    • I VIRUS: IL LORO RUOLO NELLE MALATTIE NEURODEGENERATIVE 7 July 2021
    • LA PLUSDOTAZIONE SPIEGATA IN BREVE 1 July 2021
    • COS’É LA COGNITIVE PROCESSING THERAPY? 24 June 2021
    • SULLA TERAPIA ESPOSITIVA PER I DISTURBI FOBICI: IL MODELLO DI APPRENDIMENTO INIBITORIO DI MICHELLE CRASKE 19 June 2021
    • É USCITO IL SECONDO EBOOK PRODOTTO DA AISTED 15 June 2021
    • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche -con il blog Psicologia Fenomenologica. 7 June 2021
    • PSICHIATRIA DI COMUNITÁ: LA SCELTA DI UN METODO 31 May 2021
    • PTSD E SPAZIO PERIPERSONALE: DA UN ARTICOLO DI DANIELA RABELLINO ET AL. 26 May 2021
    • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO ONLINE CON VALERIO ROSSO, MARCO CREPALDI, LUCA PROIETTI, BERNARDO PAOLI, GENNARO ROMAGNOLI 22 May 2021
    • MDMA PER IL PTSD: NUOVE EVIDENZE 21 May 2021
    • MAP (MULTIPLE ACCESS PSYCHOTHERAPY): IL MODELLO DI PSICOTERAPIA AD APPROCCI COMBINATI CON ACCESSO MULTIPLO DI FABIO VEGLIA 18 May 2021
    • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO GRATUITO ONLINE (21 MAGGIO) 13 May 2021
    • BALBUZIE: COME USCIRNE (il metodo PSICODIZIONE) 10 May 2021
    • PANICO: INTERVISTA AD ANDREA IENGO (PANICO.HELP) 7 May 2021
    • Psicologia digitale e pandemia COVID19: il report del Centro Medico Santagostino di Milano dall’European Conference on Digital Psychology (ECDP) 4 May 2021
    • SOLCARE IL MARE ALL’INSAPUTA DEL CIELO. Liberalizzare come terapia: il problema dell’autocontrollo in clinica 30 April 2021
    • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO” 25 April 2021
    • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche 25 April 2021
    • 3 STRUMENTI CONTRO IL TRAUMA (IN BREVE): TAVOLA DISSOCIATIVA, DISSOCIAZIONE VK E CAMBIO DI STORIA 23 April 2021
    • IL MALADAPTIVE DAYDREAMING SPIEGATO PER PUNTI 17 April 2021
    • UN VIDEO PER CAPIRE LA DISSOCIAZIONE 12 April 2021
    • CORRELATI MORFOLOGICI E FUNZIONALI DELL’EMDR: UNA PANORAMICA SULLA NEUROBIOLOGIA DEL TRATTAMENTO DEL PTSD 4 April 2021
    • TRAUMA E DISSOCIAZIONE IN ETÁ EVOLUTIVA: (VIDEO)INTERVISTA AD ANNALISA DI LUCA 1 April 2021
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    • SVILUPPARE IL PENSIERO LATERALE (EDWARD DE BONO) – RECENSIONE 24 March 2021
    • MDMA PER IL POST-TRAUMA: BEN SESSA E ALTRI RIFERIMENTI IN RETE 22 March 2021
    • 9 LIBRI FONDAMENTALI SU TRAUMA E DISSOCIAZIONE (aggiornato 2026) 14 March 2021
    • VIDEOINTERVISTA A CATERINA BOSSA: LAVORARE CON IL TRAUMA 7 March 2021
    • PRIMO SOCCORSO PSICOLOGICO E INTERVENTO PERI-TRAUMATICO: IL LAVORO DI ALAIN BRUNET ED ESSAM DAOD 2 March 2021
    • “SHARED LIVES” NEL REGNO UNITO: FORME DI PSICHIATRIA D’AVANGUARDIA 25 February 2021
    • IL TRAUMA (PTSD) NEGLI ANIMALI (PARTE 1) 21 February 2021
    • FLOW: una definizione 15 February 2021
    • NEUROBIOLOGIA DEL DISTURBO POST-TRAUMATICO (PTSD) 8 February 2021
    • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE (SECONDA PARTE): FINE PENA MAI 3 February 2021
    • INTERVISTA A COSTANZO FRAU: DISSOCIAZIONE, TRAUMA, CLINICA 1 February 2021
    • LO SPETTRO IMPULSIVO COMPULSIVO. I DISTURBI OSSESSIVO COMPULSIVI SONO DISTURBI DA ADDICTION? 25 January 2021
    • ANATOMIA DEL DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO (E PSICOTERAPIA) 15 January 2021
    • LA STRANGE SITUATION IN BREVE e IL TRAUMA COMPLESSO 11 January 2021
    • GIORNALISMO = ENTERTAINMENT 6 January 2021
    • SIMBOLIZZARE IL TRAUMA: IL RUOLO DELL’ATTO ARTISTICO 2 January 2021
    • PSICHIATRIA: IL MODELLO DE-ISTITUZIONALIZZANTE DI GEEL, BELGIO (The Openbaar Psychiatrisch Zorgcentrum) 28 December 2020
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    • Psicoterapia breve strategica del Disturbo ossessivo compulsivo (DOC). Intervista ad Andrea Vallarino e Luca Proietti 14 December 2020
    • CRONOFAGIA DI DAVIDE MAZZOCCO: CONTRO IL FURTO DEL TEMPO 10 December 2020
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    • COME GESTIRE UNA DIPENDENZA? 4 PIANI DI INTERVENTO 3 December 2020
    • INTRODUZIONE A JAAK PANKSEPP 28 November 2020
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    • ASCESA E CADUTA DEI COMPETENTI: RADICAL CHOC DI RAFFAELE ALBERTO VENTURA 6 October 2020
    • L’EMDR: QUANDO USARLO E CON QUALI DISTURBI 30 September 2020
    • FACEBOOK IS THE NEW TOBACCO. Perchè guardare “The Social Dilemma” su Netflix 28 September 2020
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    • SUL MERCATO DELLA DOPAMINA: INTERVISTA A VALERIO ROSSO 31 August 2020
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    • FRANCESCO DE RAHO SUL TARANTISMO, tra superstizione e scienza 26 August 2020
    • ATTACCHI DI PANICO: IL MODELLO SUL CONTROLLO 7 August 2020
    • SHELL SHOCK E PRIMA GUERRA MONDIALE: APPORTI VIDEO 31 July 2020
    • LA LUNA, I FALÒ, ANGUILLA: un romanzo sulla melanconia 27 July 2020
    • VIDEOINTERVISTA A FERNANDO ESPI FORCEN: LAVORARE COME PSICHIATRA A CHICAGO 20 July 2020
    • ALCUNI ESTRATTI DALLA RUBRICA “GROUNDING” (PDF) 14 July 2020
    • STRESS POST TRAUMATICO: IL MODELLO A CASCATA. Da un articolo di Ruth Lanius 10 July 2020
    • OTTO KERNBERG SUGLI OBIETTIVI DI UNA PSICOANALISI: DA UNA VIDEOINTERVISTA 3 July 2020
    • SONNO, STRESS E TRAUMA 27 June 2020
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    • IL CONTROLLO CHE FA PERDERE IL CONTROLLO: UNA VIDEOINTERVISTA AD ANDREA VALLARINO SUL DISTURBO DI PANICO 11 June 2020
    • STRESS, RESILIENZA, ADATTAMENTO, TRAUMA – Alcune definizioni per creare una mappa clinicamente efficace 5 June 2020
    • DA “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE”: COS’É LA NEUROCEZIONE 3 June 2020
    • AUTO-TRADIRSI. UNA DEFINIZIONE DI MORAL INJURY 28 May 2020
    • BASAGLIA RACCONTA IL COVID 26 May 2020
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    • NOI, ESSERI UMANI POST- PANDEMICI 14 May 2020
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    • RISCOPRIRE L’ARCHIVIO (VIDEO) DI PSYCHIATRY ON LINE PER I SUOI 25 ANNI 2 May 2020
    • SULL’IMMOBILITÀ TONICA NEGLI ANIMALI. Alcuni spunti da “IPNOSI ANIMALE, IMMOBILITÁ TONICA E BASI BIOLOGICHE DI TRAUMA E DISSOCIAZIONE” 30 April 2020
    • FOBIE SPECIFICHE IN BREVE 25 April 2020
    • JEAN PIAGET E LA SHARING ECONOMY 25 April 2020
    • LO STATO DELL’ARTE INTORNO ALLA DIMENSIONE SOCIALE DELLA MEMORIA: SUL MODO IN CUI SI E’ ARRIVATI ALLA CREAZIONE DEL CONCETTO DI RICORDO CONGIUNTO E SU QUANTO LA VITA RELAZIONALE INFLUENZI I PROCESSI DI SVILUPPO DELLA MEMORIA 25 April 2020
    • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.3 – MODELLO ITALIANO E MODELLO BELGA A CONFRONTO, CON GIOVANNA JANNUZZI! 22 April 2020
    • RISCOPRIRE PIERRE JANET: PERCHÉ ANDREBBE LETTO DA CHIUNQUE SI OCCUPI DI TRAUMA? 21 April 2020
    • AGGIUNGERE LEGNA PER SPEGNERE IL FUOCO. TERAPIA BREVE STRATEGICA E DISTURBI FOBICI 17 April 2020
    • INTERVISTA A NICOLÓ TERMINIO: L’UOMO SENZA INCONSCIO 13 April 2020
    • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.3 10 April 2020
    • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.2 – MODELLO ITALIANO E MODELLO SVIZZERO A CONFRONTO, CON OMAR TIMOTHY KHACHOUF! 6 April 2020
    • ANTONELLO CORREALE: IL QUADRO BORDERLINE IN PUNTI 4 April 2020
    • 10 ANNI DI E.J.O.P: DOVE SIAMO? 31 March 2020
    • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.2 27 March 2020
    • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE: RISTRETTI.IT 25 March 2020
    • NELLE CORNA DEL BUE LUNARE: IL LAVORO DI LIDIA DUTTO 16 March 2020
    • LA COLPA NEL DOC: LA MENTE OSSESSIVA DI FRANCESCO MANCINI 12 March 2020
    • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.1 6 March 2020
    • PREFAZIONE DI “PTSD: CHE FARE?”, a cura di Alessia Tomba 5 March 2020
    • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO”: EP.1 – FERNANDO ESPI FORCEN 29 February 2020
    • NERVATURE TRAUMATICHE E PREDISPOSIZIONE AL PTSD 13 February 2020
    • RIMOZIONE E DISSOCIAZIONE: FREUD E PIERRE JANET 3 February 2020
    • TEORIA DEI SISTEMI COMPLESSI E PSICOPATOLOGIA: DENNY BORSBOOM 17 January 2020
    • LA CULTURA DELL’INDAGINE: IL MASTER IN TERAPIA DI COMUNITÀ DEL PORTO 15 January 2020
    • IMPATTO DELL’ESERCIZIO FISICO SUL PTSD: UNA REVIEW E UN PROGRAMMA DI ALLENAMENTO 30 December 2019
    • INTRODUZIONE AL LAVORO DI GIULIO TONONI 27 December 2019
    • THOMAS INSEL: FENOTIPI DIGITALI IN PSICHIATRIA 19 December 2019
    • HPPD: HALLUCINOGEN PERCEPTION PERSISTING DISORDER 12 December 2019
    • SU “LA DIMENSIONE INTERPERSONALE DELLA COSCIENZA” 24 November 2019
    • INTRODUZIONE AL MODELLO ORGANODINAMICO DI HENRI EY 15 November 2019
    • IL SIGNORE DELLE MOSCHE letto oggi 4 November 2019
    • PTSD E SLOW-BREATHING: RESPIRARE PER DOMINARE 29 October 2019
    • UNA DEFINIZIONE DI “TRAUMA DA ATTACCAMENTO” 18 October 2019
    • PROCHASKA, DICLEMENTE, ADDICTION E NEURO-ETICA 24 September 2019
    • NOMINARE PER DOMINARE: L’AFFECT LABELING 20 September 2019
    • MEMORIA, COSCIENZA, CORPO: TRE AREE DI IMPATTO DEL PTSD 13 September 2019
    • CAUSE E CONSEGUENZE DELLO STIGMA 9 September 2019
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    • “LA CITTÀ CHE CURA”: COSA SONO LE MICROAREE DI TRIESTE? 8 August 2019
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    IL BLOG

    Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

    • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
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    • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
    • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

    A CURA DI:

    • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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