• HOME
  • AREE TEMATICHE
    • #TRAUMA e #PTSD
    • #PANICO
    • #DOC
    • #TARANTISMO
    • #RECENSIONI
    • #PSICHEDELICI
    • #INTERVISTE
  • PSICOTERAPIA
  • PODCAST
  • CHI SIAMO
  • POPMED
  • PRESENTAZIONE DEL BLOG

Il Foglio Psichiatrico

Blog di divulgazione scientifica, aggiornamento e formazione in psichiatria e psicoterapia

20 May 2020

FONDAMENTI DI PSICOTERAPIA: LA FINESTRA DI TOLLERANZA DI DANIEL SIEGEL

di Raffaele Avico, Davide Boraso

Già qui abbiamo scritto di finestra di tolleranza, concetto promosso, tra gli altri, da Daniel Siegel

Ma a cosa serve, in senso pratico, conoscere la finestra di tolleranza?

La finestra di tolleranza viene descritta da Daniel Siegel nel suo “La mente relazionale” come uno spazio immaginario entro cui il nostro tono di attivazione neurofisiologica oscilla, nel tempo. É un costrutto teorico utile a fotografare lo stato neurofisiologico per come si presenta allo stato attuale.

Come si osserva in figura, il concetto di finestra di tolleranza permette di visualizzare come il tono dell’arousal (livello di attivazione) subisca fluttuazioni prodotte dall’ambiente e dallo stato interno di un individuo. Prima di un discorso davanti a un certo numero di persone, per esempio, il tono è più che probabile che salirà, tendendo al limite superiore della finestra, con differenze individuali.

La cosa importante del concetto di finestra di tolleranza, è che esclude dalla scena i contenuti di pensiero. Questo “strumento” concettuale ci aiuta a svincolarci, quando necessario, da una logica “per contenuti”, per focalizzarci sui processi. Ne abbiamo già scritto qui, a proposito delle “nuove” tendenze della psicoterapia. L’obiettivo di ragionare usando uno strumento del genere, è quello di fare in modo che l’attenzione permanga sull’idea di “stare” dentro la finestra, permanere al suo interno in modo stabile.

Cerchiamo di approfondire la questione prendendo appunto in esame il libro “La mente relazionale”. Siegel chiarisce alcuni aspetti:

  • l’ampiezza della finestra di tolleranza può variare: l’età contribuisce al regolare la sua ampiezza (in età infantile la sua ampiezza è limitata, sono sufficienti strette oscillazioni emotive per disregolare il/la bambino/a), così come alcuni fattori protettivi come l’essere calato in una rete sociale di protezione
  • oscillare tra i due estremi e fuoriuscirne, conduce a posizioni che Siegel chiama posizioni o di troppa rigidità, o di caos: è probabile che un individuo che si trovi al di fuori della finestra di tolleranza ragioni in modo molto poco permeabile al cambiamento (per esempio cadendo preda di pensieri ripetitivi, compulsivi) oppure che gli stessi pensieri si presentino come divergenti, caotici, non strutturati secondo un ordine narrativo. Questo, Siegel chiarifica, a causa di un funzionamento radicalizzato agli estremi del sistema nervoso autonomo, senza che l’individuo possa in apparenza intervenire. Se prendiamo il modello organodinamico di Ey qui approfondito, vediamo come questi stati di disregolazione sembrino corrispondere agli stati di “dissoluzione” teorizzati da Jackson nel suo modello gerarchico delle funzioni mentali, o da Pierre Janet stesso quando notava che il problema, a volte, è “riuscire a usare il freno” quando troppo accelerati cognitivamente, appunto permanendo in una condizioni di equilibrio, di regolazione, dentro la “finestra di tolleranza”
  • Alcuni stati fisiologici sono in grado di cambiare l’ampiezza della finestra di tolleranza: la fame protratta, il sonno, Siegel osserva, sono in grado di renderci più irritabili e soggetti a più frequenti fuoriuscite dai confini della finestra
  • Siegel sottolinea come la fuoriuscita dai limiti della finestra conduca la mente a una condizione difficile da gestire che tende a suo dire verso due posizioni possibili, entrambe disregolate: caos o rigidità. Osserva inoltre che in questi momenti la mente produca dei veri e propri percetti visivi, delle immagini che potremmo definire “epifenomeniche”, dei pensieri cioè in grado di manifestrarsi con particolare possenza estetica, visuale. Per esempio, durante un accesso di collera disregolata, è possibile che l’individuo produca, durante questo stato appunto di ruminazione “arrabbiata”, immagini violente, a contenuto forte, in grado di produrgli un vero cambio di sguardo sul mondo che lo circonda. Ritornato in finestra di tolleranza, questi pensieri “visivi” potrebbero scomparire, o prendere connotazioni più tenui, meno marcate.

CONSIDERAZIONI SULL’ATTUALITÀ E L’UTILITÀ DELLA FINESTRA DI TOLLERANZA: LA DISATTIVAZIONE

Il concetto di finestra di tolleranza è stato introdotto da Siegel per spiegare come funzioni la disregolazione emotiva.

É opinione comune e condivisa che tale concetto si applichi principalmente ai pazienti “difficili” o traumatizzati. Ciò sembra essere limitante rispetto alla portata del concetto di finestra di tolleranza e riteniamo debba essere ampliato e allargato al funzionamento di ognuno di noi. Esperienze e osservazioni cliniche ci suggeriscono infatti che anche in pazienti non gravi o particolarmente difficili vi siano importanti oscillazioni al di fuori della finestra di tolleranza.

Si potrebbe ipotizzare che un funzionamento “normale” porti l’individuo ad oscillare costantemente tra ipo e iperattivazione minima o appena al di sopra e al di sotto della finestra, senza che questo interferisca nel funzionamento quotidiano. Si può poi ipotizzare la presenza di altre due categorie di individui: chi si disregola pesantemente per una concomitante psicopatologia (ad esempio l’impulsività e l’aggressività di un soggetto borderline, potrebbe letta come una iperattivazione non regolata) e chi sviluppa un disturbo a causa di errate interpretazioni del normale funzionamento della finestra di tolleranza. Ad esempio, nei disturbi d’ansia o in pazienti che si auto-diagnosticano un disturbo di attacco da panico, si notano spesso oscillazioni nella parte inferiore della finestra di tolleranza, vere e proprie disattivazioni non riconosciute e spesso trattate poi farmacologicamente in modo non efficace. Se l’iperattivazione e le conseguenze che derivano (tachicardia, respiro affannoso, stomaco chiuso, ipervigilanza) sono piuttosto conosciute e correttamente individuate, non si può dire lo stesso per fenomeni di disattivazione.

Per disattivazione non intendiamo indicare un fenomeno dissociativo nella sua forma normalmente intesa, ma seguendo le più recenti concettualizzazioni di continuum in psicologia e psichiatria, un corredo di sintomi sfumati: minima confusione, “testa leggera”, scarso tono muscolare ed energia, impressione di svenimento imminente.

Sensazioni dunque che ognuno sperimenta almeno sporadicamente nella propria quotidianità. Ma se per la maggior parte degli individui, tali sensazioni scorrono senza destare preoccupazione, oppure vengono intraprese rapidamente strategie di regolazione efficaci, non si può affermare lo stesso per altri.

Leggeri stati di alterazione di coscienza e di disattivazione sono sperimentati da tutti, citiamo ad esempio il passaggio dallo stato di addormentamento allo stato di veglia durante il risveglio, oppure la mancanza di energia o lo stordimento dato da una giornata particolarmente stancante o stressante. Questi stati sono per lo più ignorati e non destano preoccupazione per la stragrande maggioranza di noi. Un rimprovero del datore di lavoro, un litigio col proprio partner, una delusione possono accompagnarsi a senso di impotenza e a fenomeni di disattivazione. Niente che avrebbe rilevanza clinica, ma un’interpretazione scorretta del fenomeno potrebbe determinare conseguenze interessanti e importanti dal punto di vista della sanità mentale. L’errata lettura di un fenomeno “normale” e passeggero potrebbe determinare infatti una narrativa interna dominata dalla paura e dal timore di avere una grave patologia, oppure di essere “strani” perchè gli unici a sperimentare sensazioni così particolari.

Generalmente, se non ci sono ormai grosse difficoltà a discutere di ansia e di tutto ciò che fa parte dell’iperattivazione, non si può dire lo stesso per la disattivazione: quest’ultima porta con sè fenomeni ancora poco conosciuti, insieme al timore di poter essere stigmatizzati o di essere “non normali”, cosa che determina una minor esternazione e comunicazione agli altri di tale sintomatologia e la scarsa circolazione di informazioni corrette.

Daniel Siegel osserva giustamente che la finestra di tolleranza ha a che fare, come si diceva, con l’idea di regolazione emotiva.

La cosa importante da ricordare tenendo a mente questo costrutto teorico, è la sua potenza in termini di comprensibilità da parte degli individui. La finestra di tolleranza rappresenta un modo efficace per, in un solo momento, fotografare lo stato dell’attivazione neurofisiologica, percepire quanto si sia in grado di possedere “mastery”,  in che modo il pensiero sia cambiato progressivamente arrivando a livelli ingestibili di caos e rigidità -tutto questo SENZA fare riferimento ai contenuti.

Quest’ultima questione è centrale perché in questa visione, in questo modello andranno a osservarsi, come si diceva, i processi. É ininfluente se la disregolazione sia avvenuta per un litigio interpersonale, una ruminazione rabbiosa, un trauma rivissuto: in senso clinico l’obiettivo primario rimarrà quello di rientrare tra i confini della finestra di tolleranza. Solo in un secondo momento ci si potrà interrogare sui motivi sottesi alla disgregolazione stessa: se prima non riusciremo a regolarci in senso emotivo, non potremo neppure accedere ai contenuti, alle spiegazioni più raffinate in senso psicologico.

Se prendiamo la teoria sul trauma, la psicotraumatologia, osserviamo come il modello di riferimento a riguardo degli approcci di intervento sia l’approccio chiamato trifasico. Qui, in particolare quando si lavori con pazienti traumatizzati, viene ben chiarito come il primo obiettivo, il primo razionale clinico, sia riportare entro i confini della finestra di tolleranza il paziente colpito da stress post traumatico: il senso di questo primo intervento (regolarlo in senso emotivo) è relativo al fatto che senza rientrare entro i confini della finestra di regolazione, tutto quello che potremmo fare con lui su altri contenuti sarebbe impossibile. Quindi: prima regolare, poi lavorare sui contenuti. Prima processi, poi contenuti. Spesso, anzi, lavorare sui contenuti si rivela inutile, secondario. Una buona psicoterapia dovrebbe anche esitare -in teoria- in una migliore comprensione da parte del paziente su come permanere entro i confini della finestra di tolleranza.

D’altronde, la psicoterapia cognitivo comportamentale concede a questa idea (il saper vivere le emozioni in modo meno intenso, più regolato) molto spazio.

I detrattori di questo approccio osservano che questo modello tende a non approfondire le questioni centrali, sostanziali relative al soggetto, fornendo una terapia che potrebbe essere definita “ortopedica” (perchè si intenderebbe riabilitare funzionalmente l’Io, il soggetto, alla vita, senza indagare le cause profonde che l’avrebbero portato a chiedere aiuto). Al di là di queste polemiche, occorre a nostro parere che il terapeuta si giovi di qualunque cosa funzioni, qualunque cosa possa contribuire ad accrescere il benessere del paziente, adottando una visione post-ideologica, liberalizzata, anarchica, integrativa, verso un’unica “psicoterapia”.

L’attenzione ai processi, è solamente uno dei modi, uno degli strumenti possibili da mettere in atto, o sul campo, in ambito di salute mentale.


Ps tutto il materiale su trauma e dissociazione presente su questo blog è consultabile cliccando sul bottone a inizio pagina (o dal menù a tendina) #TRAUMA.

 

Article by admin / Generale

18 May 2020

L’EBOOK AISTED: “AFFRONTARE IL TRAUMA PSICHICO: il post-emergenza.”

di Raffaele Avico

L’Associazione AISTED (Associazione italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione) ha pubblicato pochi giorni fa, scaricabile in forma gratuita, un Ebook a tema stress post traumatico, rivolto agli operatori sanitari coinvolti nella gestione della pandemia da COVID.

Si legge dal sito dell’Associazione:

La nostra Associazione ha lavorato sin dai primi giorni a sostegno dei soci con lo scopo di attivare un confronto attivo, fitto e mirato ad affrontare le sfide e le difficoltà della pandemia che dall’11 Marzo ha fermato l’Italia.

In particolare la nostra attenzione è stata orientata a comprendere le urgenze legate all’attività clinica in corso con i pazienti, ma anche a prevedere che tipi di sofferenza potessero originare da una situazione così nuova e pervasiva per tutti e quali fasce di popolazione potessero rischiare di più rispetto allo sviluppo di sofferenza psicologica e psicopatologia nel periodo successivo, con grande attenzione soprattutto agli operatori sanitari coinvolti sul campo ed esposti a condizioni di stress acuto durante tutta la Fase 1 di questa pandemia. Dalle riflessioni emerse nei gruppi di lavoro, è nata l’idea di produrre un E-Book che potesse essere una mappa di riferimento per la Fase 2 e per i lunghi prossimi mesi di emergenza, da offrire ai soci, agli operatori, ai pazienti e a tutti i cittadini che siano interessati ad esplorare alcuni aspetti emotivi critici cui la pandemia ci ha costretto a confrontarci tutti. 

Il pensiero che ci ha guidato è stato rivolgerci soprattutto agli operatori sanitari (medici, infermieri, oss) coinvolti in prima linea in emergenza e alla possibilità di offrire loro una conoscenza specialistica utile a comprendere eventuali momenti di malessere che sono emersi durante la fase acuta o che potranno emergere nei prossimi mesi

Con la scrittura e le riflessioni raccolte in questo Ebook, desideriamo divulgare alcune conoscenze e strategie specialistiche, in modo che siano fruibili e utili a tutti gli operatori sanitari coinvolti nella gestione dell’attuale crisi sanitaria (contestuale alla pandemia da Covid19), crisi che, come purtroppo ben sappiamo, sta attivando alti livelli di stress negli individui, nelle équipes di lavoro e a livello sociale. A nostro parere comprendere la dimensione psicotraumatologica dell’esperienza di lavoro in contesti di emergenza aiuta non solo a individuare meglio i problemi in corso ma anche a comprendere e utilizzare meglio tutte le proprie risorse di resilienza.

Attraverso il seguente contributo, vorremmo rispondere alle domande:

1. cosa succede quando un evento, prolungato e ad alto impatto emotivo, investe la nostra vita?
2. quali sono le caratteristiche degli eventi traumatizzanti e dei disturbi trauma-correlati?
3. come si sopravvive a periodi di grave stress e agli eventi traumatici?
4. cosa possiamo fare per fuoriuscire nel migliore dei modi da una esperienza che mette così a dura prova la nostra capacità di gestire alti livelli di stress e avvenimenti pesanti e imprevedibili?

La comprensione del malessere psicologico costituisce il primo passo e di per sé una risorsa utile affrontare le ferite emotive lasciate da un trauma, speriamo che queste riflessioni possano essere di spunto e sostegno a chi lo leggerà.

QUI É SCARICABILE L’EBOOK.


NOTA BENE: se ti interessano la psicotraumatologia, la clinica del trauma e le avanguardie di ricerca, abbiamo attivato un Patreon per fornire contenuti mensili su queste tematiche. Trovi qui i nostri reward!

Article by admin / Generale / ptsd

14 May 2020

NOI, ESSERI UMANI POST- PANDEMICI

 

di Ilaria Bruschi

Fino a poco tempo fa, pochi di noi conoscevano l’auto reclusione, il panico e la tristezza che i giovani hikikomori vivono quotidianamente nelle loro stanze.  Se prima gli hikikomori erano esclusivamente i giovani nipponici, assidui divoratori di serie tv, oggi tutti noi, che lo vogliamo o no, possiamo definirci un po’ degli “eremiti post moderni” (cfr. Tamaki Saito).
Difficile dire dove inizi un disagio psichico e cominci un fenomeno sociale di massa: è chiaro che qualunque cambiamento sociale, passato lo shock iniziale, determina in noi l’impulso a trovare un nuovo modo di guardare gli eventi: la consapevolezza di non potersi più aggrappare al vecchio modo di vedere le cose e la speranza, più o meno conscia, di ritornare ad abbracciare la pienezza della vita. Questo ultimo concetto è stato definito molto tempo fa -ma lo abbiamo dimenticato-da William Blake e da F. Nietzsche come la “stella del mattino”.

AUTO RECLUSIONE E AGGRESSIVITÀ REPRESSA

Molto è già stato scritto sulle implicazioni psicologiche e sociali di questa condizione esistenziale ma meno sulle implicazioni che rabbia e aggressività repressa giocano nella fenomenologia della depressione.

Molti di noi ora, come gli hikikomori, in stretto isolamento, hanno sviluppato oltre a sintomatologia depressiva, sensazioni di stanchezza, letargia, comportamenti ossessivi ed esplosioni di rabbia. Alla base di questo malessere c’è anche una sorta di resistenza passiva nei confronti degli standards sociali contraddittori e caotici, che dettano legge e le pressioni obbligate verso l’auto realizzazione professionale in piena crisi economica.

Per noi, esseri umani post-pandemici, è stato un bagno di realtà vissuto a stretto contatto con le nostre fragilità e, in qualche modo, siamo stati costretti a prenderne atto e a capire quale lezione trarre da questa esperienza. Forse incominciare a fidarci di noi stessi e del nostro sistema neurale e un po’ meno dei canali comunicativi di massa, di cui ormai rischiamo di diventare schiavi?

ALTAMENTE RESILIENTI

Inconsciamente molti di noi hanno represso queste riflessioni e gli stati emotivi di malessere e si sono immersi nei mondi evanescenti delle serie tv: esseri onnipresenti on-line.  Altri invece hanno scoperto qualcosa, qualcosa di altamente resiliente: si è strutturato uno spazio interno, infrangibile, costruito da valori personali esclusivi e non codificati dal pensiero di massa. Un valore numinoso, specifico per ognuno di noi, nato dalla solitudine off-line che permette di abbracciare la pienezza della vita e ripartire. Non vi sono ricette facili per la felicità. É qualcosa che si trova solo passando attraverso se stessi: in realtà siamo quello che abbiamo vissuto, senza scordare nemmeno un fotogramma di questa pandemia, e non si tratta certo di un viaggio piacevole.

Non basta il ritorno alla normalità e dimenticarsi di tutto ma implica anche confrontarsi con il dolore e il vuoto di tante vite perdute senza commiato. Che cosa impariamo da questa esperienza lacerante che non ha risposte che si trovano nel web? Come rinasciamo dalle ceneri? E se provassimo a guadare dentro di noi invece che sprofondare nel black mirror, sempre on-line?

LA STELLA DEL MATTINO

Negli scritti di Marion Milner, psicoanalista britannica, si ritrova una trattazione di questo tema. L’autrice, citando le opere del poeta William Blake, riprende un antico archetipo elaborato dall’artista: «La stella del mattino». La stella del mattino rappresenta un antico portale psichico, ossia la prima luce che emerge dall’oscurità della nostra notte: «la possibilità di raggiungere uno stato della mente in grado di ricreare il mondo e l’individuo al suo interno, non più tagliato fuori ma come parti essenziali di essi». Dunque ripartire dal proprio spazio interno uno spazio sacro in cui l’individuo affronta senza indugiare le emozioni e i pensieri tossici, i rapporti disfunzionali per ricreare un equilibrio in sé e con l’altro. Forse proprio così le esperienze della pandemia verranno riconosciute, rielaborate e rivitalizzate.

Così si crea lo spazio critico di riflessione soggettiva, detto «Epoche» -una sospensione del giudizio per affinare le capacità creative di riflessione- in cui cominciamo a renderci conto di cosa ci sta succedendo e di quello che non sta andando bene nel nostro ecosistema; prendendo un impegno con noi stessi e sigillando un’intenzione verso cui vogliamo tendere nel prossimo futuro “semplicemente per sapere e conoscere la verità; allora questa scoperta attiverà in noi nuove energie che diventeranno parte della nostra situazione e l’uomo delle caverne che è in noi, comincia ad evolversi e ad essere più umano“(op. cit 232).

Così dal caos che abbiamo vissuto si potrà generare la stella danzante.

Article by admin / Generale

9 May 2020

PUNTI A FAVORE E PUNTI CONTRO “CHANGE” di P. Watzlawick, J.H. Weakland e R. Fisch

di Raffaele Avico

Change è un libro di Watzlawick e bla bla bla (qui una recensione del libro). In questo articolo cerchiamo di fare alcune riflessioni sugli aspetti da tenere a mente o da mettere in discussione del libro.

Watzlawick è un teorico realmente geniale: si veda per esempio questo video:

CHANGE: PUNTI A FAVORE

  • gli autori ragionano sul tema generale del cambiamento, distinguendone due tipologie : il cambiamento di tipo 1, interno al gioco che contempla gli elementi che partecipano al gioco stesso (le pedine della scacchiera e come muoverle), e il cambiamento di tipo 2, su di un livello logico superiore (le regole del gioco stesso degli scacchi). Per ottenere un vero cambiamento, gli autori osservano, è importante che il cambiamento sia di tipo 2: dovremo agire cioè per cambiare le regole del gioco stesso (che alimentano l’immobilità del gioco in sè). Questo, già di per sè, pone a favore del libro, realmente geniale. La scuola di Palo Alto già aveva fatto parlare di sè con il fondamentale “pragmatica della comunicazione umana”, antecedente.
  • come fare a cambiare? Gli autori ci invitano a considerare come, per arrivare a un vero cambiamento, questo dovrà essere attuato facendo un “passo indietro” a riguardo della situazione che si desidera cambiare, in modo da poterne avere una visione “dall’alto”. Così, scopriremo che spesso ciò che mantiene in piedi un problema, è il tentativo che facciamo di risolverlo, quello che gli autori chiamano tentata soluzione. Per cambiare, dovremo quindi lavorare su questa tentata soluzione. Esempio: se mi sforzo di addormentarmi, quando insonne, è più che probabile che rimarrò sveglio, incastrato in uno sforzo paradossale. Per risolvere questo problema, dovrò, contro-paradossalmente, tentare di stare sveglio, rompendo il paradasso originario
  • la logica del paradosso e del contro paradosso, ha ispirato sia la psicoterapia sistemica in senso lato, che la psicoterapia breve strategica (quest’ultima in particolare). La “prescrizione del sintomo” (l’intervento paradossale) viene usata in entrambi questi approcci alla psicoterapia
  • quando vi sia una stratificazione del pensiero, e la messa in piedi di “tentate soluzioni” basate sull’evitamento e sul controllo (in particolar modo nei disturbi da attacco di panico, nei disturbi fobici, in alcune forme di disturbo sessuale e di DOC -ovunque cioè vi sia una parte della mente impegnata attivamente a controllare o a gestirne un’altra), la logica contro-paradossale assume un’enorme portata in termini di efficacia. A volte un intervento può essere risolutivo, o in ogni caso molto efficace
  • l’approccio degli autori alla psicoterapia, è un approccio pragmatico, americano: si ragiona sul qui e ora, per obiettivi chiari e tempi definiti. Il problema prima di tutto dev’essere riconosciuto e vissuto dal soggetto come un problema: in caso contrario non avrebbe senso approcciarvisi.
  • il libro chiarisce bene che tentare di approcciare il problema “dall’interno”, usando per così dire lo stesso “suo” linguaggio, non serve: il problema viene mantenuto. Occorre capire come fuoriuscirne cambiando i presupposti sui cui si fonda. Molto importante il riferimento alle 4 fasi del cambiamento promosse dagli autori:
    1. Una definizione chiara del problema in termini concreti;
    2. Un’analisi della soluzione finora tentata;
    3. Una chiara definizione del cambiamento concreto da effettuare;
    4. La formulazione e la messa in atto di un piano per provocare tale cambiamento.
  • Il cambio di paradigma suggerito dagli autori si basa sostanzialmente sul passaggio dal PERCHÉ al COME. Gli autori propongono di non cercare necessariamente un insight, una comprensione profonda del problema: è più importante concentrarsi su come quello stesso problema si mantiene, quali sono i fattori contestuali e di comportamento che mantengano quella stesso problema in piedi.

CHANGE: PUNTI CONTRO

  • la logica paradossale, non può essere applicata a qualunque problema, specialmente in ambito clinico; non tutti i problemi infatti si basano sul paradosso, nè sulle tentate soluzioni. L’anoressia, per esempio, non è una tentata soluzione a riguardo di un altro problema, ma un modo d’essere che trova le sue radici in questioni esistenziali e affettive, così come la depressione, ruotante intorno a tematiche inerenti il lutto, la colpa, la perdita. Non sembra possibile cioè risolvere la questione nei termini di un singolo problema, unico, che debba essere “disciolto o sbloccato”. Vedere in tutti i problemi delle tentate soluzioni rischia di divenire -questo sì- un bias cognitivo, un po’ come succede ai “pantraumatologi” che ricercano, dietro ogni disturbo, la presenza di uno stress post traumatico
  • questa visione “risolutoria” (che si radicalizza con i teorici della “seduta singola”) viene denigrata dagli “ortodossi” della psicologia clinica anche se, va detto, non tutto ciò che storicamente produsse scetticismo si rivelò sbagliato. La stessa psicoanalisi inizialmente destava scandalo. Qui potremmo però ipotizzare un errore strutturale: pensare di “sbloccare” un paziente, significa avere una considerazione del suo problema basata sulla presenza di un errore di fondo, come un passaggio sbagliato fatto nella risoluzione di un’equazione complessa che quindi, se corretto, porti infine al risultato giusto. Il punto centrale è che chiunque lavori con pazienti gravi, si rende conto che la mente non funziona in questo modo, la psicoterapia non può divenire un’indagine diagnostica che ha dell’investigativo, non può limitarsi alla ricerca del “bias” (cioè dell’errore), dato che non è risolvendo un errore del pensiero che si cura uno stato di malessere soggettivo, che prescinde spesso dal pensiero stesso. Invece di “domandare”, “esplorare”, “sentire”, “osservare”, osserviamo qui l’utilizzo di altri verbi, mutuati da un approccio “risolutorio” alla psicologia clinica, da una modellizzazione della mente per certi versi cibernetica, “algoritmica”: “sbloccare”, “disinstallare”, “risolvere”, il che risulta sospetto, per lo meno limitato, insufficiente.
  • il tipo d’intervento che gli autori propongono, è un intervento che si fonda sull’assunto che la persona possieda una fiducia totale in quello che i terapeuti gli propongono. Parlano di prescrizioni da seguire, non facendo tuttavia i conti con chi si ponga in modo scettico, chi si possa sentire manipolato, chi non ritenga sufficiente che “il dottore abbia capito, anche se io no”; di fatto ritengono sufficiente che sia il comportamento a cambiare: il pensiero arriverà dopo; il paziente arriverà in seguito a capire -se mai lo farà- la logica sottesa all’intervento, al suo razionale clinico.
  • La teoria che fonda questo approccio, non ha prodotto in seguito nessun filone serio di ricerca scientifica. Come mai? In “Change” vengono citati sia Bateson che Milton Erickson, riferimenti teorici del movimento (l’uno per via del lavoro sulla teoria dei giochi e del paradosso, l’altro grazie alle sue capacità –geniali– suggestivo/ipnotiche). Questo alimenta personalizzazioni e dogmatismi incentrati su persone singole, benché carismatiche. Quello che dobbiamo ricordare è che nelle professioni di cura, il curante dovrebbe essere un funzionario: altrimenti, andremo dal suo “nome” e non dalla sua “tecnica”. Quindi: dove stanno la ricerca, le prove di efficacia, in tutto questo? Dov’è la famosa peer review? C’è da considerare tuttavia che il libro rappresenta un impulso, un incipit a qualcosa che sarebbe avvenuto da lì in avanti; in questo sta, al di là di tutto, il suo peso specifico. Il problema della terapia strategica e delle prove di efficacia scarse, tuttavia, rimane.

Per concludere con un solo aggettivo, Change è imprescindibile per chiunque si occupi di clinica e di “cambiamento” in senso lato, soprattutto per l’accento posto sui temi del paradosso, delle tentate soluzioni e della causalità circolare (sempre più attuale in clinica, come qui approfondito). Gli autori possiedono un brillante, realmente complesso punto di vista sul modo di ragionare, pensare, vivere dell’essere umano, dimostrandosi paurosamente consapevoli di come il soggetto viva e sappia mettere in atto dei comportamenti e delle reazioni all’ambiente circostante a scapito di se stesso, spesso in modo non consapevole.

L’accento messo sugli aspetti suggestivi, infine, ci racconta di una precoce saggezza degli autori su tutto ciò che oggi chiamiamo “effetto placebo”, cioè sull’importanza degli aspetti relazionali, contestuali, relativi al come viene percepito il terapeuta del paziente, sull’importanza cioè della fiducia in clinica (qui un approfondimento a proposito del lavoro di Fabrizio Benedetti, italiano tra i massimi esperti di effetto placebo in senso internazionale).


NOTA BENE: se ti interessano la psicotraumatologia, la clinica del trauma e le avanguardie di ricerca, abbiamo attivato un Patreon per fornire contenuti mensili su queste tematiche. Trovi qui i nostri reward!

Article by admin / Generale / recensioni

4 May 2020

APPORTI VIDEO SUL TARANTISMO – PARTE 2


di Raffaele Avico

Già qui avevamo scritto a proposito degli apporti video sul tarantismo: esistono molti contributi reperibili in rete che ci possano dare un’idea di cosa significasse nella realtà un rituale di tarantismo, e di come questo potesse svolgersi nelle sue diverse fasi (fase in piedi, fase a terra, etc.).

Nel corso di une recente intervista fatta a Luigi Chiriatti, di prossima pubblicazione (Chiriatti è uno dei più esperti sul tema, autore di molteplici saggi a riguardo del tema -come Morso d’amore, riformulazione della sua tesi di laurea, indagine etnografica sui casi di tarantismo nel Leccese nel periodo compreso tra gli anni ’70 e ’90), Chiriatti ha chiarito l’esistenza di molteplici altri apporti video.

Esiste una tesi fatta da Vanessa Elena Cerutti in cui si può leggere a proposito della documentazione audiovisiva sul tema, qui scaricabile e consultabile per un ulteriore approfondimento.

Per quanto riguarda i video, oltre a quelli segnalati nell’articolo sopra riportato (“apporti video sul tarantismo” parte 1), troviamo:

  1. il documentario video di Morso d’amore (non reperibile in rete al momento)
  2. meloterapia del tarantismo a cura di Diego Carpitella:
  3. il male di San Donato, di Luigi di Gianni:
  4. ritmo ed estasi di Folco Quilici (non reperibile in rete)
  5. Immagini del tarantismo di Benito Dispoto (non reperibile in rete)
  6. Pizzicata, film di Edoardo Winspeare (qui un estratto)
  7. La sposa di San Paolo di Rosaleva
  8. il DVD documentario Latrodoectus, che morde di nascosto, qui recensito
  9. Viaggio a Galatina di Luigi A. Santoro (non reperibile in rete)
  10. va inoltre citato questo lavoro di documentazione audio reperibile sulle teche rai
  11. ragnatele salentine di Giorgio Tupone, qui visualizzabile per intero
  12.  il DVD un ritmo per l’anima, qui recensito

Da ricordare anche il lavoro di compulsazione e assemblamento bibliografico citato dallo stesso Chiriatti fatto da Sergio Torsello nel volume La tela infinita e qui completato sul blog di Venicenzo Santoro.

La tela infinita è al momento la più ampia e completa raccolta di materiale bibliografico presente sul fenomeno tarantismo.

Va citato inoltre il lavoro dei fotografi del tarantismo, in particolare il lavoro di Franco Pinna e di Chiara Samugheo, di cui abbiamo qui scritto.

Altra fonte da citare, il pregevole già citato blog “Vincenzo Santoro; musiche e culture popolari dal Salento al Mediterraneo: approfondimenti, pubblicazioni e iniziative“.

Article by admin / Generale / tarantismo

2 May 2020

RISCOPRIRE L’ARCHIVIO (VIDEO) DI PSYCHIATRY ON LINE PER I SUOI 25 ANNI


di Raffaele Avico

Psychiatry On Line compie, questo maggio, 25 anni: al suo interno conta più di 8400 pezzi scritti e più di 1800 video a tema psichiatria, psicoterapia, psicologia clinica e neuroscienze. La maggior parte degli accessi al sito di Psychiatry On Line, avviene via Google, tramite parole chiave a tema salute mentale, psicoterapia o psichiatria in generale. L’homepage del sito (che quest’anno verrà rinnovata, insieme al sito stesso), tuttavia, pubblica ogni giorno articoli inediti a opera di tanti operatori della salute mentale da tutta Italia, impegnati con la redazione in un “lavoro culturale” senza scopo di lucro a tema “psy” a partire dal 1995.

L’archivio video rappresenta, è bene ricordarlo, una risorsa per portata e quantità di contenuti senza eguali al mondo. Non esiste nessun altro contenitore che accorpi così tanto materiale in ambito di psichiatria e psicologia: l’archivio video spazia da interventi ripresi nel corso di conferenze, a interviste mirate, a rubriche individuali di grande interesse culturale a tema salute mentale. Vi si trovano interviste e speech ai più autorevoli rappresentanti del movimento psichiatrico e della psicologia clinica degli ultimi 20 anni, oltre che a ospiti di eccezione come Otto Kernberg, Antonio Damasio, Liliana Cavani.

Alcuni filoni o rubriche da riscoprire, sono:

  • il lavoro di approfondimento dell’opera di Jacques Lacan nelle parole di Antonio Di Ciaccia, uno dei più importanti lacanisti in Italia (tra l’altro al momento impegnato nella realizzazione di una serie proprio su Lacan )
  • le interviste a Eugenio Borgna
  • gli interventi di Vittorio Gallese (neuroni specchio)
  • un’intervista in tre parti a Giovanni Abbate Daga (disturbi alimentari)
  • gli approfondimenti di Jacco Seikkula sull’Open Dialogue
  • l’enorme playlist di video per l’evento genovese organizzato per il quarantesimo anno dalla legge Basaglia (180×40)
  • lo speciale Otto Kernberg
  • l’intervista a Benedetto Farina su “Sviluppi Traumatici” (trauma)
  • il vocabolario psicoanalitico di Franco de Masi (più di 120 video su parole/concetti chiave del corpus teorico psicoanalitico)
  • molteplici riprese di interi convegni SIP e SOPSI

Qui l’archivio delle Playlist create.

Ma Psychiatry on line è ancora, ovviamente, un archivio di più 8000 di testi raccolti in più di 25 anni. Per esempio (scelti da Francesco Bollorino):

  1. LETTERA A UN GIOVANE SPECIALIZZANDO IN PSICHIATRIA di Gilberto Dipetta
  2. VENGO A PRENDERTI IN DIREZIONE DEL SOLE di Maria Ferretti
  3. Una favola psichiatrica di Antonio Alberto Semi
  4. L‘AFFAIRE MILLER VERSUS RECALCATI. Intervista a Sarantis Thanopulos di Francesco Bollorino

Questa sera stessa (sabato 2 maggio 2020), inoltre, alle 20:30 verrà svolto un seminario online sul Canale Youtube della Rivista, su tema “salute mentale e coronavirus”. Qui la presentazione:

NOTA BENE: se ti interessano la psicotraumatologia, la clinica del trauma e le avanguardie di ricerca, abbiamo attivato un Patreon per fornire contenuti mensili su queste tematiche. Trovi qui i nostri reward!

Article by admin / Generale

30 April 2020

SULL’IMMOBILITÀ TONICA NEGLI ANIMALI. Alcuni spunti da “IPNOSI ANIMALE, IMMOBILITÁ TONICA E BASI BIOLOGICHE DI TRAUMA E DISSOCIAZIONE”

di Raffaele Avico

Cosa succede a un animale nel corso di un trauma? Quali sono le reazioni neurofisiologiche di un pollo, per fare un esempio, durante un evento terrorizzante o potenzialmente traumatico? Come possiamo comparare animale e uomo, e cosa ci può insegnare la reazione di un animale a un trauma? Esistono delle basi neurobiologiche che accomunano animale e uomo?

In un essere umano sano, un’esperienza traumatica ha il potere di creare uno spartiacque esperienziale in grado di creare un “prima” e un “dopo” l’esperienza traumatica stessa. Nel resoconto che un individuo post-traumatizzato farà della sua esperienza, il trauma occuperà un posto di primo piano nella scena drammatizzata del suo percorso di vita, come uno degli eventi più importanti e difficili da dimenticare. Con il tempo, l’evento traumatico assumerà, nel ricordo, colori più sbiaditi, ma non per questo i contorni del suo ricordo saranno meno acuminati o taglienti; l’impatto che avrà il suo ricordarlo, saprà sopravvivere al tempo, come se questo, appunto, non fosse mai passato. Una delle caratteristiche centrali di un evento traumatico, è la non elaborabilità in termini mnestici. La sindrome post-traumatica, per questo motivo, è stata più volte definita come una patologia della memoria.

Sembrerebbe cioè che il problema centrale del periodo post-traumatico, sia la difficoltà per il soggetto di lasciare andare questo ricordo nel passato, confinandolo a un tempo ormai trascorso. Il ricordo del trauma permane nella mente di un individuo in modo monolitico, pur tuttavia attivo nei suoi effetti: ogni volta che si presenterà alla coscienza sotto forma di ricordo, i suoi effetti non tarderanno a farsi sentire, costituendosi in una sindrome ben conosciuta e studiata nell’uomo, chiamata Disturbo da Stress Post Traumatico (e non, come a volte si legge, Disturbo Post traumatico da Stress), in inglese sintetizzato nell’acronimo PTSD. Il PTSD è stato studiato diffusamente a partire dalla Prima Guerra Mondiale: viene al giorno d’oggi osservato in relazione a qualunque evento sia in grado di impattare in modo traumatico, appunto, sulla vita di un individuo.

Per capire se un evento abbia avuto un impatto di natura traumatica, occorre prestare attenzione ai segni e sintomi che un PTSD porta con sè; centrali sono in questo la presenza di un senso di disregolazione emotiva al ricordo dell’evento traumatico (che potremo scambiare per paura panica, in realtà però meno intensa, in grado di alterare lo stato neurofisiologico di un individuo in modo intenso), la fobia degli stati mentali collegati al suo ricordo, la possibile presenza di sintomi dissociativi più o meno gravi.

L’uomo pare incistarsi nel suo lavoro di tentata elaborazione del trauma, con scarsi risultati: l’associazione istantanea ricordo+disregolazione sembra invincibile per molto tempo. Alcuni strumenti clinici usati in questi casi, come l’EMDR, tentano un approccio differente al problema, per così dire aggirando il ricordo diretto dell’evento per via di un intervento che potremmo definire bottom-up, non focalizzato direttamente cioè sulla memoria dell’evento, ma sulle sue ripercussioni somatiche.

Per quanto riguardo l’uomo, sono stati osservati traumi di diversa natura, e con un differente impatto sulla mente: generalmente, però, distinguiamo i traumi unici e potenti, dai traumi subdoli e continuativi, vissuti spesso nel contesto di un attaccamento problematico con le figure di riferimento. Un’ulteriore distinzione che viene fatta a riguardo della natura dei traumi, riguarda la questione identitaria. Abbiamo cioè traumi definiti interni all’identità, e  traumi esterni all’identità. Se immaginiamo un bambino intrattenere un rapporto problematico con una figura di attaccamento violenta, per esempio, ci verrà facile immaginare quanto l’intera identità dell’individuo, verrà in seguito modellata a partire da quel difficile rapporto iniziale, durato -per ragioni di sopravvivenza del bambino stesso- molto a lungo.

I potenti strumenti di apprendimento messi a nostra disposizione dall’evoluzione, sembrano in questi casi ritorcersi contro di noi contribuendo a far sì che per lungo tempo non riusciamo a dimenticare il trauma, adattando la nostra vita all’emergere del suo ricordo. Per questo, possiamo definire il PTSD come una forma di condizionamento esasperato e disfunzionale.

Differenti autori hanno osservato come gli animali sembrino possedere strumenti differenti per far fronte a un evento traumatico, oppure al contrario riescano a gestire l’elaborazione di un ricordo traumatico per via dell’assenza di alcune strutture “ingombranti” possedute dall’uomo, grazie a un movimento di “release” o di dissipazione corporea della paura (come qui approfondito).

Nel video sopra riportato un gruppo di ricercatori dell’università di Milano si interroga sul tema “immobilità tonica” negli animali. L’immobilità tonica è uno stato di “finta morte” ottenuto per ragioni di sopravvivenza durante un attacco soverchiante da parte di un predatore.

Genericamente sappiamo che le reazioni di un animale a una minaccia rispondono alla sequenza delle 4 f. La reazione, come nella figura sopra riportata, è in funzione della distanza tra predatore e preda, e condizionata dal “grado di possibilità percepito di fuga”.

Vediamo la sequenza: immaginiamo che un animale venga attaccato da un predatore in una condizione di “paura senza sbocco”, quindi una situazione in cui non sia possibile opporsi in nessun modo alla predazione. La sequenza sarà:

  1. freeze: l’animale si ferma, guarda e ascolta con maggiore attenzione
  2. flight: l’animale scappa
  3. fight: l’animale attacca (quando scappare non è possibile)
  4. faint: l’animale precipita in una condizione di immobilità tonica

Quest’ultima tipologia di reazione viene presa in oggetto dai ricercatori del video sopra citato. Tra di essi, Carlo Alfredo Clerici, autore insieme a Laura Veneroni di questo volume specificamente dedicato allo studio dell’immobilità tonica negli animali, vera perla (tra l’altro molto corto), comprensivo di un’intervista al massimo esperto in tema, Gordon Gallup.

Vediamone alcuni aspetti:

  1. neurobiologia e aspetti strettamenti biologici relativi all’Immobilità Tonica, sono descritti nella prima parte del volume. É qui interessante sottolineare l’effetto analgesico dell’immobilità tonica, in grado di alterare la percezione del dolore in diverse specie animali nel corso della traumatizzazione
  2. molteplici studi sottolineano come negli animali il contatto oculare sia in grado di mediare la risposta di immobilità tonica negli animali. Sottoporre per esempio delle galline alla vista di un falco impagliato prima senza mostrare e poi mostrando gli occhi, conduceva a differenti risposte e diverse durate della fase di immobilità tonica
  3. molteplici esperimenti sono stati condotti per ragionare sulle cause dello sviluppo di un comportamento di immobilità tonica negli animali: la paura è il primo di questi (tanto che somministrando tranquillanti agli animali prima di “spaventarli”, il comportamento di immobilità tonica sembrava interrompersi); quindi, l’immobilità forzata (testata sottoponendo gli animali -spesso galline- a shock elettrici con o senza possibilità di fuga). Gli autori riportano: “Quanto detto suggerisce che sia la paura sia l’impossibilità di movimento siano elementi contemporaneamente necessari perché si manifesti la T.I..”.  Questo ricorda da vicino la teoria di Peter Levine a proposito del trauma per l’uomo (secondo lui generato solo se in compresenza di immobilità e paura -in caso contrario l’individuo non viene traumatizzato)
  4. tra le ipotesi storiche merita una citazione quella darwiniana, formulata nel 1839, secondo cui l’immobilità tonica sarebbe una morte simulata con funzione di preservazione da predazioni soverchianti
  5. Facendo una comparazione approfondita tra immobilità tonica negli animali e comportamento umano, gli autori ragionano sulla possibilità che nell’uomo permangano “atavismi” comportamentali ereditati dai progenitori “iniziatici” con cui condividiamo residui paleopsicologici come l’erezione del pelo in condizioni di terrore, la stessa reazione di attacco e fuga e, appunto, una variante “umana” della reazione di immobilismo tonico nel corso di eventi estremi (gli autori citano lo stupro come esempio paradigmatico di un evento in cui convivono terrore e immobilità, in grado appunto di creare “paralisi da stupro” e impossibilità a reagire).
  6. vengono fatti parallelismi interessanti tra il fenomeno di immobilità tonica e alcuni comportamenti anormali nell’uomo come catalessia e catatonia; sono note alcune reazioni parossistiche di soggetti catatonici che, fuoriuscendo dallo stato di immobilità, si esprimono in reazioni estreme, violente; “Nei pazienti catatonici, alla fine di un episodio stuporoso, si rileva un aumento dei livelli plasmatici di adrenalina e dei suoi metaboliti. Ciò confermerebbe che l’insorgenza dei sintomi catatonici possa essere scatenata dall’esperienza di paura, proprio come la T.I. nell’animale”.
  7. viene inoltre notato che nel corso dell immobilità tonica, così come negli episodi di stupor dei soggetti catatonici, il cervello si mantiene vigile (le informazioni afferenti non vengono inibite, al contrario di quelle efferenti, creando una condizione paradossale di immobilità completa in senso fisico ma di mantenuta attività cognitiva);
  8. questo paradosso (il fatto che l’attenzione e i processi di memoria sembrino addirittura aumentati nel corso della fase di immobilità tonica) porta i ricercatori a creare una distinzione tra lo stato di immobilità tonica nell’animale, e la dissociazione nell’uomo (in questo caso la memoria e i processi attentivi vengono distorti). Lo stato dissociativo peritramatico, potrebbe essere tuttavia considerato il corrispettivo umano dell immobilità tonica nell’animale, ma con la variante che nell’uomo la distorsione dissociativa produrrebbe un immagazzinamento delle memorie per via implicita. Per questo l’evento traumatico non riuscirebbe a essere narrato ed “esplicitato”.

Il libro procede poi con un articolo scritto da Cesare Albasi e si chiude con un’intervista fatta a Gallup, pioniere dello studio non solo della nascita della rappresentazione del sè in vari animali e scimmie (come qui approfondito), ma anche per quanto riguarda gli studi sull’etologia animale in territorio “trauma” e immobilità tonica. Gallup inserisce in modo molto appropriato la questione della reazione di immobilità tonica in ambito forense, osservando:

“Un altro aspetto importante riguarda le implicazioni giuridiche circa la possibilità di dimostrare una resistenza da parte della vittima. Per condannare un colpevole di violenza occorre dimostrare che la persona non fosse consenziente all’atto. L’esistenza dell’immobilità tonica può spiegare alcune risposte paradossali di mancata difesa e quindi il concetto di resistenza diventa contraddittorio. Perché una vittima di stupro dovrebbe essere penalizzata dalla mancanza di risposta quando questa mancanza di risposta fisica dipende da un meccanismo automatico così importante? La mancata difesa può essere una risposta fisicamente adattativa per la vittima, ma ciò apparentemente è in contrasto con il concetto di resistenza che è così importante in ambito legale.”

Alcuni aspetti di psicotraumatologia in ambito animale sono approfonditi qui.
Qui un video con alcune slide sul tema.

NOTA BENE: se ti interessano la psicotraumatologia, la clinica del trauma e le avanguardie di ricerca, abbiamo attivato un Patreon per fornire contenuti mensili su queste tematiche. Trovi qui i nostri reward!

Article by admin / Generale

25 April 2020

FOBIE SPECIFICHE IN BREVE

di Andrea Iengo

Esistono numerosissime ricerche nel campo dei disturbi d’ansia: si parla di ansia generalizzata, di fobia sociale, di disturbo da attacchi di panico, ma pochissimo si parla delle fobie specifiche. Eppure le fobie specifiche risultano essere presenti, a seconda delle ricerche analizzate, da un minimo del 3 per cento a un massimo del 15 per cento della popolazione generale. Per fobia specifica si intende una paura o un’ansia marcate verso una situazione o un oggetto specifico, ad esempio si parla di fobia specifica nel caso di paura di volare, paura del sangue, paura delle iniezioni e così via.
Le fobie specifiche più diffuse sono quelle legate alle altezze e agli animali.

Sicuri che sia fobia?

Ma come si distingue il semplice disgusto, o magari una non preferenza nei confronti di qualcosa da una vera e propria fobia? Secondo il DSM-5 (American Psychiatric Association, 2013) i criteri per diagnosticare una fobia specifica sono, in sintesi:

  1. Paura marcata verso un oggetto o una situazione specifici
  2. La situazione o l’oggetto devono causare (quasi) sempre paura o ansia.
  3. La persona evita attivamente i contatti con l’oggetto o la situazione e questo le causa difficoltà nell’ambito sociale o lavorativo.

La situazione o l’oggetto fobico sono considerate tendenzialmente innocue dalle altre persone e non rappresentano un pericolo reale per la persona.

Come mai si parla così poco di fobie specifiche?

Generalmente chi soffre di una fobia specifica riesce a condurre una vita normale, che costruisce molto spesso sulla base della propria fobia (ad esempio chi ha paura dell’altezza sceglierà una casa ad un piano basso) cercando poi delle motivazioni “razionali” per le scelte o gli evitamenti che mette in atto (es. chi si trasferisce dalla campagna alla città per paura degli insetti, e come motivazione adduce la maggiore comodità nell’andare a lavoro).
Proprio per questo suo inserirsi abbastanza facilmente in una vita normale, la fobia specifica è raramente oggetto di trattamento clinico: secondo alcune stime (William W Eaton, O Joseph Bienvenu, Beyon Miloyan, 2018) solo dal 10% al 25% di chi soffre di una fobia specifica richiede una terapia durante il corso della propria vita.
Tuttavia le fobie specifiche raramente compaiono da “sole”, il 75% dei soggetti con fobia specifica infatti sono fobici nei confronti di due o più oggetti o situazioni (American Psychiatric Association, 2013).
Talvolta è proprio la combinazione di differenti fobie specifiche che, rendendo la vita della persona sempre più complicata, finisce per richiedere poi l’attenzione di un clinico.

Chi soffre di più di fobie?

Le donne, secondo tutti gli studi analizzati, hanno maggior probabilità di soffrire di una fobia specifica, in una misura che può arrivare al doppio della popolazione maschile (American Psychiatric Association, 2013), questo potrebbe avere una spiegazione evoluzionistica, avendo la selezione naturale prediletto le femmine che grazie alla loro “fobia” avrebbero avuto maggior successo nell’allevare i piccoli (qui chiaramente non si tratterebbe di una fobia nel senso moderno del termine, poiché l’oggetto da cui la donna doveva difendersi aveva certamente la capacità di creare danno a lei e alla prole), in ogni caso non si è ancora arrivati a conclusioni certe riguardo questo fattore.

A che età compaiono le fobie?

La comparsa delle fobie specifiche può avvenire a qualsiasi età, nella popolazione maschile la maggior parte delle fobie si forma tra i 5 e i 40 anni. Per le donne la situazione è diversa: esistono 3 momenti della vita in cui è più frequente che si formino delle fobie e sono la fanciullezza, l’età riproduttiva e l’ultima fase della vita, è probabile, che l’età riproduttiva porti con sé varie fobie perché questa caratteristica è adattiva al fine della conservazione della specie, mentre le fobie legate all’ultima fase della vita potrebbero essere legate alla modificazione delle condizioni di vita che portano a doversi scontrare quotidianamente con maggiori difficoltà che magari erano precedentemente alleviate dalle persone vicine che ormai sono scomparse.

Quali sono i fattori correlati ad una fobia specifica?

Il fattore che più di tutti è correlato con le fobie specifiche è l’appartenenza al genere femminile (la correlazione è una relazione tra due variabili, un’operazione matematica su due gruppi di numeri, che nulla ha a che vedere con un nesso di causa-effetto).
Esistono diversi studi che mettono in correlazione lo stato socio economico o l’ambiente di vita con la presenza di fobie, ma le differenze tra i gruppi non sono sostanziali.

Quali sono i disturbi più spesso associati alle fobie specifiche?

Le fobie specifiche sono associate a disturbi d’ansia, disturbi dell’umore e abuso di sostanze, inoltre è frequente la situazione in cui vi siano associate altre problematiche legate al tipo specifico di fobia, ad esempio i pazienti che hanno paura degli aghi evitano di sottoporsi ad analisi che potrebbero evidenziare precocemente dei problemi organici, oppure i pazienti odontofobici trascureranno la salute orale con pesanti conseguenze e i pazienti chemofobici eviteranno di assumere i farmaci più corretti per risolvere i più comuni problemi di salute con conseguenti gravi rischi.

Qual è il trattamento più efficace per le fobie specifiche?

Il trattamento psicoterapico è quello preferito per il trattamento delle fobie specifiche, che si tratti di esposizione in vivo o di approcci basati sulla realtà virtuale.

Bibliografia:

Eaton, W. W., Bienvenu, O. J., & Miloyan, B. (2018). Specific phobias. The Lancet Psychiatry, 5(8), 678–686.
American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Washington, DC: Author.

Article by admin / Generale

25 April 2020

JEAN PIAGET E LA SHARING ECONOMY

di Raffaele Avico

Questo articolo è già stato pubblicato sul blog dell’associazione culturale ramodoro, antropologia pratica per il sociale

Nella sua carriera di biologo e psicologo infantile, Jean Piaget approfondì la psicologia infantile come nessuno aveva fatto in precedenza, partendo dall’osservazione dei suoi stessi figli. Diede una formulazione organica degli stadi, delle sequenze e dei movimenti di sviluppo del bambino a partire dalla sua nascita. Per esempio osservò come i bambini, partendo da movimenti da lui definiti circolari, imparassero a costruire schemi di movimento partendo da gesti e incidenti casuali, non intenzionali. Nel corso dello sviluppo, Piaget osservò come il movimento fosse appreso, costruito tramite prove ed errori, fino a raffinarlo e asservirlo alla mente del bambino stesso in fase di crescita.

Un importante concetto da lui formulato, è quello di adattamento, formato nel suo divenire di due fasi distinte: l’assimilazione (avvicinamento di quello che c’è di nuovo a una competenza che ho già), e l’accomodamento (creazione di un assetto realmente nuovo, che modifica in modo definitivo il mio rapporto con la realtà). Pensiamo per esempio all’acquisizione della tecnica sportiva per un ragazzo: ciò che di nuovo viene appreso, incontra una resistenza fisiologica, fino a essere assimilato e infine “accomodato” nel bagaglio di competenze e movimenti naturali della persona. Questo succede anche per le idee, i concetti, le differenti mentalità.

Le nuove forme di sharing economy, nate in seno a un periodo di percepita depressione economica che va avanti dalla data simbolica del 2008, rappresentano un approccio diverso alla vita in generale che le persone sembrano inizialmente essere state costrette ad adottare, per poi in seguito aver ri-considerato anche nei risvolti più positivi. Qualcuno dice “viviamo in tempi interessanti”. Sono nate negli ultimi anni delle modalità di approccio alle spese del quotidiano che prevedono, per esempio, una sorta di baratto evoluto (si pensi per esempio allo scambio di case per le vacanze come Homelink, o ai progetti offerti da Workaway, sparsi in tutto il pianeta), oppure la messa insieme di risorse limitate al fine di ricevere gli stessi vantaggi ma dividendo i costi (per esempio il fenomeno di BlaBlaClar, Uber, forme di condivisione varia, come il co-housing, il co-working, etc.). Ci si approccia alla sharing economy con uno spirito da tempi di guerra, con solidarietà e rispetto. Tutti abbiamo sotto gli occhi i costi ridotti di un approccio di questo tipo e i vantaggi effettivi. Esistono piattaforme, in rete, pensate per condividere i costi di un abbonamento Spotify o Netflix (Together Price), e siti che consentono alle persone di trasformare casa loro in ristorante (Gnammo) o in bed&breakfast (Airbnb). Il prossimo grande (grandissimo) salto, promette di farlo la tecnologia blockchain, potenzialmente in grado di minare le basi dell’intero sistema verticalistico e monopolistico di intere aree sociali, riassegnando enormi poteri al singolo cittadino – l’Estonia a proposito di questo apre la strada agli altri. I progetti fondati sulla sharing economy sembrano essere ovunque benvenuti e accolti con sollievo.

DA VERTICALE A ORIZZONTALE

Ciò che accade è un eclissarsi dell’immagine dell’uomo solo e imprenditoriale che a partire dai suoi soli sforzi scala la piramide sociale modellando l’ambiente a sua immagine; viene meno la fiducia nel modello liberista, possibile solo quando la macchina economica sia essa stessa funzionante e ben oliata. Il mercato, sistema complesso, pare avere leggi proprie e di difficile previsione, e l’uomo ci si adatta. Oscurato il sogno italiano, modellato su quello americano, la sharing economy sembra essere un segnale forte di come l’atteggiamento nei confronti della gestione economica privata, da verticale qual era, stia passando a un assetto di tipo orizzontale. La direzione sembra essere quella della condivisione e della cooperazione: creare rete per poter migliorare la qualità di vita, fare catenaccio contro un fantasma di futuro che si fa fatica a focalizzare e distinguere. Osserviamo più solidarietà e un ritorno a una mentalità familiaristica fondata sul concetto di rete, oggi come prima del boom economico di metà secolo scorso.

Nel suo libro “Tefteri” del 2013, Vinicio Capossela osserva e descrive la realtà del popolo e della musica greca in concomitanza della crisi economica degli ultimi anni. Racconta di come, curiosamente, ad Atene siano ri-fioriti i tradizionali luoghi di pratica del rebetiko, tradizionale musica locale, e di come la gente sembri essersi raccolta intorno a questi fuochi tradizionali come in cerca di un’identità dimenticata che la crisi ha reso necessaria, indispensabile. Un ritorno quindi al bisogno di appartenenza alla propria terra, ricercata in tempi di forti tempeste finanziarie.

I progetti di sharing economy manifestano una tendenza e scoprono un bisogno simile. La difficoltà, per molti, sembra essere accettare che questa fase sia destinata a durare per molto. Tornando a Piaget, ogni transizione evolutiva prevede due momenti che si succedono: l’assimilazione e l’accomodamento. Come chi cambia stato o città, o si trasferisce dal Sud al Nord Italia; chiediamoci quanto tempo impieghi a cambiare realmente, profondamente, mentalità. Il catapultarsi evolutivo di un bambino sano, insegna Piaget, è però inarrestabile e va assecondato. La sharing economy traccia il confine di un nuovo assetto mentale, “interessante” nella sua complessità fatta di passato (ritorno a forme di solidarietà e appartenenza locali, obbligo di condivisione) e futuro (comunicazione esplosa per mezzo delle nuove tecnologie, nuovi luoghi di aggregazione virtuale).

Article by admin / Generale

25 April 2020

LO STATO DELL’ARTE INTORNO ALLA DIMENSIONE SOCIALE DELLA MEMORIA: SUL MODO IN CUI SI E’ ARRIVATI ALLA CREAZIONE DEL CONCETTO DI RICORDO CONGIUNTO E SU QUANTO LA VITA RELAZIONALE INFLUENZI I PROCESSI DI SVILUPPO DELLA MEMORIA

di Raffaele Avico

Abstract

La ricerca sul funzionamento della memoria è stata, a partire dalla nascita della scienza psicologica, oggetto di profondo interesse e fonte di molteplici spunti di riflessione e dibattito.

Il modo però con cui gli scienziati si sono avvicinati allo studio delle suddette tematiche ha subito nel corso della storia notevoli cambiamenti, parallelamente alla nascita di nuovi filoni di ricerca (la neuropsicologia o la psicologia cognitiva, per esempio) e alla creazione di nuovi paradigmi teorici (Kuhn, 1979) che hanno complessificato l’argomento, rendendolo sempre più affascinante anche da un punto di vista clinico.

Sembra importante dunque risalire all’epoca in cui la memoria umana veniva considerata come una facoltà intellettiva in grado di conservare informazioni nel tempo (engrammi), osservabile a partire da informazioni sul comportamento e sui limiti dei soggetti (per esempio quante informazioni un individuo potesse codificare in un lasso di tempo definito), per delineare il percorso evolutivo che ha portato i ricercatori odierni a considerarla in modo più complesso e multicomponenziale, in relazione anche alla possibile influenza esercitata su di essa da fattori sociali, relazionali ed emotivi.

1880-1936

La memoria come singolo processo

Agli inizi del ‘900 la memoria veniva studiata attraverso esperimenti che testassero la capacità di ritenzione di informazioni posseduta dall’individuo. Potevano essere distinte, in Europa, tre tendenze di ricerca sulla memoria, indipendenti:

  • un primo filone si concentrava sullo sviluppo della memoria infantile. La ricerca era effettuata attraverso l’osservazione sistematica dello sviluppo dei bambini, nel tentativo di valutare se e in quale misura la sviluppo mnestico fosse legato all’età.

  • Un secondo filone di ricerca era derivato dagli esperimenti effettuati su soggetti adulti: si voleva valutare quanto i risultati e le scoperte sulla memoria relative a questi soggetti potessero essere generalizzabili a bambini di differenti età. Il confronto tra il funzionamento mnestico di soggetti adulti con quello di bambini di diverse età aveva anche l’obiettivo di sfatare alcuni pregiudizi dell’epoca sul funzionamento della memoria, secondo cui, per esempio, i bambini avrebbero ottenuto migliori performance rispetto agli adulti in termini di memoria grazie all’esercizio cognitivo quotidiano a scuola, o il pregiudizio sul miglior funzionamento mestico dei bambini maschi rispetto a quello delle femmine.

  • Il terzo filone di ricerca si inseriva nel campo di indagine relativa al funzionamento mnestico del bambino applicato alle scienze giuridiche: quanto cioè in sede di testimonianza i bambini fossero suggestionabili e quanto fedeli alla realtà fossero le immagini e i resoconti da loro portati.

I ricercatori erano interessati a valutare quanto la memoria influenzasse pragmaticamente la vita dell’uomo e in che modo fosse possibile migliorare il rendimento cognitivo dei pazienti affetti da patologie comportanti oblio (e di conseguenza scarso funzionamento sociale).

Il pioniere degli studi sulla memoria è considerato Ebbinghaus (Ebbinghaus, 1885).

Nei suoi primi esperimenti sulla rievocazione, effettuati su se stesso, Ebbinghaus utilizzava sillabe senza senso (consonante-vocale-consonante, come DAK, MIF, PIF) dette logotomi: l’autore era convinto che si dovesse utilizzare materiale totalmente artificiale per non influenzare o distorcere i processi di codifica, ritenzione, rievocazione e oblio dell’informazione.

Ebbinghaus si occupò inoltre di studiare la modalità con cui un’informazione potesse essere recuperata attraverso la presenza di un ausilio cognitivo (rievocazione guidata da indizi), per esempio chiedendo a un soggetto di memorizzare coppie di sillabe senza senso, e in seguito di rievocare la sillaba mancate nel momento in cui gli venisse mostrato solo il primo membro della coppia (se il soggetto aveva codificato la coppia DAK-VOP, gli veniva chiesto in seguito di rievocare VOP a partire dalla sillaba DAK).

Questi primi esperimenti sul funzionamento della memoria consistevano in una rievocazione verbale di uno specifico contenuto mestico: le ragioni del prevalere di questo tipo di studi (sul materiale verbale codificato in memoria) furono ipotizzate da un’importante studioso della memoria umana, Baddeley (1982); la prima è che la codificazione verbale delle informazioni in entrata svolge un ruolo estremamente importante della memoria umana:

“Persino quando si ricordano immagini presentate visivamente […] c’è una forte tendenza a integrare altri aspetti della memoria mediante la verbalizzazione […] trasformando il compito visivo in un compito combinato, visivo e verbale al tempo stesso.” (Ibidem)

La seconda ragione individuata dall’autore è che la ricerca per mezzo del materiale verbale appariva molto più accessibile e semplice rispetto a quella effettuata prendendo in considerazione stimoli visivi, uditivi o tattili.

Ciò che veniva studiato era quindi l’aspetto più epifenomenico del funzionamento mnestico dell’individuo, in linea con le tendenze epistemologiche dell’epoca (un’attitudine a pensare alla memoria e alla mente come ad un elaboratore di informazioni complesse, al fine di rilevarne limiti e potenzialità, e un’attenzione particolare rivolta all’esperienza percettiva non mediata e alle sue caratteristiche fenomenologiche).

Queste prime ricerche sulla memoria erano di natura osservativa e descrittiva: l’obiettivo primario era quello di descrivere i cambiamenti relativi al funzionamento della memoria lungo l’arco della vita.

Un secondo autore ricordato per il suo contributo allo studio del funzionamento in infanzia della memoria è certamente Preyer (Preyer, 1882), pionieristico nelle sue osservazioni sistematiche effettuate sul figlio nei primi tre anni di vita. Preyer compì osservazioni etologiche sul figlio relative a più caratteristiche cognitive, tra cui le competenze sensomotorie, la percezione, l’acquisizione delle competenze linguistiche, l’apprendimento, l’acquisizione della funzione riflessiva e la memoria.

Il paradigma di ricerca da lui utilizzato, basato sull’osservazione il più possibile etologica e obiettiva dell’oggetto di studio, insieme a quello adottato da Ebbinghaus, posero le basi per lo sviluppo di un metodo che avrebbe contraddistinto le ricerche relative al recupero di materiale mnestico fino agli inizi degli anni ’50.

In queste prime ricerche, la memoria veniva studiata soprattutto relativamente al recupero di materiale depositato da lungo tempo (memoria a lungo termine, nella definizione che ne avrebbero dato Atkinson e Shiffrin negli anni ’70), al riconoscimento di materiale mnestico a partire da appigli cognitivi ausiliari, e all’immaginazione. La ricerca sulla memoria a breve termine (ibidem) era non specifica e scarsamente sviluppata.

Gli studi sulla memoria a lungo termine avevano rivelato profonde differenze di performance a seconda dell’età dei soggetti coinvolti nelle ricerche, del tipo di compito proposto e del tipo di materiale di cui era richiesta la memorizzazione durante gli esperimenti. Rispetto alla velocità di immagazzinamento di un particolare stimolo, fu notato che i bambini parevano impiegare più tempo degli adulti a codificare un’informazione, ma che erano in grado di mantenerla in memoria per più tempo. Inoltre, stimoli verbali dotati di significato sembravano essere acquisiti più in fretta e ritenuti più a lungo (Preyer, 1882) .

Gli autori interessati alle suddette tematiche distinsero la memoria visiva da quella verbale, a partire da osservazioni effettuate sul comportamento di bambini di pochi anni (la cui memoria verbale, cioè la memoria che si serve del linguaggio per la codifica delle informazioni, appariva soggetta a maggiori variazioni e sviluppo rispetto a quella solamente visiva).

Gli autori inoltre concordavano nel ritenere più precoce lo sviluppo della memoria di riconoscimento (la memoria che permette di associare a uno stimolo X uno stimolo Y quando sia stata memorizzata l’associazione XY, e la cui nascita secondo gli autori avverrebbe già intorno ai 4 mesi di vita), rispetto allo sviluppo della memoria di rievocazione (la memoria cioè utilizzata senza l’ausilio di mediatori cognitivi, ma semplicemente attraverso uno sforzo di rievocazione, appunto, e la cui nascita avverrebbe intorno ai 4 anni nel bambino).

Ebbinghaus stesso (1897) si occupò nei suoi studi dello sviluppo della memoria in relazione all’età. L’autore scoprì che le differenze relative alle performance mnestiche di bambini di differenti età erano ridotte nel caso di utilizzo dei logotomi e di parole senza senso.

Successive ricerche da parte di altri autori (Netschajeff, 1902, e Lobsien, 1902) confermarono questi risultati, che sembravano suggerire un funzionamento della memoria verbale differente a seconda che fossero ricordate parole con o senza senso: i bambini studiati nelle ricerche sembravano trovare più semplice ricordare frasi composte anche da molte parole che non brevi liste di parole senza senso (Binet e Hanri, 1894). Altri ricercatori (Meumann, 1907) osservarono una capacità rievocativa più efficace in soggetti alle prese con liste di parole sensate e addirittura con liste di numeri (un numero possiede di per sé una valenza semantica).

Funzionamento mnestico, valenza semantica di ciò che è ricordato e primi riferimenti alla dimensione sociale della memoria

Gli sviluppi successivi della ricerca si indirizzarono sempre più verso l’integrazione della dimensione semantica del materiale di rievocazione.

La sensazione era che i primi ricercatori avessero tralasciato di considerare un aspetto fondamentale del funzionamento della memoria, l’influenza cioè del significato e della valenza affettiva di ciò che doveva essere ricordato.

I segnali di una tale necessità di cambiamento di metodo di ricerca erano emersi già negli studi sulla rievocazione di liste di parole, e trovarono piena conferma nelle successive ricerche sullo sviluppo della memoria, effettuate da molteplici autori. Brunswick, Goldsheider e Pilek (1932) effettuarono uno studio su larga scala relativo allo sviluppo cognitivo del bambino in età compresa tra i 6 e i 18 anni. Il campione, composto da 700 soggetti, fu osservato relativamente a diverse capacità cognitive (in particolare la memoria a breve e lungo termine), utilizzando parole con e senza senso, colori, numeri e poesie.

Sempre nel 1932 Brunswik et al. (1932) effettuarono una serie di esperimenti in seguito ai quali tentarono di teorizzare l’andamento di una curva di sviluppo generale della memoria, costruita unificando i risultati ottenuti nel campione alle diverse prove di memoria. I risultati indicarono migliori performance e un’impennata nell’andamento della curva nella fascia di età compresa tra i 6 e gli 11 anni, con un plateau relativo alle performance nell’età della pre- e della prima adolescenza (ibidem). In accordo con gli studi precedenti, ci si aspettava inoltre che i bambini più piccoli si distinguessero all’interno del campione per un utilizzo più massivo della memoria non vincolata dal dato semantico (il cosiddetto mechanical learning), partendo dall’idea secondo cui l’utilizzo della logica e soprattutto l’attenzione da parte dell’individuo al dato semantico comparisse più tardivamente nel corso dello sviluppo. I risultati evidenziarono al contrario performance più basse relative alla memorizzazione e alla codifica di parole senza senso in tutti i soggetti del campione, con una curva di performance regolare e in crescita continua fino all’età di 18 anni.

Questo secondo i ricercatori poteva far pensare a una rilevanza dell’aspetto semantico in ciò che voleva essere ricordato già a partire dall’infanzia; in secondo luogo dimostrava, più generalmente, quanto l’evocatività e il significato del materiale da codificare giocassero un ruolo fondamentale nel processo di rievocazione.

Tali risultati avrebbero trovato successiva diffusa validazione in ambito di ricerca (Bartlett, 1932; Fetchner, 1965; Weinert, 1962).

L’importanza della dimensione semantica relativa al materiale implicato nei processi di memoria (codifica, ritenzione, recupero e oblio) fu approfondita nei primi anni ’30 da Bartlett (1932).

In uno dei suoi studi, Bartlett chiese ai soggetti del campione di leggere e tentare di memorizzare una storia breve ma molto complessa e bizzarra, “La guerra degli spettri”, sugli indiani della costa americana nord-occidentale. L’autore scelse questa storia in quanto sconosciuta ai più e proveniente da una cultura lontana: l’obiettivo dello studio era quello di scoprire se e in che modo le differenze culturali avrebbero influenzato il modo in cui i soggetti ricordavano la storia.

Bartlett notò che i soggetti del campione tendevano sistematicamente a distorcere, sottraendo o aggiungendo particolari, le caratteristiche della storia e il suo svolgimento, al fine di renderla meno strana e insolita (per esempio cacciare le foche poteva essere sostituito con andare a pescare, canoa poteva diventare barca, e così via). Bartlett osservò che nella rievocazione i soggetti procedevano a una sostanziale ricostruzione e rielaborazione del testo, in funzione del loro livello di comprensione e di particolari schemi cognitivi posseduti.

A tal proposito l’autore arrivò a considerare il ricordo più una costruzione immaginativa che non il risultato di un processo di rievocazione. Secondo Bartlett coloro che ritenevano di possedere una buona immaginazione sarebbero risultati più sicuri nella rievocazione, ma non necessariamente più aderenti al dato di realtà di ciò che voleva essere ricordato. L’autore inoltre fu anche uno dei primi sostenitori dell’intervento della dimensione sociale nello sviluppo della memoria: egli sosteneva che la rappresentazione del ricordo formulata dall’individuo fosse distorta dalle esigenze sociali più propriamente contestuali del soggetto.

Bartlett sosteneva infatti che la narrazione di un determinato ricordo sarebbe stata influenzata nel suo svolgersi da ciò che il frangente relazionale sembrava richiedere, acquisendo particolari caratteristiche al fine di rendere più semplice per l’individuo sentirsi partecipe di quella stessa situazione sociale (ibidem).

L’attenzione dei ricercatori stava lentamente spostandosi dalle caratteristiche dei processi implicati nella memoria umana all’ambito maggiormente rilevante dei suoi contenuti.

1936-1965

Questo periodo è ricordato come un periodo di relativa stabilità, se non di mancanza di evoluzione, della ricerca relativa ai processi cognitivi di memoria. Questa assenza di tensione di ricerca va contestualizzata soprattutto nella zona dell’Europa centrale (Shneider, 2000).

Importanti eccezioni si notarono tuttavia nella scena di ricerca statunitense e soprattutto in quella russa.

In America, negli anni dell’avvento della corrente comportamentista, gli studi sullo sviluppo della memoria erano finalizzati in prevalenza a descrivere il comportamento dei processi di codifica, ritenzione e oblio in soggetti di differenti età; gli studi condotti erano tuttavia spesso relativi a una sola fascia di età.

Fanno eccezione alcuni studi, come quello condotto da Koppenaal, Krul e Katz (1964) sui processi di interferenza osservabili durante utilizzo da parte dei soggetti della memoria di riconoscimento (altrimenti detta memoria logica o associativa). Gli autori considerarono un campione formato da bambini suddivisi per fasce d’età, a partire dai 4 fino agli 8 anni; l’ipotesi era che il grado di interferenza (intendendo per interferenza il disturbo sul processo di rievocazione causato dal ricordo di altre cose, tanto più nel caso in cui queste siano concettualmente legate al materiale da ricordare) sarebbe aumentato con il progredire dell’età. Gli studiosi avevano previsto l’esistenza di una correlazione tra il livello di interferenza e l’età dei bambini studiati, partendo dall’assunto secondo cui la maggiore quantità di informazioni posseduta dai bambini più grandi avrebbe reso più difficoltosi i loro processi di rievocazione. Queste ipotesi avrebbero trovato validazione empirica a fine ricerca (ibidem).

Altri autori americani dell’epoca (Bousfield, Esterson e Whitmarsh, 1958) si occuparono invece di studiare i processi di memoria non mediati (processi cosiddetti di free recall), arrivando a importanti risultati di ricerca relativi alla modalità di organizzare il materiale mnestico in funzione dell’età (l’organizzazione in clusters e la categorizzazione del materiale immagazzinato in memoria erano strategie cognitive sempre più utilizzate col progredire dell’età)(ibidem).

La scena russa dell’epoca presentava caratteristiche differenti, essendo più concentrata sugli aspetti relativi alla memoria in un contesto di sviluppo, con un’attenzione particolare rivolta all’integrazione della questione semantica e metodi di studio utilizzati differenti.

Le idee di Vigotskij erano state all’epoca già assimilate dalla comunità scientifica, avendo posto alcune questioni che parevano di grande importanza nello studio del funzionamento della memoria, soprattutto in relazione all’utilizzo del linguaggio e agli aspetti più sociali del suo sviluppo (1932). Altri autori dell’epoca, come Istomina (1948) e Korman (1944; 1945), puntavano invece a chiarire le differenze esistenti tra memoria involontaria (una memoria attivata senza la volontà del soggetto e relativa a materiale che non necessariamente si desiderava ricordare, più o meno attinente al contesto) e la memoria volontaria (attivata invece in modo cosciente dal soggetto e caratterizzata da più processi cognitivi funzionanti in parallelo). La maggior parte dei ricercatori dell’epoca sosteneva che le forme più evolute di memoria si sviluppassero proprio nel passaggio dalla memoria involontaria a quella controllata durante lo sviluppo dell’individuo, passaggio mediato dall’utilizzo di processi cognitivi ausiliari (come la categorizzazione, l’utilizzo di indizi o le mnemotecniche).

Leontjev, Smirnov e Zinchenco (in Schneider & Pressley, 1997) studiarono le dinamiche di funzionamento dei due tipi di memoria relativamente a differenti stadi evolutivi; nelle loro ricerche gli autori scoprirono che la memorizzazione involontaria di informazioni (per esempio, nel compito di memorizzazione di una storia, la codifica di informazioni di secondaria importanza) pareva garantire nei bambini in età prescolare (4-6 anni) performance migliori in compiti di rievocazione, in confronto a bambini di età superiore. In altre parole, la codifica di informazioni sembrava in questo stadio evolutivo avvenire in modo più o meno efficiente indipendentemente dal tipo di memoria implicata nei processi di codifica. Al contrario, bambini di età superiore ottenevano migliori performance se, nel momento in cui avessero dovuto memorizzare una certa quantità di informazioni, utilizzavano strategie di memorizzazione volontaria e in piena coscienza del compito richiesto (ibidem).

Gli studi di ricerca condotti in Russia tra il 1936 e il 1965 rappresentano il contributo più importante allo studio dello sviluppo della memoria dell’epoca. Fu implementata la conoscenza sul funzionamento della memoria nei bambini in età prescolare (ibidem), e particolare energia fu spesa nel tentativo di inserire nel campo d’indagine gli aspetti relativi all’utilizzo del linguaggio e alla dimensione più sociale dello sviluppo della memoria. Il periodo prescolare e il primo periodo scolare (tra i 4 e i 10 anni) fu consensualmente riconosciuto come il più critico nel percorso di sviluppo delle capacità cognitive relative alla memoria, in accordo con la letteratura precedente (Brunswik et al., 1932).

1965 – 1980

L’approccio storico allo studio della memoria era fortemente influenzato dal paradigma epistemologico dell’epoca, che si proponeva di osservare nel modo più naturalistico possibile i fenomeni, senza troppe mediazioni intellettuali. La memoria era quindi osservata nelle sue manifestazioni a livello di performance cognitive dei soggetti (quante informazioni riuscissero a memorizzare e quanto antichi potessero essere i ricordi di persone di differenti età, ecc.).

Negli anni ’60 tuttavia si impose agli occhi della comunità scientifica una corrente definita neo-comportamentista, nata come evoluzione di quella comportamentista, che abbandonava l’attenzione eccessiva per l’osservazione del comportamento e dei processi di stimolo-risposta (S-R) e ammetteva l’esistenza e l’azione di variabili intermedie, interne al soggetto e non direttamente osservabili, inserite nella catena delle associazioni S-R (S- mediazione cognitiva- R). I ricercatori che sostenevano questa nuova concezione della psicologia umana, antecedente alla creazione del paradigma cognitivista, prendevano spunto dalla scienza cibernetica per tentare di spiegare il funzionamento della mente, arrivando a paragonare il funzionamento psichico dell’uomo a quello di un computer, anche in relazione allo studio dei processi mnestici (processi legati all’hardware e al software dei sistemi di memoria, dove per hardware si intendeva la capacità di memoria e la velocità di processazione delle informazioni, e per software le strategia mnestiche utilizzate). La memoria cominciò inoltre a essere pensata come formata da sotto-sistemi deputati a specifiche attività, come l’elaborazione delle informazioni mnestiche sensoriali, la memoria a breve termine e quella a lungo termine (ipotesi che sarebbe stata successivamente confermata dagli studi di neuroimaging sulla differente attivazione di aree cerebrali a seconda del compito di memoria richiesto) (Schacter, 1992).

L’avvento di questa nuova corrente epistemologica provocò il riaccendersi dell’interesse per gli studi sulla memoria, e nuove correnti di ricerca si svilupparono in direzioni diverse.

Un autore che è impossibile non menzionare nell’ambito degli studi sulla memoria è Tulving, che nel 1972 teorizzò una sorta di disposizione concentrica di tre sistemi di memoria differenti: la memoria procedurale, la memoria semantica e la memoria episodica, relative a categorie di materiale ricordato differenti. Secondo l’autore, la memoria episodica consisteva in proposizioni riguardanti eventi singoli e specifici della propria esperienza personale; quella semantica era riferita invece al patrimonio di conoscenze possedute, ed era basata sul significato culturale delle informazioni; infine, la memoria procedurale consisteva nella conoscenza sul come fare qualcosa, e si sviluppava a partire dall’esercizio (Tulving, 1972).

Tulving sosteneva che la memoria semantica, insieme a quella episodica, andassero a costituire la cosiddetta memoria esplicita (o dichiarativa), la memoria cioè utilizzata attraverso proposizioni linguistiche implicanti una relazione fra due o più concetti in base ai criteri logici di verità, e funzionale alla rievocazione di nomi, luoghi, date, eventi. La memoria procedurale invece fu descritta dall’autore anche come memoria implicita, cioè non accessibile alla coscienza dell’individuo e implicata nella formazione degli schemi corporei e dei modelli operativi interni a partire da meccanismi di condizionamento classico (ibidem).

Secondo Tulving, la ricerca condotta sulla memoria fino agli anni ’70 era stata indirizzata in prevalenza verso lo studio della memoria episodica, a partire dagli studi pionieristici di Ebbinghaus. Per contro, gli studi di Bartlett (1932) avevano iniziato la tradizione di ricerca relativa alla memoria semantica che, insieme all’interesse dei ricercatori per la dimensione socio-relazionale, caratterizzano ancora oggi le tendenze di ricerca sul funzionamento mnestico.

Contributi importanti alla ricerca sulla memoria furono apportati da altri autori, sulla scia del rinato interesse verso lo studio della memoria che caratterizzò gli anni ’70 e l’avvento di nuovi paradigmi e modelli teorici trasversali alle scienze psicologiche.

Atkinson e Shiffrin (1971) teorizzarono la presenza di due tipologie di memoria, dando origine a una rappresentazione sociale tutt’ora in utilizzo: distinsero cioè una memoria a breve termine da una invece a lungo termine, caratterizzate da differenti capacità di immagazzinamento di materiale e diverse velocità di recupero. Molto conosciute, dei loro lavori, le intuizioni sui processi di reiterazione dell’informazione e la teoria multimodale della memoria, secondo la quale esisterebbero tre sistemi di memoria, con differenti caratteristiche (il registro sensoriale, la memoria a breve termine e quella a lungo termine)(ibidem).

DOPO IL 1980

La ricerca contemporanea sulla memoria, e in particolare sullo sviluppo della stessa, si presenta con le caratteristiche di una derivazione degli studi pionieristici sopra descritti. I mezzi di ricerca attuali, nell’ambito della psicologia cognitiva, hanno permesso di superare alcune difficoltà di metodo esistenti fino a poco tempo fa, soprattutto relative all’indagine sulla distinzione tra memoria esplicita ed implicita nei bambini (Rovee-Collier, 1995).

In particolare l’utilizzo di tecniche sperimentali innovative, come le prove di abitazione/disabituazione e le tecniche di condizionamento operante (Rovee-Collier, 1995) ha contribuito a facilitare lo studio dello sviluppo mnestico infantile, reso difficoltoso dall’impossibilità di usare il linguaggio verbale come mezzo di comunicazione, stimolando in modo vigoroso la ricerca relativa alle suddette tematiche.

La ricerca attuale si concentra sull’aspetto maggiormente dinamico dei processi cognitivi relativi alla memoria e sul suo funzionamento ecologico, calato cioè nel contesto sociale d’appartenenza.

Se per molto tempo la psicologia generale aveva considerato la memoria come un “deposito” in cui venissero depositati i cosiddetti engrammi, e aveva posto come centrale lo studio dei limiti della stessa (a che ritmo venissero dimenticati i dati in essa inseriti o quale fosse il grado di accuratezza), oggi è prioritario lo studio sui processi cognitivi implicati nel suo funzionamento e i fattori che possano influenzarlo.

Fornire un’immagine esaustiva del panorama di ricerca attuale appare molto difficile, essendosi complessificato il concetto stesso di memoria e specializzato lo studio dei suoi diversi processi e componenti.

Prima Infanzia (0-5 anni)

La memoria appare essere una facoltà cognitiva innata dell’individuo, presente già, in forma elementare, nel feto (DeCasper & Fifer, 1980). Gli studi dimostrano che attività di memoria basilari sono presenti nel bambino fin dalla nascita, come la capacità di distinguere tra stimoli vecchi e nuovi o quella di memorizzare l’associazione tra due stimoli (condizionamento operante). Bambini di 2 mesi persistono nel preferire la visione di stimoli nuovi anche dopo un periodo di abituazione a uno stesso stimolo di due settimane; altri studi hanno dimostrato invece la presenza di una memoria visiva per il movimento di oggetti in bambini di 3 mesi (Bahrick e Pickens, 1995).

Ulteriori studi hanno evidenziato la presenza di comportamenti imitativi in bambini di età compresa tra i 10 e i 20 mesi, a prova dello sviluppo in questo periodo delle capacità legate alla memoria a lungo termine (Meltzoff, 1995), soprattutto in termini di memorizzazione di scripts e sequenze di azioni stereotipate (Bauer, 1997).

Ciò che appare comunque rilevante e peculiare della tendenza di ricerca attuale è la maggiore attenzione agli aspetti sociali implicati nello sviluppo della memoria, già dopo la nascita.

Gli studi sulla memoria, a partire dagli anni ’70 e in concomitanza con il crescere di nuovi paradigmi teorici legati alla psicologia cognitiva e alle neuroscienze in generale, hanno inteso integrare lo studio dei processi mnestici, come le fasi di codifica, immagazzinamento e recupero (proseguendo quindi idealmente la linea di ricerca più tradizionale e comportamentista) con un’attenzione privilegiata all’influenza esercitata dal contesto sociale e dalle relazioni primarie intrattenute dal bambino nei primi anni di vita.

Il merito di aver complessificato l’argomento, oltre che di essersi opposto alla rigida regolamentazione intestina agli studi di laboratorio tradizionali, è consensualmente attribuito a Neisser (1978). Neisser fu uno dei primi studiosi della memoria a indagarne in modo approfondito la dimensione legata al linguaggio e alla narrazione.

Già Vigotskij (1932) aveva chiarito l’importanza dell’influenza del linguaggio sui processi cognitivi e sull’utilizzo della memoria, teorizzando la presenza di un linguaggio interno con funzione normativa e regolativa dei contenuti della mente. Neisser (1978) approfondì l’aspetto più legato alla somiglianza tra ricordare qualcosa e narrare una storia: dimostrò che, per esempio, l’attività del narrare un avvenimento pubblico veniva spesso mescolata a riferimenti alla vita personale dei narratori, come elaborando un secondo racconto, dettagliato e fornito di struttura narrativa e scenario (Neisser, 1982). Questo faceva pensare a una struttura narrativa della memoria, strettamente vincolata dall’utilizzo del linguaggio interno e funzionale alla gestione del materiale mnestico immagazzinato durante lo sviluppo.

Lo studio di queste dinamiche, sviluppato per lo più in ambito cognitivista e neuropsicologico, e relativo ai primi anni di sviluppo, è stato ulteriormente implementato dalle teorie riguardanti la memoria cosiddetta autobiografica, relativa cioè alle informazioni riferite al Sé (Brewer, 1986) e composta da narrazioni sulla propria storia di vita, considerata da alcuni autori come un sotto-sistema della memoria episodica teorizzata da Tulving, ma avente caratteristiche peculiari e aree cerebrali deputate proprie (Kapur, 1993).

La ricerca attuale sulla memoria dei bambini in fase di sviluppo ha dimostrato non solo l’esistenza di un funzionamento mnestico nel bambino a partire dall’osservazione di schemi e copioni motori imparati (e quindi memorizzati) dal bambino (Schank e Abelson, 1977): ha anche indagato i processi di memoria utilizzati dal bambino per ricordare episodi riferiti al Sé e crearne racconti coerenti (memoria autobiografica).

Rispetto allo sviluppo della memoria autobiografica, è stato notato che già intorno ai 16-18 mesi di età i bambini cominciano a conversare su episodi passati specifici (Eisenberg, 1985 e Harley & Reese,1999), tuttavia solo nel caso in cui accompagnati nella rievocazione del passato da una figura adulta. In questa fase dello sviluppo sarebbe l’adulto infatti a fornire la maggior parte del contenuto e della struttura del materiale rievocato, incoraggiando quindi o più in generale manipolando cognitivamente il bambino (quest’ultimo parteciperebbe semplicemente confermando, negando o ripetendo quanto detto dall’adulto). E’ stato osservato infatti che circa all’età di 3 anni il bambino arriva ad un livello di maturazione cognitiva tale da essere in grado di compiere accurate descrizioni di eventi passati, seppur ancor necessitando di un sostegno cognitivo da parte di una figura adulta funzionale al mantenimento della coerenza del racconto (Hamond & Fivush, 1991; Ornstein, 1995).

C’è consenso generale in ambito di ricerca sul ritenere l’acquisizione linguistica un passaggio evolutivo cruciale nello sviluppo della dimensione narrativa della memoria episodica e di quella autobiografica, a prova della grande influenza esercitata dal linguaggio verbale sull’organizzazione e sulla gestione dei ricordi.

Lo studio della memoria autobiografica si caratterizza da un’attenzione per gli aspetti narrativi della comunicazione (la modalità con cui il soggetto si descriva e organizzi i suoi ricordi in modo narrativo) e da un’osservazione della qualità e della natura del materiale ricordato (quanto accuratamente il ricordo sia recuperato e quali aspetti del ricordo siano maggiormente considerati, per esempio quelli contingenti alla situazione ricordata, o le sensazioni sperimentate, o altro).

Gli elementi di ricerca che si configurano come veramente innovativi nel panorama attuale, sono pertanto quelli relativi all’influenza del contesto sociale sul funzionamento della memoria, e in particolare della memoria autobiografica.

Lo studio sul funzionamento della memoria autobiografica è indicativo di un approccio più generale allo studio della memoria, più complesso e multi-fattoriale.

I ricercatori odierni studiano il funzionamento della memoria a partire dall’interazione non-lineare tra molte variabili, tra cui le dinamiche relazionali-affettive sperimentate dall’individuo, le competenze e le caratteristiche del linguaggio utilizzato dal soggetto (a partire per esempio dalle massime conversazionali di Grice o dalle teorie di Labov sulla natura dell’interazione verbale), le capacità cognitive possedute dall’individuo, le differenze di genere (Nelson, 1996; Davis, 1999; Flannagan, 1996; Fivush & Haden, 2003; Brody, 1999) e le capacità meta-mnemoniche possedute dal soggetto (Schneider, 1999).

Un autore di riferimento per gli studi sul funzionamento della memoria, e in particolare della memoria autobiografica, è oggi sicuramente Robyn Fivush.

La ricerca condotta da Fivush esplora le caratteristiche della memoria e del ricordo in bambini di differenti età, partendo dall’indagare in quale modo l’ambiente esterno possa influenzare il funzionamento della memoria stessa, con una particolare attenzione al contesto di comunicazione madre-bambino.

In un articolo del 2006 (Fivush, 2006), l’autrice descrive l’attività di ricordare come un fatto sostanzialmente sociale, co-costruito cioè nell’interazione con gli altri. La questione della comunicazione madre-bambino viene poi riletta alla luce di questo assunto e il ricordo, da questo punto di vista, viene posto come sempre costruito dalla madre insieme al bambino in fase di interazione verbale.

Fivush riprende e sviluppa le pur sporadiche teorie classiche che avevano approfondito l’aspetto della dimensione sociale del ricordo, in primo luogo le sopra citate ricerche di Bartlett (1932). Bartlett fu uno dei primi infatti a teorizzare che la costruzione di un ricordo potesse subire l’influenza di richieste culturali, contestuali all’ hic et nunc del soggetto. Le teorie formulate dall’autore illustravano come l’utilizzo della memoria e la rappresentazione (termine non scelto a caso) di un ricordo potessero essere distorti dall’utilizzo che, di questo stesso ricordo, il soggetto intendeva fare (ibidem).

Nel 2006, Fivush riprende queste considerazioni e allarga il campo d’indagine al funzionamento della memoria in ambito di sviluppo: considerando bambini in età prescolare (4-6 anni), l’autrice indaga come il processo di rievocazione di materiale mnestico si modifichi in funzione di variabili esterne, tra cui la qualità dei rapporti intrattenuti dal bambino con la madre e la sua cultura d’appartenenza (Fivush, 2006; Fivush e Haden, 2003).

Nell’ambito del funzionamento della memoria autobiografica del bambino, e al fine di studiarne i risvolti socio-relazionali, Fivush isola la questione sulla tipologia di stile narrativo utilizzato dalla madre nel comunicare con il figlio, in particolare nell’ambito della comunicazione su un evento che sia accaduto in passato ad entrambi (parent-child reminiscing o, in italiano, rievocazione congiunta).

L’autrice distingue due tipologie di stile narrativo utilizzato dalla madre insieme al figlio in ambito di rievocazione congiunta (dove per stile narrativo materno si intenda l’insieme delle caratteristiche che descrivono la modalità della madre di comunicare, in modo verbale e non, con il figlio): uno stile narrativo a bassa elaboratività ed uno ad alta elaboratività.

Secondo Fivush, una madre con uno stile narrativo a bassa elaboratività tenderebbe, nel comunicare con il figlio su un episodio di vita comune, a non stimolare o addirittura a bloccare il bambino al ricordo, per esempio non ponendogli domande, o svalutandolo. Una madre invece dotata di uno stile narrativo ad alta elaboratività tenderebbe, durante la comunicazione con il figlio, ad arricchire i contenuti del materiale rievocato dal bambino grazie a domande, approfondimenti e un’attenzione maggiore alla modalità del figlio di esporre il ricordo. Fivush ritiene inoltre che una madre ad alta elaboratività si preoccuperà di condurre il figlio a uno sforzo cognitivo maggiore, durante l’attività di rievocazione, rispetto a una madre non elaborativa, per esempio portandolo a focalizzare la sua attenzione sulle emozioni sperimentate nel là e allora dell’evento ricordato (ibidem).

Nei suoi esperimenti, Fivush dimostra che uno stile narrativo ad alta elaboratività influisce sulle capacità rievocative del bambino, potenziandole e rendendole più accurate (racconti più fedeli e completi sull’evento ricordato, con un maggior numero di riferimenti a vissuti interni ed emotivi); l’autrice sostiene inoltre che un maggior numero di riferimenti fatti dalla madre, in sede di rievocazione congiunta, a propri vissuti emotivi, “insegnerebbe” al bambino ad effettuare rievocazioni più complete e stimolerebbe lo sviluppo di una migliore teoria della mente nel bambino (Fivush & Fromhoff, 1988; Fivush, 1994, 2006; McCabe & Peterson, 1991; Reese, Haden & Fivush, 1993; Ruffman, Slade e Crowe, 2002).

Gli studi relativi alle suddette tematiche mostrano una tendenza attuale a considerare il funzionamento della memoria come profondamente influenzato da altri processi cognitivi, per esempio relativi al funzionamento sociale e allo stato emotivo di colui che ricorda.

Più che il processo singolo della memoria e i suoi limiti, si indaga oggi il funzionamento mnestico in relazione a molteplici fattori, ipotizzando che particolari situazioni a livello socio-relazionale ed emotivo possano migliorarne il funzionamento, cosa che in effetti è stato dimostrato negli esperimenti sul campo. In accordo con la teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1988; Thompson, 2000), questi studi dimostrano quanto la relazione madre-bambino, a partire dalle prime interazioni, sia di centrale importanza per lo sviluppo cognitivo, emotivo e sociale del bambino stesso lungo l’arco della vita (Cassidy, Shaver, 1999).

Lo sviluppo della memoria tra i 5 e i 15 anni

Se lo studio del funzionamento mnestico nel periodo neonatale e prescolare, da 0 ai 5 anni, come è stato scritto, si articola oggi in tendenze di ricerche relative a più fattori, di differente natura, considerati implicati nel funzionamento della memoria, la progressione delle capacità mnemoniche che si verifica dai 6 agli 11 anni è oggi spiegata tenendo in considerazione quattro fattori:

  1. In primo luogo, utilizzando la metafora cibernetica, l’hardware del sistema di memoria è considerato dai ricercatori attuali, in linea con le ricerche pionieristiche di Ebbinghaus, in espansione, con il progredire dell’età. Dempster (1981), effettuando prove di rievocazione su bambini di dai 2 ai 9 anni, ha mostrato come il numero di items ricordati dal bambino cresca con l’età, fino a stabilizzarsi sul “magico numero 7±2”, intorno ai 9 anni (ibidem). Inoltre, le informazioni immagazzinate in memoria sembrano essere processate dall’individuo con sempre maggiore velocità durante la crescita (Kail, 1991, 1993), anche se resta da chiarire se questo aumento di velocità sia provocato da una maggiore familiarità del soggetto nei confronti del materiale da ricordare o dall’utilizzo più frequente di strategie di memoria, oppure da un incremento della velocità di processazione delle informazioni slegato da fattori esterni (incremento di per sé della velocità di precessazione)(ibidem).

  2. Un secondo aspetto coinvolto nella crescita delle capacità di memoria è considerato essere l’utilizzo di strategie, da parte dei soggetti, durante le diverse fasi di codifica, ritenzione o rievocazione delle informazioni, osservato nel bambino, seppur con varianti individuali, a partire dai 5/6 anni di età (Kail, 1990; Scheider & Pressley, 1997). Una strategia di memoria è stata definita un comportamento intrapsichico o esterno al soggetto che ne favorisca l’utilizzo della memoria, potenzialmente conscio e controllato dall’individuo stesso (Flavell, Miller & Miller, 1993). Le strategie mnestiche si sviluppano dai 5 ai 10 anni di età (ibidem), e assumono forme diverse a seconda del meccanismo che ne sta alla base (la più comune, oltre ad essere una delle più studiate, è considerata la strategia di reiterazione; altre sono la strategia di organizzazione, quella di elaborazione, e altre)(McShane, 1991). C’è consenso diffuso nel ritenere che le differenze individuali nell’utilizzo di strategie mnestiche svolgano un ruolo importante nello sviluppo delle facoltà mnemoniche del bambino tra i primi anni di scuola elementare e quelli dell’adolescenza.

  3. Terzo fattore considerato implicato nella progressione delle capacità mnemoniche tra i 6 e gli 11 anni è sicuramente l’acquisizione della capacità meta-mnemonica, ovvero la capacità (dichiarativa o procedurale) di monitorare il proprio funzionamento mnestico, essendo in grado di descriverlo. Tale capacità è considerata essere influente sul funzionamento mnestico in genere e sulle strategie mnemoniche utilizzate dall’individuo (Schneider, 1999).

  4. Il quarto fattore considerato dai ricercatori è relativo alla cosiddetta domain knowledge, la conoscenza cioè posseduta dall’individuo relativamente a un determinato argomento (come per esempio il gioco degli scacchi o il cinema). I ricercatori hanno scoperto che una conoscenza approfondita di un determinato argomento facilita la codifica e il successivo recupero di informazioni semanticamente attinenti a quello stesso argomento, indipendentemente dall’utilizzo di strategie di memoria (Bjorklund, 1985).

In generale, c’è consenso nel ritenere l’aumento delle conoscenze specifiche possedute dall’individuo in fase di sviluppo predittivo di un miglioramento diffuso delle capacità di apprendimento e di memoria, anche in relazione all’utilizzo di strategie di memoria e allo sviluppo della meta-memoria (Siegler, 1998).

L’interazione tra molteplici fattori, a determinare la qualità delle performance cognitive dell’individuo, è stata enfatizzata nel model of good information processing, formulato negli anni ’90 da più autori (Pressley, Borkowski & Schneider, 1989; Schneider & Pressley, 1997), che sottolinea appunto l’interazione tra le capacità di base dell’individuo, anche a livello neurologico, la quantità di informazioni acquisite sul mondo, il suo utilizzo di strategie e l’aspetto motivazionale, nel determinare il grado di performance a compiti di memoria.

Nuove tendenze di ricerca

Negli ultimi decenni i ricercatori hanno osservato che i processi di memoria non sempre rispondono al controllo cosciente dell’individuo, ma che, al contrario, spesso ciò che è ricordato sembra essere frutto di un processo di codifica involontario (memoria cosiddetta involontaria e implicita) (Graf e Schacter, 1985; Glemberg, 1997). La prova dell’esistenza di un sotto-sistema di memoria non controllato coscientemente dall’individuo sembra palesarsi nel momento in cui affiorino alla coscienza ricordi o informazioni che il soggetto non aveva intenzione di ricordare. E’ stato notato infatti che molto di quello che bambini e adulti ricordano sembra essere immagazzinato in modo implicito nei sistemi di memoria, senza l’ausilio di risorse attentive controllate dal soggetto. Gli esperimenti sull’effetto di priming sembrano evidenziare questi processi (Ausley & Guttentag, 1993).

Il carattere involontario di tali processi di selezione delle informazioni, e la presenza di sotto-sistemi mnemonici in grado di auto-organizzarsi, ha fatto parlare di “sistema dinamico complesso non-lineare” in riferimento alla memoria (Siegel, 1999), accostando lo studio del funzionamento mnestico allo studio dei sistemi complessi.

Lo studio di queste dinamiche, relativo quindi a fattori non-strategici implicati nei processi di memoria, coinvolge una parte della scena attuale di ricerca, e ha portato a risultati interessanti: si è notato per esempio che lo sviluppo della memoria implicita sembra subire meno evoluzioni durante lo sviluppo rispetto a quella dichiarativa (l’effetto di priming, per esempio, non sembra essere dipendente dall’età del soggetto, cosa che farebbe pensare a una memoria implicita attiva già dalla nascita; al contrario si è notata per le funzioni più dichiarative della memoria, come l’utilizzo di strategie, una costante evoluzione con l’età) (Squire, Knowlton & Musen, 1993). Evidenze sperimentali dimostrano inoltre la presenza di aree deputate differenti per memoria esplicita ed implicita (Voss & Pallerm, 2007).

La questione dei fattori non-strategici implicati nei processi di memoria ha aperto la strada a un filone di ricerca che considera il funzionamento della memoria non solo regolato da processi lineari, ma anche da meccanismi di rievocazione di informazioni basati su criteri di somiglianza e convenienza. Reyna e Brainerd (1995), nella teoria delle cosiddette “tracce sfumate” (fuzzy-trace theory) sostengono per esempio che il carattere fluido e dinamico dei processi di memoria sarebbe caratterizzato da un’attivazione delle informazioni in modo parallelo, anziché sequenziale come nella logica, e da un successivo triage cognitivo compiuto implicitamente dal soggetto sulle diverse tracce relative ad uno stesso evento.

Parzialmente allontanandosi dalle ipotesi tradizionali, gli autori hanno inoltre ipotizzato un diverso funzionamento di base della memoria nel bambino e nell’adulto, quest’ultima considerata dagli stessi più influenzata dal fattore emotivo e semantico e nel complesso meno attendibile rispetto alla memoria del bambino, più diretta e “letterale”(ibidem).

Oltre ai processi non-strategici implicati nella memoria, attuale appare oggi l’interesse verso l’attendibilità dei resoconti portati in sede di testimonianza dai bambini (e quanto questi possano in definitiva essere suggestionabili), e l’acceso interesse verso lo studio della memoria autobiografica in relazione alla dimensione sociale.

Il dibattito sull’attendibilità dei resoconti portati dai bambini in sede legale si svolge tra i sostenitori delle teorie attuali derivate dalle scuole classiche (che per esempio individuano nel periodo prescolare la fase di maggiore suggestionabilità del bambino), e le ricerche più rivoluzionarie, come appunto quella delle “tracce sfumate”, che sostengono al contrario una maggiore attinenza al dato reale nei resoconti portati da bambini anche in età precoce (Reyna e Brainerd,1995).

INFLUENZA DELLA VITA RELAZIONALE SUI PROCESSI DI SVILUPPO DELLA MEMORIA

Come è stato detto, un filone di grande interesse nel panorama di ricerca attuale in psicologia cognitiva indaga lo sviluppo della memoria autobiografica del bambino in relazione alla vita relazionale da esso esperita all’interno del gruppo primario.

Questi studi fanno tesoro delle scoperte effettuate in ambito cognitivo relativamente ai processi di memoria, tradizionalmente considerati come facoltà distinte della mente, e col tempo pensati in relazione a fattori motivazionali, semantici e socio-relazionali.

Oggi, autori come Fivush, Low & Durkin (2001) e altri (Haden, Haine & Fivush, 1997), considerano il funzionamento della memoria autobiografica modulato nel bambino dalla tipologia di conversazione intrattenuta dallo stesso con la madre. Studi di ricerca dimostrano che madri dotate di uno stile narrativo altamente elaborativo consentirebbero ai propri figli di ricordare con maggiore precisione e completezza le vicende dalle propria autobiografia, insegnando loro a riferirsi a più aspetti del ricordo, e in particolare agli aspetti emotivi dello stesso. E’ stato dimostrato infatti che un maggior riferimento da parte della madre a emozioni di segno positivo e l’adozione di uno stile valutativo confermativo (Labov & Waletzky, 1997) durante la fase di parent-child reminiscing sembra accrescere le performance del bambino -in età prescolare- relativamente a compiti di rievocazione autobiografica (Fivush & Fromhoff, 1988; Fivush, 1994, 2006; McCabe & Peterson, 1991; Reese, Haden & Fivush, 1993).

I ricercatori coinvolti in questi studi propendono per collocare la nascita della memoria autobiografica nel contesto di interazione sociale dell’individuo (Fivush, 2006), e considerano il processo del ricordare come un costrutto interpersonale (Bretherton, 1993).

Gli studi sopra citati sottolineano inoltre che anche la tipologia di stile d’attaccamento costruito dal bambino verso la madre sembra essere correlata alla qualità dei resoconti autobiografici portati dal bambino in sede di parent-child reminiscing. Si sono osservate in particolare maggiori difficoltà nei bambini con stile d’attaccamento classificato come Disorganizzato (D) in compiti di narrazione di eventi autobiografici condivisi con la figura d’attaccamento, rispetto a quelli Sicuri (B) (ibidem; Reese e Farrant, 2003).

Alla questione dell’influenza esercitata sulla memoria dai rapporti di attaccamento con le figure primarie si affiancano gli studi relativi alle distorsioni dei ricordi provocati da particolari richieste sociali contestuali al soggetto. La memoria è stata recentemente definita una

“proprietà globale della nostra mente: la proprietà di leggere il presente in modo storico e dinamico, generando un’interpretazione della situazione/azione corrente che è contemporaneamente lettura del presente, ripristino delle situazioni/azioni che abbiamo esperito in passato e aspettativa di situazioni/azioni che potrebbero presentarsi in un tempo più o meno immaginario. Il nostro presente è dunque sempre sospeso tra un passato costantemente reinventato, riorganizzato e riutilizzato e un insieme di futuri possibili costantemente attesi, pianificati e rimaneggiati. Il passato, il futuro e i tempi possibili sono parte inestricabile del nostro comprendere il mondo e agire in esso, ma la memoria esiste solo nel presente.” (Carassa, Tirassa, 2005).

Si configura dunque una visione dei processi di memoria come in grado di generare significato nel presente a partire da un’attività di sintesi su informazioni relative al passato del soggetto.

Come è stato sopra evidenziato, quest’attività di sintesi (cioè il modo con cui si riportino alla mente una serie di informazioni, eventi, e come queste informazioni vengano organizzate dal soggetto) risulta essere suscettibile in particolari fasce d’età all’influenza delle richieste di agenti esterni, anche involontarie o implicite (per esempio gli studi sull’influenza dello stile narrativo materno sulla memoria autobiografica).

Ciò che viene però sottolineato da altri autori è il fatto che tale processo di sintesi possa subire, anche in età adulta, distorsioni (solitamente in termini di eccesso o difetto di informazioni ricordate) provocate dalla necessità dell’individuo di esibire socialmente un livello di confidence elevato (cioè il livello di fiducia di un soggetto verso le sue stesse capacità mnemoniche).

Questi autori sostengono che l’influenza della dimensioni relazionale influenzerebbe i processi di memoria sia distorcendo i contenuti a seconda dell’ambiente in cui il soggetto si trovi a interagire, sia modulando la quantità di informazioni attivate, sempre a seconda delle richieste dell’ambiente esterno (nel caso in cui, per esempio, ciò che dovesse essere ricordato non fosse importante, e non fosse necessaria l’aderenza “verbatim” ai dati di realtà, il soggetto eseguirebbe una ricerca poco raffinata, generalizzando o sintetizzando il materiale mnestico rievocato).

Le richieste provenienti dal contesto in cui l’individuo si trovi a interagire lungo tutto il percorso di sviluppo sembrano essere in grado dunque di influenzare la modalità con cui una certa informazione venga rievocata, e perfino di intaccarne i contenuti.

Si rendono necessari dunque ulteriori studi di ricerca che si muovano nella direzione di applicare queste conoscenze all’ambito psicoterapeutico, affinché il terapeuta non sottovaluti o banalizzi il problema delle evidenti ripercussioni provocate dalle dinamiche relazionali sul funzionamento mnestico, e nel tentativo di fornire al paziente quella protesi cognitivo-affettiva che gli consenta di recuperare una sua personale e indispensabile storia di vita (Veglia, 1999).

BIBLIOGRAFIA

Atkinson, R.C. e Shiffrin, R.M. (1971), The control of short-term memory, in “Scientific American”, 225, pp. 82-90; trad.it. Il controllo della Memoria a Breve Termine, in “Le Scienze”, 1971, 39, 7, pp. 76-84.

Ausley, J.A. & Guttentag, R.E. (1993). Direct and indirect assessments of memory: implications for the study of memory development during childhood. In M.L. Howe & R. Pasnak, Emerging themes in cognitive development (pp. 234-264): New York: Springer.

Baddeley A. (1982) Your memory. A user’s guide. Multimedia, London (tr.it. La memoria. Come

funziona e come usarla. Laterza, Bari 1984).

Bahrick, L.E. e Pickens, J.N. (1995). Infant memory for object motion across a period of three months: implications for a four-phase attenction function. Journal of Experimental Child Psychology, 59, 343-371.

Bartlett, F. C. (1932). Remembering. Cambridge University Press, Cambridge [trad. It. La Memoria, Angeli, Milano, 1975].

Bauer, P.J. (1997). Development of memory in early childhood. In N.Cowan (Ed.), The development of memory in childhood (pp. 83-112). Hove, UK: Psychology Press.

Binet, H. &Henri, V. (1894b). La me´moire des phrases (Me´moire des ide´es).

L’Anne´e Psychologique, 1, 24–59.

Bjorklund, D.F. (1985). The role of conceptual knowledge in the development of organization in children’s memory. In C.J. Brainderd & M. Pressley (Eds.), Basic processes in memory development (pp. 103-142). New York: Springer.

Bousfield, W.A., Esterson, J., & Whitmarsh, G.A. (1958). A study of

developmental changes in conceptual and perceptual associative clustering.

Journal of Genetic Psychology, 92, 95–102.

Bowlby, J. (1980). Attachment and loss: vol. 3. Loss. New York: Basic Books

Bretherton I., (1993). From dialogue to internal working models: The co-construction of self in relationships. In C. A. Nelson (Ed.), The Minnesota symposia on child psychology: Vol. 26. Memory and affect in development (pp. 237 – 263). Hillsdale, NJ: Lawrence Erlbaum Associates.

Brewer, W.F. (1986). What is autobiographical memory?. In: Rubin, D.C. (a cura di). Autobiographical memory. Cambridge University Press, Cambridge.

Brody, L. (1999). Gender, emotion and the family. Cambridge, MA, Harvard University Press.

Brunswik, E., Goldscheider, L., & Pilek, E. (1932). Untersuchungen zur

Entwicklung des Geda¨chtnisses. In W. Stern &O. Lipmann (Eds.), Beihefte

zur Zeitschrift fu¨r angewandte Psychologie (Vol. Beiheft 64). Leipzig: Ambrosius

Barth.

Carassa A., Tirassa M., (2005). Essere nel mondo essere nel Sogno. Sogni e psicoterapia, a cura di G. Rezzonico & D. Liccione (pp. 23-54). Bollati Boringhieri Torino.

Cassidy, J. (1998). The self as related to child- mother attachment at six, Child Dev., vol. 51

Davis, P.J. (1999). Gender differences in autobiographical memory for childhood emotional experiences. Journal of Personality and Social Psychology, 76, pp. 498-510.

DeCasper, A.J. & Fifer, W.P. (1980). Of human bonding: newborns prefer their mother’s voices. Science 208 (6 June), pp.1174-1176.

Dempster, F.N. (1981). Memory span: sources of individual and developmental differences. Psychological Bullettin, 89, 63-100.

Ebbinghaus, H. (1885). La memoria: un contributo alla psicologia sperimentale. Trad. It. Zanichelli, Bologna 1975.

Ebbinghaus, H. (1897). U¨ ber eine neue Methode zur Pru¨ fung geistige

Fa¨higkeiten und ihrer Anwendung bei Schulkindern. Zeitschrift fu¨r Psychologie

und Physiologie der Sinnesorgane, 13, 401–459.

Eisenberg, A. (1985). Learning to describe past experience in conversation. Discourse Processes. 8, pp. 177-204.

Fechner, B. (1965). Zur Psychologie des Geda¨chtnisses: III. Zeitschrift fu¨r

Psychologie, 170, 1–22.

Fivush, R. & Fromhoff, F. (1988). Style and structure in mother-child conversations about the past. Discourse Processes, 11, pp. 393-355.

Fivush, R. & Fromhoff, F. (1988). Style and structure in mother-child conversations about the past. Discourse Processes, 11, pp. 393-355.

Fivush, R. & Haden, C.A. (Eds) (2003). Autobiographical memory and the construction of a narrative self: developmental and cultural perspectives. Mahwah, NJ, Lawrence Erlbaum Associates.

Fivush, R. (1994). Constructive narrative, emotion and self in parent-child conversation about the past. In: Neisser, U. & Fivush, R. (Eds.), The remembering self: construction and accuracy in the self-narrative. New York, Cambridge University Press, pp. 136-157.

Fivush, R. (2006). Maternal reminiscing style and children’s developing understanding of self and emotion. Clin. Soc. Work J 35: pp. 37-46, Emory University, Atlanta.

Flannagan, D. & Baker-Ward, L. (1996). Relations between mother-child discussions of children’s preschool and kindergarten experiences. Journal of Applied Developmental Psychology, 17, pp.423-437.

Flavell, J.H., Miller, P.H., Miller, S.A. (1993). Psicologia dello sviluppo cognitivo. Tr. It. Mulino, Bologna, 1996.

Glemberg, A.M. (1997). Mental Models, Space and Embodied Cognition. In: Creative Thoughts, Eds. Ward, T.B.; Smith, S.M. e Vaid, J. Washington, DC; American Psychological Association.

Graf, P. & Schachter, D.L. (1985). Implicit and explicit memory fort he new associations in normal amd amnesic subjects. Journal of Experimental Psychology: Learning, Memory and Cognition, 11, 501-518.

Haden, C., Haine, R. & Fivush, R. (1997). Developing narrative structure in parent-child reminiscing across the preschool years. Developmental

Psychology, 33, pp. 295-307.

Hamond, N.R. & Fivush, R. (1991). Memories of Mickey Mouse. Young children recount their trip to Disneyworld. Cognitive Development, 6, pp. 433-448.

Harley, K. & Reese, E. (1999). Origins of autobiographical memory. Developmental psychology, 35, pp. 1338-1348.

Istomina, Z.M. (1948/1977). The development of voluntary memory in

preschool-age children. In M. Cole (Ed.), Soviet developmental psychology.

An anthology (pp. 100–159). New York: M.E. Sharpe.

Kail, R.V. (1990) The development of memory in children (terza edizione). New York, W.H. Freeman.

Kail, R.V. (1991). Processing time declines exponentially during childhood and adolescence. Developmental Psychology, 27, 259-266.

Kapur, N. (1993). Focal retrograde amnesia in neurological disease: a critical review. Cortex 29, pp. 217-234.

Koppenaal, R.J., Krull, A. &Katz, H. (1964). Age, interference, and forgetting.

Journal of Experimental Child Psychology, 1, 360–375.

Kuhn, T. (1979). The structure of Scientific Revolutions. University of Chicago Press

Labov, W. & Waletzky, J. (1997). Narrative analysis: oral version of personal experience. Journal of Narrative and Life History, 7, pp. 3-38.

Lobsien, M. (1902). Experimentelle Untersuchungen u¨ ber die Geda¨chtnisentwicklung

bei Schulkindern. Zeitschrift fu¨r Psychologie und Physiologie der

Sinnesorgane, 27, 34–76.

Low, J. & Durkin, K. (2001). Individual differences and consistency in maternal talk style during joint story encoding and retrospection: Associations with children’s long-term recall. International Journal of Behavioural Development 25 (I), pp. 27-36, University of Western Australia, Perth, Australia.

McCabe, A. & Peterson, C. (1991). Getting the story: a longitudinal study of parental styles in eliciting narratives and developing narrative skill. In: McCabe, A. & Peterson, C. (Eds.). Developing narrative structure. Hillsdale, NJ: Lawrence Erlbaum Associates, pp. 217-253.

McCabe, A. & Peterson, C. (1991). Getting the story: a longitudinal study of parental styles in eliciting narratives and developing narrative skill. In: McCabe, A. & Peterson, C. (Eds.). Developing narrative structure. Hillsdale, NJ: Lawrence Erlbaum Associates, pp. 217-253.

McShane, J. (1991). Lo sviluppo cognitivo. Tr. It. Mulino, Bologna, 1994.

Meltzoff, A.N. (1995). What infant memory tells us about infantile amnesia: long-term recall and deferred imitation. Journal of Experimental Child Psychology, 59.

Meumann, E. (1907a). Die geistige Arbeit des Kindes. In E. Meumann (Ed.),

Vorlesungen zur Einfu¨hrung in die Experimentelle Pa¨dogogik und ihre psychologischen

Grundlagen (Vol. 2, pp. 1–78). Leipzig: Wilhelm Engelmann.

Neisser, U. (1978). Memory: what are the important questions?. In Grunenberg, M.M., Morris, P.M.Sykes, R.N. (a cura di), Practical aspects of Memory. Academic Press, London.

Neisser, U. (1982).( a cura di), Memory observed: Remembering in Natural Contexts. Freeman, San Francisco.

Nelson, K. (1996). Language in cognitive development. The emergence of the mediated mind. Cambridge, UK, Cambridge University Press.

Netschajeff, A. (1902). U¨ ber Memorieren. Eine Skizze aus dem Gebiete der

experimentellen Pa¨dagaogischen Psychologie. In H. Schiller & Th. Ziehen

(Eds.), Sammlung von Abhandlungen aus dem Gebiete der Pa¨dagogischen

Psychologie und Physiologie (Vol. 5(5)). Berlin: Reuther &Reichard.

Ornstein, P.A. (1995) Children’s long-term retention of salient personal experience. Journal of Traumatic Stress, 8, pp.581-606.

Pressley, M., Borkowski, J.G. & Schneider, W. (1989). Good information processing: what is and how education can promote it. Journal of Educational Research, 14, 857-867.

Preyer, W. (1882). Die Seele des Kindes [The mind of the child]. Leipzig:

Grieben.

Reese, E. & Farrant, K. (2003). Origins of reminiscing parent-child relationships. In: Fivush, R. & Haden, C. A. (Eds.), Autobiographical memory and the construction of narrative self: developmental and cultural perspectives. Mahwah, NJ, Lawrence Erlbaum, pp. 29-48.

Reese, E., Haden, C.A. & Fivush, R. (1993). Mothers, father, daughters, sons: gender differences in reminiscing. Research on Language and Social Interaction, 29, pp.27-56.

Reese, E., Haden, C.A. & Fivush, R. (1993). Mothers, father, daughters, sons: gender differences in reminiscing. Research on Language and Social Interaction, 29, pp.27-56.

Reyna, V.F. & Brainserd, C.J. (1995). Fuzzy-trace theory: an interim synthesis. Learning and Individual differences, 7, 1-75.

Rovee-Collier, C. (1995). Time windows in cognitive development. Developmental Psychology, 51, 1-23.

Ruffman, T., Slade, L. & Crowe, E. (2002). The relation between children’s and mothers’ mental state language and theory-of-mind understanding. Child Development, 73, pp. 734-751.

Schacter, 1992 D.L. Schacter, Implicit knowledge: new perspectives on unconscious processes, Proc. Natl. Acad. Sci. U. S. A. 89 (1992), pp. 11113–11117.

Schank, R.C., Abelson, R.P. (1977). Script, Plans, Goals and Underastanding. Erlbaum, Hillsdale, NJ.

Schneider, W. (2000). Research on memory development: Historical Trends and current themes. International Journal of Behavioral Development © 2000 The International Society for the

2000, 24 (4), 407–420

Schneider, W., & Pressley, M. (1997). Memory development between 2 and 20.

Hillsdale NJ: Erlbaum.

Siegler, R.S. (1998). Children’s thiniking. Upper Saddle River, NJ: Prentice Hall.

Squire, L., Knowlton, B. & Musen, G. (1993). The structure and organisation of memory. Annual Review of Psychology, 44, 453-495.

Thompson, R. (2000). The legacy of early attachments. Child Development

Tulving, E. (1972). Episodic and semantic memory. In: Tulving, E., Donaldson, W. (a cura di). Organization of Memory. Academic Press, New York.

Veglia, F. (1999). Storie di vita. Bollati Boringhieri, Torino.

Vygotskij, L. (1932). Izbrannja psychologicakia issledovaya, Mosskwa, Accademia di Scienze Pedagogiche dell’ URRS; tr. It. Pensiero e linguaggio, Roma-Bari, Laterza.

Weinert, F.E. (1962). Untersuchungen u¨ ber einige Bedingungen des sprachlichen

Lernens bei Kindern und Jugendlichen. Vita Humana, 5,

185–194.

Yendovitskaya, T.V. (1971). Development of memory. In A.V. Zaporozhets &

D.B. Elkonin (Eds.), The psychology of preschool children (pp. 89–110).

Cambridge, MA: MIT Press.

 

Article by admin / Generale

22 April 2020

IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.3 – MODELLO ITALIANO E MODELLO BELGA A CONFRONTO, CON GIOVANNA JANNUZZI!

di Redazione

In questa puntata del nostro podcast abbiamo parlato con Giovanna Jannuzzi, specializzata in Psichiatria (Monza), Farmacologia clinica (Pavia) e Psicoterapia psicoanalitica (Milano). La dott.ssa Jannuzzi lavora a Bruxelles dal 2009: è Médecin Directeur di un Centro diurno e di Strutture residenziali psichiatriche (ASBL L’Equipe, Bruxelles).

L’obiettivo di questo podcast è favorire una  visione di insieme dei modelli di presa in carico psichiatrici e psicoterapeutici, al di fuori dell’Italia, così da promuovere un confronto dialettico. Questa volta ci siamo confrontati con la realtà belga grazie alla testimonianza di un’italiana che ci lavora da molto tempo.

Ne emerge un confronto con il modello italiano a riguardo, in particolare, di ciò che concerne la presa in carico e il reinserimento di pazienti portatori di problematiche più o meno gravi. Si parla inoltre di modello biopsicosociale declinato sulla realtà belga, di psicoterapia e di welfare sanitario.

Buon ascolto!


https://www.spreaker.com/user/12075165/giovannajannuzzi

Article by admin / Generale / interviste

21 April 2020

RISCOPRIRE PIERRE JANET: PERCHÉ ANDREBBE LETTO DA CHIUNQUE SI OCCUPI DI TRAUMA?

di Raffaele Avico

Il volume Riscoprire Pierre Janet si pone come obiettivo principale una rassegna breve ma approfondita di ciò che è stato l’apporto di Pierre Janet sulla psicopatologia e psicoterapia moderna, per via di una serie di contributi a opera di personaggi di grande rilevanza attuale in tema “psicotraumatologia”, come Onno van der Hart, Bessel Van der Kolk, Pat Ogden, Giovanni Liotti.

Il libro è stato tradotto in italiano ed è acquistabile qui. Ci si mostra un Janet “dedito” alla causa, umile in senso “scientifico”, dovizioso nella rendicontazione degli aspetti clinici dei pazienti, altamente moderno alla luce delle recenti teoria sulla psicotraumatologia.

Alcuni punti da tenere in considerazione sono:

  • la concezione di isteria promossa da Janet differiva in modo sensibile dalla concezione in seguito promossa da Freud, divenuta poi dominante. Freud concettualizzava la genesi dell’isteria come il risultato di un’opera fallimentare di rimozione a carico della struttura dell’Io, con grandi ricadute sul corpo, “teatro” dei quella stessa opera di rimozione non riuscita. Vi si metteva al centro un atto di volontà da parte del soggetto che avrebbe tentato di sospingere sul “fondo” della propria mente una serie di contenuti scabrosi o inaccettabili alla coscienza; quegli stessi contenuti sarebbero tornati alla coscienza tramite reminiscenze. Janet a proposito di questo sovvertiva la visione freudiana considerando come il problema dell’isteria non sarebbe consisitito, dal suo punto di vista, in un problema di “atto di volontà” fallimentare da parte del soggetto, quanto piuttosto in un indebolimento delle strutture più alte della mente che avrebbero dovuto in condizioni normali promuovere un atto di sintesi di quegli stessi contenuti “difficili”. Quello che accade in un disturbo isterico, secondo Janet, è un allentamento delle funzioni mentali “superiori” con una seguente impossibilità di integrare e “sintetizzare” contenuti (di natura traumatica o meno) a livello di coscienza personale. La differenza è sottile ma netta: da un lato (e questo lo sottolinea bene Liotti nel suo articolo contenuto nel volume) un movimento che oggi potremmo definire top-down (tento attivamente di sospingere contenuti “difficili” in profondità, operando un gesto di forza psicologica) teorizzato da Freud, dall’altro -nella visione di Janet- un’impossibilità da parte delle funzioni mentali superiori di “arginare” quello che dal basso “arriva”, per via di una debolezza strutturale contestuale, causata da diversi fattori: un movimento quindi bottom-up, dal basso verso l’alto. Come si legge nel libro, Freud criticò a Janet questa visione del disturbo isterico osservando come lo stesso Janet tendesse a considerare le isteriche come persone “deboli”, con poca forza mentale, “sottostimandone” le facoltà mentali e intellettive.
  • questa lettura del disturbi isterico, ci racconta di una differente concettualizzazione di mente promossa da Janet. La mente teorizzata da Janet, è una mente operante secondo una logica di gerarchia, dove le parti più “alte” sono in grado di modulare e frenare, o meglio, sintetizzare in modo armonico le spinte provenienti dalle zone più “basse”. Questo modello di lettura della mente è affine alla teoria neo-jacksoniana promossa da Ey, alla teoria del cervello tripartito di MacLean; inoltre, riconsegna l’individuo alla sua natura animale, de-responsabilizzandolo rispetto alla sua stessa sofferenza.
  • nel libro viene messo in risalto l’apporto di Sandor Ferenczi alla psicotraumatologia contemporanea, in grado di compiere una integrazione fruttuosa tra Freud e Janet, di fatto tenendo a mente gli aspetti inerenti l’espressione della sessualità e la questione janetiana riguardante la struttura dell’Io.  Ferenczi mise in risalto il fattore “esogeno” del trauma: ovvero, il trauma sarebbe dal suo punto di vista qualcosa di relazionale, sempre dialettico, proveniente dall’esterno del soggetto. La teoria sul post-trauma di Ferenczi, inoltre, ben si presta a un paragone con la teoria delle strategie controllanti promossa da Liotti. Cos’è il wise-baby di Ferenczi, se non il bambino con un attaccamento invertito per ragioni di sopravvivenza teorizzato da Liotti e Farina in Sviluppi Traumatici?
  • Il volume prosegue con un articolo uscito postumo -rivisto da Marianna Liotti-, scritto da Giovanni Liotti, a proposito del “segno” lasciato da Janet sulla psicotraumatologia contemporanea. Liotti qui riprende molte idee già sviluppate nei suoi lavori precedenti. Liotti,come si diceva in precedenza, sottolinea la differenza tra le posizioni di Freud e Janet a riguardo dello sviluppo di un disturbo isterico: in Freud, parliamo di un’attiva difesa mentale; in Janet, troviamo come concausa principale un restringimento del campo della coscienza come “effetto passivo dell’emozione veemente”. Inoltre, Liotti mette in luce la differente concezione di inconscio promossa dai due autori: in Freud, pervaso da spinte sessualmente-orientate (o eventualmente auto-distruttive); in Janet, mosso da tendenze all’azione di darwiniana memoria, strettamente naturali, osservabili nell’uomo come negli animali.
    Liotti, in linea con le osservazioni cliniche fatte durante il suo lavoro di ricerca, considera, insieme a Janet, come la predisposizione allo sviluppo di disturbi dissociativi possa essere frutto di una “debolezza psicologica” intrinseca nata in seno a un attaccamento insicuro, cosa che trova conferme nelle ricerche più attuali e ben approfondito nel già citato “Sviluppi traumatici”. Porta inoltre numerose evidenze neurobiologiche a sostegno della tesi originaria di Janet tra cui, per esempio, il modello di lettura patogenetica del PTSD per via di un indebolimento delle funzioni esecutive a carico della corteccia prefrontale approfondito estesamente da Ruth Lanius). L’idea che Liotti esprime con forza -non solo qui, ma in tutta la sua produzione- è che il modello Janetiano possa costituirsi come nuovo punto di convergenza tra differenti apporti scientifici, su più livelli (Teoria dell’attaccamento, ricerca neuroscientifica, evidenza clinica).
  • Il libro pone un punto di chiarimento a proposito di quello che Janet chiama disaggregation. Capraro, nel suo articolo, tenta di chiarificare la concezione del termine dissociazione per come lo usò Janet. Quello che qui è importante sottolineare è che occorre distinguere il termine dissociazione dal termine disaggregation. Janet contemplava l’idea che un disturbo ampio come la disaggregation (scarsa tenuta della forza mentale, mancata sintesi da parte dell’Io) potesse contemplare al suo interno un ulteriore problema, strutturale, che chiamava appunto dissociation. Ovvero: a un primo momento di scarsa tenuta delle funzioni mentali superiori, poteva seguire un momento di vera e propria spaccatura verticale della personalità (quella che oggi chiamiamo dissociazione strutturale della personalità). Torniamo quindi a due tipologie diverse di quella che oggi chiamiamo dissociazione, ma che Janet chiamava in modo diversificato. Interessante osservare come il trauma, Capraro riporta, possa risultare in due tipologie di risposta: una di iper-arousal, l’altra dissociativa, come approfondito sempre da Ruth Lanius.
  • Janet distingueva la forza psicologica, dalla tensione psicologica. Per tensione psicologica intendeva la capacità di “mantenere” la complessità, di “creare ordine e di fare sintesi”. Intendeva in questo senso il lavoro dell’Io come un lavoro di “sintesi” (l’Io è un coordinamento). Questa tensione “superficiale” (come la tensione superficiale dell’acqua) permette all’individuo di percepirsi unitario, coeso e coerente. Al di sotto di questa, Janet considerava allo stesso tempo la presenza di una forza psicologica, di origine temperamentale, per la verità poco spiegata da Janet stesso se non come un misto tra forza muscolare (corpo) e forza morale (mente)
  • Il libro prosegue delineando le tre fasi, o momenti, dell’adattamento post-traumatico. Il capitolo in questione è firmato dai più noti -probabilmente- al momento psicotraumatologi a livello mondiale: Vad der Hart e Van der Kolk, insieme a Paul Brown. Quali sono le fasi dell’adattamento di un soggetto a un trauma, secondo la teoria di Janet? Gli autori ricordano che Janet teorizzava tre momenti principali di questo lavoro di adattamento:
    1. miscela di reazioni dissociative/isteriche, ruminazione eccessiva e agitazione generalizzata scatenata dall’evento traumatico
    2. ossessione e ansia generalizzata di cui spesso è difficile riconoscere l’eziologia traumatica
    3. declino post-traumatico (con somatizzazioni, depersonalizzazione, depressione) seguito da apatia e ritiro sociale conclusivo.
  • Viene quindi illustrato in modo dettagliato il modello trifasico di approccio allo stress post-traumatico, secondo i dettami posti da Janet stesso a riguardo delle diverse modalità di intervento. Gli autori osservano come Janet abbia portato diversi contributi di valore, e originali per l’epoca, in grado ancor oggi di manifestare il loro valore in senso clinico. Un aspetto in particolare che andrebbe sottolineato, poichè poco conosciuto relativamente al corpus teorico janetiano, è il modello dell’economia mentale di Janet, che di fatto rappresenta il razionale di intervento del modello trifasico. Gli autori sottolineano come l’energia psichica dedicata alla gestione del trauma, sia in grado di “interferire con la capacità di sublimare e fantasticare, bloccando il pensiero come azione sperimentali”. Il lavoro di psicoterapia in questo senso mirerebbe a meglio utilizzare, in modo economicamente più conservativo ed eventualmente migliorativo, questa quota di “energia psicologica” sovra-utilizzata dal trauma.
  • Pat Ogden chiude il volume con un’esauriente contestualizzazione della psicoterapia sensomotoria entro la cornice della teoria di Pierre Janet che, di fatto, aveva posto già al tempo il problema degli “atti di trionfo”. La Ogden, infatti, negli anni ‘80 costruì un impianto metodologico psicoterapico (la psicoterapia sensomotoria, appunto) che intendeva integrare approcci bottom-up alla classica psicoterapia usata per i traumi. La sua idea era quella di lavorare sul corpo, affinché quest’ultimo potesse dissipare le tendenze all’azione rimaste congelate al tempo del trauma. Va ricordato che la Ogden, in quanto allieva di Peter Levine, riprende l’idea che il trauma si costituisca solo in compresenza di profondo terrore e immobilità. Il corpo rimane durante il trauma immobilizzato in modo passivo, senza poter “esprimere” un’azione di contrasto, una controforza al trauma stesso. Queste forze non espresse, la Ogden sottolinea, andranno “evacuate” o dissipate attraverso il canale corporeo: la “talking cure”, da sola, potrebbe non bastare (si veda anche questo articolo su State of Mind).

In definitiva questo volume rappresenta un contributo di eccezionale rilevanza per riprendere e riscoprire, appunto Janet. Vi si evince inoltre la natura profondamente Janetiana di praticamente tutta la psicoterapia di taglio psicotraumatologico più recente -dall’approccio trifasico, agli approcci bottom-up, alla riscoperta del “corpo” come centrale nel lavoro di cura, all’abbandono delle posizioni iper-sessualizzate freudiane relative al trauma.

Vi si intravede la portata “storica” dell’impatto di Janet sullo studio della psicologia umana relativamente (ma non solo) al trauma.

Il fatto che la neurobiologia relativa al trauma avvalli la concezione gerarchica della mente già appoggiata da Janet (una mente fondamentalmente animalesca, naturale, etologicamente giustificata quando sottoposta a un evento traumatico), che in essa sappiano incastrarsi la Teoria dell’attaccamento (come evidenziato da Liotti), la Teoria Polivagale, molti aspetti della stessa psicologia dinamica, propende per una riscoperta obbligatoria e definitiva di Janet, sempre più necessaria, verso una sua liberatoria emancipazione da Freud.

Due estratti dal volume:

  1. Secondo Janet, i processi causali dei traumi psichici possono essere riassunti come segue. Nel caso di una costituzione psichica già indebolita, il trauma produce forti emozioni. A causa di modelli disadattivi di reazione, gli individui non sono in grado di affrontare la difficile situazione. Continuano a fare degli sforzi per affrontarla. Questi ripetuti sforzi provocano un esauri- mento dell’energia psichica (tensione o forza), a cui conseguono diversi tipi di disturbi mentali. In caso di tensione sufficiente ma forza insufficiente, le idee non diventano subcoscienti ma causano disturbi che Janet designava come “psicoastenia”. In caso di tensione insufficiente ma forza sufficiente, le idee indeboliscono la sintesi psichica e, quindi, la connessione della coscienza. Le idee diventano fisse e subconsce, il campo della coscienza limi- tato e la suggestionabilità aumentata. Janet ha etichettato i disturbi derivanti da questo processo come “isteria”
  2. Janet organizzava il trattamento di questo esaurimento mentale attorno a tre principi economici: aumentare le entrate psicologiche promuovendo il sonno e la dieta; ridurre le spese curando condizioni mediche coesistenti e alleviando crisi e agitazione; liquidare i debiti, risolvendo ricordi traumatici. Janet ha sostenuto due strategie per il trattamento della disorganizzazione mentale: incanalare in modo costruttivo energie che altrimenti verrebbero sprecate nelle agitazioni e stimolare il livello di energia mentale con metodi quali il far svolgere compiti progressivamente più difficili

Article by admin / Generale

17 April 2020

AGGIUNGERE LEGNA PER SPEGNERE IL FUOCO. TERAPIA BREVE STRATEGICA E DISTURBI FOBICI

di Luca Proietti, Raffaele Avico

Perchè tentiamo di “controllare” il nostro stesso pensiero? Ma soprattutto: ci è utile?

Il problema del controllo e del paradosso compare citato in molteplici lavori di autori afferenti a diverse aree della psicoterapia; Pierre Janet, in una serie di lezioni tenute ad Harvard nel 1907, sottolineava come quelle che chiamava “idee fisse” fossero in grado di emanciparsi dal controllo cosciente da parte dell’individuo, per poi presentarsi contro la sua volontà alla coscienza, sfuggendo al tentativo di essere controllate.

Il problema del controllo della propria mente, si presenta in diverse problematiche. Per fare un esempio:

  • disturbo da attacco di panico (il paziente tenta di controllare i suoi stessi pensieri rivolti alla paura di un possibile ripresentarsi dell’episodio di panico)
  • disturbo ossessivo compulsivo (il paziente tenta di controllare la presenza di pensieri ricorrenti e intrusivi, sforzandosi di scacciarli dalla coscienza)
  • disturbi di natura post-traumatica (il paziente tenta di evitare, internamente, il ripresentarsi dei ricordi traumatici)
  • disturbi di natura fobica (il paziente tenta di controllare le reazioni fisiologiche, spontanee, connesse allo “stimolo fobico)

Perchè il tentativo di controllare, si rivela per lo più fallimentare?

La perdita di controllo che l’individuo sperimenta su ciò che gli accade internamente, siano pensieri, immagini o sensazioni psicofisiche, non è frutto di un’azione cosciente, dell’utilizzo di una funzione corticale evoluta, ma avviene in maniera spontanea a causa dell’attivazione normale delle strutture “inferiori”, più antiche del cervello. Janet a fine ‘800 parlando della disaggregatiòn aveva già messo in luce come le strutture paleoncefaliche, quando troppo attivate, fossero in grado di “soverchiare” il controllo inibitorio corticale, disgregandolo con la loro influenza.

É evidente come questo fenomeno si presenti, in particolar modo, nel corso di un accesso fobico,  post-traumatico o durante l’escalation che porta all’attacco di panico.

Questa dinamica sembra reggersi su una logica paradossale, per cui più il soggetto prova a controllare gli eventi psicofisici, più ne perde il controllo. Anche nel caso dell’evitamento, comune ai disturbi fobici, ossessivo-compulsivi e post-traumatici, siamo di fronte a un tentativo inefficace di controllo, che si esprime questa volta sulla base di una logica contraddittoria.

Che fare dunque?

In Terapia breve Strategica si parla di tentate soluzioni per indicare quei comportamenti che il soggetto mette in atto nel tentativo di risolvere o controllare la propria sintomatologia, ma che finiscono per mantenere in essere o addirittura peggiorare il problema. (Watzlawick et al., 1974). Occorre chiedersi, quindi, non cosa causa il problema, ma cosa lo mantiene.

L’area fobico-ossessiva, nelle sue diverse declinazioni, è sicuramente il principale terreno dove si gioca il “tentativo di controllo”.

Siamo di fronte a due scenari possibili.

 

  • Il controllo non riesce a esercitare controllo, cosa che porta a una peggioramento della sintomatologia. La forma si oppone alla forza.
    Questo accade quando si cerca di controllare un fenomeno spontaneo e per definizione incontrollabile, come le proprie reazioni psicofisiologiche alla paura o il flusso dei propri pensieri. In Terapia Breve Strategica si usa la formula “Il controllo che mi fa perdere il controllo” e lo troviamo nei disturbi fobico-ossessivi, nel disturbo post-traumatico e nel disturbo ossessivo nel pensiero. Nei disturbi fobico-ossessivi la persona è spaventata dall’intensità o dalla presenza delle proprie reazioni di allarme, fisiologiche, nei confronti di uno stimolo fobico, tentando di controllarle razionalmente.
    Il problema è che queste reazioni originano dalla parte paleo-encefalica, amigdala e circuiti sottocorticali, e quindi non solo non si riducono, ma tendono a peggiorare con un tentativo di controllo corticale, portando -a volte- a un attacco di panico. Il nucleo centrale di questo problema è il tentativo di controllo stesso: qualcosa che dovrebbe essere evacuato o “sfogato”, portato in un certo senso a compimento, viene frenato o ostacolato, di fatto aumentando il suo potenziale “patogeno”.
    Per capire questo fenomeno occorre approfondire la teoria del cervello tripartito di Maclean e le dinamiche gerarchiche tra queste tre parti illustrate da Jackson.
  • Se il controllo riesce, il soggetto rimane imprigionato nel controllo stesso, non potendone più scappare. La forma senza forza.
    “Un controllo così bene riuscito da non poterne più fare a meno”. Parliamo in questo caso dei rituali nel disturbo ossessivo compulsivo o dei pazienti con disturbo ossessivo che programmano e controllano così tanto da inibire la propria prestazione.  Quest’ultimo esempio comprende quadri che vanno dalla persona affetta da lentezza ossessiva primaria, allo studente che si blocca per eccesso di precisione o ricerca di informazioni, all’atleta olimpionico che non riesce più a performare come vorrebbe.

La tentata soluzione del controllo è così diffusa perché è alla base della cultura e della scienza occidentale; il problema sorge quando si tenta di applicare un controllo logico razionale a fenomeni irrazionali, in particolare quando c’è in gioco l’emozione della paura. Per avere il dominio su alcune parti di noi, quello che andrebbe cercato è un controllo esercitato in maniera elastica, un po’ come bisogna fare con l’acqua che se lasciata defluire è gestibile, diventando travolgente se ostacolata.

Per far questo però bisogna partire dalle percezioni e solo in un secondo momento lavorare sulla componente cognitiva. Lungi dal proporre soluzioni new-age, la Terapia Breve Strategica utilizza contro-paradossi, e non solo, in grado di riconvertire la percezione da patologica a sana, e azzerare quindi la sintomatologia. In particolare, nei casi in cui predomini la componente fobica, uno degli interventi usati è la prescrizione della “mezz’ora di peggiore fantasia”, un intervento che trova le sue radici teoriche nell’idea di “intenzione paradossale” di Victor Frankl e formalizzato dal Prof. G. Nardone presso il Centro di Terapia Breve Strategica di Arezzo.

La logica che sta al centro di questo intervento, è la “prescrizione paradossale del sintomo”, spiegata qui. Non è infatti evitando lo stimolo fobico che si potranno controllare le reazioni di “allarme” -che, al contrario, cresceranno. Sarà invece esponendoci ad esso che riusciremo a “demistificarlo”, “aggiungendo legna per spegnere il fuoco”.

FONTI E APPROFONDIMENTI:

 

  • Paul D. MacLean, Evoluzione del cervello e comportamento umano. Studi sul cervello trino, con un saggio introduttivo di Luciano Gallino, Torino, Einaudi, 1984. ISBN 88-06-05684-0
  • Paul Watzlawick, Jhon Weakland e Richard Fisch (1974). Change: la formazione e la soluzione dei problemi. Roma: Casa Editrice Astrolabio.
  • Watzlawick, & G. Nardone, Terapia Breve Strategica (p. 69-83). Milano: Raffaello Cortina Editore.

Article by admin / Generale / doc

13 April 2020

INTERVISTA A NICOLÓ TERMINIO: L’UOMO SENZA INCONSCIO

di Redazione


PREMESSA

La lettura di un libro come L’uomo senza inconscio è, per forza di cose, una lettura lenta. Richiede un lavoro parallelo di approfondimento sui concetti che non si percepiscono come chiari. Non è possibile applicare scorciatoie.

Massimo Recalcati esegue nel suo L’uomo senza inconscio (2010) un lungo approfondimento sul “disagio della civiltà ipermoderna”. L’uomo senza inconscio si presenta come un trattato che articola e intreccia riflessioni sul soggetto come soggetto di analisi, ad alcune osservazioni di carattere antropologico e sociale che rimandano a una dimensione più ampia. Lo psicoanalista, per Recalcati, è uno psicoanalista engagée, immerso nella società in cui vive. Per questo, il suo lavoro non può prescindere dal suo “scendere in campo” in senso istituzionale (da questo -Recalcati fa notare nel libro- nacque la rete Jonas – Centri di clinica psicoanalitica per i nuovi sintomi).

Abbiamo rivolto a Nicolò Terminio (autore di questo libro di introduzione al lavoro di Massimo Recalcati, attento conoscitore della sua opera e coordinatore di un  gruppo di studio proprio sull’Uomo senza inconscio attivato in epoca pre-pandemia a Torino -vedi immagine sopra) qualche domanda sul libro L’uomo senza inconscio.

Eccole:

 

  1. perché Recalcati parla di nuovo sintomo come di sintomo psicotico?
    Recalcati compie una diagnosi strutturale sui fenomeni psicopatologici della contemporaneità. I nuovi sintomi sono più vicini alla struttura della psicosi perché mostrano un ritorno del reale pulsionale che segue il meccanismo della forclusione anziché quello della rimozione che è tipico della clinica delle nevrosi. Ma il lavoro teorico-clinico di Recalcati va oltre l’opposizione tra nevrosi e psicosi perché contempla anche la struttura della perversione e apre delle piste di ricerca interessantissime sulla clinica borderline.
  2. perché Recalcati, con Lacan, oppone l’ambivalenza alla paranoia?
    L’ambivalenza è riconducibile alla clinica della nevrosi e mostra la divisione soggettiva tra la  volontà cosciente e il desiderio inconscio. L’ambivalenza è accompagnata spesso dal dubbio e da tanti altri tentennamenti che scandiscono l’esitazione del nevrotico nella scelta del desiderio. La paranoia è invece una declinazione della struttura psicotica dove l’Io satura l’identità del soggetto e la certezza che lo contraddistingue si fonda sul rigetto (forclusione) dell’esperienza dell’inconscio.
  3. Perché la melanconia è un anti-lutto, o il suo contrario?
    La differenza tra nevrosi e psicosi paranoica mette in luce l’opposizione tra ambivalenza e certezza, mentre la differenza tra nevrosi e psicosi melanconica ci fa vedere il rigetto melanconico del lavoro del lutto. Il lutto consiste essenzialmente nell’assunzione della perdita dell’oggetto e implica un lavoro simbolico su questa perdita reale. Nella psicosi non si è iscritta quella funzione simbolica che introduce la perdita e che consentirebbe al soggetto di simbolizzarla: senza questo lavoro di simbolizzazione il soggetto rimane incollato all’oggetto, che non è mai perduto. È a questo proposito, come ricorda Recalcati, che Freud diceva che l’ombra dell’oggetto cade sul soggetto.
  4. Recalcati è un grande esperto di disturbo alimentare: brevemente, quali sono i capisaldi della sua trattazione teorica su questa classe di disturbi?
    Potremmo rintracciare nella differenza tra vuoto e mancanza il filo conduttore che attraversa il lavoro teorico-clinico di Recalcati sui disturbi dell’alimentazione dai tempi dell’Ultima cena fino al più recente Le nuove melanconie. In ogni tappa della sua elaborazione Recalcati esplora la possibilità di trasformare il vuoto in mancanza. Il vuoto indica chiusura e disregolazione emotiva, la mancanza invece implica la possibilità, mai garantita del tutto, di annodare l’apertura relazionale del desiderio con l’eccesso e l’erranza che caratterizzano il desiderio stesso.
  5. Cosa intende Recalcati quando parla di identificazioni solide e personalità normotica?
    Le identificazioni solide esprimono una declinazione della clinica del vuoto, in particolare la clinica dell’Io senza Es. Si tratta quindi di una posizione soggettiva, non sempre riconducibile alla psicosi, che manifesta un rigetto e una negazione dell’inconscio. L’esperienza dell’inconscio aprirebbe infatti una crepa nell’Io mostrando quel mistero che ci abita e che ci disidentifica dalle postazioni immaginarie e simboliche con cui tentiamo di rivestire il nostro Dasein.
  6. Qual è il nuovo ruolo dello psicoanalista? Perché Recalcati, chiudendo il suo libro, fa cenno al concetto di “holding” introdotto da Winnicott?
    Nel trattamento dei nuovi sintomi la posizione dello psicoanalista deve consentire innanzitutto di trasformare il vuoto in mancanza e per sostenere questo passaggio terapeutico bisogna prima rettificare l’Altro, va custodita cioè la possibilità di istituire un campo relazionale dove la parola e il desiderio possano far schiudere l’alterità ingabbiata nel sintomo. La nascita dei Centri Jonas e poi dei Centri Telemaco scaturisce da questa visione recalcatiana e intende dare spazio a questo campo relazionale che trova nella forza della parola il suo centro di gravità.

NOTA BENE: se ti interessano la psicotraumatologia, la clinica del trauma e le avanguardie di ricerca, abbiamo attivato un Patreon per fornire contenuti mensili su queste tematiche. Trovi qui i nostri reward!

Article by admin / Generale / interviste

10 April 2020

TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.3

di Giulia Virtù (SISSA, Trieste)

[…] per la seconda parte di questo articolo, qui. Per la prima, qui.

Obiettivi cambiati in corso d’opera

Si tratta di un problema emerso negli ultimi anni, proprio perché strettamente correlato al bias di pubblicazione (vedi prima parte di “Tornare alle fonti”). Nel tentativo di evitare che i risultati negativi o non statisticamente significativi non arrivassero mai a pubblicazione[1], alcune riviste hanno cominciato a richiedere che gli studi presentati venissero pre-registrati (cioè protocollati prima della raccolta dati e dell’analisi), con organizzazioni come il Center for Open Science[2]. In questo modo i dati dovrebbero essere aggiornati durante tutto lo svolgimento della ricerca, fino a inserire i risultati finali, qualunque essi siano, positivi o negativi, una volta che gli studi si sono conclusi.
Purtroppo, questa strategia di prevenzione non sta sortendo gli effetti desiderati. Analisi recenti[3] mostrano che sui 323 studi controllati e randomizzati, pubblicati sulle 10 più importanti riviste di cardiologia, gastroenterologia e reumatologia[4], ben il 12% era stato registrato nella banca dati senza indicare in partenza l’esito che sarebbe stato valutato; inoltre, il 31% degli studi regolarmente protocollati riportava, al termine della ricerca, un obiettivo diverso nel lavoro pubblicato (ad esempio, se nella pre-registrazione la ricerca si prefigurava di indagare il calo della mortalità in seguito alla somministrazione di un farmaco,  nella pubblicazione definitiva l’obiettivo principe appariva la riduzione del colesterolo. Forse non c’erano evidenze nel calo della mortalità?).
Se i ricercatori nel corso dello studio cambiano l’esito valutato, il sospetto che l’abbiano fatto perché l’esito primario posto in partenza dava risultati negativi è fondato[5].

Risultati multipli/compositi

A volte, per aumentare la significatività di un certo dato, i risultati vengono accorpati tra loro in esiti più ampi definiti come esiti multipli o compositi. Spesso si assiste a una scelta di questo tipo quando si tenta di dimostrare e/o amplificare i risultati che dimostrano l’efficacia di un farmaco: vengono sommati esiti molto rilevanti a esiti di scarsa importanza, rendendo impossibile stabilire quale componente pesi di più nel risultato finale.
Quindi, è bene diffidare dagli esiti compositi, soprattutto perché non c’è modo di effettuare una lettura critica a posteriori. Un’analisi separata dei singoli esiti contenuti in un risultato composito, infatti, fatta ad articolo pubblicato, non è corretta dal punto di vista metodologico.

Rischio assoluto e rischio relativo

Quando si leggono i risultati di uno studio è sempre bene chiedersi in quale forma i ricercatori stiano proponendo i dati. Sembra paradossale, eppure a seconda del metodo che viene usato si ha una percezione molto diversa dei risultati a favore o a sfavore dell’intervento esaminato.

Anche in questo caso c’è un esempio ormai storico che chiarisce alla perfezione questo concetto[6]. Tutto nasce con un importante studio, l’Helsinki Heart Study, pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 1987[7]. Questa ricerca si proponeva di indagare l’efficacia di un farmaco anticolesterolo, il gemfibrozil.  A questo scopo, 4.081 pazienti con dislipidemia erano stati randomizzati e assegnati a trattamenti differenti: alcuni di essi avrebbero ricevuto il farmaco, altri un placebo. L’esito primario indagato era l’incidenza di nuovi casi di malattia coronarica. Come si vede dall’abstract (figura 1), l’incidenza di malattia coronarica acuta era del 2,73% nei trattati rispetto al 4,11% nei soggetti che ricevevano il placebo, con una riduzione del 34% di incidenza della malattia coronarica (4,11 – 2,73 = 1,38, che corrisponde appunto al 34% di 4,11).


Figura 1

In altre parole, il farmaco sembrava efficace sia nel ridurre i valori di colesterolo cattivo (LDL) che nell’aumentare quelli di colesterolo buono (HDL), ma anche nel ridurre l’incidenza della malattia coronarica, con una diminuzione significativa pari al 34%.
Sembra tutto assolutamente corretto e intuitivo, ma non è così. Anche noi, a distanza di trent’anni, siamo caduti nel trabocchetto. Nessuna critica: molti altri prima di noi ci sono cascati, tanto che questo studio è stato pubblicato su una delle più importanti e famose riviste di medicina del mondo.
La questione si riduce all’uso tendenzioso del rischio relativo al posto di quello assoluto. Quello indicato nell’abstract del New England Journal of Medicine (riduzione del 34%), infatti, è il rischio relativo: il rapporto tra l’incidenza di eventi coronarici nei pazienti trattati con il gemfibrozil rispetto ai controlli. Se avessero voluto usare il rischio assoluto (rapporto tra l’incidenza di eventi coronarici nei pazienti trattati con il gemfibrozil rispetto al totale) avrebbero affermato che il farmaco ha ridotto dell’1,4% il rischio di avere un evento coronarico acuto essendo il rischio passato dal 4,14% nei non trattati al 2,73% nei trattati (4,14%-2,73%=1,4%).
Infine, avrebbero potuto utilizzare il numero di casi da trattare (NNT: numero di pazienti da trattare per ottenere un beneficio terapeutico) ottenendo che occorreva trattare ben 71 soggetti per evitare un evento cardiaco. In altre parole, su 71 soggetti trattati solo 1 ne trarrà beneficio, gli altri no.  Infatti, l’NNT è il reciproco del rischio assoluto, quindi 1/1,4% che fa, appunto, 71.

Anni dopo, uno studio tutto italiano[8] si è proposto di riprendere l’Helsinki Heart Study per indagare come variano le percezioni dei medici a seconda della presentazione dei risultati. Ad alcuni medici di medicina generale veniva chiesto se avrebbero prescritto o meno ai propri pazienti, sulla base dei risultati di uno studio, un farmaco che riduceva il rischio di eventi coronarici. L’unica differenza era che ad alcuni veniva presentato il farmaco A (rischio relativo: riduzione del 34% degli episodi), ad altri il farmaco B (rischio assoluto: riduzione dell’1,4% degli episodi). Il risultato? L’86% dei medici avrebbe prescritto il farmaco A e solo il 25% avrebbe prescritto il farmaco B.
Ormai sappiamo che il farmaco A e il farmaco B sono esattamente lo stesso farmaco, il gemfibrozil, solo che la sua efficacia è presentata in maniera differente.

Analisi dei sottogruppi condotta a posteriori

Onestà vuole che i ricercatori dichiarino prima di iniziare qualunque studio che tipo di analisi dei dati intendono compiere e su quali campioni. A volte, infatti, capita che, invece di riportare il risultato misurato sulla popolazione scelta inizialmente, vengano pubblicati gli esiti calcolati su frazioni della mia popolazione di partenza (nella speranza di ottenere una significatività maggiore). Facciamo un esempio: immaginiamo che io voglia testare l’efficacia di un farmaco contro la depressione su una popolazione clinica. Non trovando significatività sul campione totale preso in esame, potrei cominciare col dividerlo tra maschi e femmine. Se non fossi ancora soddisfatta, potrei dividere ulteriormente ciascuno dei due gruppi così ottenuti in 4 fasce di età (per esempio tra 30 e 40 anni, tra 40 e 50, tra 50 e 60, oltre i 60), ottenendo così 8 gruppi eterogenei. A quel punto potrei definire anche 4 livelli di gravità della sintomatologia depressiva. In questo modo avrei 32 gruppi di pazienti (1+1=2, 2×4=8, 8×4=32) e per la legge del caso, in assenza di significatività statistica ho il 19% di probabilità che in almeno uno dei 32 sottogruppi, per esempio i maschi oltre i sessant’anni con sintomatologia depressiva di lieve entità, il mio farmaco risulti efficace.


[1] H. Rothstein, A. J. Sutton and M. Borenstein. (2005). Publication bias in meta-analysis: prevention, assessment and adjustments. Wiley. Chichester, England ; Hoboken, NJ.

[2] 2

[3] Mathieu S, Boutron I, et al. Comparison of registered and published primary outcomes in randomized controlled trials. JAMA 2009;302:977-84

[4]  lo stesso si potrebbe dimostrare per le riviste di psicologia e psichiatria, ma al momento non esistono studi in merito

[5] 5

[6] 6

[7] Frick M, Haapa K, et al. Helsinki Heart Study: primary-prevention trial with gemfibrozil in middle-aged men with dyslipidemia. Safety of treatment, changes in risk factors, and incidence of coronary heart disease. N Engl J Med 198;317:1237-45.

[8] Marco Bobbio, Giuro di esercitare la medicina in libertà e indipendenza, Einaudi, Torino, 2004

Article by admin / Generale

  • « Previous Page
  • 1
  • …
  • 17
  • 18
  • 19
  • 20
  • 21
  • …
  • 29
  • Next Page »

I NOSTRI ARTICOLI!

  • Intervista ad Alessandro Novazio: psichedelia e pensiero critico 10 September 2026
  • “DIRE TANTO CON POCO. AFORISMI PER IL CAMBIAMENTO”. INTRODUZIONE – DALL’ULTIMO LIBRO DI BERNARDO PAOLI 5 August 2026
  • TUTTO SU “IL LIBRO ROSSO” DI JUNG – intervista a Gabriele Ramonda 2 July 2026
  • Il PTSD di Frodo Baggins 29 June 2026
  • I disturbi psicopatologici in epoca perinatale: una panoramica completa 23 June 2026
  • SANDOR FERENCZI A BUDAPEST: INTERVISTA SCRITTA A Judit Mészáros 15 June 2026
  • CAPIRE E INSEGNARE L’AUTISMO – INTERVISTA A ELISA CANAVESE 3 June 2026
  • TAKEAWAYS DA: “Evolution and Posttraumatic Stress: Disorders of Vigilance and Defence” di Chris Cantor, 2005 23 May 2026
  • UNA LEZIONE DI GIOVANNI LIOTTI (VARESE 2010) 21 May 2026
  • La controversia sul servizio di Le Iene sulla psicoterapia assistita da psichedelici (PAP) 18 May 2026
  • Forgiare una “mente espositiva” per estinguere la paura. Intervista ad Emiliano Toso 1 May 2026
  • L’OCEANO DELLA MENTE (FABIO VILLA): RECENSIONE APPROFONDITA 15 April 2026
  • DAL BLOG DI LUCA CONTI: “Il collasso dell’orizzonte temporale e la perdita di significato” 9 April 2026
  • Intervista a Fabio Villa sulla Psicoterapia Assistita da Psichedelici (PAP) in Svizzera 2 April 2026
  • Riflessioni a partire dal convegno internazionale “Building Foundations Together: The Future of Complex Dissociation in the UK” 31 March 2026
  • Workshop (Firenze, maggio 2026) – Sbloccare i casi difficili in psicoterapia e psichiatria (a cura di Luca Proietti) 30 March 2026
  • INTRODUZIONE AL LAVORO DI COLIN ROSS e takeaways da “Come curare il Disturbo Dissociativo dell’Identità” 20 March 2026
  • 21 delle 66 interviste presenti su questo blog 10 March 2026
  • Intervista a Carlo Bonomi (rinascimento ferencziano e trauma) 2 March 2026
  • LEONARDO ERA NEURODIVERGENTE? 24 February 2026
  • Freud, illusioni e delusioni (Maria Chiara Risoldi), recensione 15 February 2026
  • GIORGIO NESPOLI: LA RICERCA IN PSICOANALISI, OGGI (INTERVISTA) 2 February 2026
  • “LIFESTYLE MEDICINE”, il nuovo libro di Valerio Rosso 26 January 2026
  • Alcuni video dal convegno “NIENT’ALTRO CHE PULSIONE DI VITA” della Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia SÁNDOR FERENCZI (maggio 2025, Firenze) 13 January 2026
  • CORPI BORDERLINE DI CLARA MUCCI: recensione approfondita e osservazioni 22 December 2025
  • LAVORARE PER OBIETTIVI IN PSICOTERAPIA, CON BERNARDO PAOLI 1 December 2025
  • Terapia della regolazione affettiva di Allan Schore: INTRODUZIONE 25 November 2025
  • GRUPPI DI AUTO-MUTUO-AIUTO A TEMA TRAUMA E DISSOCIAZIONE 19 November 2025
  • Da “Il gioco della vita” di Duccio Demetrio 6 November 2025
  • CONFLITTI TRA OBIETTIVI: DAL NUOVO LIBRO DI BERNARDO PAOLI E MARIA SPEROTTO “QUAL É IL TUO OBIETTIVO?” 28 October 2025
  • IL POTERE DELL’AUTOBIOGRAFIA 20 October 2025
  • INTRODUZIONE AL SOMATIC EXPERIENCING DI PETER LEVINE 2 October 2025
  • INTRODUZIONE AL LAVORO DI RUSSELL MEARES SU TRAUMA E DISSOCIAZIONE 24 September 2025
  • IL PRIMO CORSO DI PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI IN ITALIA (PESCARA, 2026) 22 September 2025
  • Recensione e riassunto di “Liberi dal panico” di Pietro Spagnulo (un agile ed economico ebook per introdursi al problema-ed autoaiutarsi) 15 September 2025
  • Being Sapiens e la rubrica “psicoterapeuti italiani”: intervista a Gianandrea Giacoma 1 September 2025
  • 10 ESERCIZI PER LAVORARE CON LE SOTTOPERSONALITÀ GENERATE DAL TRAUMA (#PTSD) 28 July 2025
  • IL PRIMO CONGRESSO AISTED A MILANO (24 E 25 OTTOBRE 2025) 21 July 2025
  • INTERVENTI CLINICI CENTRATI SULLA SOLUZIONE: LE CINQUE DOMANDE (da “Terapia breve centrata sulla soluzione” di Cannistrà e Piccirilli) 15 July 2025
  • A proposito di psicologia dell’aviazione 1 July 2025
  • Clinica del trauma oggi: un approfondimento da POPMed 30 June 2025
  • Collegno: la quarta edizione del Fòl Fest (“Quando cantavo dov’eri tu?”) 11 June 2025
  • Il trauma indotto da perpetrazione (“un altro problema, meno noto, dell’industria della carne”) 10 June 2025
  • Ancora sul modello diagnostico “HiTop” 3 June 2025
  • L’EMDR: AGGIORNAMENTO, CONTROVERSIE E IPOTESI DI FUNZIONAMENTO 15 May 2025
  • NEUROCRIMINOLOGIA: ANNA SARA LIBERATI 6 May 2025
  • INTRODUZIONE AL LAVORO DI FLAVIO CANNISTRÀ 29 April 2025
  • L’UOMO SOVRASOCIALIZZATO. INTRODUZIONE AL PENSIERO DI Ted Kaczynski (UNABOMBER) 23 April 2025
  • RECENSIONE DI “CONVERSAZIONI DI TERAPIA BREVE” DI FLAVIO CANNISTRÁ E MICHAEL F. HOYT 15 April 2025
  • RICERCA E DIVULGAZIONE IN AMBITO DI PSICHEDELICI: 10 LINK 1 April 2025
  • INTERVISTA A MANGIASOGNI 24 March 2025
  • Introduzione al concetto di neojacksonismo 19 March 2025
  • “LE CONSEGUENZE DEL TRAUMA PSICOLOGICO”, UN LIBRO SUL PTSD 5 March 2025
  • Il ripassone. “Costrutti e paradigmi della psicoanalisi contemporanea”, di Giorgio Nespoli 20 February 2025
  • PSICOGENEALOGIA: INTRODUZIONE AL LAVORO DI ANNE ANCELIN SCHÜTZENBERGER 11 February 2025
  • Henri Ey: “Allucinazioni e delirio”, la pubblicazione in italiano per Alpes, a cura di Costanzo Frau 4 February 2025
  • IL CONVEGNO DI BOLOGNA SULLA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI (dicembre 2024) 10 January 2025
  • Hakim Bey: T.A.Z. 8 January 2025
  • L’INTEGRAZIONE IN AMBITO PSICHEDELICO – IN BREVE 3 January 2025
  • CARICO ALLOSTATICO: UN’INTRODUZIONE 19 December 2024
  • SISTEMI MOTIVAZIONALI, EMOZIONI IN CLINICA, LIOTTI: UN APPROFONDIMENTO (E UN’INTERVISTA A LUCIA TOMBOLINI) 2 December 2024
  • Una buona (e completa) introduzione a Jung e allo junghismo. Intervista ad Andrea Graglia 4 November 2024
  • TRAUMA E PSICOSI: ALCUNI VIDEO DALLE “GIORNATE PSICHIATRICHE CERIGNALESI 2024” 17 October 2024
  • “LA GENERAZIONE ANSIOSA”: RECENSIONE APPROFONDITA E VALUTAZIONI 10 October 2024
  • Speciale psichedelici, a cura di Studio Aegle 7 October 2024
  • Le interviste di POPMed Talks 3 October 2024
  • Disturbi da sintomi somatici e di conversione: un approfondimento 17 September 2024
  • TRAUMA E DISSOCIAZIONE: IL CONGRESSO ESTD DI OTTOBRE 2024, A KATOWICE (POLONIA) 20 August 2024
  • POPMed Talks #7: Francesco Sena (speciale Art Brut) 3 August 2024
  • LA (NEONATA) SIMEPSI E UN INTERVENTO DI FABIO VILLA SULLA TERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI A LOSANNA 30 July 2024
  • L'”IMAGERY RESCRIPTING” NEL PTSD 18 July 2024
  • Intervista a Francesca Belgiojoso: le fotografie in psicoterapia 1 July 2024
  • Attaccamento traumatico: facciamo chiarezza (di Andrea Zagaria) 24 June 2024
  • KNOT GARDEN (A CURA DEL CENTRO VENETO DI PSICOANALISI) 10 June 2024
  • Costanza Jesurum: un’intervista all’autrice del blog “bei zauberei”, psicoanalista junghiana e scrittrice 3 June 2024
  • LA SVIZZERA, CUORE DEL RINASCIMENTO PSICHEDELICO EUROPEO 29 May 2024
  • Un’alternativa alla psicopatologia categoriale: Hierarchical Taxonomy of Psychopathology (HiTOP) 9 May 2024
  • INVITO A BION 8 May 2024
  • INTERVISTA A FEDERICO SERAGNOLI: IL VIDEO 18 April 2024
  • INCONSCIO NON RIMOSSO E MEMORIA IMPLICITA: UNA RECENSIONE 9 April 2024
  • UN FREE EBOOK (SUL TRAUMA) IN COLLABORAZIONE CON VALERIO ROSSO 3 April 2024
  • GLI INCONTRI DI AISTED: LA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI A GINEVRA (16 APRILE 2024) 28 March 2024
  • La teoria del ‘personaggio’ nell’opera di Antonino Ferro 21 March 2024
  • Psicoterapia assistita da psichedelici: intervista a Matteo Buonarroti 14 March 2024
  • BRESCIA, FEBBRAIO 2024: DUE ESTRATTI DALLA MASTERCLASS “VERSO UNA NUOVA TERAPIA ESPOSITIVA DI PRECISIONE” 27 February 2024
  • CAPIRE LA DISPNEA PSICOGENA: DA “SENZA FIATO” DI GIORGIO NARDONE 14 February 2024
  • POPMED TALKS 5 February 2024
  • NASCE L’ASSOCIAZIONE COALA (TORINO) 1 February 2024
  • Camilla Stellato: “Diventare genitori” 29 January 2024
  • Offline is the new luxury, un documentario 22 January 2024
  • MARCO ROVELLI, LA POLITICIZZAZIONE DEL DISAGIO PSICHICO E UN PODCAST DI psicologia fenomenologica 10 January 2024
  • La terapia espositiva enterocettiva (per il disturbo di panico) – di Emiliano Toso 8 January 2024
  • INTRODUZIONE A VIKTOR FRANKL 27 December 2023
  • UN APPROFONDIMENTO DI MAURIZIO CECCARELLI SULLA CONCEZIONE NEO-JACKSONIANA DELLE FUNZIONI MENTALI 14 December 2023
  • 3 MODI DI INTENDERE LA DISSOCIAZIONE: DA UN INTERVENTO DI BENEDETTO FARINA 12 December 2023
  • Il burnout oltre i luoghi comuni (DI RICCARDO GERMANI) 23 November 2023
  • TRATTAMENTO INTEGRATO DELL’ANSIA: INTERVISTA A MASSIMO AGNOLETTI ED EMILIANO TOSO 9 November 2023
  • 10 ARTICOLI SUL JOURNALING E SUI BENEFICI DELLO SCRIVERE 6 November 2023
  • UN’INTERVISTA A GIUSEPPE CRAPARO SU PIERRE JANET 30 October 2023
  • CONTRASTARE IL DECADIMENTO COGNITIVO: ALCUNI SPUNTI PRATICI 26 October 2023
  • PTSD (in podcast) 25 October 2023
  • ANIMALI CHE SI DROGANO, DI GIORGIO SAMORINI 12 October 2023
  • VERSO UNA TERAPIA ESPOSITIVA DI PRECISIONE: PREFAZIONE 7 October 2023
  • Congresso Bari SITCC 2023: un REPORT 2 October 2023
  • GLI INCONTRI ORGANIZZATI DA AISTED, Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione 25 September 2023
  • CANNABISCIENZA.IT 22 September 2023
  • TERAPIA ESPOSITIVA (IN PODCAST) 18 September 2023
  • TERAPIA ESPOSITIVA: INTERVISTA A EMILIANO TOSO (PARTE SECONDA) 4 September 2023
  • POPMED: 10 articoli/novità dal mondo della letteratura scientifica in ambito “psi” (ogni 15 giorni) 30 August 2023
  • DIFFUSIONE PATOLOGICA DELL’ATTENZIONE E SUPERFICIALITÀ DIGITALE. UN ESTRATTO DA “PSIQ” di VALERIO ROSSO 23 August 2023
  • LE FRONTIERE DELLA TERAPIA ESPOSITIVA. INTERVISTA A EMILIANO TOSO 12 August 2023
  • NIENTE COME PRIMA, DI MANGIASOGNI 8 August 2023
  • NASCE IL “GRUPPO DI INTERESSE SULLA PSICOPATOLOGIA” DI AISTED (Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione) 26 July 2023
  • Psychedelic Science Conference 2023 – lo stato dell’arte sulle terapie psichedeliche  15 July 2023
  • RENDERE NON NECESSARIA LA DISSOCIAZIONE: DA UN ARTICOLO DI VAN DER HART, STEELE, NIJENHUIS 29 June 2023
  • EMBODIED MINDS: INTERVISTA A SARA CARLETTO 21 June 2023
  • Psychiatry On Line Italia: 10 rubriche da non perdere! 7 June 2023
  • CURARE LA PSICHIATRIA DI ANDREA VALLARINO (INTRODUZIONE) 1 June 2023
  • UN RICORDO DI LUIGI CHIRIATTI, STUDIOSO DI TARANTISMO 30 May 2023
  • PHENOMENAUTICS 20 May 2023
  • 6 MESI DI POPMED, PER TORNARE ALLA FONTE 18 May 2023
  • GLI PSICOFARMACI PER LO STRESS POST TRAUMATICO (PTSD) 8 May 2023
  • ILLUSIONI IPNAGOGICHE, SONNO E PTSD 4 May 2023
  • SI PUÓ DIRE MORTE? INTERVISTA A DAVIDE SISTO 27 April 2023
  • CENTRO SORANZO: INTERVISTA A MAURO SEMENZATO 12 April 2023
  • Laetrodectus, che morde di nascosto 6 April 2023
  • STABILIZZAZIONE E CONFINI: METTERE PALETTI PER REGOLARSI 4 April 2023
  • L’eredità teorica di Giovanni Liotti 31 March 2023
  • “UN RITMO PER L’ANIMA”, TARANTISMO E DINTORNI 7 March 2023
  • SUICIDIO: SPUNTI DAL LAVORO DI MAURIZIO POMPILI E EDWIN SHNEIDMAN 9 January 2023
  • SUPERHERO THERAPY. INTERVISTA A MARTINA MIGLIORE 5 December 2022
  • Allucinazioni nel trauma e nella psicosi. Un confronto psicopatologico 26 November 2022
  • FUGA DI CERVELLI 15 November 2022
  • PSICOTERAPIA DELL’ANSIA: ALCUNI SPUNTI 7 November 2022
  • LA Q DI QOMPLOTTO 25 October 2022
  • POPMED: UN ESEMPIO DI NEWSLETTER 12 October 2022
  • INTERVISTA A MAURO BOLOGNA, PRESIDENTE SIPNEI 10 October 2022
  • IL “MANUALE DELLE TECNICHE PSICOLOGICHE” DI BERNARDO PAOLI ED ENRICO PARPAGLIONE 6 October 2022
  • POPMED, UNA NEWSLETTER DI AGGIORNAMENTO IN AREA “PSI”. PER TORNARE ALLA FONTE 30 September 2022
  • IL CONVEGNO SIPNEI DEL 1 E 2 OTTOBRE 2022 (FIRENZE): “LA PNEI NELLA CLINICA” 20 September 2022
  • LA TEORIA SULLA NASCITA DEL PENSIERO DI WILFRED BION 1 September 2022
  • NEUROFEEDBACK: INTERVISTA A SILVIA FOIS 10 August 2022
  • La depressione come auto-competizione fallimentare. Alcuni spunti da “La società della stanchezza” di Byung Chul Han 27 July 2022
  • SCOPRIRE LA SIPNEI. INTERVISTA A FRANCESCO BOTTACCIOLI 6 July 2022
  • PERFEZIONISMO: INTERVISTA A VERONICA CAVALLETTI (CENTRO TAGES ONLUS) 6 June 2022
  • AFFRONTARE IL DISTURBO DISSOCIATIVO DELL’IDENTITÁ 28 May 2022
  • GARBAGE IN, GARBAGE OUT.  INTERVISTA FIUME A ZIO HACK 21 May 2022
  • PTSD: ALCUNE SLIDE IN FREE DOWNLOAD 10 May 2022
  • MANAGEMENT DELL’INSONNIA 3 May 2022
  • “IL LAVORO NON TI AMA”: UN PODCAST SULLA HUSTLE CULTURE 27 April 2022
  • “QUI E ORA” DI RONALD SIEGEL. IL LIBRO PERFETTO PER INTRODURSI ALLA MINDFULNESS 20 April 2022
  • Considerazioni sul trattamento di bambini e adolescenti traumatizzati 11 April 2022
  • IL COLLASSO DEL CONTESTO NELLA PSICOTERAPIA ONLINE 31 March 2022
  • L’APPROCCIO “OPEN DIALOGUE”. INTERVISTA A RAFFAELLA POCOBELLO (CNR) 25 March 2022
  • IL CORPO, IL PANICO E UNA CORRETTA DIAGNOSI DIFFERENZIALE: INTERVISTA AD ANDREA VALLARINO 21 March 2022
  • RECENSIONE: L’EREDITÁ DI BION (A CURA DI ANTONIO CIOCCA) 20 March 2022
  • GLI PSICHEDELICI COME STRUMENTO TRANSDIAGNOSTICO DI CURA, IL MODELLO BIPARTITO DELLA SEROTONINA E L’INFLUENZA DELLA PSICOANALISI 7 March 2022
  • FOTOTERAPIA: JUDY WEISER e il lavoro con il lutto 1 March 2022
  • PLACEBO E DOLORE: IL POTERE DELLA MENTE (da un articolo di Fabrizio Benedetti) 14 February 2022
  • INTERVISTA A RICCARDO CASSIANI INGONI: “Metodo T.R.E.®” E TECNICHE BOTTOM-UP PER L’APPROCCIO AL PTSD 3 February 2022
  • SPIDER, CRONENBERG 26 January 2022
  • LE TEORIE BOTTOM-UP NELLA PSICOTERAPIA DEL POST-TRAUMA (di Antonio Onofri e Giovanni Liotti) 17 January 2022
  • 24 MESI DI PSICOTERAPIA ONLINE 10 January 2022
  • LA TOSSICODIPENDENZA COME TENTATIVO DI AMMINISTRARE LA SINDROME POST-TRAUMATICA 7 January 2022
  • La Supervisione strategica nei contesti clinici (Il lavoro di gruppo con i professionisti della salute e la soluzione dei problemi nella clinica) 4 January 2022
  • PSICHEDELICI: LA SCIENZA DIETRO L’APP “LUMINATE” 21 December 2021
  • ASYLUMS DI ERVING GOFFMAN, PER PUNTI 14 December 2021
  • LA SINDROME DI ASPERGER IN BREVE 7 December 2021
  • IL CONVEGNO DI SAN DIEGO SULLA PSICOTERAPIA ASSISTITA DA PSICHEDELICI (marzo 2022) 2 December 2021
  • PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA E DEEP BRAIN REORIENTING. INTERVISTA A PAOLO RICCI (AISTED) 29 November 2021
  • INTERVISTA A SIMONE CHELI (ASSOCIAZIONE TAGES ONLUS) 25 November 2021
  • TRAUMA: IMPOSTAZIONE DEL PIANO DI CURA E PRIMO COLLOQUIO 16 November 2021
  • TEORIA POLIVAGALE E LAVORO CON I BAMBINI 9 November 2021
  • INTRODUZIONE A BYUNG-CHUL HAN: IL PROFUMO DEL TEMPO 3 November 2021
  • IT (STEPHEN KING) 27 October 2021
  • JUDITH LEWIS HERMAN: “GUARIRE DAL TRAUMA” 22 October 2021
  • ANCORA SU PIERRE JANET 15 October 2021
  • PSICONUTRIZIONE: IL LAVORO DI FELICE JACKA 3 October 2021
  • MEGLIO MALE ACCOMPAGNATI CHE SOLI: LE STRATEGIE DI CONTROLLO IN INFANZIA (PTSDc) 30 September 2021
  • OVERLOAD COGNITIVO ED ECOLOGIA MENTALE 21 September 2021
  • UN LUOGO SICURO 17 September 2021
  • 3MDR: UNO STRUMENTO SPERIMENTALE PER COMBATTERE IL PTSD 13 September 2021
  • UN LIBRO PER L’ESTATE: “COME ANNOIARSI MEGLIO” DI PIETRO MINTO 6 August 2021
  • “I fondamenti emotivi della personalità”, JAAK PANKSEPP: TAKEAWAYS E RECENSIONE 3 August 2021
  • LIFESTYLE PSYCHIATRY 28 July 2021
  • LE DIVERSE FORME DI SINTOMO DISSOCIATIVO 26 July 2021
  • PRIMO LEVI, LA CARCERAZIONE E IL TRAUMA 19 July 2021
  • “IL PICCOLO PARANOICO” DI BERNARDO PAOLI. PARANOIA, AMBIVALENZA E MODELLO STRATEGICO 14 July 2021
  • RECENSIONE PER PUNTI DI “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE” 8 July 2021
  • I VIRUS: IL LORO RUOLO NELLE MALATTIE NEURODEGENERATIVE 7 July 2021
  • LA PLUSDOTAZIONE SPIEGATA IN BREVE 1 July 2021
  • COS’É LA COGNITIVE PROCESSING THERAPY? 24 June 2021
  • SULLA TERAPIA ESPOSITIVA PER I DISTURBI FOBICI: IL MODELLO DI APPRENDIMENTO INIBITORIO DI MICHELLE CRASKE 19 June 2021
  • É USCITO IL SECONDO EBOOK PRODOTTO DA AISTED 15 June 2021
  • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche -con il blog Psicologia Fenomenologica. 7 June 2021
  • PSICHIATRIA DI COMUNITÁ: LA SCELTA DI UN METODO 31 May 2021
  • PTSD E SPAZIO PERIPERSONALE: DA UN ARTICOLO DI DANIELA RABELLINO ET AL. 26 May 2021
  • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO ONLINE CON VALERIO ROSSO, MARCO CREPALDI, LUCA PROIETTI, BERNARDO PAOLI, GENNARO ROMAGNOLI 22 May 2021
  • MDMA PER IL PTSD: NUOVE EVIDENZE 21 May 2021
  • MAP (MULTIPLE ACCESS PSYCHOTHERAPY): IL MODELLO DI PSICOTERAPIA AD APPROCCI COMBINATI CON ACCESSO MULTIPLO DI FABIO VEGLIA 18 May 2021
  • CURANDO IL CORPO ABBIAMO PERSO LA TESTA: UN CONVEGNO GRATUITO ONLINE (21 MAGGIO) 13 May 2021
  • BALBUZIE: COME USCIRNE (il metodo PSICODIZIONE) 10 May 2021
  • PANICO: INTERVISTA AD ANDREA IENGO (PANICO.HELP) 7 May 2021
  • Psicologia digitale e pandemia COVID19: il report del Centro Medico Santagostino di Milano dall’European Conference on Digital Psychology (ECDP) 4 May 2021
  • SOLCARE IL MARE ALL’INSAPUTA DEL CIELO. Liberalizzare come terapia: il problema dell’autocontrollo in clinica 30 April 2021
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO” 25 April 2021
  • La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche 25 April 2021
  • 3 STRUMENTI CONTRO IL TRAUMA (IN BREVE): TAVOLA DISSOCIATIVA, DISSOCIAZIONE VK E CAMBIO DI STORIA 23 April 2021
  • IL MALADAPTIVE DAYDREAMING SPIEGATO PER PUNTI 17 April 2021
  • UN VIDEO PER CAPIRE LA DISSOCIAZIONE 12 April 2021
  • CORRELATI MORFOLOGICI E FUNZIONALI DELL’EMDR: UNA PANORAMICA SULLA NEUROBIOLOGIA DEL TRATTAMENTO DEL PTSD 4 April 2021
  • TRAUMA E DISSOCIAZIONE IN ETÁ EVOLUTIVA: (VIDEO)INTERVISTA AD ANNALISA DI LUCA 1 April 2021
  • GLI EFFETTI POLARIZZANTI DELLA BOLLA INFORMATIVA. INTERVISTA A NICOLA ZAMPERINI DEL BLOG “DISOBBEDIENZE” 30 March 2021
  • SVILUPPARE IL PENSIERO LATERALE (EDWARD DE BONO) – RECENSIONE 24 March 2021
  • MDMA PER IL POST-TRAUMA: BEN SESSA E ALTRI RIFERIMENTI IN RETE 22 March 2021
  • 9 LIBRI FONDAMENTALI SU TRAUMA E DISSOCIAZIONE (aggiornato 2026) 14 March 2021
  • VIDEOINTERVISTA A CATERINA BOSSA: LAVORARE CON IL TRAUMA 7 March 2021
  • PRIMO SOCCORSO PSICOLOGICO E INTERVENTO PERI-TRAUMATICO: IL LAVORO DI ALAIN BRUNET ED ESSAM DAOD 2 March 2021
  • “SHARED LIVES” NEL REGNO UNITO: FORME DI PSICHIATRIA D’AVANGUARDIA 25 February 2021
  • IL TRAUMA (PTSD) NEGLI ANIMALI (PARTE 1) 21 February 2021
  • FLOW: una definizione 15 February 2021
  • NEUROBIOLOGIA DEL DISTURBO POST-TRAUMATICO (PTSD) 8 February 2021
  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE (SECONDA PARTE): FINE PENA MAI 3 February 2021
  • INTERVISTA A COSTANZO FRAU: DISSOCIAZIONE, TRAUMA, CLINICA 1 February 2021
  • LO SPETTRO IMPULSIVO COMPULSIVO. I DISTURBI OSSESSIVO COMPULSIVI SONO DISTURBI DA ADDICTION? 25 January 2021
  • ANATOMIA DEL DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO (E PSICOTERAPIA) 15 January 2021
  • LA STRANGE SITUATION IN BREVE e IL TRAUMA COMPLESSO 11 January 2021
  • GIORNALISMO = ENTERTAINMENT 6 January 2021
  • SIMBOLIZZARE IL TRAUMA: IL RUOLO DELL’ATTO ARTISTICO 2 January 2021
  • PSICHIATRIA: IL MODELLO DE-ISTITUZIONALIZZANTE DI GEEL, BELGIO (The Openbaar Psychiatrisch Zorgcentrum) 28 December 2020
  • STABILIZZARE I SINTOMI POST TRAUMATICI: ALCUNI ASPETTI PRATICI 18 December 2020
  • Psicoterapia breve strategica del Disturbo ossessivo compulsivo (DOC). Intervista ad Andrea Vallarino e Luca Proietti 14 December 2020
  • CRONOFAGIA DI DAVIDE MAZZOCCO: CONTRO IL FURTO DEL TEMPO 10 December 2020
  • PODCAST: SPECIALIZZAZIONE IN PSICHIATRIA E CLINICA A CHICAGO, con Matteo Respino 8 December 2020
  • COME GESTIRE UNA DIPENDENZA? 4 PIANI DI INTERVENTO 3 December 2020
  • INTRODUZIONE A JAAK PANKSEPP 28 November 2020
  • INTERVISTA A DANIELA RABELLINO: LAVORARE CON RUTH LANIUS E NEUROBIOLOGIA DEL TRAUMA 20 November 2020
  • MDMA PER IL TRAUMA: VIDEOINTERVISTA A ELLIOT MARSEILLE (A CURA DI JONAS DI GREGORIO) 16 November 2020
  • PSICHIATRIA E CINEMA: I CINQUE MUST-SEE (a cura di Laura Salvai, Psychofilm) 12 November 2020
  • STRESS POST TRAUMATICO: una definizione e alcuni link di approfondimento 7 November 2020
  • SCOPRIRE IL FOREST BATHING 2 November 2020
  • IL TRAUMA COME APPRENDIMENTO A PROVA SINGOLA (ONE TRIAL LEARNING) 28 October 2020
  • IL PANICO COME ROTTURA (RAPPRESENTATA) DI UN ATTACCAMENTO? da un articolo di Francesetti et al. 24 October 2020
  • LE PENSIONI DEGLI PSICOLOGI: INTERVISTA A LORENA FERRERO 21 October 2020
  • INTERVISTA A JONAS DI GREGORIO: IL RINASCIMENTO PSICHEDELICO 18 October 2020
  • IL RITORNO (MASOCHISTICO?) AL TRAUMA. Intervista a Rossella Valdrè 13 October 2020
  • ASCESA E CADUTA DEI COMPETENTI: RADICAL CHOC DI RAFFAELE ALBERTO VENTURA 6 October 2020
  • L’EMDR: QUANDO USARLO E CON QUALI DISTURBI 30 September 2020
  • FACEBOOK IS THE NEW TOBACCO. Perchè guardare “The Social Dilemma” su Netflix 28 September 2020
  • SPORT, RILASSAMENTO, PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA: oltre la parola per lo stress post traumatico 21 September 2020
  • IL MODELLO TRIESTINO, UN’ECCELLENZA ITALIANA. Intervista a Maria Grazia Cogliati Dezza e recensione del docufilm “La città che cura” 15 September 2020
  • IL RITORNO DEL RIMOSSO. Videointervista a Luigi Chiriatti su tarantismo e neotarantismo 10 September 2020
  • FARE PSICOTERAPIA VIAGGIANDO: VIDEOINTERVISTA A BERNARDO PAOLI 2 September 2020
  • SUL MERCATO DELLA DOPAMINA: INTERVISTA A VALERIO ROSSO 31 August 2020
  • TARANTISMO: 9 LINK UTILI 27 August 2020
  • FRANCESCO DE RAHO SUL TARANTISMO, tra superstizione e scienza 26 August 2020
  • ATTACCHI DI PANICO: IL MODELLO SUL CONTROLLO 7 August 2020
  • SHELL SHOCK E PRIMA GUERRA MONDIALE: APPORTI VIDEO 31 July 2020
  • LA LUNA, I FALÒ, ANGUILLA: un romanzo sulla melanconia 27 July 2020
  • VIDEOINTERVISTA A FERNANDO ESPI FORCEN: LAVORARE COME PSICHIATRA A CHICAGO 20 July 2020
  • ALCUNI ESTRATTI DALLA RUBRICA “GROUNDING” (PDF) 14 July 2020
  • STRESS POST TRAUMATICO: IL MODELLO A CASCATA. Da un articolo di Ruth Lanius 10 July 2020
  • OTTO KERNBERG SUGLI OBIETTIVI DI UNA PSICOANALISI: DA UNA VIDEOINTERVISTA 3 July 2020
  • SONNO, STRESS E TRAUMA 27 June 2020
  • Il SAFE AND SOUND PROTOCOL, UNO STRUMENTO REGOLATIVO. Videointervista a GABRIELE EINAUDI 23 June 2020
  • IL CONTROLLO CHE FA PERDERE IL CONTROLLO: UNA VIDEOINTERVISTA AD ANDREA VALLARINO SUL DISTURBO DI PANICO 11 June 2020
  • STRESS, RESILIENZA, ADATTAMENTO, TRAUMA – Alcune definizioni per creare una mappa clinicamente efficace 5 June 2020
  • DA “LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE”: COS’É LA NEUROCEZIONE 3 June 2020
  • AUTO-TRADIRSI. UNA DEFINIZIONE DI MORAL INJURY 28 May 2020
  • BASAGLIA RACCONTA IL COVID 26 May 2020
  • FONDAMENTI DI PSICOTERAPIA: LA FINESTRA DI TOLLERANZA DI DANIEL SIEGEL 20 May 2020
  • L’EBOOK AISTED: “AFFRONTARE IL TRAUMA PSICHICO: il post-emergenza.” 18 May 2020
  • NOI, ESSERI UMANI POST- PANDEMICI 14 May 2020
  • PUNTI A FAVORE E PUNTI CONTRO “CHANGE” di P. Watzlawick, J.H. Weakland e R. Fisch 9 May 2020
  • APPORTI VIDEO SUL TARANTISMO – PARTE 2 4 May 2020
  • RISCOPRIRE L’ARCHIVIO (VIDEO) DI PSYCHIATRY ON LINE PER I SUOI 25 ANNI 2 May 2020
  • SULL’IMMOBILITÀ TONICA NEGLI ANIMALI. Alcuni spunti da “IPNOSI ANIMALE, IMMOBILITÁ TONICA E BASI BIOLOGICHE DI TRAUMA E DISSOCIAZIONE” 30 April 2020
  • FOBIE SPECIFICHE IN BREVE 25 April 2020
  • JEAN PIAGET E LA SHARING ECONOMY 25 April 2020
  • LO STATO DELL’ARTE INTORNO ALLA DIMENSIONE SOCIALE DELLA MEMORIA: SUL MODO IN CUI SI E’ ARRIVATI ALLA CREAZIONE DEL CONCETTO DI RICORDO CONGIUNTO E SU QUANTO LA VITA RELAZIONALE INFLUENZI I PROCESSI DI SVILUPPO DELLA MEMORIA 25 April 2020
  • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.3 – MODELLO ITALIANO E MODELLO BELGA A CONFRONTO, CON GIOVANNA JANNUZZI! 22 April 2020
  • RISCOPRIRE PIERRE JANET: PERCHÉ ANDREBBE LETTO DA CHIUNQUE SI OCCUPI DI TRAUMA? 21 April 2020
  • AGGIUNGERE LEGNA PER SPEGNERE IL FUOCO. TERAPIA BREVE STRATEGICA E DISTURBI FOBICI 17 April 2020
  • INTERVISTA A NICOLÓ TERMINIO: L’UOMO SENZA INCONSCIO 13 April 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.3 10 April 2020
  • IL PODCAST DE IL FOGLIO PSICHIATRICO EP.2 – MODELLO ITALIANO E MODELLO SVIZZERO A CONFRONTO, CON OMAR TIMOTHY KHACHOUF! 6 April 2020
  • ANTONELLO CORREALE: IL QUADRO BORDERLINE IN PUNTI 4 April 2020
  • 10 ANNI DI E.J.O.P: DOVE SIAMO? 31 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.2 27 March 2020
  • PSICOLOGIA DELLA CARCERAZIONE: RISTRETTI.IT 25 March 2020
  • NELLE CORNA DEL BUE LUNARE: IL LAVORO DI LIDIA DUTTO 16 March 2020
  • LA COLPA NEL DOC: LA MENTE OSSESSIVA DI FRANCESCO MANCINI 12 March 2020
  • TORNARE ALLE FONTI. COME LEGGERE IN MODO CRITICO UN PAPER SCIENTIFICO PT.1 6 March 2020
  • PREFAZIONE DI “PTSD: CHE FARE?”, a cura di Alessia Tomba 5 March 2020
  • IL PODCAST DE “IL FOGLIO PSICHIATRICO”: EP.1 – FERNANDO ESPI FORCEN 29 February 2020
  • NERVATURE TRAUMATICHE E PREDISPOSIZIONE AL PTSD 13 February 2020
  • RIMOZIONE E DISSOCIAZIONE: FREUD E PIERRE JANET 3 February 2020
  • TEORIA DEI SISTEMI COMPLESSI E PSICOPATOLOGIA: DENNY BORSBOOM 17 January 2020
  • LA CULTURA DELL’INDAGINE: IL MASTER IN TERAPIA DI COMUNITÀ DEL PORTO 15 January 2020
  • IMPATTO DELL’ESERCIZIO FISICO SUL PTSD: UNA REVIEW E UN PROGRAMMA DI ALLENAMENTO 30 December 2019
  • INTRODUZIONE AL LAVORO DI GIULIO TONONI 27 December 2019
  • THOMAS INSEL: FENOTIPI DIGITALI IN PSICHIATRIA 19 December 2019
  • HPPD: HALLUCINOGEN PERCEPTION PERSISTING DISORDER 12 December 2019
  • SU “LA DIMENSIONE INTERPERSONALE DELLA COSCIENZA” 24 November 2019
  • INTRODUZIONE AL MODELLO ORGANODINAMICO DI HENRI EY 15 November 2019
  • IL SIGNORE DELLE MOSCHE letto oggi 4 November 2019
  • PTSD E SLOW-BREATHING: RESPIRARE PER DOMINARE 29 October 2019
  • UNA DEFINIZIONE DI “TRAUMA DA ATTACCAMENTO” 18 October 2019
  • PROCHASKA, DICLEMENTE, ADDICTION E NEURO-ETICA 24 September 2019
  • NOMINARE PER DOMINARE: L’AFFECT LABELING 20 September 2019
  • MEMORIA, COSCIENZA, CORPO: TRE AREE DI IMPATTO DEL PTSD 13 September 2019
  • CAUSE E CONSEGUENZE DELLO STIGMA 9 September 2019
  • IMMAGINI DEL TARANTISMO: CHIARA SAMUGHEO 14 August 2019
  • “LA CITTÀ CHE CURA”: COSA SONO LE MICROAREE DI TRIESTE? 8 August 2019
  • LA TRASMISSIONE PER VIA GENETICA DEL PTSD: LO STATO DELL’ARTE 28 July 2019
  • IL LAVORO DI CARLA RICCI SUL FENOMENO HIKIKOMORI 24 July 2019
  • QUALI FONTI USARE IN AMBITO DI PSICHIATRIA E PSICOLOGIA CLINICA? 16 July 2019
  • THE MASTER AND HIS EMISSARY: PERCHÉ ABBIAMO DUE EMISFERI? 8 July 2019
  • PTSD: QUANDO LA MINACCIA É INTROIETTATA 28 June 2019
  • LA PSICOTERAPIA COME LABORATORIO IDENTITARIO 11 June 2019
  • DEEP BRAIN REORIENTING – IN CHE MODO CONTRIBUISCE AL TRATTAMENTO DEI TRAUMI? 6 June 2019
  • STRANGER DREAMS: STORIE DI DEMONI, STREGHE E RAPIMENTI ALIENI – Il fenomeno della paralisi del sonno nella cultura popolare 4 June 2019
  • ALCUNI SPUNTI DA “LA GUERRA DI TUTTI” DI RAFFAELE ALBERTO VENTURA 28 May 2019
  • Psicopatologia Generale e Disturbi Psicologici nel Trono di Spade 22 May 2019
  • L’IMPORTANZA DEGLI SPAZI DI ELABORAZIONE E IL “DEFAULT MODE” 18 May 2019
  • LA PEDAGOGIA STEINER-WALDORF PER PUNTI 14 May 2019
  • SOSTANZE PSICOTROPE E INDUSTRIA DEL MASSACRO: LA MODERNA CORSA AGLI ARMAMENTI FARMACOLOGICI 7 May 2019
  • MENO CONTENUTO, PIÙ PROCESSI. NUOVE LINEE DI PENSIERO IN AMBITO DI PSICOTERAPIA 3 May 2019
  • IL PROBLEMA DEL DROP-OUT IN PSICOTERAPIA RIASSUNTO DA LEICHSENRING E COLLEGHI 30 April 2019
  • SUL REHEARSAL 15 April 2019
  • DUE PROSPETTIVE PSICOANALITICHE SUL NARCISISMO 12 April 2019
  • TERAPIA ESPOSITIVA IN REALTÀ VIRTUALE PER IL TRATTAMENTO DEI DISTURBI D’ANSIA: META-ANALISI DI STUDI RANDOMIZZATI 3 April 2019
  • DISSOCIAZIONE: COSA SIGNIFICA 29 March 2019
  • IVAN PAVLOV SUL PTSD: LA VICENDA DEI “CANI DEPRESSI” 26 March 2019
  • A PROPOSITO DI POST VERITÀ 22 March 2019
  • TARANTISMO COME PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA? 19 March 2019
  • R.D. HINSHELWOOD: DUE VIDEO DA UN CONVEGNO ORGANIZZATO DA “IL PORTO” DI MONCALIERI E DALLA RIVISTA PSICOTERAPIA E SCIENZE UMANE 15 March 2019
  • EMDR = SLOW WAVE SLEEP? UNO STUDIO DI MARCO PAGANI 12 March 2019
  • LA FORMA DELL’ISTITUZIONE MANICOMIALE: L’ARCHITETTURA DELLA PSICHIATRIA 8 March 2019
  • PSEUDOMEDICINA, DEMENZA E SALUTE CEREBRALE 5 March 2019
  • FARMACOTERAPIA DEL DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO (DOC) DAL PRESENTE AL FUTURO 19 February 2019
  • INTERVISTA A GIOVANNI ABBATE DAGA. ALCUNI APPROFONDIMENTI SUI DCA 15 February 2019
  • COSA RENDE LA KETAMINA EFFICACE NEL TRATTAMENTO DELLA DEPRESSIONE? UN PROBLEMA IRRISOLTO 11 February 2019
  • CONCETTI GENERALI SULLA TEORIA POLIVAGALE DI STEPHEN PORGES 1 February 2019
  • UNO SGUARDO AL DISTURBO BIPOLARE 28 January 2019
  • DEPRESSIONE, DEMENZA E PSEUDODEMENZA DEPRESSIVA 25 January 2019
  • Il CORPO DISSIPA IL TRAUMA: ALCUNE OSSERVAZIONI DAL LAVORO DI PETER A. LEVINE 22 January 2019
  • IL PTSD SOFFERTO DAGLI SCIMPANZÈ, COSA CI DICE SUL NOSTRO FUNZIONAMENTO? 18 January 2019
  • QUANDO IL PROBLEMA È IL PASSATO, LA RICERCA DEI PERCHÈ NON AIUTA 15 January 2019
  • PILLOLE DI MASTERY: DI CHE SI TRATTA? 12 January 2019
  • IL GORGO di BEPPE FENOGLIO 7 January 2019
  • VOCI: VERSO UNA CONSIDERAZIONE TRANSDIAGNOSTICA? 2 January 2019
  • DALLA SCUOLA DI NEUROETICA 2018 DI TRIESTE, ALCUNE RIFLESSIONI SUL PROBLEMA ADDICTION 21 December 2018
  • ACTING OUT ED ENACTMENT: UN ESTRATTO DAL LIBRO RESISTENZA AL TRATTAMENTO E AUTORITÀ DEL PAZIENTE – AUSTEN RIGGS CENTER 18 December 2018

IL BLOG

Il blog si pone come obiettivo primario la divulgazione di qualità a proposito di argomenti concernenti la salute mentale: si parla di neuroscienza, psicoterapia, psicoanalisi, psichiatria e psicologia in senso allargato:

  • Nella sezione AGGIORNAMENTO troverete la sintesi e la semplificazione di articoli tratti da autorevoli riviste psichiatriche. Vogliamo dare un taglio “avanguardistico” alla scelta degli articoli da elaborare, con un occhio a quella che potrà essere la psichiatria e la psicoterapia di “domani”. Useremo come fonti articoli pubblicati su riviste psichiatriche di rilevanza internazionale (ad esempio JAMA Psychiatry, World Psychiatry, etc) così da garantire un aggiornamento qualitativamente adeguato.
  • Nella sezione FORMAZIONE sono contenuti post a contenuto vario, che hanno l’obiettivo di (in)formare il lettore a proposito di un determinato argomento.
  • Nella sezione EDITORIALI troverete punti di vista personali a proposito di tematiche di attualità psichiatrica.
  • Nella sezione RECENSIONI saranno pubblicate brevi e chiare recensioni di libri inerenti la salute mentale (psicoterapia, psichiatria, etc.)

A CURA DI:

  • Raffaele Avico, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale,  Torino, Milano
  • HOME
  • AREE TEMATICHE
  • PSICOTERAPIA
  • PODCAST
  • CHI SIAMO
  • POPMED
  • PRESENTAZIONE DEL BLOG

Copyright © 2026 · Education Pro on Genesis Framework · WordPress · Log in

a cura di Raffaele Avico ‭→ logo
  • HOME
  • AREE TEMATICHE
    • #TRAUMA e #PTSD
    • #PANICO
    • #DOC
    • #TARANTISMO
    • #RECENSIONI
    • #PSICHEDELICI
    • #INTERVISTE
  • PSICOTERAPIA
  • PODCAST
  • CHI SIAMO
  • POPMED
  • PRESENTAZIONE DEL BLOG