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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

15 April 2025

RECENSIONE DI “CONVERSAZIONI DI TERAPIA BREVE” DI FLAVIO CANNISTRÁ E MICHAEL F. HOYT

di Raffaele Avico

Il volume “Conversazioni di terapia breve” esplora i temi della psicoterapia breve e “a seduta singola” per via di una trascrizione di un serie di dialoghi, intrattenuti in momenti diversi, tra Flavio Cannistrà e uno dei suoi mentori, Michael Hoyt.

La forma intervista rappresenta un modo agevole per introdursi a un tema: in questo caso abbiamo la possibilità di sentire raccontata la teoria della psicoterapia breve e la teoria a seduta singola da parte di uno dei suoi originatori, a sua volta in debito verso altri della scuola di Palo Alto, che puntualmente troviamo citati nel testo.

Si ha così l’opportunità di scoprire molti nomi “minori” della teoria della psicoterapia breve, con la possibilità di approfondire i diversi approcci.

La Scuola di Palo Alto, e nello specifico un luogo che oggi esiste solo nella forma di fondazione, il Mental Research Institute, ha a partire dagli anni ‘60 introdotto sulle scena della psicoterapia mondiale moltissime innovazioni, che sarebbero state destinate a restare.
La psicoterapia sistemica, la psicoterapia breve, quella a seduta singola, la scuola di Nardone in Italia, devono tutto agli incredibili anni, fruttuosi, dei “maestri” originatori -che in questo libro troviamo citati più volte.
Un tratto peculiare di quel gruppo di individui e di coloro che ne hanno raccolto il testimone nella ricerca in psicoterapia, è un’incredibile umiltà intellettuale associata al pragmatismo americano, insieme al coraggio di mettere in discussione l’ortodossia (che in quegli anni era rappresentata dall’Europa e dalla psicoanalisi). Di quell’umiltà, di quell’apertura e di quel pragmatismo parla anche Andrea Vallarino in un suo volume recentemente pubblicato, in particolare rispetto alla figura di Paul Watzlawick.

Nel corso della lettura di “Conversazioni di terapia breve” si apprendono molti aspetti della psicoterapia a seduta singola, in primis l’idea che “a seduta singola” non vuol dire che il percorso con un “cliente” (come preferiscono chiamarlo) si limiti effettivamente a un singolo incontro: se mai, l’idea è che una singola seduta possa essere “autoconclusiva” e che si possa lavorare con la persona perché quest’ultima possa trarne giovamento -o un motivo di trasformazione. Viene data estrema importanza al concetto di empowerment del paziente, e che un buon parte del lavoro venga fatta dal paziente stesso, con risorse che tocca al terapeuta evocare e promuovere.

In generale troviamo riferimenti a pratiche comuni nelle diverse scuole di psicoterapia breve, con però alcune differenze di razionale di intervento, che Cannistrà (che su POPMed avevamo già intervistato, qui) non manca di esplicitare.

Il rischio di semplificare troppo la complessità del portato del paziente viene fugato qui da un approccio orientato a un “minimalismo clinico” che vuole intervenire con quello che funziona e dove serve, in modo strategicamente orientato.

Si tratta di coinvolgere attivamente il paziente nel lavoro clinico, muovendo da un’alleanza forte e procedendo per obiettivi, il più possibile aderenti alle risorse portate in seduta.
Altrove abbiamo più volte intervistato e coinvolto Andrea Vallarino, e chi avesse letto alcuni dei contenuti che lo riguardavano potrà riconoscere nell’approccio di Cannistrà e Hoyt un’uguale attenzione al presente e a quelle che universalmente (in terapia breve o breve/strategica) vengono chiamate “tentate soluzioni”, nell’idea che il paziente faccia di tutto per migliorare, spesso però complessificando il suo stesso vissuto, e bloccandosi in modalità di pensiero disfunzionale. Si pensi per esempio al modello sul controllo per il panico -problema diffusissimo e frequentemente incontrato dagli operatori della salute mentale- ingenerato da stratificazioni di storture cognitive, paradossalmente atte a controllare i sintomi stessi.

I clinici di Palo Alto, come leggiamo in questo libro, sono stati da sempre dei fini osservatori della psicologia umana, nel tentativo di estrarne “modalità patogene” con un approccio estremamente pragmatico: il concetto di tentata soluzione è solo uno dei tanti, ma pensiamo per esempio al problema del doppio legame, ai paradossi legati all’ipercontrollo, alla natura essa stessa paradossale (a volte) della psicologia umana.

Per Cannistrà e Hoyt si tratta di aiutare il paziente a stare meglio, e stare meglio in modo rapido, soprattutto quando fortemente sofferente.
La terapia a seduta singola o breve pare adattarsi meglio a situazioni cliniche peculiari, come quando esista un eccesso di ragionamento o la persona si trovi incastrata in schemi di pensiero disfunzionali; leggendo questo volume viene tuttavia complesso immaginare una terapia a seduta singola con un paziente fortemente depresso o melanconico, o ipotizzare un intervento su un disturbo grave di personalità, al di là delle “prescrizioni” che i terapeuti di questa scuola solitamente consegnano al paziente. Con pazienti affetti da disturbi di natura affettiva, ci si potrebbe chiedere il ruolo -come sappiamo centrale- della relazione (al di là della “semplice” alleanza).

A fine lettura si ha in ogni caso la sensazione che esista un’apertura degli autori a una messa in discussione e verso un apprendimento “continuo”, cosa di rado presente in libri provenienti da altre scuole di pensiero.

Molto interessante e bella la definizione di logica, e l’accento sulla distinzione dal concetto di strategia: il terapeuta breve e quello a seduta singola si avvarranno di “logiche” di intervento -più flessibili e indeterminate delle strategie, ma altrettanto efficaci- in grado appunto di adattarsi alla complessità portata dal cliente.

Pubblichiamo in toto un estratto dal volume, che raccoglie 9 logiche di intervento da applicare in vari casi, una variazione di un articolo già apparso qui.

Anche chi non fosse interessato al tema terapia breve, potrà trarne spunti di interesse e modalità pratiche di intervenire con uno dei suoi pazienti (o su se stesso).

Buona lettura!

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Continua su POPMED.

Article by admin / Psicoterapia e psicoanalisi / interviste, recensioni

20 February 2025

Il ripassone. “Costrutti e paradigmi della psicoanalisi contemporanea”, di Giorgio Nespoli

di Raffaele Avico

Il monumentale volume curato da Giorgio Nespoli dell’Università di Torino, giustamente pensato per un pubblico di studenti universitari, dato il suo tono chiaro e divulgativo, si rivela  al contempo massimamente preciso e puntuale nell’articolare le diverse formulazioni teoriche, prestandosi benissimo a rappresentare un “ripassone” per chiunque desideri tornare indietro e gli “inizi” dell’avventura psicoanalitica, ripercorrendo a grandi falcate gli avvicendamenti teorici e gli autori che ne hanno segnato i punti di svolta, e i maggiori apporti.

Il volume ha un impianto organizzato in senso cronologico, vuole ripercorrere la storia della psicoanalisi e lo fa estrapolando i paradigmi ad essa sottesi, promuovendo un’operazione mentale di sintesi che consente a chiunque abbia un po’ di dimestichezza con la materia di ripercorrere con la mente i punti principali della teoria psicoanalitica, e trovare al contempo ulteriori spunti, idee dimenticate e centrali degli autori -magari studiati negli anni dell’università- e punti di convergenza tra teorie diverse.

A fine lettura si ha la sensazione di aver più chiaro, dentro la mente, il percorso originato “formalmente” dagli studi di Freud -con cui il volume si apre- ed evidenti i diversi contributi che dopo di lui hanno ingrossato il “fiume” della teoria psicoanalitica, il tutto espresso con una chiarezza veramente arricchente e molto lavoro fatto dall’autore “per noi”, di pre-masticamento e metabolizzazione dei contenuti psicoanalitici, distillati nei paradigmi fondamentali, che di fatto rappresentano il tema centrale del volume stesso.

Prima di entrare nei contenuti, una nota sulla forma: al di là della comoda strutturazione cronologica del testo, ideale per studenti universitari, il testo si articola alternando contenuti scritti da Nespoli che riassume e sintetizza la teoria, ad apporti di altri autori tratti sia da libri che -e qui il punto originale- da siti a tema, di assoluta attualità. Il testo è costellato da riquadri che riportano estratti da articoli letti su Spiweb, su Psychomedia, su Psychiatry on line e su altri siti minori -ma sempre di qualità. Si ha l’impressione in questo modo di un testo vivo e attuale, ampiamente moderno in questa ibridazione tra “classico” e “nuovo”, analogico e digitale. La lettura può dunque fermarsi al testo principale, e approfondirsi poi sui riquadri a tema, verticali su aspetti puntuali di teoria o di metodo, che rimangono “facoltativi”, per chi voglia approfondire una questione specifica.

A riguardo dei contenuto, osserviamo come Nespoli parta dalla teorizzazione freudiana -riassunta nei punti salienti, con spunti importanti anche per chi lavori già con pazienti e in ambito clinico-, per poi dirigersi speditamente al “mondo teorico” costruito da Klein, quindi al contributo fondamentale e attualissimo di Bion, a Lacan e al paradigma relazionale, verso una concettualizzazione sempre più “bipersonale” del lavoro psicoanalitico, passando per Winnicott, Mitchell, chiudendo su Kohut e su alcune riflessioni inerenti il metodo e la clinica.

Osserviamo, come da titolo, i diversi paradigmi alternarsi all’interno del lavoro di formulazione storica psicoanalitica, partendo dal paradigma pulsionale -con la pulsione a fare da “elemento organizzativo della mente” per Freud-, alla teoria sugli oggetti promossa da Melanie Klein, alla teoria sulla nascita del pensiero di Bion, per arrivare al paradigma relazionale, che permea la psicoanalisi più contemporanea.
A fine lettura si ha chiaramente la “visione” sui diversi apporti e sui segni da questi lasciati nel contesto della dottrina psicoanalitica, e chi volesse tentare un’integrazione -dentro di sé- dei diversi paradigmi, alla ricerca del “suo” modo di pensare al modello di mente, potrebbe con questo volume provare a lavorarci – attraverso una sorta di “ripassone”.

Alcune osservazione estemporanee:

  1. Nespoli, nel riassumere i diversi paradigmi psicoanalitici, si pone delle domande fondamentali, funzionali a meglio divulgare le teorie stesse, come quando si chiede quale sia l’elemento “che organizza la psiche” nel paradigma freudiano (la pulsione) e nel paradigma kleiniano (la difesa dall’angoscia): domande di questo tipo sono spesso formulate nel testo, e ci raccontano di un lavoro di riflessione fatto dall’autore a proposito della teoria stessa, come un ripensamento critico (funzionale -forse- al lavoro clinico) che aiuta a meglio comprendere la teoria stessa
  2. la spiegazione del paradigma freudiano è magistrale, per chiarezza ed esaustività; si ha chiara l’evidenza di come la teoria del trauma in Freud contenesse in nuce alcuni dei concetti centrali della psicotraumatologia di oggi -120 anni dopo-, pur mancando un riferimento forte e una digressione, che forse sarebbe stata importante, su Pierre Janet e il suo lavoro sugli automatismi, sulle funzioni di sintesi mentale e sulla concezione gerarchica della mente. Janet viene definito da Nespoli autore “pre-psicoanalitico”, forse per una questione cronologica
  3. il capitolo su Lacan si rivela il più complesso: troppi i termini specifici, ai limiti del criptico, troppi i passaggi logici dati per scontati nel tentativo di divulgare la formulazione teorica promossa da Lacan; d’altronde la teoria lacaniana si rivela, a quanto sembra, non divulgabile -a tratti astrusa-, e complessa per chiunque vi si approcci dall’esterno. A fine capitolo si ha la sensazione di aver colto poco, e mi chiedo quanto possa aver tratto da una lattura del genere uno studente sui 20 anni; il problema della divulgazione della teoria di Lacan rimane tangibile, dato che le idee sviluppate dal filosofo francese sono geniali, ma sembra esserci carenza di capacità divulgativa anche da parte di chi quella teoria sostenga di padroneggiarla
  4. Fondamentale anche il capitolo su Bion: il suo lavoro sul campo bipersonale, e il rilancio alla teoria di Antonino Ferro (che cura l’introduzione), rappresentano l’aggancio al proseguo ideale del volume stesso, il lavoro (sempre di Nespoli) “Psicoanalisi contemporanea. La teoria del campo analitico post-bioniano”. Il costrutto di campo, l’interpretazione “insatura” (usando un termine di Antonino Ferro), l’idea di una co-costruzione dei significati (e dell’inconscio stesso) rappresentano concetti centrali -insieme alla visione relazionale- della psicoanalisi più attuale, come ben evidenziato dall’autore stesso
  5. Due capitoli interi vengono dedicati rispettivamente alla posizione schizo/paranoide di Klein e alla posizione depressiva, il che ci dice dell’importanza centrale del costrutto di Klein, fondamentale per chi lavori con pazienti (gravi o meno), utilissimo a leggere oscillazioni manifestate dal paziente (pensiamo per esempio al concetto di “trionfo sull’oggetto” nel paziente maniacale)
  6. Molteplici autori rappresentano, in questo “ripassone”, punti di aggancio ad altre scuole di pensiero inerenti la psicologia clinica, in particolare due: a) Ferenczi come padre della psicoanalisi bipersonale e, insieme a Pierre Janet, della teoria sul trauma, e b) Bowlby come promotore della teoria dell’attaccamento, citato per il suo contributo all’infant research, per i suoi studi sull’etologia e sulla psicologia evoluzionistica e per aver costruito un ponte tra la psicoanalisi più classica e l’attuale neuropsicoanalisi. Schore e Giovanni Liotti rappresentano autori che negli ultimi anni hanno incarnato questa possibile “integrazione”, a cavallo tra psicoanalisi classica, ricerca sull’infanzia, etologia e neuroscienza.
  7. Assenti nella trattazione: Jung, Bromberg e il già citato Janet. Janet e Bromberg sono fondamentali per chiunque, oggi, si occupi di trauma (vd. Aisted.it)

In conclusione, questo incredibile, meraviglioso libro si distingue per chiarezza cristallina e puntualità divulgativa, e invoglia alla lettura del successivo lavoro di Nespoli “Psicoanalisi contemporanea. La teoria del campo analitico post-bioniano”, incentrato sul concetto di campo bipersonale, introdotto anch’esso da Antonino Ferro.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Psicoterapia e psicoanalisi / ptsd

11 February 2025

PSICOGENEALOGIA: INTRODUZIONE AL LAVORO DI ANNE ANCELIN SCHÜTZENBERGER

di Raffaele Avico

Lavorare con la transgenerazionalità in psicoterapia significa andare a indagare le aree dell’esperienza del/la paziente in relazione alle generazioni di individui da cui questo/a proviene: si tratta dunque di porre delle domande “strategicamente orientate” riguardanti non solo la generazione dei suoi genitori, ma anche la generazione precedente, e quelle “sopra”, fino a dove sia possibile risalire nella sua storia familiare.

In questo articolo useremo il testo “La sindrome degli antenati” di Anne Ancelin Schützenberger come strumento di lavoro, e tenteremo di dare alcuni spunti per chi volesse cimentarsi in questo tipo di attività.

Come prima domanda, bisognerebbe chiedersi: perché? A quale fine eseguire un lavoro di questo tipo con un paziente in psicoterapia?

Proviamo ad articolare la risposta per punti:

  1. aspetti identitari: chiedersi da dove si proviene, equivale a fare un lavoro di rilettura di alcuni aspetti della propria identità di cui -forse- non si è pienamente coscienti. Parliamo di aspetti della propria personalità relativi a diverse aree, aspetti super-egoici, normativi, ma anche di molto altro. Aiutarsi in psicoterapia con le fotografie può aiutare a compiere quel lavoro di ricostruzione della “cultura familiare“, l’insieme di costumi e usanze che, condizionando i primi anni di vita di un bambino, forniscono un “priming” culturale in grado di influenzarlo anche nei successivi anni. Intendiamo qui non solo il “modo” di stare insieme, gli stili relazionali, ma anche le passioni, gli interessi, la mitologia familiare, le “regole non scritte” che “gocciolano” da una generazione all’altra.
  2. Come prima accennato, il libro “La sindrome degli antenati” di Schutzenberger esplora molto del tema, soprattutto a riguardo del trauma. Diversi studi hanno negli anni scorsi indagato la trasmissibilità del trauma per via genetica (si veda questo): qui se ne parla in termini maggiormente psicologici, come se il trauma fosse stato in grado di produrre “unità psicologiche“, contenuti emotivi poco simbolizzabili -e la cosa fosse passata alla generazione successiva, mutandosi in sintomi psicosomatici o coazioni a ripetere. La Schutzenberger parla di “inconscio familiare“, una sorta di via di mezzo tra inconscio collettivo e inconscio individuale, una serbatoio di elementi più o meno elaborati in grado di produrre degli effetti sulle generazioni successive a chi li abbia vissuti. Viene in mente ovviamente il tema olocausto, il problema della memorie e del “ricordare” relativo alle generazioni successive a quella che lo subì, il lavoro di rilettura e simbolizzazione degli spaventosi eventi vissuti da Primo Levi durante la sua prigionia, per esempio.  Ci si può anche riferire in questi casi ad aspetti più piccoli, ma non meno segnanti all’interno della storia di una famiglia, come la perdita di un lavoro, un periodo di miseria, lo spettro della “malora”. Lavorare in psicoterapia su questi aspetti, tentare di portare a galla gli elementi di questo contenuto inconscio “familiare”, potrebbe aiutare la persona a capire meglio la nascita -dentro di sé- di alcuni timori, di certe preoccupazioni, di un “modo di pensare”, collocando la propria forma mentis entro una prospettiva in primo luogo storica, famigliare, genealogica.
  3. La Shutzemberger, ne “La sindrome degli antenati”, spinge sull’importanza di indagare in sede di psicoterapia la presenza di suicidi, lutti non risolti, andando anche molto indietro nel tempo: parlando per esempio di suicidio, è importante che questo punto venga preso di petto e affrontato in modo chiaro in psicoterapia, essendo che la suicidalità ha una forte trasmissibilità, in senso sia genetico che psicologico. Il suicidio di due persone unite da un legame famigliare (per esempio padre e figlio) potrebbe essere letto, in alcune situazioni, come una forma paradossale di solidarietà o di lealtà, un gesto eseguito nel tentativo di prestare fede a un mandato di lealtà famigliare, il bisogno di “sentirsi soldiale” all’altro nel dolore. Lo psicoterapeuta Nagy ha nel secolo scorso improntato tutto il suo lavoro di ricerca su questi aspetti di “contabilità familiare“, e la Schutzenberger ha preso molto da lui (ChatGpt: “Il concetto di “lealtà familiare” sviluppato da Ivan Boszormenyi-Nagy è un principio centrale nella terapia familiare contestuale. Secondo Nagy, la lealtà è il legame emotivo che unisce i membri della famiglia attraverso un sistema di obblighi, aspettative e debiti morali che ciascuno accumula e mantiene all’interno delle relazioni familiari. La lealtà implica un senso di responsabilità reciproca e la necessità di “bilanciare” ciò che si riceve e ciò che si dà agli altri membri, creando una sorta di “contabilità invisibile”. Nagy ritiene che i problemi individuali spesso nascano da dinamiche di lealtà non bilanciate o irrisolte, e che molti conflitti familiari derivino da tensioni implicite in questo sistema. Nella sua terapia, l’obiettivo è aiutare i membri della famiglia a riconoscere e riequilibrare queste lealtà, per ottenere relazioni più sane e soddisfacenti.”)
  4. Seguendo questa linea di pensiero, lo stesso discorso potrebbe essere fatto per alcuni aspetti morali, la “legge” a cui l’individuo si sottopone, e che potrebbe essere utile, in psicoterapia, mettere o discussione o capire meglio. Parliamo di un lavoro sul Super-io, il tribunale occulto a cui l’uomo si assoggetta, regolato a sua volta da una legge morale che di volta in volta decreta la colpevolezza o l’innocenza dell’imputato (che è la persona stessa). Si tratta di fare in questi casi un lavoro di ricostruzione “genealogica” della morale dell’individuo, come un percorso di risalita alla fonte, una ricerca dei paradigmi innervanti quella stessa morale -in primo luogo all’interno dell’ambiente familiare. Perchè per un individuo un certo evento è considerato disdicevole e moralmente “impossibile”, e per un altro no? Ragionare in termini transgenerazionali su questi aspetti e su come le “leggi” possano passare da una generazione all’altra, aiuta la persona a poterle mettere in discussione -eventualmente- oppure a renderle maggiormente adeguate al tempo presente, in cui è immerso, come una lotta all’estemporaneità dei precetti morali che la abitano.

Tendenzialmente le persone, messe di fronte a un lavoro di questo tipo, rispondono molto bene, e facilmente arrivano a identificare ed estrapolare aspetti di sé che facilmente riconducono al prima citato “inconscio familiare”. Un grosso tema è il confronto con miti familiari, con aneddoti ereditati e con cui ci si confronta, storie di progenitori, spesso idealizzati e in grado di attivare movimenti, facilitare scelte.

Anne Schutzenberger ha lavorato per tutta la sua vita su questi temi, avviando anche una scuola a tema, che ha formato molti psicoterapeuti italiani.

Tra i suoi libri, merita sicuramente una menzione il famoso e prima menzionato “La sindrome degli antenati”, e l’ultimo suo “quaderno operativo“, di fatto un agile manuale di utilizzo delle tecniche approfondite ne “La sindrome degli antenati”. 

Questo libro, breve e operativo, è stato pubblicato qualche anno prima della scomparsa della ricercatrice francese, e fornisce indicazioni molto pratiche ed esercizi per lavorare con la psicogenealogia e la transgenerazionalità.

Per esempio, tra gli altri:

  1. l’esercizio dell’atomo sociale, di derivazione moreniana, che l’autrice propone di allargare anche a concetti/luoghi/cose, come si osserva nella figura sotto riportata. La Schutzenberger ritiene l’atomo sociale uno strumento utile per avere una fotografia allargata della propria rete di “investimenti affettivi”, utile a produrre collegamenti e associazioni. Va notato che la natura dell’atomo sociale è cangiante, fluida, mutevole nel tempo.
  2. il famoso genosociogramma, sempre di derivazione moreniana, strumento molto conosciuto tra chi si occupi di lavoro con il transgenerazionale e le famiglie: si tratta di disegnare usando segni e simboli peculiari il proprio albero genealogico, arricchito però da eventi positivi o negativi che servono a meglio inquadrarne la “storia”, ponendo attenzione a eventi come traumi, lutti, separazioni, ma anche a segreti, matrimoni, etc. La Schutzenberger considera il tempo minimo per lavorare sul genosociogramma di un individuo, 3 ore. Per lavorare al genosociogramma, l’autrice consiglia in questo libro di ricercare informazioni a riguardo di quella che definisce “nicchia ecologica“, ovvero il contesto in cui i fatti si svolsero, e a partire da quel contesto, risalire a informazioni importanti per la propria storia famigliare, usando anche il potere evocativo di fotografie (qui ne avevamo già scritto).

Per tornare alla fonte e andare al libro “definitivo” della Schutzenberger, si veda anche questo volume.

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Article by admin / Psicoterapia e psicoanalisi / recensioni

2 December 2024

SISTEMI MOTIVAZIONALI, EMOZIONI IN CLINICA, LIOTTI: UN APPROFONDIMENTO (E UN’INTERVISTA A LUCIA TOMBOLINI)

di Raffaele Avico

Abbiamo intervistato Lucia Tombolini, psichiatra e docente, storica collaboratrice di Giovanni Liotti, a proposito dei Sistemi Motivazionali Interpersonali (SMI).

Quello che ne è emerso è un ottimo dialogo per chi voglia meglio comprendere questa “lente” interpretativa su diversi fenomeni clinici.

L’intervista è raggiungibile a questo link.

La Teoria dei Sistemi Motivazionali è potenzialmente in grado di “superare” (o almeno di affiancare) la prospettiva pulsionale che Freud aveva pensato come “basale” nel funzionamento psichico.
Per Freud le pulsioni erano “rappresentanti” del corpo entro il “reame” della mente, fenomeni psicologici direttamente derivanti dal corpo, elementi di “confine” tra il somatico e la psiche: la psicologia di un individuo sarebbe stata, per Freud, “determinata” dalla forma della loro “organizzazione”.
Parliamo invece, con i Sistemi Motivazionali, di un insieme di comportamenti a base innata che si sviluppano fin dalla vita intrauterina, “regali” dell’evoluzione in grado di muovere il soggetto a comportamenti e relazioni, fin dalla sua nascita. Per una introduzione generale alla Teoria dei Sistemi Motivazionali interpersonali, si veda qui.

Integriamo l’intervista a Lucia Tobolini con un riferimento al tema delle emozioni, viste alla luce della teoria degli SMI.

Le emozioni potrebbero essere lette, usando questa lente, come “segnali” di attivazione di particolari SMI. Quando c’è un’emozione che si “staglia” dal fondo, è utile per uno psicoterapeuta chiedersi: “qual è il Sistema Motivazionale Interpersonale attivato in relazione ad essa”? Quando infatti questo stesso SMI avesse trovato un suo “compimento”, spesso osserveremmo un risolversi dell’emozione stessa, come se le emozioni avessero una “funzione di segnale” per qualcosa riguardante i Sistemi Motivazionali. Pensiamo per esempio all’ansia da separazione/paura nei bambini piccoli, che si attiva in concomitanza con la minaccia di un attaccamento interrotto, e si risolve quando l’attaccamento è (anche solo “virtualmente”) rispristinato: in questo caso l’emozione è un segnale, un segno dell’attivazione di un particolare SMI. E la stessa cosa vale anche per le altre emozioni.

Un approfodimento su questi temi lo troviamo proprio sul prima citato “L’evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali” a cura di Liotti, Fassone e Monticelli: ne riportiamo qui di seguito un estratto, incentrato proprio sul tema emozioni e SMI (da pag. 162 a pag. 170), scritto da Giovanni Liotti -come sempre geniale.


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Sistemi motivazionali e psicopatologia dei disturbi emozionali

Per illustrare il contributo della TEM alla comprensione delle emozioni che caratterizzano la psicopatologia, ci soffermeremo sui casi in cui l’emozione appare sregolata per intensità e frequenza, esaminando i casi dell’ansia, della tristezza, della colpa, della vergogna e della collera.

[…]

Ansia

Se si esamina la più comune emozione che compare all’interno dei disturbi psicopatologici, l’ansia, alla luce della Teoria Evoluzionistica della Motivazione, si nota che la sua definizione elementare e classica – paura senza oggetto – appare discutibile. La TEM, infatti, induce a riconoscere sempre l’oggetto della paura in un ostacolo o una minaccia al conseguimento della meta di uno dei sistemi motivazionali. Per esempio l’ansia da separazione, sintomo caratteristico di disturbi agorafobici e claustrofobici, è spesso riconducibile alla percezione cosciente o inconscia di un ostacolo al raggiungimento della meta del sistema di attaccamento (la vicinanza protettiva a una fonte di aiuto e conforto quando, per qualsiasi motivo, ci si senta vulnerabili e soli: Bowlby, 1972). L’ansia da separazione andrebbe allora considerata, con maggiore precisione, come paura dell’inaccessibilità o della perdita delle figure di attaccamento, e come paura della solitudine. Pure riconducibili al sistema di attaccamento sono l’ansia generalizzata e l’ansia ipocondriaca, quando i problema cruciale sembra essere non soltanto la rappresentazione di un rischio (di un qualsiasi danno oppure di una malattia) ma anche o soprattutto la resistenza ad accettare il conforto che figure d’attaccamento (familiari, amici, medici) tentano di offrire nella forma di rassicurazione circa l’inesistenza o l’improbabilità del rischio temuto. Ben diverso è il caso dell’ansia sociale, dove l’ostacolo (l’oggetto della paura riguarda il conseguimento della meta di rango caratterizzante l’attivazione del sistema competitivo (agonistico). L’ansia sociale dovrebbe dunque essere meglio definita come paura di subire un giudizio negativo che compromette l’aspirazione a mantenere o incrementare il rango sociale percepito. Altri tipi di paura abnorme, come quelli che caratterizzano i disturbi correlati allo stress post-traumatico (fra i quali molti esperti considerano anche i disturbi borderline e dissociativi: Liotti, Farina, 2011) e quelli che possono apparire nel corso dei deliri di persecuzione, sono riconducibili soprattutto alle operazioni del sistema di difesa per la sopravvivenza (vedi capitolo 3), non principalmente ai sistemi di attaccamento e di rango.

Non è infrequente che alcuni tipi di ansia abbiano come oggetto ostacoli al conseguimento delle mete di due o più sistemi motivazionali. Per esempio, il panico è non di rado riconducibile all’esperienza di paura senza soluzione tipica dell’attaccamento disorganizzato (Cassidy, Mohr, 2001). Nell’attaccamento disorganizzato esiste una tensione abnorme fra i sistemi di attaccamento e di difesa per la sopravvivenza (vedi capitolo 3), tale che coesistono paura di danneggiamento da parte della figura di attaccamento e paura di perderne la vicinanza protettiva così che non è possibile né cercare prossimità né fuggire (Liotti, Farina, 2011). Nel conflitto fra questi due sistemi motivazionali si apre la possibilità di gravi processi dissociativi, nei quali il sistema di difesa per la sopravvivenza contribuisce in particolare alla depersonalizzazione (Liotti, Farina, 2011).

Tristezza

I tre sistemi motivazionali chiamati in causa per comprendere i tipi più comuni di paura abnorme sono anche quelli più spesso coinvolti nelle diverse forme di dolorosa angoscia, tristezza e malinconia che compaiono in numerosi disturbi psicopatologici. Quando è coinvolto principalmente il sistema di attaccamento, la forma assunta dall’esperienza emozionale è quella della tristezza per la perdita, ben diversa anche fenomenologicamente dalla tristezza per la sconfitta o il fallimento, caratteristica dell’implicazione prevalente del sistema agonistico. Un’analisi attenta delle posture e dei resoconti dell’esperienza soggettiva permette poi di differenziare da queste due la forma di accasciamento emozionale legata al sistema di difesa per la sopravvivenza. Quest’ultima si palesa come sentimento diffuso ed estremo d’impotenza, riconducibile all’attivazione progressiva del nucleo dorsale del vago nel processo che conduce alla finta morte (feign death: vedi capitolo 1; vedi anche Porges, 2007 e Seligman, 1975).

É degno di nota che paura e tristezza (ansia e depressione se si preferisce la terminologia corrente in psicologia clinica e psichiatria) sono spesso associate fra loro con emozioni esperite in maniera abnorme (soprattutto collera etero- o autodiretta, vergogna e colpa) in diversi disturbi psicopatologici. La TEM permette di studiare queste associazioni di emozioni in ogni sindrome clinica a partire dall’ipotesi che esse siano coordinate dallo stesso sistema motivazionale e ne riflettano la tipica sequenza operativa. Per esempio, si può prevedere che la tristezza per la perdita si coniughi più facilmente al timoroso sentimento di vulnerabilità conseguente alla solitudine percepita (sistema di attaccamento) in un dato paziente, mentre la tristezza per sconfitta o fallimento sia più probabilmente legata, in un altro, alla paura del giudizio sociale negativo e alla vergogna (sistema agonistico).

Vergogna e colpa

Vergogna e colpa, che sono entrambe presenti in molti disturbi psicopatologici, sono state e sono ancora oggetto di importanti indagini e di controversie negli studi teorici ed empirici riguardanti la psicopatologia. È ben nota la divergenza fra le teorie psicoanalitiche classiche che attribuiscono un ruolo cruciale alla colpa seguendo la concezione freudiana del Super-lo, e la Psicologia del Sé (Kohut, 1971) che tende a considerare più importante la vergogna almeno nella genesi dei disturbi psicopatologici più gravi (per una sintesi recente degli argomenti di questa controversia, si può consultare il terzo capitolo del libro di Aron e Starr, 2013). Kohut (1971) considera la vergogna come un sentimento diffusivo che può espandersi a tutto il Sé annichilendolo, mentre la colpa è un sentimento più maturo che si manifesta in fasi più avanzate dello sviluppo della personalità, ed è conseguenza di singole contravvenzioni a specifiche proibizioni morali. Secondo Kohut (1971) le personalità narcisistiche non hanno sviluppato una struttura superegoica adeguata, e quindi non sperimentano sentimenti di colpa anche se possono descrivere le loro esperienze di vergogna in termini di elevati ideali morali. La fondamentale idea che la vergogna tende a essere sperimentata come pervasiva dell’esperienza di sé mentre la colpa è contestualizzabile nell’ambito di specifiche trasgressioni trova un corrispettivo nella discriminazione fra le due emozioni suggerita cal cognitivismo clinico: la vergogna si basa sulla convinzione (belief) di essere globalmente “sbagliati” o “fatti male”, mentre la colpa è basata sulla credenza di aver fatto qualcosa di male o di sbagliato.
La ricerca empirica sulle differenze fra vergogna e colpa sembra offrire sostegno alla tesi di Kohut: una meta-analisi di numerosi studi (Kim, Thibodeau, Jorgensen, 2011) dimostra che l’associazione dei sintomi depressivi con la vergogna è significativamente superiore rispetto a quella con la colpa. Tuttavia, nello stesso studio meta-analitico sono presenti considerazioni riguardanti il rischio che un’inadeguata discriminazione concettuale fra vergogna e colpa renda vano il tentativo di indagare sia sul diverso ruolo patogeno delle due emozioni, sia sui processi mentali che le rendono abnormi per intensità, durata e contesto

di comparsa. Nell’articolo di Kim, Thibodeau e Jorgensen (2011) si legge che l’associazione dei sintomi depressivi con la vergogna cessa di essere significativamente diversa dall’associazione con la colpa quando si considerano due varianti di colpa disadattativa: la colpa causata da un esagerato senso di responsabilità per eventi incontrollabili, e la colpa generalizzata liberamente fluttuante (cioè non riferibile ad alcun contesto specifico). L’identificazione di diversi tipi di colpa crea problemi per la differenziazione fra vergogna e colpa negli studi empirici di psicopatologia, tanto più che sono state descritte, per lo più su basi cliniche, numerose varianti del sentimento di colpa: colpa edípica, colpa da separazione e slealtà, colpa del sopravvissuto, colpa da senso di responsabilità onnipotente e colpa maligna (self-hate guilt), colpa deontologica e colpa altruistica (definite in O’Connor, Berry, Weiss et al., 1997; Mancini, 2008). Il problema posto al ricercatore dalla difficoltà di discriminare fra la vergogna e alcune varianti della colpa può essere illustrato con un esempio. La colpa maligna e la colpa liberamente fluttuante potrebbero apparire difficilmente distinguibili dalla vergogna perché come quest’ultima sono emozioni diffusive che invadono ampiamente l’esperienza di sé e dunque, diversamente dalla colpa per trasgressioni a specifiche interdizioni morali, non sono facilmente contestualizzabili.

A nostro avviso, la TEM permette di discriminare sempre fra vergogna e colpa in modo particolarmente efficace, risolvendo il suddetto problema. Secondo la TEM, la vergogna è un’emozione tipica del sistema agonistico, anche se potrebbe manifestarsi nel sistema sessuale nella forma mitigata del pudore e, in forma estrema, nel sistema affiliativo come conseguenza dell’espulsione dal gruppo. La colpa, invece, non è tipica di alcun sistema motivazionale, e può manifestarsi in un buon numero di essi: nel sistema di accudimento (dove accompagna o segue il disattendere alle richieste di cura e stimola il rispondere), nel sistema cooperativo (dove frena la slealtà verso i partner con cui ci si è impegnati in un’impresa congiunta), nel meccanismo che inibisce la violenza intraspecifica (vedi la descrizione del MIV nel capitolo 3), e nel sistema affiliativo (dove scoraggia il persistere nella trasgressione alle norme del gruppo).
Nel normale funzionamento del sistema di attaccamento, la comparsa di colpa e vergogna non offrirebbe invece, almeno nei primi due anni di vita in cui il sistema è particolarmente attivo, alcun vantaggio evoluzionistico in termini di raggiungimento della meta adattativa. Per questa ragione, colpa e vergogna devono attendere la maturazione di sistemi diversi da quello di attaccamento per diventare facilmente osservabili nel bambino. Soltanto quando, durante il terzo anno di vita, si possono attivare, insieme a quello di attaccamento, altri sistemi motivazionali (nei quali colpa e vergogna rivelano le proprie finalità evoluzionisticamente adattative) le due emozioni si possono talora osservare, frammiste a quelle di attaccamento, durante le interazioni fra bambino e caregiver.

Il vantaggio adattativo della colpa è evidente: essa muove alla riconciliazione e dunque contribuisce a salvaguardare relazioni sociali dotate di alto valore evoluzionistico. Il valore evoluzionistico della vergogna può sembrare a prima vista meno evidente, ma diviene chiaro se si considera la dinamica dei segnali di sottomissione e di dominanza durante le contese per il rango sociale. Quando la sfida e l’aggressività reciproca fra due contendenti, che caratterizzano le prime fasi operative del sistema agonistico, cominciano a dimostrare la forza superiore di uno dei due, nell’altro si attiva un automatismo psicobiologico che inibisce il comportamento aggressivo. Questo automatismo è noto come subroutine di resa, o di sottomissione, del sistema agonistico. Nella subroutine di resa il tono muscolare, fino a quel momento molto alto per permettere le condotte aggressive, si riduce bruscamente. Il sangue, che era stato richiamato nei muscoli per nutrirli durante lo sforzo competitivo, defluisce rapidamente verso i visceri e soprattutto verso la cute, donde il rossore tipico della vergogna. L’andare verso l’antagonista a testa alta e schiena dritta, per colpirlo, si arresta in una sorta di accenno di fuga (fuga invertita, nella terminologia degli etologi) e si trasforma in uno dei possibili segnali di resa. Lo sconfitto evita lo sguardo del vincitore a segnalare che cessa di attaccarlo, china il capo e persino si prostra, oppure si getta sul dorso e alza nel vuoto gli arti, a mitare la posizione di una preda sul punto di essere uccisa. Allo stesso tempo anche il vincitore cessa l’attacco, e pur mantenendo la postura dell’agressione vincente (spalle alzate, mento in alto) rivolge nel vuoto la tensione aggressiva residua: può emettere, per farlo, una sorta di urlo di trionfo rivolto verso il cielo, può correre brevemente sul terreno dell’agone, o colpire con i pugni il proprio torace invece dell’avversario sconfitto, come fanno i gorilla. E questa la subroutine di trionfo, detta anche di dominanza, del sistema agonistico che viene spontaneo collegare, quando la osserviamo in un animale, a un’emozione simile all’orgoglio umano. La vergogna, invece, è l’emozione che altrettanto spontaneamente colleghiamo all’incipiente subroutine di resa che apre la strada ai segnali di sottomissione.

L’essenziale valore evoluzionistico legato alla capacità di formare gruppi sociali coesi dipende dunque anche dalla capacità di manifestare vergogna, avviando con i corrispondenti comportamenti la costruzione di gerarchie sociali primordiali basate su rapporti di dominan-za-subordinazione (Trower, Gilbert, 1989). Tali tipi di gruppo sociale sommano in sé i vantaggi dell’orientamento univoco (indicato dal do-minante) e dell’unione delle forze di molti. L’esistenza di gerarchie di rango riduce la conflittualità interna fra i membri del gruppo, e apre la strada all’evoluzione di forme diverse di gruppo sociale, meno rigidamente gerarchiche e più orientate alla collaborazione (vedi il tema del sistema di affiliazione umano nel capitolo 4).

La TEM permette dunque una chiara distinzione fra le emozioni di colpa e vergogna attraverso l’analisi degli scopi finali che l’individuo persegue nel momento del loro manitestarsi (rispettivamente, riparazione di una relazione per la colpa, e riconoscimento della maggiore forza o competenza di un altro membro del gruppo per la vergogna).

Quest’analisi è facilitata dall’osservazione dei comportamenti e dei fenomeni corporei che accompagnano le due emozioni: posture chine, evitamento dello sguardo diretto, lieve allontanamento dall’altro e rossore nel caso della vergogna; avvicinamento benevolo con postura eretta e sguardo rivolto all’altro nel caso della colpa.

Si potrebbe opinare che una tale scrupolosa discriminazione tra colpa e vergogna non è clinicamente indispensabile, argomentando che le due emozioni si manifestano spesso insieme in diversi disturbi psico-patologici, e sono riconducibili a percezioni negative di sé che hanno molti aspetti in comune. A queste argomentazioni, la TEM oppone solidi controargomenti. È vero che le percezioni di sé durante le manifestazioni congiunte di colpa e vergogna si sovrappongono e rendono difficile la discriminazione tre vedue emozioni, ma no os per ke rappresentazioni dell’altro, e quindi di sé-con-l’altro Nella colpa il Sè è rappresentato come responsabile di un danno che ha causato all’altro o alla relazione con l’altro, quindi come dotato di forze, competenze o risorse pari o superiori a quelle dell’altro, altrimenti non avrebbe potuto recargli danno. Nella vergogna, invece, la rappresentazione dell’altro è caratterizzata dalla riconosciuta superiorità, quanto meno sul piano etico, e la rappresentazione di sé da un’ inferiorità meritevole di giudizio morale negativo e persino di disprezzo. In altre parole, chi prova vergogna si sente inferiore e tendenzialmente impotente, mentre chi prova colpa si sente responsabile e abbastanza “forte” da poter-causare danno. Quanto poi al motivo per cui le due emozioni di colpa e vergogna e le due corrispondenti rappresentazioni tendono apparentemente a sovrapporsi, la TEM lo rintraccia nel confondersi quasi simultaneo di due contesti relazionali e motivazionali che però restano diversi fra loro. Per esempio, un paziente in psicoterapia che racconti di aver tradito qualcuno che ama, mentendogli, prova durante il racconto colpa verso la persona amata, e vergogna di fronte al giudizio negativo che si aspetta formarsi nella mente del terapeuta. E probabile che un terapeuta attento soprattutto alle dinamiche relazionali e motivazionali in cui è personalmente coinvolto durante lo scambio clinico noti soprattutto o soltanto la vergogna del paziente, e intervenga su quella. Un terapeuta portato a esplorare le narrazioni e le dinamiche intrapsichiche del paziente piuttosto che la relazione terapeutica in corso forse noterebbe, di fronte allo stesso racconto, soltanto la colpa. Un clinico che cerchi guida nella TEM noterebbe entrambe le emozioni, contestualizzate in due simultanee rappresentazioni di sé-con-l’altro: quella in corso e che coinvolge il terapeuta (dove affiora la vergogna), e quella con la persona amata e ingannata che il paziente sta rievocando (dove affiora la colpa). Il vantaggio clinico sta nella possibilità di esplorare, nella sequenza che appare più opportuna (di regola, prima la colpa e poi la più paralizzante vergogna), entrambi gli ambiti di esperienza e significato.

Collera

La collera compare normalmente nelle sequenze emozionali tipiche di diversi sistemi motivazionali. Nel sistema di attaccamento essa appare nella forma di protesta contro l’incipiente allontanamento della figura di attaccamento, ed è finalizzata a impedirlo. Nel sistema di accudimento il fine della collera è scoraggiare in modo rapido ed energico la persona che si vuole proteggere dal compiere azioni dannose o pericolose, come segnalato nello scritto di Bowiby (1984) di cui il capitolo 3 ha offerto una sintesi. La collera appare nel sistema agonistico durante le prime fasi della contesa per il rango, e si manifesta come aggressività ritualizzata il cui scopo è ottenere la resa dell’an-

tagonista senza danneggiarlo seriamente (vedi i capitoli 1e 3). Una

forma primordiale e violenta di collera accompagna la fase di attacco del sistema di difesa per la sopravvivenza, dove l’aggressività non è ri-tualizzata ma volta a danneggiare o uccidere. E importante ricordare che l’aggressività, altrettanto distruttiva, del sistema predatorio non è accompagnata da collera (vedi capitolo 3). Infine, stati mentali e condotte alla cui genesi contribuiscono i sistemi motivazionali di ordine superiore, inducendo modificazioni nella collera e nell’aggressività che caratterizzano le operazioni di sistemi più arcaici, sono la gelosia, l’invidia e il sarcasmo.

La causa più frequente di manifestazioni abnormi per intensità e durata della collera eterodiretta è certamente il deficit, transitorio e contesto-dipendente ovvero più stabile, della funzione regolatrice esercitata dai sistemi motivazionali di ordine superiore su quelli evoluzionisticamente più antichi. Tale deficit può conseguire a variabili genetiche e temperamentali, ma probabilmente è più spesso conseguente a tensioni dinamiche abnormi fra sistemi motivazionali come quelle fra attaccamento e ditesa per la sopravvivenza che caratterizzano l’attaccamento disorganizzato (capitolo 3; Liotti, 2014a).

Più complessa è la genesi della collera rivolta verso se stessi. Per rivolgere verso di sé collera e aggressività, è anzitutto necessario che esista la capacità di un dialogo interiore a sostegno della coscienza di sé estesa nel tempo (Damasio, 2010), ovvero a sostegno della descrizione narrativa dell’identità personale. Secondo la TEM, in assenza di tale capacità (che ovviamente manca negli animali e non è sviluppata nei piccoli umani fino al terzo anno di vita) collera e aggressività so-no, per regola di adattamento darwiniano, sempre eterodirette. Data l’esistenza della capacità di dialogo interiore, particolari contesi interpersonali e specifici processi mentali devono intervenire nel corso dello sviluppo della personalità perché collera e aggressività possano essere rivolte verso di sé, rompendo la regola evoluzionistica che le vuole eterodirette. Alcune ipotesi sui contesti interpersonali e sui processi mentali capaci di dirigere su di sé collera e aggressività sono stare discusse nella parte finale del capitolo 3 (pp. 85-86).

COMMENTO

Liotti era un bowlbiano convinto e aveva in mente, pensando alla clinica, la Teoria dell’Attaccamento, sapeva di come i bambini esprimono emozioni a partire da “mandati” evoluzionistici, pre-cognitivi, assolutamente innati. Una parte del suo lavoro è stata incentrata sul comprendere come questi mandati si attivano e funzionano nel rapporto di un paziente con il suo terapeuta, o all’interno della vita di un bambino che poi diventa uomo. Pressoché tutti i comportamenti di un bambino possono essere letti a partire dalla lente “sistemi motivazionali”: i problemi insorgono quando questi mandati non trovano “soddisfazione“, o non sono “attivabili”.

Un noto test proiettivo riguardante i bambini in età prescolare, l’MCAST, permette di simulare delle situazioni critiche per osservare quanto e in che modo il bambino attivi i suoi sistemi motivazionali (in particolare il sistema di attaccamento), e come questi trovino il loro compimento.

Nella vita di un adulto, di fronte a situazioni di minaccia, o in altri numerosi frangenti, i Sistemi Motivazionali si attivano e cercano una loro meta: le emozioni ci raccontano di come questa “traiettoria”, questa teleologia, si sviluppi e trovi una sua chiusura.

La cosa importante da tenere in considerazione è che molte delle emozioni portate da un paziente durante una psicoterapia, possono essere rilette a partire da questa prospettiva.
Come sottolinea Liotti, per esempio, un attacco di panico o una forte ansia a riguardo del corpo potrebbero essere riletti come un sistema di attaccamento attivato che non trova un suo compimento (avevamo qui scritto a proposito di una lettura del panico come ansia da separazione estrema, di fronte a una minaccia di “rottura di un attaccamento”): non sarebbe tanto il problema in sé l’oggetto della minaccia, quanto il terrore relativo al percepirsi -in questo- isolati (cito testualmente Liotti: “Per esempio l’ansia da separazione, sintomo caratteristico di disturbi agorafobici e claustrofobici, è spesso riconducibile alla percezione cosciente o inconscia di un ostacolo al raggiungimento della meta del sistema di attaccamento (la vicinanza protettiva a una fonte di aiuto e conforto quando, per qualsiasi motivo, ci si senta vulnerabili e soli: Bowlby, 1972). L’ansia da separazione andrebbe allora considerata, con maggiore precisione, come paura dell’inaccessibilità o della perdita delle figure di attaccamento, e come paura della solitudine”). Il passaggio è abbastanza importante, perché sposta l’attenzione dal sintomo a qualcosa di più relazionale e primevo, elemento causale che spesso viene facilmente accettato e riconosciuto dal paziente come plausibile e “naturale”. Inoltre ci fa riflettere su quanto gli aspetti relazionali, in clinica e fuori da essa, rappresentino un elemento centrale: non sarebbe tanto cosa dice una terapeuta a una suo paziente a fare la differenza, ma come risponda alle richieste implicite messe in atto dal paziente a livello dei sistemi motivazionali, quanto il terapeuta sappia rispondere a un sistema di attaccamento attivato in un paziente spaventato, quanto sappia porsi in modo cooperativo in altri frangenti, etc.

Su quest’ultimo punto convergono d’altronde molti filoni di studi in ambito psicoanalitico, il che ci racconta -ancora una volta-  di come Liotti abbia saputo integrare in sé visioni diverse, approcci teorici differenti, sempre più convergenti, alla ricerca di un “denominatore comune” in psicoterapia.

Su Liotti abbiamo qui tentato una sintesi del suo “modello di lavoro”.

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Article by admin / Psicoterapia e psicoanalisi / interviste

4 November 2024

Una buona (e completa) introduzione a Jung e allo junghismo. Intervista ad Andrea Graglia

di POPMed

Abbiamo registrato un’approfondita intervista sui temi dello junghismo con Andrea Graglia, psicoanalista junghiano di Torino.

É qui raggiungibile (riservata agli iscritti POPMed).

Andrea si occupa attivamente di divulgazione a riguardo dei temi dello junghismo, per esempio sul suo profilo Facebook.

Le domande che gli abbiamo posto sono state incentrate su diversi aspetti del pensiero junghiano: dalla sua visione dell’inconscio, sia personale che collettivo, ai complessi, agli archetipi e alla figura dell’Ombra. Ci siamo soffermati anche sulla rottura con Freud, analizzando le cause di questa separazione, e abbiamo esplorato i concetti di maschile e femminile, il ruolo dei sogni nella psicoterapia junghiana, e l’utilizzo del sand-play e dell’immaginazione attiva.

Jung ha raccolto, nel corso della sua vita e della sua carriera, e forse ancor più dopo la sua scomparsa, una sterminata compagine di proseliti, studiosi, interessati e psicoterapeuti, vista la ricchezza del suo pensiero, la fecondità delle domande che ci ha posto, l’inesauribilità dei suoi scritti.

Alla fine di questa lunga chiacchierata, Andrea ci ha fornito diversi spunti di approfondimento, che riportiamo qui di seguito; alleghiamo anche il video su Youtube che ha citato nell’intervista.

Per approfondire:

  1. La bellissima autobiografia di Jung, dettata alla sua fidata collaboratrice Aniela Jaffè
  2. Tra i suoi scritti, meritano particolare attenzione le sbobinature de suoi seminari (per es. i seminari sulle visioni e sull’analisi dei sogni)
  3. A proposito del concetto di ombra, i lavori di Marie Louise Von Franz (in particolare L’ombra e il male nella fiaba)
  4. Gli scritti di James Hillman, il più “eretico” degli junghiani
  5. Questo volume di Neumann
  6. infine, questo documentario (con il contributo di Daniele Ribola):

Buon ascolto!

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1 July 2024

Intervista a Francesca Belgiojoso: le fotografie in psicoterapia

di redazione POPMed

Abbiamo intervistato Francesca Belgiojoso, psicoanalista, a proposito dell’utilizzo dello strumento “fotografia” in ambito clinico.

Francesca ha svolto un periodo di formazione con Judy Weiser (di cui avevamo qui scritto in modo più esteso), e si occupa attivamente di formazione sul tema, sia in Italia che all’estero. Utilizza inoltre abitualmente la fotografia nel lavoro dal vivo e online: per queste ragioni ci è sembrato utile e interessante intervistarla.

La fotografia è un dispositivo che lo psicoterapeuta può utilizzare in differenti modi: come approfondisce la Belgiojoso in questa puntata di POPMed Talks, una delle modalità più utilizzate consiste nel chiedere al o alla paziente di scegliere alcune fotografie che abbiano per lui/lei un certo grado di salienza affettiva, un “punctum” che sappia triggerarlo/a per via di un impatto emotivo, e aiutarlo/a nel contesto della terapia a creare un contesto e una cornice di significato a quella stessa fotografia.

Una fotografia contiene molti elementi evocativi, dal contesto alla posa dei personaggi in essa contenuti, al panorama sullo sfondo, al momento in cui fu scattata, all’epoca in cui fu scattata, all’espressione degli individui ritratti, alla storia della fotografia stessa (chi la conserva? in che formato è stampata?).

Usare le fotografie internamente al lavoro di psicoterapia può rappresentare un valido strumento per complessificare gli argomenti affrontati con il/la terapeuta, per spingere a riflessioni ulteriori.

[continua su POPMed]

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10 June 2024

KNOT GARDEN (A CURA DEL CENTRO VENETO DI PSICOANALISI)

di Raffaele Avico

Riportiamo di seguito un estratto da un PDF in free download erogato dal Centro Veneto di Psicoanalisi.

Il Centro Veneto di Psicoanalisi da un po’ di tempo pubblica degli Ebook chiamati “Knot Garden”.

Il nome Knot Garden evoca una tipologia di giardino inglese, caratterizzato da molti sentieri tra di loro intersecati:

“Viaggiando per la Gran Bretagna si possono visitare alcuni knot (nodo) garden ricostruiti sulla base di disegni ed antecedenti di epoca elisabettiana. Si tratta di piccoli giardini costruiti in modo da poter essere percorsi in modo continuo in innumerevoli catene di vie: specie di labirinti senza un unico punto d’arrivo; intrecci di sentieri tra basse aiuole che possono essere percorsi senza mai perdere di vista l’insieme delle altre possibili strade”.

Il Centro Veneto di Psicoanalisi ha da anni avviato la pubblicazione di questi free ebook di pregevole fattura, e ricchi nei contenuti. In precedenza aveva pubblicato un lungo approfondimento su Melanie Klein, reperibile qui.

L’ultima loro fatica esplora il mondo della musica, comprese le tendenze più recenti, in rapporto al mondo dell’adolescenza e alle sue metamorfosi identitarie, spesso dolorose. Lo si può scaricare qui. Di seguito ne pubblichiamo un estratto a proposito della poetica dei Nirvana e di Kurt Cobain, suicidatosi 30 anni fa.

[..]

Rock e brandelli di sé

Faccio ora un salto in avanti di una quindicina d’anni, per parlare di due opere prime di gruppi che hanno fatto la storia degli anni Novanta, i Nirvana e i Cranberries, e dei loro leader, Kurt Cobain, morto suicida a ventisette anni, e Dolores O’Riordan, annegata a quarantasette anni in una vasca piena d’acqua, sola e ubriaca in una stanza d’albergo londinese.

Sono anni di grande fermento musicale: la nascita del grunge offre una nuova via identitaria al rock e, al contempo, molte cantanti si affermano grazie alla loro voce e alla loro capacità compositive; Kurt Cobain e Dolores O’Riordan sono i massimi esponenti di questi due fenomeni del mondo rock.

Nella loro storia di vita l’arte è un tentativo di prendersi cura di sé, di cercare in essa e nell’ascolto offerto dai fans un vello d’oro che possa alleviare il dolore causato dalle ferite traumatiche.

Bleach, il disco d’esordio dei Nirvana, raccoglie nella sequenza dei brani lo spirito degli adolescenti di quegli anni, attraverso quella distruttività e quella rabbia che sono l’essenza del grunge; ma la passione e il coinvolgimento che Cobain mette in ogni brano è il tentativo di “ricucire i brandelli di un sé” (Spagnolo e Northoff, 2022, 96) fragile che non reggerà il peso della vita e la pressione futura dello show business. Un giro di basso oscuro e claustrofobico apre l’album e Blew, una canzone abrasiva dove il sofferto cantato di Cobain, magistralmente supportato da un sound cupo e distorto, offre un’immediata risonanza musicale-affettiva del giovane cantante e dei suoi dolori, radicati nella traumatica separazione dei genitori e in un’adolescenza caratterizzata dallo sviluppo di gravi e persistenti dolori di stomaco – di probabile origine psicosomatica – e abuso di sostanze, in una realtà di provincia che generava il senso claustrofobico che pervade non solo questa canzone ma tutta la breve discografia dei Nirvana.

Kurt Cobain e tutto il movimento grunge esprimono il senso di disillusione, cinismo e rabbia della cosiddetta generazione X, quella dei figli dei figli dei fiori ma, a mio parere, questo non è sufficiente a spiegare la forza espressiva della loro musica, a partire da Bleach, un disco che è il tentativo di prendersi cura di sé attraverso l’arte, recuperando “qualche elemento traumatico in modo da poterlo assimilare in una struttura rappresentazionale e simbolica più evoluta. Ma se la struttura del sé è sfilacciata dalle troppe discontinuità vissute nel corso dell’esistenza, questo movimento di recupero fallisce continuamente” (Spagnolo e Northoff, 2022, 100). Assimilare il trauma in una rappresentazione: questo è stato il tentativo di artisti come Jim Morrison e Kurt Cobain e di molte altre rockstar morte troppo presto o all’apice del successo, troppo fragili come personalità per poter elaborare i traumi attraverso il solo processo di rappresentazione. Cobain utilizzò nel corso degli anni dell’adolescenza la scrittura e il disegno nel tentativo di contenere e dare una forma al suo malessere: in questi diari, scannerizzati e pubblicati nel 2003, caratterizzati da una modalità stream of consciousness – come si può vedere nell’immagine riportata qui sotto – si trovano anche le prime bozze dei testi di alcune canzoni che verranno messe in musica e pubblicate in seguito: la musica rock, con la compresenza di più forme d’arte (scrittura, musica, canto), viene pensata come uno spazio transizionale più resistente del semplice diario; come uno spazio multidimensionale in cui offrire una forma elaborativa più profonda alla sofferenza.

Nella sua lettera d’addio Kurt scriverà che era dall’età di sette anni che provava odio verso tutti gli umani: a quel periodo risale la separazione dei suoi genitori, vissuta con profonda vergogna e intensa rabbia dal figlio; perché Kurt Cobain “non era una rockstar, era un ragazzo che contro la sua volontà era diventato un simbolo” (Vites, 2022, 85), tentando di trovare quel contenimento affettivo, vissuto e poi perduto in infanzia, attraverso la sua opera creativa.

“Mi è andata bene, molto bene, e ne sono grato, ma da quando ho sette anni, sono diventato pieno di odio verso l’umanità in generale. Solo perché sembra così facile per la gente andare d’accordo. Solo perché amo e mi dispiace troppo per le persone probabilmente. Grazie a tutti dal profondo del mio bruciante nauseato stomaco per le vostre lettere e la preoccupazione negli anni passati. Sono un bambino troppo incostante e lunatico!” (Brano tratto dalla lettera d’addio di Kurt Cobain).


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

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3 June 2024

Costanza Jesurum: un’intervista all’autrice del blog “bei zauberei”, psicoanalista junghiana e scrittrice

di Raffaele Avico

Nel corso di questa nuova puntata di POPMed Talks, intervistiamo Costanza Jesurum del blog “bei zauberei”.

Costanza è una psicoanalista junghiana formatasi nel contenitore dell’AIPA, appassionata di studi di genere, autrice di diversi volumi (raccolti qui).

Le abbiamo chiesto a proposito del suo blog, di come possa essere -il blog- uno strumento in aiuto del lavoro dell* psicoterapeuta, di come “scrivere aiuti a studiare”, e quali teorie psicodinamiche trovasse più utili nel suo operare quotidiano.

[qui l’intervista su POPMed]

 

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8 May 2024

INVITO A BION

di Redazione POPMed

Abbiamo scritto in precedenza su Bion, psicoanalista di provenienza indiana e naturalizzato inglese.

Bion iniziò tardi la sua carriera da psichiatra e psicoanalista: i primi anni lo videro impegnato in altri studi (storia), oltre ad essere caratterizzati dallo scoppio delle due guerre mondiali, che lo psicoanalista conobbe prima da soldato civile, poi da medico militare (e da osservatore attento: risalgono a quegli anni le sue intuizioni sui conosciuti “assunti di base”).

Questo post raccoglie alcuni contenuti che, della teoria di Bion, forniranno alcuni punti fermi, aspetti della sua teoria che non possono essere trascurati. Qui di seguito un brevissimo indice dei contenuti:

  1. PRIMA PARTE: un approfondimento sulla teoria sulla nascita del pensiero di Bion, e spunti dal lavoro di Antonino Ferro
  2. SECONDA PARTE: riportato per intero, un articolo del 1981 (inedito in rete) scritto da Mauro Mancia, uno dei padri della neuropsicoanalisi italiana, che scrisse questo contributo tentando di raccordare gli aspetti teorici bioniani con quello che -al tempo- si sapeva di neuroscienza del sonn

..continua su POPMed.

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9 April 2024

INCONSCIO NON RIMOSSO E MEMORIA IMPLICITA: UNA RECENSIONE

di Raffaele Avico

Questo volume raccoglie molteplici contributi di personalità legate alla neuropsicoanalisi, al mondo della psicoanalisi e delle neuroscienze a proposito del concetto psicoanalitico di inconscio non rimosso.

Vi trovano spazio nomi di assoluto spessore nel panorama attuale, da Solms, padre della moderna neuropsicoanalisi, al nostro Giovanni Liotti, a Clara Mucci, a Mauro Mancia.

Il volume è curato da Giuseppe Craparo (che su questo blog abbiamo già incontrato) e Clara Mucci per la collana sul trauma che dirige lo stesso Craparo, edita da Giunti.

Il concetto di inconscio non rimosso si configura come una sorta di evoluzione, o allargamento del concetto freudiano di inconscio. Muove dal concetto “classico” di inconscio freudiano, per il quale veniva ipotizzata la presenza di un atto di rimozione da parte dell’individuo, per descrivere un territorio della psiche caratterizzato da elementi pre-verbali e pre-simbolici, stratificatosi nei primi anni di vita del bambino, entro una dimensione per lo più interpersonale.

Alcune riflessioni a riguardo:

  1. è indicativo che un libro sull’inconscio non rimosso venga incluso in una collana sul trauma. In effetti, le scoperte più recenti sul trauma convergono con gli studi psicoanalitici inerenti le traumatizzazioni più precoci, neanche arrivate a essere rimosse (essendo, come leggiamo qui, che la rimozioni prevede l’uso del pensiero simbolico e del linguaggio), ma dissociate e depositate in un luogo pre-verbale e pre-psichico o, se vogliamo, entro la memoria “implicita”, incarnata
  2. l’inconscio non rimosso viene concettualizzato in questo volume come un contenitore, un deposito delle memorie relazionali più precoci; non essendo possibile per il bambino rimuoverle attivamente, queste ultime produrranno molteplici conseguenze sullo sviluppo della sua psiche, ri-attivandosi in condizioni peculiari in senso relazionale, nel contesto del transfert con l’analista, o attraverso enactment (ne avevamo scritto qui). É il capitolo scritto da Clara Mucci a fornircene la definizione più chiara; immaginiamo l’inconscio come un deposito, un contenitore; al suo interno, solo una parte dei ricordi sono ricordi rimossi: larga parte del restante spazio psichico, è abitato da memorie relazioni primordiali, precedenti a ogni possibile rimozione
  3. I capitoli scritti da Mauro Mancia e Liotti brillano per particolare semplicità, chiarezza e coerenza. Liotti cita Mancia più volte nel suo lavoro; notevole osservare come i due articoli presenti nel volume arrivino presto a convergere: Liotti riprende Mancia proprio sul concetto di inconscio non rimosso, citandolo più volte. Come sappiamo, e come su questo blog più volte abbiamo osservato, Gianni Liotti sapeva attingere da differenti matrici teoriche per formulare idee originali e geniali a riguardo della psicopatologia: all’interno di questo volume, nel suo capitolo, Liotti integra il concetto di inconscio non rimosso al suo modello sui sistemi motivazionali opposti e contraddittori, tipici di uno “sviluppo traumatico”.
    Sarebbe infatti la compresenza di sistemi motivazionali opposti verso la madre (paura e attaccamento) a generare nel bambino rappresentazioni di sé dissonanti e conflittuali, riproposte -nella vita adulta- all’interno dei rapporti significativi. Liotti appoggia in pieno il concetto di inconscio non rimosso, apportando ad esso alcune puntualizzazioni, e spingendo per un superamento del modello pulsionale inerente la formazione dell’inconscio (l’inconscio non si costituirebbe come un contenitore di fantasie pulsionali inaccettabili, ma -di nuovo- si formerebbe per via di memorie relazionali primarie, introiettate nei primi anni di vita). Liotti era un bowlbiano convinto, e in questo lavoro lo sottolinea un’altra volta
  4. la comunicazione madre-caregiver-bambino, nei primi, anni, è una comunicazione “tra emisferi destri” (ovvero, tra emisferi dominanti); il capitolo di Schore, autore del volume Psicoterapia con l’emisfero destro, rappresenta un aggiornamento sulle scoperte neuroscientifiche più recenti a riguardo proprio della neuroanatomia della vita relazionale precoce, che coinvolgerebbe per lo più struttura sottocorticali dell’emisfero destro, sede fisica di quelle tracce mnestiche implicite, seminali e iniziali, chiamate qui “inconscio non rimosso”. Sulla dominanza dell’emisfero destro, avevamo scritto estesamente qui recensendo “The master and his emissary”
  5. il capitolo di Clara Mucci riprende e dilata il contributo di Schore, e rappresenta il “centro di gravità” del volume, essendo che la Mucci contestualizza il lavoro teorico sull’inconscio non rimosso nella cornice dei paradigmi attuali riguardanti la psicoanalisi, con critiche abbastanza pesanti alla visione freudiana, troppo individualistica e intrapsichica, in favore di un paradigma maggiormente relazionale e in linea con le evidenze più attuali in ambito di psicotraumatologia.
    La Mucci è conosciuta per il suo lavoro sulle ipotesi eziopatogenetiche dei disturbi di personalità più gravi, in particolare è conosciuta per la sua ipotesi psicotraumatologica nella genesi del disturbo borderline. Nel suo capitolo riprende un modello di mente, e di sviluppo della mente, che avevamo già trovato qui riprendendo idee di Janet.
    La patogenesi dei disturbi di personalità più gravi, sarebbe cioè da rintracciarsi nella fase pre-verbale, pre-cognitiva dello sviluppo del bambino, non ancora in grado di “rimuovere attivamente” i contenuti traumatici dalla sua coscienza. Come prima anticipato, il contenitore dell’inconscio sarebbe formato solo in parte dai contenuti rimossi: una larga parte dei suoi elementi costitutivi, sarebbe rappresentata dai contenuti “non rimossi” e implicitamente memorizzati nelle prime, fondamentali fasi dello sviluppo. La stessa pulsione di morte, la Mucci propone, sarebbe da attribuire a introiezioni problematiche di oggetti interni persecutori, una spinta insomma figlia di elementi relazionali inter-psicologici; sarebbe incorretto, seguendo Freud, attribuirla a una spinta “innata”. Inoltre, la Mucci evidenzia un oscurantismo freudiano a proposito del fenomeno clinico della dissociazione, sviluppato come sappiamo da Janet in parallelo a Freud, e poi da altri pionieri del trauma, come Ferenczi.
  6. nel suo capitolo, Craparo distingue in maniera fruttuosa i concetti di acting out da quello di enactment: quest’ultimi sarebbero da imputare a un processo di evacuazione di materiale non rimosso, ad una riattualizzazione in chiave relazionale/intersoggettiva di modalità interpersonali racchiuse -di nuovo- nel “contenitore” dell’inconscio non rimosso.

Per concludere, troviamo nel concetto di inconscio non rimosso un punto di congiunzione, e di saldatura, tra differenti approcci.

Le teorie di Liotti sull’attaccamento disorganizzato e la creazione di rappresentazioni dissonanti di sé, i molti studi sulle esperienze avverse infantili e la patogenesi della dissociazione, il concetto di scissione in età precoce raccontato dagli analisti: tutte queste formulazioni teoriche convergono in questo volume presentandoci l’immagine di un “terreno” psichico entro cui, precocemente, si crearono le prime -implicite- memorie relazionali, in grado di influenzare in modo radicale il successivo sviluppo della mente dell’individuo.

Come osserviamo, Giovanni Liotti ancora una volta si dimostra in grado di incarnare questa integrazione nelle sue formulazioni teoriche, portando la teoria dell’attaccamento e la teoria dei sistemi motivazionali interpersonali (innati) a completamento delle concettualizzazioni psicoanalitiche inerenti la nascita (intersoggettiva) del pensiero. Viene qui illuminata inoltre una concezione dell’inconscio solamente, intrinsecamente interpersonale, post-freudiana, evoluzionisticamente giustificata, svuotata dei suoi aspetti scabrosi inerenti le pulsioni sessuali, “moralmente” bonificata.

Infine, possiamo con questo volume osservare come l’interpsichico preceda l’intrapsichico: sarebbero le relazioni interpersonali a creare il sostrato di memorie implicite che determinerebbero la nostra vita adulta, le nostre scelte relazionali, i nostri transfert e i nostri enactment; l’inconscio stesso sarebbe un contenitore delle memorie implicite più antiche, e -in linea con la letteratura psicotraumatologica- l’ambiente di sviluppo avrebbe finalmente riacquistato una posizione centrale nella sviluppo della mente, con il bambino impegnato ad adattarsi ad esso, spinto da motivazioni innate interpersonali, impegnato nell’eseguire “adattamenti acrobatici” quando lo stesso ambiente fosse problematico, o traumatico.

Qui le altre recensioni presenti su questo blog.

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Article by admin / Psicoterapia e psicoanalisi

21 March 2024

La teoria del ‘personaggio’ nell’opera di Antonino Ferro

di Raffaele Avico

Antonino Ferro è uno dei pochi psicoanalisti che in Italia hanno sviluppato e approfondito una teoria del personaggio che sia funzionale in modo diretto all’ambito clinico.

I personaggi che cita Ferro, come si vedrà, hanno il compito di esemplificare attraverso il loro modo di essere situazioni emotive confuse (come quando per esplicitare un clima molto teso in seduta immagina alcuni cowboys in un saloon), oppure possono essere considerati come proiezioni di oggetti interni che descrivono ciò che il paziente sente emotivamente durante la seduta.

L’utilizzo del personaggio occupa buona parte della teoria elaborata da Ferro; nelle sue opere emerge l’importanza attribuita a questo strumento teorico: si ha l’impressione che l’intera impostazione dell’analisi venga largamente influenzata e indirizzata dal fattore personaggi.

Il tema dell’utilizzo del personaggio viene qui ripreso a partire da come essi furono pensati dalle origini della psicoanalisi, cioè da Freud in poi.

Successivamente l’attenzione si focalizza sulle modalità con cui Ferro considera il personaggio all’interno del campo d’analisi; al termine di questa lettura vengono proposti cenni di esempi clinici, per illustrare in pratica la funzionalità di questo strumento terapeutico.

Tracce storiche riguardo all’utilizzo del personaggio

La psicoanalisi ha per lungo tempo evitato di occuparsi dell’utilizzo del personaggio in ambito clinico.

Nella teoria di Antonino Ferro, come si è visto, è spesso sottolineato quanto l’ambito della narratologia e quello della psicoanalisi siano legati dall’utilizzo di strumenti clinici comuni, come le storie terapeutiche, la metafora o appunto il personaggio.

La narratologia ha compiuto un percorso relativo al personaggio legato allo studio della fiaba e della favola: è stata progressivamente sottolineata l’importanza del “ruolo” del personaggio e della sua “funzione” all’interno dell’intreccio narrativo.

In ambito clinico il personaggio assume peculiare importanza già dagli inizi – per esempio nelle opere di Freud – , ma è considerato in modo molto differente da come viene attualmente teorizzato: con il maturare delle teorie psicoanalitiche, infatti, assumerà molteplici sfaccettature e significati differenti.

Nella teoria di Antonino Ferro viene analizzata l’evoluzione dell’utilizzo del personaggio in psicoanalisi: l’Autore propone tre principali “tappe” di questo percorso (Ferro stesso sottolinea che in realtà una distinzione così netta sia da considerarsi artificiosa, anche se utile); le tre fasi proposte da Ferro sono:

  • modello freudiano
  • modello kleiniano
  • modello relazionale insaturo.

Il modello freudiano

Ferro descrive la modalità con cui storicamente il padre della psicoanalisi considerava i personaggi che prendevano vita durante la seduta psicoanalitica.

La tecnica terapeutica degli inizi era orientata principalmente sulla necessità, da parte dell’analista, di ricostruire e portare al ricordo del paziente una serie di situazioni traumatiche che erano state rimosse. Il terapeuta si presentava quindi come una sorta di archeologo con il compito di analizzare il materiale rimosso affiorato a livello dell’Io (la nevrosi per Freud era da collocare nell’affiorare indistinto e confuso del materiale rimosso a livello dell’Io).

Nella teoria di Freud, all’interno del racconto portato dal paziente, i personaggi emersi dovevano essere considerati come “nodi in una rete di rapporti storici”, cioè erano funzionali all’analisi delle dinamiche interpersonali passate del paziente.

Si vede quindi come in quest’ottica essi assumano la valenza di persone reali con cui il paziente ha avuto un qualche rapporto in passato.

Il personaggio da questo punto di vista è come una “persona viva” a cui vanno attribuiti tratti psicologici e caratteriali ben definiti.

Ferro fa notare inoltre che questo tipo di approccio “fortemente realistico” si inserisca nella tendenza narratologica dell’epoca secondo cui il personaggio era da considerarsi come detentore di un’esistenza propria nella fabula (in questa visione la narrazione e i suoi personaggi riproducono in modo fedele la realtà).

L’analista (Freud) deve quindi ricondurre tutti i personaggi che nascono dal contesto terapeutico alla realtà passata del paziente. Ferro cita il caso clinico dell’Uomo dei lupi, in cui Freud riconduce i personaggi/lupo osservati in sogno alla scena primaria vissuta molti anni prima dal piccolo paziente. Si vede quindi come l’approccio freudiano debba ricondurre tutti i personaggi (compresi quelli del sogno) a persone reali coinvolte in avvenimenti accaduti nel passato.

A proposito del sogno, Ferro sottolinea che

“Il traguardo ermeneutico è raggiunto quando il personaggio diventa, a tutti gli effetti, persona: quando cioè cade la finzione narrativa e il re, finalmente, come nella fiaba, appare nudo” (Ferro A., 1999, p. 99).

Se nel sogno compaiono dei personaggi, essi devono essere considerati come finzioni narrative, e necessitano dell’interpretazione dell’analista per “spogliarsi”, riprendendo così il loro statuto reale, storico.

Ferro propone una riformulazione della definizione di modello freudiano: parla di modello a forte impronta realistica delle comunicazioni (ibidem, p. 101).

Una riflessione interessante è fatta dall’Autore in proposito alla natura del personaggio, che da antropomorfo passa lentamente – in narratologia come in psicoanalisi – ad assumere forme differenti: può diventare “qualsiasi elemento figuratizzativo a livello superficiale che si pone come unità sintattica profonda” (ibidem, p. 101).

Naturalmente un personaggio non antropomorfo verrebbe ricondotto nella prospettiva di Freud ad una persona in carne ed ossa esistita nella realtà storica del paziente.

Il modello kleiniano

Il secondo modello a cui Ferro fa riferimento, riguardo l’utilizzo del personaggio, è quello da lui stesso definito kleiniano.

In questa visione il personaggio che entra in seduta appartiene al mondo interno del paziente, e lì deve essere ricondotto.

Questo tipo di concezione del personaggio si riferisce come è intuibile all’approccio terapeutico adottato da Melanie Klein a riguardo all’introiezione di oggetti “buoni” o “cattivi” a partire dalle relazioni esterne. Qui le problematiche del paziente sono da analizzare a livello di oggetti interni introiettati, che “appaiono” esteriormente attraverso proiezioni difensive.

Questo aspetto della teoria della Klein si traduce in termini di teoria del personaggio nel senso che essi devono essere considerati in realtà come dei “doppi da ricondurre all’unità”, cioè proiezioni di vissuti emotivi interni.

Questa seconda modalità di concepire il personaggio in seduta, originata da una ripresa della teoria kleiniana, trova il suo corrispettivo in narratologia nelle opere attinenti al tema del doppio o dell’alter ego (Ferro cita l’interesse per la dimensione dell’ombra nella fiaba di Andersen, il Sosia di Dostoevskij o il Clandestino di Conrad).

Nell’ambito della psicoanalisi è chiaro come considerando il personaggio un oggetto interno al paziente (o anche all’analista, se si considera il campo come prodotto da entrambi), emerga la necessità di creare un codice comunicativo più generalizzabile (Ferro, 1997).

Il personaggio comincia ad essere considerato come possibile strumento comunicativo nel campo d’analisi.

Se si considera il primo modello, freudiano, e il secondo, kleiniano, i personaggi possono essere definiti come rispettivamente referenziali e commutatori.

Queste due definizioni si trovano nell’opera di Hamon (1972), anche se sviluppate in ambito narratologico: i personaggi pensati da Freud sarebbero referenziali in quanto appartenenti al mito e alla storia e dotati di un coefficiente di realtà assai elevato; quelli kleiniani invece commutatori in quanto spie dell’autore e delle sue idee (in questo caso l’autore del personaggio sarebbe in analisi il paziente stesso).

Ferro ridefinisce il termine approccio kleiniano, e parla di modello a forte impronte fantasmatica focalizzata sul mondo interno del paziente (Ferro, 1999).

Compito dell’analista sarà quello di tradurre le fantasie inconsce, poiché i personaggi ad esse rimandano, e non di costruire una storia in cui questi siano nodi relazionali o cause scatenanti di conflitti.

Il modello relazionale insaturo

Ferro rintraccia le origini storiche di quest’ultimo approccio alla teoria del personaggio nel pensiero di Bion e dei coniugi Baranger.

Nelle teorie di questi autori, ripresi nel loro aspetto più propriamente relazionale, è rilevabile un utilizzo del personaggio come indicatore del funzionamento della relazione emotiva attuale analista – paziente.

Secondo Ferro, Bion e i Baranger prenderebbero in seria considerazione la necessità per la coppia analitica di comunicarsi in tempo reale l’andamento della relazione a livello comunicativo / affettivo.

Da questo punto di vista la natura del personaggio che compare in seduta può essere pensata come una riproduzione “artistica” della relazione.

Ferro fa notare che nel considerare i personaggi come ologrammi affettivi si viene a creare una situazione comunicativa in cui il paziente e soprattutto analista non sono vincolati dalla necessità di interpretare ciò che accade in seduta.

Nella prospettiva freudiana e kleiniana, infatti, il paziente invia un messaggio all’analista che deve interpretare “in direzione della realtà”. A questo obiettivo primario sottostanno necessariamente le altre dinamiche analitiche.

Da questo terzo vertice osservativo, invece, paziente e analista lanciano entrambi dei messaggi relativi alla comunicazione che si risolvono poi nell’emergere in seduta di un personaggio.

Ê quindi una relazione maggiormente paritetica, poiché “sia il paziente che l’analista sono contemporaneamente emittenti e destinatari” (Ferro, 1999, p. 105) del messaggio analitico.

Essi sono in questa prospettiva entrambi “padri” del personaggio che emerge nel campo: è un personaggio

“Privo di un aspetto dato, oggettivo, in quanto viene articolato progressivamente attraverso il reciproco gioco dialogico e proiettivo del paziente e dell’analista” (Ferro A., 1999, p. 106).

Si configura una situazione analitica di cooperazione interpretativa, poiché la storia che si crea nel campo assume molteplici aspetti grazie al continuo alternarsi di personaggi e alla plasticità di questi.

Ferro a questo proposito sottolinea come il testo psicoanalitico sia aperto a infinite negoziazioni di significato e, a differenza di quello letterario che nello svilupparsi perde aperture e possibilità narrative, con il procedere dell’analisi nuovi personaggi entreranno sicuramente in gioco aprendo la strada a nuovi “mondi” possibili.

É interessante la definizione data dall’Autore a questa dinamica letteraria:

“[…[Tanto stimolante quanto delicata, contemporaneamente ricca e precaria, e soprattutto libera dalla necessità di giungere a un traguardo narrativo definitivo” (Ferro A., 1999 p. 108).

Il personaggio è creato a “quattro mani”, e questo gli conferisce maggiore mutevolezza: diviene uno spazio importante di proiezione e allo stesso tempo solidifica la relazione terapeutica, poiché ci si “allea” attraverso il parlare di qualcun altro (o qualcos’altro, nel caso di un personaggio non antropomorfo).

La definizione di approccio relazionale insaturo si riferisce all’impossibilità per analista e paziente di caratterizzare in modo definitivo lo statuto del personaggio, che non diventa mai “reale” o “troppo finito”, ma si trasforma con le dinamiche relazionali della coppia analitica.

Riprendendo una definizione data da Ferro, si può dire che

“Il personaggio diventa fluida fantasmatizzazione di coloriture emotive e affettive, di emergenze orografiche e di onde della geografia trasformazionale del campo” (Bezoari, Ferro, 1990, 1991, Ferro, 1994, 1996, in Ferro A., 1999, p. 109).

Ferro aggiunge che è possibile pensare questa teoria del personaggio, oltre che presente all’interno della relazione analista-paziente, anche all’interno della dinamica di gruppo; in questo caso nel campo gruppale si attiveranno dinamiche psichiche da cui poi prenderanno vita particolari personaggi.

Il personaggio in narrazione e psicoanalisi

Nell’introduzione storica all’utilizzo del personaggio si è visto come la psicoanalisi abbia progressivamente modificato ed esteso il modo di utilizzare in seduta questo strumento teorico narrativo.

Tuttavia lo sviluppo della teoria del personaggio in ambito psicoanalitico è sempre stato in coda a quello delle teorie del personaggio in ambito narrativo-narratologico.

Come si è visto Ferro parla di tre principali tendenze in ambito narratologico: una prima tendenza si riferisce allo studio psicologistico del personaggio, che ha un proprio spessore emotivo.

Un secondo raggruppamento è costituito dagli autori che studiano il personaggio all’interno delle leggi di funzionamento del testo, cioè ne visualizzano la funzione e il ruolo subordinati alla trama. Infine, secondo Ferro, esiste una terza tendenza narratologica che pensa il personaggio come prodotto dell’interazione tra testo e lettore (nel senso che quest’ultimo partecipa alla costruzione e alla “significazione” del testo).

La teoria di Ferro prende necessariamente ispirazione da come viene considerato il personaggio in ambito narratologico.

Può essere utile fare un confronto tra la visione del personaggio nei due diversi ambiti, psicoanalitico e letterario.

Innanzitutto è da sottolineare che il personaggio utilizzato in letteratura assume importanza in base a ciò che fa: sono vincolanti per costruire il romanzo le azioni dei personaggi. In psicoanalisi invece il paziente parla di personaggi che si muovono, ma il terapeuta considererà fondamentali più che altro le motivazioni che stanno alla base di queste dinamiche narrative. É più importante svelare ciò che sta dietro all’azione, in modo poi da leggere il romanzo storico sotto una luce differente.

Un fattore che differenzia ulteriormente i due ambiti è il fatto che le vicende in cui si muovono i personaggi letterari hanno schemi mutevoli e ruoli che si modellano a seconda delle esigenze narrative.

Nell’ambito della psicoanalisi invece è la nevrosi stessa a impedire che i personaggi modifichino il proprio ruolo e assumano funzioni differenti nel contesto narrativo: il testo in seduta si presenta come più rigido e inizialmente immobile poiché “quello psicoanalitico è un racconto che pare non avere soluzioni, e che è in attesa di un senso” (Arigoni. e Barbieri, 1998).

A proposito dei ruoli che intercorrono tra i personaggi nell’ambito psicoanalitico e in quello letterario è possibile trovare una terza e importante differenza rispetto a come si modificano gli schemi narrativi a riguardo.

L’obiettivo primario della psicoanalisi è infatti quello di formulare una nuova gestalt che annulli gli schemi narrativi presenti nel setting, nel senso che deve essere cancellato – in quanto patologico – il modo di pensare al rapporto tra i vari personaggi nel campo.

In ambito letterario invece questi schemi non vogliono essere demoliti e ricostruiti, ma modificati a seconda della trama.

In altre parole, quello fatto in analisi è un intervento più massiccio che riformula i rapporti tra i vari personaggi: essi verranno pensati in un’ottica nuova che permetta al paziente di attribuire un senso alla sua sofferenza. Nell’ambito letterario invece i personaggi e il rapporto tra essi mantengono una plasticità che in ogni caso non può e non deve essere stravolta.

La teoria del personaggio pensata da Antonino Ferro

Antonino Ferro propone una teoria del personaggio che si rifà ai modelli teorici presentati nell’introduzione storica (freudiano, kleiniano e relazionale).

Il personaggio che entra nel campo viene considerato da Ferro come potenzialmente visualizzabile alla luce di tre prospettive: può rimandare al romanzo familiare del paziente, al suo mondo interno o alla relazione attuale analista – paziente.

Il primo approccio fa sì che si possa pensare al personaggio da un vertice storico–referenziale: se una paziente in seduta portasse un vissuto di frustrazione legato all’impossibilità di raggiungere l’orgasmo, per esempio, da questo punto di vista la problematica verrebbe analizzata nel suo aspetto più concreto, cioè legato alla fisicità della coppia e senza rimandi alle dinamiche oggettuali interne. Questo primo approccio rimanda alla teoria freudiana e al suo considerare i personaggi in seduta come nodi relazionali o cause di conflitti interpersonali nel passato del paziente.

Accanto a questa modalità “esterna” di considerare il personaggio in seduta, Ferro colloca il vertice osservativo kleiniano, quello cioè che focalizza l’attenzione sul mondo interno del paziente.

Per riprendere l’esempio di prima, è plausibile pensare che il personaggio “orgasmo con penetrazione” (in questo caso il personaggio non assume natura antropomorfa), rimanderebbe all’aspetto dei “rapporti intimi profondi”, e l’ ”impossibilità di raggiungere l’orgasmo” verrebbe interpretata dall’analista come una difficoltà a provare piacere all’interno di questi ultimi.

Si nota come il problema sessuale esterno possa essere considerato, in questo secondo approccio, interno al paziente, cioè attinente alle sue dinamiche intrapsichiche.

Questa modalità di considerare il personaggio utilizzata da Antonino Ferro rimanda al modello storico kleiniano: il personaggio è una proiezione di un oggetto interno (una madre svalutante potrebbe essere pensata in questa prospettiva come una tendenza svalutante del paziente: una madre in realtà interna, introiettata), così come un conflitto o un problema legato al personaggio è in realtà legato a una problematica psichica profonda.

Ferro sottolinea come questi vertici osservativi debbano essere accostati e posti su uno stesso livello di efficacia clinica: sarebbe irrealistico pensare l’esistenza di un’interpretazione più “vera” di un’altra.

É interessante sottolineare che nel campo entrano anche il paziente e l’analista stessi, come personaggi: “il paziente che racconta” e l’ ”analista che ascolta”, l’ ”analista che si impone” o il “paziente che non accoglie i rimandi”, e così via.

Il terzo vertice osservativo da cui Ferro considera il personaggio è quello relativo alla relazione analista-paziente in seduta.

In questo caso l’Autore sostiene che l’analisi debba essere considerata come una sorte di pieces teatrale ideata a quattro mani dalla coppia analitica, e i personaggi in seduta i protagonisti di questo evento narrativo.

Il personaggio viene inserito all’interno di uno spazio “terzo”, virtuale, che funziona da spazio proiettivo: in base alle proiezioni portate nel campo l’analista potrà ipotizzare l’andamento emotivo della seduta.

Secondo Ferro l’utilizzo del personaggio permette di utilizzare la seduta come un esteso sogno di controtransfert (va ricordato che Ferro, riprendendo Bion, considera l’attività del sogno operativa anche durante la veglia).

Questo significa che la seduta, come un sogno, permette di “rivelare” dinamiche psichiche appartenenti al paziente e proiettate sull’analista e di descrivere il campo in termini emotivo-relazionali. Com’è intuibile la modalità di analisi di questo materiale controtransferale avverrebbe in modo privilegiato attraverso l’analisi dei personaggi.

Si è visto a proposito dell’approccio relazionale (storicamente riferito alle teorie di Bion e dei coniugi Baranger), che i personaggi sono pensati come ologrammi affettivi o nodi sincretici emotivi nel campo. Ferro a queste definizioni aggiunge quella di aggregato funzionale .

Ferro ricorre a questa riformulazione teorica contrapponendola al concetto storico di parte personificata utilizzato dalla Klein, per cui inevitabilmente il personaggio apparterrebbe a solo uno dei membri della coppia analitica. Questa definizione permette di sospendere il giudizio sull’appartenenza all’analista o al paziente del personaggio in seduta.

Si vede quindi come Ferro riprenda i tre approcci teorici storici sulla teoria del personaggio (Freud / Klein / Bion-Baranger).

L’innovazione rispetto al passato è che l’Autore propone di utilizzare insieme i tre approcci così da scegliere di volta in volta, e in base al contesto del campo, come interpretare lo statuto del personaggio.

Prima di intervenire con un’interpretazione – che magari saturerebbe il significato in modo prematuro – è necessario pensare al personaggio come ad un attivatore di significati e storie diverse.

Si vede quindi come la segnalazione di un vettore emotivo relazionale nel campo avvenga attraverso dialetti differenti, ognuno con personaggi diversi al suo interno (può avvenire per esempio attraverso un dialetto legato al “posto di lavoro” o a un “rapporto amoroso” o ancora a una “cronaca di viaggio”, e così via).

Ferro aggiunge ai tre approcci narrativi sopra citati un quarto livello osservativo, che si riferisce appunto a un essere “senza memoria e senza desiderio” (Bion, 1962), cioè un approccio aperto a più letture e combinazioni possibili rispetto al significato del personaggio.

Se questo venisse considerato aprioristicamente come persona reale appartenente al passato, per esempio, si creerebbe una situazione di colonizzazione e saturazione del testo (Ferro, 1996): è necessario aspettare che sia lo stesso paziente, attraverso il suo dialetto, a condurre l’analista verso l’approccio più fecondo per quel determinato frangente analitico.

Ferro sostiene infatti che il non aderire aprioristicamente a un modello interpretativo rende

“[…]Impossibile la decodificazione di un messaggio e possibile solo la costruzione di una storia, che avrà la caratteristica di essere necessaria alle due menti” (Ferro A., 1996 p. 40).

Tutto questo avviene solo se l’analista si pone in un atteggiamento di ascolto ed è disponibile a lasciarsi trasportare dalle emozioni e dalle esigenze relazionali del paziente.

In questo modo i personaggi che quest’ultimo porta nel campo sono lasciati liberi di muoversi e di assumere una forma definita che espliciti il “senso” di cui sono portatori.

Nella seduta assume quindi importanza l’aspetto del silenzio dell’analista, che non è più solamente funzionale all’ascolto e alla comprensione del paziente ma riveste un ruolo importante per la “liberazione” e lo “svelamento” del dialetto del paziente.

Ferro, parlando in prima persona, descrive situazioni analitiche in cui rinuncia all’interpretazione per lasciare spazio al dialetto del paziente: sceglie di tacere.

Il silenzio diventa uno spazio importante anche per la liberazione dei già citati flash visivi, cioè allucinazioni “allo stato nascente” che il paziente porta nel campo in forma pittografica (elementi a non elaborati, per utilizzare i termini di Bion).

Si vede quindi come l’Autore proponga un modello analitico basato sulla non colonizzazione del testo del paziente e sull’ ascolto dell’ascolto (si configura un’analisi controtransferale fatta attraverso i personaggi portati in seduta).

Un’ulteriore definizione data da Ferro al personaggio è legata al concetto di analista come “catalizzatore” di elementi b: da questo punto di vista il personaggio sarebbe una nominazione delle identificazioni proiettive del paziente, quindi uno “sfogo” di elementi b che nel campo vengono metabolizzati o “condensati” in un personaggio, per poi emergere nella seduta.

É possibile pensare che il paziente riversi nel campo una quota di elementi b, che questa venga assimilata dall’analista, e che poi il prodotto di questa dinamica prenda forma visibile e narrabile in seduta.

Se questo processo di assunzione (rêverie in termini bioniani) non avviene in modo proficuo, il campo lo segnalerà attraverso l’entrata in scena di un certo tipo di personaggio.

Il personaggio assume in questo caso la funzione di segnalatore delle fratture della comunicazione, o più spesso comunica quando c’è stata in analisi ciò che Ferro definisce un’ “ipersaturazione” del senso.

Ferro porta molti esempi clinici a riguardo: per esempio racconta di come, a seguito di un suo intervento da egli stesso definito “accademico” e iper-saturante, una paziente di quindici anni avesse portato in scena l’immagine di “un uomo con i baffi che con un grosso bastone colpiva e feriva un cucciolo fino ad ucciderlo”; in questo caso la paziente attraverso il personaggio segnala un’attività interpretativa eccessiva, che genera persecuzione.

Si vede come la funzione del personaggio sia assimilabile per certi aspetti a quella del derivato narrativo; va ricordato che nel campo il personaggio si crea a partire da elementi a allo stato grezzo che assumono una forma; questa è anche la genesi del derivato narrativo.

Esempi di utilizzo del personaggio nella pratica clinica di Ferro

Ferro inserisce nei suoi lavori molteplici casi clinici che illustrano e chiarificano alcuni dei suoi concetti teorici più importanti, come l’importanza di un’interpretazione insatura o appunto l’utilizzo del personaggio.

Nell’articolo apparso sulla «Rivista Italiana di Psicoanalisi» Due autori in cerca di personaggi (1992), Ferro porta un esempio clinico che contiene l’utilizzo di questo strumento clinico da parte dell’analista per superare una situazione di impasse in seduta.

La paziente racconta una storia di vita difficile: ha svolto per molti anni la professione di prostituta d’alto bordo; infine si è sposata, ma vive nel timore che il marito lo abbia fatto per interesse, poiché lei ora è molto ricca e in passato è stata mantenuta da più uomini.

La paziente non riesce inoltre a riconoscere il marito come padre di suo figlio, avuto da una precedente relazione.

Ferro racconta a questo punto di aver portato sulla scena analitica una serie di personaggio legati al mondo di Topolino (il “dialetto” di Topolino): utilizza il personaggio Paperone per l’ “avarizia”, Paperino per le “sfortunate vicissitudini” e i Bassotti per i “temuti furti”; sceglie questo “genere” narrativo per dare un riconoscimento alla parte bambina della paziente, che sembra addormentata (l’utilizzo del personaggio è in questo caso volto a modificare una parte interna).

Insieme alla paziente riscrive poi la storia legata al suo romanzo familiare, cosa che permette a questa di ricordare una serie di situazioni in cui il marito aveva inaspettatamente manifestato interesse per il figlio e per un lavoro comune in una fattoria.

Questo sbloccherà nel tempo la situazione di impasse.

L’Autore racconta di aver messo in discussione nell’ambito di questo caso clinico la teoria per cui “un’analisi è comunque tentabile, purchè vi sia una richiesta”, a causa di forti vissuti di frustrazione.

Col procedere della terapia e l’uscita dall’impasse rileggerà questa sua “tendenza a cambiare modo di vedere” come un’assunzione delle identificazioni proiettive provenienti in realtà dalla paziente.

É da sottolineare che qui è l’analista a mettere in gioco nel campo alcuni personaggi; molto spesso questi emergono da soli o provengono dal paziente. In questo caso il personaggio è utilizzato sia per ricostruire la storia di vita della paziente che per risvegliare un oggetto interno addormentato.

Un cenno tratto da un secondo caso clinico può esemplificare ulteriormente la modalità con cui Ferro utilizza i personaggi: l’Autore propone un’esercitazione interpretativa a partire dal frammento “mia madre non vuole prendere il cane perché ha troppo da lavorare”.

I personaggi sono la “madre”, il “cane” il “troppo lavoro”, la “paziente che racconta”e l’ ”analista a cui è rivolto il racconto”.

Distinguendo i tre approcci presenti nella teoria di Ferro, nel primo modello la “madre” è quella reale esterna, il “cane” quello reale esterno e il “lavorare” si riferisce all’attività professionale della madre. La paziente si lamenta del fatto che sua madre non abbia disponibilità per il cane.

Nel secondo modello (kleiniano) la “madre” e il “cane” potrebbero essere pensati come parti della paziente, immagini interne proiettate: quindi la “madre impegnata” verrebbe considerata come la capacità materna della paziente inadeguata rispetto alle aspettative, e il “cane” come la sua parte più animale. Il “troppo lavoro” sarebbe una modalità di lavorare dell’analista, ritenuta inadeguata agli aspetti più primitivi (il cane).

Infine, prendendo in considerazione il terzo vertice osservativo, la “vignetta” clinica presentata rimanderebbe a un’incapacità da parte dell’analista di farsi carico degli aspetti della relazione più primitivi, cioè legati a emozioni non ancora metabolizzate.

Si vede quindi come a partire dallo stesso testo si possa interpretare utilizzando tre modelli differenti: l’importante per Ferro è che essi vengano considerati come aventi la stessa importanza ed efficacia clinica.

Importante sarà per l’analista riuscire a passare da un modello all’altro senza perdere elasticità ed eclettismo interpretativo, a scapito dei miglioramenti clinici del paziente (Ferro parla di “combinatorie narrative assolutamente esponenziali”).

Un tentativo di mappatura dei personaggi

Ferro propone un pratico espediente clinico per riuscire a visualizzare l’alone semantico delle interpretazioni fatte in seduta dall’analista.

L’Autore propone di assegnare ad ogni personaggio emerso in seduta una tesserina (porta come esempio Il castello dei destini incrociati di I. Calvino, 1973), in modo da rilevare chiaramente il numero e la natura dei personaggi che compaiono nel corso del colloquio.

L’analista dovrà poi assegnare per ogni personaggio/tesserina una striscia di colore differente a seconda che interpreti rifacendosi al primo, al secondo o al terzo modello (quindi interpretando come reale, interno o relazionale il personaggio/tesserina considerato).

Una volta attribuiti a ogni personaggio una tessera e un colore (Ferro suggerisce il rosso per aver interpretato il personaggio come reale, giallo per un oggetto interno e verde per un personaggio relazionale – ologramma affettivo), l’analista potrà farsi un’idea della maggiore o minore presenza di un certo colore, e quindi cogliere tutti i mondi possibili “occlusi”.

Questo consentirebbe una sorta di semaforizzazione delle letture della seduta, un capire come essa è stata “siglata” più frequentemente.

Ferro sottolinea in questo modo la necessità per l’analista di monitorare costantemente la sua stessa attività interpretativa, così da non “fissarsi” troppo a lungo su un solo stile interpretativo.

Tornando all’aspetto “pratico” di questo tentativo di mappatura, Ferro propone di aggiungere per ogni tesserina una S o una I in base alla natura dell’interpretazione, cioè Satura o Insatura.

Attraverso la combinazione di questi tre elementi – cioè la tesserina, il colore e il tipo di interpretazione S/I – , l’Autore sostiene si possa ottenere l’indice di relazionalità del campo, cioè un’immagine chiarificata di quanto paziente e analista effettivamente “comunichino” in seduta.

La sessualità come personaggio

Un aspetto particolare della teoria psicoanalitica di Antonino Ferro si riferisce alla possibilità di considerare la sessualità come un personaggio.

In questo senso le comunicazioni inerenti alle problematiche sessuali vengono considerate nella teoria dell’Autore come “narrazioni dell’accoppiamento tra le menti” (Ferro, 1999).

Ferro si propone di utilizzare le comunicazioni di sessualità come tramite per approfondire il funzionamento della mente umana: sottolinea come nella maggioranza dei casi all’interno della stanza d’analisi vengano portati racconti inerenti alla sessualità (non considerando l’aspetto dei transfert eroticizzati o degli agiti sessuali in seduta).

Sottolinea inoltre come nell’ambito della psicoanalisi la sessualità abbia sempre conservato un posto privilegiato sia per ragioni storiche (a Vienna, negli anni della nascita della psicoanalisi, la sessualità era ciò che veniva più condannato e rimosso), che per ragioni “di setting” (analista e paziente fanno in analisi, utilizzando le parole di Ferro, “solo e continuamente sesso”, nel senso che si rapportano l’uno con l’altro attraverso una modalità di funzionamento ♀♂).

La sessualità viene considerata nella teoria di Ferro come personaggio o articolazione tra personaggi, e può essere pensata come attinente a tre ambiti

  • può riferirsi alla sessualità esterna agìta dal paziente, o a quella infantile (quindi si rifà al “prima “ e all’ ”altrove”)
  • può essere considerata come un aspetto interno al paziente (sessualità reale interna)
  • può essere vista come una narrazione all’interno del campo sul campo: un visualizzare attraverso un racconto sulla sessualità l’andamento emotivo relazionale della coppia analitica.

Ferro riprende quest’ultimo punto di vista e lo approfondisce: parla infatti di una sessualità come incontro tra gli elementi β portati dal paziente e la funzione α contenitiva dell’analista.

Si riferisce quindi alla dinamica ♀♂, cioè al rapporto tra oggetto e contenitore: l’aspetto interessante di questa concettualizzazione è che i personaggi legati alla sessualità che appaiono in seduta sono rinarrazioni di questo funzionamento, cioè rimandano alla gestione dei pensieri da parte dell’analista e alla comunicazione di essi attraverso le oscillazioni PS-D (Ferro, 1999).

Per fare un esempio clinico, Ferro porta come personaggi una vagina asciutta ed un’eiaculazione precoce, che potrebbero rimandare in seduta rispettivamente a una “possibile asciuttezza del campo e quindi a un rapporto doloroso” e ad un’ ”esplicitazione di significati precipitosa che tolga il gusto della condivisione”.


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Psicoterapia e psicoanalisi

27 December 2023

INTRODUZIONE A VIKTOR FRANKL

di Raffaele Avico

Viktor Frankl è stato uno psichiatra austriaco di origine ebraica, internato per più di 3 anni ad Auschwitz. Frankl affrontò gli anni della prigionia con uno spirito da ricercatore, un po’ come il nostrano Primo Levi, con un approccio però più incentrato sugli stati interni dei deportati, come traiamo dalla lettura del suo famoso “Uno psicologo nei lager”.
Frankl, nel riferirsi alla sua logoterapia (una terapia basata sul senso), cita la famosa massima di Nietzsche “Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come”. Negli anni del secondo dopoguerra la logoterapia trovò tantissimi seguaci, ed è ancora oggi viva e vitale (pensiamo all‘Alaef – Associazione di Logoterapia e Analisi Esistenziale Frankliana, qui il sito).
Nel saggio “Uno psicologo nei lager” Frankl descrive la reazione degli individui alle condizioni di vita estreme del campo, traendone importanti conclusioni in termini di psicologia individuale (soprattutto relative alla ricerca e al bisogno di senso e significato, e alla possibilità di trascendere il quotidiano).

L’intelligenza artificiale ci aiuta a elencare i 7 principi fondanti della logoterapia, come segue:

  1. Volontà di significato (Will to Meaning): Il principio fondamentale della logoterapia è che la forza motivante primaria nella vita umana è la ricerca di significato. Frankl afferma che anche nelle circostanze più difficili, gli individui possono trovare un senso e un significato alla propria esistenza.
  2. Libertà di volontà (Freedom of Will): La logoterapia sottolinea la libertà individuale di scelta. Gli individui hanno la capacità di scegliere la propria attitudine nei confronti delle circostanze, anche quando non possono controllare gli eventi stessi.
  3. Volontà di potenza (Will to Power): Frankl non si riferisce al concetto di “volontà di potenza” come una ricerca di dominio sugli altri, ma piuttosto come una spinta interiore a realizzare il proprio potenziale e a perseguire obiettivi significativi nella vita.
  4. La triade noetica (Noetic Triad): Frankl distingue tre dimensioni del significato: il significato creativo (realizzare il proprio potenziale), il significato esperienziale (trarre significato dalle esperienze della vita) e il significato attitudinale (affrontare la sofferenza con una prospettiva positiva).
  5. Sofferenza inevitabile e sofferenza senza significato (Inevitable Suffering and Meaningless Suffering): Frankl riconosce che la sofferenza fa parte della vita, ma sottolinea che anche nella sofferenza più profonda, è possibile trovare significato. La sofferenza diventa insensata solo quando non viene accompagnata dalla ricerca di un significato 
  6. Attitudine nei confronti della sofferenza (Attitude Toward Suffering): Gli individui hanno il potere di scegliere la propria attitudine nei confronti della sofferenza. La logoterapia promuove la resilienza e la crescita personale attraverso la scelta di affrontare le sfide con una prospettiva positiva.
  7. Realizzazione attraverso l’amore e il servizio (Achievement Through Love and Service): La logoterapia sottolinea l’importanza dell’amore e del servizio agli altri come vie significative per realizzare il proprio scopo nella vita.

In questo articolo troviamo altri punti che riguardano la logoterapia: vi si introduce il concetto frankliano di nevrosi noogena, ovvero inerente l’aspetto noetico, derivante “dallo spirito”, cioè dagli aspetti più alti dell’esperienza umana, concernenti il senso e il significato. Frankl, in quanto psichiatra, sembra confrontarsi con problematiche ai limiti dell’esperienza umana, soprattutto quando alcuni fattori contingenti all’uomo nel suo vivere siano spinti agli estremi: come trovare un senso alla propria vita dopo la perdita di 6 figli nelle camere a gas (nel caso di un rabbino seguito come psichiatra dallo stesso Frankl)? Come arrivare a un significato e a un senso di pienezza esistenziale, quando sia soddisfatta ogni pulsione alla sopravvivenza e quando si permanga in una zona di assoluto comfort, evento pressoché quotidiano per ogni cittadino europeo moderno? Frankl risponde consigliando l’auto-trascendenza e il lavoro sul significato; non tutte le sofferenze umane devono essere quindi spiegate in termini di pulsioni da scaricare, o da conflitti difficilmente integrabili: alcune forme di sofferenza deriveranno da un’assenza di tensione al significato, tensione in grado di giovare ad altre “aree di vita” del paziente stesso. Lo stesso Frankl usa il termine noodinamica per indicare quel gioco di spinte inerenti il significato in grado di influenzare l’esperienza dell’individuo.

FRANKL PSICOTERAPEUTA

Frankl diede però anche molti altri spunti alla psicoterapia, prendiamo per esempio questo articolo, scritto a proposito di quella che Frankl chiamò intenzione paradossa, di fatto parente (parliamo di 100 anni fa) delle moderne tecniche controparadossali della psicoterapia strategica nardoniana.

Il principio che sta alla base di questa metodologia psicoterapeutica è più volte chiamato da Nardone “saturazione transmarginale“, che Nardone stesso riferisce essere un principio cardine della psicologia, anche se in effetti non se ne trova traccia in rete. L’idea è che esista un meccanismo di “implosione” delle emozioni, e in particolare della paura patologica, in effetti molto simile a quello che su questo blog abbiamo più volte citato, il modello a dente di sega o a cascata (in riferimento però al trauma), differente però nella sua espressione (dato che nella formulazione di Nardone non vengono citati i sintomi dissociativi, frequenti nel trauma). Dicevamo, il principio che sta alla base di questo esercizio terapeutico, è quello di portare l’espressione di un’emozione a un livello più alto di quanto la sua stessa espressione, di per sé, implichi. Si tratterebbe di autoprescriversi uno stato di sofferenza superiore rispetto a quello che già non si sperimenti, con il fine paradossale di procurare una saturazione e un successivo collasso dell’emozione stessa. Queste tecniche sono chiamate da Nardone e dagli psicoterapeuti strategici “paradossali”, e sono mutuate da vecchi (ma attuali) principi della psicologia aderente alla scuola di Palo Alto (dove usavano appunto la “prescrizione del sintomo”).

Ma: perchè funzionano? Per tre ordini di motivi:

  1. auto-prescriversi un sintomo sposta il paziente dalla posizione di voler controllarlo: si passa da una logica di conflitto, a una logica di scelta. Molti disturbi sono mantenuti in vita dal tentativo che fa il paziente di controllare le emozioni a esso soggiacenti. Pensiamo per esempio al panico. È il tentativo di controllare la paura e le sensazioni corporee a essa connesse, che aumenta la paura stessa, proprio perché stiamo tentando di controllare razionalmente qualcosa che fisiologicamente è alle “dipendenze” del sistema nervoso autonomo, che non risponde alla volontà cosciente dell’individuo. Aumentare di proposito un sintomo, porta il paziente a smettere istantantaneamente di controllarlo, e questo toglie potere al sintomo stesso
  2. auto-evocare il sintomo, porta il paziente a passare attraverso l’oggetto che più teme: parliamo dunque di un atto di esposizione estrema, una sorta di terapia d’urto. Il fatto che questo esercizio di esposizione avvenga nel contesto di un rapporto solido con il terapeuta, entro un protocollo “regolamentato”, crea quello spazio “sicuro” utile al paziente per esporsi. Nelle parole di Robert Frost: “la via d’uscita è attraverso”.
  3. predisporsi al sintomo, auto-evocando scenari di fallimento o di rischio, produce una ristrutturazione cognitiva che permette al paziente di relativizzare il rischio stesso, mettendolo maggiormente in prospettiva, de-assolutizzandolo

Riprendendo l’articolo prima citato, Frankl definisce così l’intenzione paradossa: “Bene, questo è precisamente quello che deve fare l’intenzione paradossa, la quale può essere definita come e un processo dal quale il paziente è incoraggiato a fare o a desiderare le cose di cui egli ha paura (la prima cosa si applica a paziente fobico, la seconda quello ossessivo-compulsivo)”.

Frankl continua citando due ulteriori aspetti correlati al tema dell’interazione paradossa, che in effetti rappresentano due dei punti centrali della logoterapia stessa:

  1. auto-distanziamento, che Frankl definisce come la capacità di prendere distanza dai propri contenuti di pensiero e comportamento, per mezzo  -anche- del senso dello humor
  2. auto-trascendenza, che l’autore definisce come la capacità di trovare uno scopo superiore. Nel suo famoso “uno psicologo nei lager”, Frankl diverse volte cita la possibilità di trascendere dall’esperienza quotidiana, in quel caso rappresentata dal terribile periodo di internamento: il suo scopo divenne quello di testimoniare e di indagare, come -di nuovo- il nostro Primo Levi.

Nel 1947 Frankl propone una visione “strategica” della psicoterapia, assolutamente moderna:

“Tutte le psicoterapie di orientamento psicoanalitico sono principalmente interessate a scoprire le condizioni originarie del «riflesso condizionato », in base al quale è possibile capire anche il tipo di nevrosi e, cioè, la situazione, interna ed esterna, in cui un dato sintomo nevrotico è insorto la prima volta. Chi scrive sostiene, tuttavia, che la nevrosi, ormai giunta a piena maturazione, è causata non soltanto dalle condizioni originarie, ma anche da condizionamenti secondari. Questo rinforzo a sua volta, è causato dal meccanismo di feedback, chiamato ansietà anticipatoria. Perciò, se vogliamo condizionare ulteriormente un riflesso condizionato, dobbiamo scardinare il circolo vizioso formato dall’ansia anticipatoria ed è questo il vero lavoro compiuto dalla nostra tecnica dell’intenzione paradossa.“

Se pensiamo all’origine di un attacco di panico e a come quest’ultimo venga mantenuto vivo e vitale da un processo di feedback, possiamo facilmente comprendere come la sua visione sia di fatto la stessa che oggi viene adottata contro la paura patologica nella scuola di Nardone, come esposto nel video seguente:


NB Sul blog sono presenti alcuni “serpenti di articoli” inerenti disturbi specifici. Dal menù è possibile aggregarli intorno a 4 tematiche: il disturbo ossessivo compulsivo (#DOC), il disturbo di panico (#PANICO), il disturbo da stress post traumatico (#PTSD) e le recensioni di libri (#RECENSIONI)

Article by admin / Psicoterapia e psicoanalisi

6 November 2023

10 ARTICOLI SUL JOURNALING E SUI BENEFICI DELLO SCRIVERE

di redazione POPMed

PREMESSA: Questo articolo è un estratto da POPMed, una newsletter a cadenza bi-settimanale a proposito di psichiatria, psicologia clinica, neuroscienze, avanguardie di ricerca, salute mentale. Il tema è il journaling, ovvero il “tenere un diario”.

Scrivere aiuta la mente a digerire percetti/contenuti complessi (come i traumi), consente di lavorare sulla propria identità, sulla propria storia, aiuta a mettere in fila i pensieri. Rappresenta una pratica virtuosa, ottima da integrare al lavoro di psicoterapia. 

Ma partiamo subito con i 10 consueti “item”. 

Dobbiamo anticipare che questi lavori non vogliono “aggiornare” ma “approfondire”: sono quindi non necessariamente “recenti” o di ultima pubblicazione.

1. Per cominciare con il journaling

Partiamo con un articolo generico riguardante gli effetti mentali e fisici della scrittura “espressiva”. Uno psicoanalista di origine indiana e naturalizzato inglese, Wilfred Bion, parlava di “apparato per pensare i pensieri”, intendendo con questo una funzione della mente utile a “simbolizzare” i percetti sensoriali/emotivi più “grezzi” (che chiamava elementi beta). Partendo da questo spunto teorico (qui maggiormente approfondito), è utile pensare alla scrittura come a uno strumento funzionale a un lavoro di simbolizzazione di elementi emotivi “beta” complessi da digerire, come appunto ricordi traumatici o semplicemente spiacevoli. Questo articolo racconta la storia del paradigma della Scrittura espressiva ideato e divulgato da Pennebaker (che ritroveremo nell’ultimo articolo citato, quello storico), il primo a pensare alla scrittura in questo modo (come strumento di simbolizzazione di eventi problematici). L’articolo esplora la letteratura a riguardo citando i maggiori lavori sulla scrittura espressiva, elencando anche le ipotesi più probabili necessarie a spiegarne il funzionamento (le due più probabili, gli autori concludono, sono il “processamento cognitivo derivato dal narrare” – e quindi mettere in ordine – i percetti/pensieri, e la funzione espositiva dello scrivere). Ottimo per iniziare.

Eccovi l’articolo:

Emotional and physical health benefits of expressive writing

2. Simbolizzare un trauma scrivendone pt.1

Esiste un sotto-filone di studi riguardanti il journaling che tenta di chiarire come la scrittura possa aiutare nelle esperienze traumatiche.
In psicoterapia breve strategica si utilizza il romanzo del trauma come strumento creativo da usare per ri-significare e sgonfiare gli eventi più indigesti in senso psichico. Scrivere può aiutare nel lavoro di esposizione all’evento traumatico (una sorta di EMDR ma in “versione scritta”). Per introdurci al tema “trauma e journaling”, partiamo da questo articolo del 2002.

Eccovi l’articolo:

Journaling about stressful events: Effects of cognitive processing and emotional expression.

3. Simbolizzare un trauma scrivendone pt.2

Sulla scia di questo filone di studi, è stato da poco pubblicato su Jama un lavoro di approfondimento sulla scrittura a proposito del trauma: i ricercatori si sono chiesti se la scrittura espressiva a riguardo degli eventi del trauma fosse paragonabile all’esposizione prolungata, che è una tecnica espositiva specifica per gli stati post-traumatici. In questo articolo, che vale la pena approfondire (qui ne troviamo un commento in lingua inglese), un gruppo di 178 veterani di guerra fu sottoposto a un esperimento di confronto tra le due tipologie di intervento: il gruppo fu “mescolato casualmente” e gli individui divisi e assegnati al gruppo di scrittura espressiva e al gruppo di terapia espositiva prolungata. Partendo dal presupposto che tutti i soggetti partissero da uno stato clinico uniforme, a 10 settimane dall’intervento si osservò come i pazienti sottoposti a scrittura espressiva sembrassero stare meglio come (o addirittura di più di) quelli dell’altro gruppo; inoltre, va considerato che il percorso di scrittura sembrava essere stato molto più rapido e con minori tassi di abbandono. Questo articolo è ottimo per cominciare, per chi fosse interessato, un lavoro di esplorazione della letteratura a riguardo degli “effetti benefici della scrittura sul trauma”. Questo libro potrebbe essere un altro elemento da tenere in considerazione (a proposito del prima citato romanzo del trauma)

Eccovi l’articolo:

Written Exposure Therapy vs Prolonged Exposure Therapy in the Treatment of Posttraumatic Stress Disorder

4. Journaling e meme

Il journaling può prendere diverse forme. Nel contenitore del journaling scritto, che implica l’atto dello scrivere, troviamo due tipologie di journaling principali: il journaling “guidato” e quello a “flusso libero”.
Il “journaling guidato” impiega domande o schemi predefiniti per favorire l’auto-consapevolezza emotiva e personale, mentre il “journaling a flusso libero” permette di scrivere liberamente i pensieri senza una struttura predefinita, favorendo l’espressione spontanea.
Esistono però altre forme di journaling, che troviamo riassunte nell’articolo che qui sotto linkiamo. Gli autori, nel presentare il loro lavoro di ricerca, intendono allargare l’ambito di studio inerente il journaling scritto ad altre forme di espressione (sempre però con una funzione riflessiva, per esempio quello inerente le foto con didascalia, di cui troviamo un approfondimento qui). Questo articolo ipotizza che l’uso dei meme possa essere uno strumento multimediale e interessante da integrare o sostituire al journaling. Molto attuale.

Eccovi l’articolo:

MEMEories: Internet Memes as Means for Daily Journaling

5. Lo specchio di carta

Un articolo interessante e dal titolo suggestivo: il Paper mirror, ovvero un approfondimento sul concetto di reflective journal, un tipo particolare di diario che dovrebbe aiutare a sviluppare la capacità metacognitive, simile per certi versi agli esercizi consigliati da alcuni psicoterapeuti CBT (CESPA).
Si tratta di elaborare un’azione (what), le sue conseguenze (so what) e i suoi sviluppi (what next).

Eccovi l’articolo:

Paper Mirror: Understanding Reflective Journaling

6. Il journaling durante il Covid

Durante la pandemia di COVID-19 fu creato un sito sperimentale chiamato “The Pandemic Project” per aiutare le persone a gestire la situazione emergenziale. Il sito offriva esercizi di scrittura espressiva e journaling, con domande a riguardo di vari aspetti dell’impatto della pandemia sulla salute mentale come la solitudine, i cambiamenti nei rapporti interpersonali e le preoccupazioni economiche. Gli utenti ricevevano feedback tramite e-mail dopo aver completato gli esercizi, molto brevi (5/10 minuti ciascuno). Tra le altre cose, nel board di creazione di questo sito compare proprio Pennebaker, coinvolto in prima persona, e Laura Vergani, una ricercatrice nostrana

Eccovi l’articolo:

Feeling overwhelmed by the Pandemic? Expressive Writing can Help

7. Remember the days: mail e journaling

Un commovente lavoro a proposito dell’implementazione del metodo “Pennebaker” attraverso l’utilizzo della mail, uscito nel 2004. A quel tempo la mail era usata per lo più attraverso computer fissi e rappresentava un modo ufficiale/professionale di comunicare, non essendo ancora stato sdoganato attraverso i primi blackberry (per lo più posseduti da manager progressisti/illuminati/molto ricchi) e infine dagli Iphone a partire dal 2007. Implementare il metodo Pennebaker, gli autori si chiedono in questo lavoro, potrebbe prendere una forma “epistolare” virtuale? Concludono: “Technology will both enable and restrict interactions in new ways.”

Eccovi l’articolo:

Emotional Expression in Cyberspace: Searching for Moderators of the Pennebaker Disclosure Effect via E-Mail

8. Altre applicazioni della scrittura pt.1: lutto

The Conversation riporta un articolo che mette insieme diversi altri lavori a riguardo della scrittura. L’autrice osserva come, a partire da una ricerca sommaria della letteratura inerente il journaling e la scrittura espressiva, possiamo renderci conto di come scrivere possa aiutarci nel diventare più consapevoli sul nostro mondo interno, possa fornirci efficacia, ci possa aiutare nel lutto.
A proposito del journaling relativo al lutto, sempre su The Conversation troviamo un rimando a un articolo scritto dalla stessa autrice (Christina Thatcher) che tuttavia si focalizza sul “lutto causato da droga e de-legittimato”, non esprimibile/espresso, e su come la scrittura possa aiutare nel portarne alla luce l’emotività e il senso. Affascinante osservare come la scrittura (non in termini quindi di “semplice” scrittura di un diario) possa prendere molteplici forme ed essere usata in contesti differenziati.

Eccovi l’articolo:

In Dialogue: How Writing to the Dead and the Living Can Increase Self-Awareness in Those Bereaved by Addiction

9. Altre applicazioni della scrittura pt.2: autobiografia e Duccio Demetrio

Duccio Demetrio si occupa da tempo di autobiografia, filosofia e scrittura espressiva.
Sull’autobiografia ha fondato un movimento e un’università in Toscana, la LUA, Libera Università dell’Autobiografia (qui il sito). Scrivere un’autobiografia richiede un processo di rilettura e di riprocessamento di eventi passati, letti con il senno dell’”oggi”: rappresenta di fatto un lavoro di riconferma e “scrittura” dell’identità stessa, molto simile a quello che un paziente fa in psicoterapia.
La LUA propone corsi di formazione, online e dal vivo, e ha aperto un centro di ricerca a nome Athe Gracci.
Da questo centro ricaviamo l’indicazione per un articolo che raccoglie e riassume il “pensiero narrativo” e la “visione” di Demetrio stesso. Dall’articolo:
“D’altra parte, se l’esercizio autobiografico porta alla scoperta della dignità e dell’autostima di sé, conduce anche a una consapevolezza della “soggettività personale illusoria” nella misura in cui appare legata a una storia, una famiglia e un mondo in cui è immersa. Il soggetto finisce per espandere il proprio giardino per scoprire di far parte di uno più ampio in cui ci sono altri esseri umani. La consapevolezza di appartenere al mondo fa sì che la prima volta in cui ci si guarda sia combinata con una dimenticanza di sé verso gli altri. In questo modo, l’autobiografia inizia con un potenziamento obbligato del soggetto e fluisce paradossalmente nell’apertura agli altri, nell’ascolto delle storie degli altri. Si potrebbe dire che la narrazione dell’alterità viene a dissipare ogni tentazione ingannevole di soddisfazione autobiografica.L’esercizio autobiografico appare quindi nella proposta narrativa di Demetrio come un atto trasformativo, ed è questa la sua connessione radicale con l’educazione. Infatti, su una base educativa, è presente la curiosità che stimola la cura di sé”

Eccovi l’articolo:

The biographical approach of Duccio Demetrio

10. L’inizio di tutto: Pennebaker nel 1986

ARTICOLO STORICO! Il primo articolo di Pennebaker a proposito del journaling, riguardante in particolare il tema del journaling usato per lavorare sugli eventi stressanti. L’inizio del filone di ricerche inerenti il journaling, almeno in ambito di psicologia clinica. Sempre su Pennebaker, si veda questo.

Eccovi l’articolo:

Confronting a traumatic event: Toward an understanding of inhibition and disease.

Scopri POPMed.

Article by admin / Psicoterapia e psicoanalisi

31 March 2023

L’eredità teorica di Giovanni Liotti

di Raffaele Avico

Gianni Liotti è considerato uno dei padri della psicoterapia cognitiva in Italia, insieme a Vittorio Guidano.

Nel suo  “Sviluppi Traumatici” tentò di approfondire la questione relativa alle problematiche post-traumatiche fornendo moltissimi spunti di riflessione e una lettura estremamente plausibile di alcune comuni forme di psicopatologia nel paziente post-traumatico.

Liotti parte dal presentare la diagnosi di PTSDc, ovvero Stress Post Traumatico Complesso, costrutto diagnostico utilizzato per indicare situazioni di stress post traumatico in caso di abusi cumulativi e ripetuti, con le relative ripercussioni in termini psichici.

Lo stress Post Traumatico complesso differisce dal semplice Stress Post Traumatico per la qualità dei traumi subìti dal paziente: non singoli e devastanti traumi, ma traumi relazionali multipli e protratti nel tempo. Liotti porta come esempio lo stile di attaccamento di tipo D (disorganizzato) come ambiente naturale di sviluppo di un PTSDc. Cosa vuol dire, secondo l’autore, sviluppare un PTSDc in ambito di uno stile di attaccamento disorganizzato?
Gli attaccamentologi descrivono lo stile di attaccamento D come disorganizzato/disorganizzante. Questo vuol dire avere a che fare costantemente con uno o più figure di attaccamento imprevedibili o spaventanti verso le quali il bambino impara a rapportarsi in modo confuso e ambivalente, senza mantenere una reale linearità nel comportamento di attaccamento.

Nei famosi esperimenti di Mary Ainsworth relativi alla strange situation, osserviamo come i bambini con un attaccamento insicuro D manifestino verso la figura di attaccamento comportamenti ambivalenti e contraddittori, come spinti da pulsioni opposte (ricerca di attaccamento vs paura).

Crescere in un ambiente traumatico in modo continuativo conduce secondo Liotti a sviluppare un certo tipo di personalità post-traumatica, con tratti peculiari. Quello che riteniamo importante in questa sede approfondire è la questione relativa a quelle che Liotti chiamava strategie di controllo. La questione potrebbe essere sintetizzata, per punti, come segue:

  1. Crescere in ambienti traumatici vuol dire sperimentare profonde delusioni in senso relazionale. Spesso chi cresce in ambienti problematici si trova a vedersi rifiutato/a nei propri slanci di attaccamento: immaginiamo per esempio un bambino che tenti di aggrapparsi al collo della madre vedendosi rifiutato o umiliato in questo bisogno: imparerà a inibire, in sé, questa pulsione, o a manifestarla in particolari circostanze.
  2. I vissuti di umiliazione e i bisogni frustrati porteranno il bambino a evitare tutto ciò che potrebbe ri-attualizzare queste fratture relazionali; l’evitamento diventerà un tratto del carattere, che contrasta con i potenti bisogni di protezione e accudimento
  3. Crescendo, il bambino imparerà a disattivare i comportamenti di attaccamento pur sentendone il bisogno (sono stati a questo proposito effettuati interessanti esperimenti su bambini con atteggiamenti di evitamento, osservando come il bisogno di un contatto relazionale permanga, ma sia osservabile solo attraverso la modificazione di indici corporei come tachicardia, variazione del ritmo del respiro, etc. Questo dimostrerebbe come anche in bambini con uno stile di attaccamento evitante permanga a livello preconscio il bisogno di lanciarsi in movimenti di attaccamento).
  4. Nel corso dello sviluppo, e così come accade nei casi di stress post-traumatico, la gestione della rievocazione delle memorie traumatiche, così come la gestione del rapporto con le figure atte al caregiving, avverrà attraverso la messa in atto di quelle che l’autore chiama strategie di controllo, strategie cioè funzionali a mantenere il controllo (mastery) nel corso dell’attivazione del sistema di attaccamento, che muove emozioni veementi e collegate a vissuti traumatici e di rifiuto.
  5. Le strategie di controllo avvengono per mezzo di una distorsione del normale comportamento di attaccamento da parte del bambino: il bambino diviene eccessivamente accudente verso il genitore (genitorializzazione), o al contrario punitivo/autoritario/tirannico o ancora seduttivo (in senso non sessualizzato) verso la figura di attaccamento. Questo fa sì che non si trovi mai in balia e nella posizione di dipendere dal caregiver.
  6. Crescendo, le strategie controllanti precocemente sviluppate diverranno nei casi migliori tratti di personalità stabili e in qualche modo adattativi. Altre volte invece, quando non ben compensate o mal regolate, troveranno spazio nelle più comuni griglie diagnostiche in senso psicopatologico. A proposito di questo Liotti sottolinea come andrebbero ripensate alcune sindromi in relazione alla messa in atto di queste strategie (per es. un disturbo oppositivo/provocatorio, o quella che potrebbe essere definito un disturbo “isterico” in senso classico, potrebbe essere ripensato attraverso questa lente, cioè la messa in atto di strategie di controllo in un quadro post-traumatico).

Quest’ultimo punto è particolarmente degno di nota e rappresenta un punto di novità rispetto alla comune considerazione della psicopatologia.

Secondo Liotti cioè la presenza di un disturbo post-traumatico è grandemente sottovalutata e andrebbe ricercata nella storia di qualunque paziente arrivi all’ascolto di uno psicoterapeuta/psichiatra. Se si sospetta la presenza di un PTSDc, andrà indagata la presenza di strategie controllanti nello stile di attaccamento del paziente e nella gestione della sua emotività.

Per esempio, quando arrivi in seduta un paziente con un disturbo simil-depressivo, è utile cercare di capire se dietro questo disturbo primario non si nasconda un disturbo post-traumatico originario a cui il paziente, nel tempo, abbia imparato ad adattarsi attraverso al messa in atto di strategie di controllo. Quella che Janet aveva definito “stanchezza mentale” o “declino post-traumatico”, è spesso riscontrabile nei casi di stress post-traumatico cronico precipitato in una forma simil-depressiva, quello che in tempi non lontani dal nostro veniva chiamata –non a caso- “esaurimento nervoso”.

L’importanza del lavoro di Liotti è quindi quello di aver spinto sulla messa in discussione delle procedure consuete di diagnosi. Occorre quindi indagare se al di là dei sintomi eclatanti portati dal paziente non esista un disturbo primevo con caratteristiche di stress post-traumatico. Vivere uno stress post-traumatico significa d’altronde incorrere in una serie di sintomi fisici non indifferenti (come vampate di iper-arousal, sudorazione sregolata, etc.) e spesso in disturbi inerenti la qualità del sonno, che minano quella che è stata genericamente definita “forza dell’Io” e conducono a un generale senso di impotenza e debolezza psicologica.

Abbiamo su questo blog pubblicato in precedenza alcuni approfondimenti sul lavoro di Liotti:

  1. LE TEORIE BOTTOM-UP NELLA PSICOTERAPIA DEL POST-TRAUMA (di Antonio Onofri e Giovanni Liotti)
  2. PSICOPATIA E AGGRESSIVITÀ PREDATORIA, LA VERSIONE DI GIOVANNI LIOTTI (da “L’evoluzione delle emozioni e dei Sistemi Motivazionali”, 2017)
  3. IN MORTE DI GIOVANNI LIOTTI
  4. Qui un audio (puntata podcast) sul modello Liottiano

Qui di seguito invece riportiamo un estratto da un articolo di Camilla Marzocchi (AISTED) su un libro recentissimo pubblicato sul lavoro di Liotti.

Recensione: “Conversazioni con Giovanni Liotti su Trauma e Dissociazione“, a cura di Cristiano Ardovini, Cecilia La Rosa, Antonio Onofri (Edizioni ApertaMenteWeb 2023)

di Camilla Marzocchi, Consigliera AISTED

Ultimo arrivato nella nostra Bibliografia Essenziale di Psicotraumatologia, “Conversazioni con Giovanni Liotti su trauma e dissociazione” risulta un dono speciale per tutti i terapeuti esperti o che vogliano avvicinarsi alla psicotraumatologia, un dono perché gli autori si sono dedicati con perizia e cura ad un corposo lavoro di raccolta di materiali personali, appunti, interviste, trascritti di lezioni e supervisioni, per offrire al lettore un dialogo diretto con Giovanni Liotti, a ormai cinque anni dalla sua morte, rendendo fruibile il suo pensiero e soprattutto la sua dialettica e apertura inconfondibili.

Per chi ha avuto l’onore di assistere alle lezioni di Liotti, la lettura scorre veloce e appassionata proprio come le sue lezioni, con qualche sorriso e molta nostalgia, ma lasciando l’attenzione incollata alle parole che affiorano dalla sua viva voce, insieme alla consueta e inarrestabile velocità del pensiero e delle riflessioni di ampio respiro che permettono di spaziare dalle neuroscienze alla letteratura, dalla fisiologia alla pittura, mantenendoci però ben saldi allo sguardo clinico sempre centrato alla chiave di lettura a lui cara: identificare la psicopatologia della dissociazione attraverso le più svariate e complesse esperienze di umana sofferenza. Per chi non avesse mai avuto la possibilità di un incontro diretto con Giovanni Liotti, questo libro è certamente un’occasione preziosa da cogliere, ricca di spunti storici e riflessioni sulla nascita del suo pensiero, digressioni sulle diverse fasi storiche che la ricerca sulla psicopatologia del trauma e della dissociazione ha attraversato, il tutto arricchito da molti inserti e note degli autori che permettono anche ai lettori meno esperti di orientarsi nel testo e di integrare le informazioni e le citazioni essenziali che scorrono densissime nel dialogo-intervista.

Il testo è organizzato in tre parti tra loro complementari e interconnesse.

La Prima parte si focalizza su Psicopatologia e Dissociazione, offrendo un’ampia riflessione sulle basi del pensiero liottiano: la definizione di trauma dello sviluppo, la disorganizzazione del sistema di attaccamento legato all’esposizione ad eventi sfavorevoli e traumatici nella prima infanzia, il sistema di difesa come organizzatore centrale dell’esperienza del bambino, in assenza di aiuto e protezione, e la dissociazione come effetto di questi fallimenti nel ripristino di condizioni sufficienti di sicurezza. La disgregazione della coscienza che ne consegue configura la dissociazione come un effetto diretto (e non difesa!) del collasso di tutte le altre risposte di sopravvivenza. Questa inaccessibilità al sistema di attaccamento/accudimento è per Liotti sempre la causa primaria alla base di tutta la psicopatologia post-traumatica e in particolare della psicopatologia legata ai traumi cumulativi (trauma complesso), poiché per un bambino non c’è trauma se intervengono protezione e salvezza da parte delle figure di riferimento e non c’è disorganizzazione della coscienza se quel bambino, pur esposto a condizioni di pericolo di vita, può accedere tempestivamente alle cure e al sistema di accudimento di almeno un adulto centrato e capace di sintonizzarsi con i suoi bisogni primari. Per ogni bambino un evento di minaccia seguito immediatamente da un’esperienza efficace di sintonizzazione e sicurezza resta un brutto ricordo di un pericolo scampato, ma non necessariamente un trauma. In estrema sintesi questi assunti guidano tutto il pensiero di Liotti, orientato a valorizzare – nella ricerca come nella clinica – la necessità di riparare alla frattura originaria della coscienza, che non è mai determinata (solo) dal trauma, inteso come evento di minaccia alla vita, ma dalla concomitante assenza di una connessione sicura e protettiva capace di offrire aiuto e supporto. Questa assenza può manifestarsi a causa di un caregiver spaventoso/spaventante o trascurante (neglect), ma anche di un caregiver presente ma abdicante, condizione quest’ultima particolarmente dolorosa e difficile da riconoscere poiché il caregiver c’è ma è assorbito da altro, dalle sue stesse emozioni o sopraffatto da altri problemi all’interno e non è emotivamente disponibile.  Liotti definisce “la solitudine in presenza” come una condizione irredimibile, peggiore dell’assenza in cui è ancora possibile e accessibile il tentativo di raggiungere l’altro.

Ognuna di queste condizioni relazionali è foriera, in ogni bambino che si trovi a sperimentarla, di un blocco del naturale sistema di attaccamento di fronte a quella che si configura come una situazione emotiva “senza via di uscita” (paura senza sbocco): il bisogno di protezione attiva naturalmente il sistema di attaccamento verso il caregiver, che si rivela del tutto inadeguato – se non addirittura minaccioso – nell’offrire cura e conforto. Dunque nell’impossibilità fisiologica di lottare o fuggire quel bambino dovrà sopperire alla mancanza di protezione con strategie controllanti verso il caregiver – accudenti o punitive – che gli consentiranno (forse) di avere quel minimo di contatto sufficiente a garantirsi la sopravvivenza in un ambiente ostile e per recuperare un senso di padronanza di sé (appena) sufficiente a non scivolare nel collasso generale delle strategie di difesa (crollo dorso vagale), che significherebbero altrimenti svenimento (morte apparente) e quindi dissociazione. Queste ultime manifestazioni potranno restare silenti nel sistema nervoso, inibite dall’attivazione delle strategie di controllo, ma prima o poi tenderanno a manifestarsi, spesso anche a distanza di anni, di fronte al fallimento delle stesse strategie controllanti (as esempio: in caso di lutto, malattia, separazioni).

Da qui la nascita dei presupposti clinici che aprono alla Seconda parte del testo: Clinica della Dissociazione, in cui l’alleanza terapeutica e la stabilizzazione costituiscono i meccanismi centrali del lavoro terapeutico proposto, preliminari ad un lavoro solo successivo sull’Elaborazione delle memorie traumatiche e possibilmente poi di Integrazione.

–>CONTINUA SUL SITO DI AISTED.


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Article by admin / Psicoterapia e psicoanalisi

5 December 2022

SUPERHERO THERAPY. INTERVISTA A MARTINA MIGLIORE

di Raffaele Avico

Abbiamo intervistato la Dott.ssa Martina Migliore, psicoterapeuta CBT, a proposito di Superhero Therapy e ACT.

La Superhero Therapy è un approccio psicoterapico pensato per il lavoro con ragazzi (ma non solo), mutuato dall’Acceptance and Commitment Therapy, compreso negli strumenti di intervento appartenenti alla cosiddetta “terza onda” dell’approccio cognitivo comportamentale.

Per integrare i contenuti di questa intervista, si veda anche questo.

Buona visione!



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  • LA PLUSDOTAZIONE SPIEGATA IN BREVE 1 July 2021
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  • “SHARED LIVES” NEL REGNO UNITO: FORME DI PSICHIATRIA D’AVANGUARDIA 25 February 2021
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  • OTTO KERNBERG SUGLI OBIETTIVI DI UNA PSICOANALISI: DA UNA VIDEOINTERVISTA 3 July 2020
  • SONNO, STRESS E TRAUMA 27 June 2020
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  • AGGIUNGERE LEGNA PER SPEGNERE IL FUOCO. TERAPIA BREVE STRATEGICA E DISTURBI FOBICI 17 April 2020
  • INTERVISTA A NICOLÓ TERMINIO: L’UOMO SENZA INCONSCIO 13 April 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.3 10 April 2020
  • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.2 – MODELLO ITALIANO E MODELLO SVIZZERO A CONFRONTO, CON OMAR TIMOTHY KHACHOUF! 6 April 2020
  • ANTONELLO CORREALE: IL QUADRO BORDERLINE IN PUNTI 4 April 2020
  • 10 ANNI DI E.J.O.P: DOVE SIAMO? 31 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.2 27 March 2020
  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE: RISTRETTI.IT 25 March 2020
  • NELLE CORNA DEL BUE LUNARE: IL LAVORO DI LIDIA DUTTO 16 March 2020
  • LA COLPA NEL DOC: LA MENTE OSSESSIVA DI FRANCESCO MANCINI 12 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.1 6 March 2020
  • PREFAZIONE DI “PTSD: CHE FARE?”, a cura di Alessia Tomba 5 March 2020
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO”: EP.1 – FERNANDO ESPI FORCEN 29 February 2020
  • NERVATURE TRAUMATICHE E PREDISPOSIZIONE AL PTSD 13 February 2020
  • RIMOZIONE E DISSOCIAZIONE: FREUD E PIERRE JANET 3 February 2020
  • TEORIA DEI SISTEMI COMPLESSI E PSICOPATOLOGIA: DENNY BORSBOOM 17 January 2020
  • LA CULTURA DELL’INDAGINE: IL MASTER IN TERAPIA DI COMUNITÀ DEL PORTO 15 January 2020
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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
  • Nella sezione FORMAZIONE sono contenuti post a contenuto vario, che hanno l’obiettivo di (in)formare il lettore a proposito di un determinato argomento.
  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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