
di Redazione
In questa puntata de Il Podcast del Il Foglio Psichiatrico parliamo con Omar Timothy Khachouf, psichiatra modenese “expat” dal 2015, del modello psichiatrico svizzero, in particolare relativo al cantone francese (Losanna).
Come Timothy sottolinea, la formazione del personale psichiatrico in quest’area risente pesantemente degli influssi della psicoanalisi storica di scuola francese, così come dell’apporto culturale degli “originatori” mitteleuropei (Jung, fra gli altri). Il modello psichiatrico che ne esce, sembra fondere insieme quindi un approccio più attuale/biologista, a un approccio fortemente impregnato di cultura psicoanalitica “classica”.
Si parla inoltre di reinserimento e di strutture ospedaliere svizzere, molto differenti da quelle italiane.
Buon ascolto!
https://www.spreaker.com/user/ilfogliopsichiatrico/timothykhachouf

A proposito dei cicli interpersonali problematici e delle dinamiche relazionali dei soggetti borderline, merita fare un accenno al lavoro di Antonio Semerari “I disturbi di personalità: modelli e trattamento”. Nella parte del libro dedicata ai quadri borderline, Semerari (che ha una formazione diversa da Correale, arrivando da una scuola cognitivo comportamentale) intende allargare il discorso relativo agli aspetti integrativi del lavoro da fare con il paziente borderline: non si tratterebbe cioè di lavorare per un’integrazione solamente relativa ad aspetti affettivi scissi verso lo stesso oggetto (amore/odio, dipendenza/sfiducia), ma di muoversi verso un lavoro di integrazione più ampio, più “totale”. L’integrazione di quelli che Semerari chiama “stati mentali” diversi e disarmonici, è il presupposto per una coerenza del comportamento. Senza integrazione, non c’è coerenza comportamentale (e questo lo si osserva facilmente nei soggetti borderline). Se poniamo il lavoro “integrativo” come drive centrale e scopo ultimo del lavoro con questa tipologia di pazienti, lavoro da effettuarsi su più livelli, meglio comprendiamo il razionale di intervento di un modello multi-disciplinare e ampio come la 


























L’immagine sopra riportata descrive una sequenza ideale che dallo stato di immobilità porta, attraverso la corsa, al recupero di una condizione di empowerment (senso di potere). Il razionale dell’utilizzo dello strumento “corsa” sarebbe in questo caso lo sviluppo e il compimento della tendenza di attacco/fuga, rimasta congelata al momento del trauma (Levine, molto efficacemente, spiega come per creare il trauma debbano associarsi immobilità e paura: in senso clinico occorrerà dissociare e risolvere questi due aspetti dell’esperienza di vita del paziente, per liberarlo dalla trappola creata dal post-trauma).

