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Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

24 July 2019

IL LAVORO DI CARLA RICCI SUL FENOMENO HIKIKOMORI


di Raffaele Avico

Del fenomeno Hikikomori (ragazzi che si auto-escludono dalla vita sociale mediando il contatto con la realtà attraverso Internet) se ne parla ora anche in Italia (dopo le prime osservazioni effettuate in Giappone e Corea). Uno dei più toccanti scritti sul fenomeno dell’Hikikomori lo si trova qui, a cura di Carla Ricci, antropologa e ricercatrice dell’Università di Tokyo, di cui riportiamo un estratto:

“[…] Nella stanza con il giovane, ci sono rinchiuse anche le debolezze e i conflitti della sua famiglia; quel senso di vuoto da cui egli fugge, appartiene anche ai genitori i quali, contrariamente a lui, hanno imparato nel tempo a gestirlo e a soffocarlo. Lui no, a lui appartiene ancora il vigore puro dell’adolescenza che gli fa percepire bene le frustrazioni anche se non sa riconoscerle.
Se all’interno del luogo chiamato famiglia non ci si pone davanti a quell’evento con spirito di riflessione, nessun tipo di miglioramento sarà possibile poiché medicine e terapia da sole non possono offrire alcun beneficio. E’ necessario che da quel fatto nasca in tutti un umile, profondo desiderio di emancipazione psicologica che spazzi via il superfluo e arrivi alla essenza. Se si crea questo seppur fievole contesto, ecco che Hikikomori e la sua famiglia pongono le basi per una comprensione di se stessi di una potenza straordinaria e anche tutto ciò che gira attorno al problema e può aver influito in qualche modo nel ritiro – come relazioni scolastiche difficili – viene spogliato e riosservato in una prospettiva di natura assolutamente differente.”

Il fenomeno pare ruotare intorno a due tematiche principali.

  • Da un lato l’utilizzo di Internet come surrogato relazionale, e fuga dalla frustrazione dei “rapporti veri”. In questo caso la fuga ha un movente sociale, legato alla difficoltà oggettiva di rapportarsi agli altri: Internet diviene un mediatore ottimale dei rapporti, che perdono tuttavia la dimensione corporea rivelandosi parziali e purtroppo non completamente soddisfacenti in termini affettivi
  • Dall’altro, Ricci evidenzia un lato più profondo e oscuro della cosa che ha a che fare con la società giapponese e un significato differente: simbolicamente, la Dott.ssa racconta, questo “suicidio sociale” è un gesto affermativo (inteso come gesto di affermazione di sè), che manifesta una silenziosa protesta di natura culturale. Il Giappone, auto-percependosi come Paese combattivo e all’avanguardia e fortemente improntato su un’etica di tipo capitalista mischiata però a un grande senso della dignità, non contempla l’idea del ritiro e dell’abbandono che questi ragazzi (ma anche adulti) scelgono di vivere. La decisione di un ritiro, il seguente movimento di immersione in Internet e la vergogna di un possibile ritorno in società, alimentano il problema che si cronicizza e permane.

Inoltre poi, un movimento di questo tipo, di “ritorno in casa”, fortemente regressivo, manifesta la volontà di potersi concedere un periodo di riflessione e messa in discussione critica di quello che esiste fuori. Di fatto ha, almeno in parte, un senso di volontà di rinascita a seguito di una morte “sociale”. Spesso però, il ragazzo si blocca prima, rimanendo incastrato nel meccanismo, a volte non pungolato a sufficienza dalla famiglia.

Il fenomeno si configura quindi come solo parzialmente collegato a quello più esteso inerente le nuove dipendenze e l’uso di Internet. Rappresenta un movimento regressivo, un chiamarsi fuori dal gioco per essere cercati e rivalutati, ri-considerati in modo nuovo. Negli anni ’90 l’uso di sostanze come l’eroina aveva significato non solo di natura auto-curativa, ma anche di natura politica: era posizionarsi in modo forte contro, rifiutando la mentalità allora dominante. Il fenomeno Hikikomori presenta una lontana somiglianza a questo ormai passato fenomeno sociale, avvalendosi però di uno strumento/mezzo diverso.

Qui un’ottima intervista alla dott.ssa Ricci a cura dell’Associazione Hikikomori Italia, al momento la realtà italiana più autorevole sull’argomento.

Qui invece un servizio video fatto dalle Iene.

Un aspetto da sottolineare è che il problema Hikikomori NON sembra causato da un problema di dipendenza da internet, che in questo è da considerarsi solo una concausa. La dipendenza da internet va considerata cioè una sovrastruttura costruita al fine di coprire e gestire un problema più ampio e sottostante, ruotante intorno a difficoltà famigliari e di inserimento sociale.

Article by admin / Generale

16 July 2019

QUALI FONTI USARE IN AMBITO DI PSICHIATRIA E PSICOLOGIA CLINICA?

di Redazione Il Foglio Psichiatrico

Come trovare le fonti per scrivere di psichiatria/psicologia?

Il nostro consiglio è quello di andare non alle informazioni, ma direttamente ai dati prodotti in seno al contesto accademico. Abbeverarsi, per così dire, alla “fonte”. Quindi

  • ATTENZIONE ai quotidiani nazionali: il loro interesse è attirare lettori, tenderanno a proporvi una versione “colorata” di un certo dato scientifico, a fini commerciali
  • ATTENZIONE alle riviste di settore a meno che non si pongano in modo “falsificazionista” nei confronti di un determinato argomento. Essere falsificazionisti significa essere cauti e pronti a metter in dubbio qualunque risultato della ricerca. La medicina, la psichiatria e tanto più la psicologia, non sono scienze esatte, si muovono per trend, i risultati arrivano spesso in modo casuale, per salti e a ondate; teniamo d’occhio dunque l’”andazzo generale” senza focalizzarci su singoli studi o articoli che promettano risposte definitive o uniche
  • ATTENZIONE ai profili social (facebook, instagram) di professionisti che non abbiano particolare attenzione alle fonti. Con tutta la buona volontà, un “parere” o un pensiero in libertà di un professionista, seppur rigoroso, non significa nulla se non si inserisca in un pensiero più ampio (quello della comunità scientifica di cui, quello stesso professionista, dovrebbe sentirsi parte: se non ha una comunità scientifica di appartenenza, non è un buon professionista, dato che tenderà a vendere la sua personalità, e non la teoria e le prassi cliniche che incarna)

Il nostro consiglio è quello di, nei limiti de possibile, leggere articoli in lingua originale estrapolati da riviste a fattore alto d’impatto. Il fattore d’impatto è un indice che mette in numeri il grado di popolarità di una determinata rivista (quanto volte viene citata in letteratura). Al momento, la rivista più impattata in ambito “Psi” al mondo è World Psychiatry, diretta dal napoletano Prof. Mario Maj.

Gli articoli con maggiore grado di “solidità” in senso scientifico, sono gli articoli che a loro volta mettono insieme altri articoli, facendo un lavoro di “review” o di “meta-analisi”, raggrumando dati e in questo modo producendo visioni complessive e più “vere” in senso statistico. In questo senso, più le meta-analisi sono vaste, più sono da tenere d’occhio. Una meta analisi pubblicata su una rivista a fattore d’impatto alto che raccolga 100 studi, raccolti in 20 anni, sull’efficacia del trattamento EMDR, sarà un articolo di assoluta rilevanza, che fornirà cioè risposte “abbastanza” certe. Nel prossimo futuro arriveranno le mega-analisi, analisi statistiche effettuate su campioni “aperti”, i cui dati saranno a disposizione di qualunque ricercatore: queste ricerche promettono grandi risultati viste le dimensioni dei campioni e la fruibilità dei dati in sè: qui un approfondimento. Ricordiamo che, al di là di faciloneria e fuffa, anche dietro le teorie inerenti la psicoterapia e la psichiatria esiste un metodo di ricerca che si basa, in primis, sulla statistica, le correlazioni, le ricorrenze, etc. Quindi andrebbero tenuti a mente i numeri, come prima cosa.

Ricordiamoci che allo stato attuale ciò che non possa essere dimostrato tramite evidenze, tenderà a essere relegato sempre più ai bordi del sapere scientifico, costituendosi come sapere “altro” (per esempio la psicoanalisi, sottoposta a un lento e inesorabile processo di ostracismo da parte della psichiatria intesa come branca della medicina, sempre più vicina alle prassi della psicoterapia cognitivo-comportamentale, più che altro perchè quest’ultima sembra più attenta a validare i suoi strumenti tramite ricerca scientifica).

Un’altra tipologia di articoli da tenere sott’occhio, sono i Randomized Controlled Trial (studi controllati randomizzati), ovvero studi creati per evitare le distorsioni di metodo createsi in corso di svolgimento dello studio stesso. Il principio è quello di assegnare in modo casuale un campione di individui a due gruppi (uno a cui viene sottoposto un particolare trattamento, l’altro di controllo) e testare, in fase conclusiva, la differenza in termini di “risultati attesi” tra i due gruppi. Questa tipologia di studi rappresenta il meglio da ricercare, sulle diverse riviste, quando ci si voglia informare su un particolare argomento in ambito psi. Facciamo un esempio a riguardo dell’impatto dell’attività fisica sul PTSD.

Ma dove cercare, in concreto?

Le 5 fonti per così dire, al momento, più solide, sono:

  1. WORLD PSYCHIATRY (top in ambito psi)
  2. JAMA PSYCHIATRY
  3. NEW ENGLAND JOURNAL OF MEDICINE
  4. THE LANCET
  5. NATURE
  6. SCIENCE

Laddove invece ci si volesse informare su argomenti vari inerenti la psichiatria o la psicologia clinica in generale, una grande risorsa in Italia, al momento, è rappresentata dal canale Youtube della rivista Psychiatry On Line, che conta più di 1600 video su argomenti diversi, sviluppati secondo un principio di focalizzazione e approfondimento “verticale” (la maggiorparte di questi video sono interventi di convegni fatti in tutta Italia).

Article by admin / Generale

8 July 2019

THE MASTER AND HIS EMISSARY: PERCHÉ ABBIAMO DUE EMISFERI?

di Raffaele Avico, Marta Erba

The Master and his Emissary è un testo di neurobiologia scritto da Iain McGilchrist, psichiatra e ricercatore di Oxford, che affronta la questione della divisione del cervello in due emisferi aventi funzioni e compiti differenti. Il libro contiene puntuali approfondimenti in senso neurobiologico che riguardano le diverse peculiarità dei due emisferi, e si svolge intorno a un pilastro concettuale centrale: sulla scia di altri autori, McGilchrist presenta con forza la tesi secondo cui l’emisfero destro debba esser considerato il vero emisfero dominante, spodestato nel tempo da un progressivo intercedere dell’emisfero sinistro. Il titolo rimanda a una novella scritta da Nietzsche nella quale viene descritto un lento “golpe” operato da un delegato ai confini dell’impero, ai danni del suo stesso sovrano committente -il che sarebbe quello che è successo all’emisfero destro, detronizzato dall’emisfero sinistro per cause storico/culturali.

Iain McGilchrist ci racconta di come la raccolta di informazioni “ambientali” e la lettura in generale della realtà, debbano essere pensati come processi sottoposti a un costante rimbalzare da un emisfero all’altro, prendendo coloriture di significato diverse. Per esempio, al primo ascolto di un disco musicale, l’emisfero destro ci consentirà di intuire se il disco sarà di nostro gradimento, e ci spingerà a un eventuale riascolto dello stesso. Con il tempo, il disco verrà assunto dall’emisfero sinistro, imparato e sottoposto a un’analisi più accurata. L’emisfero destro “sa”, quello sinistro, invece, “conosce”.

Il libro prende in considerazione l’intera storia umana dal punto di vista artistico, leggendo i prodotti artistici dell’uomo attraverso la lente della doppia modalità emisferica: esistono cioè periodi in cui l’uomo pare aver dato maggiore spazio all’analisi dell’emisfero sinistro, altri invece in cui ha prediletto quello destro, con risultati artistici molto diversi. La dialettica, in questo percorso, è quindi quella tra impulso/approccio sensoriale e tra analisi logica più stretta, e si riflette, secondo l’autore, in un preciso alternarsi tra epoche “destre” e “sinistre” in termini di primato emisferico.

Per ora il libro è reperibile solo in lingua inglese. Qui un video che riassume in breve il contenuto del libro:

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NOTA 2023: a distanza di anni, nel frattempo, il libro è stato tradotto e pubblicato anche in italiano. É reperibile qui. Pubblichiamo di seguito un articolato e approfondito articolo di Marta Erba, reperibile in originale sul sito dell’autrice (R. Avico)

Perché abbiamo due emisferi (di Marta Erba)

Uno psichiatra scozzese, Iain McGilchrist, formula un’ipotesi affascinante: l’emisfero cerebrale destro è connesso alla realtà, il sinistro la interpreta. Ma che accade se l’interprete prende il potere?

Perché il cervello è diviso in due? Perché non possediamo un unico groviglio sferico di neuroni interconnessi, bensì due emisferi distinti, collegati tra loro da un fascio di fibre  (il “corpo calloso”)? Può sembrare una domanda oziosa, ma non lo è. La tesi di Iain McGilchrist, psichiatra scozzese autore del libro Il padrone e il suo emissario (Feltrinelli), è che questa divisione è necessaria non tanto per una “divisione di compiti” – come si riteneva in passato – quanto per una “divisione di ruoli”. Per essere ciò che siamo abbiamo bisogno di entrambi gli emisferi, evitando che uno prevalga sull’altro. Cosa niente affatto facile perché, avverte McGilchrist, l’emisfero sinistro sta usurpando il potere al destro. Con conseguenze potenzialmente gravi.

Proviamo a capire perché.

Sul funzionamento dei due emisferi le ricerche sono tante e parzialmente contraddittorie. Gli esperimenti negli anni ’60 di Roger Sperry sullo split-brain (il cervello di persone con rescissione del corpo calloso, in cui è stato possibile studiare i due emisferi separatamente) hanno mostrato alcune differenze. Da lì si è sviluppata la teoria, molto promossa da una certa divulgazione popolare, secondo cui ogni emisfero svolge compiti diversi: il sinistro è stato descritto come quello razionale, analitico, matematico, mentre il destro come quello creativo, immaginativo, emotivo. Un’ipotesi, questa, molto contestata nei decenni successivi da molti neuroscienziati: benché alcune attività appartengano più a un emisfero che all’altro (per esempio il “centro del linguaggio” è collocato generalmente a sinistra mentre la capacità di interpretare le espressioni umane risiede soprattutto a destra), la connessione tra le due parti è tale che la teoria della spartizione dei compiti ha poco senso. I dati sperimentali dimostrano infatti che la stragrande maggioranza delle nostre attività mentali coinvolge entrambi gli emisferi.
Resta il fatto che gli emisferi sono due, e che il corpo calloso è composto soprattutto da fibre che inibiscono la connessione più che favorirla. Perché? Ecco dunque l’ipotesi che sta emergendo, ben illustrata e documentata da McGilchrist: i due emisferi non differiscono tanto per i compiti eseguiti, quanto per la modalità con cui percepiscono la realtà. Anche se collaborano strettamente, ciascuno entra in relazione con il mondo in un modo sostanzialmente diverso. Per essere ciò che siamo servono entrambi, e la sintesi migliore si ottiene quando tra loro si verifica un buon equilibrio.

Padrone e servo

Ma come funziona questo equilibrio? Anzitutto McGilchrist ribalta una delle convinzioni più diffuse. Si è sempre detto che l’emisfero sinistro sia quello “dominante”, poiché guida la mano destra, cioè la mano che utilizziamo in modo preferenziale (va chiarito che le fibre provenienti dai due emisferi si incrociano nel tronco encefalico, quindi l’emisfero sinistro controlla la parte destra del corpo e quello destro la parte sinistra). Di tutt’altro avviso è lo psichiatra scozzese, che ritiene che sia l’emisfero destro il vero “padrone”, poiché è quello che si è formato per primo dal punto di vista evolutivo; il sinistro si è sviluppato in un secondo momento proprio per aiutare il “padrone” a muoversi nel mondo, è quindi un emissario, un servitore, quello che “fa ciò che è utile”. Purtroppo l’emisfero destro fatica a muoversi in una realtà sempre più complessa, e per placare l’angoscia cerca stasi, certezza, fissità: ha quindi bisogno di fidarsi del suo emissario, che però tende ad “allargarsi”.
Insomma, avverte McGilchrist, l’emisfero sinistro si è progressivamente impossessato del potere. Eppure è, per alcuni aspetti, il più “stupido”, quello che capisce meno la realtà anche se crede di capire tutto. È a causa di questo “squilibrio” di potere nella nostra mente che si è imposto, nel corso dei secoli, un modo di vedere il mondo sempre più meccanicistico, frammentario, decontestualizzato, segnato da un ottimismo ingiustificato misto a paranoia e a un senso di vuoto.
Non sarà facile spiegare tutto ciò, anche perché è soprattutto con l’emisfero sinistro che McGilchrist ha scritto il suo libro, io scrivo questo articolo e voi lo state leggendo. In altre parole, stiamo tutti provando a “smascherare l’inganno” e ad “aprire gli occhi” usando quella parte della mente che di quell’inganno è l’artefice e che, per sua natura, vede solo quello che vuole vedere. Ma proviamoci.

Il mistero del neglect

Per formulare questa tesi McGilchrist è partito da alcuni quadri clinici che interessano le persone che subiscono un esteso danno all’emisfero destro, in cui cioè è solo l’emisfero sinistro a funzionare (sul tema avevo scritto anch’io in passato in questo articolo al paragrafo “Stranezze… sinistre”).
Questi casi sono stati approfonditi, tra gli altri, dal neuroscienziato di origine indiana Vilayanur Ramachandran, colpito da due fenomeni bizzarri e apparentemente inspiegabili. Il primo è l’anosognosia: chi subisce un ictus all’emisfero destro, e quindi perde l’uso di braccio e gamba sinistri, nega la propria malattia; sostiene anzi di stare bene e che tutto funzioni perfettamente, facendo anche battute sciocche e divertite in proposito.
Il secondo fenomeno enigmatico è il neglect. Chi subisce un danno all’emisfero destro può ostinarsi a negare l’esistenza della parte sinistra del campo visivo (quella che non riesce a vedere): quindi, per esempio, mangia solo quello che trova a destra del piatto, o legge solo le pagine destre di un libro, o ritrae solo ciò che si trova a destra. Un comportamento assurdo, che non accade a chi subisce un danno all’altro emisfero.
In altre parole, l’emisfero sinistro sembra avere la tendenza a ignorare le discrepanze se non corrispondono ai suoi schemi. Non vedo una parte del mondo? Allora non esiste. Non riesco a muovere il braccio? Si sarà solo addormentato, fra un po’ riprenderà a funzionare come sempre. Insomma, l’emisfero sinistro sembra coltivare la convinzione distorta che quello che vede è corretto, che non c’è motivo di preoccuparsi, che c’è una buona spiegazione per tutto. “Se la racconta” ed è molto convinto di sapere ciò che in realtà non sa. È ingenuamente ottimista, inconsapevole dei propri limiti.
Da queste osservazioni ha origine la tesi di McGilchrist: è l’emisfero destro quello connesso con la realtà, in grado di valutarla nella sua interezza e di rilevarne le anomalie; l’emisfero sinistro si limita a interpretarla per poterla controllare. Per questo, quando viene meno il contributo dell’emisfero destro, la persona con il solo emisfero sinistro funzionante perde il contatto con la realtà, pur continuando a illudersi di averne il controllo e di poterla manipolare.
Ma vediamo nei dettagli come funzionano i due emisferi.

L’emisfero sinistro: la parte “osservante”

Possiamo immaginare l’emisfero sinistro come la “parte osservante”, emotivamente distaccata, che non si immischia con le cose ma cerca piuttosto di decifrarle e analizzarle. Il suo ruolo è quello di aiutarci a cogliere la realtà, guardandola per così dire dall’esterno, attraverso un’attenzione ristretta (che esclude il “superfluo”) e focalizzata. Per assolvere al suo compito tende per sua natura a cercare una coerenza a ciò che accade, a trovare risposte chiare e lineari a problemi complessi, e infatti non tollera le ambiguità e le contraddizioni (è l’emisfero dell’aut aut). Per capire le cose le spacchetta, le divide, le classifica, le categorizza, le analizza, le concettualizza. Per esempio il movimento, che per l’emisfero destro è un fenomeno continuo e fluido, per il sinistro è costituito da una sequenza di tanti momenti statici.
È l’emisfero che parla (l’area di Broca, sede del “centro del linguaggio”, si trova a sinistra): e in effetti il linguaggio è uno strumento formidabile per decifrare il mondo e per comunicarlo a sé e agli altri. Ed è autoreferenziale: tende ad autoconvincersi delle cose che pensa e che dice, si innamora dei propri ragionamenti trascurando le contraddizioni.
È anche l’emisfero che “manipola” le cose, sia con le parole, sia con le azioni. Poiché la sua funzione è quella di supportare il destro, il suo interesse principale è l’utilità: vede il mondo come risorsa da sfruttare ed è più interessato alle cose che alle persone. Vuole avere il “potere” sulla realtà, non connettersi con essa.
L’emisfero sinistro tende a percepirsi vincente, destinato al successo. È ottusamente ottimista: non vede i pericoli di ciò che fa e che dice.

L’emisfero destro: la parte “incarnata”

Se l’emisfero sinistro osserva in modo distaccato, quello destro “vive”, è “incarnato”, è strettamente connesso con i sistemi inconsci automatici di regolazione del corpo. Se il sinistro percepisce il corpo come diviso in parti (come se fosse qualcosa di inanimato, una “macchina”), il destro lo percepisce nella sua interezza.
È fondamentale in ogni aspetto del comportamento sociale: ha un ruolo centrale nel riconoscimento di sé e degli altri, sia facciale sia vocale, e distingue gli individui (e i luoghi) per la loro unicità, e non per le categorie a cui appartengono. Da lui dipendono l’autoconsapevolezza, l’empatia, i processi intersoggettivi e la comprensione emotiva: è il destro che interpreta le espressioni facciali, la prosodia, la gestualità. Ha un ruolo essenziale nell’espressione delle emozioni (con l’unica eccezione della rabbia, che è più connessa con l’emisfero sinistro).
È più interessato agli esseri viventi che agli oggetti creati dall’uomo. Non vede niente in astratto ma valuta sempre le cose nel loro contesto. Ha un’attenzione ampia, vigile e flessibile, sta “all’erta”: è sintonizzato sulla rilevazione delle anomalie e delle novità.
L’emisfero destro non “parla”, o meglio: non possiede la “lingua”. Il suo linguaggio è onirico, immaginativo, ineffabile. È comunque grazie all’emisfero destro che comprendiamo le poesie, le metafore, il senso dell’umorismo, gli aforismi basati sul paradosso, perché tutte queste esperienze richiedono di uscire dagli schemi della logica e del linguaggio, e di connettersi con la “realtà fuori di noi”. A differenza del sinistro, infatti, l’emisfero destro riesce a tollerare le ambiguità e le contraddizioni, tanto che è con il destro che riusciamo a cogliere il significato profondo e illuminante contenuto in alcuni aforismi o nei koan del buddismo zen.

It takes two to tango

Per non incorrere nell’errore di pensare che il cervello funzioni a compartimenti stagni, è utile ricordare che normalmente ogni attività umana coinvolge entrambi gli emisferi, anche grazie al corpo calloso e alle altre strutture che li connettono, ma che al contempo li tengono separati, proprio perché hanno due ruoli diversi e complementari. Il modo in cui operano ricorda una danza, o il movimento oscillante di un pendolo, o quello sinuoso di un serpente (come noterebbe Jung). È un po’ come se i due emisferi (il destro che si occupa della realtà, il sinistro che si occupa della sua astrazione) si passassero continuamente a vicenda la palla.
L’emisfero destro entra nel flusso dell’esperienza, è coinvolto in una relazione profonda con la realtà, vede le cose nella loro mutevolezza e impermanenza e nella loro interconnessione. L’emisfero sinistro permette di uscire dal flusso dell’esperienza e di vedere la realtà in una forma meno vera ma apparentemente più chiara, e soprattutto più utile.
In pratica ci sono due modi opposti di porsi nei confronti del mondo, entrambi necessari per il nostro equilibrio. Quello dell’emisfero sinistro è isolato, manipolatorio, competitivo, sicuro di sé, immotivatamente ottimista; il suo valore prevalente è l’utilità. Quello dell’emisfero destro punta a un’interconnessione e a un coinvolgimento con il mondo; favorisce la cooperazione, la sinergia e il vantaggio reciproco. L’emisfero sinistro osserva, controlla, usa, sfrutta; l’emisfero destro risuona, si connette, si prende cura e non ha mire di alcun tipo. Il mondo dell’emisfero sinistro è astratto, statico, frammentato, meccanico, decontestualizzato, esplicito, disincarnato, privo di vita. Il mondo dell’emisfero destro, invece, è mutevole, imprevedibile, in continua evoluzione, interconnesso, implicito, incarnato, inafferrabile e vivo. L’emisfero sinistro è rivolto a se stesso, il destro è rivolto all’altro. Il sinistro dice “mangia o sarai mangiato”, il destro condivide il pasto intorno al fuoco.

Come un mandala

Potremmo forse dire che l’emisfero sinistro è intelligente ma non è saggio, quello destro è saggio ma non è intelligente. L’emisfero destro vive l’esperienza, la incarna, mentre l’emisfero sinistro la estrapola dal contesto e la trasforma in concetto, esplicitando ciò che prima era implicito. L’emisfero sinistro offre un quadro preciso e dettagliato del mondo, e da un punto di vista distaccato che potrebbe sembrare per questo più attendibile, inducendoci a pensare che quello che osserva corrisponda alla verità. Ci tranquillizza ci rassicura. Mentre ciò che percepisce l’emisfero destro è più simile a un essere vivente, a un tutto interconnesso, e può sembrarci confuso e angosciante per la sua inafferrabilità.
Tuttavia ogni esplicitazione operata dal sinistro (compresa quella che sto facendo io ora nello scrivere e voi nel leggere) riduce la complessità da cui parte, è comunque una semplificazione della realtà, non coincide con la realtà. Anche per questo dopo la divisione operata dall’emisfero sinistro, occorre sempre perseguire una nuova unione, una sintesi, cioè riportare il processo nell’emisfero destro perché “prenda vita”, arricchendosi del “linguaggio” dell’emisfero destro, che è immaginativo, onirico (i sogni sono parte importante del processo) e corporeo. L’esperienza resa più “fruibile” dall’emisfero sinistro va cioè reintegrata nell’emisfero destro, al fine di vivere in modo sempre più consapevole. Non si arriva mai a comprendere la realtà, ma ci si avvicina progressivamente, come in un eterno processo circolare, “mandalico”, che tende verso il centro senza mai poterci arrivare.

Pillola rossa o pillola blu?

L’emisfero destro è dunque quello davvero connesso con la realtà, il sinistro si limita a “tradurla” in un linguaggio comprensibile (il neuroscienziato Michael Gazzaniga lo ha definito “l’interprete”) ma non la capisce veramente. Come si è detto, è con l’emisfero destro che comprendiamo la morale di una storia, o una metafora, o una barzelletta, o una poesia, cioè è col destro che riusciamo ad andare oltre il significato letterale (al di là della lingua) e a comprendere ciò che è implicito.
Tuttavia il ruolo del sinistro è fondamentale: è  molto utile avere una parte autocosciente, emotivamente distaccata che analizzi freddamente e lucidamente le cose, mettendo a punto le strategie di sopravvivenza migliori, e un linguaggio “disincarnato” è lo strumento migliore per farlo.
Il problema è che, in questa attività di supporto, l’emisfero sinistro si è fatto un po’ prendere la mano. L’abbiamo chiamato “emisfero dominante”, anzi, si è autodefinito “dominante” (perché è con l’emisfero sinistro che scegliamo le parole…), tradendo in fondo le sue naturali intenzioni: l’emisfero sinistro non è il più importante dei due, ma quello che, per propria natura, tende a manipolare la realtà per “dominarla”, e lo fa ignorando i propri limiti (abbiamo detto che è ottusamente ottimista e autoreferenziale: sa trovare spiegazioni piuttosto plausibili, benché false, per ciò che non rientra nella sua versione dei fatti), fino ad autoconvincersi di bastare a se stesso, di poter fare a meno della connessione con la “realtà vera” (che resta ineffabile e indecifrabile). Così finisce per usurpare il potere del destro senza rendersi conto che così si autocondanna alla propria rovina. Un po’ come nella favola della rana e lo scorpione: la rana (l’emisfero destro) attraversa il lago (l’esperienza) reggendo lo scorpione (l’emisfero sinistro) convinta che a lui non convenga farle del male perché morirebbero entrambi; ma lo scorpione segue ottusamente la propria natura e punge a morte la rana.
Il problema, insomma, è che noi, come individui e come specie, di fronte a una realtà sempre più complessa (anche per via della progressiva tecnologizzazione e burocratizzazione), tendiamo sempre più a cadere nella tentazione di dare retta al solo emisfero sinistro, che ci restituisce un’illusione di controllo tanto rassicurante quanto lontana dalla realtà. Come nel film Matrix, preferiamo scegliere la “pillola blu” (l’emisfero sinistro), che ci consente di vivere in un mondo immaginario e di cullarci nell’illusione di poterlo controllare, perché scegliere la “pillola rossa” (l’emisfero destro) ci porterebbe a “sprofondare nella tana del Bianconiglio”, cioè in un mondo che ci appare sempre più incomprensibile e imprevedibile, e quindi cupo e minaccioso.
La tesi di McGilchrist, insomma, è che l’emisfero sinistro sia diventato lo “stadio conclusivo” del processo di rimpallo. Invece che vivere, ci fermiamo alla rappresentazione del reale, alla sua frammentazione analitica, in un circolo vizioso ricorsivo come le figure di Escher: siamo sempre più inconsapevoli, e sempre più convinti di essere consapevoli.

Il musilinguaggio

Ma come è potuto succedere? McGilchrist cerca di mettere insieme i pezzi ripercorrendo i passi evolutivi del nostro cervello.
Prendiamo il linguaggio. Alcuni studi sembrerebbero suggerire che, prima che con la parola, la specie umana comunicasse attraverso la “musica”. Un po’ come gli uccelli, un tempo comunicavamo con l’intonazione, il fraseggio, il ritmo e la musicalità dei suoni emessi con le corde vocali, che oggi come allora sono pertinenza dell’emisfero destro, e che infatti sono alla base della comunicazione emotiva. Insomma, prima abbiamo imparato a comunicare con i suoni, i gesti, il canto, la danza. Se ci pensiamo, l’esperienza della musica e della danza (come, più in generale, l’esperienza artistica) è profondamente “vitale”, “incarnata”, emotiva. Aiuta a entrare in connessione con gli altri e con noi stessi. Ballare e cantare sono comportamenti spontanei, privi di scopo, che non hanno alcun fine ulteriore se non esprimere qualcosa che va oltre noi stessi.
La sintassi e il lessico sono arrivati dopo, con lo sviluppo dell’emisfero sinistro, la parte della mente osservante e analizzante. Gradualmente il linguaggio si è separato dalla musica e dal suo legame con il corpo (e qui vale la pena spezzare una lancia a favore della “gestualità italica”: benché fonte di ironia all’estero, di fatto favorisce l’integrazione tra i due emisferi). Una lingua “disincarnata” è infatti uno strumento più utile per un’analisi emotivamente distaccata, che dà un senso di chiarezza, precisione e lucidità. Ed è un mezzo più adatto a processare qualcosa che non è presente, che è lontano nel tempo e nello spazio. La lingua contribuisce a fissare i pensieri, ma può anche restringerli, plasmarl. Lo sviluppo poi della lingua scritta, sempre più autoreferenziale e finalizzata, ha inevitabilmente favorito l’affermarsi di un mondo competitivo (è più facile attaccare e abbattere un “nemico” con cui non si è emotivamente connessi), specialistico e compartimentalizzato.

Il mito di Prometeo: un presagio “sinistro”?

Nel corso della Storia, i due emisferi hanno favorito l’evoluzione dell’uomo permettendo il passaggio continuo dalla connessione con il mondo, a un’astrazione dal mondo, e di nuovo a un maggior coinvolgimento empatico con il mondo. Un esempio di buon equilibrio tra i due emisferi è la nascita del teatro nell’Antica Grecia, che segna la presenza di una parte osservante, che guarda a distanza per comprendere meglio, ma anche di una parte che empatizza con ciò che vede, poiché la rappresentazione risuona emotivamente dentro a chi vi assiste.
Del resto, come poi approfondì il filosofo Friedrich Nietzsche, i miti di Apollo e Dioniso ben esemplificano la contrapposizione e la collaborazione dei due emisferi. Apollo –  associato all’ordine, alla razionalità, alla chiarezza, alla perfezione, al controllo della natura – ricorda l’emisfero sinistro. Dioniso – associato all’intuizione, al superamento dei confini, al senso di totalità, al piacere e al dolore fisico, al contatto con la natura – ricorda l’emisfero destro. Le due divinità erano entrambe importanti, e avevano i loro templi e i loro rituali.
Il mito di Prometeo, che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, sembra invece un’efficace metafora di ciò che sarebbe poi avvenuto progressivamente nella mente umana: Prometeo è un po’ come l’emisfero sinistro che prende il potere, applicando alla natura un metodo ristretto e decontestualizzato, “oggettivo” (che guarda cioè alla realtà come un “oggetto” da sfruttare, allontanando dalla esperienza di connessione alle cose). Un mito che da una parte sottolinea i benefici di questo “furto”: è grazie all’astrazione operata dal sinistro che abbiamo la scrittura, le leggi, la filosofia, la cartografia, l’architettura, la scienza, la tecnologia. Ma che, d’altro canto, sembra avvertirci dei rischi: la hybris, la tracotanza di questo gesto viene infatti punita con la sofferenza eterna. Il dio incatenato e soggetto all’erosione dei visceri non ricorda forse la condizione umana incatenata negli schemi dell’emisfero sinistro, sempre meno connessa con la realtà e, per questo, internamente erosa?

Oscillazioni storiche

La prevalenza del sinistro, tuttavia, non è avvenuta in modo graduale, sembra piuttosto riportare continue oscillazioni nel corso della Storia. Durante il Rinascimento, per esempio, sembra esserci un “risveglio” dell’emisfero destro (nella Creazione di Adamo di Michelangelo, nota McGilchrist, Dio si connette con la mano sinistra dell’uomo, e quindi con il suo emisfero destro): nella scienza si tornò a guardare le cose come sono, nella pittura ciò che si vede. Si rivalutò l’individuo, la forza espressiva del volto umano, si rappresentò la profondità spaziale con la prospettiva, si diede importanza a ciò che è inconscio, involontario, intuitivo e implicito.
La Riforma protestante ha invece esaltato l’emisfero sinistro: è la prima grande espressione della ricerca di certezza, che ristabiliva il primato della parola, eterna e immutabile, mentre il corpo veniva rifiutato e mortificato. Mentre la Chiesa romana incoraggiava il movimento (i cammini spirituali, le processioni), la riforma impose la stasi, l’ordine e la gerarchia, enfatizzò l’azione individuale sminuendo ciò che è comunione e tradizione.
Ma è soprattutto con l’Illuminismo, “l’età della ragione”, che si affermò l’emisfero sinistro. La razionalità richiede l’esplicito, il chiaro, il compiuto, la luce che evoca chiarezza e precisione e la messa al bando di ciò che è implicito, ambiguo e irrisolto. L’emisfero sinistro tende a imporre ideali come la libertà, l’uguaglianza e la fraternità, invece che lasciare che emergano insieme a una disposizione tollerante verso il mondo, come farebbe l’emisfero destro. E quindi fallisce: la rivoluzione francese, benché attuata in nome della ragione, dell’ordine e della giustizia, fu irrazionale, disordinata, ingiusta, e per niente fraterna.
Il Romanticismo rappresentò un ritorno dell’emisfero destro: l’idea della differenza individuale tornava centrale e la riscoperta di Shakespeare (“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia”) riportava a una maggior connessione con la realtà: lo stupore nei confronti della vastità e della bellezza della natura, la poesia, l’affinità con la malinconia e la tristezza, l’attrazione per ciò che è mutevole, implicito ed essenzialmente inconoscibile, l’amore per la foschia e per il chiaro di luna, per la penombra e il crepuscolo, sono tutti aspetti cari all’emisfero destro.

Dove ci troviamo

Tornò tuttavia a prevalere il sinistro con il materialismo scientifico e il positivismo, che si basava sulla visione della scienza come unico fondamento della comprensione del mondo, con un senso di superiorità dell’Occidente, con il mito del metodo scientifico e di un progresso inarrestabile.
Ma è la rivoluzione industriale a permettere all’emisfero sinistro di sferrare al destro un attacco senza precedenti, costruendo un mondo a propria immagine e somiglianza: competitivo, tecnologico, basato sull’idea ingenuamente ottimista di un progresso inarrestabile, fondato su macchine che producono macchine, in un’autoproliferazione che è una parodia della vita pur mancando di tutte le qualità degli esseri viventi, e con un attacco al mondo naturale attraverso lo sfruttamento, l’inquinamento e l’urbanizzazione.
Accontentano il sinistro i totalitarismi (basati su un’ammirazione per la potenza più che per la bellezza, sulla mancanza di compassione e sull’erosione della pietà umana; perfino l’arte non era un valore di per sé ma aveva una finalità politica), è ancora di più il capitalismo e il consumismo, basati quasi esclusivamente sull’utilità, l’avidità e la competizione, con la perdita del senso di appartenenza portato dalla globalizzazione, la pervasività di un modo di pensare razionalistico, tecnico e burocratico, con la frammentazione promossa anche dai media, che ha svuotato progressivamente la vita di relazioni, di legami con l’altro, di significato. Anche l’arte oggi è prevalentemente concettuale (deve veicolare un messaggio), e la musica classica è diventata incomprensibile perché troppo astratta.
Ecco, dice McGilchirst, noi ci troviamo qua.

Un mondo sinistro

Solitari, annoiati, ansiosi, distaccati, passivi: questo siamo diventati. L’eccesso di consapevolezza e di esplicitazione ha preso il posto di ciò che dovrebbe restare intuitivo e implicito, portandoci a un’alienazione dal corpo e dal sentimento dell’empatia, alla frammentazione dell’esperienza e alla perdita della connessione con il mondo.  Siamo sempre più interessati alle cose che alle persone, al possesso che alla vita, al capitale che al lavoro. Le persone vengono giudicate per le proprie capacità di guadagno, e classificate come “vincenti” e “perdenti”.  Il rapporto tra persone è più improntato sullo sfruttamento che sulla cooperazione. Le individualità vengono appianate per far posto a un’identificazione per categorie, implicitamente o esplicitamente in competizione tra loro.
Abbiamo smesso di coinvolgerci in modo spontaneo e intuitivo con la vita per diventare passivi, iperconsapevoli ma sempre più alieni dal mondo, che diventa sempre più frammentario, inconsistente, privo di significato. Tendiamo a fuggire dal corpo e dalle emozioni: ci sentiamo svuotati se non per un pervasivo senso di ansia o di nausea di fronte all’esistenza (del resto nell’ansia, in particolare nella fobia sociale, c’è un eccesso di autocoscienza, un occhio che osserva e che paralizza rendendo impacciate e artificiali le normali abilità che dovrebbero restare intuitive e inconsce). Viriamo tra due posizioni apparentemente opposte ma che in realtà sono due aspetti della stessa posizione: l’onnipotenza e l’impotenza. Entrambe sono proprie dell’emisfero sinistro (quello polarizzato) e portano gradualmente a un ritiro dal mondo esterno e a un ripiegamento dell’attenzione verso l’interno.

La mente si ammala

La maggior diffusione della malattia mentale registrata negli ultimi anni sarebbe dovuta, secondo McGilchrist, a questo squilibrio emisferico. Del resto molti studi dimostrano che l’urbanizzazione e la globalizzazione favoriscono un aumento delle malattie mentali, e che la connessione sociale (i balli di gruppo, i riti collettivi) le riduce.
“L’emisfero sinistro, che avrebbe dovuto essere l’interprete, è diventato il creatore ottuso e presuntuoso di una realtà che di fatto è una rappresentazione senza vita, in un circuito autoreferenziale” avverte McGilchrist. “Siamo immersi in una cultura che mima certi aspetti tipici di un deficit dell’emisfero destro, con il risultato che le persone che hanno una propensione intrinseca a fare eccessivo affidamento sull’emisfero sinistro saranno meno indotte a correggerla. Questo spiegherebbe l’aumento della malattia mentale”.
Quali malattie stanno aumentando? Per esempio la schizofrenia, alla cui base c’è un eccesso di razionalità, che porta a un distacco dalla realtà per ritirarsi in una dimensione autoconsapevole, disincarnata, alienata e delirante. L’assenza di un coinvolgimento affettivo porta alla sensazione che il mondo sia una recita e induce a comportamenti bizzarri; l’aumento dell’attenzione focalizzata, particolaristica, intellettualizzante conduce all’idea – angosciosa – di essere l’unica cosa che esiste e di non essere niente.
In aumento anche il narcisismo, che segna lo stesso tipo di ritiro ma in una dimensione meno delirante e più strumentale: il narcisista manifesta un’assenza di sentimenti agghiacciante anche verso temi che suscitano spontaneamente forti emozioni umane; vuole controllare gli altri, farli sentire vulnerabili, mira cioè al potere e non alla connessione.
O ancora l’anoressia, che è un desiderio di disincarnarsi, di scomparire. O i disturbi dissociativi, caratterizzati da una perdita del senso di appartenenza al mondo: ci si sente automi, marionette, meri spettatori.
Del resto le osservazioni di McGilchrist sono in linea con la ricerca in psicoterapia e con i metodi che si stanno progressivamente affermando per far fronte alla crisi dell’uomo post-moderno. Se un tempo a dominare questo mondo erano le “terapie della parola” (dalla psicoanalisi al cognitivismo), oggi si stanno affermando terapie che coinvolgono il corpo e l’espressione delle emozioni (come l’emdr o la psicoterapia sensomotoria) e che danno importanza alla relazione “intersoggettiva”, cioè alla connessione tra terapeuta e paziente, oltre che alla connessione interna tra le varie parti di sé (come nel lavoro con le parti). A conferma che oggi il lavoro della psicoterapia punta a favorire l’integrazione dei due emisferi, e in particolare a stimolare l’emisfero destro.
Anche l’occidentalizzazione della meditazione buddista, la mindfulness, va in quella direzione: mira infatti a sviluppare una visione duale, a tenere insieme la parte osservante e la parte incarnata della mente (“porta la tua attenzione sul tuo respiro”). La meditazione, che tende a portare la mente sul corpo, sulla realtà del qui e ora, è una sorta di esercizio di “equilibrio emisferico” quotidiano.

Da dove ripartire

Più in generale, di fronte a questo scenario apocalittico, da che cosa possiamo ripartire? Si è parlato della meditazione buddista, ma per noi occidentali è anche possibile, suggerisce McGilchrist, riscoprire la religione, che è stata espulsa dalla nostra società in quanto generatrice di false illusioni, ma con il risultato “che è stato buttato via il bambino con l’acqua sporca”. Il cristianesimo (non quello gestito dalla chiesa occidentale, che si è convertito in parte al materialismo, ma quello raccontato nei vangeli, compresi quelli apocrifi) concepisce un divino che non è estraneo, ma coinvolto e vulnerabile, incarnato (“il Verbo che si fa carne”) e che accetta di soffrire (è solo attraverso l’esperienza della sofferenza che possiamo “rinascere”): il ritratto dell’emisfero destro. Riconosce il divino dentro di sé (“Il regno di Dio è dentro di voi”) e nell’altro (“Ama il prossimo tuo come te stesso”). Molte parabole parlano all’emisfero destro (“Gli ultimi saranno i primi”, “Bisogna ritornare come bambini”, “Abbandona tutto e seguimi”).
Anche le religioni orientali, come il buddismo zen, sono legate all’emisfero destro: vedono il mondo più come un processo che un insieme di cose, hanno un approccio più olistico e dialettico. In generale, le culture orientali sono più interdipendenti, più portate alla connessione e al senso di appartenenza; non sovrastimano le proprie abilità come gli occidentali.
Le religioni non portano certezze e il loro linguaggio può risultare ambiguo, contraddittorio e incomprensibile all’emisfero sinistro, che tende a rifiutarle perché non restituiscono chiarezza e certezze, o a strumentalizzarle per fini che nulla hanno a che fare con il messaggio originale (come nelle guerre di religione). La certezza è la più grande delle illusioni, ed è alla base di qualsiasi fondamentalismo (non solo religioso, ma anche, per esempio, scientifico o politico). Per gli antichi greci, la tracotanza di chi pensa sempre di aver ragione, la hybris, era la cosa peggiore, la più pericolosa, quella da cui guardarsi: chi crede di essere certamente nella ragione è certamente nel torto.

Senza parole
La vera difficoltà, oggi, è abbandonare la visione dell’emisfero sinistro, che è per molti versi vantaggiosa in quanto seduttiva e rassicurante. Permette infatti di ignorare il quadro generale, troppo nebuloso e inafferabile, per concentrarsi sulle parti che conosciamo e maneggiamo bene, e infatti spinge all’iperspecializzazione e alla tecnicizzazione della conoscenza. Il mondo amato dall’emisfero sinistro è virtuale e tecnologico: del resto la tecnologia permette di manipolare e controllare il mondo. Al sinistro non interessano la coesione sociale, i legami fra le persone, ma anche fra le persone e i luoghi, troppo complessi e destabilizzanti. Il suo focus è sulle cose materiali, più “controllabili” .
Il problema è che questa rassicurazione è illlusoria, perché porta a evitare la realtà, che diventa così sempre più minacciosa e incomprensibile. La paranoia e la sfiducia stanno perciò diventando atteggiamenti pervasivi. È paranoico perfino l’atteggiamento del governo nei confronti del popolo, nota McGilchrist, con il rischio che si affermino politiche che mirano al controllo totale, partendo dalla limitazione delle libertà individuali. I ruoli che trascendono la quantificazione e dipendono in una certa misura dall’altruismo, come i sacerdoti, gli insegnanti o i medici, vengono costantemente sminuiti o visti con sospetto.
Resta una domanda: questo scenario apocalittico descritto da McGilchrist è reale o è l’ennesima mistificazione dell’emisfero sinistro? E, se così fosse, perché non pensare che prima o poi, come è sempre avvenuto nella Storia, l’emisfero destro possa accorgersi del “problema” e riprendere spazio e voce nella nostra mente? Oppure quest’ultima è solo un’illusione dettata dall’emisfero sinistro, che vuole sempre convincersi che alla fine “andrà tutto bene”?
Rispondere è impossibile. Intanto potremmo lasciar risuonare dentro di noi la tesi suggestiva di McGilchrist, che potrebbe essere un po’ vera e un po’ no, un po’ affascinante e un po’ angosciante. Forse queste riflessioni potrebbero spingerci a riscoprire ciò che abbiamo perduto o trascurato. Forse potrebbero cambiare il nostro sguardo sul mondo. Ma non inseguiamo certezze né coerenza logica. E nemmeno parole. Perché, come diceva Ludwig Wittgenstein (forse proprio per aprirsi all’ascolto dell’emisfero destro): “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”.

(Marta Erba)

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28 June 2019

PTSD: QUANDO LA MINACCIA É INTROIETTATA

di Raffaele Avico

Abbiamo qui più volte sottolineato come il ptsd si configuri come un problema che ha a che fare con 3 domini principali dell’esperienza umana:

  • corpo
  • coscienza
  • memoria

Le ripercussioni del PTSD le troveremo cioè in ognuno di questi domini: consideriamo come il PTSD possa essere pensato come una forma estrema di condizionamento (la mia intera persona rimane bloccata in pattern di comportamento rigidi, sempre uguali, come a seguito di un pesante condizionamento agìto dall’impatto del trauma); consideriamo inoltre come nell’ambito di questa risposta di condizionamento, a subirne i maggior contraccolpi siano il corpo (che “accusa il colpo”, come efficacemente esprime Van Der Kolk) e lo stato della coscienza (che si presenta frammentata e perturbata da ricordi intrusivi e sintomi dissociativi, che rendono difficile fermarsi nel momento presente, dormire, etc.).

La Teoria Polivagale di Porges ha ben spiegato come, in caso di minaccia, il sistema nervoso autonomo risponda con modalità specifiche che dipendono dal livello stesso di minaccia percepita: esistono tre tipi di risposta (dalla ricerca di contatto oculare/sociale alla finta morte) corrispondenti a livelli di minaccia percepita diversi, e mediati da circuiti nervosi differenti.

Il PTSD sopraggiunge a seguito di uno o più traumi vissuti con impotenza. Sappiamo però che la rappresentazione di ciò che è traumatico dipende dalla storia dell’individuo e risponde a criteri estremamente soggettivi. Una rottura relazionale netta (quello che Giovanni Liotti chiama trauma da attaccamento) può rappresentare un vero e proprio trauma, con conseguenze definibili PTSD.

Abbiamo qui approfondito come per Peter Levine il trauma si trasformi in PTSD solo nel momento in cui, al momento del suo viverlo, siano presenti, insieme, PAURA e IMMOBILITÀ. Senza uno di questi due elementi, Peter Levine sostiene, non si creano le condizioni perchè si produca un PTSD. Il PTSD trova il suo terreno fertile cioè in un vissuto di paura senza sbocco. La natura del condizionamento, è che qualcosa, interiormente, rimane impresso in modo molto forte, deformando il comportamento dell’individuo che lo subisce. La stessa cosa avviene nel PTSD, con una minaccia che diviene introiettata. Facciamo un rapido esempio per capire come ciò può avvenire:

Marco, 40 anni, esce da una relazione molto sentita in senso affettivo, in modo brusco e traumatico, con un fortissimo senso di abbandono e i sintomi di quello che il medico di base gli chiarisce essere una sindrome post-traumatica. Nel momento in cui cerca riposo, la sua mente si avvicina in modo apparentemente invincibile a ricordi di natura traumatica che gli impediscono il sonno, procurandogli pesanti attivazioni fisiologiche (tachicardia, panico, generica “ansia”) e deformando, lentamente, tutto il suo stile di vita. Dopo un anno di tentativi, lascerà il lavoro e la città, trasferendosi altrove e cominciando un percorso di psicoterapia focalizzata sul trauma, con un completo recupero del senso di “controllo” sui suoi sintomi dopo 3 anni dal trauma.

Che significato ha, tutto questo? Possiamo interpretare il suo vissuto come il risultato di, appunto, un’introiezione della minaccia, che in qualche modo diviene interna, non più reale, ma “rappresentata/ricordata”. Il che non fa nessuna differenza in termini di reazione fisica: se al momento dell’immagazzinamento della memoria traumatica la reazione fu traumatica e disregolante, così lo sarà al momento del suo ricordo -bizzarramente vivido-, con tutte le conseguenze corporee dello stesso ricordare.

Un ulteriore aspetto da tenere a mente, è il senso di impotenza di fronte alla minaccia. Il lavoro di psicoterapia comincia, in questi casi, con un individuo che rappresenta le proprie risorse di coping con una misura 0, a fronte di una minaccia rappresentata di misura 100, e termina in teoria con un bilanciamento delle due misure rappresentate, e un senso di maggiore controllo acquisito.

C’è da dire, però, realisticamente, che alcuni individui saranno portati a un completo evitamento dello stimolo fobico/connesso al trauma, essendo spesso costretti a lasciare luoghi/situazioni al fine di evitare ogni possibile trigger che inneschi, nuovamente, il vissuto post-traumatico. In un ambiente percepito come maggiormente sicuro, il lavoro “interiore” potrà svolgersi con maggiore tranquillità, come nell’esempio clinico sopra riportato.

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11 June 2019

LA PSICOTERAPIA COME LABORATORIO IDENTITARIO

di Raffaele Avico

Abbiamo scritto in precedenza a riguardo del default mode, e di come in generale la mente necessiti di ambienti “dedicati” a fini associativi, per produrre narrazioni e consapevolezza, cose che contribuiscono a innalzare il livello della nostra igiene mentale che, è bene ricordarlo, si nutre di prevedibilità, organizzazione, assenza di paura e narrazioni/storie con funzione di “drive”.

In un mondo pervaso da dati continuamente disponibili, con il rischio perenne di un overflow cognitivo insalubre e foriero di stanchezza “da esaurimento”, abbiamo visto come spazi di “vuoto” possano garantire la presenza di movimenti auto-protettivi della mente, un po’ come avviene al corpo per il riposo notturno.
Come si inserisce il lavoro di psicoterapia in questo scenario? Un aspetto che non viene molto discusso (almeno in ambito di psicoterapia cognitiva, trovando però maggiori spazi di elaborazione in ambito psicodinamico) è la questione dell’identità. La psicoterapia, l’ora di colloquio, può funzionare anche -ma non solo- come una sorta di laboratorio identitario, cioè un laboratorio in cui possa esercitarsi un processo di consolidamento dell’identità dell’individuo, o di sua definizione o ridefinizione.

In che modo?

  • Narrazione. Ormai non vi è più nessun dubbio a proposito di quanto le storie facciano bene al sé, rafforzando, per così dire, l’Io, e in generale contribuendo a formare l’identità di un individuo: tutto questo, spesso, attraverso un processo di identificazioni multiple e sovrapposte. L’Io stesso (una cipolla costruita di identificazione che si sono sommate*) potrebbe essere pensato come il prodotto epifenomenico finale (come un sistema operativo, una maschera) di una narrazione che noi facciamo su noi stessi, e molteplici evidenze ci suggeriscono che più questa narrazione è precisa, puntuale e organizzata, più il nostro orientamento, la nostra spinta verso la realtà, il nostro senso di padronanza, saranno alti. Crescere vuol dire identificarci a nuove storie (mutuate anche da film, libri, personaggi anche solo immaginati o fantasticati), sovrapponendole a quelle nucleari che ci segnarono dal “giorno 1” (le storie e i miti famigliari). La psicoterapia rafforza l’identità perchè conferisce forma narrativa al discorso che si fa a riguardo del proprio sintomo, e in generale a riguardo di se stessi. Tutto questo (dare un senso narrativo) già di per sé costituisce un elemento di rafforzamento e riorganizzazione, ponendosi come primo, centrale elemento di cura/terapia.
  • La psicoterapia è un contesto protetto e sicuro, vuoto (in teoria), è un contenitore da usare per poter “spaziare” su di sé. Il che sarebbe molto naturale come operazione da voler fare o fare, ma non oggi: momenti del genere sono sempre più rari, e trovare una persona che ci dedichi attenzione assoluta portandoci spunti di riflessione su aspetti “nuovi” a riguardo della nostra storia, è divenuta cosa difficile da fare. In questo senso pensiamo alla psicoterapia come un laboratorio non solo di rafforzamento dell’identità, ma anche a un luogo di messa in discussione dell’identità, di smantellamento o smussatura di aspetti rigidi, e un luogo di confronto su di sé in senso meta-cognitivo (come innalzarsi su di un’altura per vedere le proprie forme dall’alto, in questo modo -si spera- trascendendole)
  • Il modellamento identitario è un processo sociale ed “emozionato”, anche quando avvenga in solitaria, ovvero per via di un dialogo solo interiore. Il dialogo interiore ha potere sul nostro costrutto identitario solo quando il “tono” con cui lo eseguiremo al nostro interno, avrà un colorito emotivo, e con questo una forza intrinseca realmente trasformativa. La stessa cosa avviene in psicoterapia: al di là di quanto il percorso di psicoterapia debba essere trasformativo in senso identitario (non è questo il suo obiettivo primario, ma può diventarlo), come abbiamo scritto qui l’alleanza terapeutica rimane il primo, centrale e di fatto univoco fattore a-specifico in ogni diverso approccio psicoterapico.

Possiamo dunque immaginare uno dei servizi della psicoterapia, come un servizio pro-consolidamento identitario, immaginando la stanza dei colloqui come un vero e proprio laboratorio identitario, tanto artigianale quanto possa esserlo il laboratorio di un restauratore di antichità. L’impatto di una percorso psicoterapico ha infatti ripercussioni sottili ma pervasive e di fatto, come chiunque l’abbia vissuto potrà sottoscrivere, molto concreto.

*L’Io non consiste di nessuna sostanza, non è il perno ontologico immutabile della realtà umana. Tutta la riflessione di Lacan intorno allo stadio dello specchio mostra che l’Io non ha un centro in se stesso, ma si costituisce solo attraverso una miriade d’identificazioni. Assomiglia a una cipolla fatta di tanti strati identificatori senza alcun cuore solido, senza un centro consistente.

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6 June 2019

DEEP BRAIN REORIENTING – IN CHE MODO CONTRIBUISCE AL TRATTAMENTO DEI TRAUMI?

di COSTANZO FRAU*, DIEGO GIUSTI**

*Studio di Psicoterapia e Ricerca Trauma & Dissociazione, Cagliari

**Studio di Psicoterapia, Progetto Evoluzione Psicologica, Parma


Una delle conseguenze meno evidenti ma piú deleterie del trauma psicologico é legata alla traccia mnestica bloccata (si veda qui). Le nuove strumentazioni utilizzate in campo neuroscientifico sono ormai capaci di darci una fotografia di come il cervello mantenga a distanza di tempo gli effetti negativi del trauma (McGowan et al. 2009; Hopper et al. 2002; Daniels et al. 2010).

Il trauma impatta negativamente in modo trasversale su tutti i sistemi di regolazione psicofisica (De Bellis & Zisk, 2014). Nello specifico ha un effetto sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, sul sistema catecolaminergico, su quello serotoninergico e dell’ossitocina. Gli effetti si manifestano anche sull’attività del sistema immunitario. Infatti i recettori dei glucocorticoidi agiscono come fattori di trascrizione regolando l’espressione genica per il metabolismo e il funzionamento immunitario. I livelli elevati di cortisolo conseguenti al trauma, sono in grado di sopprimere il sistema immunitario, la gluconeogenesi e inibiscono la loro stessa produzione con un feedback negativo ai recettori situati nell’ippocampo. Il trauma ha inoltre degli effetti negativi sul funzionamento neuropsicologico e sullo sviluppo cognitivo (sappiamo che i recettori dei glucocorticoidi sono molto importanti per lo sviluppo del cervello e le funzioni cognitive).

Qui ci siamo limitati ad accennare ai danni sui sistemi biologici sapendo che gli effetti del trauma su ognuno di questi sistemi meriterebbero un maggiore approfondimento.

Il libro “Neurobiology and treatment of traumatic dissociation – Toward an embodied self” (presto disponibile in lingua italiana) di cui Frank Corrigan é coautore, permette di approfondire con una lente neurofisiologica gli effetti del trauma sul nostro cervello. Il clinico e ricercatore scozzese, ha dedicato molti anni della sua carriera allo studio dei correlati neurobiologici del trauma e della dissociazione. Attualmente sta collaborando ad un progetto di ricerca con la Dott.ssa Ruth Lanius, che ha l’obiettivo di esplorare con il brain imaging i meccanismi neurali sottesi al trauma complesso.

Nei suoi studi sugli effetti del trauma sui circuiti cerebrali Corrigan ha promosso una modalità di trattamento efficace che ha definito Deep Brain Reorienting (DBR). Questo metodo si pone come obiettivo quello di lavorare sui residui traumatici che molto spesso rimangono attivi e non permettono una riconsolidazione delle memorie traumatiche.

Il modello verrá presentato a Parma il prossimo 12 Ottobre 2019 quando Frank Corrigan sará ospite del Progetto “Evoluzione Psicologica” di Diego Giusti.

Il DBR è il risultato di anni di studi e ricerche e può essere considerato un piccolo ma importante passo in avanti nel mondo della psicoterapia del trauma e della dissociazione. Quali sono i suoi punti di forza?

Innanzitutto è un metodo che considera la struttura della dissociazione; talvolta infatti, se questa non viene presa in considerazione, l’utilizzo di un metodo efficace per il trattamento del trauma può slatentizzare stati dissociativi. Il DBR è concepito al fine di evitare queste situazioni. Un altro pregio del DBR è che a differenza di altri metodi che nascono dalla pratica clinica per giungere ad un correlato neurobiologico, il DBR nasce direttamente dallo studio dei circuiti cerebrali e in particolare dallo studio delle circuitazioni mesencefaliche, garantendo così forti basi scientifiche al trattamento clinico.

Un’altra caratteristica distintiva è la sua origine stessa. Frank Corrigan, dopo essersi formato in diversi metodi e dopo anni di pratica clinica, ha notato che spesso la rielaborazione del trauma attraverso metodi evidence-based non era così efficace. Talvolta il miglioramento dei sintomi può essere debole e a breve termine e queste persone tendono spesso ad essere più facilmente ri-traumatizzabili rispetto agli stessi stimoli traumatici. In breve, i metodi efficaci di rielaborazione del trauma possono portare ad un miglioramento o ad una elaborazione del vissuto traumatico lasciando tuttavia delle tracce implicite residue. Focalizzandosi proprio sui circuiti del mesencefalo ha concettualizzato un metodo di intervento sui residui traumatici resistenti.

Il DBR si differenzia da altri metodi poiché cerca di agire sui precursori del trauma. Ma per rendere più chiari questi concetti è utile spendere qualche parola in più sulla sua componente neurobiologica.

Sappiamo che l’effetto del trauma si manifesta, tra le varie cose, attraverso un anomalo consolidamento della memoria a livello ippocampale. Queste circuitazioni sono infatti responsabili del consolidamento delle memorie a lungo termine con un meccanismo neuronale, ovvero attraverso un processo di potenziamento che ha come mediatore il glutammato. Alcune delle afferenze all’ippocampo provengono dalla corteccia (es. per le immagini visive, auditive, etc.) e altre dall’amigdala (attivazione emotiva). Se le attivazioni glutammatergiche provenienti dall’amigdala sono eccessive, come nel caso di eventi traumatici, la traccia di memoria ippocampale tenderà a consolidarsi in modo anomalo (evento registrato in modo parziale e frammentato) generando in molti casi sintomi intrusivi come ad esempio flashback, incubi, sensazioni somatiche spiacevoli. Grazie a tecniche specifiche di rielaborazione del trauma possiamo ridurre l’attività dell’amigdala associata a quelle tracce corticali generando una ri-trascrizione ippocampale della traccia di memoria. Nel ripensare all’evento non sará più presente il vissuto emotivo spiacevole e di paura che era presente prima dell’intervento.

In molti casi le tracce somatosensoriali rimangono bloccate ad un livello più basso dell’amigdala, ossia nel mesencefalo. Frank Corrigan ha definito la specifica sequenza neurofisiologica che mantiene queste informazioni nel tronco encefalico.

Il DBR, quindi, ha come obiettivo quello di riorientare l’attività del cervello agli stimoli che hanno generato il trauma o che lo mantengono nel tempo.

Se consideriamo per esempio l’EMDR, grazie alla stimolazione bilaterale alternata si avrebbe un’attivazione dei collicoli superiori i quali agirebbero, attraverso il nucleo medio-dorsale del talamo, sull’amigdala portando ad una riduzione della sua attività. Nel DBR si agirebbe proprio ad un livello più profondo, ossia sul circuito collicolo superiore – grigio periacqueduttale.

Un articolo di Baek et al., dal titolo “Neural circuits underlying a psychotherapeutic regimen for fear disorders”, comparso a Febbraio sulla rivista Nature, sembra corroborare l’importanza del collicolo superiore nella riduzione della paura. Nello studio di laboratorio fatto sui topi utilizzando la stimolazione sensoriale bilaterale alternata (alternating bilateral sensory stimulation, ABS), gli autori hanno messo in evidenza i circuiti neurali coinvolti nel processo di riconsolidamento che avverrebbe tramite l’EMDR. Un processo ben diverso da quello dell’estinzione giá descritto in letteratura. L’ABS aumenta l’attivitá del nucleo medio-dorsale del talamo (mediodorsal thalamus MD) che di conseguenza manda dei segnali al complesso basolaterale dell’amigdala (Basolateral complex of amygdala BLA) tramite il circuito MD-BLA. Questi segnali sono inibitori e modificano la trasmissione sinaptica riducendo l’attivazione dell’amigdala a lungo termine.

In questo percorso un ruolo centrale sarebbe svolto dal collicolo superiore, che assieme al grigio periacqueduttale rappresentano delle stazioni centrali del mesencefalo sulle quali il Deep Brain Reorienting di Frank Corrigan focalizza l’attenzione.

Per riferimento bibliografici: sapcc.sa@gmail.com

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4 June 2019

STRANGER DREAMS: STORIE DI DEMONI, STREGHE E RAPIMENTI ALIENI – Il fenomeno della paralisi del sonno nella cultura popolare

di Andrea Escelsior, medico, specializzando in psichiatria, Università di Genova


“Alla fine liquidò gli affari e portò la famiglia a vivere lontano dal mare, in un villaggio di indios pacifici situato sui contrafforti della sierra, dove fece costruire a sua moglie una stanza da letto senza finestre in modo che i pirati dei suoi incubi non avessero da dove entrare”. (Gabriel García Márquez, “Cent’anni di solitudine”; 1982)

“È dunque il timore la causa che genera, mantiene ed alimenta la superstizione”. (Baruch Spinoza, “Trattato teologico-politico”; 1670)


La paralisi del sonno

La paralisi del sonno è una parasonnia, che consiste nell’insolita esperienza di svegliarsi nella notte senza la possibilità di muoversi. La persona coinvolta esperisce uno stato di coscienza alterato, che combina il sonno REM con elementi di veglia. A tale fenomeno si associano solitamente sensazioni di paura e disagio estremi (Denis and Poerio, 2017). Le allucinazioni ipnagogiche (all’addormentamento) e ipnopompiche (al risveglio) sono spesso associate alla paralisi del sonno (Kompanje, 2008). Sebbene si tratti di un fenomeno relativamente comune, a tutt’oggi è disponibile solo una scarna letteratura in merito.

La predisposizione allo sviluppo delle paralisi del sonno è legata a diversi fattori quali genetica, specifiche caratteristiche di personalità, avere credenze anomale, giovane età, disturbi del sonno, malattie fisiche e disturbi psichiatrici. Il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e il disturbo da attacchi di panico sono disturbi predisponenti in ambito psichiatrico. Gli episodi sono inoltre legati all’esposizione a fattori ambientali, quali uso di sostanze o fattori stressanti e traumatici, oppure lo svolgere specifiche mansioni lavorative, come nel caso dei turnisti e del personale infermieristico (Cox, 2015; Davies, 2003; Denis et al., 2018).

La paralisi del sonno è un fenomeno che riguarda il 7,6% circa della popolazione generale. L’epidemiologia evidenzia inoltre come nel 31,9% dei pazienti psichiatrici sia stato riscontrato almeno un episodio di paralisi del sonno, in modo particolare nei pazienti con disturbo da attacchi di panico (34,6%). I pazienti spesso attribuiscono il manifestarsi delle paralisi del sonno a stati particolari di fatica, stress e altri fattori psicosociali (Sharpless and Barber, 2011; Yeung et al., 2005). Un aumento dell’incidenza nella popolazione psichiatrica si può tuttavia verificare a seguito di specifiche situazioni storiche, come nel caso dei rifugiati cambogiani. In questa popolazione le incursioni notturne del khmaoch sângkât (“il fantasma che spinge giù” in lingua khmer) si presentava con il 42% di prevalenza nell’arco di un anno. In questi casi sono particolarmente frequenti le allucinazioni visive durante il fenomeno (91%) e di attacchi di panico (100%) (Hinton et al., 2005). Non sembrerebbero esistere invece significative differenze di prevalenza legate alla geografia,  in uno studio comparativo è risultata infatti pari al 26,2% a Boston e al 23,3% a Shanghai (Yeung et al., 2005).

La paralisi del sonno nella letteratura

Il fenomeno è stato storicamente reso celebre da alcuni autori letterari. Descrizioni di episodi di paralisi del sonno si ritrovano ad esempio ne “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij (1881), nel dialogo notturno tra Ivan Fëdoroviè ed il diavolo, apparso nella camera del protagonista durante un incubo durante un accesso febbrile (Stefani et al., 2017):

“[..] Per questa volta agirò onestamente e ti  spiegherò ogni cosa. Ascolta: nei sogni, e  soprattutto negli incubi, a causa di una indigestione  o di qualcos’altro, gli uomini a volte hanno visioni artistiche,  vedono una realtà così complessa e vivida, assistono a eventi tali  e persino a un intero mondo di eventi collegati tra loro da una trama  così ricca di particolari inattesi – a cominciare da manifestazioni superiori  per finire con l’ultimo dei bottoni di un polsino – che, ti giuro, neanche Lev  Tolstoj sarebbe capace di immaginare; eppure questi sogni vengono fatti da persone normalissime, impiegati, giornalisti, pope, e non già da scrittori di professione… La questione è un enigma bello e buono: un ministro mi ha persino confessato che le idee migliori  gli vengono in sogno, quando dorme. Be’, proprio come adesso, ammettiamo pure che io sia una tua allucinazione, ma un’allucinazione che, come  in un incubo, ti dice cose originali che a te non sono mai venute in mente fino a questo momento. Per questo non ripeto i tuoi pensieri,  ma sono soltanto il tuo incubo e niente di più”.

Prima ancora se ne ritrovano descrizioni ne ”L’ Horla” (1887) di Maupassant (Miranda and Högl, 2013) in “Belli e dannati” di Francis Scott Fitzgerald (1922), ne “Il braccio avvizzito” di Thomas Hardy (1888) (Davies, 2003) e  in “Moby Dick” (1851) di Melville (Herman, 1997). Così Melville fa raccontare al suo personaggio principale, Ismaele:

“Per parecchie ore rimasi disteso, completamente sveglio, e mi sentivo peggio assai che non mi sia mai successo, neanche nelle maggiori disgrazie che ho avuto in seguito. Infine caddi, immagino, in un torpore penoso da incubo; e uscendone a poco a poco, ancora mezzo affogato nei sogni, apersi gli occhi e la camera già assolata era adesso avvolta nel buio della notte. Subito mi sentii percorrere tutto da una scossa. Non si vedeva niente, non si sentiva niente; ma mi parve che una mano soprannaturale mi stringesse la mano. Il mio braccio pendeva lungo la coperta, e la forma o fantasima silenziosa, indefinibile, inimmaginabile a cui apparteneva la mano pareva sedermi vicino sulla sponda del letto. Per ciò che mi parve una durata di secoli e secoli stetti così, agghiacciato dalle paure più tremende, e non osavo ritirare la mano, eppure pensavo continuamente che, solo a poterla muovere di un pollice appena, l’orribile incantesimo si sarebbe spezzato. Non so come questa sensazione, alla fine, svanì via. Ma svegliandomi al mattino; di colpo ricordai tutto con un brivido, e per giorni e settimane e mesi mi perdetti in tentativi angosciosi di spiegare quel mistero. Perfino oggi mi capita di ricominciare a pensarci”.

La paralisi del sonno tra storia e folklore

Trattandosi di un fenomeno trasversale e comune, non sorprende come possa essere entrato nella tradizione popolare che trova riscontro in diverse parti del mondo, identificato usando decine di termini differenti grammaticalmente ma di significato analogo. I termini Lilitu (lei-demone) o Lilith, presenti nella lista dei re sumeri del 2400 a.C., costituiscono il primo riferimento a una creatura disturbatrice del sonno, responsabile degli episodi di paralisi. Lilith era considerata una vampira e una prostituta, in grado di irretire gli uomini e trattenerli con sé per sempre. Nelle derivazioni ebraiche, si trattava invece della prima moglie di Adamo, che invece di” obbedire” divenne un demone. Sia nelle derivazioni ebraiche che sumeriche, Lilith era solitamente associata al diavolo, avendo le sembianze corporee di serpente, scorpione o drago (Cox, 2015).

Alcuni dei successivi termini più noti per descrivere il fenomeno sono quelli greci di pan-ephialtes (Pan che salta sopra), graia e mora (mostro, orco, spirito, ecc.), quelli romani di incubo (presenza che preme o schiaccia) e lamia, i tedeschi  mar/mare,  hexendrücken (strega che preme) e Alpdruck (elfo che preme), il ceco  muera, il polacco zmora, il russo kikimora, il francese cauchemar,  gli  inglesi maere ed hagge; il norvegese mara, l’irlandese mar/more e lo spagnolo pesadilla (Cheyne et al., 1999). Nella provincia canadese di Terranova, l’incubo viene definito “la vecchia strega”, mentre nell’isola caraibica di Saint Lucia, la creatura si chiama Kokma, ed è lo spirito di un bambino morto e non battezzato che attacca le persone nei loro letti e interrompe il loro respiro saltando sul loro petto e afferrandole alla gola (Cox, 2015). Nel folklore brasiliano troviamo invece la Pisadeira, descritta come una vecchia con le unghie lunghe che si annida sui tetti di notte e calpesta il petto di chi dorme a stomaco pieno e con la pancia in su. In Egitto, il fenomeno viene attribuito agli attacchi dei Jinn (demoni) (Jalal et al., 2015).  Nella tradizione giapponese, la paralisi del sonno è dovuta a uno spirito vendicativo che soffoca i suoi nemici mentre dormono, mentre in quella nigeriana viene attribuita a un demone femminile che attacca durante i sogni e provoca la paralisi. Per gli Inuit invece il fenomeno è dovuto agli incantesimi degli sciamani o a spiriti maligni, che attaccano l’anima dell’individuo, più vulnerabile durante il sonno e il sogno (de Sá and Mota-Rolim, 2016; Law and Kirmayer, 2005). Nell’Italia moderna troviamo invece diverse figure, quali la Pandafeche in Abruzzo, sorta di strega che secondo la tradizione  avrebbe un buco nella mano che, qualora si adatti al naso del dormiente, consentirebbe l’avvio di un attacco (Jalal et al., 2015) o del Laurieddhu nel Salento, folletto dispettoso che si divertirebbe a fare ogni sorta di dispetto al malcapitato dormiente.

La quasi totalità delle interpretazioni tradizionali chiama in causa il mondo soprannaturale. Rara eccezione è costituita dal mondo greco-romano, che si caratterizzò per la presenza di posizioni inclini ad attribuire un significato soprannaturale al fenomeno e di spiegazioni di tipo fisiologico. Così, mentre il fondatore della scuola metodica di medicina Temisone di Laodicea (I secolo a.C.) inquadrò il fenomeno in termini soprannaturali, per Galeno (129 d.C. –201 d.C. circa) la paralisi del sonno era dovuta a una varietà di disturbi gastrici dovuti a cibo indigesto, eccesso di cibo o abbondante consumo di alcool (Golzari et al., 2012).

Tra le interpretazioni soprannaturali inoltre è presente una varietà di chiavi di lettura del fenomeno. Mentre nella maggior parte dei casi le paralisi del sonno vengono lette in chiave di aggressione fisica nei confronti del soggetto, il mondo greco ne presenta una interpretazione di tipo positivo, chiamando in causa la sessualità. Come scrive Artemidoro di Daldi (II secolo) nel suo libro “L’interpretazione dei sogni”, durante gli ephialtes il dio Pan poteva avere rapporti sessuali con il sognatore, e questo significava una promessa di una grande fortuna futura.

Questo legame positivo con l’atto sessuale verrà tuttavia rovesciato con l’avvento dell’era cristiana, i cui principi comprendevano lo stretto controllo degli istinti sessuali (de Sá and Mota-Rolim, 2016). Sarà lo stesso Sant’Agostino (354 d.C.- 430 d.C.) a condizionare la successiva percezione ed interpretazione del fenomeno  della paralisi del sonno legandone la natura al peccato carnale, scrivendo: “Ed è notizia assai diffusa e molti confermano di averlo sperimentato o di avere udito chi l’aveva sperimentato che i silvani e i fauni, i quali comunemente sono denominati “incubi”, spesso sono stati sfacciati con le donne e che hanno bramato e compiuto l’accoppiamento con loro”. (Sant’Agostino d’Ippona, De Civitate Dei, XV,23). Come fa notare la storica medioevale Chiara Frugoni, nel medioevo “Il tempo notturno è anche quello dell’amore, ma a volte all’uomo si sostituisce il diavolo, soprattutto il diavolo incubo [..] che nelle miniature o nei racconti traduce visivamente pulsioni e censure di natura sessuale” (Chiara Frugoni, “Vivere nel medioevo: donne, uomini e soprattutto bambini; 2017). Le fa eco Umberto Galimberti, che rileva però come all’incubo “[..] corrisponde succuba, demone femminile responsabile delle polluzioni notturne degli uomini”  (Umberto Galimberti, “I miti del nostro tempo”; 2013). È suggestivo l’accostamento con la definizione psicoanalitica dei sogni d’angoscia fatta da Freud: “Il sogno d’angoscia è spesso lo scoperto appagamento di un desiderio, naturalmente non di un desiderio accettato, ma di un desiderio respinto” (Sigmund Freud, “Introduzione alla psicoanalisi”, 1917).

Nella Persia medioevale il clima culturale era invece diverso, come evidenziato dal lavoro del medico Akhawayni Bokhari (?–983 d.C.), che nel suo trattato di medicina (Hidayat al-muta’allemin fi al-Tibb) riprenderà il lavoro di Galeno sul legame tra paralisi del sonno e aumento di vapori dallo stomaco al cervello, ritenendo inoltre il disturbo caratteristico delle persone con temperamento freddo. Ma Akhawayni andrà oltre, evidenziando l’associazione tra paralisi del sonno ed epilessia, anticipando in questo Avicenna (980 d.C.-1037 d.C.) e i medici del tardo Rinascimento. Questo aspetto è interessante perché, benché la medicina moderna non abbia trovato una correlazione tra disturbi gastrici e paralisi del sonno, riconosce invece una complessa relazione con l’epilessia (Golzari et al., 2012).

Sempre la dottoressa Frugoni fa notare come già nel medioevo sia presente una vasta iconografia riguardante gli incubi, come ad esempio ne “Il diavolo incubo” di Robert de Borron (1450-1455),  che rappresenta il concepimento di Merlino, risultato dell’accoppiamento di una donna ed un demone incubo. Tuttavia, la rappresentazione più famosa del fenomeno sarà realizzata nel 1781, con il dipinto “L’incubo” di Johann Heinrich Füssli.7

La prima descrizione clinica moderna della paralisi del sonno fu pubblicata nel 1664 da medici olandesi, venendo indicata con il termine Incubus o Night-Mare, ma il termine “paralisi del sonno”, come tale, fu usato per la prima volta nella letteratura medica solo a partire dal 1928 (Cox, 2015).

Ancora al giorno d’oggi, le esperienze di paralisi del sonno nella maggior parte dei casi contengono caratteristiche assimilabili ai sistemi di credenze pre-moderni, che coinvolgono demoni e fantasmi, come evidenziato da uno studio statunitense (Hufford, 2005). Tuttavia, come già successo in passato, i cambiamenti del contesto storico-culturale si sono accompagnati a variazioni nei contenuti riferiti. Una manifestazione paradigmatica di questi cambiamenti nell’ambito della modernità è la relazione tra paralisi del sonno e il fenomeno dei rapimenti alieni.

Incubi del quarto tipo

Non che la figura dell’alieno sia necessariamente un attributo specifico della modernità, già il materialista Lucrezio nel suo “De Rerum Natura” (I secolo a.C.) speculava intorno alla possibilità di esistenza di vita e di coscienze al di fuori della Terra:

“Pertanto dobbiamo capire che esistono altri mondi in altre parti dell’Universo, con tipi differenti di uomini e di animali”.

Tali ipotesi, successivamente osteggiate a partire dall’avvento del Cristianesimo, ripresero corpo solo a partire dalla fine del XVI secolo. Il neoplatonico Giordano Bruno annoverò tali convincimenti nel suo corpus filosofico, in un libro peraltro importante come “De l’infinito, universo e mondi” (1584), come si evidenzia nel Dialogo III tra i personaggi Burchio e Fracastorio:

“Burchio: Cossì dunque gli altri mondi sono abitati come questo?

Fracastorio: Se non cossì e se non megliori, niente meno e niente peggio”.

Anche per questi convincimenti sarà arso sul rogo, 16 anni più tardi. Da quel periodo in poi, complice l’invenzione della stampa, si svilupperà una crescente letteratura di fantascienza, che troverà il suo culmine nell’’800, con l’introduzione delle prime storie di extraterrestri moderne, con H. G. Wells (1866 – 1946).

A partire dai primi del novecento, fu senz’altro l’opera dello scrittore americano H.P. Lovecraft (1890-1937) a fondere indissolubilmente i sentimenti di paura e terrore propri del genere horror con la fantascienza. I suoi racconti sono stati spesso ispirati ai suoi incubi, con descrizioni di fenomeni riconducibili a paralisi del sonno, sogni lucidi e terrori notturni (Bulkeley, 2016). I suoi sonni disturbati sono esplicitamente associati al terrore dell’ignoto, come emerge dalla poesia “Fantasmi”:

Era l’ora innominabile della notte / In cui le illusioni in un nembo delirante / Intorno al silenzioso dormiente, ondeggiano / E si muovono furtive nelle sue visioni inconsce

I mass media amplificheranno e popolarizzeranno il fenomeno, a partire dalle trasmissioni radiofoniche, quali il celebre adattamento radiofonico di Orson Wells del libro la “Guerra dei mondi” (1938). Più tardi la televisione farà il resto. Allo stesso tempo, prenderà le mosse il cosiddetto fenomeno degli avvistamenti “dischi volanti” (1947), ai quali sarà popolarmente attribuita un’origine extraterrestre.

Il motivo di questa lunga digressione è presto detto. È infatti proprio all’interno di un clima culturale favorevole e a presumibilmente a seguito del condizionamento implicito indotto dai mass media che esperienze soggettive quali le paralisi del sonno potranno essere reinterpretate in chiave aliena.

Tutti questi ingredienti sono probabilmente compresenti nella storia di Barney e Betty Hill (1961), che darà il via al fenomeno delle abductions (rapimenti alieni). All’interno della storia si ritrovano già in nuce i paradigmi di moltissime storie successive, ovvero la presenza di spaventosi incubi terrifici (dei quali fu vittima Betty Hill) ed il ricorso alla tecnica pseudoscientifica dell’ipnosi regressiva, nota per la capacità con la quale induce falsi ricordi. L’ipnosi regressiva, sebbene ampiamente screditata, è ancora utilizzata da “esperti” del settore, più o meno noti e più o meno in buona fede. Proprio da quelle sedute emergerà la classica descrizione degli intrusi alieni, i classici “grigi”, presunta razza aliena umanoide avente caratteristici corpi grigi sottili, teste grandi e occhi scuri.

E il ruolo dei mass media? È presto detto. Come ha acutamente notato Martin Kottmeyer nel suo articolo “Entirely Unpredisposed: The Cultural Background of UFO Abduction Reports” il 10 febbraio 1964 venne proiettato in televisione l’episodio della famosa serie di fantascienza The Outer Limits “The Bellero Shield”, nella quale figura un alieno molto simile a quello che Barney Hill evocherà per la prima volta durante la prima seduta di ipnosi regressiva, avvenuta appena 12 giorni dopo.

Al contrario sua moglie Betty, nel 1961, descriveva le figure che venivano a farle visita durante i suoi incubi come ragazzi di bassa statura, dai capelli neri e con nasi alla “Jimmy Durante”, come fa notare lo scrittore scettico Brian Dunning nell’articolo “Betty and Barney Hill: The Original UFO Abduction”.

Gli argini erano però già caduti, e di lì a poco il cosiddetto “fenomeno delle abductions” esploderà letteralmente così come quello dell’attribuzione delle esperienze di paralisi del sonno a creature aliene. I rapitori saranno perlopiù gli ormai tradizionali grigi di Zeta Reticuli (dalla costellazione di origine dei visitatori dei coniugi Hill), ma diverse razze faranno in seguito la loro comparsa. Diverse ma non strane, perché saranno tutte associate da una comune caratteristica. La straordinaria somiglianza all’uomo.

Mentre per i normali soggetti moderni sarebbe problematico credere nella realtà di essere attaccati da uno spirito malvagio durante la notte, il passaggio da una chiave di lettura mistico-religiosa ad una tecnologica rende più credibile l’esperienza (Hufford, 2005). I rapimenti alieni vengono spesso riferiti in un contesto notturno, accompagnati da risveglio con incapacità di muoversi durante e allucinazioni visive degli alieni (de Sá and Mota-Rolim, 2016). Il contenuto allucinatorio comprende di solito vedere esseri alieni nella stanza da letto, sensazioni elettriche (a volte dolorose), vedere luci lampeggianti o oggetti luminosi e la sensazione di levitare dal letto. La maggior parte degli addotti (come si definiscono i soggetti rapiti) aveva sperimentato più episodi. Le allucinazioni solitamente avvengono in una delle due modalità (ad esempio visiva) o in più modalità (ad esempio visiva, tattile, uditiva). La maggior parte degli addotti inoltre nel periodo successivo all’esperienza, sottoponendosi alla pratica pseudoscientifica dell’ipnosi regressiva recuperano pseudo-ricordi dell’esperienza, che solitamente risultano fortemente influenzati dagli stereotipi inerenti i rapimenti alieni (McNally and Clancy, 2005). In letteratura non c’è consenso riguardo a quante persone credano di essere vittime di rapimento alieni. In ambito americano, Bullard (1994) intervistò 13 investigatori di fenomeni UFO e riportò che questi avevano i dettagli solo di circa 1700 casi. Tuttavia, le cifre portate sono di solito molto più alte, dalle centinaia di migliaia ai 15 milioni tra uomini, donne e bambini. È caratteristico che molte esperienze di incontri alieni sono associate al sonno (quasi il 60%). In questo senso, il sondaggio Roper sulle esperienze anomale svolto nei primi anni ’90 in un campione casuale di 5947 adulti americani stima una cifra di 3,7 milioni di persone che avrebbe vissuto esperienze di questo tipo, ciò che è interessante è che questa stima non proveniva dalle segnalazioni di rapimenti consapevolmente ricordati, ma era un’estrapolazione basata sull’incidenza di sintomi abbastanza comuni di paralisi del sonno (Holden and French, 2002). A partire dagli anni ’80, intorno al fenomeno è andato progressivamente sviluppandosi un fiorente mercato, alimentato da libri e serie televisive popolari, che ha chiaramente aumentato la tendenza degli sperimentatori di paralisi del sonno a prendere seriamente l’opzione.  Ad esempio, un libro che ha contribuito a lanciare il genere è “Communion: una storia vera“” (sic!) di Whitley Streiber (1987), nel quale l’autore descrive molti casi del tutto indistinguibili da fenomeni di paralisi del sonno (Hufford, 2005).

La storia di Barney e Betty Hill fu indubbiamente la capostipite moderna di questo fenomeno. Questa storia si lega ad un elemento fondamentale e spesso ignorato. I coniugi Hill erano una delle prime coppie interraziali in un contesto sociale e culturale apertamente ostile a queste unioni. Appena poco tempo prima, con il Civil Rights Act (1957) gli afroamericani avevano ottenuto il diritto di voto. Nel 1961 i movimenti contro la segregazione razziale erano appena sul nascere, con le contestazioni contro le politiche di segregazione negli autobus e nelle tavole calde. La Marcia per lavoro e libertà di Martin Luther King avverrà ad appena due anni di distanza, ma era ancora inimmaginabile all’epoca. Il 1961 di Barney e Betty Hill coincise anche con l’ingresso, sancito con sentenza della Corte Suprema, dello studente afroamericano James Meredith nell’Università dello Stato del Mississippi. Per far comprendere il clima dell’epoca basta sottolineare come il rettore dell’Università, con l’aperto appoggio del governatore dello Stato si schiererà davanti alle porte dell’ateneo per impedirne l’ingresso in aperta opposizione alla sentenza.

Fu Barney ad accusare maggiormente il peso di questo contesto. A partire dal 1962, incominciò a soffrire di stati depressivi accompagnati da insonnia, ipertensione e da un’ulcera duodenale. Il Dr. D. Stephens, a cui si rivolse inizialmente, dopo una lunga serie di analisi  imputò ai problemi di Barney una probabile causa di ordine psicologico. Venne sottoposto il caso ad uno dei migliori psichiatri di Boston, il Dr. Benjamin Simon. Il Dr. Simon concluse che Barney Hill probabilmente estrapolò dall’ascolto delle storie inerenti gli incubi della moglie il suo racconto dell’abduction. Il racconto di Barney, che darà il via a tutti i racconti “canonici” sui rapimenti alieni, sarebbe invece da addebitare secondo il Dr. Simon ad uno stato di forte ansia legato alla sua situazione personale di afroamericano sposato con una donna bianca in un contesto sociale manifestamente sfavorevole, usando la definizione di  “racial paranoia”.

Seguendo le acute conclusioni del Dr. Simon sul caso, si potrebbe sotto alcuni aspetti aggiornare ai rapimenti alieni questa frase tratta dal “Leviatano” (1651) di Thomas Hobbes:

“Da questa incapacità intellettuale a distinguere i sogni e simili fole della fantasia dalla visione e dal senso, scaturì la maggior parte delle antiche religioni pagane, che promulgavano il culto dei Satiri, dei Fauni e delle Ninfe, e simili; e su di essa si fonda oggi la credenza del popolino nelle Fate, negli Spettri, nei Folletti e nel potere delle Streghe”.

Il potere delle Streghe      

I fenomeni di paralisi del sonno sono ampiamente entrati nella storia della caccia alle streghe. Nei processi per stregoneria, probabili esperienze di paralisi del sonno sono state variamente utilizzate come prova di un intervento demoniaco nelle vicende umane. Ad esempio nel processo per stregoneria di Olive Barthram (Inghilterra, 1599), una delle sue presunte vittime, Joan Jorden testimoniò che “una spessa sostanza scura alta circa un piede e bianca sulla cima” inviata dalla Barthram, le avrebbe dato il tormento durante la notte. In un’altra occasione la Jorden testimoniò come lo spirito fosse nuovamente apparso, questa volta nella forma di un gatto. Testimonianze analoghe sono emerse dagli atti dei celebri processi alle streghe di Salem (New England, 1692).  Il testimone Robert Downer ad esempio, accuserà la presunta strega Susan Martin di essere volata, con fattezze di un gatto, all’interno della sua camera mentre era sdraiato nel suo letto, stringendolo poi alla gola e gravandogli sul petto fin quasi ad ucciderlo.  Un’analoga testimonianza contro la stessa Susan Martin la fece Bernard Peach; Peach dichiarò che una notte, “sentì uno scroscio alla finestra, poi vide Susan Martin entrare e saltare sul pavimento, afferrargli i piedi e sollevare il suo corpo per poi sdraiarsi su di lui per circa due ore, in tutto il tempo non ha potuto né parlare né muoversi [..] Quando finalmente la paralisi cominciò a svanire, morse le dita della Martin e lei uscì dalla camera, giù per le scale, fuori dalla porta“. Nell’accusare Bridget Bishop, il testimone  Richard Coman dichiarò che otto anni prima, mentre era a letto, la donna lo avrebbe “oppresso in modo tale da non permettergli né di muoversi, né di svegliare qualcuno, e che la notte dopo venne molestato allo stesso modo“. Nei processi alle streghe del ‘600 in Germania la situazione non fu molto diversa. Resoconti similari vennero fatti prevalentemente da parte di donne gravide o che avevano appena partorito. Nel 1666, la testimone Anna Cramer si lamentava che una strega la tormentava di notte sdraiandosi sul suo corpo gravido. Nel 1685, Georg Schmetzer testimoniò che sua moglie si lamentava di una presenza notturna che gravava sul suo corpo. Sospettò quindi della sua cameriera accusandola di essere una strega.

Anche in Italia troviamo riferimenti alle paralisi del sonno, in questo caso nelle carte processo della Santa Inquisizione ai Benandanti (1575-1675), appartenenti ad un culto pagano-sciamanico contadino nel Friuli del  XVI-XVII secolo. Le congreghe dei Benandanti si occupavano principalmente di proteggere i raccolti dai malefici e di curare le persone colpite dal malocchio. Indicati come stregoni affiliati al demonio dalla Chiesa, vennero duramente perseguiti. Durante il suo interrogatorio (1580) Paolo Patavino così tentò di difendersi dalle accuse: “chi ti ha portato ad entrare in compagnia di questi Benandanti? Lui rispose: L’angelo di Dio. Quando è apparso questo angelo? Lui rispose: Di notte, a casa mia, forse durante la quarta ora della notte, al primo sonno. Come è apparso? Egli rispose: Un angelo apparve davanti a me, tutto fatto d’oro, come quelli sugli altari, e mi chiamò, e il mio spirito uscì” (Davies, 2003).

Come inquadrare il legame tra caccia alle streghe, inquisizioni e paralisi del sonno? Ci può venire incontro Lovecraft, che nel suo bel saggio “Supernatural Horror in Literature” (1927) afferma “La più antica e potente emozione umana è la paura, e la paura più antica e potente è la paura dell’ignoto”. La paura dell’ignoto, come un horror vacui terrificante e inaccettabile, necessita di prendere forma al di fuori di noi. Prima ancora che nella sua opera, queste parole di Lovecraft si intrecceranno con la sua vita, il terrore dell’ignoto si tradurrà infatti in convinzioni personali di stampo fortemente razzista e xenofobo (Bulkeley, 2016). Solo nel suo racconto “L’estraneo”, passerà dalla proiezione esterna delle sue paure a una repentina presa di coscienza, culmine di un climax di crescente tensione nel quale un personaggio in cerca di risposte intorno alla natura del proprio mondo scopre la vera origine del suo sentimento di terrore ed estraneità in sé stesso (1921).

Lo stesso meccanismo proiettivo si è tradotto storicamente in accuse e nella colpevolizzazione degli elementi sociali più stigmatizzati e fragili come gli appartenenti a classi sociali inferiori, i malati mentali o chi professava religioni o filosofie differenti da quelle maggiormente diffuse. Gli stranieri erano spesso i primi accusati, come nel caso della schiava caraibica Tituba da cui partì l’osceno processo di Salem (per una ricostruzione narrativa degli eventi del processo si veda il bel libro dello scrittore autodidatta Bruno Sebastiani “Le streghe di Salem”). Paura del diverso e dello straniero insomma. Ma un altro tratto tipico delle manifestazioni di isteria di massa di questo tipo è di essere avvenute in periodi storici caratterizzati dall’incertezza (il clima di repressione sessuale e la difficile vita dei primi insediamenti New England puritano, la Guerra dei Trent’anni in Germania).

La caratteristica generale di questi fenomeni è che si sono verificati ogni volta che alla mancata conoscenza delle cause di un fenomeno sconosciuto e inatteso come può essere la paralisi del sonno si sia affiancato un clima di incertezza sociale e di domanda di sicurezza. Questa è purtroppo una regolarità universale della psicologia delle masse, che prescinde il contesto specifico (ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti inerenti la contemporaneità è puramente voluto).

L’utilizzo dei fenomeni di paralisi del sonno come prova nelle accuse di stregoneria, peraltro già iniziato ad essere messo in discussione da alcuni inquisitori, verrà definitivamente meno con l’età dei lumi. La filosofia razionalista, avanzando assieme agli eserciti rivoluzionari, relegherà la credenza nella stregoneria stessa, nel posto che da quel momento le spetta, cioè nel museo delle antichità. E le esperienze di paralisi del sonno rientreranno dopo secoli definitivamente nell’alveo dell’indagine medica.

Per dirla con Voltaire:

“Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle”.

Article by admin / Generale

28 May 2019

ALCUNI SPUNTI DA “LA GUERRA DI TUTTI” DI RAFFAELE ALBERTO VENTURA

di Raffaele Avico

Nel suo “la guerra di tutti”, Raffaele Alberto Ventura tenta una lettura “totale” del presente, integrata, mettendo in campo più aspetti, cosa che già aveva fatto con La Teoria della Classe Disagiata per descrivere il “problema millennials”: in quest’opera prima aveva descritto la classe media come incagliata in un doppio legame impossibile da sciogliere se non tramite un’auto-estinzione “morbida”: troppo ricca per poter considerare realmente un declassamento (la classe media, appunto), troppo povera per raggiungere le aspirazioni iniziali, di fatto destinata, appunto, a un’auto-estinzione demograficamente già in atto, almeno in Italia. Ventura, ora, tenta di fornirci una cornice simbolica più larga, utile a spiegare come mai il rischio sia quello di precipitare in una guerra di “tutti contro tutti”, senza più punti di riferimento su più piani (politico e culturale). Ventura si confronta con una realtà complessa e il tentativo di fornire una chiavi di lettura o anche solo una “big picture” rende La guerra di tutti un libro a suo modo “terapeutico”, o in ogni caso utile a chi voglia comprendere più a fondo il mondo che vive, nell’idea che possa essergli utile singolarmente come individuo.

Alcuni punti esposti nel libro sono particolarmente interessanti:

  • come esposto anche in questa intervista a radio Rai 3, catarsi può anche voler dire mimesi, soprattutto quando si parla di arte. Ventura parla di una generale sottovalutazione dell’impatto dei “segni” nella nostra società. Rappresentare un qualcosa, spettacolarizzarlo, potrebbe essere catartico, ok, ma potrebbe anche produrre comportamenti di “mimesi”, cioè di involontaria adesione a un certo modo di vedere la realtà o di pensarla: per raccontare questo Ventura usa il problema fake-news e la spettacolarizzazione della violenza tramite l’uso di social network: un uso dei “segni”, insomma, di fatto potenzialmente nocivo, in grado di “toccare” il cittadino che vi si imbatta, alimentando escalation di aggressività o paranoia. Nell’intervista prima citata Ventura descrive il problema del “confine permeabile” tra spettacolo e reale, intorno al quale spesso notiamo movimenti osmotici (il reale che entra nello spettacolo, come la politica -spettacolarizzata-, ma anche lo spettacolo che entra nel reale -pensiamo agli effetti del cyberbullismo o al proliferare di idee definibili “deliroidi” tramite fake news e cattiva informazione -complottismi, regressioni a posizioni pre-scientifiche, etc.)
  • Ventura usa la piramide dei bisogni di Maslow per ragionare su quanto in effetti il problema di oggi non necessariamente coincida con l’accesso alle risorse “di base”. Il problema della classe media (perchè in ultima analisi è questa, credo, il target/lettore di Ventura), andrebbe ricercato in un bisogno insoddisfatto di riconoscimento in termini di posizione sociale e “amor proprio”: l’autore descrive la “guerra di tutti” come una guerra scaturita da un bisogno di riconoscimento simbolico insoddisfatto, ancor più potente, in termini di “sofferenza” prodotta, di un eventuale limitato accesso alle risorse “di base”. In un certo senso, è come se (e questa tesi già la argomentava nel suo libro precedente), con il frigo pieno, il problema di “affermazione” della classe media si fosse elevato a un ordine superiore, divenendo un problema di riconoscimento di “status”, ora mediato dell’accumulo di quelli che Ventura chiama “beni posizionali” (sempre più prestigiosi titoli di studio, master accumulati, esperienze in grado di “sancire” l’appartenenza a una certa fascia sociale, etc.)
  • con “guerra di tutti”, Ventura definisce lo “stato di natura” teorizzato da Thomas Hobbes, ovvero uno stato di conflitto “tutti contro tutti” con la politica e la società stessa aventi la funzione di “freno” (permanente e costantemente da ricalibrare). La società, Ventura scrive, ha da sempre avuto la funzione di governare, sublimandola, questa guerra totale. Al momento attuale la situazione è, a quanto sembra, quella di un temporaneo spaesamento di intere fasce della popolazione, delegittimate nei propri sogni traditi e soprattutto non riconosciute, rappresentate da una classe politica funzionante insieme in modo catartico (sfogando paura e xenofobia) ma anche in modo tale da aizzare quelle stesse paure, alimentandole (si veda questa intervista). Ventura parla del Movimento 5 stelle come dell’”ariete” arrivato a sovvertire il sistema (riferendosi, per esempio, al Vaffanculo Day), e della Lega di Salvini giunta a riempire il vuoto creatosi, di fatto entrambi portavoce dello stesso bisogno -espresso in modo più o meno consapevole da un enorme bacino di persone-, di essere rappresentati e riconosciuti, come in un gioco di specchi.
  • la rabbia eccessiva richiede proiezioni esterne, il creare dei nemici (immaginari o meno) contro cui sfogarla e grazie ai quali “triggerarla”: Ventura descrive una progressiva paranoicizzazione della società italiana, sul modello di quella americana, storicamente orientata a trovare nemici altrove, esterni a sé. Il problema di fondo, tuttavia, rimarrebbe dal suo punto di vista il senso di “disagio” generazionale e di delusione per una crescita economica che si sperava eterna, costante, di fatto oggi rivelatasi impossibile, non più sufficiente a fornire un parametro con il quale misurare una propria “identità sociale”.

Il libro di Raffaele Alberto Ventura è stato tacciato di pessimismo o negativismo: insieme al precedente Teoria della Classe Disagiata (del quale si configura come ideale proseguo o “secondo volume”) è invece un tentativo di “allargare il campo” di pensiero, complessificando il problema dell’oggi senza giungere a una reale soluzione per fuoriuscirne (cosa che spesso gli si chiede: di fornire una risposta). L’obiettivo sembra quello, qui, di “decostruire”, più che non di fornire risposte, tentando insieme di montare una “cornice di significato” che possa rendere più comprensibile un presente difficile da interpretare e velocissimo, trainato dal progresso tecnologico, con la classe politica “ a seguire”. Catartico come uno specchio.

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22 May 2019

Psicopatologia Generale e Disturbi Psicologici nel Trono di Spade

disturbi psicologici nel trono di spade

di Luca Proietti

Quali sono i disturbi psicologici nel Trono di Spade (GoT)? Se i personaggi entrassero nello studio di uno psichiatra, con quali diagnosi ne uscirebbero?  Joffrey e Ramsay Bolton avrebbero la stessa ? Quali sono le dinamiche psicologiche sottese agli intrighi politici di GoT?

Sia appassionati (Maltese, 2018), sia veri e propri professionisti psichiatri (Velásquez et al., 2017) e psicologi (Honda, 2017) hanno detto la loro.

Una premessa prima di vedere i disturbi psicologici nel Trono di Spade 

Molti dei personaggi impegnati nei giochi di potere sembrano possedere tratti narcisistici e antisociali di personalità: tendenza alla manipolazione, desiderio di dominio sugli altri, scarsa empatia e rimorso. Tali aspetti sono dovuti in parte anche al contesto socioculturale e all’ambientazione della serie: ho cercato quindi di evidenziare le caratteristiche che differenziano ciascun personaggio.

Joffrey Baratheon: Disturbo Antisociale di Personalità con tratti sadici.

Joffrey Baratheon disturbi psicologici nel trono di spade

L’Antisociale non ha coscienza delle norme sociali, è impulsivo, violento, privo di rimorso ed empatia, manipola e sfrutta gli altri, curandosi solo dei propri interessi. L’unica reazione umana che possiamo trovare in lui è quella della paura. Joffrey, inoltre, trae piacere dal sottomettere, umiliare e far soffrire gli altri, indicatori di una forte componente sadica (Millon, 2011). Sarebbe più corretto diagnosticare un Disturbo della Condotta (Honda in psicologia applicata, 2017) con mancanza di empatia e rimorso (APA, 2014) e aspettare i 18 anni per diagnosticare un disturbo antisociale, ma data la sua simpatia possiamo fare uno strappo alla regola.

Ramsay Bolton: Psicopatia e Disturbo Sadico di personalità, la creme dei disturbi piscologici nel Trono di Spade

Ramsay Bolton disturbi psicologici nel trono di spade

In Ramsay, oltre a tutte le virtù di Joffrey, troviamo l’impossibilità di provare paura e ansia, tratto distintivo di una forma più grave del disturbo antisociale, la Psicopatia. (Kernberg 1998 in Gabbard, 2015, p 520). Ramsay trae così tanto piacere dall’infliggere sofferenza agli altri da meritarsi un Disturbo Sadico di Personalità e Disturbo di Sadismo Sessuale (Oldham, & Morris, L. 2000, APA, 1991) (Honda in psicologia applicata, 2017).

Cersei Lannister: Narcisismo dalla pelle spessa (Rosenfeld, 1987) – Narcisismo maligno (Kernberg, 1987)

Cersei Lannister: disturbi psicologici nel trono di spade

Competitiva, assorbita da fantasie di potere illimitato, invidiosa, convinta della propria superiorità, arrogante, con scarsa empatia, costruisce relazioni finalizzate al raggiungimento dei propri interessi.  Capace di rabbia furiosa, impermeabile alla critica, Cersei presenta le caratteristiche del Narcisismo dalla pelle spessa (Rosenfeld, 1987): tipici sono la sua reazione di diniego alla sconfitta (8×05) e l’abuso alcolico. Tratti di sadismo egosintonico e un orientamento paranoide costante la collocano nella dimensione del Narcisismo maligno, disturbo che si situa tra quello Narcisistico e l’Antisociale: da quest’ultimo la distinguono una certa capacità di lealtà e di preoccuparsi per i propri cari (Gabbard, 2015, p 520).

Daenerys Targaryen: Narcisismo dalla pelle sottile (Rosenfeld, 1987)Daenerys Targaryen disturbi psicologici nel trono di spade

Certa di essere destinata a regnare sul trono di spade, è pronta a tutto pur di arrivare al suo obiettivo (Velásquez in Repubblica, 2017). Rispetto a Cersei (Narcisismo dalla pelle spessa), però, è sensibile alla critica, per questo appare più attenta alle reazioni e il tradimento degli altri, da cui può essere facilmente ferita. Se le ostacolate morirete in ogni caso: Cersei però vi giustizierà senza il minimo turbamento, mentre Daenerys avrà un duro colpo per la propria autostima; è la differenza che passa tra l’essere decapitati e abbrustoliti. Affascinanti e seduttivi a prima vista, col tempo i narcisisti tendono a risultare sgradevoli, arroganti e manipolativi (E. Brummelman, 2016), vero Dany?? Nello scontro con gli estranei, la vediamo tesa, invano, alla ricerca dell’impresa grandiosa di sconfiggere il Night King, tanto da trascurare i suoi soldati.

Qui avevamo parlato del narcisismo e qui della sua lettura psicodinamica

In questo articolo ho descritto le differenze tra i differenti tipi di Narcisismo, la Sociopatia e la Psicopatia (link).

La Follia di Daenerys: Disturbo Delirante con tematiche grandiose e persecutorie

Prendete un disturbo narcisistico di personalità grave, infrangete le sue fantasie di grandezza, aggiungete una spruzzatina di predisposizione famigliare e otterrete uno scompenso psicotico. Il tradimento dei suoi consiglieri, del suo amato e il rifiuto sessuale di questo fanno divampare la psicosi (famigliare).  Sentendosi negata la legittimità della sua sovranità, abbandonata e tradita da tutti, il massimo a cui può aspirare è di “essere temuta”. L’aggressività di Daenerys è secondaria (rabbia narcisistica), una reazione alla mancata gratificazione dei propri bisogni di riconoscimento e grandiosità (Kohut, 1971 in Gabbard, 2015, p 487). Daenerys sviluppa quello che si chiama Episodio Psicotico Breve, e, se dura più di un mese, Disturbo Delirante. In termini forbiti è un Deliroide di rivendicazione ideologica (politica, di riforma e di giustizia) caratterogeno, sviluppatosi cioè in una personalità malata (G. de Clérambault, 1942).

Bran Stark: Disturbo Schizotipico di Personalità.

Bran Stark disturbi psicologici nel trono di spade

Le personalità Schizotipiche presentano distacco sociale, inibizione affettiva ma anche alterazioni della percezione corporea, convinzioni che la realtà sia piena di messaggi indirizzati a loro, esperienze insolite di chiaroveggenza o telepatiche, pensiero magico, linguaggio bizzarro, metaforico, iperelaborato o stereotipato e possono presentare deficit nei movimenti oculari. Come Bran, possono manifestare episodi psicotici transitori, con allucinazioni visive, uditive (voci) e corporee fino a sviluppare il convincimento di essere in contatto con un essere superiore o di esserne controllato (Delirio di influenzamento). Il disturbo schizotipico di personalità è una versione attenuta della schizofrenia (Gabbard,2015), quest’ultima in Bran è da escludere perché nell’ultima puntata lo troviamo ringalluzzito, si fa per dire, con un buon funzionamento lavorativo, e senza sintomi residui.

Jon Snow: Dubbio patologico

Jon Snow disturbi psicologici nel trono di spade

“L’amore è la morte del dovere”

Alterna all’insicurezza e alla bassa autostima momenti di risolutezza e coraggio: per questo non è verosimile che abbia un Disturbo Evitante di Personalità (Velásquez in Repubblica, 2017). L’apparente evitamento di Jon è conseguenza infatti della sua indecisione cronica, desideroso di dare il proprio contributo è, però, sempre combattuto tra due o più scelte da intraprendere: “Tu non sai niente Jon Snow”. Immerso nei propri pensieri, è lentissimo nel prendere decisioni, di cui puntualmente si pente, ma è anche leale, riconoscente, premuroso e si sforza di essere rispettoso. Sono i tratti tipici di una particolare personalità ossessiva (Gabbard, 2015): l’Insicuro Cronico (Nardone, 2013). Jon, come la maggior parte degli insicuri cronici, è affetto da un Disturbo Ossessivo-Compulsivo che si chiama Dubbio patologico. Dubita costantemente delle proprie risorse, tendendo a sopravvalutare quelle degli altri e le difficoltà. Quindi chiede consigli e rassicurazioni riguardo alle decisioni, poi mette in atto in maniera parziale entrambe le alternative, ottenendo, armato delle migliori intenzioni, spesso risultati disastrosi.  La necessità di essere rassicurato lo porta a instaurare legami di dipendenza nei confronti delle partner, delle sorelle Stark, dei corvi, di Samwell Tarly e di coloro che percepisce come sicuri. Il risultato è che, spesso, non è in grado di imporre il proprio pensiero e si fa influenzare dalle aspettative degli altri. Chiede a Daenerys il permesso di rivelare a Sansa e Arya di essere un Targaryen, questa le dice di no, e poi lo fa lui lo stesso. Non più innamorato rimane fedele alla regina dei draghi troppo a lungo: Jon, il casino della 8×05 è anche un po’ colpa tua.

Tyrion Lannister: Disturbo Istrionico di Personalità

“Il dovere è la morte dell’amore”

Eccentrico, spiritoso, teatrale, è anche compassionevole e umano. Tyrion, consapevole dei propri limiti, non ha bisogno di essere riconosciuto quale superiore agli altri, ma vuole attirare la loro attenzione, risultare divertente ed essere apprezzato.  Sono queste istanze che lo spingono a rinnegare la sua famiglia per servire la casa Targaryen; nel suo parricidio osserviamo il dispiacere, non la rabbia tipica del narcisista. La dipendenza da alcol, e la depressione lieve (demoralizzazione e inibizione sessuale) che sviluppa nell’ottava stagione sono di frequente riscontro negli istrionici.

Sandor Clegane: Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD)

disturbi psicologici nel trono di spade

Indubbiamente un PTSD: presenta flashback, ricordi intrusivi, e condotte di evitamento nei confronti del fuoco. In diverse occasioni ha dimostrato empatia e rimorso, uccide per lavoro, non per trarne godimento come suo fratello.

Theon Greyjoy: Disturbo Dissociativo

Theon Greyjoy disturbi psicologici nel trono di Spade

Diviene sottomesso e accondiscendente per salvarsi la vita, reazioni tipiche della Sindrome di Stoccolma (Honda in psicologia applicata, 2017). Le torture e vessazioni di Ramsay Bolton lo portano a sviluppare un disturbo postraumatico con preponderanti sintomi dissociativi: sviluppo di una personalità secondaria (Reek). Uscito dalla situazione di stress, scompaiono la personalità secondaria e i sintomi del PTSD, mentre rimangono segni di depersonalizzazione e ottundimento affettivi. Il DSM 5 nel Disturbo Dissociativo non altrimenti specificato comprende stati dissociativi che si manifestano in persone sottoposte a periodi di persuasione coercitiva o torture prolungate e intense (APA, 2014).

Gregor Clegane: Disturbo Neurocognitivo non altrimenti specificato, in Disturbo Sadico di Personalità.

Indubbiamente un sadico, ha sviluppato un Disturbo Neurocognitivo in seguito all’ avvelenamento. Presenta infatti una compromissione del linguaggio, ma sarebbe necessaria una visita più approfondita (io non gliela farei) per individuare altre funzioni cognitive deficitarie, e stabilire la gravità del D. Neurocognitivo, anche se probabilmente un genio non lo è mai stato.

Jaqen H’ghar: Psicoterapeuta

Jaqen H’ghar disturbi psicologici nel trono di spade

Insegna abilità concrete ad Arya, è in grado di adattarsi e “cambiare in continuazione rimanendo sempre lo stesso” e di “vincere senza combattere”, caratteristiche dell’abile psicoterapeuta (Nardone & Balbi, 2008). Lontano dall’approccio psicoanalitico, ricorre a un linguaggio ipnotico, ambivalente, evocativo, veicola con metafore e analogie ristrutturazioni terapeutiche, prescrizioni paradossali o comportamentali: è il prototipo dello psicoterapeuta di stampo ericksoniano e breve strategico. Bravo anche a valorizzare le risorse e il percorso di Arya, mettendosi poi in secondo piano: tutti sanno che è anche grazie a lui se gli Estranei sono stati vinti, ma non se ne fa mai menzione esplicita.

Arya Stark

Arya Stark disturbi psicologici nel trono di spade

Dapprima mostra tratti paranoidi di personalità, quali sospettosità e diffidenza; vendicativa, è pronta a dubitare di chiunque (Velásquez in Repubblica, 2017);  in seguito al percorso con Jaqen H’ghar mostra una personalità più sana e flessibile. È il personaggio che cambia di più nel corso della serie: mostra una buona capacità di adattamento, come coloro che hanno compiuto un buon percorso di psicoterapia.

Jaime Lannister: Dipendenza affettiva (Kernberg, 1995)

Personaggio nel complesso positivo, migliora dopo il trauma dell’amputazione della mano e accanto a Brienne; dotato di valori e principi umani, questi passano in secondo piano solo quando sono inconciliabili con il suo amore patologico per Cersei, non sembra avere altri disturbi.

I disturbi psicologici nel trono di spade: Lord Varys e Petyr Baelish

Una diagnosi di Disturbo Narcisistico di Personalità sarebbe sbrigativa e probabilmente imprecisa. Sebbene presentino comportamenti e modalità relazionali analoghe, quali la tendenza a manipolare gli altri, sono tra loro molto diversi. Vediamo cosa li differenzia:

Varys: Disturbo Machiavellico di Personalità

Lord Varys disturbi psicologici nel trono di spade

È più umano, empatico, con un buon controllo degli impulsi, dotato di grande intelligenza, è capace di capire le virtù e le debolezze altrui, di pianificare e concentrarsi su obiettivi a lungo termine. Compie talvolta azioni antisociali, ma con la convinzione di star perseguendo un bene superiore: per lui un fine nobile, giustifica qualsiasi mezzo. Sono tipici tratti Macchiavellici (Lamenteemeravigliosa, 2018), in parte sovrapponibili, ma differenti, da quelli del Narcisista e dell’Antisociale (Paulhus D, & Williams K M, 2002).

Baelish: Disturbo Antisociale di Personalità

Baelish dito corto- disturbi psicologici nel trono di spade

Bugiardo spudorato, anempatico, inventa menzogne e manipola gli altri solo per i propri interessi, dotato di una minore intelligenza sociale e capacità di pianificare a lungo termine di Varys, sono i tratti di un Disturbo Antisociale di Personalità, privo dei tratti propriamente sadici di Joffrey e Ramsay.

Varys è intelligente e muore per un supposto fine nobile, Baelish un po’ meno, e muore imprigionato dalle trame che lui stesso ha ordito.

Sansa Stark: Episodio Depressivo Maggiore Lieve

Sansa Stark disturbi psicologici nel trono di spade

Ammesso che sia affetta da un disturbo vero e proprio, la sua diagnosi è sicuramente tra le più difficili. Spesso maltratta e sottomessa, si potrebbe pensare a un Disturbo Masochistico di Personalità (Maltese, 2018) tuttavia, sempre a rilento, ma alla fine reagisce e si libera dalle situazioni che la vedono sottomessa. Se leggiamo il suo personaggio in quest’ottica, lenta nel reagire agli stimoli, spesso cupa e pessimista, con una buona dose di rabbia repressa, fredda e distaccata nelle relazioni intime, possiamo ipotizzare un Episodio Depressivo Maggiore lieve-moderato. I suoi comportamenti sono conseguenti a un traumatismo multiplo cronico, che è stato visto essere alla base dei disturbi depressivi. Inoltre, individui predisposti a tali disturbi tendono a porsi in ambienti ad alto rischio (Kendler et al., 1999 in Gabbard, 2015, p 218), ciò spiegherebbe perché si sia ritrovata più volte in situazioni traumatiche. Sophie Turner, l’attrice che interpreta Sansa, ha dichiarato di aver sofferto di depressione (Huffingtonpost, 2019) quasi come se attrice e personaggio si siano vicendevolmente influenzate.

Jorah Mormont: Dipendenza affettiva (Kernberg, 1995)Jorah Mormont disturbi psicologici nel trono di spade

Leale, anche quando ciò gli comporta danni, fino al sacrificio della propria vita; non può vivere se non sottomesso a Daenerys. Caratteristiche di un Disturbo Dipendente di Personalità (Velásquez in Repubblica, 2017)? Oppure i segni di una Dipendenza affettiva come quella di Jaime, data l’insostituibilità di Daenerys e l’assenza di altre dipendenze.

Aerys II Targaryen: Disturbo Bipolare 1 con Sintomi psicotici

Aerys II Targaryen disturbi psicologici nel trono di spade

Il re folle. Descritto come generoso, risoluto ma irascibile. Finisce prigioniero in seguito a comportamenti a rischio con “un alto potenziale di conseguenze dannose” (Criterio diagnostico, APA,2014), poi colto dalla rabbia distrugge e trucida membri di casate coinvolte nella sua cattura, nel frattempo sviluppa deliri persecutori e megalomanici (è convinto di essere immune al fuoco), fobie, ossessioni e piromania. La gravità e il tipo dei sintomi psicopatologici, il cambiamento completo della sua personalità e del suo funzionamento socio-lavorativo, fanno pensare all’esordio di un Disturbo Psicotico maggiore, probabilmente un Disturbo Bipolare di tipo 1. La somiglianza dei sintomi e la famigliarità pongono il dubbio che dell’esordio di tale Disturbo anche in Daenerys

RINGRAZIAMENTI: Cecilia Della Penna (Editing e Revisione finale),  Laura Capobianco (revisione tecnica), Giulia Giordani (consulenza trama), Marco Magagnoli (consulenza tecnica).


NOTA BENE: se ti interessano la psicotraumatologia, la clinica del trauma e le avanguardie di ricerca, abbiamo attivato un Patreon per fornire contenuti mensili su queste tematiche. Trovi qui i nostri reward!


BIBLIOGRAFIA

American Psychiatric Association (APA), “DSM 5, Manuale Diagnostico e statistico dei disturbi mentali (5 a ed. italiana), Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014.

American Psychiatric Association (APA), “DSM III-R, Manuale Diagnostico e statistico dei disturbi mentali (3 a ed. riveduta italiana), Masson, Milano, 1991.

Berger A. S. , (September 2003). “Choosing to Suffer: Reflections on an Enigma”. Journal of Religion and Health. 42 (3): 251–255. doi:10.1023/A:1024843702805

De Clérambault G., Les psychoses passionelles, Paris, PUF, 1942.

Debruyne H et al.,  “Cotard’s Syndrome: A Review”, Current Psychiatry Reports, 2009

Gabbard G., “Psichiatria psicodinamica” quinta edizione basta sul DSM-5, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015

Honda K., comunicazione in show radiofonico “Psychology in Seattle”, Youtube, 2017  link ; Traduzione in italiano, Psicologia applicata, 2017 link

Kernberg, O.F., “Relazioni d’amore: normalità e patologia.” Raffaello Cortina Editore, Milano, 1995.

Kernberg. O. F., “Disturbi gravi della personalità.” Trad. it. Boringhieri, Torino, 1987

Lamenteemeravigliosa, 2018 link

Lanius R., et al., “Emotion Modulation in PTSD: Clinical and Neurobiological Evidence for a Dissociative Subtype”, Am J Psychiatry. 2010 June ; 167(6): 640–647. doi:10.1176/appi.ajp.2009.09081168.

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Nardone G & Balbi E, “Solcare il mare all’insaputa del cielo” Ponte alle Grazie, Adriano Salati Editore, Milano 2008

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Velásquez J. J. , Schubsky M. B. , Lopez-Mejia M., “Psychoanalyzing ‘Game of Thrones”, Medscape, Settembre, 2017. link ; traduzione in Italiano, Repubblica 2017, link

 

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18 May 2019

L’IMPORTANZA DEGLI SPAZI DI ELABORAZIONE E IL “DEFAULT MODE”

di Raffaele Avico

Cosa significa “Default Mode”? Qui ne avevamo dato una definizione generale. Proliferano intanto le offerte formative che offrono introduzioni a discipline come mindfulness, meditazione: troviamo inoltre un certo filone di Youtubers (per lo più interessati al tema della crescita personale) che incitano alla lettura come strumento di crescita -a quanto sembra sottovalutato.

Cosa ci dice, questo, sul tempo di oggi e sul modo di recepire la quantità di informazioni che ci arrivano dalla rete e da una società sempre più intrinsecamente contraddittoria e difficile da interpretare?

Quello che sembra importante recuperare, difficile da trovare, è uno spazio elaborativo, entro il quale far sedimentare la mole di informazioni che quotidianamente ci arrivano. Tornando alla questione del Default Mode Network: come abbiamo scritto, il vantaggio di permanere in un momento di “sosta cognitiva” o vuoto, è quello di promuovere dei movimenti o processi associativi a livello di reti neurali.

Il saltare da uno stimolo cognitivo all’altro, come rischiamo di fare, quotidianamente, per galleggiare nel mare magno dei dati e delle informazioni di cui siamo bombardati, rischia di non concederci la possibilità di trovare questi momenti di “fluttuazione” cognitiva necessaria all’elaborazione di ciò che dentro e fuori di noi capita. Rischia di eliminare, appunto, il “default-mode”, necessario ad associare, rielaborare, lasciar sedimentare (che di fatto rende il Default Mode simile al lavoro che si fa in una psicoterapia).

Dove troviamo, oggi, i “dispositivi di pensiero”, o gli “spazi elaborativi” necessari a promuovere questo lavoro associativo? La tecnologia non ce ne offre in pratica nessuno. Occorre guardare altrove; facciamo qualche esempio:

  • pratiche di mindfulness mediata da esseri umani
  • suonare uno strumento musicale (che, come qui approfondito, è considerata una delle attività più associative ed efficaci in termini di “training cognitivo” in assoluto)
  • lettura su carta prolungata e immersiva
  • contatto prolungato senza distrazioni con la natura*
  • psicoterapia mediata da esseri umani
  • psicoanalisi mediata da esseri umani
  • ozio creativo, ovvero obbligarsi a “non fare nulla” per un tempo prolungato, “attendendo”, come quando si pesca
  • dedicare del tempo allo sport

L’idea che la mente, per produrre di più, debba saper “fluttuare”, sembra contro-intuitiva; in realtà è molto naturale se pensiamo quanto idee brillanti, associazioni importanti, vecchi ricordi che conferiscono un senso a quanto nel momento presente ci accade, collegamenti inaspettati, nascano dal nostro saper fluttuare o aspettare. Ovvero, abbiamo bisogno di “spazi” protetti e dedicati per poter darci il giusto tempo di riflettere e trasformare “l’esperienza in saggezza”. Nella rivoluzione digitale solo ai suoi inizi, questi spazi acquisiranno sempre più valore, divenendo indispensabili. Nel disordine generato da un sovraccarico di informazione, dovremo cioè saperci ritagliare degli spazi dedicati al “lavoro di associazione”, protetti dal resto, come scrivanie vuote nel contesto di laboratori artigianali caotici votati alla creazione e al solo “fare”.

*

Un gruppo di ricercatori della Stanford University ha dimostrato come 90 minuti di passeggiata nella natura, rispetto a 90 minuti di passeggiata in città, riducano significativamente 1) i Iivelli di ‘ruminazione mentale’ e 2) l’attività neurale di un’area cerebrale implicata nella ‘ruminazione mentale’ (la corteccia prefrontale subgenuale). Considerando che un’eccessiva ruminazione si accompagna di regola a stati emotivi negativi e che entro il 2050 il 70% della popolazione vivrà in città, investire in maggiori aree verdi e praticare il contatto con la natura ci aiuterà a rimuginare di meno e, semplicemente, stare meglio.

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14 May 2019

LA PEDAGOGIA STEINER-WALDORF PER PUNTI


di Raffaele Avico

Abbiamo già scritto in passato di pedagogia montessoriana: proviamo ora ad addentrarci nella pedagogia steineriana, che, come vedremo, presenta diversi punti di sovrapposizione, in quanto a metodo, con quella portata dalla Montessori:

  • l’idea non è quella di indottrinare, ma di produrre un cambiamento che arrivi dal basso: l’idea è di lasciare che al bambino si manifestino con tempi naturali passioni e scopi che sarà compito dell’educatore estrarre e potenziare (come appunto un “ostetrico”)
  • Steiner accorpò diversi ambiti disciplinari in un unicum che lo rese molto popolare a inizio del ‘900 (era coetaneo di Freud). Proveniva da studi scientifici, si approcciò poi al misticismo, all’esoterismo anche, diede il primo impulso a quella che oggi chiamiamo agricoltura biodinamica. Il suo background teorico gli conferì un solido metodo conoscitivo, che troviamo oggi esplicato nel metodo pedagogico steiner-waldorf usato in migliaia di scuole al mondo, di cui 30 in Italia
  • Rudolf Steiner concepì un metodo pedagogico su 3 pilastri (volontà/sentimento/pensiero), di cui ognuno doveva essere coltivato in contemporanea. Ogni scuola steineriana, anche oggi, prevede un grosso spazio per la promozione della volontà individuale per mezzo di laboratori artigianali, la spinta alla coltivazione del sentimento per via di discipline come l’”euritmia”, la musica, il canto, il teatro e la danza, e lo sviluppo del pensiero tramite l’insegnamento più classico di materie logiche e “scientifiche” come fisica, chimica e matematica
  • una grossa attenzione è posta all’insegnamento di come si apprende: non si cerca di far immagazzinare all’alunno nozioni: gli si vuole insegnare “ad imparare”; vengono per esempio usati metodi alternativi per far approcciare il bambino a materie ostiche come l’algebra o la fisica
  • non è previsto l’uso del voto come indicatore di rendimento scolastico, in conseguenza dell’idea che ognuno presenti spazi di “sviluppo prossimale” unici, su cui poter lavorare; stesso discorso per la bocciatura, abolita
  • seppur la pedagogia steineriana si strutturi su metodi definiti e di fatto “verticali”, una pedagogia di questo tipo mette in discussione il “come” si apprende. La domanda fondamentale è: è meglio che ai bambini le cose arrivino dall’alto (indottrinamento), o che questi imparino per assimilazione/imitazione di un adulto attraverso il “fare”? Ovvero, meglio la lezione frontale, o l’apprendere “a bottega”? Questo dilemma interroga la scuola da moltissimi anni; l’Italia in questo senso prepara ottimamente in senso teorico, ma pone poca attenzione agli aspetti imitativo/esperienziali (almeno nella scuola tradizionale)
  • Il motodo steiner-waldorf prevede una suddivisione dell’iter didattico in cicli di 7 anni (primi sette anni focalizzati sulla costruzione del corpo fisico, dai 7 ai 14 anni sviluppo delle forze vitali, dai 14 ai 21 stabilizzazione dell’identità). Viene data particolare importanza al fatto che fino ai 14 anni il bambino abbia un solo maestro/riferimento, per una questione di continuità educativa
  • la pedagogia steiner-waldorf si inserisce nel filone delle pedagogie che si pongono come valide alternative al sistema scolastico attuale, cercando soluzioni possibilmente migliori. Tra queste troviamo le scuole a ispirazione libertaria, ancora più destrutturate e in un certo senso anarchiche, ma non per questo da non prendere in considerazione per i concetti innovativi che portano, come qui approfondito (qui un bel docufilm dai creatori di “Unlearning”: https://vimeo.com/ondemand/figli).

Per approfondimenti, qui.

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7 May 2019

SOSTANZE PSICOTROPE E INDUSTRIA DEL MASSACRO: LA MODERNA CORSA AGLI ARMAMENTI FARMACOLOGICI


di Andrea Escelsior, medico, specializzando in psichiatria, Università di Genova

Recensione: “Shooting up. Storia dell’uso militare delle droghe” di Łukasz Kamieński (Edizioni UTET, 2017; 566 pagine)

Il libro è degno di nota per diverse ragioni. Innanzitutto l’argomento. Come ricorda l’autore, nonostante esistano diverse opere storiografiche sulla droga, sono pochi quelli che tattano nello specifico l’uso militare. In secondo luogo, è un libro che può interessare di chi si occupa di salute mentale. Mi spiego meglio. Anche solo nello sfogliare casualmente le pagine vi imbatterete in numerose citazioni, molte di soldati, i protagonisti di questa tragica epopea, che vi metteranno in un contatto non mediato, umano ed emotivo, con la realtà della tossicodipendenza al fronte; è inoltre possibile apprezzare dettagli storici e tecnici inerenti gli specifici agenti psicofarmacologici utilizzati e le case farmaceutiche coinvolte nella produzione.

L’utilizzo di sostanze psicotrope è stato attivamente sostenuto da stati, gruppi paramilitari o terroristici a fini medici o cosmetici (indurre il potenziamento di funzioni ritenute utili quali aggressività, resistenza allo sforzo, attenzione ecc.). Già nel 1546 il naturalista francese Pierre Belon scrisse: “i soldati turchi mangiano l’oppio perché pensano che diventeranno più valorosi e avranno meno orrore dei pericoli della battaglia”. Questo ha riguardato ogni classe di droghe, con sfumature ed atteggiamenti differenti, come dimostrato ad esempio dai cannabinoidi, largamente utilizzati durante la Guerra coloniale anglo-zulu (1879) dai soldati zulu per incrementare la forza e l’aggressività, ma proibiti durante la Campagna d’Egitto (1798-1801) nell’esercito francese dall’ordinanza anti hashish di Napoleone “mirata a evitare che l’esercito si riducesse a un maldestro «ammasso di scarafaggi»”.

Ma solo a partire dallo sviluppo della grande industria l’uso di sostanze psicotrope a scopo bellico ha assunto dimensioni di massa. Un esempio paradigmatico in questo senso è quello del Pervitin, un derivato amfetaminico prodotto in Germania a partire dal 1938. Il Pervitin ebbe un ruolo non indifferente nella conduzione della tattica militare del Blitzkrieg, che si fondava sulla capacità dell’esercito di compiere movimenti rapidi e di lunga portata. Il costo umano di questa operazione farmacologica fu elevato. Le dosi del farmaco distribuite erano di solito direttamente proporzionali all’importanza delle operazioni svolte, a seguito delle quali i soldati potevano presentare gravi ricadute depressive legate all’assunzione. Entro pochi anni, per le strade della conquistata Grande Germania si trascinavano schiere di tossicodipendenti di Stato, una parte dei quali furono internati nei manicomi del Reich a seguito degli effetti collaterali psicotomimetici. Esemplificativo del rapporto che il soldato aveva con il Pervitin e di come questo venisse utilizzato per sopportare orrori e fatiche altrimenti insopportabili è dato da questa lettera spedita ai genitori nel 1939 dalla Polonia occupata da un giovane Heinrich Böll, futuro Premio Nobel per la letteratura: “È dura quaggiù, e spero capirete se riesco solo a scrivervi ogni due-quattro giorni. Oggi vi scrivo soprattutto per chiedervi del Pervitin […] Con affetto, Hein”.

Una sfumatura particolare dell’uso “istituzionalizzato” delle sostanze psicotrope è fornito dalle recenti guerre civili africane; nelle quali i soldati, spesso bambini, vengono indotti alla tossicodipendenza, per essere più facilmente portati ad uccidere e controllati attraverso il ricatto dell’astinenza. Tale tecnica è stata indifferentemente utilizzata da varie fazioni, sia governative che ribelli. Una testimonianza particolarmente indicativa è quella fornita da Ishmael Beah, ex bambino soldato delle milizie ribelli (RUF) durante la guerra civile in Sierra Leone (1991-2002): “Dopo aver camminato per ore, ci fermavamo soltanto per mangiare sardine e carne sotto sale con gari (manioca), sniffare cocaina, brown-brown, e mandar giù qualche pasticca bianca. La combinazione di droghe ci faceva sentire pieni di energia e fieri di noi stessi. L’idea della morte non ci sfiorava nemmeno, e uccidere era diventato facile come bere un bicchier d’acqua. Dopo la prima volta non solo si era spezzato qualcosa nella mia mente, ma mi sembrava anche di aver perso la capacità di provare rimorso.” Solomon F., ex bambino soldato durante la guerra civile in Liberia, fornisce una testimonianza analoga: “[…]erba, sigarette, dugee (compresse), cookis (compresse ridotte in polvere) […] Te le danno ogni volta che devi andare al fronte. Bisogna fare qualcosa perché uccidere qualcuno non è una bella sensazione. Le droghe ti servono per aver la forza di uccidere”

Al di là degli usi “istituzionalizzati”, è da sempre invalsa l’abitudine ad un consumo voluttario da parte dei combattenti, come tossicodipendenza acquisita a seguito dell’uso medico di sostanze psicotrope o per lenire le immani sofferenze fisiche o morali derivanti dal conflitto. Gli effetti sociali devastanti di tale consume si evidenziano in particolare quando i conflitti assumono il carattere della mobilitazione di massa. La Guerra Civile Americana (1861-1865), primo esempio storico in tal senso, fu infatti caratterizzata per l’abuso di morfina da parte dei soldati. Spesso l’abuso di morfina seguiva all’utilizzo di tipo medico, molto significativo in proporzione al vasto numero di feriti. Il poeta Walt Whitman, che prestò servizio come portaferiti nella zona di Washington descrive così il contesto di quelle retrovie in cui molti soldati feriti venivano spesso per la prima volta a contatto con la morfina: “Ce ne sono parecchi. Se ne stanno lì[…]in uno spazio aperto in mezzo al bosco, tra i 200 e i 300 poveretti – i gemiti e le urla – l’odore di sangue, mescolato al fresco profumo della notte, dell’erba, degli alberi – quel mattatoio!”.

Gerald Starkey nel 1971 quantificherà in circa 400.000 il numero giovani veterani di guerra dipendenti dalla morfina nel 1865. Su tale collegamento tra guerra di massa e tossicodipendenza invitò a riflettere Jeanette Marks, professoressa di Yale già nel 1915 scrivendo, nell’articolo “The Couse of Narcotism in America – A Reveille” sull’American Journal of Public Health: “Sapevate che praticamente tutte le famiglie storiche americane che hanno mandato uomini alla guerra civile hanno avuto i loro problemi di tossicodipendenza? Sapevate che era chiamata malattia del soldato per la sua diffusione? Sapevate che con la guerra che incombe su di noi, il demone della droga si trasformerà in un gigante ancora più spaventoso di quello attuale?”. Era l’alba della Prima Guerra Mondiale, e a posteriori questa ipotesi non può che dirsi tragicamente confermata. L’aritmetica del massacro mostrerà infatti come alla crescita delle forze produttive corrisponderà una aumento della capacità della mobilitazione ai fronti, decuplicando così i feriti, i morti, e di un nuovo esercito senza nazione di soldati divenuti tossicodipendenti per porre un argine sottile all’insopportabile orrore della guerra, che paiono muoversi in uno stretto limbo tra la morte e la vita.

A tal proposito particolarmente indicativa è la testimonianza di Takushima Norimitsu, soldato giapponese nel 1944 che, ad un anno dalla sua morte, scrive: “È difficile sperare nella gloria del ritorno dal campo di battaglia. Credendo che cadere sul campo di battaglia come una goccia di rugiada sia una scorciatoia per l’eternità, e non avendo alcuna garanzia di essere vivo l’indomani, mi sembra molto umano bere qualcosa, ubriacarsi e cantare canzoni con passione. Nessuno potrebbe ridere di un tale comportamento.”

Le guerre più recenti non faranno eccezione. Gonzalo Baltazar, soldato semplice durante il conflitto in Vietnam (1955-1975) scrive: “Tutti in Vietnam bevevano come spugne, e ogni occasione era buona per bere fino a diventare scemi. Noi della fanteria eravamo tutti una massa di alcolizzati”. Igor Koval’chuk, veterano sovietico della guerra in Afghanistan (1979-1989), sottolinea invece con queste parole la necessità di assumere sostanze psicotrope per corrispondere alle aspettative disumane richieste dal conflitto: “È meglio se entri in azione strafatto – ti trasformi in un animale”. L’atteggiamento degli stati rispetto a tali fenomeni di consumo voluttuario alternava il più o meno esplicito avallo alla proibizione. Generalmente è presente una doppia morale, per la quale ciò che veniva consentito ai soldati era proibito ai civili, con la rara eccezione del Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale, durante la quale il Paese passò dall’avere restrizioni tra le più severe al mondo allo sponsorizzare apertamente l’uso di stimolanti tanto nei soldati quanto tra i lavoratori, allo scopo di incrementare la produttività industriale.

Molto interessanti sono poi gli aspetti di uso economico-politico della droga descritti nel libro. Infatti, le droghe sono state storicamente utilizzate come strumento di asservimento economico e fonte di profitto o di offensiva politica, come nei casi delle guerre dell’oppio, dell’occupazione giapponese della Cina, dei talebani nella guerra tra Afghanistan ed Unione Sovietica o nel caso dei gruppi narcoguerriglieri quali quelli sudamericani. Le sostanze psicotrope sono state inoltre studiate quale arma militare propriamente detta, come ad esempio testimoniato dagli esperimenti sull’LSD durante la Guerra Fredda.

Nelle ultime pagine del libro viene descritto come il tentativo di sviluppare armi farmacologiche per l’utilizzo bellico sia tutt’ora in corso. In questo senso il libro invita a riflettere su come la attuale escalation agli armamenti da parte di tutte le grandi potenze comprenda una corrispondente escalation psicofarmacologica. Gli uomini, in quanto ingranaggi del macchinario bellico, paiono infatti dover garantire standard di efficienza pari a quelli delle attrezzature utilizzate.

Di fronte a questi dati è difficile sottrarsi dall’amara sensazione che questo libro, con le sue 566 pagine, non sia che un primo capitolo.

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3 May 2019

MENO CONTENUTO, PIÙ PROCESSI. NUOVE LINEE DI PENSIERO IN AMBITO DI PSICOTERAPIA


di Raffaele Avico

La prospettiva cognitivo/costruttivista/evoluzionistica (comunque si voglia chiamare lo spettro teorico in ambito di psicoterapia che va da Liotti a Guidano, da Stephen Porges a Daniel Siegel, insomma tutta la “terza onda cognitiva” con i diversi precursori) tende a tralasciare i contenuti di pensiero, per focalizzarsi sui processi.

Che significa? Alcune cose più di altre:

  • non è tanto importante che il paziente pensi qualcosa di giusto in senso etico, che insomma pensi “pensieri corretti” o ripuliti, non perversi, etc; l’importante è che, nel farlo, il suo stato di benessere si mantenga elevato o preservato. In quest’ottica, interpretare i sogni è una bestialità: ciò che andrà indagato, qualora si volesse approcciare un sogno in ambito di psicoterapia, sarà la qualità delle emozioni tramite esso sperimentate. Sognare di rubare porterà con sé un senso di timore persecutorio (per dire) che andrà esplorato, ma non ci renderà ladri o potenziali ladri, neanche per un secondo, alla mente del terapeuta. Non andrà cioè intepretato il fatto che in sogno sia apparso il tema “furto”, men che meno come un possibile desiderio rimosso di rubare, o un qualcosa che abbia a che fare con una pulsione soggettiva inerente il furto: la mente procede per salti e si posa su contenuti che spesso sono da interpretare come “errori” o “contenuti superflui o dannosi” – come sanno gli individui colpiti da disturbo ossessivo perseguitati da immagini di sé nell’atto di uccidere o violentare, per esempio, senza essersi mai neanche lontanamente sognati di desiderare una cosa del genere. Sognare di uccidere qualcuno, in quest’ottica, non avrà rilevanza se non quello di offrire “materiale” di lavoro in termini di emozioni sperimentate in concomitanza con l’attività onirica stessa (aggressività, rabbia, furia, per esempio).
  • La lettura del “funzionamento” del paziente a partire dal concetto della finestra di tolleranza di Daniel Siegel, come qui approfondito, dà vita a un modello di intervento clinico che si incentra sul concetto di “equilibrio” e di “omeostasi”: è importante cioè che il paziente preservi un senso di regolazioni emotiva, al di là di ciò che pensa. In psicoterapia non contraddiremo un terrapiattista o un paziente delirante, per fare un caso estremo: l’importante è che nel suo sistema di funzionamento queste convinzioni rappresentino per lui/lei un punto di equilibrio o una garanzia di stabilità
  • un terapeuta proveniente da questo orientamento teorico darà meno spazio agli aspetti relazionali, concentrandosi maggiormente sui processi di pensiero soggettivi del paziente che ha davanti. Non avrà dunque la funzione di correggere in senso relazionale il paziente, ma di aiutarlo a promuovere uno sviluppo individuale che origini da un senso di maggiore consapevolezza dei propri meccanismi. In questo senso uno dei riferimenti assoluti in Italia (per quanto concerne il lavoro sulla meta-cognizione) è Antonio Semerari, con il suo libro “I disturbi di personalità. Modelli e trattamento. Stati mentali, metarappresentazione, cicli interpersonali”
  • Il concetto di “inconscio” è qui rivisitato in termini di “funzionamento sottocorticale”, il che origina da due impulsi teorici che convivono: la teoria del cervello trino o tripartito di MacLean (qui approfondita) e il principio gerarchico sull’organizzazione delle funzioni cerebrali e della mente di Hughlings-Jackson (approfondito qui), secondo cui la mente e il cervello sono formati da aree più o meno recenti che organizzano l’elaborazione delle informazioni e di conseguenza le risposte comportamentali secondo un principio di gerarchia in cui le aree più recenti frenano quelle più profonde e antiche.
    Questo modello di lettura della mente nasce da una considerazione “evoluzionistica” della mente, rappresentata come uno strumento in dotazione all’essere umano che lo/la guida verso ciò che in teoria è per lui/lei il bene, inducendolo a ripetere e ricercare attivamente esperienze piacevoli, e a rifuggire quelle spiacevoli (quando tutto va bene: crescere in un contesto traumatico, come sappiamo, confonde questo meccanismo). In questo senso ciò che classicamente veniva chiamato inconscio, viene qui letto come “ciò che sta al di sotto del livello della neocorteccia e spinge l’uomo in una certa direzione senza che lui/lei ne sia pienamente cosciente”. Non è dunque, l’inconscio, un contenitore pieno di cose rimosse e di rappresentazioni proibite o perverse, ma un luogo profondo di ricordo entro il quale si celano le più antiche memorie relazionali, che guideranno l’individuo verso la ricerca future di altre relazioni, di altri contesti, esperienze surrogate di quelle vissute nel contesto di quei primi, importanti anni di vita (in questo sta un punto in comune con le teorie di taglio psicodinamico). Ciò che è importante sottolineare è che una concezione di questo tipo di “inconscio”, ripulisce quest’ultimo dai fantasmi di paranoia che la sua concezione classica (dietrologica, criptica e potenzialmente connotata da perversione) portava con sé.
    Esiste un articolo scritto a quattro mani da Antonio Onofri e Giovanni Liotti che esprime questa visione, gerarchica, del funzionamento del cervello e del concetto di inconscio; è stata scritta come introduzione a un volume scritto da Antonio Onofri: lo mettiamo in free download qui: teorie bottom up psicotraumatologia. In questo articolo, molto chiaro, viene formulato un distinguo tra le due tipologie di inconscio (secondo la prospettiva di Freud e secondo la prospettiva di Jackson/Janet); viene inoltre sottolineato come la ricerca più recente sembri avvalorare maggiormente il modello di Janet, che si articola intorno al principio gerarchico prima citato:

“Riassumendo al massimo, potremmo dire che secondo il sistema gerarchico delle funzioni di coscienza proposto da Janet, la funzione di realtà e la presentificazione costituiscano i livelli superiori, la sintesi personale un livello intermedio, e gli automatismi sub-coscienti i livelli inferiori. L’eccesso di tensione psicologica nei livelli inferiori della gerarchia (di cui l’esempio prototipico sono le emozioni veementi attivate dalle memorie traumatiche) porterebbe così all’esaurimento della tensione anche nei livelli superiori, e quindi all’emergere degli automatismi in uno stato soggettivo di coscienza alterata. Ecco emergere chiaramente, da questa sintesi, l’importanza che Janet attribuiva ai processi bottom-up nella genesi della sintomatologia posttraumatica. Freud, invece, sottolineava come fossero le funzioni dell’Io a generare le influenze patogene, attraverso l’esclusione difensiva dalla coscienza di impulsi ed emozioni e la formazione dell’Inconscio proprio come conseguenza della rimozione, privilegiando così i processi top-down nello spiegare l’origine dei sintomi (sia quelli legati a memorie di eventi traumatici sia quelli più generali legati a conflitti interiori fra le esigenze dell’Es e quelle del Super-Io).”

In ultima analisi, ciò a cui stiamo assistendo, è una lenta metamorfosi della psicoterapia, in atto da anni, con una maggiore tendenza normalizzante, che contempla la possibilità che l’uomo pensi qualsiasi cosa senza che questo significhi in modo determinato alcunchè, e finalmente laica, ripulita dei suoi aspetti occultamente moralistici.

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30 April 2019

IL PROBLEMA DEL DROP-OUT IN PSICOTERAPIA RIASSUNTO DA LEICHSENRING E COLLEGHI


di Matteo Respino

Come per tutte le terapie, a partire da quelle farmacologiche, anche nel caso delle psicoterapie il portare a termine il percorso iniziato è una componente fondamentale per ottenere dei cambiamenti. Quando una terapia viene interrotta prematuramente si parla di “drop-out”. Più nello specifico, si intende con questo termine quando il paziente interrompe la terapia prima che si sia raggiunta una riduzione dei sintomi sufficiente.

Questo breve pezzo vuole riassumere, per punti, i dati ed i concetti riportati in un articolo di Leichsenring et al. pubblicato quest’anno su World Psychiatry e titolato: “Drop-outs in psychotherapy: a change of perspective”. L’articolo riassume i dati presenti in letteratura che quantificano il fenomeno, le strategie volte a ridurne la frequenza e propone una prospettiva per affrontare costruttivamente questo argomento in ambito sia di ricerca che di clinica. A seguire, riassunti, i dati riportati dagli Autori.

  • Circa il 20% dei pazienti terminano la psicoterapia prematuramente, come risulterebbe da oltre 600 studi clinici, indipendentemente dal tipo di psicoterapia offerta.
  • I pazienti che terminano le terapie prematuramente tendono ad avere peggiori outcome di coloro che le portano a termine.
  • I pazienti che più spesso terminano prematuramente la psicoterapia sono coloro che non stanno ricevendo il trattamento che avrebbero preferito, che ricevono terapie non manualizzate o senza chiari limiti di tempo, coloro in trattamento con psicoterapeuti in training, pazienti giovani e con disturbi di personalità o dell’alimentazione.
  • Le strategie volte a ridurre il fenomeno ruotano soprattutto, ma non solo, attorno al concetto di alleanza terapeutica. Tra queste: impostare fin dall’inizio un processo condiviso con il paziente di decision-making; offrire al paziente tutte le informazioni necessarie ad avere una visione chiara non solo della sua condizione, ma anche del trattamento che sta per affrontare, a partire dalla sua durata; lavorare da subito sulle aspettative del paziente, offrendo una visione realistica (e condivisa) degli obiettivi raggiungibili (“setting goals”); revisionare insieme al paziente cosa è già stato ottenuto in termini di cambiamenti dall’inizio della terapia, e proporre frequenti feedbacks su tali progressi; affrontare resistenze e/o dubbi del paziente fin dalle fasi iniziali; tenere in considerazione le preferenze espresse dal paziente.
  • Il cambio di prospettiva proposto dagli Autori consiste, sostanzialmente, nel passare dal vedere i drop-outs come un fenomeno unicamente negativo, al considerarli come un fenomeno che se adeguatamente studiato potrebbe informarci più nel dettaglio su cosa accade e su quali siano i fattori/gli elementi “non-curativi” durante il processo della psicoterapia.

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15 April 2019

SUL REHEARSAL

di Raffaele Avico

Diamo una definizione generica di rehearsal. Il termine rehearsal letteralmente si traduce “prova” o “reiterazione”: viene usato per nominare il momento di preparazione che anticipa una performance, in ambito per esempio musicale o teatrale. Per esempio, ci sarà un periodo caratterizzato da molteplici momenti di “rehearsal” prima di un debutto a teatro per una compagnia di attori, oppure il rehearsal è quello di uno sportivo che si prepara mentalmente a una gara, simulandola. Oppure ancora, ripetere la lezione in vista di un’interrogazione, è un momento di rehearsal.

In psicologia generale un ulteriore significato di rehearsal, è quello di “reiterazione” di una data informazione a voce alta o silenziosamente, al fine di imprimere con maggiore forza quel particolare input nella memoria a breve termine, così da meglio conservarlo.

Quello che è importante sottolineare ai nostri fini e in ambito di psicologia clinica, è che il rehearsal conduce a un maggiore senso di padronanza o di senso di controllo a riguardo di un determinato compito ritenuto difficoltoso. In questo senso, il rehearsal andrebbe considerato uno strumento di coping, dove per coping intendiamo il generico “affrontare, al fine di risolverlo, un determinato problema”, oppure “fronteggiare una difficoltà”.

Lo strumento del rehearsal diviene particolarmente saliente quando ci troviamo a fronteggiare queste situazioni cliniche:

  • evitamenti fobici in quadri, per esempio, di fobia sociale/scolare
  • fobie specifiche
  • ansia anticipatoria disorganizzante e sue conseguenze in termini cognitivi (difficoltà a fissare in memoria informazioni magari ritenute importanti, a seguito di un collasso delle funzioni cognitive, come spiegato qui)

Sappiamo che, almeno nei casi di fobia specifica, il gold standard terapeutico è rappresentato dalle terapie cosiddette “espositive”, che contemplano cioè un’esposizione graduale allo stimolo fobico, di cui applicazione storica più conosciuta fu la “desensibilizzazione sistematica”. Il rehearsal assume in questi casi un duplice significato, dato che:

  • consente di simulare una situazione di cui si teme l’impatto emotivo. La visualizzazione anticipata di un determinato contesto, è una forma di rehearsal che vuole aiutare l’individuo a prepararsi all’incontro con lo stimolo fobico temuto (rehearsal come esposizione allo stimolo). Provare e riprovare una performance teatrale aiuterà sia a diminuire l’impatto emotivo del pubblico quando questo sarà presente, sia a consolidare la qualità del dato di memoria.
  • consente di aggirare l’interferenza emotiva, in ragione di un maggior senso di controllo su ciò che si deve fare. Provare un discorso di laurea molteplici volte, ci consentirà per esempio di lasciarci andare all’esecuzione automatizzata di quel determinato compito, nel caso in cui fossimo altamente perturbati da una forte attivazione emotiva (rehearsal come reiterazione)

Possiamo dunque dire che il reharsal procura maggiore senso di padronanza (mastery), consentendo un miglioramento del coping, soprattutto quando ci si debba confrontare con una “performance” o con l’esposizione a uno stimolo temuto.

Qui un approfondimento in PDF sulla tecnica di visualizzazione in ambito sportivo. Qui abbiamo invece scritto sull’uso della realtà virtuale in ambito di fobie specifiche, il che è anch’esso da considerarsi, in senso lato, strumento di rehearsal.

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  • Hakim Bey: T.A.Z. 8 January 2025
  • L’INTEGRAZIONE IN AMBITO PSICHEDELICO – IN BREVE 3 January 2025
  • CARICO ALLOSTATICO: UN’INTRODUZIONE 19 December 2024
  • SISTEMI MOTIVAZIONALI, EMOZIONI IN CLINICA, LIOTTI: UN APPROFONDIMENTO (E UN’INTERVISTA A LUCIA TOMBOLINI) 2 December 2024
  • Una buona (e completa) introduzione a Jung e allo junghismo. Intervista ad Andrea Graglia 4 November 2024
  • TRAUMA E PSICOSI: ALCUNI VIDEO DALLE “GIORNATE PSICHIATRICHE CERIGNALESI 2024” 17 October 2024
  • “LA GENERAZIONE ANSIOSA”: RECENSIONE APPROFONDITA E VALUTAZIONI 10 October 2024
  • Speciale psichedelici, a cura di Studio Aegle 7 October 2024
  • Le interviste di POPMed Talks 3 October 2024
  • Disturbi da sintomi somatici e di conversione: un approfondimento 17 September 2024
  • TRAUMA E DISSOCIAZIONE: IL CONGRESSO ESTD DI OTTOBRE 2024, A KATOWICE (POLONIA) 20 August 2024
  • POPMed Talks #7: Francesco Sena (speciale Art Brut) 3 August 2024
  • LA (NEONATA) SIMEPSI E UN INTERVENTO DI FABIO VILLA SULLA TERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI A LOSANNA 30 July 2024
  • L'”IMAGERY RESCRIPTING” NEL PTSD 18 July 2024
  • Intervista a Francesca Belgiojoso: le fotografie in psicoterapia 1 July 2024
  • Attaccamento traumatico: facciamo chiarezza (di Andrea Zagaria) 24 June 2024
  • KNOT GARDEN (A CURA DEL CENTRO VENETO DI PSICOANALISI) 10 June 2024
  • Costanza Jesurum: un’intervista all’autrice del blog “bei zauberei”, psicoanalista junghiana e scrittrice 3 June 2024
  • LA SVIZZERA, CUORE DEL RINASCIMENTO PSICHEDELICO EUROPEO 29 May 2024
  • Un’alternativa alla psicopatologia categoriale: Hierarchical Taxonomy of Psychopathology (HiTOP) 9 May 2024
  • INVITO A BION 8 May 2024
  • INTERVISTA A FEDERICO SERAGNOLI: IL VIDEO 18 April 2024
  • INCONSCIO NON RIMOSSO E MEMORIA IMPLICITA: UNA RECENSIONE 9 April 2024
  • UN FREE EBOOK (SUL TRAUMA) IN COLLABORAZIONE CON VALERIO ROSSO 3 April 2024
  • GLI INCONTRI DI AISTED: LA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI A GINEVRA (16 APRILE 2024) 28 March 2024
  • La teoria del ‘personaggio’ nell’opera di Antonino Ferro 21 March 2024
  • Psicoterapia assistita da psichedelici: intervista a Matteo Buonarroti 14 March 2024
  • BRESCIA, FEBBRAIO 2024: DUE ESTRATTI DALLA MASTERCLASS “VERSO UNA NUOVA TERAPIA ESPOSITIVA DI PRECISIONE” 27 February 2024
  • CAPIRE LA DISPNEA PSICOGENA: DA “SENZA FIATO” DI GIORGIO NARDONE 14 February 2024
  • POPMED TALKS 5 February 2024
  • NASCE L’ASSOCIAZIONE COALA (TORINO) 1 February 2024
  • Camilla Stellato: “Diventare genitori” 29 January 2024
  • Offline is the new luxury, un documentario 22 January 2024
  • MARCO ROVELLI, LA POLITICIZZAZIONE DEL DISAGIO PSICHICO E UN PODCAST DI psicologia fenomenologica 10 January 2024
  • La terapia espositiva enterocettiva (per il disturbo di panico) – di Emiliano Toso 8 January 2024
  • INTRODUZIONE A VIKTOR FRANKL 27 December 2023
  • UN APPROFONDIMENTO DI MAURIZIO CECCARELLI SULLA CONCEZIONE NEO-JACKSONIANA DELLE FUNZIONI MENTALI 14 December 2023
  • 3 MODI DI INTENDERE LA DISSOCIAZIONE: DA UN INTERVENTO DI BENEDETTO FARINA 12 December 2023
  • Il burnout oltre i luoghi comuni (DI RICCARDO GERMANI) 23 November 2023
  • TRATTAMENTO INTEGRATO DELL’ANSIA: INTERVISTA A MASSIMO AGNOLETTI ED EMILIANO TOSO 9 November 2023
  • 10 ARTICOLI SUL JOURNALING E SUI BENEFICI DELLO SCRIVERE 6 November 2023
  • UN’INTERVISTA A GIUSEPPE CRAPARO SU PIERRE JANET 30 October 2023
  • CONTRASTARE IL DECADIMENTO COGNITIVO: ALCUNI SPUNTI PRATICI 26 October 2023
  • PTSD (in podcast) 25 October 2023
  • ANIMALI CHE SI DROGANO, DI GIORGIO SAMORINI 12 October 2023
  • VERSO UNA TERAPIA ESPOSITIVA DI PRECISIONE: PREFAZIONE 7 October 2023
  • Congresso Bari SITCC 2023: un REPORT 2 October 2023
  • GLI INCONTRI ORGANIZZATI DA AISTED, Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione 25 September 2023
  • CANNABISCIENZA.IT 22 September 2023
  • TERAPIA ESPOSITIVA (IN PODCAST) 18 September 2023
  • TERAPIA ESPOSITIVA: INTERVISTA A EMILIANO TOSO (PARTE SECONDA) 4 September 2023
  • POPMED: 10 articoli/novità dal mondo della letteratura scientifica in ambito “psi” (ogni 15 giorni) 30 August 2023
  • DIFFUSIONE PATOLOGICA DELL’ATTENZIONE E SUPERFICIALITÀ DIGITALE. UN ESTRATTO DA “PSIQ” di VALERIO ROSSO 23 August 2023
  • LE FRONTIERE DELLA TERAPIA ESPOSITIVA. INTERVISTA A EMILIANO TOSO 12 August 2023
  • NIENTE COME PRIMA, DI MANGIASOGNI 8 August 2023
  • NASCE IL “GRUPPO DI INTERESSE SULLA PSICOPATOLOGIA” DI AISTED (Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione) 26 July 2023
  • Psychedelic Science Conference 2023 – lo stato dell’arte sulle terapie psichedeliche  15 July 2023
  • RENDERE NON NECESSARIA LA DISSOCIAZIONE: DA UN ARTICOLO DI VAN DER HART, STEELE, NIJENHUIS 29 June 2023
  • EMBODIED MINDS: INTERVISTA A SARA CARLETTO 21 June 2023
  • Psychiatry On Line Italia: 10 rubriche da non perdere! 7 June 2023
  • CURARE LA PSICHIATRIA DI ANDREA VALLARINO (INTRODUZIONE) 1 June 2023
  • UN RICORDO DI LUIGI CHIRIATTI, STUDIOSO DI TARANTISMO 30 May 2023
  • PHENOMENAUTICS 20 May 2023
  • 6 MESI DI POPMED, PER TORNARE ALLA FONTE 18 May 2023
  • GLI PSICOFARMACI PER LO STRESS POST TRAUMATICO (PTSD) 8 May 2023
  • ILLUSIONI IPNAGOGICHE, SONNO E PTSD 4 May 2023
  • SI PUÓ DIRE MORTE? INTERVISTA A DAVIDE SISTO 27 April 2023
  • CENTRO SORANZO: INTERVISTA A MAURO SEMENZATO 12 April 2023
  • Laetrodectus, che morde di nascosto 6 April 2023
  • STABILIZZAZIONE E CONFINI: METTERE PALETTI PER REGOLARSI 4 April 2023
  • L’eredità teorica di Giovanni Liotti 31 March 2023
  • “UN RITMO PER L’ANIMA”, TARANTISMO E DINTORNI 7 March 2023
  • SUICIDIO: SPUNTI DAL LAVORO DI MAURIZIO POMPILI E EDWIN SHNEIDMAN 9 January 2023
  • SUPERHERO THERAPY. INTERVISTA A MARTINA MIGLIORE 5 December 2022
  • Allucinazioni nel trauma e nella psicosi. Un confronto psicopatologico 26 November 2022
  • FUGA DI CERVELLI 15 November 2022
  • PSICOTERAPIA DELL’ANSIA: ALCUNI SPUNTI 7 November 2022
  • LA Q DI QOMPLOTTO 25 October 2022
  • POPMED: UN ESEMPIO DI NEWSLETTER 12 October 2022
  • INTERVISTA A MAURO BOLOGNA, PRESIDENTE SIPNEI 10 October 2022
  • IL “MANUALE DELLE TECNICHE PSICOLOGICHE” DI BERNARDO PAOLI ED ENRICO PARPAGLIONE 6 October 2022
  • POPMED, UNA NEWSLETTER DI AGGIORNAMENTO IN AREA “PSI”. PER TORNARE ALLA FONTE 30 September 2022
  • IL CONVEGNO SIPNEI DEL 1 E 2 OTTOBRE 2022 (FIRENZE): “LA PNEI NELLA CLINICA” 20 September 2022
  • LA TEORIA SULLA NASCITA DEL PENSIERO DI WILFRED BION 1 September 2022
  • NEUROFEEDBACK: INTERVISTA A SILVIA FOIS 10 August 2022
  • La depressione come auto-competizione fallimentare. Alcuni spunti da “La società della stanchezza” di Byung Chul Han 27 July 2022
  • SCOPRIRE LA SIPNEI. INTERVISTA A FRANCESCO BOTTACCIOLI 6 July 2022
  • PERFEZIONISMO: INTERVISTA A VERONICA CAVALLETTI (CENTRO TAGES ONLUS) 6 June 2022
  • AFFRONTARE IL DISTURBO DISSOCIATIVO DELL’IDENTITÁ 28 May 2022
  • GARBAGE IN, GARBAGE OUT.  INTERVISTA FIUME A ZIO HACK 21 May 2022
  • PTSD: ALCUNE SLIDE IN FREE DOWNLOAD 10 May 2022
  • MANAGEMENT DELL’INSONNIA 3 May 2022
  • “IL LAVORO NON TI AMA”: UN PODCAST SULLA HUSTLE CULTURE 27 April 2022
  • “QUI E ORA” DI RONALD SIEGEL. IL LIBRO PERFETTO PER INTRODURSI ALLA MINDFULNESS 20 April 2022
  • Considerazioni sul trattamento di bambini e adolescenti traumatizzati 11 April 2022
  • IL COLLASSO DEL CONTESTO NELLA PSICOTERAPIA ONLINE 31 March 2022
  • L’APPROCCIO “OPEN DIALOGUE”. INTERVISTA A RAFFAELLA POCOBELLO (CNR) 25 March 2022
  • IL CORPO, IL PANICO E UNA CORRETTA DIAGNOSI DIFFERENZIALE: INTERVISTA AD ANDREA VALLARINO 21 March 2022
  • RECENSIONE: L’EREDITÁ DI BION (A CURA DI ANTONIO CIOCCA) 20 March 2022
  • GLI PSICHEDELICI COME STRUMENTO TRANSDIAGNOSTICO DI CURA, IL MODELLO BIPARTITO DELLA SEROTONINA E L’INFLUENZA DELLA PSICOANALISI 7 March 2022
  • FOTOTERAPIA: JUDY WEISER e il lavoro con il lutto 1 March 2022
  • PLACEBO E DOLORE: IL POTERE DELLA MENTE (da un articolo di Fabrizio Benedetti) 14 February 2022
  • INTERVISTA A RICCARDO CASSIANI INGONI: “Metodo T.R.E.®” E TECNICHE BOTTOM-UP PER L’APPROCCIO AL PTSD 3 February 2022
  • SPIDER, CRONENBERG 26 January 2022
  • LE TEORIE BOTTOM-UP NELLA PSICOTERAPIA DEL POST-TRAUMA (di Antonio Onofri e Giovanni Liotti) 17 January 2022
  • 24 MESI DI PSICOTERAPIA ONLINE 10 January 2022
  • LA TOSSICODIPENDENZA COME TENTATIVO DI AMMINISTRARE LA SINDROME POST-TRAUMATICA 7 January 2022
  • La Supervisione strategica nei contesti clinici (Il lavoro di gruppo con i professionisti della salute e la soluzione dei problemi nella clinica) 4 January 2022
  • PSICHEDELICI: LA SCIENZA DIETRO L’APP “LUMINATE” 21 December 2021
  • ASYLUMS DI ERVING GOFFMAN, PER PUNTI 14 December 2021
  • LA SINDROME DI ASPERGER IN BREVE 7 December 2021
  • IL CONVEGNO DI SAN DIEGO SULLA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI (marzo 2022) 2 December 2021
  • PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA E DEEP BRAIN REORIENTING. INTERVISTA A PAOLO RICCI (AISTED) 29 November 2021
  • INTERVISTA A SIMONE CHELI (ASSOCIAZIONE TAGES ONLUS) 25 November 2021
  • TRAUMA: IMPOSTAZIONE DEL PIANO DI CURA E PRIMO COLLOQUIO 16 November 2021
  • TEORIA POLIVAGALE E LAVORO CON I BAMBINI 9 November 2021
  • INTRODUZIONE A BYUNG-CHUL HAN: IL PROFUMO DEL TEMPO 3 November 2021
  • IT (STEPHEN KING) 27 October 2021
  • JUDITH LEWIS HERMAN: “GUARIRE DAL TRAUMA” 22 October 2021
  • ANCORA SU PIERRE JANET 15 October 2021
  • PSICONUTRIZIONE: IL LAVORO DI FELICE JACKA 3 October 2021
  • MEGLIO MALE ACCOMPAGNATI CHE SOLI: LE STRATEGIE DI CONTROLLO IN INFANZIA (PTSDc) 30 September 2021
  • OVERLOAD COGNITIVO ED ECOLOGIA MENTALE 21 September 2021
  • UN LUOGO SICURO 17 September 2021
  • 3MDR: UNO STRUMENTO SPERIMENTALE PER COMBATTERE IL PTSD 13 September 2021
  • UN LIBRO PER L’ESTATE: “COME ANNOIARSI MEGLIO” DI PIETRO MINTO 6 August 2021
  • “I fondamenti emotivi della personalità”, JAAK PANKSEPP: TAKEAWAYS E RECENSIONE 3 August 2021
  • LIFESTYLE PSYCHIATRY 28 July 2021
  • LE DIVERSE FORME DI SINTOMO DISSOCIATIVO 26 July 2021
  • PRIMO LEVI, LA CARCERAZIONE E IL TRAUMA 19 July 2021
  • “IL PICCOLO PARANOICO” DI BERNARDO PAOLI. PARANOIA, AMBIVALENZA E MODELLO STRATEGICO 14 July 2021
  • RECENSIONE PER PUNTI DI “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE” 8 July 2021
  • I VIRUS: IL LORO RUOLO NELLE MALATTIE NEURODEGENERATIVE 7 July 2021
  • LA PLUSDOTAZIONE SPIEGATA IN BREVE 1 July 2021
  • COS’É LA COGNITIVE PROCESSING THERAPY? 24 June 2021
  • SULLA TERAPIA ESPOSITIVA PER I DISTURBI FOBICI: IL MODELLO DI APPRENDIMENTO INIBITORIO DI MICHELLE CRASKE 19 June 2021
  • É USCITO IL SECONDO EBOOK PRODOTTO DA AISTED 15 June 2021
  • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche -con il blog Psicologia Fenomenologica. 7 June 2021
  • PSICHIATRIA DI COMUNITÁ: LA SCELTA DI UN METODO 31 May 2021
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  • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO ONLINE CON VALERIO ROSSO, MARCO CREPALDI, LUCA PROIETTI, BERNARDO PAOLI, GENNARO ROMAGNOLI 22 May 2021
  • MDMA PER IL PTSD: NUOVE EVIDENZE 21 May 2021
  • MAP (MULTIPLE ACCESS PSYCHOTHERAPY): IL MODELLO DI PSICOTERAPIA AD APPROCCI COMBINATI CON ACCESSO MULTIPLO DI FABIO VEGLIA 18 May 2021
  • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO GRATUITO ONLINE (21 MAGGIO) 13 May 2021
  • BALBUZIE: COME USCIRNE (il metodo PSICODIZIONE) 10 May 2021
  • PANICO: INTERVISTA AD ANDREA IENGO (PANICO.HELP) 7 May 2021
  • Psicologia digitale e pandemia COVID19: il report del Centro Medico Santagostino di Milano dall’European Conference on Digital Psychology (ECDP) 4 May 2021
  • SOLCARE IL MARE ALL’INSAPUTA DEL CIELO. Liberalizzare come terapia: il problema dell’autocontrollo in clinica 30 April 2021
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO” 25 April 2021
  • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche 25 April 2021
  • 3 STRUMENTI CONTRO IL TRAUMA (IN BREVE): TAVOLA DISSOCIATIVA, DISSOCIAZIONE VK E CAMBIO DI STORIA 23 April 2021
  • IL MALADAPTIVE DAYDREAMING SPIEGATO PER PUNTI 17 April 2021
  • UN VIDEO PER CAPIRE LA DISSOCIAZIONE 12 April 2021
  • CORRELATI MORFOLOGICI E FUNZIONALI DELL’EMDR: UNA PANORAMICA SULLA NEUROBIOLOGIA DEL TRATTAMENTO DEL PTSD 4 April 2021
  • TRAUMA E DISSOCIAZIONE IN ETÁ EVOLUTIVA: (VIDEO)INTERVISTA AD ANNALISA DI LUCA 1 April 2021
  • GLI EFFETTI POLARIZZANTI DELLA BOLLA INFORMATIVA. INTERVISTA A NICOLA ZAMPERINI DEL BLOG “DISOBBEDIENZE” 30 March 2021
  • SVILUPPARE IL PENSIERO LATERALE (EDWARD DE BONO) – RECENSIONE 24 March 2021
  • MDMA PER IL POST-TRAUMA: BEN SESSA E ALTRI RIFERIMENTI IN RETE 22 March 2021
  • 9 LIBRI FONDAMENTALI SU TRAUMA E DISSOCIAZIONE (aggiornato 2026) 14 March 2021
  • VIDEOINTERVISTA A CATERINA BOSSA: LAVORARE CON IL TRAUMA 7 March 2021
  • PRIMO SOCCORSO PSICOLOGICO E INTERVENTO PERI-TRAUMATICO: IL LAVORO DI ALAIN BRUNET ED ESSAM DAOD 2 March 2021
  • “SHARED LIVES” NEL REGNO UNITO: FORME DI PSICHIATRIA D’AVANGUARDIA 25 February 2021
  • IL TRAUMA (PTSD) NEGLI ANIMALI (PARTE 1) 21 February 2021
  • FLOW: una definizione 15 February 2021
  • NEUROBIOLOGIA DEL DISTURBO POST-TRAUMATICO (PTSD) 8 February 2021
  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE (SECONDA PARTE): FINE PENA MAI 3 February 2021
  • INTERVISTA A COSTANZO FRAU: DISSOCIAZIONE, TRAUMA, CLINICA 1 February 2021
  • LO SPETTRO IMPULSIVO COMPULSIVO. I DISTURBI OSSESSIVO COMPULSIVI SONO DISTURBI DA ADDICTION? 25 January 2021
  • ANATOMIA DEL DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO (E PSICOTERAPIA) 15 January 2021
  • LA STRANGE SITUATION IN BREVE e IL TRAUMA COMPLESSO 11 January 2021
  • GIORNALISMO = ENTERTAINMENT 6 January 2021
  • SIMBOLIZZARE IL TRAUMA: IL RUOLO DELL’ATTO ARTISTICO 2 January 2021
  • PSICHIATRIA: IL MODELLO DE-ISTITUZIONALIZZANTE DI GEEL, BELGIO (The Openbaar Psychiatrisch Zorgcentrum) 28 December 2020
  • STABILIZZARE I SINTOMI POST TRAUMATICI: ALCUNI ASPETTI PRATICI 18 December 2020
  • Psicoterapia breve strategica del Disturbo ossessivo compulsivo (DOC). Intervista ad Andrea Vallarino e Luca Proietti 14 December 2020
  • CRONOFAGIA DI DAVIDE MAZZOCCO: CONTRO IL FURTO DEL TEMPO 10 December 2020
  • PODCAST: SPECIALIZZAZIONE IN PSICHIATRIA E CLINICA A CHICAGO, con Matteo Respino 8 December 2020
  • COME GESTIRE UNA DIPENDENZA? 4 PIANI DI INTERVENTO 3 December 2020
  • INTRODUZIONE A JAAK PANKSEPP 28 November 2020
  • INTERVISTA A DANIELA RABELLINO: LAVORARE CON RUTH LANIUS E NEUROBIOLOGIA DEL TRAUMA 20 November 2020
  • MDMA PER IL TRAUMA: VIDEOINTERVISTA A ELLIOT MARSEILLE (A CURA DI JONAS DI GREGORIO) 16 November 2020
  • PSICHIATRIA E CINEMA: I CINQUE MUST-SEE (a cura di Laura Salvai, Psychofilm) 12 November 2020
  • STRESS POST TRAUMATICO: una definizione e alcuni link di approfondimento 7 November 2020
  • SCOPRIRE IL FOREST BATHING 2 November 2020
  • IL TRAUMA COME APPRENDIMENTO A PROVA SINGOLA (ONE TRIAL LEARNING) 28 October 2020
  • IL PANICO COME ROTTURA (RAPPRESENTATA) DI UN ATTACCAMENTO? da un articolo di Francesetti et al. 24 October 2020
  • LE PENSIONI DEGLI PSICOLOGI: INTERVISTA A LORENA FERRERO 21 October 2020
  • INTERVISTA A JONAS DI GREGORIO: IL RINASCIMENTO PSICHEDELICO 18 October 2020
  • IL RITORNO (MASOCHISTICO?) AL TRAUMA. Intervista a Rossella Valdrè 13 October 2020
  • ASCESA E CADUTA DEI COMPETENTI: RADICAL CHOC DI RAFFAELE ALBERTO VENTURA 6 October 2020
  • L’EMDR: QUANDO USARLO E CON QUALI DISTURBI 30 September 2020
  • FACEBOOK IS THE NEW TOBACCO. Perchè guardare “The Social Dilemma” su Netflix 28 September 2020
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  • IL MODELLO TRIESTINO, UN’ECCELLENZA ITALIANA. Intervista a Maria Grazia Cogliati Dezza e recensione del docufilm “La città che cura” 15 September 2020
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  • SUL MERCATO DELLA DOPAMINA: INTERVISTA A VALERIO ROSSO 31 August 2020
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  • ATTACCHI DI PANICO: IL MODELLO SUL CONTROLLO 7 August 2020
  • SHELL SHOCK E PRIMA GUERRA MONDIALE: APPORTI VIDEO 31 July 2020
  • LA LUNA, I FALÒ, ANGUILLA: un romanzo sulla melanconia 27 July 2020
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  • ALCUNI ESTRATTI DALLA RUBRICA “GROUNDING” (PDF) 14 July 2020
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  • SONNO, STRESS E TRAUMA 27 June 2020
  • Il SAFE AND SOUND PROTOCOL, UNO STRUMENTO REGOLATIVO. Videointervista a GABRIELE EINAUDI 23 June 2020
  • IL CONTROLLO CHE FA PERDERE IL CONTROLLO: UNA VIDEOINTERVISTA AD ANDREA VALLARINO SUL DISTURBO DI PANICO 11 June 2020
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  • DA “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE”: COS’É LA NEUROCEZIONE 3 June 2020
  • AUTO-TRADIRSI. UNA DEFINIZIONE DI MORAL INJURY 28 May 2020
  • BASAGLIA RACCONTA IL COVID 26 May 2020
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  • PUNTI A FAVORE E PUNTI CONTRO “CHANGE” di P. Watzlawick, J.H. Weakland e R. Fisch 9 May 2020
  • APPORTI VIDEO SUL TARANTISMO – PARTE 2 4 May 2020
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  • SULL’IMMOBILITÀ TONICA NEGLI ANIMALI. Alcuni spunti da “IPNOSI ANIMALE, IMMOBILITÁ TONICA E BASI BIOLOGICHE DI TRAUMA E DISSOCIAZIONE” 30 April 2020
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  • JEAN PIAGET E LA SHARING ECONOMY 25 April 2020
  • LO STATO DELL’ARTE INTORNO ALLA DIMENSIONE SOCIALE DELLA MEMORIA: SUL MODO IN CUI SI E’ ARRIVATI ALLA CREAZIONE DEL CONCETTO DI RICORDO CONGIUNTO E SU QUANTO LA VITA RELAZIONALE INFLUENZI I PROCESSI DI SVILUPPO DELLA MEMORIA 25 April 2020
  • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.3 – MODELLO ITALIANO E MODELLO BELGA A CONFRONTO, CON GIOVANNA JANNUZZI! 22 April 2020
  • RISCOPRIRE PIERRE JANET: PERCHÉ ANDREBBE LETTO DA CHIUNQUE SI OCCUPI DI TRAUMA? 21 April 2020
  • AGGIUNGERE LEGNA PER SPEGNERE IL FUOCO. TERAPIA BREVE STRATEGICA E DISTURBI FOBICI 17 April 2020
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  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.3 10 April 2020
  • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.2 – MODELLO ITALIANO E MODELLO SVIZZERO A CONFRONTO, CON OMAR TIMOTHY KHACHOUF! 6 April 2020
  • ANTONELLO CORREALE: IL QUADRO BORDERLINE IN PUNTI 4 April 2020
  • 10 ANNI DI E.J.O.P: DOVE SIAMO? 31 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.2 27 March 2020
  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE: RISTRETTI.IT 25 March 2020
  • NELLE CORNA DEL BUE LUNARE: IL LAVORO DI LIDIA DUTTO 16 March 2020
  • LA COLPA NEL DOC: LA MENTE OSSESSIVA DI FRANCESCO MANCINI 12 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.1 6 March 2020
  • PREFAZIONE DI “PTSD: CHE FARE?”, a cura di Alessia Tomba 5 March 2020
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO”: EP.1 – FERNANDO ESPI FORCEN 29 February 2020
  • NERVATURE TRAUMATICHE E PREDISPOSIZIONE AL PTSD 13 February 2020
  • RIMOZIONE E DISSOCIAZIONE: FREUD E PIERRE JANET 3 February 2020
  • TEORIA DEI SISTEMI COMPLESSI E PSICOPATOLOGIA: DENNY BORSBOOM 17 January 2020
  • LA CULTURA DELL’INDAGINE: IL MASTER IN TERAPIA DI COMUNITÀ DEL PORTO 15 January 2020
  • IMPATTO DELL’ESERCIZIO FISICO SUL PTSD: UNA REVIEW E UN PROGRAMMA DI ALLENAMENTO 30 December 2019
  • INTRODUZIONE AL LAVORO DI GIULIO TONONI 27 December 2019
  • THOMAS INSEL: FENOTIPI DIGITALI IN PSICHIATRIA 19 December 2019
  • HPPD: HALLUCINOGEN PERCEPTION PERSISTING DISORDER 12 December 2019
  • SU “LA DIMENSIONE INTERPERSONALE DELLA COSCIENZA” 24 November 2019
  • INTRODUZIONE AL MODELLO ORGANODINAMICO DI HENRI EY 15 November 2019
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IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
  • Nella sezione FORMAZIONE sono contenuti post a contenuto vario, che hanno l’obiettivo di (in)formare il lettore a proposito di un determinato argomento.
  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
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