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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

16 October 2026

IL TRAUMA PER JACQUES LACAN

PREMESSA: molti autori hanno nel tempo parlato di elaborazione del materiale traumatico, di fatto tornando a un elemento comune, a un processo che potremmo chiamare “lavoro di simbolizzazione”.
Jacques Lacan si chiedeva cosa ci permettesse di conferire senso alla nostra esperienza della realtà, al vivere quotidiano. Chiamava “simboli” e “significanti” le “toppe” che cuciamo, ogni giorno, su ogni oggetto a noi vicino, su ogni esperienza da noi sperimentata, su qualunque nostro pensiero o emozione: abbiamo bisogno di produrre simboli e significanti per poter sentire che ciò che sperimentiamo possieda senso. In alcuni momenti, tuttavia, questo “telo” di simboli può strapparsi, quando la forza dell’evento che osserviamo, la natura insensata della violenza che ci colpisce, la brutalità degli eventi che ci circondano riescono a produrre un “fallimento” nella nostre capacità di simbolizzazione o di “sintesi” (per usare un termine caro a Pierre Janet). Certi documentari sulla vita degli animali ci possono far intuire questo elemento: nel naturale esplicarsi delle morti continue, nell’uccisione di cuccioli da parte di adulti mossi da fame, nella tragica guerra totale per la sopravvivenza, troviamo quel “Reale” di cui ci parlava Lacan -che altri avevano chiamato giustamente “extramorale”, al di là del bene e del male. Quando il Reale si palesa, appare, la nostra mente ne è colpita con una forza particolare, traumatica, che richiede un lavoro extra di processamento, chiedendoci uno sforzo ulteriore per conferire senso. Questo avviene perché la “copertura” di simboli e significanti che usualmente avvolge ciò che ci circonda, si squarcia, rivelandoci una dimensione dell’esperienza insensata, indigeribile in senso psicologico. La mente, al cospetto del Reale, crea tentativi di simbolizzazione, produce pensiero in modo anomalo, torna costantemente sulla “scena del delitto” nel tentativo di superare e dimenticare.
Qui di seguito ospitiamo Carlo Del Mastro (che avevamo in precedenza intervistato) per un approfondimento sulla teoria sul trauma di Lacan. (R.Avico)

IL TRAUMA PER J.LACAN

Di Carlo Delmastro

Il trauma nella lingua italiana è un sostantivo, un nome che viene usato per indicare un ambito semantico complesso perché richiama dalle esperienze nella quotidianità di ognuno, alle riflessioni cliniche, mediche e psicoterapeutiche più complesse nei diversi orientamenti di scuola. Avremo, quindi, la possibilità di accedere a diversi livelli concettuali, più tecnici da una parte, più universali dall’altra.

La definizione di trauma deriva dalla parola greca usata per “ferita”.

Il campo semantico riporta ad una lesione che causa l’interruzione di continuità dei tessuti molli del corpo, al riferimento della dimensione organica, un richiamo al dolore, al segno che rimane (la cicatrice), sullo sfondo anche alla morte. Questo per dire che il tragitto di questo concetto riverbera fin dall’inizio con queste componenti (corpo, medicina, cura, danno). Per completezza sollevo l’ipotesi che abbinato al danno vi possa essere anche l’apertura per una lettura giurisprudenziale, non a caso i primi codici per normare la vita civile si riferivano anche a ferite inflitte o subite e alla loro sanzione riparativa prevista dal diritto dell’epoca. Attualizziamo quanto scritto citando il reato di lesioni personali, configurato quando una persona cagiona a un’altra un danno da cui deriva una malattia nel corpo o nella mente, previsto dal nostro Codice Penale.

Tutto il materiale appena abbozzato ci riporta alla definizione condivisa della parola “trauma” che tra le diverse voci considera un evento – un incidente, un lutto improvviso, una violenza subita-, che supera la capacità del soggetto di elaborarlo nel momento in cui accade, e che lascia un segno duraturo.

Proviamo a schematizzare una sequenza ipotetica: un evento accade ovvero succede qualcosa, questo produce un effetto tangibile o presunto, che dovrà essere trattato e il risultato finale sarà un assorbimento (remissione completa) o la presenza di un elemento che “testimonia” dell’accadimento iniziale come può essere una camminata claudicante, una cicatrice, ecc.

Il modello lineare, fermo restando di considerarlo condivisibile, non risponde alle seguenti domande :

  • perché due persone esposte allo stesso evento, con una gravità oggettiva paragonabile, ne escono segnate in modo così diverso?
  • perché il sintomo persiste anche dopo un lavoro di elaborazione narrativa condotto con cura, da un professionista, magari per anni?
  • perché ciò che sembrava risolto può ripresentarsi, magari sotto altra forma, a distanza di anni?

Prima di provare a rispondere a queste domande, occorre fare una precisazione: Jacques Lacan, l’autore che ho preso come riferimento per una lettura del fenomeno, oltre alle sue pregresse conoscenze in ambito medico, psichiatrico e umanistico, muove da un’attenta rilettura dell’opera omnia di S. Freud e, sarebbe doveroso, al fine di costruire la piattaforma da cui l’autore stesso parte, presentare punto per punto lo sviluppo della teoria psicoanalitica nella concezione del traumatismo. Rimandiamo piuttosto ad un articolo dedicato o ad una pubblicazione riguardante proprio questo, per mantenere più leggera la disamina che ci aspetta.
Pertanto dopo questa nota metodologica, procederò ad esporre come previsto dal titolo, una lettura personale di quanto scritto da Lacan nei Seminari e su Lacan dai suoi studiosi ed allievi diretti ed indiretti -come il sottoscritto.

Freud e Lacan, rispetto all’argomento del trauma, sono accomunati dal non averne parlato estesamente in una sola pubblicazione; hanno preferito, per scelta o per la natura stessa dell’argomento, di analizzarlo in modo frammentario anche in vista delle evoluzioni teoriche suggerite dalla pratica clinica e dalla vivacità intellettuale di entrambi.
Non si cercherà, nei capitoli che seguono, un testo canonico in cui Lacan “definisce” il trauma, per poi commentarlo, ma si cercherà di seguire il modo in cui il trauma si manifesta nei punti in cui l’edificio concettuale lacaniano lo richiede: nella teoria del significante del 1953, nella distinzione fra tyché e automaton del Seminario XI, nel neologismo troumatisme degli ultimi seminari e a partire dal sinthome. La dispersione, in altre parole, non è un ostacolo che questo lavoro deve aggirare per arrivare a una sintesi che Lacan non ha scritto, è essa stessa l’oggetto di studio, ed è coerente con la stessa logica per cui -già a partire da Freud- nessuna definizione del trauma è mai riuscita a chiudersi su se stessa.

Andiamo con ordine senza cadere nel tranello di analizzare cronologicamente, passo passo, tutte le trascrizioni che abbiamo dei Seminari.

Per trasmettere uno scenario complesso in cui introdurre i temi che ci aspettano, mi riferisco inizialmente al Seminario I, Gli scritti tecnici di Freud (Lacan, 1953-1954/1978), che pur non essendo il primissimo seminario, è il primo a venire riportato quasi integralmente. In questi momenti seminariali il giovane teorico esponeva le sue intuizioni ai colleghi, agli amici, ai ricercatori dell’epoca, in una sala conferenze di un grande ospedale di Parigi. Ci si rese conto che, al di là dello stile astruso delle lezioni, vi era in fondo qualcosa di geniale e rivoluzionario, pertanto si incominciò a dattiloscrivere quanto veniva detto, con tutte le difficoltà tecniche e tecnologiche dell’epoca. Le trascrizioni furono pensate per l’applicazione clinica della teoria, e riguardavano, prima di tutto, la conduzione della cura attraverso la parola, metodologia tipicamente psicoanalitica, che portò Lacan a distinguere con precisione il registro dell’Immaginario da quello del Simbolico, distinzione che, pur sviluppando fin da subito tutti e tre i registri, lo porterà nei primi anni a concentrarsi nell’individuazione di tutti gli elementi concettuali per sviluppare un corpus coerente. Sono gli anni, come già evidenziato, della rilettura integrale e puntuale dell’opera completa in lingua originale di Freud, degli psichiatri e degli psicopatologi, dei linguisti e dei filosofi di quel periodo così proficuo che fu la prima metà del Novecento.

Di fatto nel primo seminari non abbiamo un esplicito riferimento al trauma, come invece, era stato per Freud, in cui l’isteria poneva fin dall’inizio dei quesiti su aspetti di irruzione di accadimenti nell’apparato psichico. Articoli e seminari servono inizialmente per costruire l’architettura di quello che sarà il pensiero lacaniano, quindi possiamo leggere molti elementi che appartengono (se vogliamo, a posteriori) semanticamente al problema di trovare un posto al trauma.

Abbiamo tanti temi, basilari in quella che sarà la teorizzazione compiuta: il desiderio, il narcisismo, io-ideale, ideale dell’io, la rimozione e soprattutto la predominanza del Simbolico, strategica opposizione alle spinte più rassicuranti, se vogliamo, in appoggio all’Immaginario (basti pensare alla querelle con gli psicoanalisti d’oltre oceano della scuola di Hartmann, Loewenstein e A. Freud).

È un doppio salto mortale per Lacan, perché dubita della effettiva adesione alle teorie del padre fondatore Freud da parte della schiera di analisti dell’epoca e vede piuttosto nelle nuove proposte di cura analitica, un malsano ripiegamento delle funzioni dell’Io al fine di adattarsi all’ambiente socio-culturale circostante.

Possiamo considerare la sua posizione molto provocatoria, dato che, ad una lettura veloce la teoria di Lacan diventerebbe la più ortodossa tra quelle considerate post-freudiane.

Considerate che proprio in questi anni la scuola e l’associazione fondata da Lacan viene considerata eretica, troppo lontana dai precetti freudiani, proprio a giudizio del gotha della psicoanalisi internazionale.

Questo volo pindarico per dire che l’aver puntato sul Simbolico focalizza le osservazioni cliniche, anche se sarebbe meglio l’ascolto analitico, proprio nella centralità della parola, considerazione che ci fa fare un balzo indietro fino agli esordi delle scoperte freudiane, fino al cuore dell’interpretazione dei sogni, in cui l’attenzione per l’inconscio si declina con la precisione delle espressioni linguistiche usate dal paziente, nel sogno, nella quotidianità e in seduta.

I seminari successivi mantengono la rotta impostata, nel secondo vi sarà la rilettura della parte centrale della teoria freudiana, l’Al di là del principio di piacere e l’ipotesi teorica che alla pulsione di vita si contrapponga la pulsione di morte. L’obiettivo dichiarato di questo seminario, è quello di articolare il concetto freudiano di automatismo di ripetizione a partire dall’idea di una ripetizione propriamente simbolica -non biologica, non comportamentale- e formulare le leggi logiche che stanno alla base delle combinazioni dei significanti.

Qui Lacan non nasconde il suo debito nei confronti di Gaëtan Gatian de Clérambault grande psichiatra organicista francese con cui lavora, e da lui eredita la nozione di automatismo mentale — un fenomeno clinico in cui pensieri, percezioni o azioni si impongono al soggetto con un carattere di estraneità, come se provenissero da fuori pur accadendo dentro.

Notate che proprio questa matrice psichiatrica prepara il terreno per la teoria lacaniana della ripetizione simbolica, nella quale il significante insiste con la stessa estraneità quasi automatica che Clérambault osservava nell’automatismo mentale (Lacan ne sposta la sede dalla patologia psichiatrica specifica alla struttura di ogni soggetto parlante).

Il linguaggio viene messo al centro, non è difficile da capire -anzi-, proprio per il fatto di essere tuffati “in esso”fin dalla nascita (o anche prima della nascita) -impariamo a padroneggiarlo, a cogliere sfumature, accenni ironici, componenti sarcastiche in un gioco mutevole e dinamico.

Ovviamente non è solo una questione di psicologia della comunicazione, perché talvolta l’inconscio si apre lasciando trapelare dei contenuti che rivelano di un livello “oltre”, non diciamo superiore o inferiore o profondo, oltre inteso come “da un’altra parte”.

La nostra riflessione sul trauma alla luce della teoria lacaniana si definisce in questa cornice, ne ripercorre le revisioni incontrate a suo tempo da Freud, perché rilegge il suo percorso intellettuale: giungiamo alla distinzione dentro/fuori, cioè, dove sta l’evento debilitante?

Il primo abbozzo all’applicazione della topologia ai modelli teorici lacaniani, si manifesta nel nastro di Moebius, con tutta la sua potenza evocativa racchiusa in una losanga di cartoncino richiusa in se stessa, previa mezza torsione su se stessa.

La figura ci aiuta a comprendere che, a partire da un punto qualsiasi nello spazio della losanga, possiamo sempre differenziare (in quanto osservatori esterni, al di fuori del piano prospettico e non come se fossimo la formica che sta camminando sulla losanga) un dritto e un rovescio, un dentro e un fuori, un bordo di separazione tra i due.

Differentemente non possiamo farlo nel complesso della figura che, in quanto continua non presenta bordo e lo dimostra l’infinita camminata della formica che passerà indistintamente da dentro a fuori senza mai raggiungere un bordo.

Torniamo al trauma.

Sembrerebbe che il normale processo della mente sia quello di sperimentare un momento nel presente per poi trasferirlo subito nel passato archiviando il dato in memoria o dimenticandolo. Con il trauma sembrerebbe che tale meccanismo vada in cortocircuito e l’evento ricomparirebbe in sogno, in memorie intrusive, nelle relazioni, negli evitamenti, ripetendosi continuamente e confermando la differenza che intercorre tra il ricordare e il ripetere, agendo (o per usare un altro verbo), insistendo.

Abbiamo accennato alla rimozione che, come ben sappiamo è il meccanismo per cui un contenuto ritenuto spiacevole viene messo da parte e tenuto lontano dal conscio, ma in questo caso il soggetto sa, spesso è cosciente dell’evento spiacevole, è persino troppo cosciente, lo vorrebbe dimenticare un po’ ed il punto è proprio che non si lascia esaurire dal sapere.

Se esiste qualcosa che insiste nella ripetizione anche quando il soggetto dispone di una rappresentazione cosciente dell’evento, allora dobbiamo ammettere che nell’esperienza soggettiva vi è qualcosa che non coincide con ciò che può essere ricordato, raccontato o conosciuto, quindi non può essere simbolizzato. Il Reale.

Lacan riprende l’esempio del padre che sogna il figlio morto che gli dice: «Padre, non vedi che brucio?». Senza entrare nel dettaglio del sogno, ci troviamo nello spiacevole punto che rimorde la coscienza del padre, la sua responsabilità nella tragedia. Il sogno non protegge più il sognatore, allora lo conduce verso una sorta di espiazione e istanza masochistica? Oppure verso cosa? Incontra il fuori rappresentazione, il punto di indicibile, l’incontro mancato con la trama significante, il tyché.

Questo ci porta dritto alla lezione del Seminario XI del 12 febbraio 1964, intitolata «Τύχη e αὐτόματον» (Lacan, 1964/1979).

Lacan prende in prestito i due termini dal secondo libro della Fisica di Aristotele, che servono a distinguere due tipi di accadimento non intenzionale:

  • la tyché riguarda l’ambito dell’agire umano e con un esempio, il caso di chi, uscito a passeggio senza secondi fini, incontra per caso qualcuno a cui è creditore;
  • l’automaton riguarda un ambito più ampio, anche gli eventi puramente naturali, privi di intenzionalità come quando una pietra che cade da una finestra ferisce un passante.

Nell’uso che ne fa Lacan, l’automaton designa il funzionamento regolare della catena dei significanti, il lavoro del Simbolico governato, almeno in apparenza, dal principio di piacere.

La tyché designa invece l’incontro con il Reale, un incontro sempre mancato, perché ciò che vi si incontra è appunto ciò che non si lascia mai cogliere del tutto.

Non si ripete perché si è rimasti bloccati su un ricordo in senso meccanico; si ripete perché la ripetizione è l’unico modo che l’automaton ha per tentare — sempre di nuovo, sempre mancando il bersaglio — di fare i conti con ciò che la tyché ha incontrato una volta, e che eccede la sua portata.

Possiamo provare ad appoggiarci alla topologia, sfruttando il doppio movimento attorno al buco della figura del toro, ovvero la forma della ciambella: un giro attorno allo spazio centrale, dove il bambino si infila prima di tuffarsi al mare e un giro continuo spiroidale attorno all’aria spesa per gonfiare il salvagente.

La figura viene usata da Lacan nel Seminario sull’identificazione per rendere ragione della dinamica del desiderio, ma in questo caso la riciclo con l’intento di delineare i due movimenti sopra descritti: bobina simbolica che come nell’esempio del vasaio, modellando la materia attorno al nulla crea lo spazio vuoto; bobina circoscritta (inscritta attorno a modo di cerchio) grazie ad una forza centripeta che non la fa disperdere ma le permette di orbitare.

Sembrerebbe di essere giunti ad un punto fermo, per non dire morto, dove il Simbolico fa scorrere il nastro della musicassetta, con la frattura costitutiva fra significante e significato, mentre del Reale non se ne può dire nulla, bordo del baratro del Nulla.

Ricordo una paziente che aveva uno stile di vita davvero healthy, faceva yoga tutti i giorni al mattino, mangiava vegano, solo prodotti biologici, seguiva esercizi spirituali, conosceva molto bene la fitoterapia, aveva un lavoro creativo, coltivava relazioni di fiducia e grande sostegno dalla comunità, ma un giorno si ammalò di cancro. Proprio lei che… Ma perché proprio a lei? Perché proprio a me? È la domanda che si faceva e che molti si fanno e in questi casi si vede come il soggetto si interroghi senza che alcun discorso riesca ad articolarne le ragioni, in una condizione esistenziale di impotenza radicale (Hilflosigkeit).

Se il soggetto non può rapportarsi direttamente al Reale, deve costruire una mediazione che gli permetta di sostenere la sua posizione senza cadere sempre nell’impotenza, nel mutismo paralizzante di un immobilismo permanente (più avanti vedremo proprio il fenomeno della siderazione).

Il concetto che servirà per tutto lo sviluppo successivo fa la sua comparsa per sviluppare un particolare nodo del grafo del desiderio, nel Seminario V sulle formazioni dell’inconscio, quindi nel modo consueto in cui lapsus, motti di spirito, sogni si verificano; è una risposta che appartiene a tutti e che permette di costruire una finestra attraverso cui il soggetto guarda il mondo, ne dà una scena in cui il desiderio trova un oggetto e una collocazione. Non è una semplice fantasticheria cosciente, ma una struttura per lo più inconscia che organizza il modo in cui il soggetto desidera, ama, soffre.

Lacan lo formalizza con il matema $ ◊ a, che si legge esse barrato punzone di a e che è composto da: $ è il soggetto barrato, diviso dal significante; “a” è l’oggetto piccolo a, l’oggetto-causa del desiderio, un resto della perdita di godimento che il linguaggio impone. Non è un oggetto del mondo (non è la persona amata) ma ciò che in essa viene colto come “più che lei”; ◊ (il punzone) è il rapporto tra i due. Lacan lo scompone nelle operazioni di congiunzione (∧), disgiunzione (∨), “più grande di” (>) e “più piccolo di” (<), il soggetto è in una relazione di inclusione, esclusione, dipendenza dall’oggetto. Va letto come “in rapporto con” senza dare alla relazione una direzione univoca. È un tema che ha guidato la filosofia nei secoli, è legato alla presenza dell’essere umano nel mondo, di come sia strutturata la relazione tra uomo e ambiente, tra soggetto e oggetto e Lacan apporta il suo contributo. Ora, la digressione sul fantasma, proprio perché è crocevia di diversificate prospettive, apre la porta a tanti concetti che lo chiamano in causa o perlomeno ne sono interessati, per esempio l’oggetto a piccolo e il fratello maggiore A grande, che richiederebbero entrambi una ulteriore digressione che cercheremo di dare via via nel corso dell’argomentazione. Rimaniamo ignoranti ma curiosi, nella speranza di consolidare i punti potenzialmente prolifici.

Rimanendo al fantasma, si coglie un aspetto della sua formazione a partire da una domanda, postami da una ragazza molto intelligente durante un colloquio di orientamento scolastico.

Questa ragazza durante l’orientamento legato al “quale scuola scegliere?” piuttosto che a “cosa mi piacerebbe fare da grande?”, mi chiede se la mia posizione “privilegiata” di conoscitore dell’animo umano (psicologo), mi portava a sapere in anticipo i contenuti psichici del mio interlocutore con il conseguente vantaggio che, da ciò, poteva derivarne.

Nella relazione umana, soprattutto se è caricata emotivamente, spesso si verifica la messa in scena del proprio fantasma e si attribuisce all’altro un posto nella scena creata, sempre riproposta sollevando la questione del come l’Altro mi vorrebbe/cosa l’Altro vorrebbe da me. Da qui tutto il valore necessitante di tale posizione che, da una parte struttura la mia risposta confondendola (nel senso etimologico del fonderla, unirla con la posizione da me costruita nello scenario prototipico) ma dall’altra è anche, il luogo dove si può manifestare il mio desiderio trovando così la sua espressione. Ho risposto alla ragazza dicendole che la mia posizione davanti alle persone, poteva declinarsi in due modi: o rimanere nell’interlocuzione lineare domandare/rispondere, richiesta/informazione, come spesso prevede il contesto non di cura; oppure, un po’ più psicoanaliticamente, svincolarmi dal sentirmi destinatario della domanda e cercare piuttosto di dare voce al possibile soggetto che aveva sollevato la domanda.

Ma il fantasma cosa c’entra col trauma?

Abbiamo capito che il fantasma vela l’insostenibile irrompere del Reale, a parte una quota minima richiesta per “rimanere abbonati” al Reale (mi si passi la metafora commerciale), un po’ come nell’occhio umano la parte rimasta cieca per far passare il nervo ottico è il prezzo da pagare, proprio perché è fatto così e non ci si può fare nulla. Il fantasma è anche saldamente legato al Simbolico, ci si accorge soprattutto in analisi, che ci sono oggetti o parti di essi, che insistono nella vita della persona, si ripresentano, si riproducono (e abbiamo imparato a riconoscere questo tipo di insistenze), oggetti del fantasma che funzionano anche come significanti, in un registro di parola, in un valore anche solo di fonema.

Se dobbiamo sottolineare la sua funzione di velatura, leggendo il fenomeno “a ritroso” possiamo provare a delineare cosa venga piuttosto svelato, da un lato attraverso la sua manifestazione, dall’altro nell’impossibilità di dirlo se non considerando il buco.

Il buco di cui parliamo, a questo punto dell’insegnamento di Lacan, non è più soltanto un buco nel Simbolico preso isolatamente, piuttosto nasce nel punto specifico dell’assenza di un rapporto sessuale scrivibile, si mostra nella pulsione come deriva senza meta fissa, e trova nella nascita stessa — non solo in un evento successivo della vita — la sua prima aspirazione verso il vuoto.

Nella lezione del 19 febbraio 1974 del Seminario XXI, Les non-dupes errent, Lacan dice che ciascuno di noi inventa un espediente per colmare proprio questo buco nel Reale, e pronuncia la formula che diventerà il punto di riferimento per tutta la clinica lacaniana successiva: «Là où il n’y a pas de rapport sexuel, ça fait «troumatisme»» (Lacan, 1973-1974, lezione del 19 febbraio 1974). «Là dove non c’è rapporto sessuale, fa troumatisme»: un gioco di parole in cui la scrittura con trou, che vuol dire buco in francese, indica un buco che fa trauma, un trauma che è esso stesso un buco -nel punto strutturale in cui, per l’essere parlante, manca una copulazione naturale con la cosa-oggetto.
Lo si inventa (ça fait), aggiunge Lacan, come si può, con le risorse di cui ciascuno dispone e il compito dell’analista consiste nel facilitare le soluzioni che ciascun soggetto, uno per uno, inventa per trattare il proprio troumatisme, ponendo l’attenzione proprio sulla specificità legata alla storia personale del soggetto ovvero alla sua tessitura di significanti.

Il trauma, qui, non è più solo l’incontro mancato di cui parlava la tyché nel 1964, ma è la condizione strutturale, permanente, che costringe ogni soggetto a inventarsi una soluzione singolare — un sintomo, un legame, un modo di amare, un modo di organizzare la propria vita — per fare qualcosa di quel buco che nessun rapporto naturale potrà mai colmare per lui.

Per tornare alla tanto discussa frase del non rapporto, è abbastanza chiaro che ci sia atto sessuale, tutti lo possono sperimentare dall’adolescenza in poi, o che le relazioni amorose siano impossibili, ma molto più sconvolgente è che non esiste una relazione che si possa inscrivere nel linguaggio tra due posizioni sessuate, uomo e donna (non si tratta di individuare caratteri primari e secondari per una discriminazione tipo la barba, il seno, i capelli lunghi) -non esiste un significante che dica cosa sia un uomo o cosa sia la donna. Ci porterebbe lontano, seppure sia fonte di produttive speculazioni cliniche e teoriche, parlare del fallo come unico significante della differenza sessuale, averlo per l’uomo, esserlo per la donna, ma anche per l’ampliamento simbolico che lo vedrebbe destinato a designare nel loro insieme gli effetti di significato, in quanto il significante li condiziona per la sua presenza di significante). Per l’inconscio esiste un solo significante che organizza il campo sessuale, il fallo, e non basta a scrivere un rapporto tra due. Ognuno si rapporta al sesso e all’altro attraverso il proprio fantasma, cioè attraverso una scena singolare, e non attraverso un sapere condiviso su come “funziona” l’altro sesso; l’altro, nell’incontro, viene preso come oggetto a, supporto del proprio fantasma ($ ◊ a), più che incontrato come altro soggetto; ciò che si incontra davvero, nel rapporto, è il godimento di ciascuno, che resta singolare e non si lascia accoppiare.

Per questo Lacan dice che il fantasma fa da supplenza: dove il rapporto non c’è, il soggetto costruisce una scena che ne fa le veci.

È un po’ la pietra dello scandalo della psicoanalisi, cioè aver scoperto non solo che l’io non è padrone in casa sua, ma che l’adesione rassicurante che crediamo di avere con gli oggetti del mondo, le cose, le persone, l’autenticità di quello che volete, in realtà è ricostruita da un meccanismo di illusione ottica, un bug nel sistema dell’apparato psichico che ci accompagna fino alla tomba.

Facciamo un salto di una decina d’anni in avanti, Lacan continua integerrimo con i suoi seminari, che vengono aperti anche ad un pubblico più eterogeneo, non più i colleghi dell’ospedale, gli psicoanalisti e i filosofi amici, ma anche giovani universitari (Lacan assurge a personaggio pubblico), noi ripartiamo ancorando quanto detto sul fantasma alle elucubrazioni sul nodo, vero e proprio oggetto matematico ma usato dallo psicoanalista.

Durante tutto il Seminario il nodo borromeo (date un’occhiata a come è fatto il simbolo della antica casata), dove i tre anelli di Simbolico, Immaginario e Reale sono annodati fra loro in modo che nessuno regga da solo, ovvero che tagliandone uno gli altri due si staccano, diventa lo strumento con cui Lacan può finalmente scrivere — non solo descrivere — questa struttura connettiva tra concetti nonché le interazioni tra i tre registri.

L’invenzione del nodo borromeo, definito un nodo «che si scrive come il reale», dato che si scrive come già accennato, con formule matematiche ma, anche nel Reale (si dice che Lacan avesse dei cordini con cui provare i possibili annodamenti) rende ragione di un funzionamento, oltre l’Immaginario della metafora, oltre l’idea di uno stomaco che trasforma il cibo in nutrienti, oltre all’idea di riparare uno strappo con del filo. Semplicemente, di un nodo si può dire che si fa.

Il trauma, in questa prospettiva, non si localizza mai in uno solo di questi punti. Il trauma è ciò che si produce nel modo in cui avviene l’annodamento fra Simbolico, Immaginario e Reale, in un soggetto singolo, messo alla prova — a volte tenuto, a volte allentato, a volte rifatto diversamente.

Questo spostamento ha la conseguenza clinica esplicita di riconoscere nel troumatisme l’impossibilità di colmare un vuoto una volta per tutte e la condizione strutturale di ogni parlessere, compreso il compito dell’analista, di non poterlo eliminare.

Si può così fare una rilettura di quello che inizialmente poteva sembrare un equivoco, sciogliendo la polarizzazione tra struttura e storia, piuttosto, tenendole insieme. La dimensione strutturale non dice nulla, da sola, su come un soggetto particolare vivrà l’incontro con quel Reale — dice soltanto che nessun soggetto ne è esente, che non esiste una posizione «non traumatizzabile» per definizione.

La dimensione storica riguarda invece il modo del tutto singolare in cui, in un soggetto determinato, quella mancanza strutturale incontra -nella tyché- un evento particolare che vi si aggancia, la nomina, le dà una forma specifica, e che poi, come si è visto con il troumatisme, ciascun soggetto dovrà trattare a modo suo, inventando la propria soluzione.

Veniamo ora ad una situazione che può manifestarsi nella traumatologia e mi riferisco al fenomeno clinico della siderazione psichica, lo stato di arresto totale del funzionamento soggettivo che spesso segue un evento traumatico grave, in cui il soggetto sembra pietrificato, incapace di reagire, come sospeso fuori dal tempo.

Qui il soggetto, sorpreso da un evento a cui non era preparato, subisce nella percezione stessa di quell’evento uno shock -un “congelamento” che si traduce in una sospensione del funzionamento soggettivo, una vera e propria interruzione dell’attività associativa rispetto alle percezioni traumatiche e alle tracce che il ricordo ne conserva (pensate a cosa può voler dire un assalto in banca da un gruppo armato mentre voi state depositando un assegno).

Beine in un suo articolo reperibile sul web, propone l’immagine del mito di Medusa, in cui la mitologia greca offre una figurazione del trauma attraverso questo mostro il cui sguardo pietrifica chiunque lo incroci — la sua bruttezza insopportabile, il suo effetto di siderazione e l’istantaneità dello sguardo restituiscono con precisione le caratteristiche del trauma psichico (Beine, s.d.). È esattamente questa riduzione del soggetto a oggetto, potremmo aggiungere, ciò che la siderazione traumatica riproduce sul piano psichico.

Ma il mito offre anche l’indicazione per una via clinica; Perseo riesce a decapitare Medusa non guardandola direttamente, bensì orientandosi grazie all’immagine riflessa dal proprio scudo di bronzo, levigato come uno specchio (Beine, s.d.). Il soggetto «siderato» non può, da solo, ritrovare la parola di fronte a ciò che lo ha pietrificato: ha bisogno del sostegno di un Altro — nella cura, la funzione dell’analista, in altri contesti la presenza di chi gli sta accanto — che gli presti uno strumento capace di permettergli di figurare e organizzare, indirettamente, ciò che in presa diretta resta insostenibile.

Questo punto solleva però una domanda ulteriore, che la sola siderazione non basta a esaurire.

Abbiamo visto che il soggetto siderato ha bisogno del sostegno di un Altro, di uno strumento -lo scudo di Perseo- che gli permetta di figurare indirettamente ciò che in presa diretta resta insostenibile. Ma c’è un limite anche a ciò che questo sostegno può ottenere? La siderazione riguarda un evento puntuale, per quanto grave; se però la mancanza strutturale non nasce con l’evento, come si è insistito nei capitoli precedenti, è lecito chiedersi se esista, oltre alla siderazione occasionale, una forma di resistenza alla simbolizzazione ancora più permanente -non legata a un singolo accadimento traumatico, ma alla condizione stessa di avere un corpo. È a questa domanda che risponde un filone di lavoro lacaniano recente, che riprende il Seminario X sull’angoscia per sostenere che esiste una dimensione traumatica e alienante dell’incarnazione — dell’essere-in-un-corpo — che resiste all’espressione nei sistemi rappresentativi ed è centrale all’essere di ogni soggetto. Si può cogliere il legame con quanto detto nei capitoli precedenti, se il Simbolico non riesce mai a raccogliere per intero la storia di un soggetto, a maggior ragione non riesce a raccogliere per intero il corpo che quel soggetto è -il corpo non come organismo biologico, ma come quel luogo di godimento su cui, il Simbolico si innesta come una protesi, che mortifica senza mai coincidere del tutto con ciò su cui si innesta. La siderazione, allora, va vista come il punto in cui questa resistenza strutturale del corpo alla parola si rende visibile in modo acuto e circoscritto -ma il fondo su cui si staglia è permanente, non occasionale: è la stessa condizione che rende ogni narrazione, per quanto riuscita, strutturalmente incompleta rispetto a ciò che nel soggetto eccede il dicibile.

L’ultima proposta per una lettura del trauma si riferisce al Seminario XXIII tenuto da Lacan nel 1975-1976, in cui ritorna al cuore dell’operazione di riabilitazione autoprodotta, a quella creazione che si manifesta nel sintomo e, grazie agli stimoli letterari derivanti dalla lettura dello scrittore James Joyce, introduce il termine “sinthomo”.

Vale la pena essere precisi sulla differenza che il termine introduce, perché è tecnica e non solo ortografica (la forma italianizzata «sinthomo», che compare in alcune fonti citate più avanti, designa lo stesso concetto). Il sintomo, nel suo statuto abituale di significante, non dà un’identità al soggetto, lo rappresenta soltanto, rinviando sempre a un altro significante che lo spieghi, lo interpreti, gli dia senso -è per questo, come si è visto nei capitoli precedenti, che la sola narrazione non può mai esaurirlo. Il sinthome, invece, opera nel registro della lettera, non rinvia più a un significante che lo rappresenti, ma rinvia direttamente alla «cosa» di godimento che il soggetto, in fondo, è. Non si tratta più di decifrare, ma di riconoscere -e in qualche misura di assumere -quella cosa.

Topologicamente, il sinthome si presenta come un quarto anello, che si aggiunge ai tre del nodo borromeo (Simbolico, Immaginario, Reale) con la funzione specifica di tenerli annodati fra loro.

Lacan lo dice rispondendo a una domanda nel corso dello stesso seminario: «Il n’est plus un nœud. Il n’est tenu que par le symptôme» (Lacan, Seminario XXIII, 1975-1976). «Non è più un nodo. È tenuto soltanto dal sintomo». Tolto il quarto anello, i tre registri non si reggono più da soli — a tenerli insieme è, appunto, l’invenzione singolare di ciascuno. Il buco nel Simbolico esiste per tutti, è il suo troumatisme; il sinthome, allora, non è altro che il particolare annodamento dell’equilibrio perso nell’incontro con il Reale.
Non la sutura del buco, dunque, ma l’invenzione singolare — diversa per ciascun soggetto, come si era già visto a proposito della formula «inventiamo quello che possiamo» — che permette di continuare a vivere, a desiderare, a legarsi ad altri, nonostante quel buco resti strutturalmente lì.
È a questo punto, e non prima, che si può dire cosa distingue propriamente un percorso clinico riuscito da uno che non lo è, non l’assenza del buco, ma la tenuta di un annodamento capace di sostenerlo.

La rilettura sociale di una politica che si faccia davvero carico dei propri cittadini, in un’ottica di servizio alla persona, non potrebbe esimersi dal considerare, non solo possibile ma addirittura auspicabile, incentivare, sostenere, agevolare, incrementare, alimentare proprio quei meccanismi dell’apparato psichico, ma che come abbiamo intuito ci derivano anche dall’ambiente vissuto, che permettano una sana sebbene traumatica, espressione, ricostruzione e accettazione da parte degli altri e da parte di noi stessi, del sinthomo di ognuno di noi nella sua miseria creativa…nella sua creativa ricchezza.

Bibliografia

Aristotele (2011). La fisica. Testo greco a fronte (R. Radice, a cura di). Bompiani.

Beine, A. (2018). Sidération traumatique et relances psychodynamiques. Association Lacanienne Internationale, Journées d’études. https://www.freud-lacan.com/documents-ged/sideration-traumatique-et-relances-psychodynamiques/

Freud, S. (1966). L’interpretazione dei sogni (Opere, Vol. 3). Boringhieri. (Opera originale pubblicata 1899/1900)

Freud, S. (1977). Al di là del principio di piacere. In Opere (Vol. 9). Boringhieri. (Opera originale pubblicata 1920)

Lacan, J. (1973-1974). Le Séminaire XXI: Les non-dupes errent [Seminario inedito]. Testo stabilito dall’Association Lacanienne Internationale.

Lacan, J. (1978). Il Seminario. Libro I: Gli scritti tecnici di Freud, 1953-1954 (G. B. Contri, a cura di). Einaudi. (Opera originale pubblicata 1975)

Lacan, J. (1979). Il Seminario. Libro XI: I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, 1964 (G. B. Contri, a cura di). Einaudi. (Opera originale pubblicata 1973)

Lacan, J. (1991). Il Seminario. Libro II: L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi, 1954-1955 (G. B. Contri, a cura di). Einaudi. (Opera originale pubblicata 1978)

Lacan, J. (2004). Il Seminario. Libro V: Le formazioni dell’inconscio, 1957-1958 (A. Di Ciaccia, a cura di). Einaudi. (Opera originale pubblicata 1998)

Lacan, J. (2006). Il Seminario. Libro XXIII: Il sinthomo, 1975-1976 (A. Di Ciaccia, a cura di). Astrolabio. (Opera originale pubblicata 2005)

Lacan, J. (2007). Il Seminario. Libro X: L’angoscia, 1962-1963 (A. Di Ciaccia, a cura di). Einaudi. (Opera originale pubblicata 2004)

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5 August 2026

“DIRE TANTO CON POCO. AFORISMI PER IL CAMBIAMENTO”. INTRODUZIONE – DALL’ULTIMO LIBRO DI BERNARDO PAOLI

di Raffaele Avico

Abbiamo in passato parlato del lavoro di Bernardo Paoli, recensendo alcuni suoi lavori, in particolare “Qual è il tuo obiettivo?“.

Su concessione dell’autore pubblichiamo qui ora l’introduzione a “Dire tanto con poco. Aforismi per il cambiamento“, un volume che Bernardo ha pubblicato sull’importanza dell’aforisma come strumento euristico, funzionale anche al lavoro di psicoterapeuta.
Bernardo utilizza gli aforismi in psicoterapia quotidianamente, e ne declama la potenza e l’utilità nel passare contenuti/concetti/riflessioni in modo particolarmente “incisivo”.

Il libro declina l’utilizzo dell’aforisma a partire dalle inclinazioni psicologiche del lettore. Paoli lavora da tempo sulle inclinazioni, raggruppando gli aforismi (di sua creazione) in sotto-categorie, come raccolti intorno a tematiche “epistemiche” -fondanti nel modo di costruire il mondo da parte della persona/lettore.

Segue un interessante saggio breve sulla storia dell’aforisma, che come apprendiamo affonda le sue radici in culture pre-cristiane, occidentali come orientali (prime tracce: Sumeri nel terzo millennio a.c.), e una raccolta di curiosità inerenti gli aforismi stessi (l’aforisma più corto, l’aforisma più erroneamente attribuito, etc.), oltre che un breve vademecum per lo psicoterapeuta che voglia cimentarsi nell’uso di aforismi in psicoterapia. Infine, un corso per impararne la composizione.

Da leggere.

Qui gli altri nostri contenuti sul lavoro di Bernardo Paoli.


Introduzione da “Dire tanto con poco. Aforismi per il cambiamento” (abbiamo escluso le note, reperibili sul testo).

PROLOGO: TOTALITÁ MINIMA

L’aforisma non coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezzo. Karl Kraus

Leggi aforismi ogni giorno, anche senza accorgertene: nei post dei social, in esergo sui libri, in calce a una e-mail, nei biglietti d’auguri, nelle frasi motivazionali sui muri della palestra, lungo i percorsi tematici dei musei, nei biscotti della fortuna, in un Bacio Perugina o sul calendario del bar preferito mentre sorseggi un caffè. Li incontri ovunque, ma forse non sai che gli aforismi hanno alle spalle una storia millenaria e che, in psicoterapia, vengono utilizzati come strumento di cambiamento e miglioramento personale.

Gli aforismi sono una delle forme più antiche di trasmissione del sapere, e costituiscono un genere letterario a sé stante (come la poesia o il romanzo): poche parole capaci di racchiudere molto. Incarnano la duplice esortazione del poeta latino Orazio alla “brevitas” (scrivere nel modo più conciso possibile) e al “sermo iocosus” (fare una conversazione arguta e brillante). Fu Ippocrate, padre della medicina occidentale, a coniare nel V secolo a.C. il termine “aforisma”, e a usarlo per intitolare un libro. Il celebre incipit «La vita è breve, l’arte è lunga» ci ricorda che un’intera esistenza non basta per imparare a far bene il proprio mestiere. Un monito di umiltà ancora attuale.

Gli aforismi sono frasi di saggezza, il cui significato è tanto più profondo quanto più sintetico è il modo in cui vengono formulati, esprimendo in forma breve verità ricavate dall’esperienza. Con le parole di Friedrich Nietzsche, sono una forma dell’eternità: grazie alla loro concisione folgorante riescono a perdurare nel tempo, come una scintilla che si riattiva ogni volta che incontra qualcuno disposto ad ascoltare. Gli aforismi intendono evocare l’infinito nel finito; tengono in sé i due poli opposti dell’atto creativo: il compiuto e l’incompiuto.
Maggiore è l’arguzia con cui un aforisma viene espresso, e la densità informativa in esso contenuta, e – ipso facto – maggiore è la capacità di trasmettere conoscenza. Si pensi, ad esempio, alla frase lapidaria di Paul Valéry «Tutto inizia con un’interruzione»: una manciata di sillabe in grado di dire tanto con poco.

Gli aforismi sono l’impero della parola eloquente, una brevità felice che sorregge il molto, una totalità minima. Ma sono anche un’arma del pensiero: strumenti di sintesi razionale così come d’illuminazione mistica; di emozione estetica come anche di precetto etico.

Appartengono allo stesso genere della saggistica, solo che, per il loro carattere estremamente conciso, sono privi di argomentazione, presentandosi così come frasi sentenziose. Essendo sintetici e memorabili, possono addirittura risultare più precisi ed efficaci di un intero trattato.

Allo stesso modo del saggio, partecipano poi al piacere del libero pensiero; per questo motivo usano volentieri toni critici e polemici, paradossali e contraddittori, a volte estremi e radicali, o irriverenti e “politicamente scorretti”. Si pensi all’aforisma di Karl Kraus «Psicopatologia: se uno che non ha nulla, lo si guarisce nel modo migliore dicendogli quale malattia ha», o a quello di Marcel Mariën «Era tanto povera da non avere un subconscio».

Gli aforismi, insieme ai proverbi, fanno parte di una più ampia famiglia di fenomeni linguistici denominati “forme brevi”. Ciascuna di esse ha una sua peculiarità, ma proverbi e aforismi restano, in estrema sintesi, le due forme principali: i primi appartengono anzitutto alla tradizione orale e comunitaria; i secondi alla tradizione scritta, e sono espressione del pensiero di un individuo. I proverbi si connettono sempre ad aspetti concreti di vita («Non esiste proverbio senza situazione»); basti pensare a quelli meteorologici che utilizziamo ancora oggi, come «Rosso di sera, bel tempo si spera». Inoltre, il linguaggio di un proverbio può essere anche scurrile. Gli aforismi, invece, utilizzano un linguaggio più ricercato e, pur partendo anch’essi dall’esperienza, tendono a dedicarsi a formulazioni più generali: l’aforisma rende ragione sia al particolare che all’universale, sia all’esperienza che all’astrazione. Lo stile di Michel de Montaigne ne è un ottimo esempio: «Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire». I proverbi sono tendenzialmente ascrivibili alla tradizione popolare, mentre gli aforismi a quella colta; i primi sono la “saggezza di molti”, i secondi traggono forza dall’abilità linguistica e dall’autorevolezza del singolo autore.

Nella loro storia evolutiva è accaduto che alcuni aforismi fossero dei frammenti di opere perse, conservati come frasi a sé stanti (si pensi agli scritti di Eraclito), o che venissero ricavati “per estrazione” da testi più ampi (come nel caso di Oscar Wilde); altri furono invece concepiti fin dall’inizio come tali (com’è accaduto per le Massime di François de La Rochefoucauld). Alcuni aforismi sono brevissimi – in linea con il precetto del design minimalista «Less is more» – altri invece sono dei pensieri più lunghi e complessi; se ne trovano di questo tipo nell’Oracolo manuale ovvero l’arte della prudenza di Baltasar Gracián, nei Pensieri di Blaise Pascal o in Umano, troppo umano di Friedrich Nietzsche. In ogni caso, gli aforismi possiedono un potere inconfondibile: scaldano il cuore e illuminano la mente. Da qui deriva il loro potenziale terapeutico e di cambiamento. Leggere, memorizzare, usare e scrivere aforismi, insegna ad aver cura delle parole, a sceglierle con attenzione affinché diventino strumento di cura di sé e di accudimento dell’altro.

Il libro è organizzato in due parti. La prima raccoglie gli aforismi che ho composto a scopo clinico e divulgativo. Ho selezionato quelli che utilizzo più di frequente e che considero maggiormente efficaci per promuovere il cambiamento. Chi già conosce il mio lavoro sulle inclinazioni psicologiche le ritroverà nelle varie sezioni, dedicate ai diversi profili di personalità. La seconda parte del libro, invece, tratta la storia degli aforismi, la tecnica, la teoria e i fondamenti del loro valore terapeutico.

Le forme brevi sono per me una passione inesauribile: ogni volta mi entusiasmo quando leggo un aforisma ben scritto o se m’imbatto in qualche stranezza sorprendente (se ne troveranno alcune nel paragrafo finale del libro dedicato alle curiosità). Mi interesso di aforismi da molto tempo, e tutto ciò che ho capito su questa forma breve l’ho raccolto nelle pagine che seguono. Come suggerisce Paul Arden, rendere partecipi gli altri delle proprie conoscenze fa sentire svuotati, ma porta con sé la ricchezza e il beneficio della condivisione, e del costringersi ad andare alla ricerca di nuovi stimoli.

Mi congedo dal prologo con le parole di Gustave Flaubert, da cui cerco di trarre ispirazione quando compongo un aforisma: non per divertimento, come fanno i bambini, né per istruirsi, come fanno gli ambiziosi, ma per vivere.

Qui il libro.


Qui le altre recensioni presenti su questo blog.

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2 July 2026

TUTTO SU “IL LIBRO ROSSO” DI JUNG – intervista a Gabriele Ramonda

di POPMed

Abbiamo chiesto a Gabriele Ramonda, uno psicoterapeuta a formazione psicoanalitica, un commento sul bellissimo lavoro di Jung “Il Libro Rosso”.

Gabriele fa parte anche del gruppo SIMEPSI, e ha in questa intervista prodotto alcune connessioni tra il Libro Rosso e i lavori di ricerca di Stanislav Grof, introducendo il tema “psichedelia”.

Come apprendiamo dalle sua parole, il Libro Rosso è un’opera che Jung scrisse (e disegnò) prima di tutto per sé, a seguito di un periodo profondamente disturbante della sua vita (che oggi probabilmente chiameremmo “episodio psicotico”), e sugli strascichi che quel periodo lasciò nella sua vita.

Come vedremo, il Libro Rosso risulta da un lavoro di re-impasto di quaderni di appunti precedenti, chiamati i “Libri neri” (esiste un cofanetto in inglese che si può acquistare qui).

Avevamo parlato in precedenza dello junghismo con Andrea Graglia, sempre su POPMed.

Questa volta abbiamo chiesto a Gabriele (che sul Libro Rosso ha scritto al sua tesi di laurea magistrale) di chiarire alcuni punti a riguardo dell’importanza che questo lavoro ebbe per la vita di Jung e come la teoria che in seguito Jung avrebbe sistematizzato ebbe a esserne influenzata e “contaminata”.

Il valore letterario del Libro Rosso si accompagna al suo valore artistico. Jung ne disegnò molte parti: la versione “grande” del libro (quella con le immagini), è costellata di disegni bellissimi: qui se ne trovano alcuni.

Buon ascolto (->qui)!


Qui le altre interviste presenti su questo blog

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15 June 2026

SANDOR FERENCZI A BUDAPEST: INTERVISTA SCRITTA A Judit Mészáros

di Raffaele Avico


Judit Mészáros è presidente della Sándor Ferenczi Society, vive e lavora a Budapest, e insieme ad alcuni psicoanalisti italiani interessati al lavoro di Sandor Ferenczi come Carlo Bonomi (che qui avevamo intervistato) e Franco Borgogno, ha nel 2011 curato l’acquisto e la trasformazione in casa/museo della storica dimora di Ferenczi (la casa a Budapest dove Ferenczi visse e scrisse il suo articolo Confusione delle lingue tra adulti e bambini).
La casa/museo di Sandor Ferenczi è visitabile su appuntamento: come scrive Judit, vuole rappresentare un corrispettivo ungherese di quelle che sono le dimore storicamente abitate da Freud a Vienna e Londra.
L’intervista che segue è una riflessione che va oltre il lavoro di Ferenczi, aprendoci anche a uno sguardo sul panorama psicoanalitico ungherese, che come leggeremo è stato ed è molto fecondo e fruttuoso.

Qui quattro articoli scritti da Judit (scaricabili cliccando sul titolo):

  1. Mészáros, J. (2010). Building blocks toward contemporary trauma theory: Ferenczi’s paradigm shift. The American Journal of Psychoanalysis, 70, 328–340.
  2. Mészáros, J. (2014). Ferenczi in Our Contemporary World. Psychoanalytic Inquiry, 34, 112–121.
  3. Mészáros, J. (2010). Progress and persecution in the psychoanalytic heartland: Antisemitism, communism and the fate of Hungarian psychoanalysis. Psychoanalytic Dialogues, 20, 600–622.
  4. Mészáros, J. (2004). Psychoanalysis is a two-way street. International Forum of Psychoanalysis, 13, 105–113.

Ecco la traduzione a partire dal file originale (scaricabile qui, in ungherese):
——–

Judit, ci racconteresti brevemente la tua formazione professionale e di cosa ti occupi oggi?

Mi sono laureata in Psicologia in un periodo in cui l’Ungheria apparteneva ancora al blocco sovietico, sebbene fossimo già nella fase della cosiddetta “dittatura morbida”. La psicoanalisi, precedentemente proibita, stava lentamente riemergendo dopo gli anni dell’underground. 

Lo spirito della Beat Generation, l’atteggiamento critico nei confronti del conformismo e il bisogno di conoscenza di sé cominciavano a penetrare nel Paese.

Provai e studiai tutti i metodi allora disponibili, tra cui l’ipnosi, lo psicodramma e la gruppoanalisi. Il mio primo impiego fu presso l’Istituto di Psicologia dell’Accademia Ungherese delle Scienze, dove svolsi ricerche in neuropsicologia e sulla specializzazione emisferica. Da questo lavoro nacque la mia prima tesi di dottorato. Conseguii il titolo di Doctor Universitatis (Dr. univ.), il precedente grado universitario di dottorato ungherese.

Mi resi presto conto che il mio interesse maggiore era rivolto al pensiero psicoanalitico, per cui continuai la mia formazione in questa direzione e iniziai a lavorare in un reparto di psicoterapia. 

Tuttavia non abbandonai mai il desiderio di fare ricerca, che successivamente sviluppai nell’ambito della storia della psicoanalisi.

Le mie ricerche mi portarono negli Stati Uniti, dove fui fellow presso il Woodrow Wilson International Center for Scholars di Washington D.C. (1995-1996). Da quel lavoro nacquero la mia tesi di PhD e il volume dedicato alle vicende dell’emigrazione psicoanalitica europea con particolare attenzione alla tradizione ungherese, pubblicato da Karnac nel 2014 con il titolo: Ferenczi and Beyond. Exile of the Budapest School and Solidarity in the Psychoanalytic Movement during the Nazi Years.

Parallelamente al lavoro psicoterapeutico ho insegnato all’università, ho ottenuto l’abilitazione accademica (habilitation) e successivamente il titolo onorifico di Professore Universitario. Ancora oggi insegno nei corsi post-laurea di psicoterapia; sono psicoanalista didatta e supervisore, oltre che analista didatta e supervisore in Psicoterapia Dinamica Breve (STDP).

Sono convinta che il pensiero psicoanalitico sia strettamente connesso agli effetti che i processi sociali esercitano sugli individui. Questo emerge nello sviluppo della personalità, nei disturbi psichici, nei comportamenti quotidiani, nei meccanismi difensivi e, in generale, in tutto ciò che riguarda il nostro modo di essere.

Considero la psicoanalisi un processo di liberazione: permette, attraverso l’elaborazione delle esperienze rimosse, represse o traumatiche e mantenendo la capacità di autoriflessione, di vivere con il massimo grado possibile di libertà interiore.

Ancora oggi ricerca, insegnamento e cura psicoterapeutica costituiscono un’unità nella mia vita: il lavoro clinico e quello accademico procedono parallelamente.

Poiché la cultura visiva mi è molto vicina, ho cercato di utilizzare anche questo linguaggio — come curatrice di mostre e consulente scientifica per documentari — per raccontare l’influenza di Ferenczi e della Scuola di Budapest sulla psicoanalisi moderna, all’interno del contesto sociale e politico in cui essa si sviluppò e attraverso il quale, grazie alle migrazioni forzate, contribuì alla diffusione del sapere psicoanalitico in altri Paesi e continenti.

Judit, insieme ad altri hai fondato la Sándor Ferenczi Society. Quali erano gli obiettivi originari e perché avete deciso di crearla?

La Sándor Ferenczi Society fu fondata nel 1988, alla vigilia della transizione democratica ungherese.

Oltre a studiare, valorizzare e diffondere l’eredità e lo spirito di Ferenczi, il nostro obiettivo principale era presentare la psicoanalisi come un sapere in dialogo con le scienze e con la cultura. Volevamo creare uno spazio per il confronto interdisciplinare.

Si tratta infatti di un processo a doppio senso: da una parte la psicoanalisi, oltre a contribuire alla cura dell’individuo, offre strumenti preziosi alla letteratura, al cinema e alle scienze sociali; dall’altra, essa stessa si arricchisce grazie a tali scambi interdisciplinari.

La Società inaugurò questo lavoro organizzando conferenze nazionali e internazionali e fondando la propria rivista, Thalassa (1990). Il primo numero della rivista fu dedicato al tema della prima conferenza dell’associazione (1989): Psicoanalisi e società.

Possono aderire alla Società persone ungheresi o straniere provenienti dai più diversi percorsi formativi — discipline umanistiche, medicina, economia e altri campi — purché interessate alla psicoanalisi.

La Società Ferenczi è quindi un’associazione interdisciplinare, non una scuola di formazione per analisti.

Di cosa si occupa oggi la Sándor Ferenczi Society? In quali ambiti è attualmente attiva?

Uno dei nostri principali obiettivi è stato acquistare la parte della villa di Ferenczi che comprendeva il suo studio professionale, affinché lo spirito di Ferenczi avesse un luogo fisico riconoscibile a Budapest, così come Freud lo ha a Vienna o a Londra.

Grazie a una raccolta fondi internazionale siamo riusciti a realizzare questo progetto. I colleghi italiani hanno avuto un ruolo molto importante e, insieme a Carlo Bonomi, ho coordinato l’iniziativa per diversi anni.

Le donazioni di quasi 300 persone e istituzioni permisero nel 2011 l’acquisto dello storico studio. Un contributo particolarmente significativo venne da Franco Borgogno, che destinò generosamente il premio Mary Sigourney Award ricevuto nel 2010. Anche il Mary Sigourney Award assegnato alla Società Ferenczi nel 2008 contribuì al progetto.

Presso l’International Ferenczi Center abbiamo creato un centro visitatori che, pur con risorse economiche limitate, accoglie studiosi provenienti da molti Paesi e continenti. Offriamo visite guidate personalizzate, abbiamo costituito un archivio psicoanalitico e ospitiamo piccoli seminari internazionali presso la Casa Ferenczi.

La Società organizza regolarmente conferenze. Dalla sua fondazione ha promosso quindici grandi incontri scientifici con centinaia di partecipanti, sette dei quali di carattere internazionale.

La prima grande conferenza internazionale di Budapest, The Talking Therapy: Ferenczi and the Psychoanalytic Vocation (1993), diede avvio a quella che oggi viene definita la “rinascita ferencziana”. Da allora conferenze dedicate a Ferenczi si sono diffuse in tutto il mondo, contribuendo alla valorizzazione della sua opera e alla costruzione di una rete internazionale di studiosi.

L’ultima conferenza internazionale organizzata dalla Società si è svolta nel 2023 per celebrare il 150° anniversario della nascita di Ferenczi: Ferenczi 150 Budapest: Dialogue. Una selezione degli interventi sarà presto pubblicata da Routledge.

Negli ultimi anni il progetto più importante è stato la pubblicazione critica delle opere complete di Ferenczi in lingua ungherese. I curatori principali sono Judit Mészáros, János Harmatta e Antal Bókay, tutti membri fondatori della Società.

Si tratta dell’edizione più completa mai realizzata, basata su quarant’anni di ricerche. Dei sette volumi previsti, sei sono già stati pubblicati tra il 2022 e il 2025, per oltre 2600 pagine complessive.

L’opera include anche gli scritti preanalitici di Ferenczi, precedenti al suo incontro con Freud nel 1908. Queste oltre cento pubblicazioni mostrano come temi quali il rispetto per il paziente, la comunicazione autentica e la sperimentazione terapeutica fossero già presenti nel suo pensiero.

Accanto a tutto ciò, da venticinque anni la Società organizza il ciclo gratuito Psicoanalisi e Arte, con dieci incontri annuali che arricchiscono la vita culturale di Budapest.

Quale posto occupa oggi Sándor Ferenczi a Budapest e nella psicoanalisi ungherese contemporanea?

Lo spirito di Ferenczi è rappresentato soprattutto dalla Sándor Ferenczi Society.

Nell’insegnamento universitario, Ferenczi e la Scuola di Budapest fanno parte del curriculum del Master in Psicologia dell’Università Eötvös Loránd (ELTE) di Budapest.

Allo stesso modo, Ferenczi occupa una posizione centrale nel Programma di Psicoanalisi Teorica della Scuola di Dottorato in Psicologia dell’Università di Pécs.

Questo è dovuto in larga misura al lavoro di due importanti studiosi di Ferenczi, Ferenc Erős e Antal Bókay, entrambi membri fondatori della Società Ferenczi nel 1989 e tra i fondatori del programma di dottorato di Pécs nel 1997.

Nella Società Psicoanalitica Ungherese Ferenczi viene certamente menzionato nei seminari di base, ma purtroppo la sua opera teorica e clinica non occupa ancora un posto sistematico nella formazione psicoanalitica.

Per concludere: qual è, secondo te, l’eredità di Sándor Ferenczi nella comprensione del trauma? Potresti consigliarci un libro o un articolo per approfondire?

L’approccio di Ferenczi al trauma rappresentò un vero cambiamento di paradigma.

Uno dei suoi punti fondamentali è che il trauma è sempre radicato nella realtà. Questa posizione si contrappone alla seconda teoria freudiana del trauma, nella quale la fantasia sostituisce progressivamente la realtà traumatica.

Per me questo è un aspetto essenziale: la realtà dell’esperienza vissuta da una persona non può essere messa in discussione. Potrei dire che la validità della verità soggettiva non è negoziabile.

Sebbene Ferenczi abbia elaborato la sua teoria a partire dall’osservazione degli abusi sessuali infantili, molte delle sue intuizioni hanno una portata generale.

Tra queste vi è il meccanismo di difesa dell’identificazione con l’aggressore, descritto per la prima volta nel 1932 e pubblicato nel 1933. Negli anni Settanta questa intuizione riemerse nella descrizione della cosiddetta Sindrome di Stoccolma.

Il nucleo del processo è che, in situazioni di abuso ripetuto da parte di una figura autorevole — che può persino possedere qualità positive — la vittima si sottomette inconsciamente alle intenzioni dell’aggressore per attenuare il dolore fisico, verbale o sessuale dell’abuso.

Questo fenomeno è molto diverso dal meccanismo che Anna Freud descrisse con lo stesso nome nel suo libro sui meccanismi di difesa dell’Io (1936).

Anche il concetto di resilienza psichica compare nelle intuizioni di Ferenczi: in alcuni casi il trauma non produce soltanto effetti distruttivi, ma può favorire uno sviluppo progressivo della personalità (progressione traumatica N.d.T)

Tutti questi temi sono presenti nel celebre saggio:

  • Confusion of Tongues Between Adults and the Child (Ferenczi, 1933/1980)

e nel mio articolo di sintesi:

  • Building Blocks Toward Contemporary Trauma Theory: Ferenczi’s Paradigm Shift (Mészáros, 2010).

Esistono inoltre diversi volumi disponibili anche in italiano. Tra questi segnalo:

  • La Catastrofe e i suoi Simboli di Carlo Bonomi e Franco Borgogno, un’opera fondamentale sul contributo di Ferenczi alla storia del trauma.

Infine qui alcune immagini dalla Ferenczi House:


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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21 May 2026

UNA LEZIONE DI GIOVANNI LIOTTI (VARESE 2010)

di Raffaele Avico

Pubblichiamo un audio estratto da una registrazione di una lezione di Giovanni Liotti del 2010 a Varese.

Su questo blog abbiamo citato diverse volte Liotti, forse uno dei più grandi psicoterapeuti degli ultimi 50 anni in Italia, almeno in ambito trauma/dissociazione/sviluppi traumatici.

Qui per raccogliere altri contenuti dove Liotti viene citato sul blog. Qui per introdursi al suo modello teorico.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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2 March 2026

Intervista a Carlo Bonomi (rinascimento ferencziano e trauma)

di POPMed

PREMESSA: le interviste di POPMed (“POPMed Talks”) sono raggiungibili qui

Abbiamo intervistato Carlo Bonomi a proposito del pensiero di Sándor Ferenczi. Bonomi è presidente dell’International Sándor Ferenczi Network (ISFN), è stato uno dei sostenitori della “prima ora” di Ferenczi e ha contribuito -in Europa prima, e in Italia poi-, al “rinascimento” ferencziano (in Italia c’è stato insieme a lui, come si evince dall’intervista, Franco Borgogno, insieme al quale ha pubblicato La catastrofe e i suoi simboli).

Ferenczi fu ostracizzato dalla società psicoanalitica degli inizi, e considerato “malato di mente” dai colleghi dell’epoca, per poi essere lentamente “rievocato” e riabilitato, un po’ come è stato per Pierre Janet.

Proprio insieme a Janet, ora, è considerato un padre nobile dell’approccio al trauma e della psicotraumatologia in generale. Insieme a Janet ha infatti bonificato il concetto di trauma, riconsegnandone le cause all’ambiente di sviluppo del bambino.

Il suo articolo più conosciuto e famoso è universalmente considerato Confusione delle lingue tra adulti e bambini (1932), che si può scaricare qui in PDF.

Bonomi ci ha parlato in modo approfondito del suo percorso e di cosa significava, al tempo, occuparsi del pensiero dello psicoanalista ungherese.

Per approfondire, ha consigliato questo materiale, che linkiamo qui:

  1. Dupont, J. (Arpa Edizioni). Sul filo della memoria. Un itinerario psicoanalitico in compagnia di Ferenczi e Balint.
  2. The Wise Baby / Il poppante saggio. Rivista ferencziana (SIPeP-SF).
  3. Bonomi, C. Sito ufficiale. https://www.carlobonomi.it/
  4. Ferenczi House & International Sándor Ferenczi Network (Budapest). https://www.sandorferenczi.org/the-ferenczi-house/
  5. Carlo Bonomi, Il trauma cancellato. Breve storia apocalittica della psicoanalisi. Arpa edizioni. In via di pubblicazione.

EXTRA: dal canale youtube della SIPeP-SF, Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia SÁNDOR FERENCZI

Buona visione!



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Article by admin / Psicoterapia e psicoanalisi / interviste, ptsd

15 February 2026

Freud, illusioni e delusioni (Maria Chiara Risoldi), recensione

di POPMed

Il libro Freud, illusioni e delusioni, è un memoir su 30 anni di professione psicoanalitica, scritto da Maria Chiara Risoldi, che ha presentato di recente il volume in eventi disponibili in rete -per esempio questo:

Traccia la linea del percorso di formazione e professione della Risoldi, inframmezzandolo con casi clinici che divengono nel corso della lettura “pietre” miliari, in grado di catalizzare cambiamento e riflessioni.

Il libro è un atto di accusa contro la “teologia kleiniana” (testuali parole) e una riflessione amara sulla rigidità del sistema psicoanalitico nostrano (soprattutto negli anni ‘80/’90) pregno di clientelismo, ortodossia, “parrocchianesimo”, adesione fideistica e -fondamentalmente- assenza di pensiero realmente critico (cosa che invece dimostra l’autrice con questo scritto).

Già nel percorso di adesione alla SPI, la Risoldi scrive di requisiti incredibilmente onerosi, di scogli impossibili da superare, di colloqui di ammissione fatti con persone diverse e tra di loro non comunicanti -e spesso rigide-, ci racconta di rifiuti, dell’obbligo di certificare analisi svolte con pazienti al ritmo di 4 sedute a settimana (pazienti quindi, per forza di cose, benestanti) -al fine di poter accedere al “sacro cerchio” (cerchio che, spoiler, si rivelerà un “torre di babele” delle diverse correnti psicoanalitiche, tra di loro scarsamente integrate ma tutte coperte dall’ombrello freudiano).

L’ambiente psicoanalitico pareva essere, ai tempi, un ambiente chiuso e fondato sulla teologia, con una scarsa attitudine al pensiero critico, molta ideologia e regole imposte ai futuri “adepti”.
La Risoldi attraverso questo volume ragiona amaramente sul “kleinismo” degli inizi, un coacervo di prassi cliniche che oggi forse riterremmo incredibili, assurde o per lo meno “problematiche”, come la regola dell’astensione totale anche con i bambini, il divieto di interagire in seduta, interpretazioni colpevolizzanti verso il bambino (pensato dalla Klein come contenitore di invidie e aggressività innate) e di enormi errori clinici compiuti aderendo a questa corrente di pensiero senza metterla in discussione, spesso sotto ricatto morale da parte di supervisori pieni di prestigio.

-> continua su POPMed

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2 February 2026

GIORGIO NESPOLI: LA RICERCA IN PSICOANALISI, OGGI (INTERVISTA)

di POPMed

Un’intervista approfondita a Giorgio Nespoli dell’Università di Torino, a proposito di ricerca e “frontiere” in ambito di psicoanalisi, in particolare ispirata dal testo “PSICOANALISI CONTEMPORANEA – La Teoria del Campo Analitico post-bioniano”.

Nespoli è anche autore di “Costrutti e paradigmi della psicoanalisi contemporanea“, che abbiamo recensito qui.

Parlare di campo interpersonale, mondo teorico/clinico post-bion, “personaggi” in seduta e derivati narrativi, significa fare i conti con un modo di vivere il rapporto terapeutico diverso, post-freudiano. Rappresenta il superamento della postura “interpretativa” e astinente dell’analista/terapeuta, un modo di intendere lo stare in psicoterapia più cooperativo, maggiormente orizzontale, verso una concettualizzazione della psicoterapia come co-costruzione in costante evoluzione. Le interpretazioni divengono insature, deboli, meglio se formulate dallo stesso paziente (auto-interpretazioni, dunque, provenienti dallo stesso soggetto e -per questo- più autentiche).

Nespoli insegna psicologia dinamica progredita all’Università di Torino, e in questa intervista-fiume ci ha parlato di campo psicoanalitico co-costruito tra paziente e terapeuta, “pensiero onirico della veglia” secondo la formulazione di Antonino Ferro, Bion, “fasi” dell’interpretazione, derivati narrativi e molto altro.

Un affaccio sulla psicoanalisi più attuale, con queste domande a fare da “traccia”:

  1. Introduzione – I temi principali della ricerca psicoanalitica contemporanea
  2. Quale inconscio oggi?
  3. Il pensiero onirico della veglia e la deconcretizzazione narrativa
  4. Il campo analitico come modello teorico
  5. Dal transfert totale alla diffrazione del transfert-controtransfert
  6. Le funzioni interpretative

Qui una bibliografia ragionata a cura dello stesso Nespoli:

  1. Introduzione alla teoria del campo analitico
  2. Il campo analitico e le sue trasformazioni
  3. Campo analitico (Modello), dal sito Spiweb
  4. Civitarese, G., & Ferro, A. (2020). A Short Introduction to Psychoanalysis. Routledge. ISBN 9780367415501. (pp. 144).
  5. Civitarese, G. (2022). Psychoanalytic Field Theory: A Contemporary Introduction. Routledge. ISBN 9781032114514. (pp. 192).
  6. Snell, R. (2024). Antonino Ferro: A Contemporary Introduction (1st ed.). Routledge. (pp. 196).
  7. Levine, H. B. (Ed.). (2021). The Post-Bionian Field Theory of Antonino Ferro: Theoretical Analysis and Clinical Application (1st ed.). Routledge. DOI 10.4324/9781003168034. (pp. 151).

Buona visione!



PS: su questo blog, le interviste sono raccolte qui.

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13 January 2026

Alcuni video dal convegno “NIENT’ALTRO CHE PULSIONE DI VITA” della Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia SÁNDOR FERENCZI (maggio 2025, Firenze)

di Raffaele Avico

La SIPeP-SF, Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia SÁNDOR FERENCZI ha recentemente pubblicato su youtube alcuni interventi congressuali interi, tra cui quello di Clara Mucci, che come osserviamo dalla sua presentazione si porta in una posizione sempre più post-freudiana (se non anti-freudiana), rigettando l’idea di una pulsione di morte innata -così come rifiutando l’idea di un trauma “fantasticato”.

Ferenczi è stato un pioniere dello studio del trauma, e insieme a Pierre Janet rappresenta un padre della moderna psicotraumatologia. Giovanni Tagliavini, fondatore dell’AISTED, l’associazione italiana per lo studio del trauma e della dissociazione, ha negli ultimi mesi raccolto su Linkedin alcuni contributi di Ferenczi a proposito del trauma, che si possono recuperare, raccolti, in questo PDF.
Per introdursi al pensiero di Ferenczi.

Qui, invece, i contributi video del congresso, tenutosi a Firenze a maggio 2025:


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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1 December 2025

LAVORARE PER OBIETTIVI IN PSICOTERAPIA, CON BERNARDO PAOLI

di POPMed

Abbiamo intervistato Bernardo Paoli sul suo ultimo lavoro scritto con Maria Sperotto, “Qual è il tuo obiettivo?”. Le domande che gli abbiamo posto sono due:

  1. una definizione e un chiarimento a proposito del tema “conflitto”, in generale
  2. un affondo sul “cerchio risorse/obiettivi” (qui sotto raffigurato) uno strumento molto utile per lavorare con le persone in psicoterapia sugli obiettivi, mutuato e sviluppato da Arnaud Huibers

Bernardo ha uno stile di scrittura chiaro e rigoroso, con una vocazione pragmatica: alcuni testi di altri autori sembrano sempre “preparazioni” al lavoro, in questo caso il testo è pensato per essere usato nel vivo del lavoro con le persone, in modo estremamente concreto.

Ne avevamo già scritto in passato a proposito del suo Manuale delle tecniche psicologiche, così come del suo libercolo sulla paranoia.

Interessante la digressione di Bernardo sulle tecniche espressive di “ricerca” degli obiettivi, dall’uso di carte Dixit, alla passeggiata artistica, all’uso di libri d’arte, o al cut up burroughsiano: strumenti proiettivi, funzionali a “forzare la mano” sull’implicito.

Qui, per chi volesse, una recensione approfondita del volume “Qual è il tuo obiettivo?”.
Qui invece il sito di Barnardo Paoli,  e una intervista fatta in passato per Psychiatry on Line.

Buona visione!

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Article by admin / Psicoterapia e psicoanalisi / interviste

6 November 2025

Da “Il gioco della vita” di Duccio Demetrio

di Raffaele Avico

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La memoria autobiografica compare intorno ai 4 anni di età.

Alcuni autori hanno sostenuto che sarebbe in realtà una particolare forma di memoria episodica.

In un articolo del 2004 Stracciari sostiene che “è plausibile ritenere che la nostra esperienza quotidiana venga inizialmente depositata in memoria in maniera episodica e che il ripetersi di esperienze simili renda possibile l’astrazione di caratteristiche comuni”. Le esperienze personali sperimentate nel corso della vita quotidiana sarebbero quindi immagazzinate nella memoria episodica come semplici fatti autobiografici: entrerebbero poi a fare parte del sottosistema della memoria autobiografica nel momento in cui venissero reiterate nell’esperienza o elaborate cognitivamente dal soggetto, al fine di trarne particolari conclusioni o inferenze.

Ragionare e “indagare” su di sé porta numerosi vantaggi, costituendosi come una sorta di rincorsa prima del salto verso altre esperienze: nell’introduzione a questo recente volume, molto corto, Duccio Demetrio lo chiarifica molto bene.

Demetrio, come qui abbiamo già introdotto, è il fondatore della Lua, e ha speso buona parte del suo lavoro di scrittura e divulgazione nel tentativo di promuovere l’utilizzo del diario e dell’autobiografia come strumento di cura e di crescita di sé.

“Fare memoria” ci chiede di trasformare la nostra storia in una narrazione (che Demetrio intende come “commedia”) e di ricercarne gli aspetti salienti, rintracciando all’interno di essa tutti gli elementi centrali di una narrazione per come la si intende abitualmente: fabula, intreccio, topoi, momenti di apice, momenti di svolta, imprevisti, etc. Eseguendo questo tipo di esercizio, inevitabilmente ci si rende conto di come l’operazione divenga seria, importante, significativa, essendo che si sta svolgendo un lavoro di ricostruzione, ri-significazione e in fondo reinvenzione di sé: per questo, l’autobiografia può essere considerata una “rincorsa” per il rilancio verso il futuro, un motore di apertura verso il nuovo, un collegare i puntini per meglio intenderne il disegno finale -e una spinta ad accrescere, nel numero, quegli stessi puntini, come in una sorta di gioco.  Da qui il titolo: “Il gioco della vita”.

Questo volume molto recente presenta 30 esercizi di “favoreggiamento” del lavoro autobiografico, spunti per il lavoro di “rievocazione”,”ricordo” e “rimembranza” (3 termini che Demetrio usa in modo puntuale definendoli in modo diverso, essendo che declinano in modo diverso l’atto di ricordare), dalla rievocazione dei primi ricordi alla fantasia sul “messaggio in bottiglia” che descriva, in essenza, la storia della propria vita (come l’esercizio dell’epitaffio, altrettanto potente).

Allegato al libro, un gioco dell’oca con caselle (e ogni casella chiede a proposito di un ricordo) da fare da soli o in compagnia, per favorire il “gioco” del ricordo, con un invito dello stesso Demetrio a promuovere l’utilizzo del “diario” da parte di giovani o meno giovani.

Sull’utilizzo del diario e il journaling, anche questi 10 articoli.

Article by admin / Psicoterapia e psicoanalisi / recensioni

28 October 2025

CONFLITTI TRA OBIETTIVI: DAL NUOVO LIBRO DI BERNARDO PAOLI E MARIA SPEROTTO “QUAL É IL TUO OBIETTIVO?”

di Raffaele Avico

Introduciamo un saggio di Bernardo Paoli e Maria Sperotto, “Qual è il tuo obiettivo?”, incentrato sul macrotema del “goal setting”: come in seguito verrà esplicitato, si tratta di una tematica “trasversale”, adatta al lavoro con individui ma anche a contesti altri (aziende, istituzioni).

La parte introduttiva raccoglie riflessioni riguardanti quelli che Bernardo Paoli chiama “inclinazioni”, strutture di personalità “tipiche”, mosse da obiettivi impliciti primari (si veda qui per approfondire); riflette poi sul tema della complementarietà, che dal suo punto di vista rappresenta una risoluzione al problema degli opposti (qui, di nuovo, per approfondire).

Il punto centrale, il cuore del libro lo si scopre però procedendo nella lettura, arrivando al capitolo sul conflitto tra obiettivi, a una rassegna della letteratura inerente il tema obiettivi e al modello INSPIRE-MAP, che sintetizza le caratteristiche di un obiettivo “buono”.

Ci concentreremo qui sul tema “conflitto” tra obiettivi lasciando ai lettori il compito di approfondire il resto del libro.

Gli autori in questa parte del volume osservano con particolare raffinatezza clinica il tema del conflitto tra obiettivi, che può creare forti malesseri, blocchi nello sviluppo, paralisi/analisi nel cambiamento di un individuo.
Ne estraiamo qui alcune osservazioni:

  • un primo livello di conflitto riguarda il conflitto tra obiettivi che gli autori chiamano orizzontale. Esistono diversi livelli di obiettivi, dal più “basso” al più “macro/meta”: entro ognuno di questi livelli possono essere presenti conflitti tra obiettivi, potenzialmente in grado di “crashare il sistema” di un individuo, dai dubbi più basici (dove vado in vacanza? mare o montagna?) a quelli più profondi e metacognitivi (famiglia o carriera?); lavorare con il paziente per produrre una chiarificazione dei conflitti, può portare quest’ultimo a sviluppare una gerarchia tra gli stessi
  • il secondo riguarda conflitti verticali, che si sviluppano tra livelli diversi. “Volersi godere la vita nel presente”, può entrare in conflitto con “proteggersi da malattie metaboliche”, livelli diversi che riguardano archi temporali differenti -la quotidianità (oggi) e la vita nel suo insieme, per esempio
  • gli obiettivi dovranno svilupparsi in modo coerente e gerarchico, permettendo all’individuo di muoversi nel suo vivere in modo più libero, consapevole di quali di questi di volta in volta persegue
  • notevole il riferimento agli obiettivi “impliciti”, non consapevoli, maturati in epoche precoci dello sviluppo e in gradi di “remare contro” ad altre linee di sviluppo dell’individuo; anche qui, il fine del lavoro risulta essere la chiarificazione e lo svelamento del conflitto stesso, al fine di prioritizzare. Interessante l’espediente strategico che gli autori citano a inizio lettura, la domanda degli “estremi che svelano”, per cui si porta il conflitto di un individuo ai suoi estremi per capire cosa sceglierebbe in realtà, cosa metterebbe al primo posto tra due scelte possibili (preferiresti vivere tutta la vita, senza poter cambiare, in città o campagna? – domande di questo tipo forzano la scelta del soggetto, arrivando al cuore di quello che potenzialmente potrebbe essere la proprietà per lui/lei).
  • Stando entro la cornice degli obiettivi in conflitto, è possibile che il non raggiungimento di un certo obiettivo stia in realtà soddisfacendo un altro obiettivo implicito, magari non riconosciuto (non raggiungo una stabilità relazionale -fallisco nell’obiettivo- perchè l’obiettivo implicito -retrostante- è quello di pensarmi libero -obiettivo raggiunto-)
  • è fondamentale che il paziente riesca a vedere questi conflitti e si muova col terapeuta per scioglierli, isolando anche possibili “obiettivi canaglia”, rischiosi per altre aree delle vita o troppo “richiedenti” (il concetto di obiettivo canaglia è stato introdotto da Mark Cooper ed è sintetizzato qui, sul suo sito: a fine libro è presente anche un’intervista allo stesso Cooper).

Lo strumento più “forte” per lavorare sul conflitto tra obiettivi è stato chiamato in questo volume “cerchio risorse-obiettivi”, che merita un approfondimento dedicato.

CERCHIO RISORSE-OBIETTIVI: lo strumento definitivo per lavorare sui conflitti tra obiettivi e le risorse

Gli autori del volume, dopo aver parlato a lungo di conflitti e aver presentato il modello INSPIRE-MAP, propongono uno strumento per lavorare sugli obiettivi partendo dalle risorse.

Propongono di disegnare due cerchi concentrici: in quello più interno andranno elencate le risorse possedute dal soggetto (materiali, cognitive, relazionali, spirituali), in quello più esterno gli obiettivi. In un gioco poi di creazione di connessioni tra elementi, come fosse una sorta di sociogramma, al paziente viene chiesto di tracciare delle linee a unire risorse e obiettivi (con questa risorsa, quale obiettivo posso raggiungere?): facendo questo lavoro potrà produrre un’immagine di questo tipo (estratta dal volume):

Qui la consegna esatta:

LE ISTRUZIONI PER CREARE UN CERCHIO RISORSE-OBIETTIVI

Prendi carta e penna e disegna due cerchi concentrici. Il cerchio interno è dedicato alle tue risorse, quello esterno ai tuoi obiettivi. Nel cerchio interno inserisci, in modo sintetico, le risposte alle seguenti domande:

  • «Che cosa sta andando bene nella mia vita?»,
  • «Quali sono i risultati che ho raggiunto?»,
  • «Cosa sta accadendo nella mia vita che voglio continui ad accadere?»,
  • «Che cosa mi piacerebbe continuare a fare?»,
  • «In cosa mi sento bravo?»,
  • «Di che cosa sono soddisfatto?».

Si tratta delle risorse su cui poter far leva per raggiungere i tuoi obiettivi. Nel cerchio esterno inserisci, sempre in modo sintetico, le risposte alle seguenti domande:

  • «In che cosa vorrei essere diverso?»,
  • «Che cosa desidero ottenere?»,
  • «Che cosa voglio migliorare?»,
  • «Quali nuove competenze vorrei acquisire?»,
  • «In quale nuova direzione vorrei andare?»,
  • «Quali sono i miei obiettivi?».

Fra tutto ciò che hai scritto nel cerchio esterno degli obiettivi, identifica qual è il più urgente al momento. Poi chiediti:

  • «Fra le risorse del cerchio interno, quali sono quelle su cui posso far leva per raggiungere quell’obiettivo?».

Ogni volta che ripenserai al tuo obiettivo, anziché cercare nuove soluzioni, focalizzati sulle risorse già disponibili, e su come utilizzarle in modo finalizzato.Ti consigliamo due ulteriori focus. Il primo consiste nel chiederti, per ciascun obiettivo che hai indicato, quali sono le risorse connesse. Poniti poi le seguenti domande:

  • «Ho tutte le risorse necessarie per raggiungere tutti i miei obiettivi?», se no, valuta dove reperire le risorse che ti mancano.
  • e «Fra tutte le risorse che ho indicato, ve n’è qualcuna che è multi finale, ovvero che serve la realizzazione di più obiettivi in contemporanea?»; se sì, si tratta di una risorsa-chiave.

Il secondo focus consiste nel valutare se alcune tue risorse sono contro finali, ovvero se sono di ostacolo anziché rappresentare una facilitazione.

…

Osservando le diverse connessioni tra gli elementi, notiamo che alcune risorse sono collegate a più obiettivi: queste risorse vengono chiamate dagli autori risorse chiave, “multifinali”, particolarmente “potenti” nel favorire il raggiungimento di determinati obiettivi per il soggetto; altre linee, barrate, rappresentano elementi tra di loro in conflitto, chiamati “controfinali”.

Come si osserva questo cerchio mette in evidenzia chiaramente, da subito, i conflitti tra obiettivi: ha il pregio inoltre di poter essere usato in differenti contesti (pensiamo per esempio a come uno strumento del genere possa essere usato anche in ambito di analisi/organizzazione aziendale, lavorando per esempio sulla cultura di un’azienda, tra gli obiettivi in conflitto in ambito di “business”). Rappresenta dunque uno strumento duttile, applicabile in ambiti diversi.

​​Ulteriori aspetti di nota (invitiamo il lettore a leggere il libro per intero):

  • Il capitolo sulla “significatività” degli obiettivi, il che rimanda al tema sul senso della vita, invitando i professionisti a lavorare sugli elementi che per il paziente “rendono la sua vita degna di essere vissuta”
  • Il capitolo sul nuovo realismo ispirato al lavoro filosofico di Maurizio Ferraris, che si costituisce come “presupposto” epistemologico dell’intero libro, in qualche modo giustificando l’intero affondo degli autori sul tema “obiettivi”. Per “nuovo realismo” si intende qui un approccio alla realtà a metà tra realismo (la realtà esiste e noi non ci possiamo fare nulla) e antirealismo/costruttivismo radicale (la realtà è completamente creata da come la leggiamo/vediamo o da come la narriamo), un “giusto mezzo” che considera la realtà esistente, ma modellabile (“inclinati, ma liberi”). Per un approfondimento su questo modo di intendere il rapporto realtà/individuo, si veda questo
  • Un’intervista a Mark Cooper sulla scienza del goal-setting. Cooper osserva come sempre più si osservi, entro differenti matrici teoriche della psicoterapia (psicoanalisi, psicoterapia CBT, etc.), un’attenzione al tema “obiettivi” (magari chiamati con nomi diversi -“direzionalità”, “scopi”). Interessante l’osservazione per cui il terapeuta a volte aiuta il paziente a osservare “obiettivi nascosti”, impliciti; abbiamo prima osservato come a volte fallire alcuni obiettivi possa essere pensato come una vittoria in realtà di altri obiettivi, posti su “livelli diversi” o più impliciti: fondamentale portare alla luce obiettivi e lavorare -ancora una volta- sui conflitti tra di essi
  • Un capitolo sulle domande “strategicamente orientate” per portare alla luce gli obiettivi (a proposito delle “domande” in psicoterapia breve o strategica rimandiamo a questo precedente post, in qualche modo affine) e un interessante affondo su modalità visive/percettive di portare alla luce obiettivi (gli autori osservano come la nostra mente sia “immaginativa” e “narrativa”), che nel testo viene esemplificata tramite la descrizione della cosiddetta “passeggiata artistica”, un esercizio “sensoriale” volto a bypassare gli strumenti più “cognitivi” della propria psicologia, per fare emergere, appunto, scopi e obiettivi; riportiamo qui di seguito la consegna nella sua interezza, sempre tratta dal libro:


    Passeggiata artistica

    Scegli un museo d’arte che ti ispira (per esempio di arte contemporanea) e passeggia tra le varie opere, lasciandoti “chiamare” da un’opera esposta come se quell’immagine esercitasse su di te un’attrazione magnetica. Fai sì che la scelta avvenga in modo spontaneo, che risulti inizialmente inspiegabile («Non so perché, ma quest’opera mi dice qualcosa, ma non so cosa»). È come se fosse l’opera a scegliere te e non il contrario: gli occhi ti restano attaccati a quell’immagine; semmai neanche ti piace, o forse ti turba, ma sicuramente ti “parla”.

    Una volta scelta l’opera, soffermati a contemplarla. Lascia che i tuoi occhi si riempiano e si nutrano di quell’immagine e, dopo qualche minuto di contemplazione, chiediti: «Che cosa mi attira così tanto di quest’opera d’arte?», «Che cosa mi sta dicendo? Qual è il messaggio per me? Che emozione mi suscita?», «Che cosa di me e della mia storia vedo riflessi in lei?», «Se quest’opera rappresentasse un mio problema di oggi, che problema sarebbe?», e «Se volessi cercare una soluzione a questo problema, in quale altra opera presente nel museo posso trovare un indizio risolutivo?». Metti tutto per scritto, in un taccuino che avrai acquistato prima di entrare nel museo.

    Guarda poi chi è l’autore dell’opera, qual è il titolo e la sua storia. Leggi anche la recensione fatta dal curatore della mostra. E chiediti se queste informazioni acquisite arricchiscono di altri significati ciò che l’opera d’arte ti ha suscitato.

    Acquista infine nel bookshop del museo la cartolina che la ritrae, in modo tale da poterla contemplare anche una volta tornato a casa. E acquista due ulteriori cartoline di altre due opere d’arte, usando il medesimo criterio della scelta “a pelle”. Disponi poi le tre cartoline acquistate nell’ordine che a te pare corretto, e scrivi un racconto che metta insieme tutte e tre le immagini. Per aiutarti a restare sul piano metaforico, puoi iniziare con «C’era una volta…». Non si tratta di un esercizio di scrittura creativa, ma di un’esperienza espressiva: non cercare l’estetica (non importa che la storia sia bella e ben scritta), ma l’espressività (importa che emerga spontaneamente). Dopo averla scritta, chiediti: «Quali parti di me e della mia vita sono riflesse nel racconto che ho scritto?», «Oggi, in quale delle tre immagini mi trovo?», «Ci sono dei nodi che restano in sospeso nella storia? Se sì, come potrebbero essere sciolti?».

    Metti tutto per scritto, e lascia decantare il materiale per qualche giorno, per poi rivalutarlo domandandoti se ci sono degli obiettivi di coltivazione personale che emergono da questa esperienza.

Per approfondire, questo videocorso. Qui invece altro su Bernardo Paoli, su questo blog.


Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA.

Article by admin / Psicoterapia e psicoanalisi / recensioni

20 October 2025

IL POTERE DELL’AUTOBIOGRAFIA

di Raffaele Avico

La Lua (Libera Università Autobiografica di Anghiari), fondata da Duccio Demetrio, da anni lavora per promuovere lo strumento “autobiografia” come dispositivo di autocura, tramite seminari, festival, testi a tema (per esempio questo di Caterina Benelli).

Scrivere un’autobiografia attiva un processo di rilettura e di riprocessamento di eventi passati, letti con il senno dell’”oggi”: rappresenta di fatto un lavoro di riconferma e “scrittura” dell’identità stessa, molto simile a quello che un paziente fa in psicoterapia.

La LUA propone corsi di formazione, online e dal vivo, e ha aperto un centro di ricerca a nome Athe Gracci. Al suo interno ricaviamo l’indicazione per questo articolo che raccoglie e riassume il “pensiero narrativo” e la “visione” di Demetrio stesso:

“D’altra parte, se l’esercizio autobiografico porta alla scoperta della dignità e dell’autostima di sé, conduce anche a una consapevolezza della “soggettività personale illusoria” nella misura in cui appare legata a una storia, una famiglia e un mondo in cui è immersa. Il soggetto finisce per espandere il proprio giardino per scoprire di far parte di uno più ampio in cui ci sono altri esseri umani. La consapevolezza di appartenere al mondo fa sì che la prima volta in cui ci si guarda sia combinata con una dimenticanza di sé verso gli altri. In questo modo, l’autobiografia inizia con un potenziamento obbligato del soggetto e fluisce paradossalmente nell’apertura agli altri, nell’ascolto delle storie degli altri. Si potrebbe dire che la narrazione dell’alterità viene a dissipare ogni tentazione ingannevole di soddisfazione autobiografica.L’esercizio autobiografico appare quindi nella proposta narrativa di Demetrio come un atto trasformativo, ed è questa la sua connessione radicale con l’educazione. Infatti, su una base educativa, è presente la curiosità che stimola la cura di sé”.

LA TRACCIA/LE DOMANDE

Narrare di sé promuove una riscrittura di ricordi, smuove “zolle” di memorie sepolte da tempo, aiuta a risignificare e simbolizzare eventi traumatici, crea spazio di pensiero. Qui di seguito un elenco di domande da usare come traccia (NON scritte da AI), per chi volesse cominciare un lavoro di scrittura di un memoir.
É liberamente fruibile e divulgabile.

->Elenco domande autobiografia

PS per chi volesse approfondire, si veda anche questo e questo volume.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Psicoterapia e psicoanalisi

15 July 2025

INTERVENTI CLINICI CENTRATI SULLA SOLUZIONE: LE CINQUE DOMANDE (da “Terapia breve centrata sulla soluzione” di Cannistrà e Piccirilli)

di Raffaele Avico (su PopMed)

Abbiamo in precedenza recensito questo libro introduttivo alla psicoterapia a seduta singola.
Il libro che oggi presentiamo brevemente vuole invece introdurci al tema “terapia breve centrata sulla soluzione“; è uno scorrevole lavoro scritto da Flavio Cannistrà e Federico Piccirilli, fondatori dell’Istituto ICNOS. Lasciamo a chi fosse interessato la lettura del volume (molto corto e scorrevole), riportando qui solo alcuni spunti -in particolare un’introduzione al modello del BRIEF, a cui la terapia centrata sulla soluzione si ispira, e un riassunto scritto dalla “macchina” a proposito delle “domande mirate” fatte dal terapeuta nel corso della terapia centrata sulla soluzione.

Zero interpretazione, zero concetto di resistenza, zero idea di “portare alla coscienza quello che conscio non è”: si tratta -nel contesto di questo approccio peculiare alla sofferenza del paziente- di partire da quello che c’è, dal presente, al fine promuovere un cambiamento attivo, efficace e potenzialmente risolutivo. Le domande poste dal terapeuta, come si osserverà nell’approfondimento dedicato, vogliono portare alla luce ed evidenziare le risorse del paziente. Quella centrale, la domanda da cui tutte le altre derivano, è la domanda sul “miracolo“: da qui parte in seduta un lavoro di ricalibrazione e progressiva maggiore precisione sui dettagli di “cambiamento”, in modo che il paziente descriva con sempre maggiore precisione quello che dovrebbe “fare” affinché il cambiamento si possa realizzare.

Descrivere = catalizzare il cambiamento. Questo è un concetto che permea la terapia breve in generale e ricorre più volte in questo lavoro, una sorta di manifesting, l’idea che descrivere/immaginare nel dettaglio e pensare a cosa dovrebbe cambiare nello specifico, possa portare a un cambiamento nelle azioni del paziente, e quindi a cambiamenti nella sua vita.

A proposito della letteratura sulla terapia centrata sulla soluzione, citiamo solamente questa umbrella review del 2024.

Come prima accennato, gli autori osservano che molti dei concetti portati dalla terapia centrata sulla soluzione provengono dal modello del Brief, che merita qui un breve approfondimento per punti:

  • il fondatore dell’approccio centrato sulla soluzione è, citato spesso nel libro, Steve de Shazer; anche in questo caso, il Mental Research Institute è raccontato come la fucina da cui questo approccio (e il Brief) nacque storicamente, a partire dal lavoro seminale di Milton Erickson
  • tendenzialmente, come leggiamo anche in questo approfondimento, l’approccio del BRIEF sembra non poggiare su alcuna teoria strutturata, il che potrebbe risultare come un aspetto problematico, se non che l’idea di non partire da una teoria strutturata muove da un assunto di base, una visione della psicologia umana radicalmente costruzionistica (qui per approfondire)
  • Per questo, come prima accennato, le domande mirate e una descrizione dettagliata dei cambiamenti che una persona vorrebbe compiere, risulteranno secondo questo approccio in un effettivo cambiamento, o nel suo catalizzarlo.
    Tutto questo lavoro viene mediato dal linguaggio, e il terapeuta in questo caso rappresenta un facilitatore della conversazione, verso quel tipo di “assunzione”. Non solo quindi nominare e descrivere in modo puntuale le cose per dare l’abbrivio a un cambiamento, ma anche “performare il cambiamento” usando il linguaggio. A questo proposito vengono in mente gli studi sul linguaggio performativo di John L. Austin, a sottolineare come il linguaggio possieda un potere “esecutivo”, “performativo” (“io vi dichiaro marito e moglie”, “chiedo scusa”). Siamo, come si osserva, in area manifesting, ovvero manifestare/descrivere, come si accennava prima, per promuovere un cambiamento a partire dal linguaggio stesso.

Questo approccio, come si diceva, vuole portare alla luce le risorse possedute dal paziente. Uno degli strumenti con cui questo viene fatto, sono le domande, e nel libro di Cannistrà e Piccirilli questo viene più volte sottolineato.
Sono domande che hanno un loro razionale di utilizzo, che meritano di essere approfondite: elenchiamo qui di seguito, riassunte e spiegate dalla macchina -con alcune fonti cliccabili tra parentesi-, le cinque principali, che come si noterà riguardano aspetti peculiari della psicologia e del vissuto del paziente, che tuttavia hanno in comune la volontà di portarl* a focalizzarsi sugli aspetti di cambiamento o di risoluzione dei problemi (torniamo dunque alla definizione: “psicoterapia breve centrata sulla soluzione”).

1 – Domanda del miracolo (Miracle Question)

La domanda del miracolo è forse la tecnica più nota della SFBT. In pratica il terapeuta chiede al paziente di immaginare che “stanotte accada un miracolo” che risolve completamente il problema, e poi di descrivere «cosa sarà diverso quando vi sveglierete domani mattina, cosa noterete come primo segno che il problema è scomparso» (pmc.ncbi.nlm.nih.govlink.springer.com). Ad esempio, in un caso clinico di ansia da esame una terapeuta propose: “Supponiamo che stanotte accada un miracolo e tu riesca ad affrontare l’esame senza sentirti in imbarazzo. Cosa succederebbe di diverso domani? Cosa faresti di diverso, cosa noterebbero gli altri?” (pmc.ncbi.nlm.nih.govlink.springer.com). Questa domanda aiuta il paziente a visualizzare concretamente i propri obiettivi e i piccoli segnali di cambiamento che indicherebbero il loro raggiungimento (journals.plos.orglink.springer.com). In termini di cambiamento, il miracolo stimola speranza e motivazione, facendo emergere risorse nascoste: definisce una situazione di futuro desiderato che funge da guida per il percorso terapeutico (journals.plos.orglink.springer.com). Ad esempio, un cliente con disturbi dell’umore ha riferito di aver costruito un “video mentale” di una giornata ideale senza crisi depressive, riuscendo poi nella realtà a ripercorrerne alcuni passi (pmc.ncbi.nlm.nih.govlink.springer.com). In termini pratici, la domanda del miracolo permette di spostare l’attenzione dai problemi alle strategie di successo (cosa fa il paziente nella vita reale che già somiglia al risultato desiderato) e di stabilire obiettivi concreti (journals.plos.orgfrontiersin.org). Una review concettuale recente ribadisce che la domanda del miracolo è un elemento cardine in SFBT (frontiersin.org) ed è spesso seguita da approfondimenti su comportamenti concreti (ad es. “come farete a realizzare quel cambiamento?” (frontiersin.org)).

Esempio pratico: in ambito clinico un terapeuta familiare che lavora con coppie in crisi può usare la domanda del miracolo così: “Immagini che stanotte mentre dormi, il vostro problema si risolva: quando vi sveglierete domani, qual è la prima cosa che noterete di diverso nel vostro rapporto?”. Questo porta la coppia a individuare piccoli segnali di armonia o comunicazione migliorata, da replicare.

2 – Domanda del domani (Tomorrow Question)

La domanda del domani è una variante della Miracle Question, focalizzata a un arco temporale più breve. Chiede al cliente di immaginare di svegliarsi il giorno dopo con i propri “migliori desideri” già realizzati, e di descrivere i primissimi segnali che percepirebbe (link.springer.com). Ad esempio, Ratner et al. (2012) la formulano così: “Supponi di svegliarti domani mattina con i tuoi migliori obiettivi raggiunti. Che cosa comincerai a notare?” (link.springer.com). L’intento è simile a quello del miracolo, ma più centrato su cambiamenti “subito a portata di mano”. Nella pratica clinica o educativa si può usare con studenti: “Se domani ti svegliassi con il compito preparato perfettamente, qual è la prima cosa che noti? Forse ti sentirai più sicuro nell’affrontare la mattina scolastica.” Questo porta lo studente a pensare a comportamenti concreti da adottare da subito. La domanda del domani contribuisce al cambiamento favorendo una mentalità orientata al futuro prossimo e incoraggia la definizione di passi realistici. In termini teorici è riconosciuta come modalità di focalizzazione sul futuro dei pazienti (frontiersin.org) e, come il miracolo, rafforza l’aspettativa di miglioramento. Ad esempio, in ambito scolastico gli psicologi usano questa domanda insieme a scale di progresso per impostare obiettivi brevi (deepblue.lib.umich.edufrontiersin.org).

3 – Domanda della strategia (Strategy Question)

Le domande di strategia inducono il paziente a riflettere su come ha già ottenuto alcuni miglioramenti. Tipicamente si utilizzano dopo che il paziente segnala un piccolo progresso (ad es. “ha mangiato bene questa settimana” o “ha gestito senza crisi un problema al lavoro”). Il terapeuta chiede allora in modo retrospettivo: “Come hai fatto? Come hai gestito quella situazione?” (brief.org.uk). Invece di pianificare azioni future, queste domande valorizzano i passi già compiuti: ad esempio, “Sei riuscito a dormire due notti senza insonnia – come credi di essere riuscito a farlo?”. Scorrendo su una scala di cambiamento, il terapeuta può chiedere: “Supponiamo che le cose migliorino di un gradino – come potrai accorgertene? Cosa noterai diverso?” (brief.org.uk). L’obiettivo è “far sparire” l’enfasi sulle azioni specifiche e mettere in luce l’agente del cambiamento. Gli studi descrivono che in SFBT si privilegiano le domande retrospettive (how did you do that?) piuttosto che proiettive (how will you do that?), per sottolineare la spontaneità del processo di guarigione (brief.org.uk). I benefici clinici delle strategy questions sono la presa di consapevolezza delle proprie strategie efficaci, l’aumento dell’autoefficacia e la pianificazione implicita dei passi successivi. Ad esempio, in un follow-up terapeutico con un paziente ansioso si può chiedere: “Hai affrontato con successo una situazione che di solito ti spaventava. Cosa hai fatto di diverso?” per aiutare il paziente a interiorizzare il proprio successo.

4 – Domanda dell’identità (Identity Question)

Le domande dell’identità invitano il paziente a riflettere su chi è diventato o su quali qualità personali ha messo in campo per raggiungere un risultato. Ad esempio, dopo che il paziente ha realizzato un miglioramento (anche piccolo), il terapeuta può chiedere: “Cosa dice di te il fatto che tu sia riuscito a far questo? Cosa hai imparato di te stesso lungo questo percorso?” (scsha.net). Queste domande aiutano a consolidare la percezione di sé positivamente: il paziente riconosce di essere capace, coraggioso, resiliente, ecc. In termini di cambiamento, potenziano l’autostima e ridefiniscono l’identità del paziente al di là del problema. Ad esempio, un adolescente che ha ricostruito un’amicizia compromessa potrebbe sentirsi chiedere: “Quali qualità tue hanno permesso questo cambiamento? Cosa significa per te?”, vedendosi come una persona paziente o empatica. Questo rafforza la motivazione interna, perché il paziente si riconosce “già in azione” come la persona che vorrebbe diventare. Se ne sottolinea anche l’importanza in ambito educativo: secondo alcuni manuali SFBT, insegnanti o counselor scolastici che lavorano con ragazzi con difficoltà enfatizzano queste domande per far emergere le loro competenze nascoste (deepblue.lib.umich.eduscsha.net).

5 – Domanda del coping (Coping Question)

La domanda del coping è usata quando il paziente descrive una situazione difficile e lamenta fatica o scoraggiamento, chiedendo “come fai a reggere?”. Un tipico esempio è: “Nonostante tutto quello che stai affrontando, come fai ad andare avanti ogni giorno? Come fai a non mollare?”. Lo scopo è far riconoscere al paziente le proprie strategie di resilienza quotidiana. Anche se il problema persiste, il paziente si accorge di avere gestito la situazione usando risorse proprie. In pratica il terapeuta può dire: “Dopo la nostra ultima seduta, cosa stai già facendo che ti aiuta a non peggiorare la situazione? Quali cose ti fanno andare avanti?” (scsha.net). I vantaggi di questa domanda sono l’incremento della speranza e la consapevolezza di forza personale: il paziente prende coscienza di essere riuscito a sopportare finora grazie a proprie capacità di coping (scsha.net). In alcuni contesti clinici (ad es. assistenza psicologica in situazioni di trauma o malattia cronica) si sottolinea il valore di tale domanda per mobilitare le difese positive del paziente. Ad esempio, un bambino con difficoltà di apprendimento potrebbe sentirsi domandare: “Sai fare qualcosa di utile quando la scuola diventa difficile? Come hai fatto a non arrenderti?”, scoprendo così le piccole strategie che usa involontariamente, e rafforzandosi nell’idea di poter progredire.

Qui, infine, un articolo per approndire.


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Article by admin / Psicoterapia e psicoanalisi / recensioni

29 April 2025

INTRODUZIONE AL LAVORO DI FLAVIO CANNISTRÀ

di Raffaele Avico

Per POPMed, sbbiamo chiesto a Flavio Cannistrà di chiarirci le “basi” teoriche della psicoterapia a seduta singola: Flavio ci ha spiegato da dove viene questo approccio, chi l’ha teorizzato, come si svolge un lavoro clinico impostato in questo modo e ci ha fornito alcune indicazioni di approfondimento (che riportiamo in calce).

Approcciarsi a un paziente in questo modo significa dare valore e importanza a ogni singolo incontro: Cannistrà ci ricorda che “una singola seduta” è statisticamente il dato che più ricorre tra chi si approcci alla psicoterapia.
Partendo da questo assunto, l’approccio a seduta singola sviluppa un metodo che pensa al paziente come ad un soggetto attivo, saldamente alleato con il/la terapeuta, in grado di fare molto lavoro anche “in autonomia”. Sempre di Cannistrà, abbiamo anche recensito di recente questo saggio.

Vi invitiamo a dare un’occhiata anche alla scuola fondata di Cannistrà insieme a Federico Piccirilli, a questo sito.

Di seguito la bibliografia consigliataci da Cannistrà, per chi volesse approfondire:

  1. Bennett, S. D., Myles-Hooton, P., Schleider, J. L., & Shafran, R. (Eds.) (2022). The Oxford Guide to Brief and Low Intensity Interventions for Children and Young People. Oxford University Press.
  2. Cannistrà, F. & Hoyt, M. F. (2025). Single Session Therapies. Why and How One-At-A-Time Mindsets are Effective. Routledge.
  3. Cannistrà, F. & Piccirilli, F. (2018). Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti.
  4. Hoyt, M. F. & Cannistrà, F. (2023). Conversazioni di terapia breve. EPC.
  5. Hoyt, M. F. & Talmon, M. (2014). Capturing the moment. (tr. it. Terapia a seduta singola e servizi walk-in. Capturing the moment. CISU, 2018).
  6. Schleider, J. L., Zapata J.P., Rapoport, A., Wescott, A., Ghosh, A., Kaveladze, B., Szkody, E., & Ahuvia I. (2025). Single-session interventions for mental health problems and service engagement: umbrella review of systematic reviews and meta-analyses. Annual Review of Clinical Psychology, 21.
  7. Talmon, M. (1990). Single Session Therapy. Jossey-Bass (tr. it. Psicoterapia a seduta singola. Erickson, 1996).

Qui di seguito l’intervista, buona visione!

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NB: “POPMED”, UNA NEWSLETTER DI AGGIORNAMENTO A TEMA “PSI”, A PAGAMENTO. Qui per iscriverti

Article by admin / Psicoterapia e psicoanalisi / interviste

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  • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.2 – MODELLO ITALIANO E MODELLO SVIZZERO A CONFRONTO, CON OMAR TIMOTHY KHACHOUF! 6 April 2020
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  • 10 ANNI DI E.J.O.P: DOVE SIAMO? 31 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.2 27 March 2020
  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE: RISTRETTI.IT 25 March 2020
  • NELLE CORNA DEL BUE LUNARE: IL LAVORO DI LIDIA DUTTO 16 March 2020
  • LA COLPA NEL DOC: LA MENTE OSSESSIVA DI FRANCESCO MANCINI 12 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.1 6 March 2020
  • PREFAZIONE DI “PTSD: CHE FARE?”, a cura di Alessia Tomba 5 March 2020
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO”: EP.1 – FERNANDO ESPI FORCEN 29 February 2020
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  • RIMOZIONE E DISSOCIAZIONE: FREUD E PIERRE JANET 3 February 2020
  • TEORIA DEI SISTEMI COMPLESSI E PSICOPATOLOGIA: DENNY BORSBOOM 17 January 2020
  • LA CULTURA DELL’INDAGINE: IL MASTER IN TERAPIA DI COMUNITÀ DEL PORTO 15 January 2020
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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
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  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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